giovedì 15 febbraio 2018

La notte di Pirzio

Eravamo tra gli ultimi amici “acquisiti”, ma ci considerava come quelli suoi più antichi. Stava ancora mediamente bene.

Restaurava con genio e passione bici di ruggine dai freni a bacchetta, produceva acquerelli d’incantata bellezza, disegnava a mano libera - con cura affettuosa del particolare - volti, paesaggi, macchine d’epoca, aeroplani, barche a vela, paesi piceni e croati…

Progettava creando, con quel gusto inconfondibile che per decenni ha generosamente sparso sul territorio, ma il suo talento non è stato apprezzato come meritava.

Si son “dimenticati” pure che è morto: un paio di giorni fa, un lieve chiarore ad est gli ha detto di andare a riposare… 

Ci piaceva come scriveva. Gli chiedemmo un pezzo per UT, “La Notte”, e ce lo inviò con l’acquerello che ne “conteneva” il testo. Ne facemmo l’editoriale: era la “sua” notte, vista e narrata dalla casa in collina di Grottammare.

Dall’ultimo suo rifugio di Castorano (che non abbiamo fatto in tempo ad andarci), l’ultima notte di Franco forse non è stata molto diversa, ed è stata solo sua. Ma non ne avremo mai l’acquerello.

*

Da UT (n°5, 2013) “La Notte”, editoriale 

La notte di Pirzio

Il giorno è di tutti, la notte è solo mia. Io gliel’ho confessato e così lei è diventata possessiva e gelosa, non mi lascia più in pace. Alle tre, qualche volta prima, mi sveglia e mi tira giù dal letto, mi dà tregua solo quando sente i miei passi strascinati muovere il ghiaietto di via Berlusconi (chi conosce questa storia sa di cosa parlo) mentre mi avvicino al capanno officina dove restauro biciclette dal nobile freno a bacchetta, o gli altri passi più sordi che mi accompagnano allo studio dove dipingo. Mi siedo davanti ai colori e lo spazio si restringe e si trasforma e si riduce a un microcosmo dove il tempo rallenta e che ha un solo protagonista… me. Ma non è così. Fuori un predatore notturno, forse un allocco o un barbagianni, chiama con un brivido sinistro e la porta aperta mi fa sentire passi felpati di faine e di volpi. La notte mi sostiene e mi culla, guidando i miei gesti. Poi mi molla e colpi incontrollati di sonno mi sbattono la testa sul tavolo e sull’acquerello, lasciando segnacci sulla carta che mi distruggono il lavoro delle ore precedenti. La notte guarisce le fatali rovine degli scempi architettonici, e una finestra accesa nel buio copre la struttura che la ospita. Notte sul mare o da incubo, dove coste che sembrano lontane sono invece pericolosamente vicine, e coste vicine sono faticosamente lontane. Notti con la luna piena lontana, ma così vicina da far leggere la carta nautica. Notti buie come la pece in cui sembra navigare nel nulla… e venni in luogo di ogni luce muto che mugghia come fa mar per tempesta se da contrari venti è combattuto… Poi un lieve chiarore appare ad est e ti dice di andare a riposare… che alla notte ci penso io, te la farò ritrovare vergine fra poche ore… Buonanotte.

Franco Pirzio

PGC - 14 febbraio 2018


                        

lunedì 15 gennaio 2018

NON ANDREMO "OLTRE"...

Non andremo "Oltre" il 62
Già col numero 61 l'avevamo presagito: con "Il Vento" tutto se ne va...
UT finisce qui.
       Grazie a chi ha volato con noi
       Grazie a chi ci ricorderà
       Grazie a chi accetterà (quasi) in regalo ancora un UT*
Lo diceva anche Léo: "Col tempo tutto se ne va"

* Una copia la scegli tu e l’altra la scegliamo noi e te la regaliamo.
Costo 15 euro spese di spedizione comprese.
Per i numeri usciti consulta il blog http://ilmondodiutblog.blogspot.it/

In più, aggiungendo 15 euro, puoi abbinarci l’antologia “UT Sessanta”.
Per questo abbinamento aggiungeremo delle sorprese a ns discrezione e disponibilità.

                              Scrivi a: info@letteraturamagazine.org

lunedì 25 dicembre 2017

Il Natale tra le SAE


Il mio amico Venanzio non aveva mai visto il mare, di conseguenza non si era mai tuffato tra le onde che saltano sulla spiaggia, schiumano e poi si ritirano. Quando giungemmo da sfollati a Porto D'Ascoli lo guardò per la prima volta in vita sua, lo toccò con la punta dello scarpone da montagna e si ritrasse immediatamente. "Il mare è monotono" mi disse: "Non ha nessuna novità e finisce dove comincia il cielo là in fondo". Pensai subito che aveva ragione, non è come le nostre montagne che dall'alba al tramonto offrono un paesaggio mutevole al cambiare delle stagioni, sprigionando un'armonica gradazione di colori. Il verde brillante dei boschi e dei prati a primavera che in autunno si colora di caldi toni, dal giallo all'arancio, dal rosso al magenta, con le fresche acque dei ruscelli che inventano cascate fiabesche sotto l'azzurro del cielo. Che dire poi della magica e frizzante atmosfera invernale, quando a Natale ci si può inerpicare per boschi innevati, su fino a dove il miracolo dell'acqua che sgorga disegna incantati cristalli di ghiaccio e gocce e arabeschi in un silenzio irreale. I suoi occhi brillavano, poi divento inquieto, di colpo s'incupì, trasecolò, la sua faccia faceva trasparire un malessere che fece salire e rovesciare anche il mio stomaco, come un sacchetto di nylon sulla risacca. Guardammo di nuovo il mare che cominciava a calmarsi, sbattendo sugli scogli indolente, disordinato, con meno vigore. In silenzio ci voltammo verso la città a testa bassa, lentamente tornammo in albergo. Rividi Venanzio giorni dopo, prendemmo un caffè al bar, mi disse che rimpiangeva il cibo di montagna: il formaggio pecorino, l'agnello, il cinghiale, le tagliatelle ai porcini, le zuppe di legumi, la polenta con la salciccia, il miele e le marmellate, le castagne ed il vino cotto. Mi disse anche che non sopportava più il vivere in un albergo: "Non voglio più mangiare e bere per vivere, ma vivere per mangiare e bere". Esclamò! Riuscivo a capire Venanzio, i suoi antenati erano stati boscaioli e carbonai, avevano dormito spesso all'aperto, sotto le stelle per sorvegliare la carbonaia; non avevano mai affittato un metro di spiaggia ma avevano avuto ettari di bosco da custodire, non avevano mai bevuto aperitivi negli chalet festosi ma acqua fresca di sorgente accarezzati dal vento, non avevano mai fatto il conto delle calorie ma avevano scaldato il cuore con i suoni della natura e con la fantasia. Gli diedi una pacca sulla spalla e lo salutai dicendogli: "Che ci vuoi fare Venà! Questo ci è capitato. Fatti coraggio!"  Per giorni non lo vidi più, qualcuno mi disse che si era lasciato il mare alle spalle, non aveva resistito al richiamo della montagna, non si fidava della città, quello che per altri sembrava una fortuna per lui era peggio di una trappola per topi. La mattina di Natale ho deciso di fare una corsetta tra le SAE, le nuove casette di legno del mio paese. Correvo leggero, senza fare rumore, tra l'odore del caffè e le grida dei bambini. Mi sono sentito chiamare: "Vittò cumma va?" Mi giro era Venanzio: "Corri anche a Natale, non ti stufi mai?" Gli rispondo che la corsa è come una bella donna, ti emoziona e ti prende, ti regala piacevoli sensazioni e ti stanca ma poi il giorno dopo la desideri ancora. Venanzio abbozza un sorriso e mi dice sconsolato: "Io di belle donne ne ho viste poche, quest'estate che potevo vederne tante non sono rimasto a Porto D'Ascoli. Qua avevamo una vita, avevamo una storia. Ora ci hanno dato stè casette piene di difetti e di problematiche, intorno ci sono solo cinghiali, lupi e macerie. Ti ricordi Vittò quella tua vecchia poesia del viandante aggredito dai cani selvatici che provava a difendersi con i sassi ma non poteva perché erano attaccati al suolo dal gelo, e diceva: "Questo è il paese dei disgraziati, dei cani sciolti, dei sassi attaccati! Chi ci può risarcire di quello che ci ha rubato il terremoto?" Su un prato erboso appena impiantato alcuni bambini chiassosi giocano a pallone. Un esiguo segnale di vita. Gli rispondo che quelli come noi non possono pensare al futuro, la nostra stella si sta spegnendo, noi siamo terremotati non siamo né qui  né lì, stiamo fermi come giù al mare. Ma quei bambini no, quelli hanno un futuro, dobbiamo lottare per loro. Il concerto di voci bianche e flauti, dei piccoli arquatani, al centro Polivalente di Pretare, è stata l'unica cosa bella di questo Natale. E' un freddo mattino assolato, il Monte Vettore sotto un cielo azzurro è un incanto. Osservo una vecchietta dietro i vetri che sistema un mazzetto di vischio. Ora corro in maniera un po' buffa, quasi non tocco la strada fresca d'asfalto, lascio una scia di orme smezzate, sono molto veloce , devo esserlo per sopravvivere. Ora sono fedele ai miei luoghi ma ogni tanto mi fermo a guardarmi indietro, come fanno i bambini. Purtroppo capisco anche che non posso permettermelo perché questo ora mi può essere fatale. 

Vittorio Camacci

sabato 16 dicembre 2017

Teatro dell'Arancio. Viaggio cosmico-letterario in Recital. La forza dell’inquietudine di Ugo Foscolo di e con Vincenzo Di Bonaventura


 Nell’appendice conversazionale che chiude ogni serata con Di Bonaventura, l’attore-solista ci parla ancora di poesia, e imprevedibile come un lampo è la breve narrazione che attinge al mistero profondo della natura. Tra i leoni della savana alla morte del capo branco il nuovo re celebra il più crudele dei riti di potere: mangia i piccoli. La leonessa si allontana allora, e immobile come sfinge antica, ulula al cielo e riempie la notte intera del lamento di morte, del pianto altissimo e senza fine che le darà pace. Il nuovo sole che sorge la vedrà tornare al branco, pronta a vivere ancora, nuovamente madre e fattrice, portatrice di vita.
        Questo è ciò che fa per sé e per noi il poeta, voce che decanta l’inquietudine e il tormento e la pena, perché si possa ancora vivere, e la poesia farsi nostra amica e compagna nel cammino.
        E’ il greco-veneziano Niccolò, che volle poi chiamarsi Ugo e fu per sempre “il Foscolo”, il poeta per il quale - dice in apertura Vincenzo - “abbiamo messo tutto in forma di brillantezza” questa sera: “il suono vi sommergerà”, e il djembé sospeso a mezz’aria, e le artigianali casse d’antan attendono di liberare i promessi 2000 watt. Non rumore ci sarà, ma potente corteo di suoni per il viaggio intorno al “poeta-pariota-giacobino-rivoluzionario-idealista”.
        Se ogni nascita è un destino, quella sua, nell’isola greca da cui vergine nacque / Venere, segna per sempre l’inquietudine che lo farà esule, della patria ma anche dello spirito. E la Venezia del suo secondo approdo, patria che altri tradiranno, nutrirà le stagioni del suo furore libertario e impotente.
       Venezia bizzarra – dice Vincenzo che vi ha trascorso tanta vita – come può esserlo oggi una città senz’auto, dove i teatri sono là, la gente è là, gli incontri sono là; ma città italiana, con tutte le contraddizioni e i chiaroscuri. “Una volta ci tuffavamo nei canali”, dice. Provare a farlo ora. [“Venezia è un imbroglio… Venezia è un albergo… Venezia che muore…” canterà Guccini]
        Venezia ancora splendida nella già inarrestabile decadenza, che il poeta conquista con l’impetuoso “Tieste” dal sapore alfieriano, furente tragedia dei suoi incredibili 19 anni (un trionfo, repliche tante, teatro inusualmente illuminato a giorno).  
        Venezia ceduta all’Austria dal Bonaparte poco prima salutato come liberatore (Il sacrificio della nostra patria è consumato, scrive Jacopo Ortis all’amico Lorenzo), ed è il disinganno del poeta per le spinte rivoluzionarie tradite dal cesarismo napoleonico; e poi il vagare fra Milano, Firenze, infine Londra: e sempre, tormentato e indomabile, “lo spirto guerrier ch’ entro mi rugge”.
        Non tutti lo amarono, certo, come è destino di ogni personalità d’eccezione. Gran ciarlatano e pessimo di cuore negli scritti del Tommaseo, che non sa spiegarsi perché sia tanto festeggiato. Ancor più duro il Rosmini, guidato dal pregiudizio morale e religioso (“Una religione turpe governa il Carme” scrive negli Opuscoli Filosofici a proposito dei Sepolcri).
        Monello forse lo era sempre stato, se dei pochi anni nel Collegio arcivescovile di Spalato (prima che il padre morisse e prima del trasferimento a Venezia) troviamo scritto fra l’altro “Tutti ricordano i suoi capelli rossi rossi, e i suoi occhi di fuoco, e la perpetua inquietudine…”; ma anche “Ugo era espansivo assai e pieno di affetto leggiero per tutti…” . Ed emergeva già la sua precocità intellettuale e poetica: “… Improvvisava poesie in tutti i metri, sonetti al più scrivendo e lo scritto regalava subito a’ compagni. Le lezioni sapeva sempre benissimo, del che suo padre stupiva, sendoché raccontava che in casa e’ non vedeva mai libro di scuola”. (in Mate Zorić, “Due note su Ugo Foscolo e la Dalmazia”)
Insomma, l’allievo che tutti vorremmo…
        Dallo spirito ribelle, dall’infanzia sradicata, dal suo destino di  essere “altrove”, si dipana un’esperienza di adulto in ricerca ostinata di armonia, di quella composizione che deve pur esserci, nelle contraddizioni del reale e della storia. Di qui l’impegno intellettuale rivolto costantemente all’esterno, a “intervenire sul mondo”, e lo stretto intrecciarsi di vita e letteratura in una complessità spesso contraddittoria.
        La prorompente vitalità, ad esempio, le passioni che lo agitano, l’amore stesso – sempre rovinoso come un fiume in piena (“Ho amato, è vero, ma non sapeva di poter amare tanto”, scrive ad Antonietta Fagnani Arese)  hanno per compagna assidua l’idea della morte: desiderato approdo alle tempeste dei giorni, meta che il fratello Giovan Dionigi - suicida - ha già trovato (… E prego anch’io nel tuo porto quïete), rifugio ultimo dalle secrete cure, dal dolore delle illusioni spezzate, dalla condizione di eterno Ulisse in cerca di quell’Itaca che non toccherà mai più, materna mia terra dove ricongiungersi nella tomba agli affetti più cari.
        Ambivalente è Jacopo Ortis, suo primo alter ego:  la scelta del suicidio come protesta eroica coesiste in lui col fatalismo meccanicistico che vede la violenza, quasi legge “naturale”, dominare la storia in un processo di sopraffazione privo di razionalità. “L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra” scrive Jacopo a Lorenzo.
       Più tardi ci sarà Didimo Chierico, secondo alter ego e creazione della maturità: sarà l’anti-Ortis che pur sentendo non so qual dissonanza nell’armonia delle cose del mondo […] teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana”.
        Ma c’è per Foscolo un mondo vagheggiato, al tempo stesso mitico e famigliare, rifugio e risarcimento dalla mediocrità del presente, dalle lacerazioni del vivere: è quello della grecità antica, stagione di bellezza e armonia in cui trasfigurare - trasferendola in una mitica lontananza - l’esperienza biografica e alla cui ombra placare la cupa passionalità. E sarà l’approdo finale nella maturità de Le Grazie.
     “Finchè sarò memore di me stesso non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano”.
        E’ tutto questo mondo a confluire nell’intramontata sinfonia dei Sepolcri, sintesi di religiosità laica e di istanza ineliminabile di assoluto. La scintilla che rubiamo al sole a illuminar la sotterranea notte ai nostri cari defunti (perché gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole), il dialogo che la tomba stabilisce tra i vivi e i morti è infine l’illusione che salva. La memoria custodita dal sepolcro vince la morte e l’oblio; e nella memoria dei grandi, che il sepolcro eterna ed è base nel cammino dell’incivilimento umano - l’uomo vince il suo destino di annientamento.
        E quando infine anche il tempo, trionfando sulla materia, con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine, la Poesia - essa sola, l’ultima, la più alta delle Illusioni - vince di mille secoli il silenzio. Essa è il cieco mendìco, il vate Omero che abbraccia le urne e interroga gli spiriti degli sventurati eroi troiani; essa placa quelle anime afflitte col canto; essa, eternatrice dell’uomo, narrerà le sue grandezze e le sue sventure per quante / abbraccia terre il gran padre Oceàno […] finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane.

Sara Di Giuseppe

giovedì 14 dicembre 2017

“Il Graffio”. Quando un giornale apre, si respira profumo di libertà



Spesso, anche da queste colonne, abbiamo pianto lacrime amare per la chiusura di un giornale vissuta come lutto, personale. Siamo convinti da sempre che la pluralità dell'informazione sia il sale della democrazia, la base per il rispetto di tutte le idee e di tutti i pensieri. Quando per ragioni economiche, o peggio politiche, un organo di informazione chiude, una delle voci che contraddistingue il nostro modo di essere cittadini, e non solo consumatori, si spegne inesorabilmente. E resta l'amarezza per ciò che avrebbe potuto essere o rappresentare in uno stato che vuole, indefessamente, considerarsi democratico.
Domani, invece, un organo di informazione nuovo di zecca si affaccia sulla scena giornalistica non solo locale, perché “Il Graffio”, diretto dalla redattrice di UT Rosita Spinozzi, va oltre.
Il Graffio punta, ascoltata la direttrice, su una informazione di qualità. Oggi, spesso, la fretta ci impedisce perfino di rileggere ciò che abbiamo scritto con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: la lingua italiana è diventata un optional e ci rifugiamo dietro al concetto di “refuso” anche quando si tratta di madornali errori grammaticali o sintattici. C'è poi un uso distorto delle parole perché, sempre a causa della fretta, non ne conosciamo il significato e branchia e branca diventano suppergiù la stessa cosa come se i pesci diventassero all'improvviso scienziati.
Ma l'informazione di qualità non è solo quella ben scritta. È decisamente quella pensata, soppesata, verificata e solo poi scritta, corretta e pubblicata.
Riprendendo il vecchio concetto anglosassone dell'informazione, quelli del Graffio si sono resi conto che secondo il comune sentire non c'è alcuna differenza fra un fatto e una notizia, che basta riempire le pagine di corbellerie e il lettore sarà felice come una Pasqua a Natale, che basta una foto accattivante per rendere appetibile un articolo.
L'altra scommessa del Graffio, che nasce con qualche uttiano dentro, è quella di puntare su una informazione che sia parte integrante della vita delle persone, una sorta di giornalismo inteso come “servizio” del quale si sente oggettivamente una gran mancanza.
Domani pomeriggio, dalle 17 alle 20, in via Legnago 60 a San Benedetto del Tronto, il Graffio sarà aperto a tutti regalando un brindisi, un sorriso e un impegno: quello di fare del buon giornalismo per non annegare fra i marosi del qualunquismo d'accatto.


Massimo Consorti

Cineteatro San Filippo Neri. Gegè Telesforo: "...ma non è dei tuoi che volevo parlare…”


Succede di rado che un bravo jazzista sappia gustosamente intrattenere con le parole oltre che con la musica, con eleganza e proprietà di linguaggio anche. Di solito, su un microfono sempre troppo basso e debole, è il più intraprendente del gruppo (o quello tirato a sorte) che snocciola, tra intermittenti applausi, solo nome-cognome e strumento dei colleghi; poi l’ultimo ritualmente ricambia indicandolo con goffo gesto e dicendo il suo. STOP. Sono sobri parlatori, i musicisti. Ma lo sanno loro stessi, e intelligenti restano nel loro campo di eccellenza. Non fanno come i calciatori o gli allenatori, che inseguiti implorati assediati e intervistati fin negli spogliatoi malmenano pensosi la lingua peggio del pallone. 
        Però stasera, col Gegè Telesforo quintet, pareva strano a chi li conosce che il concerto contemplasse “solo” la musica. E in ultimo, infatti, facendosi spazio con garbo e senza spingere, le parole sono arrivate: tra Gegè e i suoi - e noi ad ascoltare attenti - si è snodato gradualmente e come per caso un “racconto” piacevolissimo, confidenziale, elegante, divertente; libera conversazione tra amici, che di ognuno spolvera vicende personali, storie di vita, ricordi di famiglia, aneddoti, cose buffe. Gegè conduce da professionista, la voce giusta e chiara, così che noi respiriamo più aria di radio-radio che di teatro: ce li immagineremmo così anche senza vederli, i personaggi! E da loro, risposte brevi, fra il timido l’impacciato e l’incerto, con pudore, da ragazzi educati (di una volta) “interrogati” dal maestro buono e un po’ severo…  
        Così di Alfonso Deidda - che, artigliati charleston e sax, in bilico sullo sgabello non batte mai ciglio - Gegè passa in rassegna l’intera sua famiglia salernitana: padre pianista jazz, madre cantante e cuoca, fratello valente sassofonista – e quindi anche lui, “per ripicca” … …ma non è dei tuoi che volevo parlare… ma di te, così modesto e bravo, con me da 25 anni, che… con tuo padre tua madre tuo fratello e magari pure i nonni musicisti, no?… tu che dovevi fare… oltre a 3 figlie femmine…”
        “Fratello”Joseph Bassi, nascosto dal contrabbasso come dietro a una lavagna, sa che tocca pure a lui: “Eccolo questo pezzo unico, questa entità, questa scultura d’arte contemporanea, questo graaande uomo (e si vede!) dalla immensa spiritualità… frate cappuccino mancato, a 13 anni, in quel di San Giovanni Rotondo… dove ebbe in visione… una chitarra! Ma non aveva fatto i conti col Jazz e lo Swing… così ascoltava di nascosto Count Basie sul Walkman Sony, anzi Aiwa… finchè Padre Priore Pancrazio, ricevuta una denuncia anonima, lo cacciò dal convento… appena dopo una settimana!... “Ma è di te, non di queste cose, che volevo parlare”…
        Non dirò di Seby Burgio e Dario Panza, anche loro sono stati raccontati con sorridente leggerezza. Anche perché non è delle storielle dei quattro che volevo parlare, ma della loro ottima musica… però mi dilungherei troppo. Dirò solo che ogni volta ci sorprende come, in una “lingua” che non ha vocabolario e senza suonare alcuno strumento, Gegè Telesforo riesca a farti godere le mille sfumature di cento orchestre, pur se accompagnato “solo” da un quartetto. Qui non siamo nella sua Foggia [dove, ci dice, da certi pericolosi ambienti la musica lo ha “salvato”], ma è dappertutto che la musica di ogni genere può rivelarsi “terapia salvifica”. Come stasera: gocce sincopate alla Bob Marley, sapori di Paolo Conte, esotiche atmosfere di Brasile, aromi di swing e blues…Perfino simil-arborate pazzesche: come nel finale, quando al segnale convenuto (i cinque si infilano buffi cappelli colorati e cappucci di lana grossa) il pubblico salta su come a un gol dell’Inter, e berretti, guanti in aria, sciarpe roteanti, grida sgarrupate, giubilo… Tutto finto, si capisce, “recitato” per Paolo Soriani-fotografo che con le sue mini-riprese al volo è qui che prepara un imminente film-documentario per la RAI… 
 Eh, mi piacerebbe saperla riscrivere la scena…

PGC

giovedì 30 novembre 2017

Il Medoc è anche un cinema. “CINEMA ITALIA” – Rosario Giuliani (sax soprano e contralto) / Luciano Biondini (fisarmonica cromatica)


  Il Medoc - stasera - è anche un cinema, ma senza lo schermo. Solo la musica. Ognuno “rivede” il film che si ricorda e - soprattutto - il quando lo vide, il dove, e con chi. Ognuno riavvolge indietro la “sua” pellicola del tempo: e immagini d’altra epoca, per qualche motivo impresse nella mente, gli balzano incontro, riesumate ma freschissime dai due musicisti lì davanti, loro sì straordinariamente vivi.
Colonne sonore famose, baciate dal successo come e a volte più dei film stessi.

       E se purtroppo in quei film ormai fuori dai circuiti non inciampi più, figurati le musiche. Archeologia sonora. Eppure bastano poche note, e te le ricordi: erano incise dentro, è bastato togliere la polvere. Anzi, eccole pronte a trascinare figure, storie, emozioni, nate dal film e che tenevi sopite.

       Se la musica batte il cinema è in questo: puoi “arrangiarla”, trasformarla, accelerarla, rallentarla, arricchirla, reinventarla… se sei bravo perfino migliorarla. Il film no. Quello come è rimane. Se lo tocchi, come l’alta tensione, muore il film. Così è per la pittura, la poesia, i romanzi, la scultura e le altre arti: non le puoi saccheggiare. O ti piacciono o niente. Al museo che rivedi dieci volte, quadri e sculture sono gli stessi (o sei cambiato tu e li “leggi” diversamente); a un romanzo non togli o aggiungi pagine, né versi alla poesia, ai libri al massimo puoi togliere la polvere.

       Giuliani e Biondini invece hanno le mani libere e - pur nell’assenza degli altri due della “banda” (Pietropaoli /doublebass e Rabbia /drums) - ci confermano che il loro “CINEMA ITALIA” è una rivoluzione affascinante.

       Rosario e Luciano sono sempre nuovi e da scoprire, anche per chi già li conosce: sono “oltre”, sfidano la resistenza e limiti costruttivi dei loro strumenti. Il sax (innata potenza di suono morbida, inarrestabile, capace sempre di “riempire” ogni minimo spazio, specie se con molto riverbero) stasera è il vecchio Selmer che colma il piccolo Medoc come un boccale di birra e tutti noi con vibrazioni soffici, col suo respiro aspro e caldo. Senza rumore. Creando fraseggi e invenzioni su temi e melodie che credevamo intoccabili, giocando a nascondere, svelando d’improvviso…

       La fida Excelsior asseconda Luciano da par suo: sonorità vibrante che non “riempie” come il sax ma vola incostante e bizzarra, a volte credi di perderla, pensi di non sentirla ma sei certo di vederla. C’è piuttosto da temere che il mantice superi l’apertura alare di un condor, e ci mandi bassi che non esistono… che la bottoniera fonda per l’attrito con le dita (alla fine solo un tasto-bottone s’è staccato, esausto)… che le infaticabili valvole schizzino - meritatamente - in testa alle indisciplinate donzelle di fronte, incapaci di ascoltare in silenzio. Invece, a tratti, diventa anche un organo, con pedaliera invisibile…

       Al cinema, lo sappiamo, il motivo conduttore - che sia bello o letale - te lo ripetono fino a sfiancarti. Un trapano in tutte le salse, magari con estenuanti fantasie d’orchestra. Come se dovessero vendertelo. Stasera no. Neanche un algoritmo avrebbe potuto prevedere quel caleidoscopio di arrangiamenti ricchi o essenziali, quei salti di ritmo, di umore, di tempo, trasmigranti dallo swing che non c’era, al klezmer che non c’era, al tango che non c’era, al jazz…

       Solo Fellini se la sarebbe immaginata, una serata così. Al Medoc.

PGC


sabato 25 novembre 2017

Teatro dell’Arancio. “IL MIO DISPERATO CORAGGIO”. Il sentimento del vivere di Gabriele D’Annunzio, con Vincenzo Di Bonaventura


  “Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la morte, allora soltanto avrò il viso che mi era destinato”: così il poeta immaginava se stesso nel trapasso, restituito all’autenticità nascosta in vita dietro le maschere innumerevoli del suo personaggio, dietro “gli affanni, le fatiche, i patimenti, gli innumerevoli eventi che forzò e forzerà pur in estremo il mio disperato coraggio”.
       
       Ovunque egli sia ora nel suo immaginato altrove, sarà  grato al nostro Di Bonaventura - regista e attore solista - per la verità restituita, libera da imbalsamate mitologie, alla sua figura umana e alla poderosa unicità della sua arte.

       Come sempre in queste necessarie preziose serate, vi è una “prefazione” – come l’attore chiama l’amicale colloquio col suo pubblico – cui segue, attesa, una postfazione: che ci delizia - pur nell’inospitale freddo del teatro (per il Comune non val la pena scaldare la piccola sala per un artista-solista e i suoi venti-spettatori-sempre-gli-stessi) – nel vertiginoso trasvolare da D’Annunzio/Duse fino a Pirandello/Abba, mentre ricrea il rapporto profondo fra l’attrice inimitabile e l’artista, due anime alla ricerca della perfezione, il cui incontro - rimossi gli stereotipi - deflagra nella realtà teatrale dell’epoca come una “vera rivoluzione drammaturgica e scenica”.
  
       Per il resto l’attore lascerà parlare il poeta: dalle pagine del suo “Libro segreto, cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di D’Annunzio tentato di morire”, dal realismo del “rupestre Abruzzo” (Di B.), dai Romanzi, dalle Tragedie, dalle Laudi, dal dolente Notturno, mentre il tema musicale – con le intense composizioni di Fabio Capponi – si fonde, perfettamente a tempo, col ritmo del verso, del racconto, del saggio, della confessione.



       Il “Libro segreto” (1935) che apre il viaggio di questa sera, chiude in realtà la parabola esistenziale e artistica del vate (“primo dandy della storia italiana” dirà Vincenzo) ormai eremita al Vittoriale: confessione e “agiografia in negativo, laica Via Crucis”.
Vi si svelano, nella trama dei ricordi e dei moti interiori più occulti, un io malinconico, “tentato di morire” fin dall’adolescenza (Tutta la vita è senza mutamento / Ha un solo volto la malinconia / Il pensiere ha per cima la follia / E l’amore è legato al tradimento, così il tetrastico che chiude quelle memorie), e un’anima inconsapevolmente pirandelliana, moderna suo malgrado nell’impossibilità di dare di sé un ritratto univoco (“V’è un acerbo piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto”).

       E le maschere molteplici che collocano il suo personaggio in primo piano sul palcoscenico di un’epoca feconda e tragica ("Tutto è diventato dannunziano perché tutto era già dannunziano. Bastava solo dargli un nome”, scrive Mario Luzi) sono anche quelle che, tra aneddotica e mitologia, pettegolezzo e scandalismo, offuscano spesso la traccia profonda che di lui resta in ogni campo della cultura e nell’arte. (“D’Annunzio è presente in tutti perché ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo”: così Eugenio Montale).

       Ne percepiamo ogni sfumatura stasera, nella voce dell’attore che plasma come nuovi i chiaroscuri di quell’anima “poliedrica come un diamante”.  Quella voce è Andrea Sperelli “impregnato di arte” nella prosa estetizzante de Il piacere; è il superomismo di Stelio Effrena ne Il Fuoco; è Tullio Hermil de L’Innocente e Giovanni Episcopo del romanzo omonimo che hanno sapore di Dostoevskij e di Tolstoj; sono le tragiche possenti figure di Mila e Aligi, fatte dell’eterna sostanza umana in un’azione quasi fuori del tempo (“Nella terra d’Abruzzi, or è molt’anni”): qui la voce dell’attore si sdoppia - prodigio di mimesi attoriale, con un pizzico di tecnologia-fai-da-te  - ed è quella femminile di Mila (Fui una fonte calpestata […] Se tu mi tocchi, se tu m’offendi tutti i tuoi morti nella tua terra […] avranno orrore di te in eterno) ed è quella presaga di Aligi (O Mila, Mila, sento come un tuono… / e tutta la montagna si sprofonda).

       Musica e verso intimamente si fondono, ancora, nel ricreare la suggestione panica del paesaggio fiesolano, e nell’onda marina che si umanizza (creatura viva / che gode / del suo mistero / fugace), e nel sensuale compenetrarsi dell’io col fluire eterno della vita nel cosmo (Non ho più nome né sorte / tra gli uomini; ma il mio nome / è Meriggio. In tutto io vivo / tacito come la Morte); si smorzano infine nella meditazione “notturna”, nell’esperienza del dolore, nella coscienza della sconfitta, nella memoria dolente del passato (Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca).

       Nella serata che si conclude ci sembra che il nostro attore solista - oggi come in ogni suo Recital - possa far sue le parole del dannunziano Libro Segreto: Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il sentiere ti sembra novo.

Sara Di Giuseppe

giovedì 23 novembre 2017

Rinascenza / In Art. Il Postino suona al Medoc, con Günther Sanin e Fabio Rossato


        In omaggio al suo autore Luis Bacalov - con cui Günther collaborò - verso la fine hanno suonato anche “Il Postino”. Quel pezzo dolce, orecchiabile e malinconico, che dai tempi del film s’era perso. L’abbiamo ascoltato con ardiente paciencia, come immersi nella poesia silenziosa di un’isola dimenticata. Invece siamo al Medoc di San Benedetto e qui il postino, che sembra uno della Protezione Civile, passa carico e di fretta sullo scooter dalla banda gialla… e mai dopo cena.

        Anche il repertorio è “fuori orario”: certe musiche da Caffè Concerto le ascolti, e le guardi, – nelle piazze delle città che contano, negli Hotel di lusso, alle Terme, negli storici Caffè… –  alle 11 del mattino o all’ora del tè, nella luce calante del pomeriggio.

        Violino e piano, violino e fisarmonica. Fantasie d’opera, riduzioni di grandi classici, musica popolare (anche di sapore balcanico), musiche da film. Accenni di valzer, tango e danze ungheresi, ma con un fiato di jazz, per renderli - finalmente - meno banalmente ballabili. Arrangiamenti originali ma moderati, mai esasperati. Salvo quell’inflazionatissimo Liber Tango che Fabio Rossato mette nella centrifuga della sua fisa a bottoni. Dice che era “troppo banale”… Ne vien fuori un travolgente work in progress, senza fine: lui con Liber Tango ha un conto aperto, dice che ci lavorerà fino alla vecchiaia, come a una “scultura compositiva grottesca, deforme, in continua evoluzione” (!)… Però, che bello questo “suo” Liber Tango!

        Günther lo lascia fare. Uno che abitualmente suona su un violino G.Fiorini del 1876 non usa la centrifuga. Niente note corsare. Günther Sanin (von Bozen) - già il nome mette soggezione - pare proprio il re dei Caffè Concerto. Ne ha anche il fisico, il portamento. Suona con autorevole naturalezza, dissimulando una tecnica finissima, cattura e affascina anche chi non distingue un violino da una viola. Il prezioso strumento, pur da solista, è sempre arioso. Non miagola mai, né indugia in toni caramellosi o eccede in gradazione emotiva. Fraseggi sobri e profondi, swing incalzanti, romantici sanglots de l’automne. Eccelle con Gardel e con Rachmaninov, con Massenet e con Brahms, con Paganini e con Morricone… Ah, se quel piano stasera non fosse un modesto Rosenbloom!

        Sorprendente è l’atmosfera. Il Medoc lo conosciamo, cibo, pizza e birra eccellenti. Ma non ha l’arredo antico Liberty German-style e l’aria colta e pigra di un Caffè storico. Eppure è bastato socchiudere gli occhi ogni tanto per credere d’esser seduti a un tavolino quadrato di marmo dell’antico Caffè San Marco a Trieste sotto gli alti specchi molati, i lampadari di cristallo, i quadri dell’800… O di ascoltare un quartetto lettone in quel Caffè di Mosca che affaccia sulle cupole d’oro parzialmente innevate delle chiese ortodosse… O di bere champagne al Beaufort Bar – purissimo Art déco anni ’30 – del Savoy di Londra… O di aspettare pazienti di entrare al Literary Café sulla Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, dove - vodka a parte – fanno spesso buona musica (e dove forse si è esibito anche Battiato, con cui Günther Sanin ha collaborato)…

PGC

mercoledì 15 novembre 2017

Vittorio Camacci. Finalmente a casa anzi, a casetta


E' arrivato il momento di tornare che è anche il significato più profondo del viaggio, è come una "molla" che ci spinge nella rotta della nostalgia. Ciò è anche ovvio perché il migrante, lo sfollato, l'esule partono per tornare. E' questa la posta della sfida che mi ha accompagnato in questo lungo esilio durato più di un anno, la dimostrazione del mio successo : tornare con un bagaglio culturale e morale più ricco e tante storie da raccontare. 
Ma il ritorno, nello stesso tempo, è un mito, una costruzione fantastica fatta crescere impercettibilmente, giorno dopo giorno, per resistere alle avversità, alla solitudine, alle delusioni. Un mito di resistenza. Il ritorno è un'elaborazione della nostalgia, quel lenimento sottile di malessere quotidiano che mi ha accompagnato come un'ombra inseparabile in questo anno da sfollato. Ritorno e nostalgia sono due parole che camminano insieme, dialogano instancabilmente, nella mente e nel cuore. 
Il mio è stato un progetto di vita a breve termine dettato dalla necessità di mettere in sicurezza quel che resta della mia famiglia, una paziente rivincita di chi e ciò che è stato lasciato su chi e ciò è stato incontrato. in questo lungo tempo, quasi irreale, il " Ritorno " è stato preceduto da piccoli ritorni temporanei che non hanno confortato le mie grandi attese, anzi hanno bisticciato con esse prendendo a pretesto inattesi conflitti suscitati dagli inevitabili mutamenti intercorsi, il diavolo con la sua " cacca" ( denaro e cos'altro ... ) ha preso possesso delle mie terre martoriate senza che io me ne sia avveduto, è così cambiata la percezione del tempo ( non quello meteorologico ), sono cambiate le abitudine alimentari ( in tanta abbondanza nessuno coltiva più la terra o alleva degli animali ), sono cambiati gli stili di vita ( non c'è più socialità ed ognuno pensa ai suoi comodi ) , di abbigliamento ( porca miseria ! Qui ora son tutti griffati ...), di svago ( tutti in giro con l' I-Pod pronti a chattare nei social nessuno ti guarda più in faccia ). E poi, talvolta, a complicare le cose, ci si mettono anche gli amori e le amicizie nati in terra straniera che mi porto nella testa e nel cuore mentre ritorno dal mare Adriatico fino ai miei amati cromatici autunnali monti, coperti da fitte cortine di boschi, attraversando la feconda vallata del Tronto circondata da colline che ospitano generose vigne e giocondi oliveti. Un paesaggio complesso e mutevole si apre ai miei occhi, giocato sul contrastato ricordo dei villaggi arroccati sulle balze scoscese e ciò che ormai resta di loro. 
E' tempo di riaprire l'album di famiglia per rivedere limpidamente ciò che era e che no sarà più, per noi che siamo passati da case in cemento e sassi a queste minuscole abitazioni prefabbricate, tutte uguali ed anonime che ci accolgono. Dentro sono dotate di tutti gli accessori e sono confortevoli ma non hanno il profumo della mia vecchia casa. E' buffo questo nuovo paese mi ricorda il villaggio dei " Puffi" , manca solo che ci dipingano di blu e potremmo diventare una curiosa attrattiva turistica. Ora qui c'è un eccesso di ordine, di sicurezza, stabilità, di posto fisso, di famiglia unica, ma mi mancano le antiche forme di libertà esasperata come l'inventiva che si trasformava in piacere quando si trattava di escogitare stratagemmi moderni per custodire le antiche tradizioni tramandateci dai nostri avi. 
Il terremoto ha lasciato vuoti incolmabili, ha strapazzato le nostre vite ed ha trasformato le nostre comunità rendendoci incapaci di mantenere una vera, salda e forte identità. Soprattutto facendoci dimenticare la nostra storia ed i valori tramandatici dai nostri avi : la saggezza, la pazienza, il rispetto per gli anziani e la natura, purtroppo la perdita dei nostri storici borghi di montagna ha creato tutto questo. In questi luoghi ormai vagano solo le anime dei nostri predecessori e non sento più le sensazioni primordiali , i vecchi odori, gli antichi sapori. Qui ora tutti si sentono abbandonati e dimenticati, tanti non sono tornati, nessuno ha più l'entusiasmo di un tempo, c'è chi non coltiva più la terra, pochissimi tornano qui in vacanza. Stiamo perdendo il senso della vita, la nostra antica civiltà . 
Penso a tutto questo mentre ricordo con dolcezza il mio anno da sfollato a Porto D'Ascoli, alla generosa famiglia Persico che ci ha ospitato nella sua struttura, all'amico Luigi che ha supportato le mie trasferte podistiche, alla rivista Podisti.net che ha sopportato e pubblicato le mie noiose cronache quasi "nenie",  alle lunghe uscite in ski-roll sulla bella ciclabile del lungomare, alla meravigliosa famiglia che è la redazione della rivista letteraria UT in cui ho avuto l' opportunità e l'onore di esprimere il mio acerbo e mediocre talento, all' associazione Omnibus Omnes - Tutti per Tutti che mi ha reso partecipe delle sue solidali ed encomiabili iniziative ed a tutti quelli che nella loro immensa solidarietà non mi hanno fatto mai sentire solo. Grazie a tutti ! 
Ora mi rimane solo una cosa da fare, l'ho sempre avuta nel mio DNA, riprendere a correre gli antichi sentieri dei miei avi, dove finalmente mi sentirò veramente a casa. Sono sovrappeso ed un po' inflaccidito, la sfida appare lunga e difficile ma il mio cuore è un maratoneta che batte anche il tempo. Mentre corro tra queste splendide valli, rivedo i vostri volti e risento le vostre voci. Adesso correrò meno solo, correrò per guardare di nuovo avanti, e non avrò più paura.  

Vittorio Camacci