mercoledì 15 agosto 2018

“Dilaniato dai versi”


Fondazione DiversoInverso

"MINUTI ILLIMITATI di... GIARDINO" 
Giardino de La Rosa Scarlatta - Monterubbiano


La Cantoria del Buon Cantore
di
GIARMANDO DIMARTI

Percorso lirico poetico omniano a cura di 

Vincenzo di Bonaventura
11 agosto 2018  h21.30



“Dilaniato dai versi”

 

       Sono dilaniato dai versi, posseduto fino a “pensare in poesia”, dice di sé Di Bonaventura. A possederlo stasera è la grande poesia di Giarmando Dimarti (“Uno dei più grandi poeti del nostro tempo, e di cui mi onoro di essere amico”): vissuta, cantata, agita da Vincenzo, essa è la nostra rosa scarlatta in questo giardino senza età, di scale impervie, di silenzio e di stelle.
       Vi aleggia il genio eclettico e raffinato di Euro Teodori, che Giarmando ricorda commosso nei saluti; lo rischiara la presenza luminosa solida e lieve di Stefania. E noi vibriamo in tutt’uno con questi alberi antichi e liberi, con questo cielo profondo, con Vincenzo che si fa aoidos dei versi poderosi, e quella poesia percepiamo in ogni cellula - in modo primitivo e primigenio - coi sensi più profondi.

       Per voce sola e djembe ci assale titanico il canto in necessario / accessorio del poeta. Nel mondo disumanato, nel “chiassato silenzio” del tempo che ci siamo dati*, la poesia non ha - montalianamente -  lingua o parola che salvi – “Taci il tuo ciancio cantare / poeta (…) cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce (…) la terra veleggia l’universo / anche senza le tue balorde sfioccate bandiere sonore

       Frantumato, destrutturato, sperimentale eppure antichissimo e dotto, il verso dimartiano irrompe nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano; perfora il conformismo delle parole ormai vuote di senso con la densità di una lingua spregiudicata e squisita, apocalittica e aspra, che impietosa squarcia il velo opaco delle cose e a un tempo si piega dolente - con un cuore appena ricucito - sulla pena di una terra erranea sdraiata fraudolenta.

       La voce attoriale se ne fa canto, tambureggiare di djembe, grido poderoso, lamento dissotterrato da affogate memorie. Percorre l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta; evoca presaga il cieco precipitare della nostra vita in disarmo - dove “è tutto sotto controllo”* - verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi saremo nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.

       Implacabile esplora la rabbia della fame infame sete di chi ha attinto acqua da crepe deserte (…) dato quello che avevo per un recinto d’aria; scava la pena delle labbra incollate dai digiuni nel disperato j’accuse: “a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni?”

       Evoca l’amore - amaro amore errante - che ritorna dopo il tempo di un lungo deserto, e l’anima roca per nebbie disfatte si affaccia nuovamente nel giorno: non fu cosa facile / non lo è mai quando il cuore decide la sua storia.
       Si piega dolente sulla tragedia dell’amico suicida, ed è interrogarsi per capire e capirsi, e non poter altro che amare ormai lontano quel cuore in ritardo per un giorno senza rive, quell’anima in cerca di un’alba di là da tutto / senza più paura.
       Ed è canto dell’uomo fatto solo (“nella moltitudine che incrocia il tempo della storia / trovo te uomo fatto solo…”) che svende i suoi giorni nel quotidiano frastuono dove la sua profonda esserità è smarrita, è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena  / dell’uomo.
       Nel viaggio che si conclude calchiamo con Dimarti l’orma adrianea nello struggente Animula vagula blandula: il dolore esistenziale - non mitigato, solo più pietoso - si libera in quel “Anima mia / batti come un timpano sordo”. Ti percepisco, e in quella percezione profonda - ripetuta, insistita - si ricompone l’unità perduta (“riconduco in te la mia sparsa origine”) tra la propria umana essenza e il tutto.

       Resteranno a lungo, vibreranno ancora fra gli alberi e le stelle, il respiro epico della poesia di Dimarti,  il brivido del suo amore errante, e la voce aedica che nel cantarli ci restituisce alla nostra “sopravvissuta umanità”, ci richiama indietro - fosse anche per una sera - dallo schiamazzo ebete del giorno, dalla stoltezza mascherata di inutili libertà.

* Il tempo che ci siamo dati     G.Dimarti, 2016
* È tutto sotto controllo            G.Dimarti, 2009



Sara Di Giuseppe - 13 agosto 2018



foto di Sara Di Giuseppe e Antonello Andreani

domenica 12 agosto 2018

I passi dell’ombra, i passi del sole

        È bello passeggiare per le strade di Ripa - tra storia architettura e religione - anche se è tutto un salire-scendere-scalinare che davvero ci vuole il fisico. Destate quanti turisti incontri ammirati ma stanchi, sudati come turchi: rasentano muri in cerca dombra, abbracciano alberi, cercano acqua Dinverno, al contrario, rifuggendo lombra, passeggiando infagottati e veloci, appena possono si offrono al sole come lucertole, cercano dintiepidirsi, daccumulare calore, di ripararsi dal vento siberiano che non si sappia in giro è fabbricato proprio qui, a Ripa.

        Normale che sia così. Ma a Ripa, dalla rugosa morfologia ondulata irregolare e tutta curve, senza strade dritte o a 90° che diano unorientata, il volenteroso turista-camminatore estivo non può sapere se passeggiando troverà conforto nellombra pedinatrice, o rinsecchirà come un baccalà sotto il sole implacabile da traversata del Ténéré. E anche nelle uscite fuori dal centro storico, avventurandosi per le agricole contrade, quanto gli sarebbe utile sapere se in certe ore laiuterà lamica ombra a conoscere/esplorare il territorio, e gustarlo per magari rimanerci un po’… O se, per non rischiare linsolazione, dovrà mettere in moto e via.

        Un rimedio ci sarebbe, e nelle stanze di bottoni lavrebbero già tirato fuori dal cilindro se fosse un sacco costoso, se desse visibilità e gloria, se per sbandierarlo dovessero chiamare archistar, se per benedirlo arrivassero vescovi e generali, e bande cittadine a suonar grancasse e bombardini.

        Purtroppo sarebbe invece a costo quasi zero il mio strano pieghevole dal titolo I passi dellombra, i passi del sole. In sostanza, sul fronte A ci sarebbe la mappa della parte passeggiabile di Ripa-paese con in bella evidenza le zone dombra in 3 diverse fasce orarie nei circa 100 giorni estivi; sul retro B, le mappe delle parti passeggiabili delle contrade adiacenti, con disegnate le ombre nelle stesse fasce orarie. Ma non solo: adoperando la simbologia internazionale, lungo gli (ombrosi) percorsi non dovrebbero mancare le freccette orientate delle pendenze (salita o discesa), i dati sulla pavimentazione urbana e del fondo stradale, i simboli dei gradini o delle rampe, le quote altimetriche ravvicinate, i punti dacqua o di ristoro, i luoghi mirati di particolare interesse panoramico/paesaggistico con indicate, in uno specchietto, le temperature e le precipitazioni medie degli ultimi 5 anni in quei 100 giorni.

       Questo pratico e robusto pieghevole avrebbe, da chiuso, dimensioni e forma di uno smartphone (circa cm.7X14); aperto, diventerebbe in un lampo circa 56X42. Necessariamente bilingue (italiano non autoreferenziale / inglese non allamatriciana). Se organizzato come si deve, avrebbe spazio per innumerevoli altre informazioni utili se non indispensabili, colpevolmente assenti nella totalità dei materiali informativi del territorio. 

Per tecnica dei materiali, linguaggio, grafica e lettering, disegni, immagine, I passi dellombra, i passi del sole - oltre allidea originale che già da sé perforerebbe il sistema comunicativo/pubblicitario - è un progetto innovativo complesso che non si può improvvisare. Ma si può ignorare.


PGC - 11 agosto 2018 


Due polente e una Traviata

        Ripatransone. LUfficio Turistico / Museo Archeologico / Biblioteca Comunale si apre al piano terra del Palazzo Municipale. Fai dieci passi, giri langolo e hai la scalinata della Civica Residenza, nelle cui stanze fervono le intelligenze, vibrano le sinapsi, si forgiano le magnifiche sorti e progressive della città. 

        Strano che così vicino e in così denso svolazzar di neuroni (appena rinnovati), nessuno abbia  fatto caso a quei cartelloni abbattutisi allingresso dellindifeso UfficioTuristico. Eppure sembrano esser stati lanciati da unauto in corsa, forse da buontemponi in vena di zingarata alla Amici miei di Monicelli. Di certo sono atterrati male, e lì sono rimasti.

        Altro modo non cè, di capire come - nel luogo più qualificante della città - possano convivere polenta e Traviata, polenta e NovArie, pappardelle e Rassegna Concertistica in unassurda ammucchiata cartellonistica che guarda pure, impudente e beffarda, lincredibile meraviglia del  Palazzo del Podestà proprio lì di fronte. 

        Ovvio che - con tutti i problemi che una città può avere - non si starebbe qui a parlare di sette cartelloni buttati alla come viene a imbruttire un luogo cittadino di rara bellezza e istituzionalmente rappresentativo, se il decoro urbano non fosse - ma lo è - un misuratore imprescindibile di quella civiltà che comincia dal rispetto dei luoghi e diviene transitivamente rispetto di sè e degli altri; se lassenza di quel decoro non fosse impietoso segnale di ulteriori preoccupanti deficit

        Intanto i visitatori guardano incuriositi - gli stranieri soprattutto - il Concerto di Gala dellOpera sposare senza imbarazzo la Festa della polenta, Debussy sotto-stare alle pappardelle di farro al ragù, Giuseppe Verdi contendere spazio alla passatella: e forse ci osservano con linteresse dellentomologo che studia al microscopio le specie rare.

        Di certo, sui cartelloni di Ripa polenta batte Traviata due a uno. 
Vittoria netta.


Sara Di Giuseppe - 9 agosto 2018


mercoledì 8 agosto 2018

QUI

QUI è un docu-film di quattro anni fa, visto e recensito allora sembra opportuno riproporlo oggi perché la questione di cui tratta è più che mai aperta e per aggiornamenti basta cercare in rete. Il dibattito politico pro e contro è ancora in atto, le ragioni della protesta sono sempre attuali, la disinformazione è grande e il disinteresse dell’opinione pubblica pure. Aggiungere un piccolo tassello servendosi di un film forse aiuta, si spera!

“Tu che ne pensi delle ragioni di chi protesta in Val di Susa?”.

Inizia così il film di Daniele Gaglianone, vincitore del premio Gli Occhiali di Gandhi al TFF 32. E’ in didascalia ed è tratto dal dialogo del regista con un funzionario di polizia durante le riprese, ma la domanda dovrebbe essere rivolta ad un pubblico molto più ampio, a tutti noi, cittadini di un’Italia mal informata e mal messa, che di questa piccola valle alpina, poco conosciuta e poco frequentata, sa ben poco che non sia la disinformazione sistematica propinata quotidianamente dai media.

Eppure questa popolazione, circa sessantamila valligiani sparsi nei vari centri del territorio, lotta da decenni e sta scontando sulla sua pelle le conseguenze della protesta.

Stiamo parlando del NO TAV, movimento che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione e dei suoi piccoli eroi del quotidiano, gente qualsiasi, massaie e impiegati, ragazzi e contadini, che lottano da anni per salvare la propria terra, la casa, la qualità della vita contro la giustizia ingiusta che scatena interi plotoni di polizia in tenuta anti sommossa a lanciare lacrimogeni e fare addirittura prigionieri.

Non sembri esagerato e di parte, bisogna seguire per due ore Gaglianone e il suo modo onesto di condurci sui posti, di far parlare la gente qualsiasi, fuori da ogni retorica, senza toni tribunizi, semplicemente registrando il cosiddetto stato dell’arte in un territorio condannato a morte. Ci si convince ancora una volta di quanto l’informazione e la partecipazione politica siano dovere civile, non optional o, peggio, occasione per perder tempo.

Dieci abitanti della Val Susa sono stati scelti a campione, il regista li ha fatti parlare riprendendoli a casa o sui luoghi della discordia, e il variegato mosaico di questa lunga storia si è man mano ricomposto. Ognuno ha una storia da raccontare, la sua, ma diventa ben presto storia collettiva e, insieme, parte di un collage da cui affiorano le piaghe ben note di un Paese vissuto per decenni sull’impunità e il malgoverno.

Appalti truccati e dossier spaventosi sull’impatto ambientale delle cosiddette Grandi Opere, studi di settore che dichiarano il traffico passeggeri e merci in forte calo lì dove s’investono milioni di euro per un’alta velocità che non serve, anzi, farebbe danni enormi all’ecosistema e alla gente, esproprio di terreni, taglio di boschi, dissesto idrogeologico, sorgenti disseccate, alluvioni periodiche e frane,c’è di tutto nei racconti della gente.

Sfilano davanti all’obiettivo persone semplici e tranquille che un bel giorno, per caso, han dovuto vedere sul plastico, esposto da qualche parte, la propria abitazione prossima ad essere chiusa in una morsa fra autostrada e ferrovia; passano simpatiche massaie che, mentre fanno il caffè, raccontano di quella volta in cui si sono incatenate ai cancelli del cantiere e sono state lì per ore; giovani impiegate, studentesse, operaie raccontano di posti di blocco dove, per passare, bisognava mostrare i documenti, ogni volta, anche i bambini diretti a scuola.

Medio Oriente? Gaza? No, Val di Susa.

E poi le cariche della polizia, il capitolo più agghiacciante, incomprensibile affronto alla protesta non violenta di un popolo che lotta per i propri diritti. Fino alla detenzione di Chiara, Niccolò, Claudio e Mattia, accusati di terrorismo e in carcere dal 9 dicembre 2013, per cui sono stati chiesti dalla procura 9 anni e 6 mesi per un atto di sabotaggio, avendo incendiato un compressore.

Fare una sintesi di tutto l’orrore che emerge da queste videoriprese che hanno il sapore vero delle riprese amatoriali è impossibile. Video caricati su you tube soccorrono dove è utile documentare dal vivo, ma l’impatto forte è proprio nei volti, nelle parole, nei racconti di queste persone.

QUI accade, qui è la parola che sentiamo ripetere continuamente, qui è dove siamo tutti noi.

La motivazione del premio al regista non poteva essere più pertinente:

Per aver saputo raccontare in modo onesto e diretto come una comunità stia portando avanti da tempo una lotta per i diritti e i beni comuni con molteplici strumenti nonviolenti. Una riflessione sulla democrazia che rovescia gli stereotipi della politica e dell’informazione.


Paola Di Giuseppe - 7 AGOSTO 2018 
articolo tratto da http://www.paoladigiuseppe.it/qui/ 

martedì 7 agosto 2018

RECORD MONDIALE

            A Ripatransone, la Biblioteca Comunale rimane chiusa dal 1° Luglio al 15 Settembre: due mesi e mezzo di vacanza. Negli altri mesi dellanno lavora - a mezzegiornate alterne - 13 (tredici) ore alla settimana, salvo le feste. In pratica, è aperta e fruibile per meno di 500 (cinquecento) ore lanno: unora e un quarto al giorno.  RECORD MONDIALE. 

Alla nuova Amministrazione Comunale (il cui Assessore alla Cultura si è premurato di far affiggere bene in vista allingresso della Biblioteca il cartello di chiusura), in ambasce per le Ristrettezze di Bilancio [chissà perché in campagna elettorale dicevano il contrario], propongo allora di chiuderla definitivamente sta Biblioteca Comunale, visto che non serve. 

Come non servono il teatro chiuso, le chiese chiuse, i musei e i palazzi storici chiusi, il Museo della Civiltà Contadina chiuso, il Circolo Anziani chiuso 

Servono le sagre, quelle sì sempre aperte, con quelle si mangia e con la cultura no. 

E alla Biblioteca Comunale realizzarci, spendendo niente, un parcheggio coperto per motociclette-scooter-biciclette per turisti (piano strada) e stanziali (sottopiano). Altro RECORD MONDIALE.


PGC - 6 agosto 2018


venerdì 3 agosto 2018

L'anima dei paesaggi

Paesaggi dellanima

Acquerelli di Eugenio Cellini

Cripta di San Giovanni Evangelista
Ripatransone     
16 Luglio  15 Agosto 2018


       Per noi assuefatti o in preda allaccidia, ormai talmente abituati ai nostri paesaggi che nemmeno li guardiamo più, tornano puntuali gli acquerelli di Eugenio Cellini a raccontarceli nel profondo. Fin nellanima.

        E stavolta si sono accasati proprio nellanima di Ripa, nel suo baricentro, sotto il chiesone del centro storico. Nellantica cripta nascosta che pare scavata nei mattoni di una fornace, ubbidiente a unarchitettura sobria solida e sacra, perfetta per larte e la musica. Uno spazio severo di silenzio e di luce (specie di pomeriggio) con già tutti i colori della terra però senzacqua. Dunque erano attesi gli acquerelli: eccone più di 120!

        Eugenio ne ha fatte tante di mostre, e ne fa. E con lui sempre presente, per forza i visitatori  del posto o di fuori  gli fanno domande: chi ri-conosce il soggetto dellacquerello e va bene; chi no, e curioso vuol saperne le coordinate; chi gli pare quel posto ma se lo ricorda un po diverso; chi  vedendolo per la prima volta lo trova familiare come ci fosse già stato, magari in una vita precedente

         Paesaggi (secondari) senza persone e auto, senza velocità, eppure animati da invisibili presenze che muovono la scena: vedi e senti il vento da est che fruscia tra gli alberi e il rosmarino, ti sembra che le nuvole si spostino, segui il lento traslare dellombra chiara del mezzogiorno e quello più lesto delle ombre lunghe serali, vedi sfilacciarsi le scie di schiuma mentre le barche disegnano facili traiettorie, e le campane dei campanili non stanno ferme

        Sono le anime del paesaggio, che si palesano perchè Eugenio sa esprimerle tutte con solo un po dacqua per diluire i colori. 

In piccoli viaggi, in reportage minimi, ne coglie le allucinazioni, le dinamiche, le vibrazioni, i profumi, le rughe mobili, il cuore letterario [vengono in mente certe narrazioni di Franco Arminio]. Dipinge il freddo e il caldo, le stagioni, la vita. Nulla è fermo per chi guarda, quegli acquerelli più che quadri sono commedia, cinema, teatro Sono storie. E sono testimonianza.

        Non guardiamoli soltanto, questi Paesaggi dellAnima: dei paesaggi reali che raccontano possiamo sentire la voce, ci ricordano che sono là da sempre, solo non ce ne siamo accorti, o li abbiamo dimenticati. Occupati a brandire discorsi e retoriche - difesa, conservazione, tutela del paesaggio e bla e bla - mai divenuti sostanza, abbiamo trascurato di viverli, di proteggerli come si fa con le persone che amiamo: rispettandone lanima, occupandoci di loro, accantonando egoismi e interessi. 


PGC - 2 agosto 2018 


martedì 31 luglio 2018

Spoleto alle erbe

[ Di stupefacente non cè solo il Festival dei 2Mondi ]


       Meno male questo posticino in Via dei Gesuiti scovato per caso -  La Piazzetta delle Erbe / Ass.Cult. Semi di Zucca - dove ti salvi dallesoso (e disorganizzato) stupefacente Festival che o compri i biglietti o mangi.

       Meno male questangolo di quasi silenzio, dallatmosfera confidenziale di locanda di paese: arredi liberi senzombra di design, faticati, scorticati, pitturati come viene viene; portelloni di legno di chissà quali finestre coi menu scritti a gessetto in bella diligente grafia; sedie fantasy spaiate ma comode; tavoli di una volta: cassetto per le posate - gambe a punta - piano in fòrmica; il grande specchio tutto curve di romantico controbuffet addossato al muro; il bancone di artigiano dalle molte vite; lingresso/vetrina quasi da officina che non ti fa promesse col trucco. Legno, poca plastica, zero tecnologia. Nellaria spinta dal ventilatore depoca unaria leggera di Jazz

       Come entri ti avvolge subito labbraccio aromatico di erbe ortaggi e frutta, profumi di fresca campagna umbra: vengono dalla piccola cucina nascosta sul retro e da quelle cassette di legno impilate in vista nellangolo, zeppe di zucchine cetrioli melanzane peperoni sedani più erbe varie. E, come nei Topolino che non leggi più, timmagini la comparsa di un ballon a pennacchio con più punte che - sniff sniff - esalano dai posti più impensati.

       Fuori di qui, questi profumi derbe non ci sono. Spoleto di questi giorni è una festa per gli occhi, un concentrato darte, architettura, eventi imperdibili e unici; ma è purtroppo anche un market a rimorchio del Festival, che ha smarrito negli anni il legame prezioso con lautenticità del suo territorio. Troppa moda, troppa aria fritta, troppa supponenza, troppa vana-gloria. E troppi costi uniti a disorganizzazione, specie per noi tapini che facciamo chilometri.

       Fortuna allora questa Piazzetta delle Erbe: luogo che respira di suo, che emana poesia senza dirlo, che ti incita ricordi estinti e ti ristora con quel poco che è tanto, per chi ha bisogno solo di un posto franco dove ricrearsi e rigenerarsi naturalmente. Il Festival qui non cè. Anche se qua vengono a gruppetti alcuni suoi artisti attori musicisti che sono umani anche loro cercano come noi unoasi, unisola, un mare riparato più piccolo e più amico, un luogo intimo 

       Eri venuto solo per mangiare, quasi te ne sei dimenticato ma quei due dallo sguardo lieto e il parlare familiare fra poco ti porteranno senza ansia quello che hai scelto (ma che non avevi ben capito): gusterai allora erbe & C pensose e buone, mescolate con sapienza antica e fantasia. Per niente care, vedrai alla fine. Poi, se vuoi, un fidato dolce davvero appena fatto e caffè con la napoletana, cui non devi metter fretta.

       Sì, fuori cè il Festival che ti reclama, ah se anche quello - e Spoleto - fossero un po alle erbe


PGC - 30 luglio 2018


martedì 24 luglio 2018

Carissimo Pier Paolo Ruffinengo

Ieri, lunedì 23 luglio, ci ha salutato Pier Paolo Ruffinengo. Sì perché per un credente come Padre Pier Paolo (bianco nell'anima come nell'abito) è come andare in un luogo 'altro', e che il suo sia soltanto un arrivederci. Ma i suoi studi, i suoi libri, i suo aneddoti, le sue poesie, i suoi racconti, le sue preghiere resteranno con noi.

L'ultima sua riflessione fatta per UT "I Segreti", marzo 2017, guarda caso affronta un mistero, forse il Mistero che occorre preservare…

Ciao Carissimo Amico

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IL PICCOLO SASSO MISTERIOSO

Pier Paolo Ruffinengo

Un sasso, piccolo, poco più di una noce, rotondo. Incuriosito, il bambino lo prende in mano e sente che risuona, come fosse vuoto con qualcosa dentro che rotola. Lo scuote, osservandolo con attenzione: si presenta integro da ogni parte, senza fessure. Cosa potrebbe essere, così ben rotondo! E con questa cosa dentro che rotola? Come può un sasso, bene intero, essere vuoto dentro con qualcosa che ci rotola? E’ forse entrata da qualche parte, e come, questa cosa che rotola, rotonda essa pure come il sasso! E il tutto, poco più di una noce! Un piccolo mistero. Il bambino ne è affascinato! Vorrebbe capire, ma dovrebbe rompere il sasso. Sciuperebbe il mistero! Se fosse una scoperta meravigliosa come quelle dei grandi scienziati che la maestra sta spiegando a scuola? E se non fosse così? E’ indeciso il bambino, lì sotto i noccioli sulla stradina davanti casa. Tiene in mano il suo sasso, lo guarda, lo scuote per sentirci ancora rotolare dentro quella cosa rotonda. Che strano! E che bello! E sarebbe anche più bello scoprire che cos’è…! Non sa cosa fare. Vorrebbe confidarsi con qualcuno, ma con chi? I genitori sono un po’ severi, esigenti, da bravi contadini piemontesi con i piedi per terra: come reagirebbero? Penserebbero che hanno un figlio predestinato!? Forse lo rimprovererebbero! Lo zio e il fratello sicuramente lo prenderebbero in giro. La sorella? Con lei sì, potrebbe confidarsi. Ma poi? E’ una cosa tanto più grande di tutti e due. In ogni caso, per capire di cosa si tratta, bisognerebbe aprirlo; cioè romperlo! E se alla fine risultasse una grande delusione? Ma potrebbe anche contenere qualcosa di grande. Meglio conservare il segreto del piccolo mistero con le due possibilità. Il bambino decide di non dire niente a nessuno e tenendo il sasso ben stretto nella mano prende la mira e lo getta in mezzo ai rovi e ai pruni giù giù nella scarpata, lontano, che nessuno lo possa trovare! 
Così il segreto del piccolo sasso non sarà mai svelato, perché il bambino lo ha gettato lontano, lontanissimo, nel cespuglio più intricato dei rovi e dei pruni più spinosi. Nessuno riuscirà a recuperarlo per aprirlo.


domenica 22 luglio 2018

IL VENTESIMO

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 LA CADUTA 
di Albert Camus

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
19 luglio 2018  h21.30


IL VENTESIMO


       Venti gli incontri con Di Bonaventura e il suo teatro, quattro le stagioni trascorse dallinizio del Viaggio Cosmico-Letterario. Come astronauti al rientro, ci riadatteremo alla forza di gravità ma - come loro - ciò che abbiamo visto e ascoltato ci ha cambiati e luniverso per noi si è dilatato, terribilmente e meravigliosamente.

       Lo spettacolo autentico che è il teatro - nella definizione di Artaud - ha trasmesso le sue vibrazioni, fatto dellarte scenica iniziazione capace di travolgerci e possederci. 

Da Leopardi a Nietzsche, da Pasolini a Campana, da Pirandello a Ionesco - sono solo alcuni - ogni Recital ha esplorato tutte le possibilità dellesistenza, dis-fatto teatro e testimoniato poesia, tolto di scena (direbbe Carmelo Bene) più che messo in scena; ha usato lo spazio (il freddo non-luogo dellOspitale) e lassenza di scenografie, quinte, fondali, così come Peter Brook usava lo spazio vuoto: per scoprire la nudità delle cose - la realtà, dunque - cui si possa aderire con tutto il coinvolgimento e lenergia neuronale di cui lo spettatore è capace.

      La Caduta è la chiusura forse emblematica del ciclo: perché Camus mette a nudo duplicità e ipocrisie, e nel farlo trascina il lettore/spettatore davanti allo specchio, e impietosamente strappa il velo delle nostre sicurezze e prosopopee. 

      Nella ri-scrittura scenica di questa sera il lungo monologo si sdoppia e lavventore di Mexico City (bar dal nome improbabile alla periferia di Amsterdam), anonimo destinatario delle confidenze di Jean Baptiste Clamence e come lui parigino, si materializza attraverso Simone (Lei ha circa la mia età -  valuta Clamence osservandolo - è più o meno ben vestito, ha le mani bianche. Quindi un borghese, più o meno): con discrezione si presta allascolto, pone le domande giuste.

       Clamence è dotato di superiore ironia (Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sulluomo, gli accade di provar nostalgia per i primati, confida) e il suo linguaggio è ricercato (Confesso davere un debole per il bel parlare in genere..); si trova a proprio agio nei luoghi elevati - metaforicamente e materialmente ma è invece sullabisso dentro di sé che dovrà chinarsi per guardarvi, per ascoltare come non ha mai fatto il suono di moneta falsa di ogni suo gesto benevolo e virtuoso, la volontà di potere nascosta in ciascuno di essi, lamore di sé come unica spinta di ogni buona azione (Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, lumiltà a vincere, la virtù a opprimere).

       Sembrerebbe il punto di partenza di una redenzione, in realtà è una caduta: riconoscere la duplicità di un altruismo esibito ma radicato nellegoismo equivale a smascherare lipocrisia non solo propria e del singolo, ma anche quella che sostiene lintera struttura sociale. 

Una risata alle proprie spalle proveniente da chissà dove sul ponte delle Arti, e una ragazza che dal Pont Royal si getta nel fiume senza che lui intervenga, sono gli accidenti che innescano in Clamence la crisi (Viene sempre il giorno, o la notte, che la risata scoppia senza preavviso. La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno).

       Egli dunque, avvocato parigino di grido e raffinato gaudente, dai comportamenti di ostentate generosità e benevolenza (Fisicamente sono stato favorito dalla natura, gli atteggiamenti nobili mi riescono bene senza fatica), il cui accordo con la vita era totale, una volta gettata la maschera che connota ogni suo atto virtuoso, attua la rivoluzione copernicana che lo trasforma in giudice-penitente

Svelando ad altri la propria ipocrisia, il proprio usare a fin di male le sue proclamate virtù, egli diviene penitente delle proprie colpe; e al tempo stesso in quanto specchio delle uguali altrui ipocrisie si pone come giudice, legittimato a giudicare gli altri non solo per ciò che hanno inevitabilmente commesso, ma anche per linsincerità che impedisce loro di ammetterlo. 

       Aver ribaltato la propria condotta è leconomia di salvezza che gli consentirà di continuare a vivere, a giudicare e a giudicarsi: la penitenza, continua e pubblica, è diventato il suo nuovo lavoro (Che ebbrezza sentirsi padreterno e distribuire attestati di vita dissoluta e di cattivi costumi), e quella risata alle sue spalle cesserà forse di farsi udire.

      Lo spazio vuoto agìto da Clamence/Vincenzo e dallinterlocutore/Simone si è popolato di fantasmi lungo il percorso: i parigini (Quasi cinque milioni?Sia pure, avranno figliato.. Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie. Le idee e la fornicazione); Amsterdam (Bella città, vero? Io abito nel ghetto Settantacinquemila ebrei deportati o assassinati, la pulitura mediante il vuoto io abito nel luogo duno dei maggiori delitti della storia); la libertà, Dio, lamore Intorno aleggia la riflessione cui è impossibile sottrarsi, sulla banalità del bene, su quanto delletica individuale di ciascuno si basi sullopinione che gli altri hanno di noi. 

       Albert Camus morirà precocemente nel 1960 in un incidente dauto: da folgorante James Dean della letteratura scrive Domenico Quirico nel 2013, centenario della nascita, e ricorda come conformismi e poteri di ogni risma abbiano tentato di panteonizzare e marmorizzare questo intellettuale, uno dei pochi attenti, in una Francia in preda al dubbio e alla follia; la cui potenza critica si è chinata sulla condizione delluomo nei momenti più bui di un secolo che molto ha in comune con il panorama storico e culturale delloggi; per il quale è la menzogna il peggiore dei mali, poiché tradendo e interrompendo la comunicazione lascia che lo spazio sia occupato dalla violenza, quella fisica ed esplicita o quella occulta e subdola che preme sulle coscienze. 

Limitato alla sfera di coloro che ci sono più vicini, il sentimento di benevolenza è incapace di aprirsi alla considerazione dellaltro in quanto tale: il dispiacere per la vittima, il disadattato, lo straniero, il prossimo di qualsiasi genere, non viene da noiprovato se non in maniera astratta, intellettuale per così dire, ma senza toccarci realmente e, di conseguenza, senza spingerci ad agire in suo favore  
M. Terestchenko, Une si fragile vernis dhumanité

Sara Di Giuseppe - 21 luglio 2018


mercoledì 18 luglio 2018

Il suono di Perseus

SPOLETO61 
FESTIVAL DEI 2MONDI

Giudizio, Possibilità, Essere
Esercizi di ginnastica su La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin

di Romeo Castellucci

produzione Societas 

Il suono di Perseus 


       È di 250 milioni di anni luce la distanza dalla terra di Perseus, il più grande buco nero della Via Lattea, del quale scienziati NASA hanno individuato il suono: lascoltiamo, allaprirsi della scena, nella registrazione il cui volume ai limiti del fisicamente tollerabile ci scolla da terra a forza di vibrazioni.

       Non lezione di fisica bensì di teatro, quella cui assistiamo nella Palestra di S.Giovanni di Baiano, propaggine del 61°Festival dei 2Mondi di Spoleto, giornata ultima. Spazio insolito e soprattutto introvabile, totale assenza di indicazioni da parte della spoletina organizzazione festivaliera che riesce a peggiorare ogni anno e quando pensi non possa far peggio, invece lo fa. Peccato capitale, per un Festival di tali qualità preminenza e carisma. Aspiranti spettatori dispersi potrebbero vagare ancora fra le verdi valli umbre.

       Per noi fortunosamente pervenuti a destinazione è La morte di Empedocle, tragedia in versi di Friedrich Hölderlin, ad essere qui agìta da quattordici ragazze straordinarie più un cane sapiente (attore nato).

       Rimanda allavanguardismo di Antonin Artaud, di Carmelo Bene e di altri maestri, la visione che ispira Romeo Castellucci: di un teatro che superando la soggezione al testo si fa creazione e ri-scrittura; in cui il testo a monte diviene testo in scena (C. Bene) e il soggetto/attore è autore egli stesso, sciamano e medium. [Alla stessa latitudine di Spoleto, da molti anni, in terra abruzzese-marchigiana e non solo, il teatro di Vincenzo Di Bonaventura, teatro del testimone, lontano dalla sclerosi dellufficialità percorre come macchina attoriale - secondo la definizione beniana - i grandi territori drammatici dallantico al contemporaneo superando il testo, "dis-apprendendolo dopo averlo appreso"]. 

       Regia e interpreti si fanno veicoli di una comunicazione che richiede, anche, un nuovo modo di essere pubblico. Proviamo ad essere noi, oggi, questo pubblico nuovo: perplesso allinizio (spettacolo a sé sono le nostre facce durante il - finto, certo - taglio della lingua autoinflittosi dalle ragazze in lentissime realistiche sequenze); convinto, coinvolto, emozionato poi e fino alla fine, quando scricchiolando - noi diversamente giovani - ritroviamo la posizione eretta dopo oltre unora di articolazioni ripiegate sui bassi cuscini del salto in alto.

       Il filosofo Empedocle, la devota discepola Pantea e lamica Delia, lamato e dolente Pausania, linfido sacerdote Ermocrate, larconte Crizia, gli anonimi cittadini di Agrigento: tutti hanno le fattezze di queste giovani donne dai severi abiti amisch, che disponendosi nello spazio come gruppi scultorei neoclassici o in stilizzate movenze retoricamente classicheggianti, alitano un che di winckelmanniano sullimprobabile scena della palestra.

        Lapertura sulla registrazione del suono violento e preromanticamente sublime di Perseus, ci prepara a concepire labisso, il cratere dellEtna in fondo al quale Empedocle precipita se stesso per ritrovare quella comunione con la Natura e con il Tutto che la finitezza umana preclude. Il suo balzo nel vuoto è illuministico slancio verso la conoscenza ultima di sé, romantica tensione verso linfinito e la comunione col divino; ed è parabola senza ritorno che rigetta i meccanismi del potere e trova nel sacrificio la conciliazione altrimenti impossibile. 

       Di lui parla Pantea con nostalgica dolcezza allamica Delia (Non so neppure io perché gli appartengo. Ma forse se lo vedessi capiresti), istintivamente partecipe del dolore che è in lui (Sembrava aver perduto qualcosa, come se la sua vita fosse precipitata da grandi altezze), nelleroe tragico che sceglie liberamente, perfino con gioia la morte, consapevole che questa se da un lato priva luomo di ciò che è dato, dallaltro lo riconsegna a ciò che alluomo è sottratto

       Egli sa che la Natura lo ha abbandonato come un mendicante per il tracotante orgoglio che lo ha innalzato al di sopra degli dei, e alla Natura egli tornerà - A te ritorno per essere sereno e riposare - per ricomporre lunità perduta e perché in quella riconciliazione il Divino torni a manifestarsi O Dei del cielo, io vi ho oltraggiati e voi mi avete abbandonato. Ma presto sarò canto

      È maturato il tempo. Mi stupisco come se la mia vita cominciasse, e solamente ora io sono”: e agli agrigentini che dopo averlo cacciato lo richiamano indietro e vorrebbero incoronarlo re, E finita lepoca dei re, risponde, e li esorta a rinascere, Rinnovatevi in una giovinezza nuova () e rinascendo assecondate la Natura, prima che simpadronisca di voi!. 

      Rinascono davvero sotto i nostri occhi le 14 ragazze: faticosamente le espelle un figurato utero materno dal quale emergono nude e intatte come bianchi fogli di un copione ancora da scrivere lentamente muovendo verso un inconoscibile altrove, verso un sipario che non cè. 

       Il gruppo dei personaggi della tragedia sarà interpretato da una compagnia di giovani donne. Sono studentesse di una scuola? o forse membri di una qualche comunità femminile? si interroga la locandina consegnata allingresso. Non importa saperlo: le giovani attrici hanno vissuto, plasmato, agito la poesia di Hölderlin restituendocene intatte eppure nuove e diverse la grazia e la forza.

       Lapplauso caloroso che le saluta e le richiama a lungo festeggia anche il cagnone che ha giocato un insolito ruolo sulla scena, mangiando di gusto i resti - di ingredienti appetibili, sintuisce - delliniziale raccapricciante sforbiciata collettiva: da attore consumato si pavoneggia, si concede, annusa le fanciulle e disciplinato scodinzola, ringrazia a suo modo e, abbaiando con piglio drammatico, perfino gigioneggia un po’…


Sara Di Giuseppe - 16 luglio 2018