lunedì 14 settembre 2020

Tanta di quella Forza Pubblica...


Tanta di quella Forza Pubblica da mandarci tutti all’OSPEDALE

     San Benedetto, Rotonda Giorgini, sabato 12 settembre, ore 18,30 circa: sul palco, una sparuta rappresentanza ibrida di Candidati Regionali; in basso - distanziato a casaccio e avaro di mascherine - il “folto pubblico” (forse così ai giornali è stato ordinato di dire e così dicono) di un’ottantina di anime, tra precettati, inconsapevoli passanti e cotti turisti.  
Per accattare voti si dibatte di OSPEDALI (urca!): dei due “vecchi” (Ascoli Piceno, San Benedetto) e dell’ipotetico “nuovo” (a Centobuchi? a Pagliare? sulla costa ‘ndo cojo cojo? magari su ruote per spostarlo dove si vuole?) che quasi nessuno dei colti oratori - disorientati anche dalle sonore fischiate - dice con chiarezza di volere ancora, ma fino a ieri eccome se lo volevano.

      Un prudente comizietto, insomma, modestissimo non solo nei numeri... Ma blindato da matti.
Sì perché impressionante ed eccessiva - sempre che non fosse una mascherata teatrale con comparse ben truccate e addestrate - è la cornice di Forze dell’Ordine parcheggiate ai bordi della Rotonda, schierate in minacciosa evidenza, armate fino ai denti che nemmeno la temibile Gendarmerie di Macron contro les gilets jaunes.
Polizia, Carabinieri, Finanza, Guardia Costiera, Vigili urbani… e poi, va da sé, i “protettori civili” dalle divise fluorescenti taglia 4XL, non mancano mai.

     Hanno tutti il cipiglio da grandi grossi e cattivi, ti guardano, ti osservano, ti soppesano. Gente anche venuta da fuori in trasferta, poi piangono che non hanno i soldi per la benzina. Perfino 2 potenti furgoni blindati, con reti di ferro alle finestre, da riempire di gente menata e ammanettata.
      Quando s’alzano i fischi drizzano le orecchie, quando serpeggiano i mormorii fanno un passo avanti buttando la sigaretta: pronti e scattanti (si fa per dire). Se comandati a cazzo, interverrebbero anche con le cattive - mica sono venuti a fare le belle statuine - per mandarci tutti all’Ospedale, cioè ai 2 Ospedali che ci sono, buoni e dignitosi pur se cronicamente in affanno nei Pronto Soccorso, si sa.

          Per questo i nostri politici vorrebbero un nuovo Ospedale? O piatto ricco mi ci ficco? La seconda.
 


PGC - 13 settembre 2020

Immagine a puro scopo illustrativo

lunedì 7 settembre 2020

Un altro MAGRITTE a RIPATRANSONE


         Il primo Magritte-cappello di agosto si era improvvisamente volatilizzato  -  un colpo di vento, o era stato rubato - ma è subito arrivato il Figlio, che si è sistemato sullo stesso alberello del Padre. All’ingresso del Duomo. Anche lui non in bombetta ma con un informale “panama” - marchigiano? - abbastanza vissuto, poco elegante per quel nastro bicolore proprio stonato, e pure un po’ spavaldo per l’assetto troppo sulle ventitré. Ma l’importante è che Ripa non sia rimasta senza un Magritte, accontentiamoci.

         Il parroco ancora non se ne cura (forse sta cercando un bravo regista per filmarlo), mentre i tiepidi “messaroli” già si sono abituati a questa abusiva presenza davanti alla loro casa, al massimo gli buttano sguardi compassionevoli senza fargli la carità. In compenso, il nostro “figlio di Magritte” riscuote grande successo tra i testardi turisti che finalmente hanno qualcosa da fotografare, e anche tra gli sfatti ciclisti prima dello svenimento, che lo prendono per una Visione anche se non mistica; alcuni maturi olandesoni arancione col bel logo stilizzato 076 sulle magliette, dopo svariate birre, quasi volevano portarselo al museo di Amsterdam per piazzarlo vicino alla “Pipa che non è una pipa”… 


         In questi tempi di volo basso, lo puntano con sguardo avido perfino i Candidati Consiglieri alla Regione che negli orari giusti pattugliano la piazza in formazione compatta, indecisi se stendergli il santino col nome e la foto: bisognerà dirglielo, a questi, che il saggio Magritte non vota…
Ma soprattutto diverte da matti i bambini,che anzi lo amano: titubanti gli s’avvicinano, lo sfiorano, lo accarezzano, ci parlano! e ridono ridono…

Mi sa che gli unici successi dell’estate ripana sono questi due Magritte-di-Chiesa: Padre e Figlio.
Saremo famosi.



PGC - 7 settembre 2020


venerdì 4 settembre 2020

Philippe Daverio inascoltato a San Benedetto


    Saremo stati più di 500 all’Auditorium comunale di San Benedetto, anche in piedi, il 18 giugno di 10 anni fa ad ascoltare la “Lectio Magistralis” di Philippe Daverio. Pubblico vario delle grandi occasioni. Tra gli immancabili sfaccendati attirati solo dal nome illustre, c’erano anche fior di amministratori, politici, tecnici, professori, intellettuali, professionisti… oltre a una sparuta rappresentanza di architetti in erba della facoltà di Ascoli organizzatrice dell’evento.

      Daverio, al solito, fu splendido. Ma letteralmente ci bastonò, ce ne disse di tutti i colori, di come avevamo ridotto il nostro bel territorio, l’ambiente, le case, le strade, i luoghi pubblici, gli alberghi… “L’architettura qui non esiste”. Ci diede tutti voti negativi, più che negativi. Bocciatura solenne. Abbiamo applaudito sorridenti.

      Il giorno dopo relazionai intitolando “Che è successo a San Benedetto?”, le precise parole di Daverio.*
      Adesso Philippe Daverio ci ha lasciato. [Se ne vanno i migliori, i peggiori restano. Anche nel suo campo]
Noi oggi guardiamoci intorno e ammettiamolo: Daverio qui è passato invano, non l’abbiamo né ascoltato né capito.
     
      Siamo perfino peggiorati, di brutto. Altro che Passepartout.

PGC - 3 settembre 2020         


***

* “Che è successo a San Benedetto?”

*BID  Biennale Int. del Design   PHILIPPE DAVERIO: Conferenza   18. 6.10 h 17.30   Auditorium S. Benedetto Tr.


       Non gli perdono, almeno io, l’ora di ritardo [mi dicono che Daverio c’è abituato, ad arrivare ore dopo]: se non altro perché, costringendomi nell’attesa a ri­-osservare automaticamente l’architettura del posto, ancor più m’irrito e mi deprimo. E qua parlano di Design...
Né mi consolo quando lui quasi subito, ad inizio conferenza ci mette il carico stroncando l’estetica del nostro relativamente nuovo Palazzo di Giustizia. Per nostra/sua sfortuna c’è passato davanti poco prima d’arrivar qui. Inizia così, con un violento e raffinatissimo affondo contro la nostrana urbanistica fluida - “dove è caduta è caduta” - senza grammatica, in piena rottura di linguaggio nel suo rapporto col paesaggio.
 

       “Che è successo a San Benedetto? ” se ne esce accorato, dopo 5 ore di  macchina da Firenze.
 E’ vero che la Toscana l’hanno troppo e leziosamente ricostruita che pare finita ieri sera, ma un po’ di cipressi ancora resistono. E’ vero che l’Umbria l’hanno saccheggiata a colpi di voluttuosi Bed & Breakfast e di spaventosi Centri Commerciali, ma le Marche almeno all’interno sembravano un po’ salvarsi, con alcuni passaggi esaltanti, tra colline parallele e spontanee, inseminate di non troppe case simil-coloniche rimesse a posto con sufficiente garbo e rispetto. Quasi come certo sud della Francia o certe lande tra Svizzera Austria e Baviera. Dai guai della moderna trasformazione post-bellica Daverio, dell’Europa, salva poco, pochissimo dell’Italia. Forse esagera. Certo non salva nulla di qua, della Riviera. E a ragione.

       Dovrebbe parlare di Design, Daverio. Ma come se ne può parlare, se prima non si rimette mano al paesaggio, riordinandolo - “il paesaggio non è Dio, ma l’Uomo” - e non se ne riscoprono con umiltà la Grammatica e la Poesia?  E’ una serissima questione sanitaria. Vivendo nel degrado visivo (oltre che sociale, politico, economico ecc.), magari tra mobili Aiazzone o, peggio, tra specchi e arredi finto-Luigi14, non puoi né pensare né concepire il bello. Ti abitui al brutto, cosa che col bello non succede:  al bello non ci s’abitua, al brutto sì. E pure senza dolore.
Quindi, prima devi togliere le brutture, “magari col tritolo”. Solo dopo puoi riprogettare e ridisegnare, ma ricorda: la creatività si forma sul linguaggio, il linguaggio sulla grammatica.
Il Design viene dopo, è altra cosa. E’capacità di progetto sano e semplice che affonda sì nel talento, ma che oggi necessita anche di tecnologia, di comunicazione efficace, di ricerca… e di mercato. E poi basta con questo fallimentare Capitalismo da Concessione, si passi al Capitalismo Competitivo, si superino le vetuste contraddizioni tra Industria e Artigianato.

      Per compiere in fretta (non c’è più tempo!) tutto questo processo serve una RIVOLUZIONE . Punto.

      Certo che si può fare. Oggi, nel pianeta, noi-Italia siamo una micronicchia, che per risorgere ha bisogno “solo” di un’altra micronicchia. L’1% che cerca un altro 1%. Non serve conquistare la Cina. Ma dobbiamo essere rigorosi, concentrati, implacabili, fino - magari fosse - alla confisca dei beni dei colpevoli (che conosciamo e sono tra noi) del massacro architettonico, ambientale, abitativo ecc. Cambiar registro.

      Dopo Cesare Augusto, dopo Cosimo il Vecchio, ci può essere una 3ª volta in cui noi italiani (Daverio non lo è, lui è mezzo francese, per forza ama poco Dante Tasso e Leopardi, ma poi non ci credo, a lui piace giocare e provocare, ma che classe…), dalla formidabile e unica eredità culturale, ci riprendiamo la posizione di leader per campare meglio di adesso e meglio degli altri, che hanno altri DNA.

       Grande Daverio…davvero. Doveva parlare di Design e ha parlato invece di Grammatica e di Linguaggio. Non di Poesia, non di Arte. Ha parlato di vita, di politica. No alla Repubblica Presidenziale e SI alla “Rivoluzione”. NO al capitalismo da concessione e SI a quello da competizione. SI all’Eredità Culturale e NO al Bene Culturale. SI al Museo di città diffusa, vivo, con strumenti che suonano e non mummificati (S. Cristina di Bologna), NO a Biennali imbarazzanti o a Maxxi di malefiche quanto furbe archistar…

       Quanti PASSEPARTOUT, per guarire i guai. Poi ci sarebbe il Design, si capisce. Ma è un’altra storia.


PGC - 19 giugno 2010




domenica 23 agosto 2020

Ognuno ha il MURO che merita


        Cosa non si fa per coccolarsi un muro littorio del ventennio, se per molti è un muro maestro!


        All’ex stadio Ballarin di San Benedetto, per esempio, prima di far qualcosa per finalmente rivitalizzare - reinventandola - l’intera area, si buttano con fascistica rapidità qualcosa come 250.000 euro per ripristinare le vestigia (si fa per dire) di uno spezzone di muro definito littorio - ma di normalissimi vecchi mattoni - che ne delimita(va) il lato ovest.
Ovviamente con la complicità della Soprintendenza Regionale (e locale), che non si sa se è più ignorante o nostalgica.

Dopo la cura da cavallo, questo muraccio disadorno e cadente, senza alcun pregio né storico né artistico né architettonico (né sportivo), è diventato un’assurdamente attraente ma inutile stecca bianca lunga circa 100 metri, con solo qualche inserto in mattoni (quelli littorii, dell’epoca) talmente ripuliti che sembrano nuovi o lavati con Ace. Parlino le foto. E parli pure la scanzonata vignetta che ne prefigura l’imminente inaugurazione: il destrorso sindaco che dopo essersi arrampicato su una scala volante ci cammina sopra - forbici in resta, con sprezzo del pericolo - mentre sotto di lui la Soprintendente applaude commossa, quattro musicanti in grande uniforme e stendardo percorrono la via Morosini, e le Frecce Tricolori passano a volo radente sulle sterpaglie da steppa kazaka del desolato Ballarin.


        Questo nostro non orgoglioso muro-del-pianto, si dice, costituirà il muro divisorio delle due carreggiate di via Morosini. A mo’ di guard-rail: geniale. Ma prima, lungo, bianco e liscio com’è, diventerà anche irresistibile calamita per i nostrani incoercibili imbratta-muri sempre in gara con Banksy.
Anzi non è escluso che a Banksy in persona gli giri di farci un blitz in incognito, giacchè è in mostra qua a Ferrara fino al 27 settembre. Intanto avvisiamolo, e suggeriamogli come tema il fascismo sambenedettese…


  PGC - 23 agosto 2020




lunedì 17 agosto 2020

Il Cinema è in debito

ZéRO de CONDUITE
Il Cinema è in debito



       
Lo è con Gabriele Brancatelli, che lo ha amato dedicandogli tutta la vita, senza esserne corrisposto: il Cinema si è fatto pagare, selezionare, catalogare, vendere, affittare, ovviamente guardare. Niente più di questo, e Gabriele, senza troppo darlo a vedere ne era dispiaciuto e deluso: perchè di questa sua passione aveva fatto un lavoro, la sua videoteca “Night and Day” al centro di San Benedetto era sempre la più fornita di film, attuali e d’antan, appena usciti o introvabili e rari.

Anche quando il Cinema cominciava a decadere a colpi di mode e di tecnologia, di televisioni, di devianze commerciali e di mattanze di sale cinematografiche, il Gàbri restava incrollabile punto di riferimento.
Si era fatto i “suoi” personali cataloghi con i Registri Buffetti, il “suo” archivio con le putrelle di ferro di Malavolta, aveva le sue collezioni, le sue rarità. Di Cinema sapeva tutto, era lui l’enciclopedia, altro che internet.  Aveva tutto in testa. E sapeva raccontartelo, il Cinema: quel mondo in gran parte perduto di grandi registi, attori, poeti, teatranti, artisti, comparse, montatori, fotografi… quasi te li recitava uno ad uno. Con quel suo resistente slang morbidamente milanese ma simpatico, senza picchi di volume, con quel sorriso a volte preoccupato, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così
E anche con quei guizzi di cabaret, l’altra sua antica passione.


        A Milàn, infatti, se da bambino quasi di nascosto s’era nutrito nel cinemetto sotto casa di traballanti pellicole in bianco e nero o a colori slavati, da ragazzo era entrato per caso nell’orbita del cabaret primordiale delle taverne dei Navigli, o al Giambellino, e poi al “Derby”.
Conobbe bene quel mondo, e lo frequentò:  i Cochi-e-Renato, i Gaber, i Boldi e Teocoli, gli Andreasi, i Lauzi, gli Jannacci, i Patruno, gli Svampa… la Milano degli anni ’70/’80, Barbera e Champagne
Ancora fino all’altro ieri gli capitava di nominarli, questi personaggi, di cui tirava fuori le intimità, le anime, le debolezze, le passioni; Gabriele poteva essere uno di loro, ma la vita gira come le pare, e gli ha “lasciato” il Cinema.
Che non si è comportato bene, non l’ha aiutato nei momenti bui, non gli è stato amico.
Come quelli di noi che, adoperandosi per salvare il suo immenso patrimonio di cassette e DVD che per disgrazia sarebbe finito nella cassaforte di uno spietato creditore, durante la sottoscrizione pubblica durata mesi non hanno mai parlato di chi quel tesoro l’aveva creato, e nei comunicati Gabriele Brancatelli è divenuto semplicemente "un privato".

Dicono il suo nome solo adesso che è morto. 


E non basta: il ricordo istituzionale “dimentica”, in mezzo ai retorici svolazzi, di averne avvilito per anni la straordinaria competenza e la leale professionalità riducendolo a noleggiar cassette e dvd in due inadeguate anguste stanzette della Biblioteca Comunale, pomposamente definite “Mediateca Comunale”, con quel materiale prezioso e raro ammucchiato alla meno peggio.

E con la faccia contrita non trascura di ricordare che oggi “la collezione di Gabriele, un tesoro di oltre 10.000 titoli è proprietà dell’Associazione Blow up”.

“Zéro de conduite”, appunto.


PGC - 17 agosto 2020




domenica 16 agosto 2020

“LA VITA È UN CIRCO”…

Civitanova Danza 2020

Monica Casadei / Artemis Danza
I BISLACCHI
omaggio a Fellini
Teatro Rossini – Civitanova Marche
11 Agosto 2020   h 21.30



“LA VITA È UN CIRCO”…
 
        … Così diceva Fellini, ed oggi è la danza a farsi circense, nell’omaggio di una coreografia sapiente all’ineguagliato “poeta del cinema e del circo”.

         Si veste degli arabeschi della danza e dell’eleganza dei corpi quest’universo felliniano che il tessuto musicale - le armonie di Nino Rota - frammenta nel colorato esplodere di quadri in movimento. Narrazione in cui il reale, il fantastico, l’onirico convergono e paiono essere tutt’uno con quel circo che è la vita, di cui sembriamo noi stessi i clown, goffi o disinvolti, allegri o disperati. E zampilla d’irriverente ironia, la danza, trascolora dalla sensualità al dramma all’elegia, ricompone e ricrea scenari e atmosfere, figure e trame di intramontate favole felliniane.

        La “spudorata voglia di raccontare” da cui nasceva quel cinema si esalta nella lingua di una danza che di quella narrazione ricrea il barocco, la coralità, il vitalismo: quella visione del mondo, insomma, che in Fellini era soprattutto sguardo interiore. Ed ecco gli scampoli di storie sciorinati sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiati nei colori e nei suoni di un danzare fastoso che all’eleganza dei corpi unisce la talentuosa espressività di mimi dei sei danzatori.

       Qui sentiamo che è forse, la danza, la forma di ricomposizione del pianeta felliniano che meglio si avvicina - nella leggerezza, nella poesia, nella visionaria creatività - all’immaginario geniale del regista, a quella sua certezza che se anche “siamo fatti della sostanza di cui son fatti sogni”, è pur vero che “ È una festa, la vita ” come dice Guido/Snaporaz in Fellini 8⅟₂ .
        Di quella “festa”, il circo è componente centrale. “Presepi alla rovescia”, i circhi, arabeschi di meraviglie e sarabanda di “bislacchi”: creature stravaganti, artisti improbabili, donne bellissime e maghi. E di clowns, soprattutto - emblema della duplicità della natura umana - che l’immaginario felliniano tramuta in arte e incolla indelebili al cuore di ognuno: come l’elegia del “minicirco zingaresco” di Gelsomina, di Zampanò, del Matto, di quegli universi di solitudini e di silenzio che la grazia della danza disegna e sublima.
     Con la stessa forza evocativa delle sensuali atmosfere della prima parte, i danzatori si fanno clowns, e mimi e macchiette straordinarie, per disegnare un buffo anarchico colorato microcosmo di caos apparente che la rigorosa tecnica di ogni singolo movimento riesce a far sembrare gioco facile e scanzonato. 

        Non solo un magnifico spettacolo: anche affettuoso, colto, trascinante omaggio di artisti all’artista che ha attraversato la nostra storia con la leggerezza dei geni, l’umorismo sottile e  la bonomia dei grandi; che nel suo “sciamanesimo misterioso” - così lo definisce Andrea Zanzotto - ci ricorda ancora che ogni sogno è possibile. Come quello di ricominciare da qui, dalla entusiasta, contagiosa (ops), professionale caparbietà dei danzatori, dalla tenace resistenza di questo teatro-a-metà, al 50% - forse ancor meno - dei posti .

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Debbo fare una confessione imbarazzante”, amava dire Fellini: “Io sul circo non so niente; mi sento l’ultimo al mondo a poterne parlare con conoscenza di storia, di fatti, di notizie. E, d’altra parte, perché no? Anche se non so niente, io so tutto del circo, dei suoi ripostigli, delle luci, degli odori e anche degli aspetti della sua vita più segreta. Lo so, l’ho sempre saputo. Fin dalla prima volta si è manifestata subito una totale adesione a quel frastuono, a quelle musiche assordanti, a quelle apparizioni inquietanti, a quelle minacce di morte
      [Claudio Monti, “Fellini, il mondo visto con gli occhi del clown”, 2011]

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Sara Di Giuseppe - 15 agosto 2020
 


 Le immagini presenti nell'articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo
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giovedì 13 agosto 2020

“Questo non è un cappello”


[MAGRITTE a Ripatransone]

      Quest’evento si son dimenticati di sbandierarlo, ma l’inafferrabile Magritte è con noi. Tutti già lo ammirano con sguardi interrogativi e lieti, da circa una settimana si è insediato proprio all’ingresso del Duomo, su un basso alberello senza storia. Dati i tempi, invece della elegantissima bombetta, ha però adoperato un più disinvolto cappello “estivo”, forse made in Italy (in quel di Montappone), o forse in China…


      I visitatori, a frotte, fanno mille congetture. Di chi sarà mai?...

-         di un turista frastornato dalle bellezze di Ripa?

-         di un fedele convinto, confusosi nell’indossare la mascherina?

-         di un infedele pentito?

-         di un contadino alla ricerca del Museo della Civiltà Contadina?

-         di un “passeggiatore solitario” in vena di surrealismo?

-         di un enigmatico pensatore che voleva grattarsi la testa in libertà?

-         di un malinconico cliente del Bar Centrale che cercava un bistrot?

-         di un poeta-filosofo stregato dai tramonti di Ripa dietro al Duomo?

-         di un disperato candidato alla Regione entrato a pregare?

-         o è solo il “cappello di paglia di Firenze” di Narciso Parigi*?

      Mistero. Però l’alberello sotto al cappello sorride, sta diventando famoso…


      Mentre Ripa, con i suoi musei quasi sempre chiusi, è come se si ritrovasse gratis un museo all’aperto sempre aperto, con un unico pezzo pregiato, un simil-Magritte!  Un gustoso paradosso (surrealista) da diventar famosi.


Pensaci parroco, prima di mandare il “nostro” cappello all’Ufficio Oggetti Smarriti.


* https://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%20%3Chttps://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%3E

PGC - 13 agosto 2020


martedì 11 agosto 2020

VOTARE IN CHIESA


     A settembre dove andremo (dove andrete) a votare?           

     Se non si potranno utilizzare le scuole, per i noti motivi, dove allestiranno i seggi? Mica è facile trovare migliaia di sedi alternative “giuste”. Infatti tutti le cercano, pochi o nessuno le trovano. I sindaci stanno impazzendo.    
       
     Invece è facile: utilizziamo le chiese.             

     Sono dappertutto, sono spaziose (hanno pure i banchi, come le scuole). Tutti sanno come andarci. Se vanno bene per messe, matrimoni e funerali, andranno bene pure per votare. “Sono a norma”. Istruzioni facilissime: il tuo seggio è la chiesa di San Francesco, o di San Giuseppe, o della Madonna della Marina, di Santa Chiara, del Duomo, di Santa Rita, dei Frati… 

Raccomandazioni (oltre al distanziamento e alla mascherina): oggi vietato pregare e vietato cantare, come anche inginocchiarsi davanti al candidato, che ovviamente non dovrà fare “prediche”, neanche fuori della chiesa.           

     ZAC, votare in chiesa! Magari ti viene l’ispirazione… e prendi i voti.           

     Votate Fratres! ____________    Quasi quasi…               


PGC - 10 agosto 2020


mercoledì 5 agosto 2020

“Amleto non si farà”

Autoctophonia Festival 2020
Memorial Leonardo Alecci


A cura di
TEATRLABORATORIUMAIKOT27
con
Vincenzo Di Bonaventura
Loredana Maxia
Patrizia Sciarroni

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“Amleto non si farà”
Prova aperta per:
NON SVEGLIATE LA SIGNORA
(NE RÉVEILLEZ PAS MADAME)
di
Jean Anouilh

San Benedetto T. -  Paese Alto       1 Agosto 2020  h21.30




        Ha viaggiato ancora, il carro di Tespi e inerpicatosi fino al Paese Alto ha salito le antiche scale di casa Di Bonaventura – oggi casa/teatro “AOIDOS” – per regalarci con Vincenzo, Loredana, Patrizia, (e Toffee, che scondinzola consapevole) questa ri-scrittura scenica della pièce di Anouilh,  “Ne réveillez pas madame”, in prova aperta.

        Le pareti di pietra, le massicce travi al soffitto che per curiosa avventura non divennero ferroviarie traversine, le nodose panche di legno sudamericano pensate per antri ciclopici, il leggio di legno come di Barbalbero della foresta di Tolkien, gli oggetti di scena accumulati da scene trascorse come in un museo: è il wonderland che accoglie gli amici spettatori per un’immersione nel teatro totale (“La teatralità esige la totalità dell’esistenza” diceva Carmelo Bene).

      Qui è lo spazio quotidiano a farsi palcoscenico della pièce di Anouilh, dramma che mette in scena le prove  per l’allestimento del pirandelliano “L’amica delle mogli”.
Metateatro all’ennesima potenza (oltre che freudiano scavo giù per gli irrisolti garbugli dell’esistenza e del cuore umano), perchè a quelle prove il capocomico Julien Paluche sovrappone di continuo le altre, quelle del progetto dal quale è ossessionato: rappresentare un “Amleto” - che forse mai si farà  (“Amleto annoia tutti, a Parigi”) - del quale lo assilla soprattutto quell’Atto III, il confronto durissimo fra il principe e la regina sua madre… “Cessa dal torcerti le mani […] lascia che sia io invece a torcerti il cuore” - in quella scena che è “la più serrata, la più forte di tutti i tempi”: Hai commesso una tale azione che sconcia la grazia e il rossore della modestia…[…] Il volto stesso del cielo arrossisce
      
        Tradito dalla madre che ha sposato l’indegno fratello del marito morto (Ma non andare nel letto di mio zio. Simula la virtù, se pur non l’hai), l’amore-odio di Amleto ossessiona l’inconscio di Julien: vi ritrova, di sé, l’inquieto legame con la madre che egli è incapace di vedere anche come donna; perché “restiamo bambini - dice Vincenzo - e vorremmo che le madri restassero tali, che non fossero donne”.
Ex attrice, lei, frivola irriducibile farfalla anche dopo la morte del marito, che ha avuto molti uomini, che ha amato sempre teneramente quel suo bambino Julien mai davvero cresciuto, il quale la odia e la ama e ne ha bisogno anche ora che è adulto.

        Ideale perfetto e irraggiungibile è, nel dramma che dovrà andare in scena, anche l’altra donna, quella Marta pirandelliana -  “L’amica delle mogli” – che è figura altissima, simulacro femminile perfetto e irraggiungibile - “Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciati sfuggire! - tanto da aver bisogno il protagonista, l’infelice Francesco Venzi, di “pensarla cattiva, perché io l’amo”: e il sentimento ambiguo che da lei inconsapevole si origina è al tempo stesso il reagente che svela le profondità più inquietanti dell’Io.

        Ed è la memoria di Julien, o forse il sogno, ad evocare sulla scena quella sua madre ingombrante e fatua, come fissata su una lontana pellicola - “mamma, anche tu sei rimasta una bambina…” - che al figlio chiede di farle recitare ancora una parte, “sono ancora una donna, un po’ civetta, ho l’età per fare parti da madre, sono famosa…”. Che gli chiede perfino una parte per un suo giovane protetto, è l’ultimo uomo della mia vita, lo prometto; fa il macellaio, ha certe mani, da strangolatore… Che gli ricorda come, da bambino, stringeva forte il cuscino di lei quando lei non c’era. Che gli chiede soldi, e al rifiuto oppone l'esplosione di collera, “questo mio figlio è proprio un cretino!... ho lavorato con gente che fa del teatro, io, non avanguardia da quattro soldi!...”.

        Ciao mamma. Mi facevi sempre dire alla cameriera: soprattutto non svegliate la signora.
        Non ti sveglierò, mamma.

        Mia madre è morta stamattina… - lo dice sommesso, Julien, al regista e amico Fessard nella pausa delle prove, nessuno in teatro, loro due soltanto - …no, non dire niente, non c’è niente da dire… è rimasta là nel suo letto come una bambina… non sono stato molto buono con lei, ho esagerato… non è il caso di piangere… qui si può piangere solo Desdemona…
E’ rimasta là, mia madre. Anche lei ha fatto al meglio il suo tema, con un piede nel dovere e un piede nel desiderio, zoppicante come tutti noi… Restano bambine, e noi vogliamo che restino sempre le nostre madri… Mamma, non ti sveglierò.

       “Spegni tutto, Tonton, Amleto non si farà. D’altronde, di Amleto si parla sempre e non si fa mai…”

        Hanno in comune l’assenza, i personaggi sulla scena e quelli che tutti siamo nella realtà, quel vuoto che si cerca di riempire senza riuscirci, quegli scompensi delle passioni, quella mancanza che ci fa essere tutta la vita alla ricerca del seno materno.
        Non resta che recitare… ”A fare sul serio si comincia qui la sera, con lo spettacolo. È l’unica salvezza che io ho, che do agli attori. Avrei voluto diventare uomo, e basta”, dice Julien.

        Mamma, non ti sveglierò. E Amleto non si farà.


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“Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data”


[P.P.Pasolini  Supplica a mia madre]



Sara Di Giuseppe - 4 agosto 2020