venerdì 21 febbraio 2020

“Il Jazz è quel che resta da fare”

Jerome Sabbagh & Greg Tuohey quartet / NO FILTER

Jerome Sabbagh/tenor saxophone   Greg Tuohey/guitar   
Joe Martin/bass   Kush Abadey/drums
Cotton Lab – Ascoli Piceno        14 febbraio 2020  h 21,45

 
Il Jazz è quel che resta da fare*…o da ascoltare         
*Bernard Lubat


        Di questo quartetto non sapevo niente. Sono tornato al Cotton Lab sulla fiducia, guai starne troppo lontani, neanche “per giustificati motivi”. Pena regredire musicalmente. Così anche stavolta ho avuto  la fortuna di conoscere ciò che del jazz ignoro.
Il Jazz è una somma di cose sconosciute, ed è mio compito andarle a scoprire”, dice in un’intervista il polistrumentista Bernard Lubat detto L’improvvisatore (Musica Jazz 1-2017). Addirittura lapidario un suo più recente intervento (Musica Jazz n°830, 1-2020, letto mentre imperversa Sanremo…): “Il Jazz è quel che resta da fare”. Come dire… l’ultima spiaggia.

        Sicchè questi quattro - un po’ francesi, un po’ neozelandesi, un po’ israeliani, un po’ anzi molto americani - ci hanno portato il più avanzato, sperimentale e professionale Jazz di New York. Come nel loro NO FILTER realizzato senza filtri né effetti in una sola mattina, “live in sala d’incisione ma ben curato” dice Emiliano D’Auria: composizioni immaginifiche, “improvvisazioni istantanee”, che non solo materializzano compiutamente il pensiero dell’anziano collega Bernard Lubat (loro sono circa quarantenni), ma ci indicano le sconfinate autostrade che il Jazz ha tuttora davanti. Oggi siamo solo all’inizio.

        Noi, lì ad ascoltare, ci siamo sentiti piccoli e confusi, (in)consapevoli di quanto siamo indietro… Solo i duetti all’unisono sax-chitarra potremmo dirli (appena un po’) prevedibili: di architettura elegante e minimalista, improvvisi ma attesi, mai spettacolari. Brani mediamente irruenti ma con un’energia nascosta, o riflessivi e carezzevoli (n°3 e n°6), perfino con armonie e motivi non evaporabili, nel jazz!
Costruzioni sonore discontinue orecchiabili ma pure sghembe, di note distratte apparentemente casuali (n°7): che potresti inventartele tu fischiettando mentre passeggi col cane o corri la maratona di NY.
Contrabbasso e batteria ricamano altro, vallo a chiamare accompagnamento, o ritmo: trovano angoli segreti, e ti ci portano. Tutto jazz nuovo e sveglio, ipnotico e rilassante, di cui non sai né aspetti la fine: ogni pezzo son quasi costretti a troncarlo “all’antica” (ZAC, o sfumando), ma nella tua testa quella musica continua. Come coi “silenzi” prima e dopo le esecuzioni di brani di musica classica, che tanti non capiscono né rispettano affannandosi goffi ad applaudire, e invece preziosi e indispensabili quanto la musica suonata e pure di più, non si dice che la ECM li “incida” apposta, questi silenzi, nei suoi dischi?

        Notevole ma leggero il “peso specifico” (copyright Emiliano D.) della serata, col numeroso pubblico che ha contribuito alla corale “opera unica” che si crea in questo auditorium-laboratorio di musica da sentire guardare e vivere, unico da queste parti.

        Resta da capire - è ciò che si chiede Lubat nella sua intervista di qualche anno fa - “come mai troppa musica si sia lasciata corrompere dal mercato. Oggi siamo perduti: pensiamo che la musica sia quella che ci propongono la TV e le radio commerciali o i supermercati… Una situazione tragica... La musica è stata completamente deviata dalla sua funzione”.
        Ma chissà, forse il jazz si salva. Non resta che farlo, o come minimo ascoltarlo. Possibilmente dal vivo, in spazi ad hoc, in club come questo, dove sia possibile il contatto diretto tra musicista e spettatore: il jazz è quel che resta da fare.


PGC - 18 febbraio 2020




sabato 15 febbraio 2020

I segnavento di "Messico e nuvole"

ovvero: Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere*

*parafrasando Dario Fo


   Ogni tanto ci si ricorda, a proposito delle stragi di palme e di paesaggio per colpa del famigerato Punteruolo Rosso, che prima di venire un po’ contrastato il fetente coleottero ha potuto per anni imperversare in libertà. Delle povere palme colpite, infettate, morte stecchite e alla fine mandate in discarica si pubblicano statistiche non sempre attendibili, anche perché ciascuno dei 3 Comuni colpiti che ci riguardano – San Benedetto, Grottammare, Cupra – vuole apparire il più bravo ad essere corso ai ripari e ad aver trovato la cura (che non si sa quanto funzioni). Leggiamo percentuali e numeri che spesso non stanno né in cielo né in terra.

   Fatto sta che il Punteruolo Rosso - da qualche tempo un po’ dormiente ma per niente debellato - non solo ci ha danneggiato il patrimonio cui tenevamo di più, ma ha lasciato (va ancora lasciando, man mano che continua il suo lavoro) cadaveri di palme in piedi, soprattutto perché le operazioni di smaltimento di ogni fusto residuo costano “da 400 a 1500 euro” (anche qua, numeri ballerini): così i tre Comuni spesso fanno finta di dimenticarsi di questi tristi totem sparsi qua e là sui lungomari, nei giardini pubblici e privati, nei posti più “turistici”. Quanta pena. E poi, fatta sparire la palma morta, al suo posto ne metto un’altra? Quanto devo ancora spendere? Dove trovo i soldi?

Come ultimi arrivati noi di Messico e nuvole, nel nostro piccolo, siamo quindi a proporre per San Benedetto (ma anche per gli altri due Comuni, spesso fratelli-coltelli) una facile soluzione pseudo-artistica, certo risparmiosa ed economica, per cambiare immagine a questi scomodi indesiderati totem e non farli più apparire avanzi di una tragica quanto necessaria operazione chirurgica ambientale.

Si applichi sulla cima di ogni fusto di palma morta un segnavento artistico: che sia funzionante, ma che al posto del solito scontatissimo gallo abbia la sagoma stilizzata di una delle tante sculture presenti in città. Guardare i rendering allegati: ogni brutto totem diventa bello, col suo segnavento-scultura colorato e personalizzato.
Ci sarebbero: quello con “La retara” di Sergiacomi; quello con ”Il saluto di Ubu” di Baj; quello con “Al gabbiano Jonathan Livingston” di Lupo; quello con “L’elefantino tra le palme” di Salvo; quello con “Al pescatore” di Capponi; quello con “Lavorare lavorare lavorare” di Nespolo; quello con “To see through is not to see into” di Kostabi; quello con “Il Principe” di Consorti; quello con “I sognatori” di Annibali; quello con “Vale & Tino” di Lodola; …

   Questa nostra proposta “Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere”, giocosa ma seria (come “Quelli che il Ballarin” dell’anno scorso, caduta nel dimenticatoio…), potrebbe anche far sorridere i turisti. Vi pare niente?
       

15. 2. 2020     Messico e nuvole    messicoenuvole2@gmail.com


sabato 8 febbraio 2020

Innesti felici

San Benedetto. Dopo la casa dei balconi arancione (2012), 
ecco la villetta gemella che “si ribella”


         Via Monte San Michele una volta non era male. Prima periferia di case a mattoni basse e quiete, diverse fra loro ma omogenee, contornate da giardinetti di reti basse e siepi, vasi di fiori, piante grasse, orti di verdure, alberelli da frutto, vialetti di mattoni avanzati messi inclinati di taglio. Vedevi gatti e bambini  sempre in cerca di giochi accanto ad anziani curvi affaccendati, mai tristi. Una via dritta, semplice, moderatamente tradizionale, piena di sentimento. A mezzogiorno e di sera poche auto accostate, per lo più 600 verdine e 850 color topo. Biciclette. Qualche Lambretta.
Quando a giugno tornavano gli olandesi (o erano tedeschi?) e le tre ragazzette biondissime (che aspettavamo), con la loro sinuosa BMW 501-A blu più i bagagli sul tetto, trovavano sempre parcheggio, di fronte alle due villette gemelle.

        Due villette uguali pulite e graziose: ornate finestre simmetricamente spaziate con persiane, tetto basso, portoncino d’ingresso in legno al centro della facciata, con due rampe di scale esterne. Negli anni si mantenevano fresche all’acqua e sapone, senza trucchi per apparire eterne giovincelle, senza spanciarsi in “balconi abitabili” e orride verande d’alluminio come fan tutti. Invecchiavano insieme, d’amore e d’accordo.

        Fino a ieri. Perché una di loro, penso quella nata 5 minuti prima, decide di colpo di cominciare un’altra vita. E arrivano gru e impalcature e transenne di cantiere, con i terribili cartelli “Ristrutturazione”… che a San Benedetto vuol dire radere al suolo!
Per fortuna non è andata così: la nostra gemella, un po’ ribelle ma saggia, si è affidata allo studio che realizzò la casa dei balconi arancione*, specialista in “innesti felici”.

        E “innesto felice” è stato anche qui: su una base con mattoni a vista rimasta intatta per un piano e mezzo fino al portoncino d’ingresso - con tutte le affettuose caratteristiche di tranquilla villetta familiare a pianta centrale - si è appoggiata una bianchissima grande scatola con volta a botte.
Sembra un piccolo capannone, un’officina volante, una mini-fabbrica piovuta dal cielo. Tre alte e profonde feritoie a nord come per respirare, i fianchi lisci e continui percorsi da pannellature tecniche, e a sud la grande terrazza a sbalzo senza soluzione di continuità con l’interno: aria, sole e luce in quantità industriali.
Due diversissimi volumi sovrapposti e tenuti distinti, anzi il soprastante è sporgente (cappotto termico), come se si potesse alzare o abbassare quando a uno gli va…

        Un sogno in una scatola, una scultura da abitare, anzi una nuova “macchina per abitare” (Bruno Munari). Immagino un interno di volumi aperti con soppalchi simil-loft, altro che l’ennesimo appartamento piccolo-borghese con inutili labirinti di rappresentanza. Sbirciando da fuori si notano travi curve lignee a vista che dilatano ancor di più lo spazio, ma dentro immagino pavimenti in resina che si confrontano con vissute mattonelle di graniglia recuperate, composizioni dinamiche spaesanti ma espressive, librerie in quota, manifesti d’autore, fari da cinema, disimpegni risolti con semplicità, sorridente design, poesia.

        A noi “con gli occhi impastati di cemento e traffico” (E. Jannacci) quest’opera parrà un azzardo estetico, più della casa dei balconi arancione. Troppo in contrasto col circondario e con la stessa villetta gemella, ora rimasta un po’ in disparte. Invece di questi lampi creativi - di questi “innesti felici” - ha urgente bisogno il buio architettonico-edilizio che con la sua desolazione sontuosa soffoca le nostre vite:
ricostruire sul costruito con sensibilità e fantasia, andando contro corrente con garbo, con leggerezza, con raziocinio.

https://faxivostri.wordpress.com//?s=La+casa+dei+balconi+arancione&search=Vai                                                                                                
PGC - 8 febbraio 2020



"Historia de un amor" e Max

Anna Crispino, magica voce napoletana, il 2 febbraio scorso a Roma dedica a Carlo Delle Piane (suo marito, straordinario attore scomparso l'agosto scorso) una serie di canzoni magistralmente accompagnate da prestigiosi musicisti. Il conduttore ricorda anche, oltre gli artisti presenti, che c'è un autore al fondo di questa serata che va omaggiato per il suo enorme contributo giornalistico e narrativo della vita di Carlo e Anna, e da cui l'evento ha attinto a piene mani: Massimo Consorti

Caro Max, come senti e vedi, qualcuno ti tiene sempre nel cuore come nei suoi pensieri. 
Grazie Anna, a nome di tutti i suoi più cari amici.

8 febbraio 2020
Francesco Del Zompo







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Spettacolo “Historia di un amor" con la regia di Mimmo Picardi per omaggiare il grande Carlo Delle Piane alla sala Margana di Roma. Con Il mio amico fraterno Pietro Manetta che ci ha accompagnato delicatamente in questo viaggio. "Paura” di Di Domenico, arrangiamenti piano, fisarmonica con il grande Sergio Colicchio accompagnato da musicisti eccezionale Cristiano Califano, Alessio Mancini e Alessandro Tomei.



martedì 4 febbraio 2020

FACCE DI TOLLA

        [La cittadinanza onoraria di San Benedetto a Liliana Segre]
 

        Nel magnifico documentario italiano “Memoria” di Ruggero Gabbai (selezionato al Festival di Berlino 1997, premiato al Nuremberg Film Festival 1999) c’era anche lei, Liliana Segre: la chioma non ancora candida, la voce pacata e uguale a quella di oggi.

        Sul grigio sfondo di uno scalo ferroviario milanese, raccontava di quel treno che dopo alcuni giorni di prigionia si portò via - insieme a tanti - lei e il padre, mentre i milanesi guardavano da dietro le persiane chiuse; raccontava il suo salutare “il mio papà” - una volta separati uomini/donne - con “piccoli ciao della mano” per cercar di consolare lui “così sofferente, così… disperato d’avermi messo al mondo”. Diceva proprio così, impossibile dimenticare.
Non l’ho rivisto mai più”: solo qui la voce s’incrina, poi il documentario lascia il posto alle altre testimonianze, altri ebrei italiani come lei sopravvissuti ad Auschwitz. 

        Gli studenti più scavezzacollo, al termine, hanno occhi lucidi; l’indomani, ad Oświęcim (Auschwitz)-Birkenau, niente selfie, non ancora inventati, solo silenzio e sgomento.

        Non merita, Liliana Segre, l’ipocrisia di un sindaco – quello di San Benedetto – e di un Comune che con irredimibili facce di tolla le offrono oggi la Cittadinanza Onoraria (accettata, è notizia di questi giorni, dalla Senatrice). 

        Perché questo sindaco - con la sua degna amministrazione in coma percettivo - vieta ogni anno al Corpo Bandistico cittadino di suonare Bella Ciao durante la celebrazione del 25 Aprile. E la Banda  supinamente ubbidisce.

        Perché di questo Comune fanno parte un assessore e due consiglieri (uno dei quali presidente del Consiglio Comunale) partecipanti alla cena fascista svoltasi lo scorso ottobre 2019 ad Acquasanta - provincia della salvinianissima Ascoli - per celebrare la marcia su Roma

        Perché in questo Comune vi è un membro della partecipata Multi Servizi che sui social fa gli auguri per il compleanno (!) di Mussolini, e sul cui ruolo di consigliere il sindaco “non ritiene di dover intervenire”.

        Perché in questo Comune vi è un Vigile urbano che insulta pubblicamente la Senatrice Segre, e il sindaco esprime burocratico sdegno, ma non ha pronunciato una sola ufficiale parola di condanna sul gravissimo episodio della cena fascista.

        Perché questo sindaco proviene dalle file di Alleanza Nazionale, una Destra che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale Italiano. 

        Ora la ghiotta occasione di mettersi in vetrina strumentalizzando la popolarità della signora Segre fa dimenticare al Sindaco Piunti opportunità e decenza: lo spinge a chiedere perfino, con sprezzo del ridicolo, un appuntamento - data l’impossibilità per la senatrice di raggiungere S.Benedetto - per consegnarle lui stesso dove e quando vorrà “la pergamena con cui questo Comune Le concede (sic) la cittadinanza onoraria”.
(Vuoi mettere, una foto con la Segre e la fascia tricolore… quando gli ricapita?)


        Ma ahimè, sindacopiunti, anche il lessico la tradisce: concedere (cfr. Vocabolario Lingua Italiana “lo Zingarelli”, ed.Zanichelli 2004 pag.414) è “elargire, spec. con degnazione indulgente”. E concessione è ciò che viene dato, dunque, dall’alto.

No, sindacopiunti, neanche la più lunga delle scale da pompiere le concederebbe di arrampicarsi all’altezza di una persona come Liliana Segre. Lei, sindaco, non ha proprio nulla da poter “concedere” ad una donna così, ad una vittima della Shoah. 


Studi, piuttosto. A scelta: la Storia, l’Italiano… Meglio se tutti e due
.


[https://www.youtube.com/watch?v=j_RBlqfvGlk  (testimonianza di Liliana Segre dal 30º minuto circa)]


Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l’uso strumentale, la sacralizzazione”.
Moni Ovadia, in Il Nuovo Manifesto, 27.1.2019


Sara Di Giuseppe - 4 Febbraio 2020


SEGRE, Bella ciao

La senatrice Liliana Segre accetta la Cittadinanza Onoraria offerta dal Comune di San Benedetto - “La Cittadinanza Onoraria della città di San Benedetto mi onora” - ma per tanti comprensibili motivi non potrà venire a ritirarla. 
“La segreteria invierà un indirizzo di saluto scritto”

Sicchè sindaco Piunti, testardo e petulante, insiste ringalluzzito e “chiede un incontro nel luogo e nel giorno desiderati per la donazione della pergamena alla senatrice”…

Porterà pure la Banda Cittadina, che alla consegna della pergamena intonerà Bella ciao? Come ogni 25 Aprile da quando c’è lui…


PGC - 3 febbraio 2020

domenica 26 gennaio 2020

“La bravura dei cani”

13ª Coppa Italia di “Caccia con cani da seguita su volpe” 
a Ripatransone (18 e 19 gennaio 2020)
 
“La bravura dei cani”

Il grande errore di ogni etica è stato sinora quello di immaginarsi di avere a che fare soltanto coi rapporti tra uomo e uomo. Invece il vero problema riguarda la sua attitudine verso il mondo e verso tutta la vita che entra nel suo raggio di azione . Un uomo è morale soltanto quando considera sacra la vita come tale, quella delle piante o degli animali altrettanto di quella dei suoi simili
Albert  Schweitzer

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         Fra le dichiarazioni rilasciate dagli organizzatori della nobile manifestazione ripana, la più grottesca e sinistra è quella secondo cui “obiettivo della caccia alla volpe non è uccidere volpi ma testare la bravura dei cani nello stanarle”. Così dicono, rimanendo seri. 
E - se ci fosse rimasto il dubbio d’aver capito male o di stare sognando - così proseguono: Le volpi vengono stanate dai cani, che poi le inseguono, e dai cacciatori. C’è anche la possibilità di uccidere l’animale ma è una scelta che viene fatta in rari  casi.

       S’indignerebbero pure i cani - lo faranno quando sapranno leggere, solo questione di tempo - nel vedersi, come noi, trattati da diversamente intelligenti, ma intanto: qui raccontano ancora la balla spaziale dei cacciatori-tutori dell’ambiente, a cui fingono di credere solo i cacciatori stessi, i politici a caccia (ops) di voti e le numerose categorie variamente interessate all’appetitoso business, con buona pace di civiltà, umanità ed etica, merce con la quale - come con la cultura secondo qualcuno - non si mangia.
  
      Tutti noialtri continuiamo a chiederci se costoro ci sono o ci fanno. Perché a siffatte anime belle – quelli che per fini elettorali, quelli che ci guadagnano, quelli che gli piace tanto tanto sparacchiare – torna comodo ignorare realtà confermate da evidenze scientifiche e da rigorosi studi ambientali ed etologici, e cioè:

1) l’assoluta inutilità del controllo mediante uccisione di alcune specie presuntamente in sovrannumero (cinghiali, volpi ecc.) la cui eliminazione non abbassa minimente il tasso riproduttivo, per un naturale meccanismo auto-regolativo della specie stessa;  
2) l’esistenza e praticabilità di efficaci e incruenti mezzi di contenimento - spostamento in altra sede, sterilizzazione ed altri - alternativi all’uccisione;
3) l’alterazione prodotta dalla riduzione di alcune specie necessarie - come appunto le volpi - all’equilibrio dell’ecosistema; senza contare le tonnellate di piombo rilasciate ogni anno nell’ambiente dalle migliaia di cacciatori  come cacio sui maccheroni.

L’elenco può continuare.
 
       “Colpisce soprattutto la presunzione con cui l’uomo si muove per risolvere problemi all’ambiente creati da lui stesso. Nessun dubbio, né riflessione, sui metodi alternativi alla caccia” (Cristina Franzoni, in Bailador n.42).        
         Eppure, di fronte a così sconsiderata barbarie, nelle polemiche di questi giorni sulla manifestazione ripana sembra che per i responsabili - e per la stampa che generosamente ne accoglie le esternazioni in lenzuolate cubitali e acritiche - tutto il problema consista nella disputa sull’effettivo  numero delle volpi uccise nella due giorni di mattanza: “solo” due secondo gli organizzatori, da quaranta a cinquanta e più secondo altri…  Discutono di due o quaranta, quando anche una volpe ammazzata è una volpe ammazzata di troppo!
E si parlano addosso, con pensoso filosofico ragionare (tipo: è tutto legale, s’è sempre fatto, mbe’?) nella posa plastica dei santimartiri arrostiti sulla graticola dell’odio sociale.

Come se fosse etico, morale, umanamente accettabile, inseguire essi stessi e far inseguire dai cani le volpi terrorizzate, braccarle nella tana coi loro cuccioli, decidere poi se lasciarle sbranare vive dai cani o ammazzarle sparate, o magnanimamente lasciare che muoiano da sé, di terrore.
Come se questa non fosse ferocia legalizzata, al pari di ogni forma di caccia e più ancora perché alla cretineria unisce l’incrudelimento
.
Come se fosse normale l’adesione delle istituzioni a un tale macello, e per il sindaco del luogo partecipare - così affermano i giornali - alla presentazione degli intemerati eroi iscritti alla gara di mattanza, salvo poi lui, il sindaco - ma non il giornale – smentire d’esserci stato.

         La bravura dei cani
- quella vera, fatta della dignità e fierezza che sono inscritte nel loro codice genetico - sarebbe allora quella di ammutinarsi contro i padroni - lo faranno, è questione di tempo  - e, con repentina inversione ad “U” buttarsi, in tutt’uno con le cugine volpi, all’inseguimento degli sparatori, in un elettrizzante dantesco contrappasso. Si apriranno scommesse su chi correrà più veloce.
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“L’uomo tratta questi esseri in cui vivono anima, sensibilità e intelligenza, con tutta l’inimmaginabile ferocia di cui le sue mani sono capaci”.   [G. Ceronetti – “Aquilegia”, 1988]
 
Sara Di Giuseppe - 26 Gennaio 2020


giovedì 23 gennaio 2020

"RIVERBERI"

Giuseppe Franchellucci   Violoncello Solo

FERMO – Terminal Mario Dondero     Sab 18 gennaio 2020  h 18               tam



VIOLONCELLO FOTOGRAFICO                  [foto di Andrea Del Zozzo]



            Non lo vediamo, ma al concerto stasera c’è anche Mario Dondero. Figurati se manca, nella “sua” Fermo, nel “suo” Terminal, invisibile ma presente come in ognuna delle sue 80 foto-reportage di vita ordinaria nel mondo “ritrovate” - ma “segnate” da lui stesso - ben allineate sulla parete di mattoni lunga. Chissà, potrebbe essersi istintivamente nascosto “dentro” quel gruppetto di laboriosi fotografi; tra le file del pubblico (la macchina fotografica sotto la giacca); tra i rari passanti che dall’esterno sbirciano attraverso le magrissime finestre; dietro l’isola curva dell’ingresso, ad osservare non visto chi entra, e magari a fotografarlo… O forse è lui che si diverte laggiù a creare quegli improvvisi rumori d’ambiente – scricchiolii, imbarazzati colpi di tosse, porte o portiere di auto che si aprono/si chiudono – cioè quei “riverberi di scena”… che stasera servono. Insomma Dondero qua c’è di sicuro, ma non cercatelo. Potrebbe, ed è più probabile, che stia proprio “dentro” il violoncello di Giuseppe Franchellucci. Lo si sente.

            Franchellucci e (è) il violoncello. Che lui suona “interagendo e giocando” con il riverbero non trattato di questo originalissimo spazio minimalista, con un’acustica che non è quella di un teatro, ma qui non è un difetto. Perfino il ronzio dell’aria condizionata dentro il lungo tubo sopra le foto si integra a quella sorprendente musica-non-musica. Musica non scritta e non letta. Improvvisata. Fantasiosa. Ardita. E ovviamente preparata, calcolata, studiata, sperimentata. Le dissonanze mai stridenti al posto delle armonie, gli arpeggi saltanti, senza gabbie melodiche: non-suoni di vario registro, mai rumori.
Musica destrutturata, in fuga dai calcoli matematici della classica prevedibilità, non cantabile, più jazz del jazz, più contemporanea del futuro. Quasi sempre senza cadenza né ritmo. Successione di note isolate, anche in acrobazia, vaganti, stirate, striscianti, da meditative a descrittive. Come musica di viaggio per strade poco trafficate, che partono e arrivano in terminal sperduti più finlandesi o canadesi che mediterranei.
Non sai precisare quello che senti, ma immagini paesaggi piatti di laghi con poco vento, o di fiordi nebbiosi, silenzi di ultrasuoni e luci boreali: come quelle, involontarie, che qui in alto si autoproiettano sullo spoglio fondale senza quinte, balletto sospeso di artiche ombre cinesi. Melodie senza melodia. Dalle quattro corde Franchellucci estrae l’anima buona e meno buona, prendendole in ogni maniera, anche a schiaffi (non con l’archetto) fino a quando la corda tocca il legno, e ne escono brividi di frequenze che serpeggiano ed evaporano tra il pubblico disposto per lungo, come in un treno - autobus - aereo, alla cui guida c’è Franchellucci. Toh, finestre solo da un lato… ma siamo ancora al terminal - “luogo di arrivi e partenze”, non staremo mica fermi a Fermo…

           Concerto per violoncello-solo, da ascoltare guardandolo: fiamme di musica immaginifica, multicolore e amichevole, per una volta liberata dall’impiccio di altri strumenti, inventata e prodotta senza tecnicismi, fotografando solo i pensieri, propri e di chi ascolta. Con la complicità di Dondero e di “Riverberi” in libertà, cosa può combinare un violoncello “marca” Franchellucci!


PGC - 21 gennaio 2020




mercoledì 22 gennaio 2020

Anime smarrite, anime belle - appunti in treno

Un uomo grida a se stesso o forse alla sua famiglia lontana. Impreca in una lingua sconosciuta, certamente si dispera, infreddolito, curvo e chiuso sé stesso. Con passi sconnessi, spigolosi come i suoi capelli dritti e neri davanti al via vai indifferente della piccola Stazione. Spero non mi venga addosso, non capirei nulla, non saprei cosa fare… Il tizio si allontana bruscamente.
Salgo sul Locale e chiedo conferma della tratta. Mi siedo confortato e finalmente in viaggio.

Cerco un bagno al secondo ed enorme snodo ferroviario. Non ho fretta, ho tempo. Donne e uomini con ingressi distanti. Al tornello da gettonare c'è una signora un po' curva e non più giovane, forse per l'aspetto e i suoi vestiti lunghi e logori. Cerco l'euro ma qualche centesimo lo allungo alla portiera abusiva e precaria. 
- Signore, - mi dice - ha il borsello aperto. - 
Rispondo - Lo so, - fidandomi della mia figura dissuadente e mascolina. 
Mi lavo, esco e lei non è già più lì. Meno male, sarebbero altre parole inutili e forse qualche altro centesimo, questa volta da negare.
Attendo e fumo una sigaretta all'esterno della grande casa dei treni rossi, argentei e verdi misto-fango dei pendolari. Una passante mi avvicina: 
- Ha mica una sigaretta? - 
- No, fumo queste… da rollare. - 
La ragazza adocchia l'alta pattumiera al mio fianco, con lamiera forata e tanti mozziconi di sigarette. Alcuni sono consumati solo a metà immersi in un insieme misto di vecchia cenere e sporcizia varia, come solo nelle stazioni si vedono. C'è una sigaretta quasi intera. La prende e rivolgendosi di nuovo mi dice: 
- Hai d'accendere? - 
Niente di più probabile: - Certo! - 
La ragazza riprende il suo andamento ondulato e incerto, forse temporaneamente meno ansioso.

Vado al binario 7, sotto al piano stradale, dove c'è ancora poca gente. Manca quasi mezz'ora. Mi appoggio al muretto delle scale che portano ad altri piani della cittadella ferrata. Mi riposo nell'attesa. Un signore magro sulla settantina, ma ben portati, si avvicina per chiedermi se al binario passasse il suo treno, sempre verso sud. Confermo - Pescara. -
Risponde - Sa, ancora sul display non è comparso… e l'orario, e allora sa… 
Rispondo - Non si preoccupi, anch'io scendo e ho visto che è quello giusto. Vado a Sben. - 
Ci scambiamo dei cenni rassicuranti. 
Continua - San Benedetto, la conosco poco, ma in Ancona ci sono stato spesso e ho mio figlio lì. 
- Anch'io, - rispondo - da poco tempo mia figlia ci si è trasferita. Da dove sta venendo? 
- Da Modena, sono stato per un controllo dopo un intervento alla gola. Qualche mese fa mi sono operato sempre lì e dovevo farmi qualche esame. 
- Mi dispiace. Tutto bene ora? Positivo, anzi no, negativo? - 
- Sì, non c'è niente e sa, è stata una bellissima notizia. - 
Dal viso sereno si capiva che ne era felice, sollevato. Continua vedendomi col tabacco in mano: 
- Anch'io fumavo, ma poco poco. Sei, sette sigarette. Ma se ti deve venire, ti viene, anche se non fumi. Succede a tanti. - 
Pensavo proprio la stessa cosa. Il signore, di Bari, si sarebbe fermato a Giulianova, presso la sua seconda casa, piccola e unicamente dedicata ai giorni di mare. Ex impiegato comunale, responsabile all'ufficio ambiente, ora lontano dall'amministrazione, mi parla di De Caro, di Emiliano, delle difficoltà appena accennate e lasciate intuire della città del Levante.
Arriva silenziosamente il potente ferro argento a strisce rosse. 
Saliamo sulla stessa carrozza ma posti diversi. La conversazione finisce.

"Viaggiare in treno è, a volte e fuori dall'esperienza quotidiana, un privilegio, una scuola di confronto, conoscenza, di approfondimento, riflessione, studio, o di stupore e rammarico per le tante situazioni di disagio sociale. Una palestra fuori dai tele-schermi antichi e nuovi, fuori dalla cronaca raccontata o subita. Non ci si annoia, insomma."

Continuo il viaggio e questa volta i cambi sono finiti. Questo 'legno' mi porterà fino a casa. Non proprio, ma in prossimità, a due chilometri e mezzo. Li farò volentieri a piedi. Adesso posso immergermi in brevi letture e conversazioni al telefono con le figlie. Ecco cosa mancava nell'elenco di cui sopra: chiacchiere e pensieri con i cari, sparsi per lo stivale, amici poco frequentati e distrattamente sentiti con sporadiche e veloci conversazioni. Ne ho sempre poca voglia, la mia 'pigrizia' in questo senso è nota. Ne approfitto. 

Le ore passano, ma nel conteggio finale ne restano davvero poche. Forse neanche una e, alzandomi per prendere una boccata d'aria più fresca nello snodo d'uscita, noto meglio il ragazzone seduto vicino a me sull'altra linea dei finestrini. Mi fa capire che anche lui avverte caldo. Sbuffa e io rispondo a gesti. Capisco che non è italiano. Forse americano o tedesco? Fa lo stesso, ci capiamo per quel poco che dobbiamo scambiare. Nel frattempo sento qualcuno che grida, ma sono distratto e capisco appena che maledice e impreca contro qualcun altro. Faccio fatica perché non vedo la scena. Qualche secondo dopo mi accorgo che sta indiavolato al telefono. Mi domando: ma si renderà conto che è in treno e non a casa sua o in macchina? Chi gli sta a fianco lo subisce, e senza poter protestare! Vabbè, l'importante è che finisca 'sta sceneggiata.
Il ragazzone viene anche lui nello snodo a sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d'aria fresca. Mi fa capire che viene da un viaggio lungo. Portogallo e poi qualche altra cosa come una sosta in Liguria. Adesso scenderà a… San Benedetto del Tronto. Lo ripeto anch'io scandendolo, e aggiungo: long name! Viene per lavoro, non capisco quale, e viene dalla Norvegia ma non afferro la città. Tanto oltre Oslo non conosco. Come moltissima altra geografia.

Arrivato. Saluto il signore di Bari e il ragazzone norvegese. Ho 20 minuti di strada a piedi. Recupero la tregua con i polmoni e mi accendo una sigaretta dopo una pausa per la rollata. Sono a casa, sono fresco di oltre 10 ore di viaggio ma non sono affatto stanco. Sono stato in un posto nuovo, sono stato con mia figlia, ho parlato piacevolmente con amici e familiari. Ho percorso 1.200 chilometri chilometri in due giorni e mezzo, prima in auto e poi in treno. Ma non c'è paragone tra i due mezzi.


Francesco Del Zompo - 22 gennaio 2020






sabato 18 gennaio 2020

Più stupidi che furbi

[Ripatransone, 18 e 19 gennaio 2020: 
13ª Coppa Italia di caccia alla volpe]


“La caccia alla volpe è una cosa praticata da sciocchi che corrono appresso a una cosa che nemmeno si mangia”   (Oscar Wilde)

          La Legge:
“In Italia la volpe è un selvatico protetto. Però è cacciabile”. Anzi, può essere uccisa anche dove la caccia è vietata. E tutto l’anno, non solo in certi mesi. Caccia libera, senza calendario. Stupidità legislativa che fa comodo a tanti. E se a qualcuno per caso non sta bene e fa ricorso - per esempio al Ministero dell’Ambiente - quello risponde con serenità olimpica che “le questioni di natura etica esulano dalle sue competenze” (sic).

E i paradossi non finiscono qui. Per continuare a divertirci facendo i gradassi coi più deboli (del resto è lo sport nazionale) ci siamo inventati la favola che la volpe è un animale dannoso. “Ma non è vero, siccome i cacciatori vogliono continuare a uccidere comodamente lepri e fagiani immessi artificialmente nell’ambiente,  uccidono le volpi che altrimenti li caccerebbero loro”. (cfr.“Natura”, rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri)
Poi: nelle gare di caccia alla volpe, quando si sguinzagliano le mute di cani (mute da 2 a 8) che devono trovare la tana dove ci sono i volpacchiotti al caldo, con mamma volpe che non scappa ma li difende fino alla morte, e puntualmente succede l’allegra carneficina, “si prefigura il reato di maltrattamento di animale (cuccioli sbranati nelle tane, cani feriti ecc.), art. 544 c.p.”.  Però i Carabinieri non arrivano.

Ma se l’hanno capito perfino gli inglesi, che la caccia alla volpe è una stupida barbarie!
Infatti l’hanno proibita, per civiltà. Noi no. Mascherati come a carnevale (mimetiche divise, corni inglesi…) noi ci facciamo pure i campionati nazionali, le Coppe Italie in tutte le regioni in tutte le province e in tutti i paesi dove potrebbe aggirarsi anche una sola volpe smarrita, con regolamenti talmente dettagliati pomposi e saccenti che a leggerli verrebbe da ridere, se non si trattasse di regolare autentici massacri: esseri viventi sbranati da cani, o sparati. E paraculi, questi regolamenti: le volpi uccise non vengono mai nominate, come fossero entità astratte (per non turbare i pargoli?), però fanno punteggio!

          Naturalmente soddisfatti i nostri sindaci: con ancora in bocca il pane benedetto di Sant’Antonio Abate protettore degli animali, con luminosa coerenza sono già sui calanchi ripani a presenziare al massacro delle incolpevoli volpi. Non senza aver prima sguinzagliato le veline illustrate ai giornali-da-riporto, ubbidienti e fedeli più dei beagle. Neanche abbaiano.


PGC - 17 gennaio 2020