martedì 12 giugno 2018

Un Tesoro senza prezzo

       Il grande cruccio del nostro Paolo De Bernardin era quello di non sapere a chi consegnare quel suo Tesoro: dischi a migliaia, raccolti in decenni di amorevole ricerca, di ascolto, di studio e lavoro. Temeva, a ragione, che potesse andare irrimediabilmente disperso.

       Chi poteva capirne il grande valore storico e culturale?

       Chi avrebbe saputo catalogarlo e proteggerlo?

       Chi disponeva di spazi adeguati, da attrezzare non certo come un museo?

       Chi avrebbe coraggiosamente investito e disinteressatamente offerto alla collettività il privilegio di assaporare dischi da tutto il mondo, selezionatissimi, e certamente rari o introvabili?

       Chi credeva realmente nella musica fatta non solo di Classica o di canzonette?
     
       Chi, incitato da una passione infinita come la sua (quasi una malattia), avrebbe continuato la ricerca, arricchito e incrementato questo Tesoro?

       Degli amici che lo ascoltavano, qualcuno gli dava vaghi consigli, qualcuno gli diceva brutalmente di vendere, qualcuno sminuiva la sua preoccupazione, qualcuno tirava via, gli diceva di non pensarci, per scaramanzia 

       Così Paolo, quasi da solo, non poteva che percorrere le solite strade: Istituzioni, Comuni, Banche, Fondazioni, Teatri, Conservatori, Istituti Musicali, Editori, collezionisti sensibili e affidabili (non famelici e spietati) Ma nessuno ha capito il regalo che gli si proponeva. Finchè, laltro giorno, a Paolo è scaduto il tempo.

       Ora il suo Tesoro indivisibile e senza prezzo è in pericolo.

       Gli amici, che non seppero o non vollero aiutarlo a trovar soluzioni, vigilino - almeno adesso - sulle mani adunche e ignoranti sempre in agguato.



PGC - 11 giugno 2018


domenica 10 giugno 2018

Giù il sipario

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 L Mal de Fiori di Carmelo Bene

 di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

 Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
7 giugno 2018 h21.15


Giù il sipario


Delle mie ceneri fate quello che volete, ci dicesti, magari una bella crostata per colazione
(G. Dotto,  Elogio di Carmelo Bene,  2012)



        Il sipario scende il 16 marzo del 2002 sulla vita di Carmelo Bene: vegliato dal miagolio dei gatti, la mano - la mano stanca di un gigante - in quella dellamico fraterno e biografo Giancarlo Dotto. Che ricorda come il proprio funerale Carmelo volesse celebrarlo da vivo, al sessantesimo compleanno - nel 97 - vestito di bianco. Una cerimonia che non si fece mai perché nel frattempo sei morto e da morto il funerale non aveva più senso farlo.

      Un altro ideale sipario si alza stasera per noi, sullo spazio scenico dal quale Di Bonaventura sapientemente riannoda i fili esistenziali e artistici di un Carmelo Bene oggi più che mai vivo. 

       E non è più soltanto Recital, questo addentrarsi nel sontuoso Labirinto orfano del Minotauro che è il poema L mal de fiori. Poiché lattore vi aggiunge la ricchezza dellamicale conversare che precede e conclude, contenitore di narrazioni che trattengono noi suo pubblico avvinti e incuranti dellora: gettano un cono di luce sul versificare spesso arduo; illuminano larchitettura di un linguaggio poetico fastoso che produce incanto; ricreano i fotogrammi di unepoca che vide incrociarsi, in tempo e spazio brevi, ingegni e vite dalla luminosità di comete. 

       Incalzanti sequenze narrative in cui intravvediamo Albert Camus incontrato a Parigi che deluso dagli interpreti del suo Caligola, gliene cede i diritti purché sia lui, Carmelo ventiduenne, a interpretarne il protagonista e in cambio vuole solo una poltrona in prima fila; lesordio con un parterre de roi in teatro, e un po dopo il padre che lo seda e lo fa rinchiudere una quindicina di giorni in manicomio, come si usava allepoca (fu anche lesperienza di Campana, poeta amatissimo, la cui musicalità si ritrova nei versi beniani); e il Teatro Laboratorio da 26 posti in unex falegnameria a Trastevere, cortile al n.23 di San Cosimato (subito pensiamo allaffettuoso TheatrLaboratorium Aikot da 27 posti di Di Bonaventura!); e i Moravia, Pasolini, Morante, Visconti, Flaiano ecc. che vanno a vederlo in scena; il rapporto complesso col grande Eduardo; e poi il successo anche di pubblico; e lassoluto capolavoro di quel Bene! Quattro modi diversi di morire in versi: Majakovskij Blok Esènin Pasternak; quella Lectura Dantis nell 81 dalla Torre degli Asinelli a Bologna per lanniversario della strage e in duecentomila ad ascoltarlo, una sera di caldo scirocco in cui lartista chiedo scusa per il vento, dice alla fine.

         E le ardite manipolazioni (le chiamava variazioni) dei sacri classici teatrali; le costanti invettive contro la critica militante e i giornalisti ignoranti (li vedesse oggi), contro quel Ministero dello Spettacolo che chiamava lo spettacolo del ministero; e tutto si perdonava a quel guru intellettuale che era, indomito sperimentatore, vulcanica avanguardia della ricerca teatrale contemporanea, che sarà poi acclamato Poeta dellImpossibile dalla milanese Fondazione Schlesinger creata da Eugenio Montale. 

       Balenano, tra colloquio e aneddotica, i pilastri della poetica beniana e della sua visione di teatro: che fu  lotta contro il naturalismo e la drammaturgia borghese, contro il teatro di testo e limmedesimazione dellattore in un ruolo, a favore di un teatro del soggetto-attore, macchina attoriale (così definiva se stesso) in cui lattore sia Artifex, artefice di tutto come lui, autore regista attore scenografo costumista - e teatro egli stesso, hic et nunc. E limpareggiata sua ricerca intorno alla phoné, sistema unico che nella visone di Bene comprende, inscindibilmente insieme, voce attoriale cavità orale, corde vocali, contrazione diaframmatiche - e macchina, quindi amplificazione, equalizzazione ecc.

       La lezione di Bene sullarte attoriale rivive oggi nellattore-solista che dal leggio - sua personalissima Cava Rossa - alterna i versi stroboscopici de L Mal de Fiori a stralci della biografia in forma dintervista: felice regia che scolpisce in altorilievo la statura di un vero artista-veggente (come è stato definito), lultimo forse in cui vita arte opere si saldano in rapporto osmotico e fecondo. 

       Specialissimo il tessuto sonoro - virtuoso duo di fisarmonicisti finlandesi - che dal poderoso impianto acustico colora il verso e ne estrae la potenza. E se anche la voce-orchestra di Bene non è qui, Vincenzo magicamente ricostituisce quella che Dotto chiamalalleanza tra lelemento musicale e cantato con lelemento vocale inventato, creato, reso necessario (in Vita di Carmelo Bene, 1998).

      Ne L Mal de Fiori è loralità che si fa scrittura (il morto orale che è lo scritto) e il poema ricava la sua musica dal formidabile apparato di soluzioni espressive, crogiuolo di arcaismi, idioletti, neologismi, francesismi, ispanismi ecc. Vero mosaico plurilinguistico - lo chiama Sergio Fava nella sua presentazione - ipnotico magma in cui la voce Voce mia tua chissà   esprime lassenza, il vuoto delle cose mancate. 

    È L Mal de Fiori infatti, poema della nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento (Noi non ci apparteniamo. E l mal de fiori / Tutto sfiorisce in questo andar chè star / inavvenir ) e della loro assordante assenza; è liturgia dellaltrove e coscienza dellimpossibilità di collocare la vita nel tempo, perché Nel sogno che non sai che ti sognare / tutto è passato senza incominciare e scrive il poeta nellauto-intervista - il passato è niente anche laddove silluse a essere presente.

        Così il corpo materiale, il traumato soma che ci imprigiona, vive in una sorta di dormiveglia la nostalgia della non-vita (Ciò che mi ossessiona da sempre è la nostalgia dellinorganico), del tempo prima dei fiori. E assenza e mancanza anche lamore, dialogo impossibile, distanza totale che il poeta viviseziona e spietatamente degrada in fisicità esasperata e grottesca, che sovverte ogni idea di amor cortese nel momento in cui ne ricalca le forme linguistiche di matrice provenzale.

       Nel paradosso esistenziale (Nessuno è autore di qualcosa. Siamo copie senza originale) in cui vaghiamo come naufraghi Tu che non sei che non sarai mai stata / il mal de fiori presso allo sfiorir / dolora in me nel vano chè lattesa / del mai più tornare anche il linguaggio altro non può essere che vani smarriti soffi rauchi versi / prescritti da un voler che non si sa disvoluto / e lunica conclusiva realtà è il nostro non appartenerci (Orrifica è lumana / scriventesi la specie).

    Non è solo lamico che ci manca, ma quella voce () che era la nostalgia di tutto ciò che abbiamo perduto senza avere mai avuto, scriveva Giancarlo Dotto. Ma quella voce chestrappava la pelle risuona ancora nel nostro tempo sfocato, e pur se non sapremo mai abbastanza di lui, sappiamo stasera che il nostro attore-solista ci ha restituite intatte, di quella voce e di quellarte, la vertigine e la bellezza.


Sara Di Giuseppe - 9 giugno 2018




lunedì 4 giugno 2018

Musica dello spirito dal nordico design

APP/ASCOLI PICENO PRESENT   
3° festival delle arti sceniche contemporanee

Omaggio ad ARVO PÄRT  direttore Marco Berrini

FORM ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA
VOCALIA CONSORT / VOX POETICA ENSEMBLE

ASCOLI PICENO
Chiesa di SantAndrea   
25 maggio 2018 H18.30


MUSICA DELLO SPIRITO DAL NORDICO DESIGN


        Fa caldo, nel disadorno contenitore di SantAndrea, muri severi e strappi daffreschi di antica bellezza, finestre irraggiungibili nate per restar chiuse; boccheggiamo tutti: i due cori direttore e orchestrali pigiati laggiù come tonni, e noi sulla rustica tribuna inclinata fatta col Meccano.

        Ci sarà subito chiaro che nè valsa la pena. QuestArvo Pärt, contemporaneo e vivente, la sua musica algoritmica tra il sacro lintimo lo spirituale e il mistico - trascendentale ma certo non sbrigativamente classificabile da chiesa come ben illustra nel programma Cristiano Veroli - questo algido estone, apre ben altre e non materiali finestre, che ci rinfrescano.

        Dalle quasi metafisiche, eppure mai criptiche sue composizioni ci balza incontro la vasta, complessa, e non solo musicale, cultura russo-baltica di quel nord-est europeo. Ed è immersione totale in aspetti di quella società di quel secondo novecento, pure con lesplorazione indotta - attraverso le caratteristiche e le atmosfere dei suoni - dellambiente, dellarchitettura e del design. 

        La musica di Pärt, fatta di suoni lunghi lunghissimi - sembrano prodigiosamente muoversi sul posto (sulla stessa nota) - incanta sì, perché con sapienza manovra le classiche o tradizionali tecniche compositive occidentali musica con radici, quindi ma più perché impercettibilmente se ne allontana, e ricerca altri spazi di manovra e di vita. 

       Composizioni come costruzioni di strutture acustiche ardite ma naturali, essenziali comprensibili e democratiche; dove bastano gli archi a fornire intensità e forza, e le voci dei cori a esprimere il sentimento [saggiunge di rado la campana]; dove la melodia, sempre un po nascosta, è una risultante matematica perfetta; dove la velocità non esiste perché non serve.

        Cè della statica in Pärt, come nel Funzionalismo e nel Costruttivismo russi. Ma di leggera elegante solidità, forgiata con quieta rassicurante fantasia. Architetture musicali che sollecitano il pensiero, danno intimità perfino religiosa, generano benessere, sicurezza, pace.

        I suoni non fuggono: sintersecano come rami o rimangono sul posto indispensabili e belli. Si curvano nel tempo, si stendono, quasi evaporano, vanno vengono ritornano come le nuvole di De André. Non finiscono.

        Evocano quelle coperture sinusoidali in legno chiaro ondulato che in certe opere pubbliche minimaliste nordiche (che non hanno bisogno di dichiararsi artistiche) attirano e conservano la luce senza mai annullarla: senza neanche un grammo di cemento, rasserenano lo spirito solo a guardarle, danno energia, fiducia.

        Arvo Pärt, nel suo spaziare dal Classicismo romantico al Jazz, forse è stato il primo ingegnere del suono, forse è stato il primo designer di musica.

 Pärt è parte di noi.


PGC - 31 maggio 2018


martedì 29 maggio 2018

"Terapia di poesia"

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

I FIORI DEL MALE di Charles Baudelaire

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
24 Maggio 2018  h21.15


Terapia di poesia

      Una nuova seduta terapeutica, quella di stasera con Di Bonaventura attore-solista-regista: è terapia di poesia e dovrebbe entrare nei protocolli farmacologici, se è vero che ne usciamo ogni volta con lâme calme et ravie, lanima calma e serena come gli umani convocati da Manitù nel baudelaireiano Le Calumet de Paix , La pipa della pace.

       Baudelaire e Les Fleurs du Mal: lattore ce ne mostra religiosamente lintrovabile edizione, gloriosa di decenni, curata niente meno che dallAuerbach. Quello di sempre il monumentale armamentario acustico, di sontuosa anzianità e austera imponenza; di nuovo cè il dispositivo che replica Vincenzo sullo schermo e lo renderà per noi  oggi - dice - un po più virtuale che reale

       Nella sua postazione che non è la Cava Rossa di Manitù - ma ugualmente dominando lo spazio, affiancato dallimmancabile djembè - lattore distilla dalla visionarietà poetica quella musica che può, essa sola, ricomporre le disarmonie delluniverso.

       Se il linguaggio poetico fa vedere le cose, facendosi vedere esso stesso (É.Benveniste), quello di Baudelaire è come nessun altro rivelatore di abissi umani (Gli abissi umani sono perlustrabili, fu detto per Dostoevskij); è discesa dentro di sè e dentro le pianure della Noia, profonde e deserte, ed è al contempo disperato slancio verso lalto, verso Cieli squarciati come pietre di greto. *

       Non per caso è con lapostrofe Al Lettore che si apre il Recital: Ogni giorno allInferno senza orrore, dun passo, attraverso mefitiche tenebre discendiamo (Egli ha nominato la morte, scrive di lui Y.Bonnefoy). Satana Trismegisto - il tre volte grande - regge i fili dei fantocci che siamo, si materializza nel Tedio, prende forma nellorrore e nellestasi del vivere, ossimoro eterno in cui il poeta riconosce nel lettore un fratello, Tu questo molle mostro conosci al par di me, / o ipocrita lettore, mio simile, fratello!

       È subito dopo che, per contrasto, lattore ci immerge dentro il respiro epico e umanissimo de Le Calumet de Paix - imité de Longfellow

Vi appare Manitù - Signore della vita, Divinità superba - che, col segnale di fumo lento e fragrante della pipa forgiata da un brandello di roccia, convoca alla sua presenza i popoli (O eredi miei, progenie diletta e pervertita, / figli miei, ascoltate la divina ragione). Stanco delle horribles guerres degli uomini, del loro farsi da cacciatori, assassini, e delle loro anime scisse, della loro preghiera che si fa maleficio, ordina ai suoi poveri figli - à ses pauvres enfants - di fumare insieme la pipa della pace, perché forte è solo chi unito e solidale visse (Et cest dans lunion quest votre force). 

È la stessa, utopica leopardiana social catena de La Ginestra, lunione nella franca virile consapevolezza del comun fato, del mal che ci fu dato in sorte

       Baudelaire è coscienza stessa del mondo moderno, testimone della sua scissione fra opposti che si attraggono - male e bene, bellezza e orrore, estasi e ripugnanza, assenza di Dio e ricerca del divino - e di questa ambivalenza epocale la poesia porta il segno nel solco di profonda malinconia, nel suo essere bifronte - Anatemi e osanna sono uneco che mille anfratti si rimandano - come lo è la situazione dellesistenza (Kierkegaard). 

       LArte, questo singhiozzo ardente che devo in evo avanza, è testimonianza di dignità - la più alta che luomo possa offrire (Cest vraiment, Seigneur, le méilleur témoignage) - e sublimazione dellunità infranta: è Delacroix affollato diniqui angeli, Goya incubo colmo darcani senza fine; Puget, mesto monarca di un bagno di forzati; ed è Leonardo, specchio scuro e profondo dove appaiono / angioli a incantarci, soavi; è Rubens, in cui la vita in fervidi palpiti si delizia; è Michelangelo (Michel-Ange) ove Titani / saccozzano con Cristi.

       Lartista crea mondi di bellezza, pur se la Bellezza è insieme infernale e divina, è redenzione e dolore; essa è armonia dei contrari Hai dentro agli occhi lalba e loccaso così come lAmore è voluttà e amarezza, nullaltro che un letto daghi, e la Poesia è incurabile passione che il Poeta paga con la follia.

        Quel libro atroce - così egli chiama Les Fleurs - è dunque a un tempo poesia del male e della coscienza infelice, poesia dellumana condizione, compianto per luomo figlio di un secolo avvilito, per lumanità che ha perduto ciò che non si ritrova più, passione per la vita e per luomo con le sue storture, con la sua grazia ammalata, con le sue impotenti aspirazioni, come scrisse dopo la morte di lui il poeta Théodore de Banville. 

       Così, nel Viaggio a Citera, il pays fameaux dans les chansons, dove il vascello approda come angelo ebbro di luce e di sole, su cui Venere ancora aleggia come un profuso aroma, ecco lisola svelarsi una pauvre terre, una magra riviera, mentre sullo sfondo, nera come un cipresso una forca a tre bracci, ecco, ci si rivela. E in quellallegoria si addensano lumana pietà del poeta - Ridicolo impiccato, tè vicino il mio cuore - e la coscienza dun dolore comune e irreparabile. 

       Forse è vero che la poesia cannibalizza il poeta, e Baudelaire brucia se stesso nellesperienza poetica: la sontuosa architettura dei versi (il passo inesorabile, e sempre desiderato, dellalessandrino categorica necessità dun metronomo scrive G.Bufalino) e insieme la ferocia distruttiva, la tragica coscienza del dolore e del male, sono il sacrificio di sé fatto alla poesia - la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione

Essi sono al tempo stesso la sua rivoluzione poetica - nasce qui la poesia moderna - e la sua eredità. 

      Forse ancora, da quella tomba a Montparnasse esala la preghiera ardente che al poeta ispirò limmacolato azzurro di Citera: Dammi forza bastante, Signore, che la carne / io possa e il cuore mio mirar senza vergogna!


      * Tutti i versi citati da Les Fleurs du Mal sono nella traduzione di Gesualdo Bufalino


Sara Di Giuseppe - 27 maggio 2018


venerdì 25 maggio 2018

“Fossa delle Marianne”

[ A cena con FRANCO PIRZIO ]

San Benedetto del Tronto - Cucina al porto/Grottino Dea 
22 maggio 2018


       Nonostante il diluvio di stasera, cè fra noi chi ha visto Franco elegantissimo, sempre arrivare con una delle sue bici coi freni a bacchetta: la Bianchi extralusso nera del 41, o forse era la Ganna da donna color sabbia, ultimamente non era molto agile

       Io giurerei invece di averlo visto parcheggiare a fatica la regale Bugatti blu (senza servosterzo) sotto le tettoie di piazza del Pescatore, e poi restarci a lungo seduto nellabitacolo scoperto, intorno era tutto un lago

       Ma cè anche chi lha visto al Molo-nord sbarcare dal piroscafo, quello con gli oblò delle cabine tutti accesi; altri, avventurosamente atterrare col biplano del Barone Rosso sul gibboso prato del Ballarin; altri, entrare in porto - ancora con una randa alzata - proveniente dalla "sua Croazia (o addirittura dall'Egeo) a bordo del Koala 39 degli amici Clara e Giancarlo Pennesi

       Sempre con quel suo implacabile socio inglese appiccicato - su questo siamo tutti concordi - quel mr. Parkinson che non lo mollava e lavrebbe seguito perfino appollaiato sulla canna della Bianchi.

       Con lamico Franco abbiamo cenato bene in questo suo locale, in allegra commozione. 

      Però verso la fine, mentre guardavamo (al buio, con gli occhi lucidi) i filmati degli ultimi corali incontri, lui si è alzato ed è sparito nella notte, dicendo che tornava giù nella Fossa delle Marianne a fare una quindicina di acquerelli da regalarci, approfittando di tutta quellacqua


PGC - 24 maggio 2018

Foto di Tullio Luciani - Raffaele Avigliano

domenica 13 maggio 2018

A suon di schiaffi

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 IL FUTURISMO

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
10 Maggio2018  h 21.15


A SUON DI SCHIAFFI 

        Ha bisogno di Futurismo il nostro oggi senza futuro, ha bisogno di essere rianimato a suon di schiaffi dalla rassegnazione, dal torpore, dal silenzioso nulla. E se anche non è più quel tempo e quelletà, e intellettuali di quella tempra non se ne fabbricano più, quelluomo carismatico, coraggioso e solare che fu Marinetti può ancora sgomentarci col suo visionario profetismo, e parlarci ancora, libero dalle infantili schematizzazioni e dalle insulse categorizzazioni della cultura ortodossa.

        Degno della nostra serata - davvero futurista - è il possente armamentario acustico che Di Bonaventura dal suo glorioso Teatro Aikot 27 ha radunato qui quasi per intero. 

        La ionizzazione musicale - lavanguardismo delle composizioni di Edgard Varèse qui dirette da Pierre Boulez - ne è la trama, massa sonora (così lo stesso Varèse) di suoni percussivi e inarmonici, di ritmi irregolari, caotici e modernissimi. Materia che scuote il teatro come sisma, e quasi precipitante dal magma primigenio si avviluppa alla voce solista e al tambureggiare del suo djembe, vi si mescola in esplosiva reazione chimica: potrebbe perfino futuristicamente svegliare dalla narcosi questa città assente in catalessi culturale, e i suoi insegnanti, i suoi studenti, i suoi giornalisti, e lindifferente annichilita satolla intelligentsiya. Di certo non i politici, così come notabili-imprenditori-bellagente: persi alla cultura, dallincrollabile loro latitanza non li riesumerebbero nemmeno le trombe del Giudizio.

        Vincenzo percorre la parabola futurista sulla traccia del Recital costruito in anni fecondi insieme con Giorgio Emiliani, Paolo Puppa e altri accademici dellAteneo veneziano. Ci osserva, dalle foto depoca sullo schermo, il gruppetto di austeri signori bassini e scuri in bombetta, vestiti con borghese decoro, come in gita alla Fiera di Milano. Difficile pensarli artefici della prima Avanguardia italiana (unico seme italiano nel vivaio delle avanguardie), ribellista e libertario movimento totale che abbracciò arte e vita, costume e malcostume, che sognò un mondo guidato dallArte ed ebbe in sorte la sfortunata e autodistruttiva era del regime fascista.

        Tiravano la vita coi denti - dice Vincenzo - e alcuni facevano più o meno la fame, ad eccezione di Marinetti, di famiglia benestante e di matrimonio danaroso. Eppure dalla vorticosa energia profusa nella vita e nellarte essi partoriscono un nuovo secolo (Bontempelli). 

        E se tutta la cultura del Novecento - letteratura, poesia, teatro, musica, arti figurative, moda, costume  - è loro debitrice, essi - pur se più "fortunati" dei Futuristi russi - sono troppo radicali innovatori per un paese tradizionalista (non certo per il resto del mondo) che li condanna ad una sorta di lunga damnatio memoriae (almeno fino agli anni 60).

        Perchè rivoluzionaria e dissacrante è la loro utopia (impensabile, nellitalietta pretigna di allora, e di oggi ancor peggio - vagheggiare, ad esempio, lo svaticanamento del paese) e loro bersaglio è linsensatezza degli assetti costituiti, da rifondare nei modi più radicali e spettacolari: dalla riformulazione di ogni aspetto dellarte e della cultura alla destrutturazione linguistica; dall’”assoluta originalità novatrice per la scrittura drammatica (Noi vogliamo che lArte drammatica non continui ad essere ciò che è oggi: un meschino prodotto industriale sottoposto al mercato dei divertimenti…”), al superamento dellarmonia musicale e delle sue leggi (LArte dei rumori di Luigi Russolo). 

        Ed è un pullulare di Manifesti che seguono quello marinettiano del 1909: manifesti della Pittura, della Cinematografia, del Teatro (Sintetico, Aereo, Visionico, Tattile, della Sorpresa, Magnetico, di Varietà), dellArchitettura, della Danza, della Musica; fino alle ricerche coreografiche e scenografiche di Depero e Balla (ideatori pure di un manifesto della Ricostruzione futurista dellUniverso).

        Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti così Marinetti narra la notte che vede la nascita del suo Manifesto () Andiamo dissio, andiamo, amici, partiamo! ( ) Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primiAngeli!...

        Ben oltre le puerili semplificazioni che parleranno di modernolatria e di adorazione della macchina, è piuttosto limpeto prometeico delluomo nuovo che esalta Marinetti e i suoi, e la Macchina non solo è metafora di ritmo e avvenire, ma: Per macchina, io intendo uscire da tutto ciò che è languore, chiaroscuro, fumoso, indeciso, mal riuscito ()  per rientrare nellordine, nella precisione; la volontà, lo stretto necessario, lessenziale, la sintesi.

        Da una macchina finita a ruote per aria in un fossato a Milano - per schivare due ciclisti - lo avevano in realtà tirato fuori, Marinetti, pochi mesi prima e lepisodio divenuto aneddoto entra di peso nel progetto rivoluzionario del Manifesto: luomo estratto infangato - cencio, sozzo e puzzolente (scrive) - dalla macchina capovoltasi per evitare due noiosi ciclisti - la tradizione decadente! - è luomo nuovo futurista che guarda trionfante la nuova era: Noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra.

        E Laeroplano di Ardengo Soffici è Mulinello di luce / () Crivello doro girandola di vetri venti e rumori ; Aldo Palazzeschi - teppista letterario - si diverte, dalla sua, a demistificare modi e forme poetiche tradizionali (Il poeta si diverte, / pazzamente / smisuratamente. Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire); a disarticolare la narrazione (lUomo di fumo nel Codice di Perelà) perché ne emerga quanto di insensato cè nei valori costituti; a immettere - col Manifesto del controdolore - unidea di vita in cui il riso, vera forza motrice delluniverso, è più profondo del pianto; a formulare con ironia una poesia antipoetica: unica possibilità di poesia che resta al mondo moderno è quella fatta con le parole del quotidiano, quella che mette in scena le ossessioni e le nevrosi della società urbana (La passeggiata: Andiamo? / Andiamo pure /() Grandi tumulti a Montecitorio / il Presidente pronunciò fiere parole. / tumulto a sinistra, tumulto a destra / () Luigi Cacace, / deposito di lampadine /() Giacinto Pupi, / tinozze e semicupi. Pasquale Bottega fu Pietro, /calzature. / Torniamo indietro? / Torniamo pure).

        Scuotere insomma lItalia a suon di schiaffi e dinamite (G.B Guerri ) è la missione dei Futuristi: ma il marinettiano Zang tumb tuuum è appena un urlo di italico candore, la cui portata rivoluzionaria sarà presto surclassata dal totalitarismo fascista e da un progetto politico che ne raccoglie solo gli aspetti superficiali e agli intellettuali assegna ben altro compito che la missione liberatoria dellindividuo da essi vagheggiato. 

        Ci credeva davvero - scrive, di Marinetti, G.B.Guerri -  e in questo suo sogno non cera niente di sbagliato. Era il sogno di un artista, non di un politico.  

        Un po di quella caffeina dEuropa, di quellimpeto rivoluzionario restituirebbe forse dignità e vita al nostro deserto presente: certo alcune particelle ne sono piovute qui oggi, grazie al nostro attore-solista e per noi laria intorno si è come ionizzata. Andiamo? / Andiamo pure.

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi son cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

(Aldo Palazzeschi, Lasciatemi divertire - Canzonetta)


Sara Di Giuseppe - 12 maggio 2018




domenica 6 maggio 2018

La triste storia del giullare del Castello de Arquata

Ho sempre sognato di viaggiare nel tempo e sono convinto che un giorno supereremo le barriere spazio-temporali e come nei film di fantascienza potremo spostarci nello scenario di varie epoche storiche. Uno dei miei desideri più reconditi è quello di trasferirmi nel medioevo e diventare un artista di quell'epoca. Mi sento un giullare, sognatore e fantasista sotto ogni centimetro della pelle. Sono quel genere di persona che non ha nulla e ha tutto. Che non vive per se stesso ma vive per gli altri. Che sogna storie ed immagini luminose e le racconta agli altri, a tutti coloro che hanno voglia di abbagliarsi e di sentirsi gli occhi lucidi. Ed eccomi proiettato ne lo Castello de Arquata nell'anno di Nostro Signore MCDXXVIII. Sono il buffone, il menestrello, il poeta di corte della Signora del maniero. Mi piace saltellare da uno sgabello ad una sedia, strimpellare il liuto e la ghironda con delicatezza, declinare versi amorosi, raccontare mille avventure di cavalieri e dame cortesi. Ogni stagione, ogni oggetto, ogni sensazione, ogni idea, è per me uno stimolo che si trasforma nella magia dello spettacolo. Quando vedo sorridere la mia Signora e la sua corte sono soddisfatto e mi sento realizzato. Ho imparato da solo ogni arte che potesse permettermi di agitare tutti i muscoli a scapito di un sorriso, semplicemente osservando e analizzando. A volte scendo nel Borgo cantando storie al fornaio la mattina presto, ai giovani bambini che giocano nella piazza, ai fraticelli del convento di San Francesco. Mi piace sentire la voce del popolo che corre di casa in casa : "arriva il cantastorie!" ed ogni volta è un'entrata trionfale. Con fatica e sudore sono entrato nel cuore dei miei Signori ed in quello del popolo. 
Una sera mentre tornavo al Castello da una serenata alla locanda di Borgo, la ripida strada in salita verso la Rocca mi parve diversa, più lunga, e intrapresi una scorciatoia. Avevo bevuto troppo e i passi erano incerti, forse anche per il freddo e la paura, e si bloccarono di colpo nel fango fetido quando vidi alcune fiammelle di torcia tremolare sotto la grata della gattabuia. Avvicinandomi presi posto dietro un grosso cerro e osservai uno spettacolo raccapricciante, proprio a fianco del muro a sud del maniero. Il corpo di un giovane pastore giaceva a terra sfracellato, il sangue colava sulle sue vesti lacere e si seccava mentre il viso impallidiva e gli occhi erano orribilmente sbarrati. Alzai lo sguardo verso i bastioni e vidi la mia Signora in compagnia delle guardie, aveva i capelli sciolti, scompigliati e sghignazzava con rabbia verso quel povero cadavere. Si girarono verso di me scorgendo la mia ombra tremolante sotto la luna piena, mi avevano visto, ero un testimone scomodo, e a quel punto scelsi di affidarmi all'unica cosa che mi riusciva bene. Essere un buffone. Saltai fuori dal nascondiglio con la calzamaglia stretta, incollata alla pelle coperta di sudore. Cominciai a strimpellare il liuto canticchiando una serenata, provando in tutti i modi a essere tranquillo, ma la voce tremante mi tradì e le guardie mi puntarono addosso le picche e le alabarde. Continuai il motivetto più a lungo che potei, cercando lo sguardo della Castellana, un suo gesto di pietà ma ella fece un cenno brusco con la mano e le guardie mi catturarono. In quell'istante compresi il mio destino, come una goccia d'inchiostro che cade sulla pergamena, rovinando il lavoro di ore e giorni, di tutta la vita. Il liuto mi scivolò dalle mani ed un brivido freddo mi invase la schiena. Il giorno dopo mi portarono nello stanzone della torre più alta, la Signora digrignava i denti. Cercai in tutti i modi di distrarla, con canzoni, balli, battute. La Castellana rimase immobile, spietata ed inflessibile. Poi finalmente mise una mano sulla mia spalla e ordinò alle guardie: "Giustiziatelo!". 
Allora mi arrivò all'improvviso una botta in testa tale da gettarmi al suolo in solo secondo, svenuto. E così eccomi qui. Il mento poggia su un ceppo di legno ed il collo è tenuto fermo da una corda che tira verso il basso. Al mio fianco sinistro un energumeno incappucciato tiene poggiata sulle spalle un'accetta dall'aspetto poco rassicurante e davanti ho tutta la piazza del Borgo di Arquata piena di gente. Nessuno può mancare quando qualcuno viene giustiziato. Osservo tutti i volti di coloro che sono qui per me, leggo i loro occhi, le loro labbra, ma non vedo pietà. Eppure a tutti loro ho lasciato qualcosa, nel bene o nel male. Finalmente ho la certezza di sapere da sempre il senso della mia vita. Questo lasciarà un'impronta. Forse non in tutto il contado, forse non nella storia di tutti, ma sicuramente nel cuore di chi ha voluto. Si perché tutti loro di me porteranno un ricordo, una poesia, una storia. La mia arte li ha avvolti in un abbraccio e così è stato per tutta la gente che ho incontrato. Ora si accorgono che non ho più paura e che li sto osservando con una certa commozione e rispondono al mio sguardo con leggeri cenni del capo, piccoli sorrisi, qualche lacrima. Smuovo leggermente la testa, faccio una pernacchia a tutti e intanto l'accetta cade pesante sul mio collo… grazie a Voi!

Il senso della vita è il desiderio di felicità. Il mio strumento per donarla è lo scrivere. 
Spero di trasmettervene un po'.

Vittorio Camacci - 5 maggio 2018


domenica 29 aprile 2018

La fragilità del Jazz

TOM HARRELL / Moving Picture

Tom Harrell  tromba/flicorno   
Danny Grissett  piano   
Ugonna Okegwo  contrabbasso   
Adam Cruz  batteria

Cotton Lab - Ascoli Piceno      
21 Aprile 2018  h 21,45


       Se uno non va ad un concerto di Tom Harrell non può capire quanto certo Jazz sia anche fragile, avendolo normalmente creduto solido, sicuro, spavaldo (oltre che snob). E non pare un caso che proprio questo sia il concerto conclusivo del 28° ciclo stagionale del Cotton Club/Cotton Lab, dopo che sul suo palcoscenico si sono succeduti   alcuni pure recidivi lungo gli anni e i decenni i nomi e le formazioni più reboanti del pianeta-jazz.

       A noi che religiosamente li ascoltammo dal vivo per tanti venerdì, mancava qualcosa. Non per chiudere il cerchio - giacchè altri cicli straordinari ci attendono al Cotton Lab - ma per scoprire meglio e nel profondo lenigma-jazz, la più anarchica delle espressioni musicali.

       Guardare e ascoltare Tom Harrell ti inchioda alla sedia. Inizialmente per la sua fisicità-senza-il-fisico, inutile negarlo. Prima che dalle inconfondibili note della sua tromba o flicorno, rimani stupito da come possano formarsi quelle note. Dove prendano laria, la forza, lanima, il colore. Attorno a schemi apparentemente elementari, si snoda tutta una costruzione faticata e fantasiosa di armoniche disordinate e trasgressive, che destabilizzano il prestabilito.

       Musica senza spettacolarismi, senza movimenti del corpo - ad Harrell sono quasi del tutto negati - eppure con scalate ribelli, arrampicate stupefacenti e commoventi, improvvisazioni calcolate e rischiose, invenzioni risolutive geometriche e liberatorie. Suoni eleganti, mai forzati, mai ermetici, che quasi te laspetti ma non è vero: non potrai nemmeno ricordarli, se non riascoltando Moving Picture. Note fuggevoli veloci e pastose, restano nellaria il tempo della loro caduta, come cristalli ma morbidi, come gli echi nelle altissime cattedrali inglesi, che sarrestano dimprovviso.

       Eccola, la sensazione di fragilità: di un suono, non di un corpo. Pare che ad Harrell il corpo gli vada stretto, quindi non lo usa, ma è un gigante. Quando non suona non concepisce il riposo: pensa, chissà cosa pensa Va a passettini di robot verso il suo angolo appartato, tromba e flicorno appesi alle mani come pipistrelli cromati. Passate le 16 battute (o multipli), torna al ralenti in postazione. Senza sguardo: come gatto di notte, vede quello che tu non vedi. 

Ci sentiamo osservati. Pare un acrobata immobile già caduto, ma vivo. Ci sorprende quando, dopo una smorfia chissà se di dolore, estrae lentissimo dalla tasca della giacca di pelle da motociclista una boccetta contenente più elisir che olio e, accucciandosi pericolosamente, lubrifica come un meccanico i pistoni della tromba. Quindi, altre note ovattate, scorticate, spaventate, nascoste, le sublimi intermedie che nessuno fa

       Superlativi per forza, i tre fidati compagni di viaggio che da anni lo accompagnano. Non si scompongono mai, sono un tuttuno con Harrell, complementari al suo talento solistico ma con individualità sopraffine che centellinano a tempi contingentati. Un motore perfetto questo quartetto, anzi un orologio, di quelli complicati e ipnotici, ad ingranaggi, con gli essenziali indispensabili e ripetitivi movimenti del suo bilanciere che fornisce jazz vitale al tuo tempo ordinario.


PGC -  26 aprile 2018 


Come i fiumi

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Canti Orfici di Dino Campana

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni 
Grottammare Paese Alto
26 aprile 2018  h21.15

 Come i fiumi


       I poeti sono come i fiumi, dice Vincenzo, si fanno strada da soli, tracciano da soli il loro percorso.  E passano lasciando il loro inesorabile segno. Cè dunque un motivo se alle prove del Recital la dolce Toffee - unica ammessa - è così rapita che si dimentica pure di scodinzolare; e se stasera soffrirete tutti dice di sindrome da scavo davanti allo svelamento continuo, alla corrente irresistibile che è la poesia di Campana (Dino Campagna e Canti Orifici, per certa stampa locale). 

       Che si sia in dodici come stasera è Grottammare, bellezza o folla come in altre platee che hanno accolto i suoi Recital, per Di Bonaventura (Mi nutro bacchicamente di poesia, dice) sempre la poesia avrà lasciato la sua orma bruciante, e di quella oltranzista di Campana conserveremo a lungo la sensazione di fiamma.

       Ladro di fuoco sente di essere Campana, sacerdote di poesia, religione che reclama il suo sacrificio e il suo sangue quanto più lo avvicina allessenza delluomo. 

“… Io che vivo al piede di innumerevoli calvari, scrive di sé, consapevole del proprio difetto esistenziale: e la malattia - cui certo concorrono anaffettività e autoritarismo paterni, ottusità dellambiente e mentalità medievale del tempo e desiderio di riempire i manicomi - se lo emargina da un contesto di società che non tollera fuoruscite dagli schemi, lo rende però veggente, lo conduce al centro delle cose, assegna alla sua poesia potere orfico e iniziatico. 

Se la parola poetica sempre trasfigura il reale e lo ricrea, quella di Campana lo sospende oniricamente fra passato e presente, lo scarnifica in pure immagini e puri suoni, procede per illuminazioni vitali e gioiose o si ripiega sui sentieri tortuosi dellinconscio affollati di fantasmi notturni .

       È la notte, che reca il panorama scheletrico del mondo, che è madre di tutte le forme desistenza, a dominare i versi e le prose poetiche, è la buia notte dellinconscio, la notte delluomo dogni tempo e vi tremano attese e inquietudini. 

        I versi dei Notturni, orfici per eccellenza cifrati, mistici ci precipitano addosso, qui, con la forza di un vento; la voce dellattore ne porta ogni fremito, ogni tremore, ogni eco di miti lontani, fluisce in tuttuno con la traccia sonora, diventa moto tellurico nel ritmo percussivo di djembé (Era la notte / Di fiera della perfida Babele / Salente in fasci verso un cielo affastellato un / paradiso di fiamma). Figure misteriose emergono dalla notte di Campana, ed è la Chimera, sembianza femminile, viso di leonardesca Gioconda - Dolce sul mio dolore  -  a farsi, dal mito, emblema di poesia  - E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera

       Quando si è matti, molto meglio si vedono le miserie, i fariseismi, le viltà del reale. "Il lazzaronismo eretto a sistema", particolarmente nell'arte, lo disgusta. "Ci fu un tempo -  scrive - prima di prendere coscienza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Per questo io sono anche tragico e morale".

       Fuggirne dunque, viaggiare dove cieli e mari possano fondersi col suo io tormentato finalmente libero, in perfetta comunione con la Natura. I suoi molti, molti viaggi sono in realtà, è stato detto, un unico viaggio in quella direzione. 

Non solo terre esotiche, vergini e sconfinate, dove trovare lUomo, ma anche luoghi a lui vicini: come Genova Pei vichi antichi e profondi  / Fragore di vita, gioia intensa e fugace: / Velario doro di felicità - città di porto e di mare, di vita febbrile che saddormenta nel ritmo dellacqua e nello scricchiolio dei cordami. 

E sempre dovrà esserci un mare  - Le vele le vele le vele! () Ah! Chio parta! Chio parta! - o il mistero di terre sconfinate - la Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo - dove rinascere riconciliato con la natura ineffabilmente dolce e terribile, dove poter, libero, tendere le braccia al cielo infinito, non deturpato dallombra di Nessun Dio.

       E lamore, anchesso, offre ali e vele al sogno di libertà: presagito o ricreato nellevanescenza del sogno o del ricordo (O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi [] O non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno), sfiorato già prima dei Canti Orfici (Tu mi portasti un po dalga marina / Nei tuoi capelli, ed un odor di vento [] Oh la divina / semplicità delle tue forme snelle).  E ancora viaggio, quellunico disperato amore, per il povero troviero di Parigi (Io povero troviero di Parigi / Solo toffro un bouquet di strofe tenui) in cerca di libertà, ma sarà invece una guerra furibonda, consumata fra liti feroci ed esplosioni dira.

       Lei, Sibilla Aleramo, ape regina dai numerosi amori eccellenti, amica di letterati, scrittrice di fama e femminista ante-litteram, colta ed eccentrica e coi suoi dieci anni di più, forse lo ama amando in lui le ossessioni e la follia, la reticenza (Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia gli scrive), le notti insonni e la devastante gelosia. Gioco tragico a due, sadico e crudele o forse solo appassionato; nella disperazione del poeta si alimenta la sua follia: si sono incontrati nellestate del 1916, agli inizi del 1918 Campana entra per sempre in villa Castel Pulci "ricovero dei dementi". Vi resterà per quattordici anni scanditi dalle sedute di elettroshock, vi morirà nel 1932.

       La libertà cercata scavalcandone il cancello, ferendosi e morendone di setticemia, il poeta lha infine trovata: di nuovo atomo, frammento delluniverso, corre tra forze primitive, le braccia levate come nel presago Sogno di prigione ( in fuga io? Io ch alzo le braccia nella luce!); lo accoglie il cielo infinito, svanita lombra opprimente del vecchio Dio Io ero in piedi: sulla pampa, nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro () Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! O era la morte? O era la vita?...


Sara Di Giuseppe - 28 aprile 2018


venerdì 27 aprile 2018

La musica del quotidiano

STOMP
Teatro dellAquila Fermo
24 aprile 2018  h21


      Un pubblico vivace come non taspetti  - perché abbondantemente adulto, non giovanissimo - gremisce e fa venir giù dallentusiasmo il bel teatro, negli applausi finali. E durante lo spettacolo asseconda con divertita complicità e discreto senso ritmico la straordinaria comunicativa degli interpreti.

      Della compagnia - Stomp -  che con ovvi ricambi si esibisce in tutto il mondo dallinizio del secolo scorso - nascita a Brighton, Inghilterra, e lancio a Broadway - tutto il dicibile è stato detto, evidenziati e studiati tutti i richiami - colti e folclorici, contemporanei e vintage, esotici e metropolitani sottesi alle creazioni del gruppo: le reminiscenze flamenche (del tablao flamenco) e della clog dance forse olandese che si fa con zoccoli di legno; le allusioni a Fred Astaire e al tip-tap statunitense; i ritmi tribali e le danze afro; le citazioni dalla Pop Art di Deschamps; e poi gli scampoli di circo, di hip hop, break-dance, heavy metal, lotta giapponese kendo, e chi più ne ha

      Forse troppo, e si fa torto allo spettacolo, la cui cifra è piuttosto lassoluta originalità: competenza musicale tradotta in sapiente drammaturgia del suono; geometrica distribuzione dei ruoli e rigorosa sincronia nellapparente caos; perfetta coordinazione e preparazione atletica; audacia acrobatica e fantasia; il tutto coagulato nella prorompente presenza scenica degli interpreti, capaci di creare senza dialoghi né battute personaggi dallumorismo incontenibile del cinema muto.

       Soprattutto, ogni cosa è comunicazione sonora qui, dove la creazione musicale nasce da materiali e oggetti tra i più diversi e imprevedibili ma legati da un tratto comune: lappartenenza al quotidiano, al ritmo martellante del nostro presente, quello domestico e quello urbano, quello delle periferie industriali e delle riciclerie, del nostro compulsivo consumo e del nostro spreco.

       Così bidoni e barattoli, scope e tubi d'aspirapolvere, carrelli di supermarket, pentole e coperchi, lavelli da cucina e guanti di gomma, scatole di fiammiferi e accendini, gomme di camion e altro creano quella che qualcuno ha chiamato una maestosa sinfonia urbana;  e gli oggetti vivono per due ore un proprio sogno musicale, poetico a suo modo, che nella possibilità di creare suono, ritmo, quindi musica, li riscatta dal grigiore, dalla bruttezza accettata e ovvia dellutensile casalingo, dello scarto industriale, del materiale da discarica. Per un tempo breve tutti loro saranno, come nella favola, la zucca e i topini trasformati dalla fata madrina - qui, gli otto atletici energumeni in sdrucite vesti da lavoro - nella principesca carrozza per il ballo a corte. 

       E il corpo anchesso, diviene strumento: mani che battono, piedi che coi pesanti anfibi percuotono il pavimento (lo stomp, appunto) creano il ritmo e generano la musica, e il richiamo al flamenco è nel suono che si fa dialogo e rimando continuo fra gli interpreti e nel movimento che lo accompagna con intensa fisicità.

       Sullenorme pannello metallico che invade il fondale i musicisti-mimi-danzatori-acrobati-eccetera, inerpicati e imbracati con cinghie, suonano - come su unincredibile batteria/vibrafono - pentole e coperchi, tubi e secchielli, cerchioni e segnali stradali. Enormi bidoni metallici creano il finale in un crescendo percussivo tra lorgiastico e il tribale, il suono penetra in ogni fibra del corpo, scuote come corrente elettrica, nessuno di quegli oggetti è più utensile o materiale urbano, tutto è suono, ritmo, corporeità prorompente e dionisiaca. Controindicato agli emicranici.

       Da scommetterci, che una volta a casa metà almeno di noi spettatori ha provato a suonare una pentola o una sedia, o il tubo dellinsospettabile aspirapolvere


Sara Di Giuseppe - 25 aprile 2018