giovedì 23 gennaio 2020

"RIVERBERI"

Giuseppe Franchellucci   Violoncello Solo

FERMO – Terminal Mario Dondero     Sab 18 gennaio 2020  h 18               tam



VIOLONCELLO FOTOGRAFICO                  [foto di Andrea Del Zozzo]



            Non lo vediamo, ma al concerto stasera c’è anche Mario Dondero. Figurati se manca, nella “sua” Fermo, nel “suo” Terminal, invisibile ma presente come in ognuna delle sue 80 foto-reportage di vita ordinaria nel mondo “ritrovate” - ma “segnate” da lui stesso - ben allineate sulla parete di mattoni lunga. Chissà, potrebbe essersi istintivamente nascosto “dentro” quel gruppetto di laboriosi fotografi; tra le file del pubblico (la macchina fotografica sotto la giacca); tra i rari passanti che dall’esterno sbirciano attraverso le magrissime finestre; dietro l’isola curva dell’ingresso, ad osservare non visto chi entra, e magari a fotografarlo… O forse è lui che si diverte laggiù a creare quegli improvvisi rumori d’ambiente – scricchiolii, imbarazzati colpi di tosse, porte o portiere di auto che si aprono/si chiudono – cioè quei “riverberi di scena”… che stasera servono. Insomma Dondero qua c’è di sicuro, ma non cercatelo. Potrebbe, ed è più probabile, che stia proprio “dentro” il violoncello di Giuseppe Franchellucci. Lo si sente.

            Franchellucci e (è) il violoncello. Che lui suona “interagendo e giocando” con il riverbero non trattato di questo originalissimo spazio minimalista, con un’acustica che non è quella di un teatro, ma qui non è un difetto. Perfino il ronzio dell’aria condizionata dentro il lungo tubo sopra le foto si integra a quella sorprendente musica-non-musica. Musica non scritta e non letta. Improvvisata. Fantasiosa. Ardita. E ovviamente preparata, calcolata, studiata, sperimentata. Le dissonanze mai stridenti al posto delle armonie, gli arpeggi saltanti, senza gabbie melodiche: non-suoni di vario registro, mai rumori.
Musica destrutturata, in fuga dai calcoli matematici della classica prevedibilità, non cantabile, più jazz del jazz, più contemporanea del futuro. Quasi sempre senza cadenza né ritmo. Successione di note isolate, anche in acrobazia, vaganti, stirate, striscianti, da meditative a descrittive. Come musica di viaggio per strade poco trafficate, che partono e arrivano in terminal sperduti più finlandesi o canadesi che mediterranei.
Non sai precisare quello che senti, ma immagini paesaggi piatti di laghi con poco vento, o di fiordi nebbiosi, silenzi di ultrasuoni e luci boreali: come quelle, involontarie, che qui in alto si autoproiettano sullo spoglio fondale senza quinte, balletto sospeso di artiche ombre cinesi. Melodie senza melodia. Dalle quattro corde Franchellucci estrae l’anima buona e meno buona, prendendole in ogni maniera, anche a schiaffi (non con l’archetto) fino a quando la corda tocca il legno, e ne escono brividi di frequenze che serpeggiano ed evaporano tra il pubblico disposto per lungo, come in un treno - autobus - aereo, alla cui guida c’è Franchellucci. Toh, finestre solo da un lato… ma siamo ancora al terminal - “luogo di arrivi e partenze”, non staremo mica fermi a Fermo…

           Concerto per violoncello-solo, da ascoltare guardandolo: fiamme di musica immaginifica, multicolore e amichevole, per una volta liberata dall’impiccio di altri strumenti, inventata e prodotta senza tecnicismi, fotografando solo i pensieri, propri e di chi ascolta. Con la complicità di Dondero e di “Riverberi” in libertà, cosa può combinare un violoncello “marca” Franchellucci!


PGC - 21 gennaio 2020




sabato 18 gennaio 2020

Più stupidi che furbi

[Ripatransone, 18 e 19 gennaio 2020: 
13ª Coppa Italia di caccia alla volpe]


“La caccia alla volpe è una cosa praticata da sciocchi che corrono appresso a una cosa che nemmeno si mangia”   (Oscar Wilde)

          La Legge:
“In Italia la volpe è un selvatico protetto. Però è cacciabile”. Anzi, può essere uccisa anche dove la caccia è vietata. E tutto l’anno, non solo in certi mesi. Caccia libera, senza calendario. Stupidità legislativa che fa comodo a tanti. E se a qualcuno per caso non sta bene e fa ricorso - per esempio al Ministero dell’Ambiente - quello risponde con serenità olimpica che “le questioni di natura etica esulano dalle sue competenze” (sic).

E i paradossi non finiscono qui. Per continuare a divertirci facendo i gradassi coi più deboli (del resto è lo sport nazionale) ci siamo inventati la favola che la volpe è un animale dannoso. “Ma non è vero, siccome i cacciatori vogliono continuare a uccidere comodamente lepri e fagiani immessi artificialmente nell’ambiente,  uccidono le volpi che altrimenti li caccerebbero loro”. (cfr.“Natura”, rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri)
Poi: nelle gare di caccia alla volpe, quando si sguinzagliano le mute di cani (mute da 2 a 8) che devono trovare la tana dove ci sono i volpacchiotti al caldo, con mamma volpe che non scappa ma li difende fino alla morte, e puntualmente succede l’allegra carneficina, “si prefigura il reato di maltrattamento di animale (cuccioli sbranati nelle tane, cani feriti ecc.), art. 544 c.p.”.  Però i Carabinieri non arrivano.

Ma se l’hanno capito perfino gli inglesi, che la caccia alla volpe è una stupida barbarie!
Infatti l’hanno proibita, per civiltà. Noi no. Mascherati come a carnevale (mimetiche divise, corni inglesi…) noi ci facciamo pure i campionati nazionali, le Coppe Italie in tutte le regioni in tutte le province e in tutti i paesi dove potrebbe aggirarsi anche una sola volpe smarrita, con regolamenti talmente dettagliati pomposi e saccenti che a leggerli verrebbe da ridere, se non si trattasse di regolare autentici massacri: esseri viventi sbranati da cani, o sparati. E paraculi, questi regolamenti: le volpi uccise non vengono mai nominate, come fossero entità astratte (per non turbare i pargoli?), però fanno punteggio!

          Naturalmente soddisfatti i nostri sindaci: con ancora in bocca il pane benedetto di Sant’Antonio Abate protettore degli animali, con luminosa coerenza sono già sui calanchi ripani a presenziare al massacro delle incolpevoli volpi. Non senza aver prima sguinzagliato le veline illustrate ai giornali-da-riporto, ubbidienti e fedeli più dei beagle. Neanche abbaiano.


PGC - 17 gennaio 2020



lunedì 6 gennaio 2020

La forza di un sogno

CIRCUS ABYSSINIA

“ETHIOPIAN DREAMS”

Diretto da Bichu Tesfamariam
Con The  Abyssinia Troupe
Coreografie Kate Smyth
Prodotto da Bibi & Bichu Tesfamariam

Teatro Storchi - Modena            31 dicembre 2019  h21

 

LA FORZA DI UN SOGNO


        “Non c’erano circhi con cui fuggire”: non in Etiopia, per i fratelli Mehari ("Bibi") e Binyam ("Bichu") Tesfamariam, che giovanissimi hanno fondato il "primo vero teatro-circo etiope internazionale".

         Nessun circo era mai arrivato in città e così - a 14 e 15 anni rispettivamente - il sogno dei due giocolieri-ragazzi si sposta dalle strade di Addis Abeba alle strade del mondo, fino al Brighton Fringe Festival che li consacra, e poi fino a New York e al New Victory Theatre della 42° Strada, nel cuore di Times Square, e fino al regista Tim Burton che li nota in Gran Bretagna e li ingaggia per il suo film “Dumbo”.

           Le meraviglie dell’arte circense le avevano sognate e amate mentre da soli scolpivano nel legno le loro mazze da giocoliere, pesanti come la condanna sociale che in molte culture connota la scelta di “fuggire col circo”: oggi sono imprenditori di arti globali, completamente autoprodotti - una rarità nell’ambiente artistico internazionale - e la devozione al mestiere è diventata cultura, radicata nella terra d’origine ma tutt’altro che arcaica, e la passione realizzata si è fatta strumento di promozione sociale ed economica, fonte di reddito, valorizzazione di giovani talenti che il successo mondiale premia con meritata generosità.
Dalla ventina di studenti della scuola di circo da loro fondata, fino ai 150, fino alla formazione di questo straordinario Circus Abyssinia: favola moderna nella quale la magia si cala nella realtà di un paese, ne esalta la ricchezza espressiva e la mostra al mondo, e un sogno rivoluzionario pone altruisticamente le basi di un cambiamento sociale, si fa incoraggiamento e conservazione di una comunità, delle sue radici culturali e artistiche.

          Ed eccoli stasera, gli otto ragazzi e le cinque ragazze del Circus Abyssinia, in questo teatro modenese così bello e raro nei suoi legni vetusti e che oggi sembra ringiovanire, in mezzo a tanto spettacolo “spudoratamente gioioso”.
Perché questo sono, i 75 minuti del nostro viaggio incantevole e stravagante: divertimento e gioia declinati nell’arte; geografia di musiche, tradizioni, colori che la nostra spenta realtà occidentale ha per sempre annegato nel conformismo
.

       La strepitosa, quasi irreale abilità di ciascun artista disegna architetture corporee, scene visionarie e numeri ad alto rischio: coreografie acrobatiche quasi impossibili che appaiono invece gioco facile e scanzonato, dove l’eccellenza di ciascuno diviene prodigio corale che fonde arti circensi classiche e identità etiope. Dal più giovane al più collaudato degli interpreti, un fascino carismatico ed esuberante fluisce ininterrotto e lascia intuire dietro ogni gesto lo studio attento e certosino, la determinazione che si amalgama alla passione e modella l’artista vero.

        Brindano con noi al nuovo anno, con il pubblico che li circonda del calore riservato agli amici, e hanno sorrisi giovani che abbagliano. Ci regalano la forza del loro sogno e ci sorprendono, così "nuovi" e così diversi dalle nostre comode realtà; così capaci di difendere le proprie radici e il proprio futuro - e quelli di un'intera comunità - senza lasciarsi omologare, ma "solo" con sacrificio e passione, con studio e cultura.


Sara Di Giuseppe - 5 Gennaio 2020



sabato 4 gennaio 2020

Ripa perde i gioielli di famiglia

        Ci siamo salutati con brindisi, aperitivi e olive ascolane – meglio, ripane – di mamma Chiarina. E di sera, fino a tardi, con allegre tombolate dove terno-cinquina-tombola si premiavano con pezzi pregiati del locale, non con soldi. Sono stati momenti sospesi, emozioni, ricordi. Ma tra gli sguardi e le voci c’era anche tanta morbida e affettuosa malinconia, in questi “festeggiamenti” d’addio alla premiata ditta ROSATI-osteria-fumeria-bar-trattoria-ristorante, dopo quasi 60 anni di “onorato servizio” alla civiltà ripana.

        Ripa continua a perdere i gioielli di famiglia, ma nessuno se ne cura. Se fossimo città, o anche solo un volgare paesotto sulla costa, al posto di ROSATI spunterebbe subito - con gioia di tutti - un franchising di mutande firmate, un accecante punto telefoni, un negozio d’abbigliamento straccione o di scarpe (mai di libri), un adescoso B&B, un Compro Oro… una qualsiasi attività spazzatura. L’ennesimo non-luogo.
Qui invece guarderemo per sempre questa serranda abbassata, come tante altre in paese. Da un lato meglio così, che il peggio di cui sopra. Ma non consola. E’ che da troppo tempo ormai, da quando la vita si è imbruttita, ogni cambiamento è in peggio. Ci facciamo male da soli.
Non ci rendiamo conto - la politica, soprattutto, non si rende conto - che è un danno immenso per tutti, un peccato senza assoluzione, perdere certi riferimenti che hanno formato la socialità e il carattere del luogo. Perché è anche perdita di stile, di decoro e arredo urbano, di gusto, di calore umano. 

Di storia insomma. Cose che non si trovano per caso, né si comprano.

        ROSATI era più di un bar: era il nostro bistrot, il nostro pub, il nostro “Piccolo Teatro” indigeno, con tracce di Francia, d’Inghilterra, d’America. 

Una dimora amica invecchiata con eleganza, di gusto vintage come si dice. 
Alle pareti gli antichi manifesti d’Opera dell’800, le stampe pubblicitarie futuriste, le réclame e i loghi di whisky e cognac prestigiosi, di vini e birre come si deve, di torroni Vergani; i grandi specchi bronzati alla Moulin Rouge; le vetrinette con libri illustrati di storia locale, scatole metalliche disegnate in bella calligrafia, bottiglie artistiche, ricordi di viaggio, acquisti mirati… (e pure la “Tabella dei Giuochi Vietati”, del 1963!).
E le vissute sedie di legno, il solido bancone, le mattonelle rosse consumate del pavimento… e il profumo di caffè, battuto solo da certi stuzzicanti odori di cucina, e le voci chiarine, là dietro… E la musica, quanta ce ne sarà stata… immagino profondi giri di blues ubriaco, come sottofondo, alla Tom Waits.

        Adesso, c’è chi cambierà malvolentieri itinerari abitudini e orari, chi accentuerà il proprio isolamento chiudendosi in casa un po’ prima, chi addirittura smetterà gradualmente di parlare, litigare, pensare, mancandogli quell’atmosfera “open” eppure più familiare di casa propria.
Certo non è un funerale, ma “è come se ci avessero tolto un pezzo di cuore” (copyright “Carletto”).
L’ultima sera del 31 però, tra giovani e meno giovani, in braccio ai genitori c’era anche Ginevra-anni 1, sempre sorridente e soddisfatta a smozzicare le olive di Chiarina. Incredibilmente un buon auspicio, per il 2020 e oltre, nonostante l’aria corrosiva dei tempi, no?


“Avec le temps… Avec le temps, va, tout s’en va”  (Léo Ferré, 1971)

PGC - 2 gennaio 2020



martedì 31 dicembre 2019

Un sambenedettese tra i sammarinesi: un anno di "pubblica utilità"

Con il caldo tornato in questo fine anno, con i molti casi di crisi che non lasciano ben sperare, la sempre più agguerrita civiltà affaristica-imprenditoriale italiana ritrovatasi con il camice a strisce, la politica nostrana che fa girare la testa per le giravolte esibite con nonchalance, lo strazio che sta attraversando il nostro pianeta, c'è, e ci deve sempre essere uno 'spazietto' da ritagliarsi per sopravvivere e darci un senso. Il posticino che ci fa ancora esprimere ciò che amiamo… il nostro saper fare. Non è molto, ma neanche pochissimo.

Qui la mia raccolta visiva dell'intero anno (che sta per andarsene ma che vorrei trattenere più a lungo) delle 13 campagne di prevenzione e cura della salute per la Repubblica di San Marino - Segreteria di Stato Sanità e Sicurezza Sociale. Le Campagne sammarinesi, sostenute tutte da l'OMS (WHO in inglese), fanno parte integrante del programma di 194 Stati, che mettono in primo piano, come da costituzione, il raggiungimento del più alto livello possibile di salute della popolazione mondiale. 

Da parte mia è stato un anno speso in conoscenza e cura del linguaggio visivo (unita ai proficui rapporti di collaborazione), grazie all'amico Gabriele Geminiani e la sua associazione Fuorigioco Network che mi hanno messo in contatto con il personale istituzionale della Repubblica stessa. Mesi a interpretare in sintesi cosa serva per convincere (e convincermi) di fare prevenzione per la salute e come affrontare la malattia, attraverso l'uso oculato di immagini e brevi ma significativi testi. 

Niente si può dare per scontato sulla capacità del nostro fisico di restare sano, quasi come se il dono fosse dato per sempre. La nostra vulnerabilità è una costante come la legge di gravità, e l'uso e l'abuso delle nostre capacità fisiche sono delle mine poste lungo il percorso.
Per me, che sono quasi un fatalista, è stata una vera lezione. Spero resti qualche traccia nel mio presente come nel futuro…

Non è scontato che il prossimo 2020 mi ritroverà impegnato in questo progetto di 'pubblica utilità', ma i commenti ricevuti lasciano ben sperare.

Francesco Del Zompo - 20 dicembre 2019


sabato 28 dicembre 2019

“Il 2020 sarà l’Anno del Ballarin” … Ah Ah Ah

Ricevo da Messico e nuvole* e diffondo:
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             La destrorsa Amministrazione Comunale di San Benedetto impegna 200.000 euro per la salvaguardia di quel che resta del vecchio muro di recinzione rotto, disastratissimo e inutile dell’ex Stadio Ballarin.

L’illuminata Soprintendenza Regionale Marche o non sa che quel misero manufatto è totalmente “privo di dignità costruttiva e artistica”, oppure lo sa e ci prende in giro. Tanto qui abbocchiamo facile.
Dice che si tratta di un pregevole muro littorio-fascista del 1929, quindi da ammirare e venerare e portarci le scuole, costasse pure più di 200.000 euro. Potrebbe addirittura averlo eretto Mussolini-carpentiere in persona in uno dei suoi comici blitz di propaganda (tipo quelli delle paludi Pontine) che oggi ri-piacciono tanto a politici e non, facendo magari incidere il fascio littorio su qualche raro mattone!
Certamente la nostra Soprintendenza galattica lo sa e non lo dice, per paura che con tutti i neo-fascisti che ci son qua, quelli, dopo le affollate cene di Acquasanta, bevuti ed eccitati si buttino a rubare per ricordo i mattoni, e allora addio muro.
Fatto sta che il muro dimagrisce ad occhio nudo, man mano che ci lavorano intorno. Dovranno metterci i Carabinieri di guardia, e anche i neonati “Controlli di Vicinato”, oltre a una selva di telecamere, tanto “per la sicurezza abbiamo da spendere più di un milione” (sic).          
        “Il 2020 sarà l’Anno del Ballarin” (sic), annuncia radioso il sindaco nostalgico-destrorso. Più probabilmente sarà l’anno del muro rifatto (per andarci a sbattere alle prossime votazioni, ah ah ha).

        200.000 (duecentomila) euro, dicevamo. Non conveniva spenderne da Brico al massimo 200 (duecento) per coprirlo pietosamente con un telo nero impermeabile, ‘sto muro, come si fa coi cadaveri? (Facile che ci stampavano sopra un evocativo fascio littorio, ma pazienza). Avremmo avuto 199.800 euro in più da investire sul restauro del Ballarin, che anche il più risparmioso dei progetti che si sventolano costa sempre troppo per le micragnose finanze comunali.

       A proposito: perché tutti - Comune, tecnici, giornali, tifosi, anime belle - ignorano, o fanno finta, il “nostro” progetto Quelli che il Ballarin, che è piaciuto molto a Paolo Beni e Marco Lodola? Magari potrebbe piacere pure ad altri, no?
Distinti saluti.

Messico e nuvole

        *Messico e nuvole [idee terra-terra, restauri creativi e incompresi, rompicoglioni - alla Jannacci, eh - e altro]   messicoenuvole2@gmail.com


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PGC - 28 dicembre 2019

venerdì 20 dicembre 2019

Nella tana del Coniglio

MOMIX

ALICE”

Artistic Director Moses Pendleton

Teatro EuropAuditorium
Bologna
14 dicembre 2019  h21

 

Nella tana del Coniglio
 
        “Scoprire fin dove arriva la nostra fantasia” è la sfida di Moses Pendleton, creatore dei leggendari Momix, la compagnia di danza a cui il coreografo, nato 70 anni fa in una fattoria del Vermont, diede con la nonchalance dei geni il nome di un…latte per vitelli.
     Niente di meglio, allora, che cimentarsi con la vittoriana stravagante visionarietà di quel Lewis Carrol che col suo “Alice in Wonderland” ce l’aveva messa proprio tutta, da rigoroso prof di matematica, per sovvertire le forme del reale, prima del surrealismo, molto prima delle sostanze psichedeliche.

        Così questo palcoscenico è per noi oggi, come per Pendleton, il nostro narghilè, la poltrona è il fungo dal quale scoprire quell’angolo di noi che forse non ha ancora cancellato il sogno e l’impossibile.
E quella scena che si dilata e rimpicciolisce e si anima di ogni eccentrica possibile forma è la nostra tana del Bianconiglio nella quale cadere e cadere all’infinito con Alice: capace lei sola di leggere il mondo anche sottosopra, ci ricorda con la leggerezza a tratti inquietante della fiaba che nulla è mai davvero ciò che appare.

        “Raggiungere sentieri ancora inesplorati nella fusione di danza, luci, musica e proiezioni” è la missione ampiamente compiuta dall’imprevedibile immaginifico Pendleton e dagli strepitosi interpreti pienamente fusi alla dimensione onirica del mondo di Alice: nella costante metamorfosi di ogni elemento scenico, nell’espressività dei corpi sospesi fra danza e acrobazia, nel tessuto musicale sofisticato, ipnotico e modernissimo, la favola coreografata si frammenta in un mosaico di quadri dinamici, in un flusso costante di sembianze e forme che mutano attraverso gli oggetti, gli abiti, i corpi stessi di altri ballerini.

        Entra danzando al buio, il Cappellaio Matto, con le sole scarpe illuminate; avanza circospetto l’inquieto nugolo di Conigli, vola e danza nell’aria la biondissima Alice, volano e danzano issati come vele al vento i tessuti; ogni legge di gravità sembra abbandonare i corpi che strettamente connessi agli oggetti, agli abiti, agli altri corpi, mutano con la leggerezza immateriale che incontriamo solo, talvolta, nel sogno.
Così Alice può crescere a dismisura, divenire gigantesca con l’apparente facilità con cui ogni cosa qui può mutare le sue dimensioni ed essere altro da ciò che sembra, e i danzatori diventare fusto e rami della foresta in un meraviglioso passo a due.
E così la spietata Regina di Cuori, lo Stregatto e il Bruco mille forme, i Soldati dal corpo fatto di carte da ramino, gli inquietanti bebè col faccione contratto nel capriccio, le Rose dipinte di rosso da bianche che erano: tutti partecipano al flusso narrativo che incessantemente si frantuma in visioni fantasmagoriche e si traduce in un linguaggio coreografico di sofisticata, potente, rara bellezza.

       Poichè è questo che Pendleton intende fare, nel rielaborare la fiaba di Carrol: usare la storia di Alice e del suo mondo assurdo come punto di decollo per liberare la fantasia, per “aprirsi all'impossibile”. La fiaba, in fondo noiosissima e perturbante non meno di altri terribili classici per l’infanzia - non meno del plumbeo Pinocchio (mai riuscita, nella mia verde età, ad andare oltre pagina 10) - diviene allora ciò che realmente è: una favola per noi adulti, consapevoli che il sogno è per sempre scomparso ma vogliamo ancora credere che sia possibile.
Che si possa anche noi, svegliandoci da ciò che c’inquieta e ci aggredisce - come il mazzo di carte di Alice - dire come lei beffardamente “Who cares for you? You’re nothing but a pack of cards! – A chi credete di far paura? Non siete che un mazzo di carte! ”.
E ridestarci, come lei, al sicuro.


https://www.youtube.com/watch?v=Yxse-GeBids

Sara Di Giuseppe - 17 dicembre 2019





domenica 8 dicembre 2019

“Più di un milione…”

San Benedetto, Grottammare, Cupra e i “Controlli del vicinato”: 
la mia candidatura.

 
        “Più d’un milione di euro”: tanto abbiamo da spendere per la Sicurezza, sindacopiunti dixit. E se hai soldi tanti così, che fai, non metti in moto i Controlli del vicinato? È il minimo, da scemi non farlo.

        Dunque si parte: scaldati i motori, sicuri del plauso di popolo e stampa, i tre moschettieri della Sicurezzite nel Piceno, Athos Porthos e Aramis (i nomi d’arte: Piunti, Piergallini, Piersimoni) si autoconvocano in assemblea il 6 dicembre coi 25 coordinatori (cioè gli spioni-capo, che coordineranno gli spioni-semplici) dei Gruppi di “Controllo del vicinato”.

        Controllo del vicinato, bisogna convenirne, suscita echi inquietanti e drammatiche sensazioni di déjà-vu, di Est europeo e di ordine e moralità garantiti da sigle rassicuranti come Stasi, Čeka, KGB  (anche OVRA, per non dimenticare le glorie patrie) e da plotoni di solerti cittadini-spioni.
Magari è solo l’involontario parto della stupidità al potere, e questi sindaci eredi dell’Età dei Lumi sapranno correggere qualche gaffe imputabile a eccesso d’entusiasmo. Quanto al logo, brutto senza speranza e fascisteggiante quanto basta, è però molto evocativo: vedi quel disegnuccio da scuola elementare e pensi subito al dio-patria-famiglia dei bei tempi andati e a quando c’era il mascellone che lui sì le cose le faceva funzionare. 
    
      Insomma siamo orgogliosi: in una manciata di chilometri - da San Benedetto a Cupra passando per Grottammare – vantiamo il felice primato di tre sindaci legati da comune sentire di marca Grande Fratello orwelliano, pronti a far leva sulle viscerali pulsioni dei cittadini (presto potrebbero essere istituiti la Settimana dell’Odio, la Psicopolizia, lo Psicoreato; la Neo-Lingua, come abbiamo visto, è già operativa) e a farsi – che non guasta mai – campagna elettorale “aggratis”.

        Chissà che ne pensa la Chiesa di questa concorrenza nella vigilanza moralizzatrice sulle sue pecorelle, affidata al buco della serratura e agli spioni di quartiere in salsa fascioleghista.

        Una cosa è certa: ci sarà competizione e nessun incarico sarà così ambito localmente come quello di Coordinatore o Agente-di-quartiere. Primo indispensabile gradino di un cursus honorum che porterà in posizione preminente presso i concittadini-semplici e presso l’amministrazione: riverenze e rispetto - certo invidia - da parte del vicinato, familiarità con le stanze dei bottoni, visibilità e genuflessioni dalla stampa…
E l’ambizioso traguardo del potere - per quanto in formato bonsai - sarà raggiunto, con la pettoruta prosopopea di chiunque arrivi a poter mostrare un tesserino, un distintivo, un’autorizzazione, a esercitare controlli, a indossare una divisa, una maglietta, un giubbotto, meglio se fluorescenti.
        È così che, sedotta - lo confesso - da una tale prospettiva, oso offrire la mia candidatura per il ruolo di Coordinatrice dei Controlli del vicinato. Bravina lo sono e ho decenni di esperienza: da insegnante ero abilissima nel sorprendere il mariuolo che suggeriva al “vicino” di banco. Nel tempo libero saprei aggirarmi nel quartiere anche di sorpresa – sono leggera e non vistosa – per esercitare una vigilanza occhiuta e rigorosa e riferire poi alla Stasi de noantri comportamenti sospetti o contrari alla moralità che più ci fa comodo.
        Infine, ho un asso nella manica che mi darà molto punteggio: sono gatto-munita e potrei avvalermi del contributo dei miei 4 felini alle cui formidabili vibrisse nulla sfugge.
 

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Qualche zelante ficcanaso […] avrebbe potuto cominciare col chiedersi perché s’era messo a scrivere durante l’ora di colazione, perché aveva usato una penna di modello sorpassato, che cosa aveva scritto… e quindi avrebbe messo una parolina là dove era opportuno.

         [G. Orwell, 1984 - Parte prima, cap.3]


Sara Di Giuseppe - 7 dicembre 2019




ESPOSTO

Alla Provincia di Ascoli Piceno
Alla Polizia Provinciale di Ascoli Piceno
Agli Organi di Informazione
 

ESPOSTO


Nella mattinata di ieri, 5 dicembre 2019, nelle campagne vicine a Ripatransone si è svolta l’ennesima battuta di caccia al cinghiale, coordinata da funzionari della Polizia Provinciale.
Massiccio dispiegamento di uomini e mezzi che neanche ai bei tempi del banditismo sardo, cacciatori sguinzagliati anche sulla strada e molto vicino alle abitazioni, rumori di spari che hanno terrorizzato per tutta la mattinata gli animali, domestici e non.

A margine di questa barbarie - ma tutto è in regola, eh, come ti sbagli… - a pochi metri da casa mia, due auto in sosta, di cacciatori impegnati nella battuta: dall’interno del piccolo carrello agganciato ad una delle due - una Fiat Panda - completamente chiuso (v.foto) senza che fosse visibile alcun pertugio o fessura, provenivano rumori inconfondibili: erano CANI CHE SI AGITAVANO, ABBAIAVANO, UGGIOLAVANO DISPERATAMENTE.

Per quanto cercassi, non ho potuto incontrare nessuno per parecchio, e solo dopo oltre un’ora si sono materializzate due persone, una delle quali funzionario della Polizia Municipale.
A quest’ultimo ho segnalato la situazione: i cani, ormai da tempo rinchiusi lì dentro, continuavano ad agitarsi e lamentarsi (e intanto un sole pieno, era ormai mezzogiorno, batteva sulle lamiere del carrello).
La cortese risposta del funzionario è stata di non preoccuparmi: “il carrello è omologato per lo scopo” e “ci sono delle prese d’aria” (così piccole da essere pressoché invisibili), e “i cani si agitano perché vorrebbero anche loro…” eccetera (insomma: i cani impegnati erano troppi e non servivano tutti…sic).
Ho continuato nella mia protesta su una simile barbarie, ma è tutto in regola (toh!), semmai si può chiedere di cambiare la legge (sic) e “al massimo si potrà invitare il proprietario dei cani a portarne di meno durante le battute”, è stata la risposta definitiva.

Mi aspetto:
- che da parte della Provincia e di tutti gli Organi responsabili ci siano sanzioni per comportamenti  che configurano palesemente il reato di maltrattamento (dalla mia foto si ricavano le targhe dell’auto e del carrello).

Mi aspetto:
- che nella gestione di queste folli battute al cinghiale (nelle quali giocano ben altri interessi che quelli ambientali), la Provincia e tutti gli Organi responsabili introducano pratiche più civili (se civiltà può mai esserci - e non ce n’è - nella barbarie legalizzata che è la caccia): l’ampiezza di manovra che una normativa sciagurata concede all’attività dei cacciatori nelle battute al cinghiale (perfino la possibilità di sparare vicino all’abitato) crea gravissimi rischi per gli umani e per la fauna di ogni specie - domestica e non - che popola queste zone, con ricadute facilmente immaginabili sulla qualità della vita nelle contrade ripane già seriamente segnate da incuria, incompetenza, sciatteria amministrative a tutti i livelli e gradini di (ir)responsabilità.

6.12.209 - Sara Di Giuseppe

Contrada Sant’Egidio 4  -  63065 Ripatransone



mercoledì 4 dicembre 2019

Non tutti "I pali pendenti di Ripa" vengono per nuocere

A seguito delle osservazioni di PGC sullo stesso tema:
http://www.letteraturamagazine.org/2019/12/i-pali-pendenti-di-ripa.html

Caro PGC,
c’ho messo un po’ di tempo prima di risponderti. Volevo approfondire il caso perché è impensabile che nel 2019 si possano mettere dei pali per il passaggio di energia elettrica a casaccio. Così, sfidando ogni tecnica costruttiva a disposizione, o trascurando l’uso di una economica livella semi-professionale. Credo proprio che non tutti i pali (pendenti) vengono per nuocere.

Dopo aver fatto sopralluoghi e rimuginato teorie più o meno astruse o stram-palate, un lampo di genio militaresco mi si è palesato tra le personali nebbie ripane:
i pali, così interrati, indicano esattamente alcune costellazioni di questo periodo astrale. Le loro varie inclinazioni (solo apparentemente irregolari) sono frutto di un meticoloso calcolo matematico.

“I pali pendenti di Ripa” sono dei puntali, degli indicatori esatti di alcune stelle nello spazio. Tali stelle, a loro volta, fanno parte di costellazioni che si vorrebbero ‘nuove’: della Petrella, di Sant’Egidio, di Sant’Andrea, del Carmine, di Penne e delle altre contrade non specificate. A mo’ di richiamo, di suggerimento (per grossolana similitudine vedi Stonehenge, o i cerchi nel grano, o la mitica area delle piramidi di Giza). Un piano ingegnoso alla “ET” per comunicare ad altri abitanti dello spazio la presenza dei ripani sulla Terra.

I cartelli di ‘avviso di interruzione’? Un modo per nascondere le oscure manovre di deviazione dell’energia verso i pali pendenti. In realtà sono condensatori e nel contempo deviatori. Come bobine di Tesla, lanciano nell’oscurità fasci luminosi verso gli abissi astrali per comunicare l’esatta posizione... (segue nella riedizione aggiornata de “Ai confini della realtà”).

Ecco il mistero, l’arcano de I pali pendenti di Ripa. La realtà è sempre più avanti dell’immaginazione.

E-T