mercoledì 21 ottobre 2020

Ispettore Callaghan, il caso Geneviève è tuo

ovvero
Lo strano caso della targa sparita

 
       Si tinge di giallo la vicenda-Geneviève. Sparisce nottetempo la targa appiccicata sul moncone del fu motopeschereccio, recante i nomi dei Sette Santi Fondatori, pardon, dei Sette Amministratori Comunali - dal sindaco in giù - che fortemente hanno voluto il fasullo costoso monumento e tanto si sono adoprati  perché anche di loro medesimi resti imperitura memoria.
 
       Sugli autori della sparizione gli investigatori non escludono, al momento, alcuna pista. Tuttavia, pur trovandosi ormai vicini alla soluzione data la consistenza degli indizi, hanno deciso di affidare la conclusione delle indagini al rude Ispettore Callaghan, del quale sono noti i metodi a volte poco ortodossi ma sempre risolutivi.

Perché il tempo stringe, e i sospetti che gravano sui sette amministratori autocitati/autocelebrati, a cominciare dal sindaco, gettano un’ombra sinistra su questo peraltro fulgido Comune.
   
Gli indizi a carico dei Nostri sono pesanti, ahiloro, e la pista sembra condurre dritta proprio in Comune. C’era il movente e c’era il modo.

       Il movente, intanto: accortisi, per averlo letto in giro (improbabile ci siano arrivati da soli), che la monumentale cazzata li ha coperti di ridicolo (non che mancassero corposi precedenti, eh) i sette nani pardon amministratori, potrebbero aver goffamente tentato di rimediarvi facendo sparire la targa incriminata
       Potrebbero infatti aver scoperto, con attonito stupore, che autocitarsi su una targa-ricordo appiccicata (da loro) su un “monumento” (si fa per dire) non è solo il Guinness della vana-gloria, ma che – per un più di ridicolo - la targa appariva, più che celebrativa di loro medesimi, commemorativa di cari estinti (essi stessi? copertisi di glorie marinare? immolatisi in eroico naufragio?).
Via dunque la targa, avanti un’altra: al posto della prima, un temino di ringraziamento da terza elementare di scolari del maestro D’Orta. Come sempre risultando la toppa peggiore del buco, la risata stavolta è oceanica come la pesca che si sta celebrando.
 
       Il modo, poi: gli autori di sì audace blitz hanno agito sicuri, e chi più dei Nostri poteva farlo, nella certezza che non sarebbero stati “disturbati” dai tutori dell'ordine?
 
       Insomma gli indizi sono pesanti e occorre fare chiarezza, Callaghan dovrà sbrigarsi.
 
       Perchè, oltretutto, quella targa ormai è preziosa e ambita, forse ha già preso il volo, abbiamo due aeroporti vicini, anche se sono della mutua… E quella targa è unica, nessun Comune ha mai fatto una cazzata del genere.
Già le sue quotazioni sul Bolaffi salgono di giorno in giorno, e c’è chi pagherebbe qualsiasi cifra per averla: un collezionista, un Museo degli Orrori, Sotheby’s a Londra, il Banco dei Pegni, il Vaticano… 
Addirittura, se è nelle mani di ladri senza scrupoli, potremmo trovarci a dover pagare riscatti milionari!                         
 
Insomma sbrigarsi.  Dài ispettore Callaghan: il caso Geneviève è tuo.

 

Sara Di Giuseppe - 21 ottobre 2020

Lunedì 19 ottobre ore 19:32 (ph Isp. Callaghan)

 
 

 
 
 

lunedì 19 ottobre 2020

Nuovo Cinema Geneviève

         Si chiama Nuovo Cinema Geneviève, il “nostro” Cinema Paradiso sambenedettese sul mare, però funziona solo di notte e danno sempre lo stesso film: una triste sfilza di nomi di barche morte proiettata su uno “schermo” di ferro sghembo blu-scuro. Niente immagini, niente movimento, muto. Per lo spettacolo non si paga biglietto né occorre essere sedia-muniti, si sta in piedi, dura come un “corto”… Se piove, ti bagni, se dalla strada un SUV imbizzarrito sbanda e ti accoppa, amen.

         Una genialata: al moncone di prua di un ingombrante rugginoso barcone da pesca mezzo-rottamato/mezzo-salvato, aggiungi un luccicoso involucro di soldi pubblici e di sponsor santi subito, infiocchettalo con metrate di appiccicosa retorica sempre a portata di microfono et voilà, il pacco è pronto: il Monumento che mancava. Appena inaugurato in pompa magna - e in tempi di Covid! - Nuovo Cinema Geneviève è già un successo. Con il costruendo adiacente mini-anfiteatro sarà pure teatro. Clap – Clap.

          Ma è un film fasullo, come il suo Cinema. Questa Geneviève non è rappresentativa dell’autentico mondo peschereccio sambenedettese. La sua storia è corta e debole, a tratti oscura. Gli stessi nomi delle barche di quella gloriosa epopea sono sbagliati, alcuni; altri sono abusivi; altri mancano del tutto. Come se un Alfredo locale, scimmiottando l’Alfredo di “Nuovo Cinema Paradiso”, avesse fatto dei “tagli”, per paura o per ignoranza o per tutte e due.
 
  Così è improbabile che i tenaci superstiti del negletto popolo dei pescatori sambenedettesi, trovandosi casualmente - non invitati - in platea, si emozionino, si commuovano, si inorgogliscano al ricordo del loro tempo faticato, malamente e goffamente riavvolto “come di un film la pellicola”, pure senza rispetto e senza poesia.
 
    Solo la “Produzione” e il “Regista” del film, involontariamente ispirati dalla vicina - e a loro indigesta - “Scultura di parole “ di Ugo Nespolo, potranno saccheggiandola mormorare:
 

LAVORARE
LAVORARE
LAVORARE
PREFERISCO
IL NUOVO CINEMA
GENEVIÈVE  


PGC - 19 ottobre 2020


 

venerdì 16 ottobre 2020

"Immuni"

Scarica immuni e (forse) ti salvi

 

Quasi nessun Comune-Provincia-Regione (senza il quasi?) si è impegnato a comunicare la possibile utilità di immuni.

Avrebbero potuto e dovuto farlo. Magari solo con degli adesivi, a costo zero. Invece fanno spallucce, dicono che immuni non serve, che non funziona, che ruba la privacy, che scarica la batteria…

Non si sono neanche attrezzati per farla funzionare. Ignoranza, presunzione, diffidenza, indolenza. 


Ah, i politici! 


PGC - 16 ottobre 2020



giovedì 15 ottobre 2020

La (mancata) sbronza di GENEVIEVE

        L’hanno fatta bere pochissimo, la povera Geneviève. Due le bottigliette di spumante dello sponsor, altro che champagne, ma per lei solo qualche impacciato spruzzo sulla vernice fresca del moncone restaurato. Di solito, ai vari delle navi e delle barche è una festa fracassare la bottiglia (una magnum almeno) lanciandola con forza sulla prua. Qua invece c’è paura e ignoranza.

        Il fatto è che questi ben poco sanno di mare, ancor meno di storia, sono politicucci, sindacucci, assessorucci, lustri militarucci, albergatorucci, pretucci, forse non sanno neanche nuotare. 

Per loro l’importante è spettacolarizzando inaugurare, radunare popolo (anche in tempi di Covid, chi se ne frega, basta far finta di distanziarsi), una cerimonia vale l’altra, capacissimi di inaugurare in pompa magna pure un solo metro di marciapiede, sempre evento memorabile è. Fondamentale mostrarsi in favore di telecamere e giornalisti, sorridenti, eleganti, sicuri e soddisfatti, raccontare con paroloni quanto hanno lottato e “fortemente voluto” e sono stati bravi, non mancando mai di ammonire col sopracciglio alzato o irridere chi la pensa diversamente. Poi, ma anche prima, mandano veline ai giornali. Controlleranno che abbiano ben ubbidito, ovvio.

       Un pezzo di Geneviève è stato salvato dal diventare “tondini di ferro”, e va bene. Ma morta lì: non può diventare, Geneviève, il simbolo della pesca oceanica della marineria sambenedettese perché la storia non è così.

        La sua è piccola storia, a tratti ingloriosa, a tratti poco edificante, a tratti penosa per gli opachi traffici che l’hanno vista ignara protagonista (altro che simbolo di marineria): se i Nostri avessero non dico studiato ma solo chiesto in giro, lo saprebbero.
 
E la sua vicenda successiva parla anche di ottuso sperpero di denaro pubblico.
 
(I pescherecci, quelli “veri” e gloriosi, e di legno, li hanno invece lucrosamente rottamati e/o usati per fochere!)

Perciò Geneviève non può proprio diventare monumento, e parcheggiarsi (fuori contesto) in mezzo al traffico vacanziero quasi sulle strisce blu (e dopo aver scacciato i cani dal proprio legittimo spazio). E’ volgare e offensivo, come quasi tutte le scelte di questo Comune.
 
Anche Geneviève lo sa, lei non ha colpa. Anzi, per la tristezza voleva prendersi una sbronza.

Manco quella. 
 
 

PGC - 15 ottobre 2020 


 

martedì 6 ottobre 2020

SULLA VIA DEL TRAMONTO

Non è un film e neanche il titolo di un libro 'rosa' dai risvolti drammatici, ma un report visivo di una mia passeggiata all'imbrunire (oggi 6 ott. 2020), in compagnia di Balù. Lui annusava il terreno, io osservavo lo stesso, ma dall'alto. Quello che vedevo mi ha sollecitato e ho preso lo smartphone. Questo è il piccolo album fotografico dopo circa un'ora e mezza di cammino. 

Credo che 'l'inizio inchiesta' sia promettente, e anche se fossero lo zero virgola per cento i cittadini poco 'accorti', faranno sempre migliaia di pezzine verdi in giro per la città e in acqua e altrettanti 'burini' in circolo. 

Aggiungo una cosa soltanto, che è più una precisazione: l'avrei raccolte tutte queste mascherine, solo se fossi stato equipaggiato con dei sacchettini (anche a mani nude), ma non li avevo. Sarà per il prossimo giro. 

Un'altra cosa: a Sben è più facile imbattersi con le colonnine dell'Enel, del gas, del telefono, dei pedaggi e delle cassette postali che con dei cestini porta rifiuti. Devo dire che spesso incenso di puzza il percorso che va dalla merda del mio cane al primo cestino disponibile segna-miglio. 

A seguito di queste piccole e modestissime osservazioni, ho pensato che alle prossime consultazioni comunali presenterò / proporrò una lista civica: la CDS, Cura ambientale, Decoro urbano, Senso civico. Credo che per una città turistica come Sben basti questo progetto, e poco più, per far vivere meglio i cittadini e far arrivare, e tornare, i preziosi 'bagnanti' che tanta economia sostengono. Il 'poco più', di cui sopra, è riferito alla gestione di qualche stipendio pubblico e carriera politica. Cose di poco conto... e poca fatica. 

Bene! Voglio essere ottimista sul numero di mascherine che si troveranno a terra, perché penso che l'un percento di noi (cittadini burini) può essere scovato e ripreso con la vigilanza dei vicini e soprattutto dei congiunti. 

Comunque, anche oltre questo recente fenomeno dei DP dispersi in ogni dove, la CITTA' è veramente sempre più SPORCA. Ma do' stanno 'sti spazzini operatori ecologici? Forse saranno più dirigenti in P.A. che responsabili del decoro urbano?! Intere strade e aree pubbliche da mesi lasciate a "fratello Sole e sorella Luna" con l'aiuto di Eolo e Giove. Mi sa che in Comune abbiamo dei grandi santoni che non sanno neanche pregare... 

 

PS: Ci sono due foto che non comprendono mascherine: una è il panorama serale in spiaggia e l'altra è un... Forse levato in acqua perché fastidioso? 

 

Francesco Del Zompo 


 

sabato 26 settembre 2020

Avec le temps… Juliette aussi s’en va

 

Seguendo le tracce (mai sbiadite) dei passati Festival Ferré 

tra i manifesti scoppiettanti di colori forse il più bello è il suo.

Di qua Lei, smagliante menhir con gli occhi da gatta,

e di là un’esplosione di note musicali da combattimento

che cantano la vita e la morte

con malinconica poesia, vibrante politica, ossigenante utopia ed eleganza francese.

Festeggiammo insieme i suoi “giovanissimi” quatre-vingts

incredibilmente a San Benedetto! 

Quando c’era ancora il Ferré, e c’era il Calabresi,

il “nostro” Theatre de la Ville di Parigi 

dove JULIETTE GRECO ha cantato per l’ultima volta…   

Però col tempo sai  / col tempo tutto se ne va 

e anche Juliette s’en va 

Tout va (pas) bien     

 

PGC - 24 settembre 2020


 

lunedì 14 settembre 2020

Tanta di quella Forza Pubblica...


Tanta di quella Forza Pubblica da mandarci tutti all’OSPEDALE

     San Benedetto, Rotonda Giorgini, sabato 12 settembre, ore 18,30 circa: sul palco, una sparuta rappresentanza ibrida di Candidati Regionali; in basso - distanziato a casaccio e avaro di mascherine - il “folto pubblico” (forse così ai giornali è stato ordinato di dire e così dicono) di un’ottantina di anime, tra precettati, inconsapevoli passanti e cotti turisti.  
Per accattare voti si dibatte di OSPEDALI (urca!): dei due “vecchi” (Ascoli Piceno, San Benedetto) e dell’ipotetico “nuovo” (a Centobuchi? a Pagliare? sulla costa ‘ndo cojo cojo? magari su ruote per spostarlo dove si vuole?) che quasi nessuno dei colti oratori - disorientati anche dalle sonore fischiate - dice con chiarezza di volere ancora, ma fino a ieri eccome se lo volevano.

      Un prudente comizietto, insomma, modestissimo non solo nei numeri... Ma blindato da matti.
Sì perché impressionante ed eccessiva - sempre che non fosse una mascherata teatrale con comparse ben truccate e addestrate - è la cornice di Forze dell’Ordine parcheggiate ai bordi della Rotonda, schierate in minacciosa evidenza, armate fino ai denti che nemmeno la temibile Gendarmerie di Macron contro les gilets jaunes.
Polizia, Carabinieri, Finanza, Guardia Costiera, Vigili urbani… e poi, va da sé, i “protettori civili” dalle divise fluorescenti taglia 4XL, non mancano mai.

     Hanno tutti il cipiglio da grandi grossi e cattivi, ti guardano, ti osservano, ti soppesano. Gente anche venuta da fuori in trasferta, poi piangono che non hanno i soldi per la benzina. Perfino 2 potenti furgoni blindati, con reti di ferro alle finestre, da riempire di gente menata e ammanettata.
      Quando s’alzano i fischi drizzano le orecchie, quando serpeggiano i mormorii fanno un passo avanti buttando la sigaretta: pronti e scattanti (si fa per dire). Se comandati a cazzo, interverrebbero anche con le cattive - mica sono venuti a fare le belle statuine - per mandarci tutti all’Ospedale, cioè ai 2 Ospedali che ci sono, buoni e dignitosi pur se cronicamente in affanno nei Pronto Soccorso, si sa.

          Per questo i nostri politici vorrebbero un nuovo Ospedale? O piatto ricco mi ci ficco? La seconda.
 


PGC - 13 settembre 2020

Immagine a puro scopo illustrativo

lunedì 7 settembre 2020

Un altro MAGRITTE a RIPATRANSONE


         Il primo Magritte-cappello di agosto si era improvvisamente volatilizzato  -  un colpo di vento, o era stato rubato - ma è subito arrivato il Figlio, che si è sistemato sullo stesso alberello del Padre. All’ingresso del Duomo. Anche lui non in bombetta ma con un informale “panama” - marchigiano? - abbastanza vissuto, poco elegante per quel nastro bicolore proprio stonato, e pure un po’ spavaldo per l’assetto troppo sulle ventitré. Ma l’importante è che Ripa non sia rimasta senza un Magritte, accontentiamoci.

         Il parroco ancora non se ne cura (forse sta cercando un bravo regista per filmarlo), mentre i tiepidi “messaroli” già si sono abituati a questa abusiva presenza davanti alla loro casa, al massimo gli buttano sguardi compassionevoli senza fargli la carità. In compenso, il nostro “figlio di Magritte” riscuote grande successo tra i testardi turisti che finalmente hanno qualcosa da fotografare, e anche tra gli sfatti ciclisti prima dello svenimento, che lo prendono per una Visione anche se non mistica; alcuni maturi olandesoni arancione col bel logo stilizzato 076 sulle magliette, dopo svariate birre, quasi volevano portarselo al museo di Amsterdam per piazzarlo vicino alla “Pipa che non è una pipa”… 


         In questi tempi di volo basso, lo puntano con sguardo avido perfino i Candidati Consiglieri alla Regione che negli orari giusti pattugliano la piazza in formazione compatta, indecisi se stendergli il santino col nome e la foto: bisognerà dirglielo, a questi, che il saggio Magritte non vota…
Ma soprattutto diverte da matti i bambini,che anzi lo amano: titubanti gli s’avvicinano, lo sfiorano, lo accarezzano, ci parlano! e ridono ridono…

Mi sa che gli unici successi dell’estate ripana sono questi due Magritte-di-Chiesa: Padre e Figlio.
Saremo famosi.



PGC - 7 settembre 2020


venerdì 4 settembre 2020

Philippe Daverio inascoltato a San Benedetto


    Saremo stati più di 500 all’Auditorium comunale di San Benedetto, anche in piedi, il 18 giugno di 10 anni fa ad ascoltare la “Lectio Magistralis” di Philippe Daverio. Pubblico vario delle grandi occasioni. Tra gli immancabili sfaccendati attirati solo dal nome illustre, c’erano anche fior di amministratori, politici, tecnici, professori, intellettuali, professionisti… oltre a una sparuta rappresentanza di architetti in erba della facoltà di Ascoli organizzatrice dell’evento.

      Daverio, al solito, fu splendido. Ma letteralmente ci bastonò, ce ne disse di tutti i colori, di come avevamo ridotto il nostro bel territorio, l’ambiente, le case, le strade, i luoghi pubblici, gli alberghi… “L’architettura qui non esiste”. Ci diede tutti voti negativi, più che negativi. Bocciatura solenne. Abbiamo applaudito sorridenti.

      Il giorno dopo relazionai intitolando “Che è successo a San Benedetto?”, le precise parole di Daverio.*
      Adesso Philippe Daverio ci ha lasciato. [Se ne vanno i migliori, i peggiori restano. Anche nel suo campo]
Noi oggi guardiamoci intorno e ammettiamolo: Daverio qui è passato invano, non l’abbiamo né ascoltato né capito.
     
      Siamo perfino peggiorati, di brutto. Altro che Passepartout.

PGC - 3 settembre 2020         


***

* “Che è successo a San Benedetto?”

*BID  Biennale Int. del Design   PHILIPPE DAVERIO: Conferenza   18. 6.10 h 17.30   Auditorium S. Benedetto Tr.


       Non gli perdono, almeno io, l’ora di ritardo [mi dicono che Daverio c’è abituato, ad arrivare ore dopo]: se non altro perché, costringendomi nell’attesa a ri­-osservare automaticamente l’architettura del posto, ancor più m’irrito e mi deprimo. E qua parlano di Design...
Né mi consolo quando lui quasi subito, ad inizio conferenza ci mette il carico stroncando l’estetica del nostro relativamente nuovo Palazzo di Giustizia. Per nostra/sua sfortuna c’è passato davanti poco prima d’arrivar qui. Inizia così, con un violento e raffinatissimo affondo contro la nostrana urbanistica fluida - “dove è caduta è caduta” - senza grammatica, in piena rottura di linguaggio nel suo rapporto col paesaggio.
 

       “Che è successo a San Benedetto? ” se ne esce accorato, dopo 5 ore di  macchina da Firenze.
 E’ vero che la Toscana l’hanno troppo e leziosamente ricostruita che pare finita ieri sera, ma un po’ di cipressi ancora resistono. E’ vero che l’Umbria l’hanno saccheggiata a colpi di voluttuosi Bed & Breakfast e di spaventosi Centri Commerciali, ma le Marche almeno all’interno sembravano un po’ salvarsi, con alcuni passaggi esaltanti, tra colline parallele e spontanee, inseminate di non troppe case simil-coloniche rimesse a posto con sufficiente garbo e rispetto. Quasi come certo sud della Francia o certe lande tra Svizzera Austria e Baviera. Dai guai della moderna trasformazione post-bellica Daverio, dell’Europa, salva poco, pochissimo dell’Italia. Forse esagera. Certo non salva nulla di qua, della Riviera. E a ragione.

       Dovrebbe parlare di Design, Daverio. Ma come se ne può parlare, se prima non si rimette mano al paesaggio, riordinandolo - “il paesaggio non è Dio, ma l’Uomo” - e non se ne riscoprono con umiltà la Grammatica e la Poesia?  E’ una serissima questione sanitaria. Vivendo nel degrado visivo (oltre che sociale, politico, economico ecc.), magari tra mobili Aiazzone o, peggio, tra specchi e arredi finto-Luigi14, non puoi né pensare né concepire il bello. Ti abitui al brutto, cosa che col bello non succede:  al bello non ci s’abitua, al brutto sì. E pure senza dolore.
Quindi, prima devi togliere le brutture, “magari col tritolo”. Solo dopo puoi riprogettare e ridisegnare, ma ricorda: la creatività si forma sul linguaggio, il linguaggio sulla grammatica.
Il Design viene dopo, è altra cosa. E’capacità di progetto sano e semplice che affonda sì nel talento, ma che oggi necessita anche di tecnologia, di comunicazione efficace, di ricerca… e di mercato. E poi basta con questo fallimentare Capitalismo da Concessione, si passi al Capitalismo Competitivo, si superino le vetuste contraddizioni tra Industria e Artigianato.

      Per compiere in fretta (non c’è più tempo!) tutto questo processo serve una RIVOLUZIONE . Punto.

      Certo che si può fare. Oggi, nel pianeta, noi-Italia siamo una micronicchia, che per risorgere ha bisogno “solo” di un’altra micronicchia. L’1% che cerca un altro 1%. Non serve conquistare la Cina. Ma dobbiamo essere rigorosi, concentrati, implacabili, fino - magari fosse - alla confisca dei beni dei colpevoli (che conosciamo e sono tra noi) del massacro architettonico, ambientale, abitativo ecc. Cambiar registro.

      Dopo Cesare Augusto, dopo Cosimo il Vecchio, ci può essere una 3ª volta in cui noi italiani (Daverio non lo è, lui è mezzo francese, per forza ama poco Dante Tasso e Leopardi, ma poi non ci credo, a lui piace giocare e provocare, ma che classe…), dalla formidabile e unica eredità culturale, ci riprendiamo la posizione di leader per campare meglio di adesso e meglio degli altri, che hanno altri DNA.

       Grande Daverio…davvero. Doveva parlare di Design e ha parlato invece di Grammatica e di Linguaggio. Non di Poesia, non di Arte. Ha parlato di vita, di politica. No alla Repubblica Presidenziale e SI alla “Rivoluzione”. NO al capitalismo da concessione e SI a quello da competizione. SI all’Eredità Culturale e NO al Bene Culturale. SI al Museo di città diffusa, vivo, con strumenti che suonano e non mummificati (S. Cristina di Bologna), NO a Biennali imbarazzanti o a Maxxi di malefiche quanto furbe archistar…

       Quanti PASSEPARTOUT, per guarire i guai. Poi ci sarebbe il Design, si capisce. Ma è un’altra storia.


PGC - 19 giugno 2010




domenica 23 agosto 2020

Ognuno ha il MURO che merita


        Cosa non si fa per coccolarsi un muro littorio del ventennio, se per molti è un muro maestro!


        All’ex stadio Ballarin di San Benedetto, per esempio, prima di far qualcosa per finalmente rivitalizzare - reinventandola - l’intera area, si buttano con fascistica rapidità qualcosa come 250.000 euro per ripristinare le vestigia (si fa per dire) di uno spezzone di muro definito littorio - ma di normalissimi vecchi mattoni - che ne delimita(va) il lato ovest.
Ovviamente con la complicità della Soprintendenza Regionale (e locale), che non si sa se è più ignorante o nostalgica.

Dopo la cura da cavallo, questo muraccio disadorno e cadente, senza alcun pregio né storico né artistico né architettonico (né sportivo), è diventato un’assurdamente attraente ma inutile stecca bianca lunga circa 100 metri, con solo qualche inserto in mattoni (quelli littorii, dell’epoca) talmente ripuliti che sembrano nuovi o lavati con Ace. Parlino le foto. E parli pure la scanzonata vignetta che ne prefigura l’imminente inaugurazione: il destrorso sindaco che dopo essersi arrampicato su una scala volante ci cammina sopra - forbici in resta, con sprezzo del pericolo - mentre sotto di lui la Soprintendente applaude commossa, quattro musicanti in grande uniforme e stendardo percorrono la via Morosini, e le Frecce Tricolori passano a volo radente sulle sterpaglie da steppa kazaka del desolato Ballarin.


        Questo nostro non orgoglioso muro-del-pianto, si dice, costituirà il muro divisorio delle due carreggiate di via Morosini. A mo’ di guard-rail: geniale. Ma prima, lungo, bianco e liscio com’è, diventerà anche irresistibile calamita per i nostrani incoercibili imbratta-muri sempre in gara con Banksy.
Anzi non è escluso che a Banksy in persona gli giri di farci un blitz in incognito, giacchè è in mostra qua a Ferrara fino al 27 settembre. Intanto avvisiamolo, e suggeriamogli come tema il fascismo sambenedettese…


  PGC - 23 agosto 2020