28/06/22

I VIBURNI ROSSI DEI CAMPI DI GRANO D'UCRAINA

 È grazie a “La Pace Manifesta”, se oggi anche noi sappiamo che non tutti i viburni rossi dei prati e dei campi dell’Ucraina hanno la testa abbassata. Molti la alzano. Rischiano. È la tenace resistenza ucraina.
      Nell’ultimo giorno de “La Pace Manifesta”, quando la soprano Elena Turiak da Odessa ha chiuso la rassegna cantando (a cappella) questa antica melodia popolare ucraina diventata poi un inno alla libertà, c’è stata emozione e tensione intima nell’ex cinema prestato alla cultura, e finalmente sguardi lieti.

“Non piegarti in basso, oh rosso viburno, hai un fiore bianco”

      Forse i 130 straordinari manifesti sulla pace non erano riusciti a tanto. Ci voleva questa ragazza ucraina rifugiata in Italia con la madre, con i familiari (maschi) rimasti a Odessa a combattere sotto i missili russi.
      Ma così “La Pace Manifesta” acquista ancora più senso: non è “solo” una bella parola stampata ad arte in tutte le lingue su carta, è voce forte, voce che scuote, voce striata d’angoscia che genera luccicanza. Mentre qualcuno ha visto la nostra piccola-grande matrioska deporre il kalashnikov...

PGC - 28 giugno 2022



 

25/06/22

“La Pace Manifesta” chiude [solo] cantando


       Speravamo, il 21 maggio scorso, che alla chiusura di questa straordinaria rassegna di manifesti sulla Pace, la pace sarebbe davvero arrivata. Invece al 26 giugno c’è più guerra di prima, in Ucraina ci si spara e ci si ammazza più di prima. Dalla Russia e dall’America si mandano più armi di prima, dall’Europa e dall’Italia lo stesso. Non mancandole il nutrimento - le armi - la guerra continua e continuerà: elementare Watson. Da ogni parte manca la voglia e la volontà di smetterla, tutti vogliono vincere. Adulti-bambini, come fosse un gioco, o uno sport.

      “La Pace Manifesta” quindi è triste, volevamo chiudere in pace. I 130 manifesti se ne torneranno al museo; gli spazi della mostra - faticosamente inventati -  si faranno nudi, senza colori, senza luci, senza gente. E la matrioska col Kalashnikov non avrà avuto risposta al suo disarmante punto interrogativo.

      Ma (almeno) lei non s’arrende, insiste nel volere la pace. Addirittura alla chiusura della mostra, domenica sera alle 21.30, la canterà con la sua voce stupenda: Elena Turiak, soprano del teatro di Odessa, passerà in rassegna i manifesti della pace cantando a cappella in ucraino e in russo.

Ci sarà da pensare, da riflettere, da commuoversi, da incazzarsi.

“La Pace Manifesta” non può essere un’utopia.

PGC - 25 giugno 2022

21/06/22

NANI E MONUMENTI


     Quando il concittadino onorario anglo-sambenedettese Harry Shindler viene da noi è sempre una festa. Succede di frequente e succederà ancora (il 17 luglio per i suoi 101 anni, almeno), ma ogni volta - piccoli come siamo - lo ascoltiamo un po’ imbambolati e stupiti, invidiosi più per la sua veneranda età che per l’esempio luminoso e sferzante della sua esemplare inesauribile vita. 


Così anche stavolta, con lui invitato nella cornice de “La Pace Manifesta” - la straordinaria rassegna di manifesti sul tema della pace - penso che non siamo stati all’altezza. Nella partecipazione, nelle domande, nel coinvolgimento. Presentazione un po’ lunghetta a parte - e cercando di dimenticare chi con disinvolta teatralità ha gigioneggiato riportando divertenti (a suo dire) aneddoti - noi altri abbiamo timbrato (firmato) il cartellino e basta. Oltre che applaudito, ovvio.

     Giusto ascoltare compunti il parlar di guerre, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale, la guerra partigiana, le guerre moderne fino all’attuale guerra in Ucraina dei “russi imbecilli”: ma NOI, tutti noi lì, sulla Pace non avevamo niente da dire? Talmente nulla  da neppure nominarla?


     Non saremmo certo andati fuori tema, parlandone un po’ col soldato-Shindler, col monumento Shindler. Stimolandolo specificatamente sull’argomento Pace: sui 100 manifesti in tema appena passati in rassegna; sulle armi che mai portano pace e al contrario alimentano guerre; sul bellicismo della nostra politica, esasperato al punto che è pericoloso pronunciarla la parola pace (come in Russia la parola guerra)… 

 

Avremmo certo ricevuto qualche idea di conforto, da una figura così “storica” e disponibile, qualche pensiero alto “che introducesse complessità” per capire, qualche provocazione per il nostro anestetizzato presente.

 

     Ma noi, i NANI, preferiamo presentarci con i simboli dei partiti e delle locali aggregazioni elettorali ben in vista sulla vetrata d’ingresso (come medaglie-figliuole sul petto) piuttosto che confrontarci e imparare, qualcosa almeno, dai MONUMENTI della storia contemporanea, come questo giovanissimo Shindler. 



PGC - 21 giugno 2022

LA MIA LISTA

“Non passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse agitatori e sabotatori…”

(G. Orwell, “1984”)

 

Se non avessimo già chiaro il degrado di certo giornalismo italiota nonché della politica stessa, i fatti di questi giorni basterebbero a darcene plastica evidenza. 


Con il Corsera (incredibilmente il giornalone numero 1) che domenica 5 giugno sbatte in prima pagina 10 mostri al soldo di Mosca - “Ecco i putiniani d’Italia – Materiale raccolto dai Servizi” -  con 10 foto in tutto uguali a foto segnaletiche, con le audaci giornaliste autrici dello scoop infiammate di sacro sdegno.

Perché è niente meno in un bollettino del Copasir, che compaiono quei 10 nomi! Ne va della sicurezza nazionale, signori miei, e noi dell’informazione siamo mica qui a smacchiare i leopardi!

 

Senonchè il capo - tale Urso - di quest’organo istituzionale inutile, chiamato in causa sull’uscita di quei nomi, risponde con stridio di unghie sugli specchi che non so non c’ero e se c’ero dormivo, insomma quel rapporto al giornalone non l’ha dato il Copasir, anzi sì adesso che mi ci fate pensare noi lo avevamo ma era una sintesi di quello dell’Intelligence, e poi l’abbiamo avuto dopo la pubblicazione sul Corsera, ma quali liste di proscrizione, suvvia! (v. La7, “Otto e Mezzo” del 10/6). 


Figuraccia spaziale, e versione smentita il giorno dopo dall’Intelligence (Gabrielli) che s’è rotto i cabasisi e desecreta il famigerato bollettino, chiamato “Hybrid Buletin” (se gli parli difficile il popolo s’affezziona, diceva Nerone-Petrolini). Nel quale una lista di nomi c’è e doveva restare segreta, ma - badate bene! - i nomi (tranne due) non sono quelli pubblicati dal Corsera! Quelli segnalati dal giornale sono quasi tutti di persone colpevoli di lesa draghità per aver pubblicamente criticato le scelte del governo in merito alla guerra… 

Cosucce, eh?...

Sempre che domani la versione dei fatti non sia ancora pirandellianamente diversa, ad oggi abbiamo uno scombicchierato guazzabuglio da Stato libero di Bananas, che in confronto l'indimenticabile produzione orale e scritta dei miei studenti più monelli era di una chiarezza da Nobel.

E tuttavia se ne può ricavare una qualche utilità.

 

Se - oggi lo sappiamo - nel Belpaese faro di democrazia organismi istituzionali compilano liste di persone che si discostano dal Pensiero Unico dei Migliori al governo (e hanno la faccia tosta di dirlo in tv), e tutto il cucuzzaro della grande stampa plaude estasiato e nell'entusiasmo aggiunge qualche nome in più; se i servizi segreti evincono dalla nostra mimica facciale se siamo o no allineati alle scelte governative (per questo è meglio sempre dare le spalle allo schermo di tv e pc, per scomodo che sia); allora non c’è motivo al mondo perché ogni cittadino non possa contribuire fattivamente con proprie personali liste, segnalando nome-cognome-foto di chi ritiene potenziale minaccia per la sicurezza del paese.

 

Sarebbe un salto di qualità: dalle locali ronde cittadine e dai “Comitati per la sicurezza di quartiere” (sic) istituiti da lungimiranti Comuni anche dalle nostre parti, si passerà all’occhiuta sorveglianza nel più alto interesse nazionale, il cui prodotto – le liste dei dissidenti – verrà in tutta segretezza consegnato al Miniver (abbr. in neolingua per Ministero della Verità). 

Potrebbe perfino derivarne l’opportuna istituzione, da parte del governo dei Migliori, di una catartica corroborante Settimana dell’Odio.

Esclusa la propria giornaliera lista della spesa - di limitato interesse nazionale - ciascuno di noi potrebbe stilarne una coi nomi di coloro il cui poco patriottico pensiero - in merito a guerra, operato del nostro governo, Russia, Ucraina, Nato, Onu, CIA, Libro dei Gatti Tuttofare, Nonna Abelarda, Banda Bassotti e Pietro Gambadilegno - incautamente esternato (al bar, dal medico, al supermarket, in spiaggia o mentre si nuota con le pinne fucile ed occhiali quando il mare è una tavola blu) presenti profili di perniciosità per la patria tutta.

 

 (Io ne ho già una tutta mia. Secretata, of course).

 

Starà poi ai giornaloni - Rep, Corsera, Stampa, Foglio, Libero ecc. - una volta carpiti i nomi grazie a talpe infiltrate al Miniver, pubblicare di volta in volta liste da esporre alla pubblica gogna o alla eventuale Settimana Dell’Odio.


Una provvidenziale impennata per l’editoria, un piccolo passo nella fama e nelle ospitate e conduzioni televisive per giornalisti/giornaliste benemeriti  (vedi i casi Guerzoni e Sarzanini già in odor di gloria). E un grande passo per l’umanità.


Quando ci ricapita?


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Naturalmente non c’era modo di sapere se in un dato momento ti stessero osservando o meno. Ogni quanto o con  quale sistema la Psicopolizia si collegasse a un determinato cavo era solo ipotizzabile

(G. Orwell, “1984”)



Sara Di Giuseppe - 12 giugno 2022

06/06/22

Boris addio

Boris Pahor – foto Rai Cultura


“Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate – un giorno esulteranno” (Claudio Magris, Prefazione a “Necropoli” di Boris Pahor, 2008)

 

 

      Se n’è andato pochi giorni fa - il 30 maggio, a 108 anni - Boris Pahor, intellettuale e scrittore triestino di lingua slovena, lui che in un’intervista di qualche anno fa si augurava di vivere fino al luglio del 2020, centenario dell’incendio del Narodni Dum, il teatro sloveno nel centro della sua Trieste, bruciato dai fascisti  il 13 luglio 1920: punto di partenza e simbolo, per Pahor che vi aveva assistito da bambino, della violenza con cui da parte italiana si era proceduto alla snazionalizzazione degli sloveni, iniziata ancor prima del fascismo (“… a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro.”) *.

 

Sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, lui prigioniero politico appartenente alla resistenza antinazista slovena, ne portava nell’anima le ferite, insieme a quelle della persecuzione fascista contro la minoranza slovena (perpetrata nelle forme più grottesche e umilianti, come il cambiare nome e cognome “non solo ai vivi ma anche agli abitanti dei cimiteri”) e giunta persino alla proibizione di usare la propria lingua… “ [quel  bambino] non poteva capire che lo si condannasse per l’uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i suoi genitori e cominciato a conoscere il mondo”. 


Gli sopravvivono i suoi libri tradotti in decine di lingue, che lo hanno consacrato tra i grandi nel panorama letterario mondiale.


Vi narra, o piuttosto vi scolpisce ciò che è indicibile, l’assolutezza dello sterminio e insieme il senso di colpa del sopravvissuto: di chi ha visto a fondo la Gorgone (come scrive Primo Levi) eppure è rimasto vivo fra i tanti che non ce l’hanno fatta, come l’amico Ivo, come Janoš, come Anatolij, come Gabriele… 

[“Fra Ivo e me ci sono i miei sandali leggeri, i miei pantaloni estivi, la Fiat 600 che mi aspetta all’uscita…[…]. Così  capisco che se volessi ridiventare degno della sua amicizia dovrei privarmi di ogni comodità e infilare di nuovo gli zoccoli della nostra miseria”]


Quella “colpa” non è negata né rimossa, “Io sono vivo, perciò anche i miei sentimenti più schietti sono in una certa misura impuri”: così scrive in quel suo Necropoli, capolavoro della letteratura dello sterminio, in cui ripercorre il proprio ritorno da visitatore, nel 1966, nel Lager di Natzweiler-Struthof sui Vosgi

Non c’è amnistia per una realtà “che deve restare inconcepibile” (C.Magris) e perfino l’erba che lì continua a crescere, il mormorio del bosco, la vita della natura che segue i suoi cicli gli appaiono una profanazione. 


Gli occhi estranei dei visitatori che percorrono i luoghi in cui il male si materializzò nella sua assolutezza “non potranno mai penetrare nell’abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale”. Eppure, in quella “necropoli” dove la ferocia e l’orrore si sono fatti storia, quelle persone “anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l’inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti”.

Il filo impietoso della memoria si snoda ad ogni passo, anche se “le ombre dei morti si sono allontanate” e gli oggetti sono ormai spogli. Dove prima c’era la buca per la cenere, ora c’è un cimitero in miniatura, “cinto di pietre grezze con due scritte al centro: Honneur et patrie – Ossa humiliata”.

Ossa umiliate di un’umanità negata e vilipesa, immersa “in una totalità apocalittica nella dimensione del nulla”, "santuario umano” che apparenta per sempre il sopravvissuto “al fuoco e alla cenere di qui”.

 

 Scompaiono ormai gli ultimi testimoni, baluardi della memoria contro l’ottusità della negazione, la colpevole semplificazione, l’assordante indifferenza. 


Contro gli scellerati tentativi - più che mai ricorrenti, nelle istituzioni nazionali e locali affollate di ignoranti farisei - di accomunare faziosamente quell’unicum storico, quella macchina scientificamente pianificata al genocidio che fu la Shoah agli innumerevoli crimini contro l’umanità, quelle vittime e quei carnefici a tutte le vittime e a tutti i carnefici, contro tutto questo si ergono giganti come Pahor, come Levi, come la nostra senatrice Segre. 


Essi testimoniano per sempre “l’intangibilità della dannazione”: purchè li si voglia ascoltare, superare il frastuono dell’indifferenza, la comodità dell’oblio, onorare la dedica con cui Pahor apre il suo Necropoli:  “Ai Mani di tutti quelli che non sono tornati” .


 

*Tutte le citazioni sono tratte da “Necropoli” di Boris Pahor



Sara Di Giuseppe - 5 giugno 2022

31/05/22

DONNE E MADONNE ARMATE

 


        Donne e Madonne armate. E…“chiacchierate”, sia l’inoffensiva matrioska col kalashnikov de “La Pace Manifesta”, sia la gigantesca madonna ortodossa col lanciamissili portatile anti-carro Javelin FGM-148 (ovviamente americano) dipinta sulla bianca kommunalka di 8 piani di Kyiv (Kiev). 


Anche se è evidente che dicono “la pace non si fa con le armi”. 


Le armi che imbracciano sono - ma non dovrebbe esserci bisogno di spiegarlo - un ardito paradosso: non certo la smania d’usarle, comunicano, semmai l’esatto contrario perchè “la guerra non finirà finchè gireranno armi”.


Ma visto che continuiamo, ubbidienti e imperterriti, a mandare al governo ucraino sempre più armi e sempre più potenti, succede che molti dei farisei a cui - sotto sotto o apertamente - questo va bene, si scandalizzino per la presunta manipolazione delle donne (e delle madonne). Prigionieri felici nelle loro convinzioni di arcaico perbenismo del tipo:

-          Okkei, benissimo le armi, ma alle donne no (non ci capiscono… le odiano… come il jazz )

-          Le donne sono le vittime, loro non sparano, sono sparate (uomini e bambini non pervenuti)

-          Che volgarità mettere le armi sulle donne, quando le donne - in quanto donne, si capisce - per la pace saprebbero fare di più e meglio senza (ma va?)…

Eppure bastano i centotrenta manifesti d’autore della mostra “La Pace Manifesta” a San Benedetto, a far capire che la matrioska col kalashnikov (così come la verde madonna ucraina col lanciamissili amerikano) denuncia l’uso indecente di tutte le armi da parte di tutti, uomini e donne, alla pari

Perché siamo al punto che si parla più con le armi che con le parole e queste, quando ci sono,  sono armate, aizzano una “crudeltà politica” generalizzata e senza senso. 100 giorni di guerra e non si vede la fine.


Andrea Rauch nella sua prefazione (“GUERRA & PACE”) al catalogo sostiene che “non si può più prescindere dall’agire” (alla Gino Strada, se possibile): e agire è muoversi seriamente - non militarmente - per togliere definitivamente l’ossigeno con cui le guerre respirano. Quell’ossigeno sono le armi


Presentando i 130 manifesti-per-la-pace (by MAGMA) in mostra, silenziosamente lo gridano la “nostra” matrioska col kalashnikov e le altre “donne e madonnearmate”, che non vedono l’ora di uscire dal paradosso necessario per stanare i saccenti guerrafondai per procura. 

 

PGC - 31 maggio 2022



29/05/22

“Sono storie”

KOBILINSKY / DI BONAVENTURA  DUO   [“Notre Dame”]

Krzysztzof Kobylinski - pianoforte    Daniele Di Bonaventura - bandoneon

Ascoli Piceno  Cotton Lab     20 maggio 2022  h21




Non so se il meraviglioso rosone del CD sia proprio di Notre Dame de Paris, penso di sì. In ogni caso riassume perfettamente l’anima architettonica delle musiche di Kobylinski/Di Bonaventura: jazz radiale come fatto col compasso, che parte da poche note apparentemente casuali (forse lo sono) del pianoforte o del bandoneon. Note normalissime di pari importanza, economiche, quasi sempre timide e silenziose, ma cristalline, che sembrano emergere dal centro di un grande rosone all’alba quando c’è ancora scuro, ma via via che la luce cresce ne irraggiano altre in tutte le direzioni, vettorialmente, secondo grafiche perfette e leggere, a crescita infinita. Ricami (musicali) imprevedibili, complicati, colorati come nelle cattedrali (più gotiche che romaniche), suoni che crescono e mutano come i cristalli di neve, tra loro simili ma diversissimi. 


      Kobilinski e Di Bonaventura sono come i mastri rinascimentali dei rosoni, che sceglievano forme e colori delle tessere di vetro e col piombo le montavano, in accordo coi rigidi costruttori delle colonnine radiali esterne raccordate con archetti e rosette. Così nasce la loro Opera Jazz Notre Dame, ma non basta: le dita che comandano i tasti devono anche inventare ed esprimere echi, ombre, tratteggi, effetti, vibrati, per raccontare bene la “storia” [e sempre in maniera diversa, sennò non sarebbe jazz]. 


      È anche una questione di fisica meccanica: dal vivo - e per fortuna anche dal cd - si avvertono i legnosi ticchettii del bandoneon, i tocchi di pedale di Krzysztzof, i respiri e i sospiri del mantice, mentre loro ascoltano e rispettano l’immenso lavoro nascosto degli strumenti, e assecondandoli ne sono ispirati (!).


      Al Cotton, stasera è musica pianeggiante, geograficamente di bella campagna con un po’ di collina. Discese, morbide salite e risalite, silenzi. “Sono storie” scorrevoli, forse commedie di Polonia o di Marche, da interpretare con gusto e fantasia. Ma non è mancato - quasi in sordina - anche un piccolo tango (dall’incedere poco aggressivo) e con sorpresa perfino un originale 5/4 che più che un ricamo di rosone m’è sembrato una forte storia di città, dalla tessitura intricata seppur ricorrente, senza fine.


     Eh, “sono storie”, il jazz è fatto di storie: compiute, incompiute, inventate.  Al bar, Daniele poi me lo conferma.


PGC - 23 maggio 2022





17/05/22

LA GUERRA MANIFESTA AI PINI

8 pini di 44 anni verranno uccisi il 18 maggio. ZAC-ZAC, non BANG-BANG. 

Niente pace, neanche per i pini.


      San Benedetto, piazzetta del mercatino comunale di viale De Gasperi: “Riqualificazione e messa in sicurezza, nuovi stalli di sosta, nuova pavimentazione con asfalto, più 16 nuove essenze arboree che verranno piantate nel territorio comunale”. [Chissà dove, magari in un burrone]


Questa dovrebbe essere la volta buona, attacca così l’allegra velinona del Corriere Adriatico (anche oggi abbiamo scritto qualcosa, meno male, sarà stato il compiaciuto Corriere-pensiero). “Colpa dei ritardi per l’approvvigionamento dei materiali, a cominciare dal bitume per gli asfalti”, spiega il ligio assessore, sennò a Pasqua era tutto fatto.


È che a San Benedetto e dintorni la “guerra ai pini” non la si manda per le lunghe, si taglia e basta. E’ stato sempre così, con tutte le amministrazioni, anche quando governavano i “Verdi” di seconda generazione. Tanto i residenti non protestano, zitti e Mosca. Anzi gli va bene. Anche in questo caso: ci guadagnano una decina di parcheggi, più l’asfalto liscio senza le gobbe delle radici dei pini: nessun anziano inciamperà e andrà all’ospedale, nessun bimbo morirà travolto da un ramo di pino assassino (quando si dice la sicurezza)… e i pericolosissimi aghi di pino, che possono accecarti? Solo addio ombra, addio disastrate panchine, addio piccola oasi. Che volete che sia. Commercianti felici. Voti sicuri. 


È l’atroce guerra per il territorio, bellezza. Solo che i pini non possono scappare, non possono rifugiarsi nei bunker dei palazzoni di viale De Gasperi, nè possono difendersi (mai avute armi - difensive, oh yes - in omaggio…). Finiranno anche loro in una fossa comune, o bruciati, ma senza fosforo. Per 8 pini non servono neanche i carri armati, basta una motosega russa (più probabilmente cinese). Il Comune ce l’ha pronta.


      Si potrebbe trattare per salvare la vita ai nostri 8 pini? Certo che no, conviene la “guerra manifesta”, come sempre. Dopo (o anche prima) basterà fare la faccia dispiaciuta e farfugliare vuote parole di circostanza, come sempre. E poi “ricostruire”, con zelo e male, come sempre.


      Cosa importa se avremo perso altri 8 pini mediamente giovani (anche se bruttini perché senza manutenzione, e mai stati potati!); il 19 maggio li avremo già dimenticati. Si dirà di aver vinto la guerra ai pini, ci sarà un’altra stupida inaugurazione, anche se la pace sarà fatta di lugubre asfalto.  

 

PGC - 17 maggio 2022  


IL CLUB DELLA SEGA COLPISCE ANCORA


La crociata contro i pini colpisce ancora, a San Benedetto. Anzi non s'era mai interrotta. 


Dopo le indimenticate gesta delle amministrazioni Kasparov 1 e 2, i cui assessori mani-di-sega (all’Ambiente, pensa un po’) furono per il verde cittadino peggio di Attila nei suoi anni migliori (uno si è perfino recentemente candidato sindaco. San Benedetto sta’ serena!); dopo i fasti dell’amministrazione Piunti coi rigogliosi pini condannati a morte per realizzare la pista ciclabile (oddio, pista ciclabile, si fa per dire) lungo il corso dell’Albula e i pochi superstiti che l’amministrazione Spazzafumo spazzerà via (un nome, un destino) per completare il progetto, tocca ora agli incolpevoli pini del mercatino comunale in Viale De Gasperi. 

Li segano domani. “Riqualificazione dell’area”: oggi si chiama così, nel paraculese amministrativo e  velinaro, ogni delitto ai danni dell’ambiente.

Lo sappiamo da decenni: dalle nostre parti chiamarsi PINO è una brutta disgrazia, il verde in genere è un colore che disturba, e il Club della Sega ha avuto ed ha nelle amministrazioni locali, sambenedettesi e limitrofe, adepti ferventi e numerosi.

 

Lo sanno i pini di Grottammare - specie lì in estinzione anzi già estinta - sistematicamente sacrificati da sindaci e assessori alle proprie elettoralistiche mene palmizie e ciclabili o alla loro psicotica idea di “sicurezza”; lo sanno le pinetine di Grottammare, desertificate a beneficio di chalet e dehors e giochi cretini per bambini.

 

Niente di nuovo sotto questi cieli: a San Benedetto, a Grottammare e non solo, amministrazioni digiune di cultura ambientale inseguono il residuo spelacchiato miserando verde cittadino, lo stanano ovunque esso sia per giustiziarlo con le motivazioni più sfacciate e grottesche.

Si salvano solo le inutilmente spettacolari palme - quando non le fa fuori il punteruolo - su artificiosi lungomari modello Dubai a beneficio di turisti di bocca buona.

 

Tutto nell’indifferenza dei cittadini, col plauso dei commercianti - unici beneficiati - e la supina, acritica amplificazione da parte della stampa. 

La stessa che annunciando lo scempio che giustizierà domani i pini del mercatino di Viale de Gasperi, scrive - anzi velina senza un dubbio o un sussulto - che al posto dei pini “Saranno reimpiantate essenze arboree (apperò, pensavamo si chiamassero alberi) di altro tipo: complessivamente nel territorio comunale saranno piantumate altre sedici essenze  (aridaje), il doppio di quelle rimosse” (excusatio non petita…).

 

Nel territorio comunale, capito bene?  

Ci prendono per scemi. 


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Normalmente tendiamo a non guardare, a non vedere le piante. Siamo completamente ciechi a questa forma di vita che pure rappresenta la protagonista indiscussa della vita del pianeta. Se pensiamo che tutti gli animali insieme rappresentano soltanto lo 0,3% della biomassa del pianeta e che le piante rappresentano invece l’85%, capiamo come ogni volta che si racconti una storia che riguarda la vita su questo pianeta, è impossibile che le piante non siano le protagoniste

(Stefano Mancuso, “La pianta del mondo”, Laterza 2022)

 

Sara Di Giuseppe - 17 Maggio 2022     

28/04/22

QUESTO JAZZ E’ CINEMA

 ENZO FAVATA TRIO
Enzo Favata sassofono  Pasquale Mirra vibrafono, marimba  Mirko Cislino tromba, trombone, synth
Ascoli Piceno – COTTON LAB    22 aprile 2022  h21


      È stato come il bel cinema di una volta, il jazz dal vivo del Trio Favata stasera: 1°tempo (continuo) – INTERVALLO – 2°tempo (idem, continuo) – THE END. E un bis per finire. Uno. Non 6-7-8 pezzi separati da applausi, INTERVALLO, altri 6-7-8 pezzi, applausi, e vari bis con gli applausi finali obbligatori benchè meritati. Come fan tutti. 

Ma non sto qui a criticare questa decisione, anzi. Voglio solo dire che - senza preavviso - Enzo Favata-da-Alghero non ci ha dato scampo: 2 lunghi e intensi brani ininterrotti, uno per tempo, senza riprender fiato, né loro tre né noi. Dirà simpaticamente alla fine: siete venuti a sentirci? eh, noi suoniamo così, però vi vogliamo bene. E’ che, dopo tante prove (in reclusione) questa per noi è la “prima” libera-uscita: se ci fermavamo, come minimo rischiavamo di saltare qualcuna delle migliaia di note scritte. Così invece le abbiamo fatte tutte, giuro. 


Tuttavia, nel complesso noialtri abbiamo retto bene. Attaccati alle sedie, molti. Come quando al cinema restavamo immobili un’ora intera aggrappati con le unghie ai braccioli di legno, se il film - un giallo, una commedia, un western all’amatriciana - ci piaceva da matti. Era coinvolgimento totale, il tempo non contava.

      Così stasera al Cotton. Veramente all’inizio ci s’aspettava che quello che ritenevamo il primo pezzo - che stava già durando parecchio – finisse: invece no, nessuna soluzione di continuità fino all’intervallo; piuttosto “solo” un cambio di narrazione e di sguardi (e di strumenti, di ritmo, d’umore), con conseguenti cambio di scena e d’atmosfera. Come nei film al cinema. 


Pure noi cominciamo a capire cose che non avremmo capito, con i canonici STOP-con-applausi. Ci saremmo distratti. Si sarebbe rotto il filo della “trama”. Siamo a un “concerto cinematografico”, mancante di immagini e parole. Visionario in spazi geografici impalpabili. Il luccicante vibrafono che con le sue ventoline a velocità variabile alterna timbri rilassati e avvolgenti a timbri metallici secchi (alla Lionel Hampton), i sassofoni che duettano con tromba/trombone fondendo suoni come in un altoforno, sono gli unici strumenti a noi “comprensibili”. Gli altri sono come nascosti (salvo l’apparizione del bandoneonino di Favata): virtuali, ibridi, generati dall’elettronica a comando che – ne dubitavamo – può produrre magia e mistero. 


Suoni finora inascoltati ma confidenziali, capaci di costruire musica sghemba, sgusciante, brutale, o matematica (alla Bach, ma senza malinconia). Guarda, mi tornano vagamente il mente tracce di “Trieste” del Modern Jazz Quartet, quel jazz anni ’60-‘70 un po’ seppellito, misto di eretico free-jazz e di soul, però qui rinfrescato da dissonanti voci di Sardegna, sapori etnici d’India, d’Africa, e di altre culture che non saprei. Pare la sceneggiatura acustica di un film-documentario da atlante di scuola, girato forse in una foresta, forse in un deserto, forse tra i ghiacci. Dove è il tempo che suona di continuo, senza confini, senza applausi di disturbo, mentre il cielo è sempre più blu… 


      Quando succede, “buona la prima” sentenziano sul set. Allora, buona questa “prima” di Enzo Favata Trio! Ajò!


[Foto di  Ronan Chris Murphy]

PGC - 27 aprile 2022