venerdì 14 giugno 2019

ROCKETMAN. AL CINEMA.

       UOMO RAZZO : titolo fuorviante, anche se è quello di un suo storico pezzo e di un video minimalista. Perché non semplicemente ELTON JOHN

        Oso dirlo da deculturato non appassionato di cinema, da non consumatore abituale, non recensore, non commentatore Sì, perchè al cinema io sono un optional. Mi ci portano quasi di peso, ma guido buono la macchina, non disturbo, non mi commuovo né mi esalto, non consumo pop-corn Neanche il titolo chiedo. Stringo i denti e mi addoloro - in silenzio - solo allinizio, fra i tuoni espansi, gli stridori siderali, gli SWISSCC tempestosi e perforanti dei trailers. Poi il film vero lo dimentico subito, non porto rancore anche se è una stupidata. Aspetto il prossimo, che sarà uguale.

        Ma stavolta son rimasto contento. Anzi, mi sa che sto film ci torno a rivederlo, di nascosto.

        Non solo un tuffo nella buona bella musica pop rock ormai classica; non solo una storia chiacchierata e convulsa riavvolta in ordine; non solo unintrospettiva analisi di una società moderna bacchettona cinica e spietata; non solo il rutilante affresco di un mondo esagerato, desiderato e invidiato; non solo un tellurico cimitero di emozioni familiari; non solo paradisi, successi

        Cè tanto daltro. Forse di questo film sono le prestazioni che io chiamo secondarie, quelle non in evidenza, non volute, non cercate né previste, a far la differenza. Particolari che diventano sostanza, oltre alla scelta misurata, lodevolmente non commerciale, di canzoni stupendamente arrangiate e interpretate. 

Non gli scontati luccichii, gli abiti strambi, gli occhiali folli, le scarpe con le ali, i travestimenti funambolici. Le immaginabili stranezze del personaggio, i ridicoli armamentari

Sono piuttosto i colpi di genio registico, continui e seminati allimprovviso con naturalezza, inventati con coraggio o incoscienza (come lui bambino sul fondo della piscina con la testa nella palla di vetro da astronauta: Rocket Man / Uomo Razzo, appunto); lesasperata fedeltà dei particolari estetici delle ambientazioni; le ricostruite atmosfere (la british diversa dalla francese, diversa dallamericana); le crudeli perforazioni dellanimo, le fiammeggianti turbe sessuali, lo slancio nelle droghe, gli infiniti imperdonabili eccessi; e le svolte vitali. Sono radiazioni di poesia.

        I particolari: la Jaguar di quel verde strano (scelta tra le sue cento), le regali Rolls Phantom, la mitica Bentley del 56, e in America la Chevrolet dorata, la Ford Sedan del 57, la chilometrica Cadillac Eldorado; limmenso Yamaha ricoperto di moquette azzurra, il modestissimo piano marron verticale (inglese) degli inizi, scordato il giusto e stridulo come quelli di Lubecca di Capossela, ma con i giallastri tasti davorio, il VOX coperchio rosso e tastiera nera (sognato da ogni nostro complessetto di provincia); la facciata del Troubadour riesumata anche nella polvere, lonirica sequenza di lui e del pubblico proprio in quel concerto, sospesi al ralenti in un silenzio irreale alla Mario Brunello; il tumulto di luci e colori nei balli scatenati ipersincronizzati che neanche nei memorabili musical, che ti calamitano nei vortici del rock. (

        E poi le parole, cioè i testi (sottotitolati) delle canzoni! Autentica letteratura. Forse ce leravamo dimenticati, forse non ce neravamo accorti, o li davamo per belli a prescindere. Sono storie nelle storie, pensieri controvento, paesaggi subliminali, ma con un senso! Non canzonette. Quellinizio e quella fine: lui nel corridoio della clinica che avanza imperioso al ralenti, incorporato in un demoniaco abito rosso con le ali! 

        Io per tutto il film sono stato come nella centrifuga di una betoniera, o meglio dentro un carillon verniciato di emozioni mai ripetitive, proprio come quelli de La Gatta Carillon di Sabatino Polce. A un film così è mancato solo un gatto. Chissà Elton, magnetico e imprendibile come un gatto, quanti ne ha avuti, quanti ne ha: non gli serve una collezione, come con occhiali vestiti scarpe ville Rolls e Jaguar, perché i gatti non si collezionano, sono sempre unici. 


PGC - 12 giugno 2019


lunedì 10 giugno 2019

“Sicurezza” è avere una FRECCIA sulla testa

[San Benedetto. Due giorni di esibizioni delle FRECCE TRICOLORI: sul mare, in spiaggia, in città]



       Non parlerò male delle FRECCE TRICOLORI. Anzi, dirò anch’io che sono utili e necessarie, fanno bene alla gente bambina, all’immagine dell’Italia, allo spettacolo, al morale della Nazione. Tutti ce le invidiano.
Finalmente sono arrivate anche a San Benedetto (una congiunzione astrale, Civitanova non le voleva più).

       Ieri, mentre “in allenamento” saettavano per i due lungomari, e al Porto, e sulle case del centro, e al Paese Alto, e a Porto d’Ascoli fino alla Sentina, seguite da inquietanti scie scure che oggi diventeranno tricolori e saranno applausi, mi sono passate più volte sulla testa e mi sono sentito sicuro… Da vicino sono proprio “freccette”, sembrano piccole come gabbiani spaventati che scappano. In effetti quanti i gabbiani in fuga per il frastuono, oltre i gatti del porto. Invece Frecce solo 8 - 9, non 10, ma forse non so contare, o mi son perso il “solista”…


       Mi sono sentito sicuro perché non hanno fatto avvicinare nessuno alla riva: a 10 metri dall’acqua hanno steso 4 km di nastro bianco-rosso da crime scene. Guardie, Protezione Civile, Polizia, Misericordie…


       Mi sono sentito sicuro perché mi (ci) hanno proibito il bagno, hai visto mai che qualche Freccia impazzita s’infila in Adriatico… Ma nel caso, un sacco di barche militari ad aspettarle.


        Mi sono sentito sicuro perché mi (ci) hanno severamente avvertito di non intralciare il traffico, di non passare/sostare di qua, di là, di stare attento insomma: e intanto vedevo almeno 3 Frecce in allenamento “pettinare” il lungomare a filo di palme, altre 2 attraversare radenti in acrobazia la rotatoria del Ballarin senza guardare a destra, puntare al campanile del Paese Alto e mancarlo…
Ma sì, sono certo “effetti ottici” per gonzi, come sono finte le figure geometriche che fanno in cielo: il “cuore” che non è un cuore, il “cardioide” che non è un cardioide, la “bomba” che non è una bomba… però quanto sono bravi! Anche se - non lo penso solo io - sarebbe tutto uguale con aerei robot manovrati a distanza come i droni, cioè senza piloti (ma poi come la metti, con l’orgoglio nazionale?..)

        Mi sono sentito sicuro perché, girando per le centinaia di bancarelle spuntate come il morbillo, ho potuto respirare a pieni polmoni gli acri scarichi di kerosene. A Porto d’Ascoli hanno chiuso allarmati le finestre per la puzza ma hanno fatto male, dovevano conservare quel “profumo”, imbottigliarlo anche, per dopo: fa bene, lo dicono pure le centraline del Comune, che neanche lo rilevano, lo dice anche Greta Thumberg…


       Mi sono sentito sicuro perché il Comune con pochi euro ci ha fatto felici. Loro sanno come spendere. 


       Infine, mi sono sentito sicuro perché è più utile che ti passi sulla testa una FRECCIA TRICOLORE piuttosto che se ne fermi una di quelle altre su rotaie - Bianche o Rosse - alla Stazione Ferroviaria.



PGC - 9 giugno 2019





sabato 8 giugno 2019

WINCHESTER* CATHEDRAL

*nel senso di fucile

[Salvini a spasso col Vescovo nella Cattedrale di Ascoli]



        Non sarebbe stato da lui, è vero, ma per lincazzatura SantEmidio avrebbe potuto rivoltarsi nella tomba  con veemenza provocando davvero un terremoto. Proprio lì sotto. Gli bastava far crollare qualcuna delle 64 colonnette in travertino della cripta, veniva giù tutto.

        Il guerrafondaio Salvini, lo sbarratore di porti, quello che la-difesa-è-sempre-legittima-quindi-sparo, il leghista espanso, il comiziante senza freni, il Ministro-degli-Interni-da-internare, che ti passeggia impunemente sulla testa, e pure in compagnia del Vescovo che lo ringrazia, che gli si raccomanda (vuol avere altri fondi per il terremoto), che gli manda parole di conforto…”!

        Ma il nostro SantEmidio è buono (mica per niente è un santo). Si è trattenuto. Ha contato fino a 3. Poi anche a lui deve essere tornata in mente WINCHESTER CATHEDRAL, quel celebre allegro motivetto degli anni 60 che, guarda un po, era contro la guerra! Così è rimasto freddo, impassibile. Ah, quella era unaltra Cattedrale

      Questa nostra di Ascoli invece, dopo il passaggio di Salvini evoca il famoso fucile WINCHESTER dal terribile ma bellissimo scenografico meccanismo a leva che fece morti dappertutto, pure nei film. Poi ce lo ricordiamo Salvini, imbracciare platealmente un fucile (o una mitraglietta, non so) nelle celebrazioni del 25 Aprile, mentre luccicanti militari col cappello e gente bavosa lo accerchiano per un selfie.

       E quante volte labbiamo visto il Salvini, con la divisa del giorno, spadroneggiare baldanzoso tra fucili carrarmati elicotteri navi missili cannoni e bandiere fintamente patriottiche. Quante volte non ci siamo capacitati di come un Ministro sguazzi orgogliosamente così in basso!   ()

        Per cui non so voi, ma io ieri ho immaginato sto Salvini, disgraziatamente pure vice-premier, marciare col Vescovo-in-elmetto nella Cattedrale di Ascoli imbracciando proprio un WINCHESTER-fucile, mentre la Banda dei Carabinieri (tuttora in Festa per il 204° anniversario) intonava WINCHESTER CATHEDRAL: ta tà-ra-ta ta-ttàa ta tà-ra-ta-ta- ttàa Ma stonata. Minacciosa. Senza allegria. 

E via con i selfie!


PGC - 6 giugno 2019

giovedì 30 maggio 2019

"LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”

OFFICINA TEATRALE  AIKOT27
Gruppo teatrale AOIDOS

QUELLE CHE PRENDIAMO TRA LE BRACCIA

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura

Liberamente tratta dallopera di
Henry de Montherlant

nella traduzione di Camillo Sbarbaro

con
Vincenzo di Bonaventura
in Radiofonia teatrale

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  26 Maggio 2019  h17

 « Voyez-vous, il n'y a qu'une façon d'aimer les femmes, c'est d'amour.
 Il n'y a qu'une façon de leur faire du bien, c'est de les prendre dans ses bras.

 H. de Montherlant, Pitié pour les femmes


LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”


         Torna ad essere attore solista, Di Bonaventura, per questultimo incontro della sua stagione teatrale.

       Il dramma in tre atti (1950) di De Montherlant - condensato in due parti dense e brucianti come solo le sue riscritture sceniche - ha la voce profonda e la bellezza scorticante di unopera che ha dietro di sé il teatro borghese fra 800 e 900, e tutta la forza dirompente di un teatro filosofico che aveva toccato i suoi vertici in Pirandello: il cui Nobel era stato il riconoscimento ufficiale di unEuropa che cambiava (Di B.), di una letteratura e di un teatro portatori di speranza e rinnovamento. Non proprio come oggi...

      Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati…”, e nel presente deserto di slanci, fiero della propria ignorantia, sono linfa salvifica queste voci che il tempo preserva intatte e la passione dei folli come Di Bonaventura ci porge vive e pulsanti.

      È teatro immediato, questo esperimento di teatro radiofonico che tutto affida alla parola, e della ragnatela dialogica del testo restituisce in ogni sfumatura, esalta ogni infinitesima percezione: esso riprende modalità di ascolto incomprese da un oggi impoverito di parole e di potenza immaginativa, dove il teatro è sempre più, drammaticamente, territorio dellinesplorato.

      Ed è teatro dellinteriorità questo di De Montherlant: autore difficile nella complessità del suo pensiero, fra i classici della letteratura francese del Novecento e tuttavia controverso nella Francia della metà del secolo scorso per i suoi problematici rapporti con la critica, leditoria, lopinione pubblica; in ombra in Italia che lo conoscerà, nello stesso periodo, grazie allintenso rapporto epistolare e intellettuale col critico e scrittore Luigi Bàccolo, autore di studi sulla sua opera e di articoli a lui dedicati e pubblicati sulla stampa italiana.

        Uomo e scrittore daltri tempi, ammiratore del XIX secolo, un des plus beaux siècles français (Adinolfi), il suo è teatro che indaga, delluomo, la natura molteplice e contraddittoria, fragile e incongruente, e sempre cercando luniversale nel particolare, il senso profondo nellapparente non-sense dellesistere: perchè fissare léternel humain, trasmetterne il messaggio morale è per lui il compito imprescindibile affidato alla letteratura.

         È a Parigi, pendant lété de 1949, che egli ambienta Quelle che prendiamo tra le braccia. Un uomo ama una donna che non lo ama così come lui è amato da una donna che non ama: nulla di più comune, in questa trama che tuttavia trascende lavventura banale di personnages tout ordinaires, per toccare il lato oscuro, la fragilità e il vuoto prima della caduta. 

        Lattore solista per loccasione si fa in tre, e con la piccola magia del vocoder di vecchia e sperimentata fedeltà presta la sua voce ai tre protagonisti dellintenso raffinato gioco teatrale: il 58enne antiquario Ravier (elegante, snello, barba sale e pepe, che dimostra più dei suoi anni); M.lle Andriot, 60enne sfiorita, collaboratrice di Ravier che ama con vocazione rinunciataria e ostinata cecità; la bella M.lle Christine Villancy, diciottenne di modesta condizione economica, oggetto del desiderio e centro dellossessione sensuale dellattempato antiquario: ricchissimo, potente [“…tous les grands musées du monde ont quelque chose qu'ils ont acheté chez moi] e tanto attirato dalla grazia e dalla purezza di Christine quanto indifferente alla devozione della dimessa signorina Andriot. 

       Vi i interesserebbe vedere il mio Rubens?...Durante loccupazione i tedeschi hanno cercato con ogni mezzo di acquistarlo ne ho ben riso!: la seduzione passa banalmente anche da questo, i segni del potere e del denaro esibiti davanti alla fanciulla come il pavone maschio la sua ruota, o il tacchino i suoi bargigli 

        Perfino la ripulsa della giovane attrae Ravier ( Amo lodio che mi porta…”), il quale delira fino al feticismo (Resterei ore a contemplare le sue mani): non manca certo di donne, né di successo e potere, ritiene che solo il possesso conti, che nulla ci sia oltre il piacere. Ma la conquista di Christine - troppo giovane e bella per essere anche sincera - che si darà a lui perché si adoperi a favore del padre finito in guai giudiziari, ha il sapore del fallimento e della contaminazione, è la nemesi matematicamente consequenziale al cinismo.

        La giovane donna che si offre a lui per pura convenienza è simile alla bergère falsa che il cliente di Ravier comprerà pur sapendola tale (Non mi darà dispiacere, non importa, lo prendo perché ne ho voglia). Come il suo cliente, Ravier sa che possiederà un pezzo falso: quasi non vorrebbe sedurla perché ne ama la purezza - Ti amavo innocente, ti adorerò corrotta - e perché forse il culmine dellamore è nellimmaginazione, ma occorre che la sua ossessione sia appagata (Che io la prenda e la ingravidi una buona volta, e che sia finita! aveva detto al culmine del suo delirio).

        Fuori pericolo, forse, perché ci sono quelle che si prendono tra le braccia ma ci sono Le più pericolose di tutte: quelle che non prendiamo tra le braccia; e, in fondo, una cosa nasce nel fango e non diviene peggiore di unaltra che è nata nelle stelle

        E tuttavia questoapostolo del piacere non ha che il vuoto davanti a sé, la caduta è inscritta con precisa geometria nel disegno di questa desolazione erotica dove la comunicazione con loggetto del desiderio è un gettare tutto nellabisso come se parlassi a un pianeta sconosciuto. Così come per gli altri  protagonisti, non vi sono uscite di sicurezza, essi si inseguono senza incontrarsi, ciascuno rinchiuso nella propria trama di cinismo. Non cè altra conclusione che quella, desolata, del protagonista: Les jeux sont faits... Malheureux sans toi ou malheureux avec toi

      E lappetit de bonheur, la fame di felicità non può mai passare per la sazietà.

       Monumento innalzato alla solitudine umana (Adinolfi), lopera di Montherlant lo è particolarmente qui, nella rappresentazione dellamore che non l'appagamento dei sensi né la più elevata tensione spirituale sottraggono allinsoddisfazione di ciò che non è mai raggiunto. Questi personaggi, alle prese con il lato fragile e oscuro di sé, amano senza reciprocità, amano nel silenzio e nellorgoglio e tanto la sazietà dei sensi quanto la ricerca dassoluto nellaltro sono destinanti ad un uguale naufragio.

        Vi è tuttavia unesigenza forte di dignità e nobiltà nellesplorazione delluomo che Montherlant vede realizzarsi - sotto un cielo vuoto, privo di prospettive metafisiche - solo attraverso la letteratura: ad essa è affidata, in opposizione alla sciatteria del mondo contemporaneo, la costruzione di quella moralità universale che nelle culture antiche s'è manifestata nelle forme più alte.

        La scelta del suicidio, che chiude il cammino di Montherlant nel 1972, è lestremo atto di fierezza di un intellettuale convinto che luomo è ciò che lascia di sé. Aveva amato con passione la cultura latina su tutte, vi vedeva rappresentato luomo nella completezza interiore che si sottrae al nulla e alloblio: nessun miglior omaggio alla sua statura intellettuale e umana, di quello dei due scrittori suoi amici che vollero spargerne le ceneri dove più netta era lorma di quella cultura e di quel pensiero. A Roma: nel Tempio di Giano, nel Tempio della Fortuna Virile, e nel Tevere.


Sara Di Giuseppe - 30 maggio 2019 


mercoledì 29 maggio 2019

VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno

APP  ASCOLI PICENO PRESENT

4° FESTIVAL DELLE ARTI SCENICHE CONTEMPORANEE: TEATRO, MUSICA, DANZA & CIRCO   24 & 25 maggio 2019

SERATA LIGETI

FORM - ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA

GYÖRGY LIGETI (Musica ricercata, Six Bagatelles)  ARVO PÄRT (Pari intervallo)  STEVE REICH (Electric Counterpoint)

Fausto Bongelli pianoforte    Gianluca Gentili chitarra    FORM WIND QUINTET

ASCOLI PICENO   CHIESA DI SAN PIETRO IN CASTELLO    24 MAGGIO H17


VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno


         Giacchè in questi giorni sè votato per le europee, proviamo qui a dare altri voti. Però di merito, come a scuola. E, stranamente per una volta, in dodicesimi. Lidea ce la dà il bizzarro geniale compositore ungherese György Ligeti, al quale in questo Festival APP è stata dedicata la SERATA LIGETI, con il bel concerto della FORM (FORM WIND QUINTET), con il pianista Fausto Bongelli, e con il chitarrista Gianluca Gentili

         Quellincredibile Musica ricercata (suite di 11 brani per pianoforte, qui eseguita da Fausto Bongelli), si basa unicamente sulluso progressivo delle 12 note della scala cromatica ma una alla volta (salvo le ottave, cioè le altezze, naturalmente partendo dal LA): per cui la prima suite ha solo 2 note, la seconda solo 3, la terza solo 4, e via così fino alla undicesima suite che finalmente le utilizza tutte e 12 (di più non si può). 

         Così - giocando un po, ma seriamente, anzi severamente, come Ligeti - ci viene in mente di dare dei voti (pseudo-scolastici) ai vari musicisti; quindi allantica Chiesa di San Pietro in Castello, ad APP (direzione artistica, assistenza, organizzazione), alle condizioni ambientali del concerto, fin alla Ascoli del circondario. In maniera decrescente: da 12/dodicesimi a 2/dodicesimi. Promossi e bocciati. 

 -          VOTO 12/12:  al pianista Fausto Bongelli che ci ha stupiti ma non troppo, lo conosciamo. Se, specie allinizio, Musica ricercata sembra facile - solo 2 note la prima suite, poi 3, poi 4 - è proprio lì il difficile: quella tecnica combinatoria dallapparente aridità con graduale accumulo dei suoni, in realtà coinvolge lanima. Frettolosamente liquidata da alcuni come musica decadente (eppure, anche Kubrick scelse - abusivamente, ma dopo la causa fecero pace - proprio la suite n°2 per un suo film), Ligeti va suonato con religiosa devozione, precisione e concentrazione. 

Bongelli sa come farlo: sa - sdoppiandosi a volte - come usare con indipendenza, martellante fragore, perizia e spaventosa velocità la mano sinistra; come evidenziare quei non-accordi rotolanti; come a tratti evocarci Bach (verso le suite centrali); come farci galleggiare in quel simil-valtz (quarta suite?); come sorprenderci - nella quinta, ma anche dopo - con motivi forse di tradizione popolare e misteriose armonie, attraverso sovrapposizioni, incroci, dissonanze dissacranti eppur quasi armoniche. Le discese ardite e le risalite direbbe Battisti. Così ti pare di entrare in un film, percorri traiettorie negli abissi, guidi astronavi verso stelle e nebulose, viaggi nella luce e nel buio tra spazi intersiderali. Qualcuno la definirebbe musica sperimentale ma da manicomio. Non è un difetto.

-          VOTO 11/12:  al Quintetto di fiati della FORM che ci ha introdotti nelle Six Bagatelles di Ligeti. Nel merito, non ci abbiamo capito granchè (certo non sembrano sciocchezzuole), salvo che anche in queste cè lossessione di adoperare prima solo 4 note strane in strani accordi, poi 6, poi 8 e così via (meno il DO, alla fine, bah). Alcuni suoni son tenuti lunghi alla morte, altri vanno in dissolvenza, in corto-circuito, altri si predispongono in simmetria Per noi tapini è troppo, ma ci piace. Avvertiamo la profondità, la pensosa religiosità, la ricerca o la tendenza a qualcosa di impalpabile in quanto spirituale, mai prevedibile. I cinque - bravissimi sulla stima - ci danno dentro come i sassofonisti di Paolo Conte, ma questa è unaltra musica. Più adatta al lettino di analisi che per ballare.

-          VOTO 10/12:  al chitarrista Gianluca Gentili, che però ha eseguito meglio Electric counterpoint di Steve Reich (con laiuto delle diavolerie elettroniche alla Pat Metheny) che Pari intervallo di Arvo Pärt. Se è vero che anche nelle stilose chiese estoni si suonano i brani di Pärt, questa nostra spoglia chiesa romanica forse non ha il fisico, o ne ha troppo. Funziona meno. Forse il riverbero fuori controllo, forse la scelta del brano troppo minimalista, o forse era meglio un organo invece della chitarra elettrica (dallaccordatura non perfetta) Ma Arvo Pärt non si discute, fa bene APP ogni anno a proporcelo in tutte le salse.

-          VOTO 9/12: alla Chiesa romanica di San Pietro in Castello, dallo strambo campanile a base triangolare. Meravigliosa, infatti ha mille anni, non ce la meritiamo. Le chiese di oggi son tutte brutte. Restaurata dove benissimo, dove malissimo. Bene le maestose capriate, male le pareti interne con lorrendo intonaco da condominio sparato sopra i blocchi di travertino. Giusto aver tolto altari e orpelli e preservato il pavimento a quadrotti. Da rispedire al mittente gli 8 lampadari anodizzati da pizzeria, i fari multipli laterali da negozio di scarpe, gli altoparlanti buttati sulle pareti. Superflue ma vive, le ragnatele in quantità industriale sulle 4 graziose bifore alte (vedi foto).

-          VOTO 8/12:  al Festival APP. Già nelle altre 3 edizioni ci era piaciuto, questa quarta anche. E di alto livello, un piccolo Festival dei 2Mondi di Spoleto (che Ascoli rifiutò!), con spettacoli originali, coraggiosi ed economici (al contrario di Spoleto). Ma non cera bisogno di aggiungere il Circo. 

-          VOTO 7/12:  allorganizzazione. Si può far meglio. Magari portando le sedie e disimballarle un po prima che entri il pubblico, togliendo camion e furgoni dallingresso della chiesa, curando la puntualità dello spettacolo Di buon livello il materiale informativo-pubblicitario (grafica, formato, testi). Bello il logo, con quella renna che nei giorni del Festival vedrei gigante sulle torri di Ascoli, sulla superstrada, e piccola tra i tavolidi Meletti, nelle piazze, davanti alle scuole, sulla spiaggia a San Benedetto Ma non cè.

-          VOTO 6/12allacustica della chiesa. Proprio non ci siamo, anche perché è un cubo. Occorrono dei correttori acustici ben studiati, oggi funzionano, non sono invasivi e costano relativamente poco. Specie col quintetto, i suoni si mescolavano troppo, figuriamoci con una FORM al completo.

-          VOTO 5/12alla segnaletica. San Pietro in Castello sta un po nascosta, Per arrivarci (anche a piedi) servono dei cartelli indicatori (con lamica renna), anche loro fanno immagine.

-          VOTO 4/12: allesterno della Chiesa. Gridano vendetta quei grigi menhir dellEnel o non so chi svettanti sulla destra della facciata. I cavi telefonici e della luce appesi o cuciti dovunque, lincuria dellantico portone, lo sporco cronico, langoscia delladiacente casa a sinistra

-          VOTO 3/12a tutto il circondario. Unedilizia orrifica e invadente, tanto più brutta quanto più recente: abitazioni tirate là, pretenziose o cadenti, minacciosi recinti simil-carcere, muri, muretti, reti rotte, verde trascurato da secoli  Chi concepisce tali orrori, chi firma i permessi edilizi?

-          VOTO 2/12al mastodontico parcheggio che incredibilmente si sta costruendo lì a due-passi-due. Se non ci vai non ci credi. Uno spiazzo rubato, che verrà cementificato/asfaltato con laggiunta di sbarre, gazebo e quantaltro. Vicino al gioiello San Pietro in Castello! Da arrestarli tutti, i politici e i tecnici ben in mostra sul tabellone. E pure la Soprintendenza. Ma questa è Ascoli, bellezza.


PGC - 29 maggio 2019 


martedì 21 maggio 2019

La fiaba inquietante

NÁRODNÍ DIVADLO PRAHA

THE LITTLE MERMAID

(LA SIRENETTA)
Balletto ispirato alla novella di Hans Christian Andersen

Coreografia: Jan Kodet
Musica: Zbynĕk Matĕjů
Scenografia: Jakub Kopecký

Regia
Lucáš Trpišovský, Martin Kukučka)                                                                                        

Praga Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
11 maggio 2019   h18

LA FIABA INQUIETANTE

“…  Poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma
Hans Christian Andersen,  La Sirenetta


         Sono in buon numero i bambini e le bambine, oggi, per questa Sirenetta di H.Ch.Andersen, riscritta per la danza dal coreografo Jan Kodet e dal collaudato duo registico Martin Kukučka - Lukáš Trpišovský (conosciuto come SKUTR), impreziosita dalle intense soluzioni visive dello scenografo Jakub Kopecký, musicata dal compositore contemporaneo Zbyněk Matějů.

         Da queste parti anche il pubblico-bambino - non meno di quello adulto - mostra esemplare educazione allo spettacolo: preparato, attento, caloroso; soprattutto assente ogni birignao di mondanità. Cultura dello spettacolo che è anche - sì - assoluta puntualità (dunque civiltà e rispetto per gli altri); la stessa, cronometrica, con cui ogni spettacolo inizia-finisce e si intervalla

         Se tuttavia il pubblico è in maggioranza adulto, è certo perché una fiaba classicissima non parla solo ad orecchie infantili, e  la sua validità è nel significato che le diamo adattandovi il filtro del nostro vissuto: così come Andersen trasferiva nelle sue storie le inquietudini, la malinconia, il bruciante senso di una diversità che sentiva placarsi solo nel gioco letterario. 

         Con buona pace di ottocentesche interpretazioni moralizzatrici di marca anglosassone e di edulcorate produzioni disneyane (“Hanno spinto Andersen in una nursery e ce lo hanno chiuso dentro. Per sempre), questa Sirenetta è tra le fiabe più dolorose e struggenti di quel riconosciuto innovatore del genere fiabesco che fu lo scrittore di Odense: quella che meglio di altre affronta il tema del doppio, della non appartenenza, della sospensione tra essere e non essere, della sofferenza connaturata alla ricerca di sé.

         Fiaba triste e crudele come altre non del solo Andersen sulle quali chi di noi fu bambino nelle remote trincee del secolo scorso formò con gusto il proprio immaginario: ma senza rimanerne turbato, interiorizzandone anzi inconsapevolmente la poesia, la qualità letteraria, la complessità dello sguardo.

         La riscrittura coreografica conserva lo schema della fiaba originale: la giovanissima figlia del Re del Mare che affacciatasi per la prima volta a contemplare il mondo di sopra si innamora perdutamente del bel principe terrestre trovato esanime in riva al mare, superstite di un naufragio (e cè un po dellomerica Nausicaa e del naufrago Odisseo); che per esserne riamata dovrà rinunciare - per volere della Strega del Mare, cattiva come solo le streghe - alla voce e alla sua stessa natura di sirena, e in luogo della magnifica coda avrà un paio di gambe che non le serviranno granchè; che nonostante il sacrificio, il dolore, la perdita di sé, non riuscirà ad esserne riamata, e la sconfitta coinciderà con lannientamento e la definitiva metamorfosi in schiuma marina.

          Fiaba inquietante nella complessità dei temi che suggerisce pur attraverso i rassicuranti stilemi del racconto fantastico. Il linguaggio della danza ne restituisce intatta la suggestione, ne esalta i tratti simbolici e nel rivolgersi con garbo, eleganza, magia, allimmaginario infantile, sollecita intanto una riflessione adulta. Quei temi (il doppio, lidentità sospesa, la condizione del non collocato e non collocabile), che appartengono allo sfaccettato mondo interiore di Andersen - al suo sentirsi imprigionato in una diversità rifiutata dalle convenzioni dellepoca - e che si affacciano in molte delle sue invenzioni fiabesche, traspaiono discreti ma imprescindibili in questa creazione di trascinante tensione evocativa. 

        Acqua, aria, terra, gli elementi ancestrali che la fantasia di Andersen sovrappone allesperienza concreta e trasforma in fiaba, qui si esaltano in movimenti coreografici di aerea eleganza e rigorosa padronanza tecnica, nella visionarietà delle soluzioni scenografiche, nel tessuto musicale di audace contemporaneità, nella suggestione dei colori (pura gioia per gli occhi, i dominanti azzurri e verdi dei costumi). 

         Lacqua è lelemento fluido, contenitore di vita e archetipo femminile, che domina la scena con forza simbolica, trovando nel finale la sua apoteosi, nella rosa di schiuma proiettata in alto con al centro la danzatrice: ultimo e unico abbraccio per la piccola sirena (uneterea lievissima Kristýna Nĕmečková) che uno sciocco Principe (un magnifico Giovanni Rotolo) non sa amare. 

         Acqua e terra sono i mondi sul confine dei quali si consuma la breve esistenza della Sirenetta: la danza ne disegna lamore e il dolore, il gioco e la disperata sfida, e nei passaggi corali si fa più netta la solitudine, più inesorabile il destino che né lamore delle Sirene sorelle né quello della Nonna potranno vincere.

         La piccola creatura del mare si è già spogliata della sua natura di sirena per amore del principe; ora rinuncia per sempre a se stessa scegliendo di non ucciderlo se lo facesse, potrebbe invece tornare ad essere sirena, come la Strega dispone (le streghe ogni tanto andrebbero ascoltate) ed è la scelta che suggella, nel sacrificio di sé, limpossibilità di quel vagheggiato passaggio a un diverso livello dellesistenza.

Nel mondo fiabesco di Andersen la tensione fra reale e ideale fa sì che spesso anche il lieto fine sia apparente e labile. Se per il Brutto anatroccolo divenuto finalmente cigno la felicità vera era forse lo stagno fangoso nel quale prima sguazzava vicino alle radici del mondo, così per la Sirenetta la pace viene dalla rinuncia al sogno, dal suo essere restituita allacqua e allaria, ai suoi elementi originari. 

        Ai personaggi di Andersen - scrive Simonetta Caminiti - i quali cercano strenuamente e spesso invano di essere accettati, tocca aspirare al cielo perché si comprenda che erano esseri speciali


Sara Di Giuseppe - 20 maggio 2019 


domenica 19 maggio 2019

[PICCOLO DECALOGO DI RESISTENZA CIVILE]

         …a Matte, se trovi uno di questi striscioni che fai, mi arresti?



  1     MATTO DA LEGARE


  2     CHI LEGA non MANGIA LE MELE


  3     FESSO CHI LEGA


  4     LA FELPA NON E ELEGANTE


  5     LE STELLE NON HANNO LEGAMI


  6     LEGALMENTE ME NE FREGO


      MI FANNO MALE I LEGAMENTI


  8     CON TE NON FACCIO LEGA


      LEGATI (almeno) LA LINGUA 


10     LA LEGA E UN EX VOTO



PGC - 18 maggio 2019



sabato 18 maggio 2019

Partita a scacchi

NÁRODNÍ DIVADLO - PRAGA

VALMONT
Balletto basato sul romanzo di P. Choderlos de Laclos
Les liaisons dangereuses

Coreografia 
Libor Vaculík
Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga

Musiche 
Franz Schubert - Pēteris Vasks

Praga Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
10 maggio 2019   h19


PARTITA A SCACCHI

Siamo sinceri: nei nostri intrighi amorosi così freddi e fatui, ciò che chiamiamo felicità è appena piacere
(Lettera VI) 
 P. Choderlos de Laclos, Le liaisons dangereuses


        Una grande opera letteraria, il polifonico romanzo epistolare di Pierre Choderlos de Laclos (1782) e la sua trasposizione nel linguaggio della danza: sfida coraggiosa che il coreografo-scenografo-regista Libor Vaculík accoglie e vince. Quando Petr Zuska (direttore artistico del Corpo di Ballo del Teatro Nazionale di Praga) mi ha proposto questa trasposizione ho pensato che fosse impazzito scherza il coreografo, e leccellenza del risultato glielo permette.

        Sapientemente frazionando e ricomponendo in quadri il meccanismo complesso dellopera - grazie ad originali soluzioni scenografiche - la coreografia sviluppa lazione con rigore drammaturgico, e del romanzo conserva la perfetta struttura di congegno ad orologeria che dispone e muove i suoi pezzi sulla scacchiera; il plot, vera apoteosi dellarte della manovra, è scandito nei passaggi salienti dalle lettere affidate a voci fuori campo; la danza - superbo amalgama di classico, moderno e contemporaneo con incursioni fra i mostri sacri Balanchine, Forsyte, Kylián - disegna la geometria di una partita a scacchi in perverso equilibrio fra divertimento e vendetta, gioco e intrigo: nessun vincitore, alla fine, ma solo una catastrofe senza catarsi.

         Il caleidoscopio di broccati, decorazioni e parrucche rococò è, nella prima parte, cornice e sfondo alla fatuità di un mondo di apparenze e libertinaggio; nella seconda, solo il bianco e nero della scacchiera e il gioco di luci e ombre presagio di tragedia. Così, i movimenti sinfonici di Franz Schubert e le dissonanze del compositore Pēteris Vasks sono il tessuto musicale dellazione nel suo precipitare dalle iniziali manierate lievità allintrigo cinico e dissoluto.

        Il gioco seduttivo condotto secondo il codice libertino dalla Marchesa de Merteuil (una sofisticata, perfetta Alina Nanu) e dal suo degno e manipolato amante, il frivolo seduttore Visconte di Valmont (un intensissimo Giovanni Rotolo, italiano di Polignano a Mare, primo ballerino del Corpo di Ballo del Národní Divadlo) si traduce in una danza tecnicamente impegnativa che disegna con maestria la complessità delle relazioni, la linea sinuosa lungo la quale si dispongono il capriccio e limprevisto, lirrompere della passione che smentisce il credo libertino, ilmovimento involontario dellamore che turba e scompiglia il disegno preordinato; il testo coreografico esalta personalità e virtuosismo dei singoli: non vi è coralità nella creazione di Vaculík che al contrario scolpisce una galleria di singoli ruoli e caratteri, ciascuno sbalzato in robusto altorilievo sulla scena. 

        Accanto alla coppia Merteuil-Valmont, tutti gli altri protagonisti - linfelice Madame de Tourvel, la dolce giovanissima Cécile de Volanges, lappassionato cavaliere Danceny - formano un concerto di solisti: ciascuno vi danza il proprio dramma, che da intimo si fa epico nel comune precipitare - per vie diverse -  dentro la tragedia finale. Un registro stilistico che richiede ai ballerini qualità tecnica, rigore, eleganza, ma anche doti interpretative - quasi attoriali - non comuni perché il grande tema umano che il romanzo affida alla parola si trasferisca nel linguaggio del corpo, demandando ad esso lespressione dei moti interiori e lurgenza degli snodi narrativi. 

        Gelosia, vanagloria, brama di prestigio, volontà di dominio, sete di vendetta e tutto quanto attiene allaffermazione perentoria dellego, si disegnano plastici nel microcosmo che M.me de Merteuil manovra da malefico demiurgo. Ci sono individui che non si fermano davanti a nulla. E sopravvivono - commenta L.Smoček - drammaturgo e direttore di scena.

        Un tema poderoso, filtrato dallintensità evocativa degli stilemi coreografici: per questa via, il romanzo di denuncia della nobiltà francese settecentesca scende nella danza ad incontrare il nostro presente, a farsi metafora di ogni dinamica individuale o collettiva, di ieri o di oggi che manipola e asservisce, che fa delluomo soltanto un mezzo e mai un fine

        E la vocazione autodistruttiva di una società - laristocrazia settecentesca - ignara di un mondo che al di là di quei confini dorati è in irreversibile mutazione, è davvero - fatte le dovute proporzioni - così lontana da noi? Le coreografie di Vaculík ci dicono di no: il finale chiaroscurato da cui sono spariti crinoline e broccati, la luce fioca delle lampade che vegliano la salma di Valmont, le fiamme che dalle lettere gettate nel braciere si innalzano ad avviluppare ogni cosa ci trasferiscono da unepoca e dalla sua vicenda storica alla universalità e atemporalità del simbolo.


Sara Di Giuseppe - 15 maggio 2019


giovedì 9 maggio 2019

Per li rami del jazz

Francesco Diodati / Yellow Squeed    NEVER THE SAME

F. Diodati chitarra  F. Lento tromba  E. Zanisi piano, Fender Rhodes, synths  G. Benedetti tuba, trombone a pistoni  E. Morello batteria

Ascoli Piceno Cotton Lab
3 maggio 2019  h 21,45


         La 29ª stagione del Cotton Jazz/Cotton Lab non poteva concludersi che con unaltra sterzata sulla strada del jazz: ecco una nuova band discender per li rami del jazz Yellow Squeed: un quintetto primaverile di giovani sperimentatori professionisti guidati da Francesco Diodati. 

         Giovani solo allanagrafe: il loro jazz, coltivato e maturato in anni di sagge frequentazioni, di fatiche ed esperienza, potrebbe già essere incasellato dai pelosi critici in uno dei tanti schemi costruiti a tavolino, se non fosse che nel jazz certe operazioni di marketing non contano niente.

Questi non sono musicisti qualsiasi. Ragazzo-Diodati fin dai tempi del sodalizio - circa 10 anni or sono - con Ermanno Baron e Marcello Allulli, coi quali suona ancora, era avanti eppure studiava. Oggi è avanti e ancor di più studia, ascolta, inventa, sperimenta. Gli piace. 

Quando in un lontano indimenticabile Camera Concerto concepito in un nebbioso appartamento estivo al 3° piano aperto dinverno, quindi gelido, si presentò magro con la sua chitarra e un ambaradan di scatolette elettroniche fili pulsanti lucine levette e pedali, pensammo che quel putiferio gli servisse per scaldarsi le dita. Fu messo a suonare (proprio in quartetto con Allulli, mi par di ricordare) nella stanza in fondo a destra, sotto al lampadario (avevamo tolto il letto e i comodini, larmadio no), e noi pubblico in corridoio. Forse non capimmo, avevamo davanti un piccolo talento lanciato.   ()

         Riascoltarlo in un club prestigioso come il Cotton in compagnia di musicisti coetanei altrettanto scelti è conferma di una raggiunta e consolidata maestria. La sua musica è cresciuta con ancor più carattere: è precisa, fantasiosa, limpida, matematica. Improvvisazioni libere e virtuosistiche mai invadenti o arrembanti, direi con buoni freni. Più evocative che imprevedibili. La melodia, sempre presente, pare de-strutturata da un architetto. Lo stile, ben riconoscibile, si nutre di forme semplici, senza manierismi, senza asprezze. 

E musica da camera contemporanea, bellezza! (copyright Emiliano DAuria). Suonano concentrati, tutto un ingranaggio. Sembrano colloquiare solo tromba e chitarra, continue occhiate e cenni dintesa, ma Diodati lo dice: io non scrivo per una tromba, io scrivo per Francesco Lento.

       Si era subito distinto (almeno per lenergica presenza scenica), ma è In Cities che si svela meglio la tuba di Glauco Benedetti, che nel quintetto ha soppiantato il contrabbasso: solo due note vicine ascendenti, ossessive e potenti ma calde e rassicuranti - quando lui la sua tuba la accarezza sulla piccola curva in alto - sulle quali poi si incardina la tromba e tesse armonie, un po alla volta, come fanno sempre. E dietro, Enrico Morello alla batteria che lega con rigore di clessidra, facendo di tutto per non emergere, ma non ci riesce

        Tutto il concerto rispecchia lultimo disco NEVER THE SAME:tutte composizioni originali italiane. Ma ecco a chiudere Thelonious Monk, e qui anche Enrico Zanisi può spiccare in tecnica e personalità, tra le terre incognite del jazz”…

        Artisticamente vicino al grande Enrico Rava, che frequenta anche informalmente oltre a farci concerti, Diodati (di)mostra che il talento può essere ereditato. Perché se è vero che di rado la virtù dei padri si trasmette ai figli (per lAlighieri, rade volte risurge per li rami), ecco qui una felice eccezione: la magistrale linfa di Rava fluisce limpida in questo suo discepolo, ramo verde e già robustissimo di quel grande albero (quasi) secolare.


PGC -  8 maggio 2019 


martedì 7 maggio 2019

Stiamo freschi!

Gli affreschi della Petrella dureranno sempre. [forse]

La tesi di Tania Bonanno

Ripatransone Sala Consiliare del Comune    4 maggio 2019  ore 17



        Santa Maria della Petrella, unantica chiesetta di campagna del genere povero, come tante. Tuttavia lavrebbe, una propria dignità architettonica, se qualcuno un po se ne curasse. Invece, nonostante vecchi e inadeguati restauri-ormai-bisognosi-di-restauri, è praticamente abbandonata. Finto-terremotata. Chiusa. Quando ci passi manco la guardi più. E solo un facile punto di riferimento: passata la Petrella, pe Ripa so 3 chilometri

        Se la chiesetta se la passa male, i suoi preziosi affreschi non stanno meglio. Hanno anche loro gli acciacchi delletà, ma non hanno mai visto medico. Tania, che li ha amorevolmente studiati tanto da farci la tesi di laurea, nel partecipato incontro di sabato ce li ha mostrati uno per uno: quelli in basso sono quasi scomparsi per colpevole consunzione fisica o per i violenti graffitaggi ignoranti; quelli in alto resistono, ma appaiono stanchi, mutilati, quasi morenti. Li stiamo perdendo. Eppure, per la particolare tecnica con cui furono dipinti, loro durerebbero sempre. E questi della Petrella hanno appena 500 anni, dei giovinetti! 

        Per ridargli fiato, forse si potrebbe cominciare così:

-      Via quegli orribili banchi attaccati alle pareti (ormai poco) affrescate. A protezione, si costruisca una semplice ma solida balaustra di ferro.

-      Eliminare la spaventosa nicchia posticcia che contiene la statua di una madonna abusiva. Lei cosa centra? Mica era unappestata che cercava ricovero. Perbacco, lì cera un affresco, perduto per sempre.

-      Spiccare loffensivo lampadario centrale, portarlo a LAntico e le Palme, o a casa di qualcuno, o in ricicleria, sempre 3 km da qua. Per lilluminazione, 6 invisibili led di Brico.

-      Via quegli ingressi posticci con serrande-Novelli da garage. Chiuderli con dei vecchi mattoni.

-      Imperativamente rimettere al suo posto il magnifico affresco furbescamente sottratto (e ben restaurato) che ora sta al Museo. Fare piano che si rompe.   

Fin qui basterebbero un 5 mila euro. Il Comune dirà che non ce lha, non credetegli. Ma comunque, visto che a messa si usa dar qualcosa, perché il prete non fa circolare un piattino raffigurante un affresco della Petrella e raccoglie soldi per quello? A ogni chiesa di Ripa un piattino con un affresco diverso. Con tutte ste messe 

Poi certo bisognerà continuare, fare tante altre cose per rivitalizzare come si deve la chiesetta e gli affreschi, forse Tania ci guiderebbe”… Ma diamoci noi una mossa subito, sennò stiamo freschi!


PGC - 6 maggio 2019