sabato 19 gennaio 2019

EVVIVA IL TERREMOTO

        Ascoli Piceno 15 gennaio 19, sindaco Castelli: Se riusciremo a dimostrare il rapporto causa-effetto, con i fondi del sisma sistemeremo la Curva Sud dello Stadio Del Duca: con 5 milioni si potrebbe rifare anche la copertura della Tribuna Ovest. E farò appello al Commissario per ottenere fondi del sisma anche per le chiese comunali, quelle della diocesi li hanno già avuti. (sic)

        La notizia, raccolta con soddisfazione dai sudditi e diffusa dalla stampa ai quattro venti, ha fatto - come si dice - il giro del mondo. Senza un soprassalto di sdegno, un battito di ciglia, una timida obiezione, unombra di perplessità, un fremito di vergogna. 

Nessuno - giornali (e figurati), comuni cittadini, chiesa, enti, istituzioni, circoli, associazioni, bocciofile - che abbia obiettato (con garbo ma anche no) su questa intenzione scellerata di dilapidare i fondi stanziati per il terremoto, già cronicamente insufficienti, sfilandoli con destrezza a chi ne ha vitale necessità e urgenza. 

        Ascoli per sua fortuna è stata solo sfiorata: scosse tante, ma danni relativamente pochi da un sisma che nella montagna vicina ha cancellato paesi e comunità; tragedia della quale ciò che resta è ancora colpevolmente affogato nelle macerie; abitanti divenuti profughi erranti o sardine in scatola, in lager di casette tardive e pericolose, inospitali e malsane (eppur pagate come ville perché non sia mai che in Italia non si lucri sulle disgrazie).

        Ma certo Castelli per mestiere deve curarsi della sua Ascoli, e abbellirla, migliorarla: quindi perché non sventolare scale Richter per rastrellare agilmente denari e denari da buttarci su? 

        Ed essendo fuor di dubbio che lo stadio (in manutenzione perenne) ha vibrato per il terremoto - e proprio la Curva Sud e il tetto della Tribuna Ovest, pensa tu -  così come è certo che le chiese comunali si sono crepate spaventando i santi, ora basterà solo dimostrare il rapporto causa-effetto e giù milioni a cascata per gli interventi indispensabili irrinunciabili urgenti al grido di dio-lo-vuole e il-calcio-lo-vuole. Tutto secondo le regole, si capisce.

        Poi ad Ascoli, dove lelettorato C.& C. (Calcio & Cattolici) ha la maggioranza, si vota. E quale migliore Campagna Elettorale, che rifare lo Stadio e qualche chiesa? Meglio ancora se con furba enfasi mediatica. 
Evviva il terremoto.


PGC -  18 gennaio 2019


giovedì 10 gennaio 2019

Fatti più in là, fatti più in là, fatti più in la – a – a

        Non ci sono più le patriottiche Sorelle Bandiera di Renzo Arbore, ma laltra domenica mi è sembrato di sentire tanti, ripani e non, ri-canticchiarla (come anche in tutti gli altri giorni) quellallegra canzonetta, passeggiando o parcheggiando in Piazza Donna Bianca de Tharolis a Ripatransone

       Si riferivano al brutto monumento ai caduti della prima guerra mondiale - completo di arrugginito cannone asburgico come un giocattolone ai suoi piedi - campeggiante al centro della piazza, tanto invasivo e ingombrante quanto stonato nellarmonia delle quinte architettoniche delle costruzioni circostanti. Da tempo si pensa di spostarlo un po più in là ma non si fa, e non se ne capisce il motivo.

        Eppure non è difficile immaginare quanto diversa e migliore sarebbe, questa storica grande bella piazza, senza il monumento in mezzo. Nessun altro paese qui intorno tranne, forse, Offida può vantarne una allo stesso livello: ma qui non ce ne curiamo, anzi la maltrattiamo usandola quotidianamente come disordinato parcheggio e saltuariamente per disagevoli fiere-mercato.

        La sua posizione di indiscussa centralità rispetto al paese; la mirabile forma poligonale-circolare, contornata dai pregevoli edifici storici del Municipio, del Palazzo del Podestà, dellantico Teatro Mercantini e dalle tipiche basse case ripane; il pavimento senza asfalto ma in pietra con disegni geometrici a raggera, dalla dolce inclinazione naturale che ne farebbe una meravigliosa platea di teatro allaperto (anche lacustica non dovrebbe tradire): ce nè quanto basta per considerare un delitto lasciarla ancora decadere così a causa dellimpiccio di quel monumento.

Il quale, nulla togliendo alla sua rispettabilità, potrebbe facilmente essere traslato solo di una quarantina di metri in altro spazio libero che non solo cè già ma pare fatto apposta. E che si valorizzerebbe da solo, diventando unestensione panoramica della piazza verso ovest, con tanto di monumento ai caduti - benché brutto - e cannone cecoslovacco inoffensivamente puntato verso i Monti Sibillini. 

        Invece tutto è congelato: nonostante tutti sembrino daccordo - addirittura cè anche il progetto - non si fa nulla, al grido ormai logoro Il Comune non ha una lira, dal suono stonato di un disco rotto. Ma non abbiamo una Banca? Eddài!

Eddài, che poi per linaugurazione chiamiamo Renzo Arbore & C. che ci suonano Fatti più in là


PGC -  10 gennaio 2019


giovedì 3 gennaio 2019

La mia sete


OFFICINA TEATRALE 2018/19

Più che l’amore
da Gabriele D’Annunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura, Simone Cameli
e il Gruppo Aeoidos

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  30 Dicembre 2018  h17

LA MIA SETE

        “La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar”: le parole di Corrado al fraterno amico Virginio dicono la febbre bruciante di conoscenza e scoperta, la rivolta contro “l’ordine che mi opprime”, contro le “risposte ambigue, i sorrisi prudenti e vili” che l’Italietta dei burocrati e dei ministeri oppone alla sua ansia di volo.

        Vive ancora stasera, con il gruppo Aeoidos (ed è riscrittura scenica ogni volta diversa, testo dis-fatto e ri-creato dalla macchina attoriale), la tragedia dannunziana dal destino più ingrato, la meno rappresentata tra quelle dell’artista il cui “teatro di poesia” fu tuttavia la folgore destinata a scuotere dal profondo i codici drammaturgici della tradizione. 

        Sono al di là di noi, i poeti, dice Di Bonaventura, sono malati di speranza: D’Annunzio - come Ibsen, come Strindberg – ha lo sguardo rivolto al ‘900, come loro addita allo smarrimento dell’uomo d’oggi un ideale o una realtà possibile; ma la tristizia dei contemporanei volle vedere, nell’Ulisside protagonista, la ferocia del colonialismo e non piuttosto – in Corrado Brando - l’antitesi del superuomo, l’eroe inconciliabile col modello societario che lo ingabbia, destinato alla sconfitta dall’improponibilità del suo stesso sogno. 
“Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole - scrive D’Annunzio a Vincenzo Morello - egli ha già su di sé l’ombra di un’ala, che non è quella della Vittoria”; e lo paragona all’Aiace sofocleo, già perduto al suo apparire sulla scena, “disperato di vivere, già dato al Buio”. 
        
        L’attrazione dell’inesplorato, il perpetuo desio della terra incognita che è nei Caboto d’ogni tempo (“Sono della razza dei Caboto” dice Corrado all’amico), utopia di un mondo altro e diverso, è il fil rouge che dall’antieroe dannunziano giunge all’oggi lungo il percorso del secolo breve. 
E  Corrado Brando non è lontano se non per cronologia dall’informatico De Andrade che “sotto l’erba dei campi da golf” (Fabio Cavalli, 1993) esplora incessantemente i meandri del sottosuolo nella certezza di un “mondo di sotto” popolato da un’umanità ribelle e felice: universo utopico alla cui conoscenza lo spinge l’insofferenza per la disarmonia di cui è parte, stirpe di Caino come l’intera specie umana destinata alla nostalgia dell’innocenza perduta, e che nell’Utopia cerca orizzonti di virtù e bellezza.

        “Cerco la mia libertà” dice Corrado, nella vita che “per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento” ma anche ”necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un’idea, una riva, un essere caro”. Non è la gloria il suo orizzonte, ma la lontananza, la “vocazione d’oltremare”, toccare il suolo di “quelle regioni incognite ove l’uomo crede di sentire sotto di sé la totalità della Terra”.

         Balenano alla memoria le cicogne in volo sull’ Uèbi, ancora gli par di sentire il fischio dell’aquila pescatrice: nel tormento febbrile, nella frenesia quasi dionisiaca di Corrado, i due amici rivedono se stessi davanti al Mosè michelangiolesco che da studenti ogni giorno visitavano nella penombra di San Pietro in Vincoli; “…Mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra”, su quel marmo in cui Michelangelo aveva imprigionato tutta la tempesta, gli scrosci e i turbini dell’anima. 
E il ricordo è già commemorazione di ciò che non può più essere raggiunto, né la sete dell’eroe potrà estinguersi ai pozzi di Aubàcar: è un ritmo funebre quello che accompagna Corrado come un’ala silente.

        “Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa”: a Corrado non bastano la devozione dell’amico Virginio, la limpida forza del suo intelletto, i gesti e le parole della consuetudine, il legame fraterno; nè lo trattiene Maria nel dono totale di sé (Ella torna come Alcesti dal regno profondo), il suo fremito di leonessa ferita e l’annuncio della nuova vita che nasce in lei: Corrado è già “oltre l’amore e oltre la morte”, il crimine commesso - come la follia di Aiace - rende la morte “necessaria”. 
L’errore immobile che legge nei suoi occhi conferma a Maria il presagio del sogno (Pareva venuto non so che autunno di sotterra…), imprime eco profetica alle parole del libro offertole dall’amico Marco Dalio: “Io piango perché l’Amore non è amato…”

        È al sardo Rudu, il devoto servo isolano partecipe come un Coro greco della solitudine dell’eroe, che questi rivolge l’ultima preghiera “In ogni primavera (…) accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe, e non mi dimenticare nei tuoi canti”. E nulla più ormai - per “il vincitore di Olda”come per Aiace – potrà “interrompere la corsa dell’eroe verso la tenebra”.


Sara Di Giuseppe - 2 Gennaio 2019











mercoledì 2 gennaio 2019

Metti un tigre nel Comune

Mostra di Mario Vespasiani Le cinque tigri mistiche 

Ripatransone 
One Lab Contemporary
23.12.18 20.1.19


         Chissà se balena anche nellimmaginario pop di qualcun altro, ma come entro in Galleria [One Lab Contemporary] mi torna in mente in un flash quel famoso e fortunato slogan della Esso anni 60. Certo, una tigre a Ripa te la puoi immaginare al massimo incontrando un solitario gattone fra la sterpaglia delle Fonti”… Figurati cinque. Qui non è il loro ambiente.

        Per Mario Vespasiani invece è facile: lui le tigri, con sprezzo del pericolo, le dipinge. Nel suo studio ne ha addirittura cinque, in questi giorni. Niente gabbie o sbarre o stupidi giochi al grido del domatore. Le cinque tigri se ne stanno buone ma vigili lungo i muri, pensose. Ti guardano con insistenza, con quella faccia un po così, quellespressione un po così

Magnifiche come lo sono tutte le tigri, ma queste di più, mica sono fotografie. Le senti vive, quasi fossi in Africa. Ti sposti e loro ti seguono con lo sguardo, e se provi a sostenerlo i tuoi occhi vanno in tilt, quasi in fuori-fuoco. Non trovi neanche strano che alcune di loro abbiano doppi occhi!

        Mario attinge alla fantasia come farebbe un bambino ma con ispirazione e mestiere dartista: così ecco i due occhi in più, e quei musi di tigre (meglio sarebbe dire volti) irradiano allinfinito forza e poesia, passione e mistero, amore e timore, paura e sogno

      Tecnicamente si potrebbe dire che lartista ha prodotto un immagine aumentata. Ed è linvenzione che caratterizza la mostra, ti avvicina al misticismo di cui la tigre è portatrice ab antico, al simbolismo delle cinque tigri mistiche protettrici dellordine spaziale e dominatrici del caos.

        E comunque la tigre non devi spiegarla, anche un neonato sa cosè. Metafora universale e vincente, lo era perfino in quellindimenticata pubblicità di Carosello, bucava lo schermo, piaceva anche alla tua macchina. 

        E piacerebbe a quella del Comune, qui a Ripa, bisognoso con urgenza di un tigre nel suo motore.


PGC - 31 dicembre 2018


giovedì 20 dicembre 2018

L'oboe Sommerso

[Oboe, questo sconosciuto]

Berlin Philarmonic Oboe Quartet
Musiche di Mozart, Schubert, Francaix, Halvorsen
Teatro “La Perla” – Montegranaro
16 Dicembre 2018  h 17,30
 

(…)
Un òboe gelido risillaba
gioie di foglie perenni,
non mie, e smemora
;
(…)

[S. Quasimodo - Òboe Sommerso]

 
        L’oboe è strano e lo si conosce poco. Nell’orchestra quasi non lo distingui. Mescolato agli altri fiati di legno neri, quando tira fuori la voce non è che ti entusiasmi, aspetti che passi: un suono leggero come di campagna, senza vibrato, asprigno, perforante, di lunga gittata ma tutt’altro che forte. Ermetico, ecco.
 
        Sembra fuori luogo accanto all’elegante pattuglia di violini viole e violoncelli. Difatti sta in disparte, in seconda-terza fila. Tanti direttori, quando serve un solista, più praticamente gli preferiscono un secondo primo-violino, un flauto, un clarinetto…
Perfino difficile, oggi, trovare oboisti convinti. Mettici anche la fatica nel suonarlo: a dispetto della sua “vocina” labile e strozzata (e neanche tanto estesa), l’oboe pare sempre assetato d’aria. Richiede tanto fiato, polmoni capaci, quindi ci vuole il fisico. [Eppure qui Christoph Hartmann, oboista-di-Germania, un gigante non è, se non in bravura…].
        Forse uno strumento troppo antico l’oboe, un optional nella musica moderna, se non c’è non muore nessuno [perciò pare sommerso]. Il Jazz non lo vuole.

        Ma stasera il protagonista principale è lui. Nulla togliendo ai suoi tre superlativi compagni di viaggio - viola, violino, violoncello - tutti nientemenoche Berliner Philarmoniker. Compagni di viaggio si fa per dire: il Dir. Art. Francesco Di Rosa - montegranarese oboe solista alla Scala e a Santa Cecilia, WOW… - ci racconta, nell’intervallo, del loro arrivo in ordine sparso, di corsa e in maniera quasi rocambolesca: chi da Bruxelles, chi da Monaco via Ancona (ci vuole coraggio…), chi da Roma, in aereo, in treno, in macchina… e dopo questo concerto ripartiranno radialmente per destinazioni diverse, come se niente fosse.

        Repertorio: Settecento e dintorni, Mozart e Schubert (più una passacaglia per violino e viola di Johan Halvorsen, forse non indispensabile ma graditissima). Cose da oboe, ovvio. Ma da dove spunta questo novecentesco semisconosciuto pianista-compositore Jean Francaix? Niente paura, per una volta è un programma di sala ben fatto a illuminarci sull’eccezionale autore di innumerevoli originalissime composizioni non solo cameristiche, che prevedono anche un nuovo strumento: il corno inglese. Voilà. 
        Chi, tapino come me, credeva che il corno inglese fosse quella specie di tondeggiante strano corno da caccia - dorato o argentato - che si suona tenendo una mano “dentro” l’ampia campana, era in errore. Come me era rimasto a Bach, o a troppi film con cacce alla volpe…

        No invece: il corno inglese è sempre un oboe ma “contralto”, stranamente somigliante al primo ma più grande e pesante, con la campana inferiore dalla buffa forma “a cipolla” che pare un campanile austriaco capovolto. “Suona una quinta sotto e ha un’estensione più grave” – ci dice De Rosa, e lo sentiamo – ed è ancora più faticoso da suonare. Ma Hartmann non fa una piega, anzi sorride di più…

        Un concerto raffinato, piacevole, istruttivo. Grazie a dio non natalizio. In un bel teatro, accogliente (sarebbe perfetto con un po’ di caldo in più…) e con pubblico preparato.
Sorprendente e arioso anche fuori, questo “La Perla”: il fresco enorme mural / trompe-l’oeil che ne arreda e ritma l’intera facciata mette di buon umore, scaccia il freddo, ingentilisce il formidabile paesaggio collinare a 270 gradi… Ah, ce ne vorrebbero molti altri di bei murales, a mitigare l’orrore edilizio della Montegranaro “moderna”.


PGC - 19 dicembre 2018


lunedì 17 dicembre 2018

"Mozzacchio" ®

Da Spelacchio a Mozzacchio: la triste sorte degli Alberi di Natale


     Può un nostro giovane albero finir peggio di uno di quegli abeti rossi della Val di Fiemme stroncati a migliaia dal vento elefante? (per dirla con Paolo Conte)

     Cerrrto che può, se capita nelle grinfie di Babbo Natale a San Benedetto.

     Non solo il tronco mozzato malamente. Ma pure brutalizzato con cunei battuti a martellate per tenerlo in piedi morto, impalato in piazza su un cubo di cemento, con le lucine cinesi - più tristi di quelle del cimitero - buttate a casaccio fra i rami. 

     Lhanno subito chiamato Mozzacchio ®. Gli piangono accanto i salici-piangenti scelleratamente segati a novembre
       
     Un posto allegro, Piazza Matteotti.

     Nessuno si meraviglierà se la giostrona finto-ottocento che per tre mesi (!) ci delizierà a pagamento, vorrà ogni tanto intonare una marcia funebre.


PGC - 16 dicembre 2018 


sabato 15 dicembre 2018

Personale viaggio in "Elegie scalze" di Giorgio Voltattorni M.

La mia ultima raccolta, breve sequenza poetica, “Bestiario umano” (da cui, grazie all’ormai scomparso Marcello Centini, nacquero un CD musicale e un recital) è del 1991. 
Dunque sono trascorsi ben 27 anni: un’eternità quasi, una mezza esistenza. Da allora sono successe tante cose, sia sul piano personale che collettivo. 
Il Mondo, sotto molti aspetti, è completamente diverso e neppure io sono quello di prima; quell’assetto geo-politico è destinato a non riproporsi mai più, ma le spinte contrastanti di oggi non lo rendono affatto più pacifico e ordinato. Non so se la poesia ha gli strumenti adeguati per restituire tanta complessità e inquietudine. Sarebbe già molto se riuscisse a gettare un po’ di luce in qualche angolo buio della nostra vita. Ecco, la vita. (...)

Così scrive nelle sue prime righe di presentazione della raccolta poetica Giorgio Voltattorni M. Quindi, dopo molti anni di 'meditazione' inespressa in stampa (a parte i diversi suoi saggi e critiche d'arte pubblicate su autori importanti come Carlo Marchetti, Nazzareno Agostini, Valeriano Trubbiani e di numerosissimi testi sparsi nel web), Giorgio, così come l'ho sempre chiamato, ritorna a raccontarci della sua vita, con i suoi dolori e le gioie, mettendo tutto nero su bianco. Poetando, come pochi che conosco, quando, attraverso il testo, ci restituisce il suo mondo, fatto di acute osservazioni che ci riguardano, ci coinvolgono, condito di affetti, di amori perduti e di nuovi conquistati. Omaggi, lutti e ricordi nitidi, ancora capaci di farlo e farci riflettere.

In tre sezioni, L'araldo clandestino, Rime facili ed Elegie scalze (che ne dà il titolo), Giorgio Voltattorni squarcia il tempo trascorso creandone un insieme, come nel 'diario' della vita, dove ogni pensiero si lega e segue l'altro, e ogni emozione ne viene compresa.

"Elegie scalze", ai profani come me, potrà sembrare una sorta di ironica sottolineatura dell'abbandono malinconico o del ritrovarsi a riconsiderare la propria esistenza sotto un occhio più scanzonato e leggero. Però ho l'impressione che la 'nudità' di queste poesie sia un segno nel voler ri-provare e ri-leggere i propri ricordi sotto un'emozione diversa, a nudo, scarni di eccessive trepidazioni, rivedendo il proprio passato sotto una luce meno intensa ma sempre scaldata dalla parola, la sua, abilmente evocativa ed emozionante.

Giorgio si chiede a proposito del Mondo (che sta per la vita - n.d.r.): "se la poesia ha gli strumenti adeguati per restituire tanta complessità e inquietudine." Forse qualche filosofo o grande intellettuale potrebbe azzardare una risposta convincente. Impossibile per me rispondere. Di certo, senza, non ne capiremmo la bellezza.

Non resta che provare a farne un personale viaggio, aprendone le pagine e tuffarsi nella lettura.

Francesco Del Zompo - 15 dicembre 2018

Elegie scalze, di Giorgio Voltattorni M.
Con brevi contributi e dichiarazioni di: Palo Annibali, Luciano Bruni, Giorgio Carini, Marco Fazzini, Enrica Loggi, Piero Marconi, Filippo Massacci, Tullo Pigrile, Lorenzo Spurio, Valeriano Trubbiani.Cura editoriale: Francesco Del Zompo, Ediland Edizioni per info: voltattorni.giorgio@gmail.com




L'amore è uno stregone

PAOLO CONTE
Cinquantanni di azzurro

Teatro Europaditorium Bologna
11 dicembre 2018    h21

Lamore è uno stregone

… l’amore è uno stregone un fuoco
isterico magnifico
carezza di una mano che semplifica
           (“Elegia”- P. Conte, 2004)


       La vecchiaia può portare anche un po di follia, dice in unintervista recente. Vero, se come la sua - classe 37 - è abitata dal genio; se vi troviamo intatti la poesia e lironia, la fantasia e il realismo magico di un indomito novecentista errante per il quale il tempo forse non esiste; se quella sua musica distilla ancora sullattualità frettolosa melodie e ritmi saldamente radicati nellidentità culturale europea del ventesimo secolo. 

        I suoi 50 Anni di Azzurro sono anche qui, condensati in questora e mezza, nel teatro al completo, nella voce sghemba dello chansonnier, fra il pubblico che alla prima nota riconosce ogni brano nei geniali arrangiamenti e si abbandona alle sue vibrazioni o lappoggia a momenti del proprio vissuto.

        E tutto il meglio è già qui, in quel percorrere stili e generi e ricomporli in lampi di prestigiatore. Forse perché è anche pittore, Conte disegna in testi e in note il suo reale e il nostro: sciabolate di luce, ellissi di parole, abbozzi che aprono allimmaginario e sembrano piantarti lì in sospeso, come certi gatti o certi uomini / svaniti in una nebbia / o in una tappezzeria; lascoltatore è servito, a quel filo può agganciare la sua toponomastica privata, srotolarne un capo e riavvolgerlo a piacimento, ritrovarvi commozioni e allegrie, un tempo fatto di  attimi / e settimane enigmistiche

        Sul grande palco niente effetti speciali, niente dei barocchismi con cui i mediocri di successo farciscono il nulla. La sobria sapienza delle luci basta a dar risalto ai musicisti superlativi alle sue spalle, ai solisti che a turno lo affiancano in preziosismi senza ostentazione; lui, è il maestro che sembra suonare in un club per pochi amici, la voce ruvida e scoscesa che conosciamo, trascolorante dal recitativo al canto e viceversa, lo sberleffo gracchiante ma elegante del kazoo (il buffo strumento che dopotutto è rimasto la mia orchestra preferita); e lorchestrazione sontuosa che nel conclusivo Diavolo Rosso si dilata in una frenesia di percussioni e corde, in superbi assolo di sax e poi di violino e poi di fisarmonica ad evocare voci dal sole e altre voci altri abissi di luce / e di terra e di anima 

Musicisti talmente storici e in tale simbiosi che non stupirebbe se oltre a suonare vivessero anche insieme, e che in quindici formano un orchestra vera e completa.

        Le parole dondolano pigre tra poesia e prosa, sublime e quotidiano, o rapide volteggiano nel recuperare il cielo ad alta quota, maliziose occhieggiano dietro la porta del pomeriggio

La musica le contiene in tanghi e milonghe dalleleganza di zebra, in blues che virano in tango, rumba oallegria del tango, e in jazz naturalmente (Sono un ragazzo del dopoguerra, la generazione degli amanti del jazz); ne fonde il meglio in accordi, arrangiamenti, tempi e risonanze, evoca più che descrivere, e sempre va a smuoverci qualcosa nel profondo. 

        Poesia allo stato puro, è stato detto della musica di Conte; ma anche che non cè bisogno di chiamarlo poeta e di dargli questa pesante aureola in più  E certo non servono etichette al multiforme troviere che in musica disegna il colore di unepoca, e di questa il quotidiano e laltrove, il tinello marron e le palme inquietanti e inquiete, la provincia universale coi suoi umori e i suoi miraggi devasione, dove i ballerini aspettan su una gamba / lultima carità di unaltra rumba

        Che siano enigmatici ed ellittici o realisticamente ancorati allo spazio fisico - un tram, un albergo, un taxi più un telefono più una piazza - nei testi affiorano memorie e attese, il duplice binario del sogno e del quotidiano su cui la vita corre, deragliando a volte. 

        Ci si incontra - ci si ama forse - ma  sempre lamore balena come distanza da colmare, viaggio da intraprendere o fuga - Via via, vieni via di qui / niente più ti lega a questi luoghi - È gioco dazzardo - perché volersi e desiderarsi / facendo finta dessersi persi - è sogno o intuizione come la notte, come il Mocambo; lamore è uno stregone: cerca rifugio nella lontananza, lo sovrasta il presagio della delusione - certe parole sanno di pianto / sono salate, sanno di mare E latto damore è un eros effimero, lampo fuggitivo senza storia.

        È sobrio e caldo il congedo di Conte dal suo pubblico che in piedi lo applaude; una comunicazione intima e profonda ha pervaso tutto il concerto, ogni parola in più sarebbe di troppo. Bisognerebbe tutelarlo come patrimonio dellumanità un incontro così, assaporato nello spazio accogliente e arioso di un teatro, in composto entusiasmo senza scalmanati chiassosi feedback da star a pubblico.

        Ci resta quella musica, la sua, quei cinquantanni di azzurro chepuoi portarti in tutti i viaggi come un libro prediletto di poesie.

Sara Di Giuseppe - 13 dicembre 2018


venerdì 7 dicembre 2018

Italiano diffuso


(Convegno su “Albergo diffuso” a Ripatransone.  Il linguaggio, le veline)

       Che il giornalismo locale accolga acriticamente le veline facendone copia/incolla senza badare a linguaggio, contenuti, errori e orrori, è noto.
       Recente e luminoso esempio, quello di Ripatransone e del suo Convegno su “Albergo Diffuso”, annunciato da gran rullo di tamburi giornalistici, atteso con interesse e curiosità.

       Ben a ragione: l’esperimento, felicemente attuato con intelligenza misura e gusto da quasi vent’anni in Comuni turistici dell’Abruzzo montano - Santo Stefano di Sessanio e dintorni - lascia sperare il meglio.

Finalmente una località pregevole sotto ogni aspetto, come Ripatransone, si adopera per superare l’attuale catalessi.


       Poi se ne legge il resoconto, o meglio  la velina del comunicato ufficiale, dalla stampa locale.

Generare esternalità positive; migliorare l’appeal del brand a Ripatransone; contestuale avvio della roadmap di implementazione del Modello a Ripatransone; presentazione della Case History legata a tale approccio turistico; formazione professionalizzante dei portatori di interesse (portatori d’interesse? come portatori di handicap?): è appena qualche stralcio di questa esemplare forma di comunicazione. Tralasciamo gli errori (che siano refusi o altro, andrebbero almeno “controllati”) e l’andamento sintattico dell’intero comunicato, il periodare più lungo e soffocante d’un boa constrictor. 


       Ci si chiede come possa venire alcunché di buono da amministratori, tecnici, esperti, responsabili economici e politici, decisori a vario titolo, la cui comunicazione si affida a un linguaggio tanto surreale e anti-italiano quanto pacificamente riprodotto sui quotidiani senza un sussulto d’intelligenza.

       E da una stampa che ad un’informazione critica antepone il supino copia/incolla di pompose veline planate dalle stanze dei bottoni e mascherate da cronache, ignare di italiano, farcite di rimasticati anglicismi, astruse nella sostanza e indigeribili nella forma.
Che non avverte la necessità/dovere/professionalità di chiarire ai propri lettori ciò che è del tutto assente nel testo velinato con solerzia: l’esatto significato di “Albergo diffuso”, quali ne siano i precedenti vicini e lontani, le aree geografiche che ne hanno beneficiato, la filosofia e la valenza culturale, come si attui nel concreto (sgombrando magari il campo dai fraintendimenti di chi pensa che Albergo Diffuso sia solo un altro nome della formula B&B).


       Quale educazione può mai venire al lettore comune, ai giovani, ai colti e agli incolti, a chiunque insomma, da un simile giornalismo-megafono?

       Albergo diffuso” rischia allora di essere un’utopia, in tale contesto e con simili premesse, così come qualsiasi buon progetto che non muova da una comunicazione limpida, rispettosa dell’intelligenza e della capacità critica del pubblico, e da un “italiano diffuso”, lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.

Sara Di Giuseppe - 6 Dicembre 2018