lunedì 22 luglio 2013

Popsophia. Merdre! “Questo non è un musical”. È Patafisica

Accatastata furiosamente come in una discarica dell’Inferno o del Paradiso, la scenografia patafisica era già allestita sul palcoscenico dal primo pomeriggio. Ma non ci avevamo fatto caso: in attesa del “duello” dei filosofi-Umberti e che il sole smettesse di picchiare sulle sedie, avevamo preso la strada dei “frigoriferi” di Rocca Costanza, inquietanti immensi e pensosi sotterranei dove occorre il cappotto (si sa, è assai caustico pre-ambulare “dentro” una rocca perfetta prima di un evento, anzi di due). Lì sotto infatti, come sopra le nostre teste nel cortile quadrato della rocca, proprio un altro mondo: eh, Popsophia sceglie i posti giusti.
Sicché tornati sopra (anche di 20°), l’indistinta ferraglia sta ancora lì, che disorganizzazione pensiamo. Devono pensarlo - si capisce dalle facce perplesse - anche i filosofi-Umberti, che per la doppia lectio magistralis vengono fatti accoccolare nei “pop-seggioloni” di legno appena davanti a quel presunto magazzino di robivecchi. Ma, come loro non se ne cureranno, neanche noi. Pare che, assieme al sole, fosse scesa una ubuesca naturalezza tra gli eroi e antieroi…
Dopo gli Umberti, e dopo cena, con il buio e le luci rosse, è tutto diverso. Anche se, ci pare, quel palco ancora un senso non ce l’ha. Poi ti avvisano che “questo non è un musical” (!?), ma allora ‘sta Compagnia della Rancia come la racconterà la storia di Padre UBU usurpatore di Re Venceslao della leggendaria Polonia, marito della debordante Madre UBU Regina per farsa, lui (come tutti) avido di potere e di denaro, ingordo, cinico, ingannatore, assassino, pauroso, piccolo borghese, vile, mostro ripugnante… ecc. ecc.? Semplice: con “lucida gioia patafisica”, come perfino Alfred Jarry avrebbe approvato. Due personaggi di latta mossi da due formidabili attori di carne (in tuta bianca compresi gli occhi), che si destreggiano nell’accozzaglia di oggetti esauriti con furore e grazia involontaria, con chiasso e disperazione, autocostruendosi come in una fabbrica, demolendosi, annientandosi, uccidendosi senza sangue visibile.
Allora ogni oggetto non solo ha un senso, ma la sua posizione ha un senso, quella iniziale del pomeriggio e quelle via via assunte dopo gli sbattimenti, gli sfracellamenti, gli smontamenti che costituiscono la loro accidentata nuova “seconda vita”. La rete sfondata del letto separata dalla testiera in ferro battuto, le innumerevoli macchine da caffè Moka, il rullo da pittore come attaccapanni, il cestello di lavatrice, il WC scollegato e senza coperchio, i cavi elettrici ammatassati, i palletts vuoti, i quadri elettrici volanti, i coni di altoparlanti di tutti i diametri che diventano tette ed occhi inquietanti, le molle come orecchie, le parti di bicicletta (forse la Clèment de luxe dai cerchioni in legno da 525 franchi che Jarry comprò senza mai pagarla), la tenda sbrindellata, i bidoni azzurri di “indifferenziata”, gli sci gialli che mai videro neve, il “senso unico” verso l’alto, i secchi di ferro di diverse misure come teste rotanti superespressive…
Quasi tutto viene fatto muovere come una macchina per esplorare il tempo (morto), tra fragori di latta uccisa al posto della musica, e parole senza controllo, come dislessiche, ma chiarissime nell’esprimere la più esilarante grottesca e feroce satira. Certo, non uno spettacolo che si potesse prevedere. Ma alla fine dovremmo saperne di più di Patafisica, “la scienza che studia le leggi che regolano le eccezioni”. E la stupefacente impresa di raccontare in maniera patafisica la storia di UBU Re, ci ha convinto ancor più di quanto gli uomini siano disposti a ingannare e farsi sottomettere. Quasi senza eccezioni, Merdre!

Pier Giorgio Camaioni


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