lunedì 16 luglio 2018

Carlo Delle Piane e Anna Crispino rendono omaggio a Massimo Consorti

XVIª edizione "Ischia Film Festival", un evento del Cinema italiano e palcoscenico ideale per rendere omaggio al carissimo amico Massimo, profondo amante e conoscitore del 'grande schermo'.

Massimo ci unisce e ci sprona... ancora.

https://www.youtube.com/watch?v=tIAAyIfACP4

16 luglio 2018 - Francesco


mercoledì 11 luglio 2018

“Si non se noverit”

SPOLETO61 
FESTIVAL DEI 2MONDI
29 GIUGNO 15 LUGLIO 2018

Casa di Reclusione di Maiano di Spoleto
6 7 luglio 2018  h20.45

VICTIMS

NESSUNO torna ad Itaca

Si non se noverit

Diretto da GIORGIO FLAMINI
Prodotto da #SIneNOmine
IIS Sansi Leonardi Volta Casa di Reclusione di Spoleto


Si non se noverit


      Lungo e lento, il nero corteo di giovani donne velate segue il feretro della fanciulla morta, il corpo ancora scomposto dalla morte violenta, e il Dum pendebat filius accompagna il passo di ciascuna mater dolorosa che a turno cede allo schianto interiore e si accascia. Lo precede in sanguigno abito rosso, ieratica, la figura femminile che esibisce tra le mani la testa in gesso di Yochanan, il Battista. 

      Al simbolismo dellincipit si unisce quel dettaglio di realtà che colpisce con forza involontaria: limmenso, grigio cancello blindato del penitenziario che silenzioso e lento si chiude alle spalle del corteo e davanti ai nostri occhi.

      Gli spazi esterni del carcere - ampi, verdi, piatti - accolgono le installazioni, perimetrano la lunga teoria di madri velate con in mano penzolanti bambole, rimandano leco del ripetutoSi non se noverit del Coro che avanza per stazioni come di Via Crucis. 

      Sul grande prato giacciono corpi, vittime senza nome sconciate nellurto di una morte senza tempo né geografia; vi brancolano convulse le donne in nero, gettano a terra le bambole, sono esse stesse disarticolate marionette. 

      Il palco è al di là di alti cancelli, solitario sul grande spazio erboso. Vi si affaccia lirredimibile grigio del moderno dignitoso carcere; le finestre dalle grate a losanghe sono occhi che si aprono ciechi, qui è appeso un pantalone, lì una camicia 

      Ma i detenuti sono qui, davanti al pubblico: sono gli attori e gli autori, sono mescolati ad artisti e ad attori professionisti, mettono in scena la vita. 

      E la vita può essere passo di flamenco: solitario e senzaltro suono che il batter di piedi e di mani, o appassionato dialogo di corpi che larpa accompagna, forza attrattiva e sensuale che unisce e divide. 

      O può essere lallucinata situazione del sartriano Huis Clos - A porta chiusa (È questo dunque linferno? () Buffonate! Nessun bisogno di graticole, linferno sono gli altri!) 

      O la Sorveglianza speciale di Genet,  e la cella di Occhiverdi, Lefranc e Maurizio, dove la tensione psicologica e drammaturgica attraversa le dinamiche detentive del potere, dellattrazione omosessuale, della scaltrezza, della gelosia, della violenza fino al tragico epilogo. 

      Occhiverdi è il testimone della colpa come disgrazia, del delitto come destino non negoziabile: avrebbe fatto ogni cosa perché la vita potesse tornare indietro, ha tentato, ma nulla ha potuto per sottrarsi (Volevo fare marcia indietro nel tempo, rivivere la mia vita fino a prima del delitto Cercavo dessere un cane, un gatto, un cavallo, una tigre, un tavolino, un sasso)

I marcati accenti pugliese e napoletano dei tre attori-detenuti agganciano con forza il testo teatrale al vissuto che si fa scena: difficile, per chi assiste, poter scindere quei dialoghi dalla vita dietro le sbarre a losanghe.

       Così come è vita vera il pianto della giovane madre dal testo di Mattia Esposito - che non sa placare quello inarrestabile della sua creatura: ieri ci è riuscita, gli ha mostrato le poche stelle di tra le sbarre e il piccolo sè addormentato, ma stasera no, come può non piangere chi è nato in carcere, come non piangere se di lì a non molto - a tre anni - la legge lo toglierà alla madre Eppure ce lho messa tutta perchè questa miseria finisse Mangia e ridi, dormi e sogna

      Non solo questo: detenuti e artisti hanno rimaneggiato, adattato, ripercorso testi che da lontano - da Omero a Ovidio, da Wilde a Beckett, da Joyce a Camus, a Genet, a Sartre si affacciano su questatomo opaco del male e sul dolore antico delluomo.

       La musica, in tuttuno con la scena, sottolinea accompagna enfatizza ogni gesto di questo teatro intensissimo, tace in ascolto dello spiritual negro che lentamente percorre il prato; il Coro evoca nel suo ripetuto Si non se noverit - Se non avrà conosciuto se stesso - il complesso mito di Narciso che non sfugge al proprio destino  - vivrà a lungo solo se non riconoscerà se stesso, aveva detto Tiresia - e per il quale la conoscenza di sé come mero riflesso coincide con la morte. 

       Come tra questa musica e la scena, così tra questa scena e la vita la fusione è totale, e gli attori di dentro sono indistinguibili da quelli di fuori: lapplauso lungo del pubblico lo testimonia, quello che abbiamo visto lascia il segno, non siamo gli stessi di quando siamo entrati. Peccato la lettura del pretenzioso messaggio istituzionale del nuovo ministro, peccato lessere intirizziti fino alle ossa, il programma non avvisava che si sarebbe stati allaperto 

       Cerco dimmaginare questi luoghi una volta rimosse le installazioni, il palco, le attrezzature di scena. Saranno ancora due soli colori, il grigio delle finestre con le grate a losanghe, il verde curatissimo dei prati senzalberi; e saranno ancora grigi i muri alti su cui camminano sentinelle, e nascondono alla vista le dolci boscose colline umbre, una volta oltrepassato linvalicabile cancello e superata la scritta DESPONDERE SPEM MUNUS NOSTRUM.



Sara Di Giuseppe - 10 luglio 2018

lunedì 9 luglio 2018

“Come colui che non sa”

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Più che l'amore
di Gabriele DAnnunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
5 luglio 2018  h21.15

 Come colui che non sa

       È uno spettacolo che vedrete adesso e mai più - dice Di Bonaventura - poiché nuova e diversa è ogni messa in scena che ri-scrive il testo per mano del soggetto-attore e perché questi è, nellinsegnamento del maestro Jacques Lecoq, come colui che va in scena e non sa

        Superare il testo, dis-apprenderlo dopo averlo appreso è il punto di partenza, la scommessa attraverso cui linterprete plasma la sua capacità di creare, naviga a proprio rischio, forgia un teatro lontano dalla sclerosi dellufficialità, dei generi e delle mode, ricrea sulla scena il gioco della vita e delle sue leggi, cerca quello che si recita di essenziale nellessere umano.

        È per questo che Di Bonaventura può dire del testo di DAnnunzio non ricordiamo niente: la macchina attoriale lo ha rubato e dis-fatto, ha trasformato come nella lezione di Carmelo Bene il testo a monte in testo in scena, e il teatro del già detto in teatro del dire

Avanguardia che attinge allantico, ai grandi territori drammatici della Tragedia classica e della Commedia dellArte, e attori/artefici sono questa sera Vincenzo e Simone, che ri-creano il testo dannunziano dopo averlo dimenticato.

       Stroncata dal pubblico e dalla vil canizza gazzettante al debutto romano nel 1906, Più che lamore è da allora pochissimo rappresentata, come in genere - anche oggi - tutto il teatro dannunziano. 

Di esso, allepoca, gli ambienti borghesi accolsero con disagio la novità, laprirsi agli sperimentalismi della scena internazionale, il contrapporre alla grande stagione del teatro naturalista di inizio secolo, il teatro di poesia: destinato tuttavia, a dispetto di mode e convenzioni, a incidere profondamente nella trasformazione dei codici drammaturgici del Novecento.  

       LaTerza Roma, al principio della primavera, tra due vespri sono il luogo e il tempo della tragedia. Lo spazio rarefatto dellinterno romano in cui Corrado Brando e Virginio Vesta agiscono è teatro di un confronto di anime legate da affetto fraterno ma lontane, per sempre scisse dalla febbre che brucia in Corrado.

Divorato dal perpetuo desio della terra incognita, di quellAfrica di cui sente il fischio dellaquila pescatrice, e vede gli avvoltoi e le cicogne levarsi su lUèbi, egli sente di essere della razza dei Caboto, sa di poter solo andare avanti, La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar

       Egli è lulisside destinato al fallimento, inconciliabile col modello di società borghese che gli si offre, lItalietta giolittana dei ministeri e della burocrazia; lo consuma il fuoco di quella sfida mai domata; vorrebbe, come il Ruspoli sepolto sulla via del Daua, lì morire e anche lui avere per monumento funebre un ramo secco fitto in un mucchio di terra come è usanza della gente Amarr per onorare i capi. 

Non è per lui la parola sepolcrale Kalas! - basta! - esalata dagli uomini dellaltipiano boccheggianti e sfiniti, egli cerca la lontananza più che la gloria, poiché Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro lordine che mi opprime. 

       Tentare ogni strada pur di tornare laggiù, degradarsi nellazzardo e nel tradimento per trovare il denaro che occorre, precipitare fino allabiezione del delitto, saranno questi la sua scelta e il suo destino.  Non lamico fraterno, non lamore totale di Maria e la luce della nuova piccola vita che si annuncia dentro di lei, basteranno a fermarlo.

       Virginio è lamico che gli oppone la forza limpida del suo intelletto, che trasfigura in arte il proprio sapere, in poesia i moduli logaritmici applicati ai suoi studi di umile ingegnere idraulico; per il quale il sogno è il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze; è colui che vede nella poesia lessenza stessa dellUniverso, che gli indica il ritratto di Beethoven come di quel titano che dice Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà; che gli ricorda gli anni degli studi, condivisi nella squattrinata quotidianità e fervidi di passione artistica, quando laver acquistato un modico busto di Dante e laverlo piazzato fra i due letti bastava a farli sentire più forti della stessa fame. E che da quella stessa Maria, sorella teneramente amata - con quel suo viso che è come la superficie duna polla -  egli trae la forza interiore che lo salva da tutto ciò che ha conosciuto di ignobile e di feroce.

       Ma la catastrofe incombe, era già nel presagio che Maria scacciava da sé (Pareva venuto non so che autunno di sotterra), è nelle parole di Corrado al servo Rudu che chiede se saranno già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco: Ah Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi.

       Non può soccorrerlo lamico Virginio, sono su rive opposte e la mano che gli tende non lo raggiunge: Virginio con la sua persona circoscritta, il suo compito prefisso (Lordine riposa su di te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata) che gli ricorda Altre vite tu schianti con la tua, che laccusa Tu hai disumanato lamore, ma che ancora non vuol dirgli addio Io piango in te leroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco

      È Corrado a pronunciare il saluto estremo, in una gloria che fu silenziosa, e al fratello perduto intima Va, Virginio, tutto fu detto. Le nuove Erinni! 

I tre uomini sono già alla porta, Rudu ha ricevuto il suo ordine (Falli entrare. E tu tieniti indietro), Corrado ha radunato le sue armi, impugna quella che a breve distanza meglio gli serve.

       Col buio in sala scende lideale sipario su quella scena nuda fatta di due sedie, un tavolo, un ritratto, dominata per oltre un'ora dalla passione di una tragedia antica e dalla tensione di un moderno thriller.

       Gli spietati neon dellOspitale ci restituiscono Vincenzo e Simone, figure amiche e qui prodigiosi attori-artefici-testimoni della eternità della poesia che abolisce lerrore del tempo. Con loro abbiamo toccato il fantasma del dolore titanico nelluomo di ogni tempo e attraverso di loro, perfino, ci è parso udire la voce del Poeta: Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata, e nessuna mi sembra più nobile di questa *


G. DAnnunzio: A Vincenzo Morello in Più che lamore


Sara Di Giuseppe - 7 luglio 2018


venerdì 6 luglio 2018

La 'fragilità' nell'arte di Giuseppe Piscopo

Un artista deve trovare le sue strade per esprimersi, per sviluppare il suo talento e la sua arte. Giuseppe Piscopo è da quando lo conosciamo che ha diligentemente e caparbiamente intrapreso il suo sentiero, di certo non facile e poco battuto. Ma si sa, i talenti hanno bisogno di tante cose oltre la loro fatica e il loro convinto perseverare per avere una giusta 'vetrina' che accolga il proprio lavoro. A volte si diventa ossessionati e ripetitivi pur di far valere la propria ricerca artistica, e in altre ci si scontra con il mercato che emarginalizza sia il contenuto che la forma a vantaggio del glifo applicato in basso a destra di un'opera. Ma Giuseppe, come il suo antenato illustre, è un cesellatore e scultore di idee, fatte di pazienza e laboriosa pratica e grazie al suo avanzato gusto per l'ironia, mista a un grande senso dell'umorismo (campo in cui è un Grande maestro), lui continua a sperimentare e concretizzare idee sempre più narranti di sogni e speranze.

Piscopo, pur avendo avuto numerose e qualificate partecipazioni ad eventi - dove viene costantemente riconosciuta la sua creatività con premi e segnalazioni - si è pure dovuto affidare al Caso e/o al 'buon occhio' di alcuni per sperare in uno squillo polifonico dello smartphone, preceduto da qualche riga digitale: "Carissimo, ci interessa molto la sua arte. Perché…?" *

La sua costante e insuperabile poetica si esprime da sempre con e nella 'fragilità' del materiale usato. Un magnifico e sporco cartone e sottogrammature di cellulosa, sempre rigorosamente riciclata, che plasma come creta per un vasaio. Le sue 'catene', arrotolando fogli e fogli come fibre di canapa, si spezzano o racchiudono forme pesanti come cuscini d'aria pura, guidano cavalli a dondolo che escono dal Don Chisciotte o si spargono come cenere dal Vulcano, magnifico suo brand e minaccioso vicino di Casa.

Per conoscere meglio lui e le sue opere, non si può prescindere dal suo blog e le sue numerosissime collaborazioni per la rivista d'arte e fatti culturali UT.

Ora una news che lo riguarda, un po' abbreviata nel contenuto, ma riportante la sua partecipazione, su invito, a quest'ultimo evento in Slovenia, in cui il suo materiale artistico non poteva mancare a giudicare dal titolo: Fragile.

Un nome su tutti, per capire l'importanza della collettiva: Ai Weiwei, ma è solo una questione di ordine alfabetico ;-)

* (…) "Alla Galleria Miheliceva di Ptuj con la mostra FRAGILE_MEMORIA CONFLITTO UOMO, andranno in scena gli interventi personali di Silvia Camporesi, Paolo Ciregia e Mustafa Sabbagh, tre autori che utilizzando il mezzo fotografico pongono riflessioni sul tema delle fragilità con la curatela di Carlo Sala, studioso delle mutazioni della fotografia contemporanea.

FRAGILE è la mostra internazionale collettiva curata da Marika Vicari e Jernej Forbici al Monastero Dominicano (Festival Art-Stays, Ptuj, Slovenia, 6-13 luglio 2018). Per la prima volta le installazioni, sculture e video di Ai Weiwei, Banu Cennetoğlu, Polona Demšar, Federica Ferzoco, Maria Teresa Gonzalez Ramirez, Masbedo, Mladen Miljanović, Andrea Morruchio, Boštjan Novak, Artsiom Parchynski, Giuseppe Piscopo, Patrizia Polese, Santiago Sierra, Rósa Sigrún, Andrea Tagliapietra, Alice Zanin e dialogheranno tra loro sulla fragilità dell'arte, della materia, dell'uomo, delle sue relazioni e del nostro futuro."


Francesco del Zompo - 6 luglio 2018


mercoledì 4 luglio 2018

Un riconoscimento gradito e Felice

Cara UT,
solo poche righe per presentare un invito, perché ho letto sul sito che la rivista è stata definitivamente chiusa e non conosco le motivazioni nei particolari ma posso immaginarli e colgo che questa chiusura segue quelle di altre riviste che leggevo.

Dispiace e penso che è stata e sarà una perdita per San Benedetto del Tronto. Ecco, l’invito che presento è di non disperdere anche quel patrimonio che complessivamente l’associazione che gestiva la rivista ha comunque accumulato in questi anni. 
Cerchiamo di continuare per quanto potrà essere possibile almeno promuovendo delle iniziative periodiche perché la nostra città ne ha davvero bisogno, anche perché stiamo in una fase che la cultura intesa come ricerca e come partecipazione di singoli alla gestione di eventi declina ormai sempre più verso zero.

Non ho titoli ma per quanto mi è possibile sono disponibile a dare un contributo.


Felice Di Maro - 3 luglio 2018


martedì 26 giugno 2018

Il Pino Bar è STONEHENGE

       Non cè testimonianza diretta alle 5.48 il Pino Bar era ancora chiuso - ma il 21 giugno a quellora precisa diversi mattinieri di passaggio hanno sentito degli strilletti acuti provenire dallormai famoso nido di merli insediato nellultima A dellinsegna BAR GELATERIA del Pino Bar

        TCIUC-TCIUC Tsii CIE-CIECIE TCIUC CIECIE Tsii.. TCIUC-TCIUC

       Allora esatta del solstizio destate di questanno - le 5.48 - stavano nascendo i piccoli merli: il sole attraversava con raggi ancora orizzontali la pineta e si posava sulla facciata del Pino Bar, proprio sul nido in festa.

     Quasi nello stesso istante, nel sito neolitico di Stonehenge il sole entrava nel circolo di pietre dal suo ingresso di NE battendo sulla Heel Stone, il megalite posizionato proprio sullasse, mentre la gente ballava.

      Solo che qui cè un maestoso pino al posto del monolite, e sulla traiettoria dei raggi cè ora anche quel nido di merli, dove si è festeggiato il Nuovo Inizio come meglio non si poteva.

       Pino Bar è la nostra Stonehenge e il suo segnale cosmico è RESISTERE.

       E il Pino Bar ha in più i merli (grandi e piccoli) che si danno il cambio e gli fanno la guardia, Stonehenge non li ha 

       Dora in poi, ogni solstizio destate Maria darà una festa liberatoria.


PGC - 25 giugno 2018


Foto merlo di Daniela Volpiani

lunedì 25 giugno 2018

La città radiosa

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Assassino senza movente (Tueur sans gages) 
di Eugène Ionesco

di e con
Vincenzo Di Bonaventura
e con Loredana Maxia

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
21 giugno 2018  h21.15


La città radiosa


        Piove, stasera, dentro il celebrato e restaurato Ospitale: dal polistirolo delle controsoffittature stile  macelleria il breve scroscio estivo gocciola sugli attori, involontaria metafora di questa Grottammare, sorella della ioneschiana Città radiosa nella sua posticcia elettoralistica spettacolarità.

        Ed è ancora, con Di Bonaventura, appassionata testimonianza di un teatro lontano da padroni e schemi, lontano dal quel teatro mortale - nella definizione di Peter Brook - tradizionale e accademico il cui primo effetto è la noia

        È, il suo - e quello della ricerca avanguardistica di Artaud, Bene, Brook - teatro del soggetto-attore, che non impara il testo ma lo dis-impara, non lo prepara ma lo s-prepara, operando una sorta diattentato al testo che annulli la distinzione autore/attore e crei una diretta relazione fra attore e spettatore: così intensa e alchemica che questultimo, secondo Carmelo Bene, non dovrebbe poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro

        Che sia il "Teatro immediato" di Brook o quello totale di Bene, esso è sacrale luogo di purificazione (nellutopia di Artaud) da cui lo spettatore può farsi travolgere e violentare, e il cui scopo non è rappresentare il mondo bensì trasformarlo; intorno al testo e alla sua infinita rappresentabilità, lattore si muove non saccheggiando bensì lavorando per sottrazione  - Rimuovere ciò che non è strettamente necessario e intensificare il resto -  con lobiettivo di mettere in scena quel che manca nella vita quotidiana

        Così, dice Vincenzo, lartista dis-impara il testo sottraendolo allefalde fangose del teatro-birignao; re-agisce con esso sul piano emotivo, lo trasforma (il testo è lattore, il testo è la voce, per Carmelo Bene) e i grandi artisti sono perciò stesso grandi improvvisatori - dunque autori - come Totò, Bene, Fo. 

Non fanno teatro, sono teatro: la teatralità esige la totalità dellesistenza.

        La macchina attoriale Di Bonaventura-Maxia vive stasera il testo di Ionesco per scarnificazione e intensificazione: raggrumati in uno solo i tre atti di Assassino senza movente, limplacabile climax si dispone in una sapiente geometria - dialogo iniziale, azione centrale e convulsa, inesorabile epilogo - di cui gli attori sono artefici più che interpreti.

        Con Di Bonaventura/Berenger (Età media, cittadino medio) e Maxia/Architetto-Funzionario (Età indefinibile, età da funzionario) è come venir messi per incantamento nel piccolo teatro parigino de la Huchette al Quartiere latino, dove Ionesco si rappresenta con continuità fin dalla metà di quel nostro secolo breve nella cui certezza donnipotenza lo scrittore vedeva naufragare ogni umanismo. 

        Lossessione della morte (da la quale francescanamente nullu homo vivente pò skappare), del suo inesorabile esserci-e-basta, dell' angoscioso incombere sulla tragicommedia esistenziale, è il fantasma che emerge prepotente dalla Città radiosa, dallartificioso splendore che copre la mistificazione e il delitto, la putrefazione dei corpi galleggianti nel lago. 

        Lorrore si palesa con discorsiva naturalezza - Vede quel laghetto? () È là, là dentro che se ne trovano tutti i giorni, due o tre; annegati. () Ce n'è addirittura tre, quest'oggi che al fluviale lirismo di Berenger oppone la banale logica di alienato buon senso dellArchitetto-Funzionario (“…Ci saranno sempre bambini sgozzati, vecchi affamati, vedove lugubri, orfanelle, moribondi () e massacri, e inondazioni, e cani investiti... Cosi i giornalisti possono guadagnarsi il pane. Tutto ha il suo lato buono. In fondo, è il lato buono che bisogna guardare).

        Nel precipitare dellazione verso il compimento - alle nostre spalle la rumorosa corsa di Berenger/Di Bonaventura alla ricerca di un gendarmeria ricorda il tumulto del Rinoceronte - Maxia ha ora le sembianze di Comare Pipa candidata politica - Allevatrice d'oche. Una forte personalità - arringante una folla ottusa e plaudente. 

        Da sotto il floscio cappello agita e sparpaglia i fogli del programma, del suo contratto (!) coi cittadini-elettori - Vi prometto di cambiare tutto. Per cambiare tutto bi­sogna non cambiar niente. Si cambiano i nomi, non si cambiano le cose. () Perfezioneremo la menzogna () e tutto sarà cambiato, grazie a me e alle mie oche. La tirannide restaurata si chiamerà disciplina e libertà (). Quanto agl'intellettuali... noi li metteremo al passo dell'oca! Viva le oche! -

        Nel tempo raggelato dellepilogo Berenger è solo con lAssassino, presenza immobile e ghignante, avviluppata nellenorme lugubre pastrano (opportunamente: sulla scena che si fonde con la vita, il soffitto continua a gocciolare). 

        Solo il suo ghigno sinistro risponde alleloquenza patetica, ai tristi luoghi comuni di Berenger che vorrebbe dissuaderlo dal crimine - Forse uccide tutta questa gente per bontà! () Forse vuol guarire la gente dall'ossessione della morte? () Lei vuole probabilmente praticare una sorta di euta­nasia universale? () Lei è un essere umano () lasci stare la gente, la lasci vi­vere stupidamente

        Il disperato Mio Dio, non si può fare niente!... Che cosa si può fare?... Che cosa si può fare?... del cittadino-medio Berenger, mentre il colpo dellAssassino sta per abbattersi anche su di lui è la resa: lassurdità del vivere e del morire, schiavi di forze e volontà indipendenti da noi stessi, è la sola certezza.

        Il teatro è una discesa agli Inferi, le mie paure sono quelle degli altri, dirà Ionesco; e nella distorsione grottesca, violenta, eccessiva della realtà e del quotidiano che sulla scena si realizza, forse come lui possiamo trovare il coraggio di guardare in questo baratro e riderci sopra


Sara Di Giuseppe - 23.6.2018


domenica 24 giugno 2018

La “STANZA AZZURRA”

        Ispirato dai surreali esiti di plumbee vicende grottammaresi, ho deciso. 

        Mi faccio anchio una stanza azzurra, così posso farci quello che mi pare.

        Come si dice, nel rispetto della legge: superficie minima 15 metriquadri, niente finestre agibili né mobili contundenti (meglio vuota senza neanche una sedia), porta solida con serratura non apribile dallinterno. Per il colore non so, finirà che andrò sullazzurro, per stare sicuro.

        Per scrupolo la sto insonorizzando, il vicinato stia tranquillo. Ho comprato pure cimici e microcamere, verranno i carabinieri a posizionarle.

        Per ora non ho idea, ma dentro potrò finalmente farci le peggio cose, sicuro sempre distare nel giusto, come i noti fatti insegnano.

        Accerterannopercosse, segregazione? Gireranno filmati? Registreranno lamenti e urla? Sentiranno testimoni? Faranno accurate indagini, lunghe pure 4 anni? Mi convocheranno al tribunale di Fermo? OKKEY! Converranno che è stato tutto fatto nel giusto (sic).

        La mia stanza azzurra la chiamerò ALICE.


PGC - 22 giugno 2018


mercoledì 20 giugno 2018

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

[Quasi una proposta indecente]



        Nel cuore di Ripatransone, il grazioso teatro storico Luigi Mercantini restaurato ma sempre chiuso (per visitarlo, dalle-ore-alle-ore, chiedere la chiave allUfficio Turistico e 1 euro anzi 1 e 50); sparse nel paese invece, svariate antiche chiese, grandi piccole belle brutte ma tutte inesorabilmente chiuse (niente chiavi), tranne un paio mediamente funzionanti [scusate limprecisione, non sono del ramo]. Non puoi entrarci neanche a pregare. 

        Questa è appena una parte delleccezionale patrimonio culturale e religioso ripano, lasciato in colpevole abbandono, in un territorio che ha urgente necessità di ripartire - ma nessuno sa come - invertendo la tendenza depressiva generale. Ai nuovi amministratori, dunque, intenzionati lo si spera ad inserire nel loro programma idee originali, fruibili e disinteressate, propongo questa folle (ma non tanto) operazione di marketing culturale:

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

[lo si potrebbe chiamare teatro diffuso, variante culturale dellalbergo diffuso sperimentato con successo in territori vicini, con recupero e valorizzazione dellantico]

        Unvero teatro intanto cè, basta tenerlo sempre aperto e fruibile. Poi, fra le tante inutilizzate che dicevo, scegliere 9 chiese da attrezzare permanentemente a teatri, in maniera minimalista: dagli interni via solo i banchi, da sostituire con tribunette in tubi Innocenti, si può ricavarne da 30 a 150 posti circa, dipende della grandezza della chiesa. Una mano di bianco dove serve, il resto non si tocca: restano chiese, nome compreso, ma aperte.

        Non è semplice. Ma è fattibile se cè volontà, perché gli ingredienti ci sono tutti. Loperazione va studiata e programmata qui cascano i politici anche e soprattutto sui diversi piani della comunicazione, dello stile e dellimmagine, per proiettare rapidamente Ripa nel fitto panorama culturale almeno nazionale: chi altri può crearsi 10 teatri (non tendoni da festival) da offrire per manifestazioni di Cultura (musica teatro danza letteratura e arti varie, sport esclusi!) tutto lanno?

        Ci sono casi isolati e felicemente riusciti (Spoleto, Ascoli, Praga) di chiese, anche malandate, riconvertite occasionalmente: nessuno ha ancora provato a farlo in numeri più grandi su un paese piccolo, e tutto lanno.

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

       Sarebbe un marchio da registrare: una provocazione certo, ma utile anzi indispensabile ad un paese ricco ma morto. Ripa ha la storia, larchitettura, le chiese e pure una propria Banca allapparenza seria e solida, mica il Monte dei Paschi. E ha ripani entusiasti operosi ed esperti, basterebbe prendere in blocco quel quartiere e metterlo al centro del progetto e dei lavori.


PGC - 19 giugno 2018


martedì 12 giugno 2018

Un Tesoro senza prezzo

       Il grande cruccio del nostro Paolo De Bernardin era quello di non sapere a chi consegnare quel suo Tesoro: dischi a migliaia, raccolti in decenni di amorevole ricerca, di ascolto, di studio e lavoro. Temeva, a ragione, che potesse andare irrimediabilmente disperso.

       Chi poteva capirne il grande valore storico e culturale?

       Chi avrebbe saputo catalogarlo e proteggerlo?

       Chi disponeva di spazi adeguati, da attrezzare non certo come un museo?

       Chi avrebbe coraggiosamente investito e disinteressatamente offerto alla collettività il privilegio di assaporare dischi da tutto il mondo, selezionatissimi, e certamente rari o introvabili?

       Chi credeva realmente nella musica fatta non solo di Classica o di canzonette?
     
       Chi, incitato da una passione infinita come la sua (quasi una malattia), avrebbe continuato la ricerca, arricchito e incrementato questo Tesoro?

       Degli amici che lo ascoltavano, qualcuno gli dava vaghi consigli, qualcuno gli diceva brutalmente di vendere, qualcuno sminuiva la sua preoccupazione, qualcuno tirava via, gli diceva di non pensarci, per scaramanzia 

       Così Paolo, quasi da solo, non poteva che percorrere le solite strade: Istituzioni, Comuni, Banche, Fondazioni, Teatri, Conservatori, Istituti Musicali, Editori, collezionisti sensibili e affidabili (non famelici e spietati) Ma nessuno ha capito il regalo che gli si proponeva. Finchè, laltro giorno, a Paolo è scaduto il tempo.

       Ora il suo Tesoro indivisibile e senza prezzo è in pericolo.

       Gli amici, che non seppero o non vollero aiutarlo a trovar soluzioni, vigilino - almeno adesso - sulle mani adunche e ignoranti sempre in agguato.



PGC - 11 giugno 2018