mercoledì 15 novembre 2017

Vittorio Camacci. Finalmente a casa anzi, a casetta


E' arrivato il momento di tornare che è anche il significato più profondo del viaggio, è come una "molla" che ci spinge nella rotta della nostalgia. Ciò è anche ovvio perché il migrante, lo sfollato, l'esule partono per tornare. E' questa la posta della sfida che mi ha accompagnato in questo lungo esilio durato più di un anno, la dimostrazione del mio successo : tornare con un bagaglio culturale e morale più ricco e tante storie da raccontare. 
Ma il ritorno, nello stesso tempo, è un mito, una costruzione fantastica fatta crescere impercettibilmente, giorno dopo giorno, per resistere alle avversità, alla solitudine, alle delusioni. Un mito di resistenza. Il ritorno è un'elaborazione della nostalgia, quel lenimento sottile di malessere quotidiano che mi ha accompagnato come un'ombra inseparabile in questo anno da sfollato. Ritorno e nostalgia sono due parole che camminano insieme, dialogano instancabilmente, nella mente e nel cuore. 
Il mio è stato un progetto di vita a breve termine dettato dalla necessità di mettere in sicurezza quel che resta della mia famiglia, una paziente rivincita di chi e ciò che è stato lasciato su chi e ciò è stato incontrato. in questo lungo tempo, quasi irreale, il " Ritorno " è stato preceduto da piccoli ritorni temporanei che non hanno confortato le mie grandi attese, anzi hanno bisticciato con esse prendendo a pretesto inattesi conflitti suscitati dagli inevitabili mutamenti intercorsi, il diavolo con la sua " cacca" ( denaro e cos'altro ... ) ha preso possesso delle mie terre martoriate senza che io me ne sia avveduto, è così cambiata la percezione del tempo ( non quello meteorologico ), sono cambiate le abitudine alimentari ( in tanta abbondanza nessuno coltiva più la terra o alleva degli animali ), sono cambiati gli stili di vita ( non c'è più socialità ed ognuno pensa ai suoi comodi ) , di abbigliamento ( porca miseria ! Qui ora son tutti griffati ...), di svago ( tutti in giro con l' I-Pod pronti a chattare nei social nessuno ti guarda più in faccia ). E poi, talvolta, a complicare le cose, ci si mettono anche gli amori e le amicizie nati in terra straniera che mi porto nella testa e nel cuore mentre ritorno dal mare Adriatico fino ai miei amati cromatici autunnali monti, coperti da fitte cortine di boschi, attraversando la feconda vallata del Tronto circondata da colline che ospitano generose vigne e giocondi oliveti. Un paesaggio complesso e mutevole si apre ai miei occhi, giocato sul contrastato ricordo dei villaggi arroccati sulle balze scoscese e ciò che ormai resta di loro. 
E' tempo di riaprire l'album di famiglia per rivedere limpidamente ciò che era e che no sarà più, per noi che siamo passati da case in cemento e sassi a queste minuscole abitazioni prefabbricate, tutte uguali ed anonime che ci accolgono. Dentro sono dotate di tutti gli accessori e sono confortevoli ma non hanno il profumo della mia vecchia casa. E' buffo questo nuovo paese mi ricorda il villaggio dei " Puffi" , manca solo che ci dipingano di blu e potremmo diventare una curiosa attrattiva turistica. Ora qui c'è un eccesso di ordine, di sicurezza, stabilità, di posto fisso, di famiglia unica, ma mi mancano le antiche forme di libertà esasperata come l'inventiva che si trasformava in piacere quando si trattava di escogitare stratagemmi moderni per custodire le antiche tradizioni tramandateci dai nostri avi. 
Il terremoto ha lasciato vuoti incolmabili, ha strapazzato le nostre vite ed ha trasformato le nostre comunità rendendoci incapaci di mantenere una vera, salda e forte identità. Soprattutto facendoci dimenticare la nostra storia ed i valori tramandatici dai nostri avi : la saggezza, la pazienza, il rispetto per gli anziani e la natura, purtroppo la perdita dei nostri storici borghi di montagna ha creato tutto questo. In questi luoghi ormai vagano solo le anime dei nostri predecessori e non sento più le sensazioni primordiali , i vecchi odori, gli antichi sapori. Qui ora tutti si sentono abbandonati e dimenticati, tanti non sono tornati, nessuno ha più l'entusiasmo di un tempo, c'è chi non coltiva più la terra, pochissimi tornano qui in vacanza. Stiamo perdendo il senso della vita, la nostra antica civiltà . 
Penso a tutto questo mentre ricordo con dolcezza il mio anno da sfollato a Porto D'Ascoli, alla generosa famiglia Persico che ci ha ospitato nella sua struttura, all'amico Luigi che ha supportato le mie trasferte podistiche, alla rivista Podisti.net che ha sopportato e pubblicato le mie noiose cronache quasi "nenie",  alle lunghe uscite in ski-roll sulla bella ciclabile del lungomare, alla meravigliosa famiglia che è la redazione della rivista letteraria UT in cui ho avuto l' opportunità e l'onore di esprimere il mio acerbo e mediocre talento, all' associazione Omnibus Omnes - Tutti per Tutti che mi ha reso partecipe delle sue solidali ed encomiabili iniziative ed a tutti quelli che nella loro immensa solidarietà non mi hanno fatto mai sentire solo. Grazie a tutti ! 
Ora mi rimane solo una cosa da fare, l'ho sempre avuta nel mio DNA, riprendere a correre gli antichi sentieri dei miei avi, dove finalmente mi sentirò veramente a casa. Sono sovrappeso ed un po' inflaccidito, la sfida appare lunga e difficile ma il mio cuore è un maratoneta che batte anche il tempo. Mentre corro tra queste splendide valli, rivedo i vostri volti e risento le vostre voci. Adesso correrò meno solo, correrò per guardare di nuovo avanti, e non avrò più paura.  

Vittorio Camacci

lunedì 13 novembre 2017

Teramo. A cena in Convitto, con I Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov



        Sarà per i chilometri fatti saltando la cena per arrivare in tempo, che il profumo di cucina su per le scale del Convitto ci ha messo fame… Odori tipici di cena-di-Convitto: quelli del pranzo sono diversi, sempre inconfondibili ma diversi. Date retta, m’intendo, ricordi indelebili. Dato il modesto salto d’età, i Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov stanno cenando assieme ai ragazzi? Speriamo di no, il concerto ne soffrirebbe. [Ai tempi, nemmeno una svelta partita di ping pong ci resuscitava dal fulminante sonno piombigno].

       Della severa elegante architettura dell’Aula Magna, della sorprendente e involontaria buona acustica dissi all’altro concerto. Ma è l’imperdonabile allestimento volante del palcoscenico che grida ancora vendetta, con quella precaria quinta nera ormai a fine vita e il pavimento rialzato in legno di stonato verde-Benetton. Meno male i 4 fari da cinema (a mo’ di giraffe) anziché uno soltanto, ma neanche uno straccio di microfono direzionale, tutto come viene viene? Bah… Per fortuna non ce ne sarà bisogno: dei 14-15 Solisti Aquilani [l’ottimo violoncellista-dai-capelli-rossi all’estrema destra, dopo la suite di Grieg in cui ha fatto anche il solista, s'è confuso tra il pubblico - nonostante il frac -] abbiamo goduto ogni singola nota di ciascuno strumento, e del possente flicorno di Nakariakov ci è giunta anche l’anima.




       Senza un direttore dichiarato e “visibile”, dei Solisti Aquilani impressiona innanzi tutto la precisione.
Perché altro è avere davanti la figura che ti “bacchetta”, altro è interpretare al volo dal primo violino (penso) gli impercettibili cenni, gli sguardi diagonali, le rughe provvisorie, i respiri anticipati o sospesi, le vibrazioni, i pensieri nascosti.

       Poi i movimenti: capisci meglio la musica, quando è anche elegante linguaggio del corpo. Qui sono archi, ma mi viene in mente Paolo Conte: “i sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria […] l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato […] i musicisti un tutt’uno col soffitto e il pavimento”

       Specie nella seconda parte dello schubertiano “La morte e la fanciulla” - quella parte lenta e silenziosa ma anche dolcemente sincopata - i violini all’unisono, quasi “ipnotizzati”, sono come cigni danzanti sul fiume che sanno dove andare ma non te lo dicono. Gesti parlanti, matematici, ripetitivi ma non nevrotici e noiosi come quelli dei tennisti. Facce espressive: gioiose, concentrate, preoccupate, felici. Neanche certi eccellenti turnisti ce l’hanno.

       Preceduto dalla sua fama, il giovane flicornista russo Sergei invece non muove un muscolo. “Sembra” di ghiaccio. E noi ci mettiamo un po’ a capire che tutti quei suoni scaturiscono “solo” dal suo flicorno taglia XL, che pure ha 4 tasti invece di 3. Se chiudi gli occhi pensi a un trombone (a Lito Fontana per esempio), a una tromba classica, a un bombardino, un paio di volte perfino a un sax!

     La velocità di un pianista, l’espressività di un violoncellista, il calore di un flauto, l’impeto di un percussionista… Ma non gli si scompongono neanche i lisci capelli. Sergei è tanto in sintonia coi Solisti Aquilani da sembrare nato con loro: non gli serve guardarli, lui davanti, loro alle spalle. Come se niente fosse, neanche una sbavatura. O se succede, per dirla ancora con Paolo Conte ”sbagliano da professionisti”: non ce ne accorgiamo.

PGC

venerdì 10 novembre 2017

Grottammare. Teatro dell'Arancio. Manzoni: l’uomo, l’artista di e con Vincenzo Di Bonaventura e con Loredana Maxia


“Un vestito dimesso, un piglio semplice, un tono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s’avvicina…”: il Manzoni che vive nella lettera di Niccolò Tommaseo a G.Pietro Viesseux, 24 novembre 1826, è anche “l’uomo che in ogni via che calcò impresse un’orma indelebile”*

       Quest’orma noi calchiamo stasera nel Recital intorno al Manzoni del nostro Di Bonaventura, regista e attore, talvolta non-solista: oggi è con lui la brava Loredana Maxia, antica allieva dei tempi del TeatrLaboratorium Aikot27, che condivise le glorie di quello spazio magico in via Fileni, quando “il teatro lo facevamo anche per strada” e - scherza Vincenzo o forse no - “eravamo magnifici!”.

       Anche oggi l’attore “sparisce” per farsi - attraverso la parola alta (“La parola è un condottiero della forza umana” per Majakovskij) - testimone e “fulcro conoscitivo di un’era”** e il suo recitar cantando disegna  l’uomo e l’artista così come emerge dal lavoro anni fa realizzato con il regista e autore teatrale Giuseppe Emiliani.

       Vi si intersecano il rendiconto della complessa biografia manzoniana e la dimensione artistica, poetica, ideale, finanche psicanalitica di quel grande. 
A cominciare dalla nascita non banale, da quella Giulia Beccaria figlia di Cesare e - pur se le malelingue attribuivano, pare fondatamente, la vera paternità a Pietro Verri - da quel “malinconico gentiluomo di nobiltà minore”, Pietro Manzoni, di ventisei anni più vecchio di lei, genitore distratto e anaffettivo. 
Allevato dalla nutrice (“la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona”), poi allontanato dalla famiglia e dall’amore materno in una lunga via crucis di “piccolo coscritto” rinchiuso in austeri repressivi collegi religiosi (i frati Somaschi di Merate, i Somaschi di Lugano, i Barnabiti…).

       Precedenti che ti rendono psicopatico o killer seriale; o forse invece ti allungano la vita, stando a quella, ragionevolmente lunga, del Manzoni. Certo ne divenne “un grave nevrotico con spunti ossessivi nonché patofobici”: agorafobia e altro... “Un enigma” dice di lui Pietro Citati “per la singolare forma della sua mente, che combina le qualità più discordanti tra loro”.

      Ma fu soprattutto “uomo che trasse il suo genio dal cuore (è ancora il Tommaseo), impresso di quella bontà che l’ingegno, non che guastarla, rende più sicura e profonda […], colui che ha insegnato agl’Italiani la vera via della storia”.

       Capace di autoironia (“un Lepore finissimo ne il carattere” - Tommaseo), respinse l’offerta di un seggio di deputato nel primo Parlamento del Regno “giacchè sono balbuziente… Mi ci vede - rispose a Emilio Broglio - davanti a una così solenne assemblea che dico giu…giu…giuro! Farei ridere tutti”
       Dovette pregarlo Cavour in persona, e Senatore lo fu poi davvero, nel ’60, e l’anno dopo votò l’Unità d’Italia. [Perché pensiamo subito all’oggi e agli inverecondi gnomi che popolano quegli scranni?...].
La folla lo atterrisce, da quarant’anni non esce da solo, eppure gli universitari lo acclamano sotto casa, vanno a trovarlo perfino Garibaldi, perfino Verdi che alla morte scriverà per lui la sublime Messa da Requiem.

       C’erano stati prima gli anni giovanili, di pienezza e d’impegno, del riannodato rapporto con la madre a Parigi, del tardivo edipo che a 20 anni lo lega saldamente a Giulia dopo la morte del compagno di lei Carlo Imbonati (“Ella è continuamente occupata… ad amarmi e a fare la mia felicità” - Lettera al Pagani,1806).
E lei sarà presto suocera amatissima di Enrichetta Blondel - una specie di Trinità, chiosa Vincenzo - sposata sedicenne ad Alessandro e madre dei 10 figli che quasi tutti gli diedero il tormento - ma non volle collegi per loro, gli erano bastati i suoi - e quasi tutti (tranne due) gli premorirono.

       E poi il ritorno a Milano, la dolorosa vendita del Caleotto a Lecco, secolare proprietà dei Manzoni, e il distacco da quelle terre lecchesi, contenitori di irrisolte memorie (solo tre anni prima di iniziare il Romanzo che di quegli affetti e ricordi porterà i segni). E poi l’amatissima villa di Brusuglio, ereditata da Carlo Imbonati, che diviene approdo e rifugio dove giocare all’agricoltore, estenuare paure e nevrosi in camminate di ore, appassionarsi di botanica sentendosi “un novello Linneo”; lui e il suo amore per gli uccelli, la sua pietà per quelli in gabbia, la sua avversione per la caccia (un grande anche in questo)

       E’ tutto quel mondo, a occhieggiare e trasfigurarsi nella scrittura del gigante che donava a noi Italiani la nostra lingua (e che lingua!) - sola cosa che dia a un popolo dignità di nazione - e una letteratura che spezzava barriere regionali e sociali.

       “Quel ramo del lago di Como” egli lo vedeva dal Caleotto, così pure Pescarenico (parecchio del giovane Manzoni scorre nelle vene di Lodovico/Fra’Cristoforo); e la località di Acquate, parte dei possedimenti di famiglia, è il villaggio dei Promessi Sposi. Luoghi carichi delle reminiscenze più care, cosicchè il distacco di Lucia nel romanzo è anche il suo: cacciata dall’Eden e perdita d’innocenza, tutt’uno con la conoscenza della negatività del reale (“… e seduta com’era, sul fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente”).

       “Ciò che nel Romanzo del Manzoni piace è il Manzoni stesso” scrive A.De Gubernatis, e tutto nel Romanzo è specchio reale del suo tempo e del nostro: il sopruso eretto a sistema e gestito mafiosamente; le “colonne infami” e le cacce agli untori; la peste, la fame, la guerra. Sull’affresco potente e corale s’innalza il sentimento individuale dell’artista e quella pietà per l’offesa all’uomo che pure non rinuncia alla speranza. La madre che nello strazio composto consegna la figlioletta, appoggiata nella morte al suo petto, al carretto del turpe monatto - ”Addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme…” - è acme lirico e contrappunto al degrado morale e fisico di un’umanità atterrata e travolta ma non senza redenzione.
      
        Il “turbine vasto” dei grandi movimenti collettivi, delle passioni e dei moti interiori, delle masse e degli individui, “l’ombra irriducibile della Storia”, tutto questo urge in ogni singolo componimento di quel grande: poiché compito della poesia, lievito e fondamento assoluto dell’arte, è tendere alla verità.
“… Il bisogno della verità è l’unica cosa che possa farci attribuire importanza a tutto ciò che apprendiamo" (A.Manzoni, Lettre à Monsieur Chauvet).

       Quel bisogno di vero è anche il senso profondo di questo teatro testimoniale: esso sottrae il respiro titanico di quel genio tormentato alle banalizzazioni scolastiche, alle esegesi pretigne, alle facili consolazioni di presunte Provvidenze, per riproporci integri quel messaggio etico e la grandezza di quell’arte. 
E a questo teatro ancora una volta siamo grati per i bagliori di verità che rischiarano il nostro deserto presente e il “teatro confuso del mondo”.

                   “… Se il Manzoni fosse stato perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo.
                   Ma poich’egli era mortale come noi e soggetto ad errare e alcuna volta può avere anch’esso umanamente
                   errato, sarà utile a noi l’apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione
                   virtuosa egli abbia messo per vincere”
                            (Angelo De Gubernatis, Letture alla Taylorian Institution, Oxford, 1878)

               *    Niccolò Tommaseo - G.P.Viesseux, Carteggio inedito - Primo volume (1825-1834)
               **  “Dialogo con Vincenzo di Bonaventura, inarrivabile attore solista”
                         di Alceo Lucidi, in The Life Magazine

Sara Di Giuseppe

giovedì 9 novembre 2017

Porto San Giorgio, Teatro Comunale. Purple Whales “Inspired by Jimi Hendrix”


“Inspired by Jimi Hendrix”. “Ispirati”? Mmm… Poco e per fortuna, secondo me.

        Non solo e non tanto perché le cover hanno ormai stufato (e col jazz non c’entrano niente) ma perché, se questo gruppo s’è davvero ispirato a J.H., lo ha fatto arrangiandolo con studio e intelligenza, estraendone il meglio, non la teatralità e gli eccessi. Studiando reinventando e riscrivendo solo quello che c’è di unico speciale inimitabile e intramontabile. E, con questo bagaglio ma con originalità propria, continuando con la loro musica, la loro  personalità.

        Un concerto “moderato”, quello di stasera: un ossimoro, data l’ispirazione. Nulla fuori dalle righe, non  rumori, grida, tumulti, droga, turbolenze, sul palco o tra il pubblico. Niente chitarre spaccate o bruciate, niente di violento o appena tellurico. Non è dovuta intervenire la polizia. 
Lo spirito rivoluzionario di Jimi Hendrix in un piccolo antico teatro marchigiano, pure col suo bel CASTIGAT RIDENDO MORES sulla facciata (sai le risate di Jimi…) e con appena 100 anime: non in uno stadio o in un’arena d’America.
Poi si sa che Porto San Giorgio non è Woodstock. A fine concerto, se l’Alessandro Lanzoni non l’avesse confessato “che ci crediate o no, siamo partiti da Jimi Hendrix”, sta’ sicuro che non ci avremmo creduto.

        Così come, tapino, conosco poco Hendrix (appena Hey JoeAngel e qualcos’altro) e perciò forse poco lo amo, altrettanto imperdonabilmente non conoscevo questi sei musicisti. Sono venuto al buio, tanto se confidi in “tam” non bagli. E non ho sbagliato: un’ora e mezza saldamente incollato alla sedia (come tutti), che se lo sa Hendrix che lo abbiamo ascoltato così…

        Un concerto-quasi suite, “moderato e ordinato” ma coraggioso. Un ascolto talvolta impegnativo, certo. Magicamente narrativo nei suoi scenari jazz-rock, comprensibile sempre, e godibile se seguito più con la testa che con le orecchie, respirando a tempo, senza distrazioni. 
Se arrangiare J.H. – mi dicono e ci credo – è quasi impossibile, questi sei ci sono riusciti unendo il rigore alle loro calcolatissime fantasie, con poliritmie improbabili ma avvolgenti, senza scivolare in chewingum sonori ubriacanti ma poveri di emozioni. Niente accordi bellici né aggressività. Nessuna agitazione, tutti quieti ai loro posti, ogni gesto al ralenti. La buona musica non può essere solo spettacolo. E torrenti di note ordinate, arrangiamenti intensi in punta di penna, quasi una seducente flanérie musicale.
     
        Assente apposta (ma presente nell’aria) la mitica Fender Stratocaster, la “scena” – si fa per dire – se l’è presa il violoncello d’Irlanda, anche per la sua giovane e bella e femminile voce di bosco. Note lunghe, coloriture pensose, spruzzi d’oceano, attese, silenzi di tundra.
Dal canto loro, i due piani (un coda d’ordinanza e per l’occasione un raro Fender Rhodes – sarebbe lo zio della Stratocaster…, che ha dovuto pure inventarsi contrabbasso) e i due ottimi sax hanno dialogato quasi incessantemente tessendo e disfacendo melodie che mai ci resteranno in mente, tanto sono jazz.

        Antitesi di J.H. soprattutto Alessandro Lanzoni sullo Yamaha: tocchi riflessivi, levigatezza dei dettagli, niente sfoggio di tecnicismi; suona solo le note necessarie, le altre le lascia (come raccomandava sempre Joao Gilberto); corde mai arroventate, “calde” sì, ma non nel senso della fisica. Orchestrazione epica, quasi da camera, e il suo batterista (Tamborrino, nomen omen) anche lui tanto statuario quanto completo e solido: i suoi vuoti-pieni, gli eleganti tratteggi ritmici, i chiaroscuri architettonici, i suoi momenti sospesi, i suoi tocchi cristallini, i suoi  (contro)tempi dispari…

        Un “ensemble” da riascoltare subito, ma non hanno portato il CD… Magari, in qualche parte, ci sarebbe anche stato spiegato questo titolo strambo: “Purple Whales”, balena purpurea. Scusate l’ignoranza – ve l’ho detto che Jimi Hendrix l’ho poco frequentato e me ne pento – ma che vor di’?

PGC

venerdì 3 novembre 2017

La casa che mi hanno dato... terremoto, ricostruzione e dintorni



"Che niuno se ne vada da la terra de Arquata e da lo suo contado con l'intenzione di non tornarvi mai più" sentenziò lo " Magnifico Messere " davanti alla sua " Corte dei Miracoli ". 
Decise allora che per far tornare il suo popolo, villico e sottomesso, doveva far costruire tanti villaggi di piccole casine, tutte uguali in apparenza ... ma di dimensioni diverse a seconda delle esigenze di ciascuna famiglia. E qui cominciò la solita corsa ai favoritismi ed ognuno si recò a corte per avere la casa più grande di tutti ...!
Una favola potrebbe cominciare così... ma non è una favola.
Scrivo queste righe con un po' di rabbia e un po' di amarezza. La rabbia per una ricostruzione che non è mai cominciata, l'amarezza perché dopo una lotta continua ed estenuante, durata varie settimane, non sono riuscito a ottenere una sistemazione abitativa adeguata per me e per la mia anziana madre.
Questo perché chi decide le sorti del nostro essere terremotati e sfollati ha deliberato che nelle Marche due persone hanno diritto a una casa di 40 mq con un'unica stanza da letto a prescindere che esse siano madre 84enne malata e figlio adulto. Anche se poi, come ormai accade troppo spesso in Italia, ci sono state delle situazioni "particolari" per cui qualcuno ha avuto casette di 60mq mentre altri no...
Inoltre le abitazioni che ci assegnano sono anche difettose, piccole, inadeguate. Ci mandano a vivere in casette ballonzolanti, con pavimenti che si gonfiano, pareti delle docce che cadono su chi le fa scorrere, maniglie che restano nelle mani di chi le impugna, finestre che si staccano, rubinetti che si rompono, posate che si piegano, pentole che si bucano, coperte e lenzuola che graffiano la pelle.
E pensare che costano più di un attico a San Marco a Venezia, tra spese di urbanizzazione e costo vivo quasi 7.000 euro a mq e in alcuni casi la manodopera che le ha realizzate è stata sfruttata con lavoro nero, con orari di lavoro irregolari da aziende che tramite studi compiacenti ottengono attestazioni professionali ideologicamente false, altro che lavori rapidi e sicuri...
Eppure a un anno dal terremoto, non sono ancora state consegnate e, ironia della sorte, quella che mi sarà assegnata è inadatta e inadeguata alla mia attuale situazione familiare. A chi ho chiesto spiegazioni di questo, mi ha risposto: " abbiamo fatto degli errori" ... e già, "loro" i crimini contro chi vuole una vita dignitosa li chiamano: "errori".

" Eppure il vento soffia ancora, spruzza l'acqua alle navi sulla prora
... e sussurra canzoni tra le foglie e bacia i fiori, li bacia e non li coglie.
Eppure sfiora le campagne, accarezza i fianchi alle montagne
... e scompiglia le donne tra i capelli e corre in volo in gara con gli uccelli
"

Vittorio Camacci  

martedì 31 ottobre 2017

Teatri invisibili 2017. La sostenibile leggerezza della visibilità


Il fascino è cambiato, gli anni passano, i bimbi crescono (spesso malissimo) e il sentirsi sempre più fruitori e sempre meno partecipi lo sentiamo sulla pelle rugosa e nel cuore che lacrima.
Sono cambiate le modalità d'approccio agli Invisibili, fino a qualche anno fa motivo di discussione che si trascinava ben dopo la mezzanotte. 
La rassegna ha subito variazioni profonde e anche il nostro modo di porci, prima curioso oggi rassegnato, va di conseguenza. Questo è il tempo nel quale si va al cinema, a teatro, a un concerto, a una mostra d'arte per continuare a fare esattamente quello che si stava facendo prima di entrare nel sancta sanctorum: whatsappare, facebookare, guardare video demenziali, ascoltare canzoni se possibile peggio, inviare e ricevere messaggi senza senso e così, tanto per... quello che accade a pochi metri da noi, qualsiasi storia venga rappresentata sul palcoscenico, diventa motivo di disturbo, una interferenza non voluta, fonte inesauribile di comicità pure quando racconta drammi.
Gli Invisibili si sono istituzionalizzati, è entrata l'Amat e si vede, ci sono anche sindaci che accolgono gli attori e questo ci sembra un passo avanti. Ma tutto ciò rende a contribuire quasi “patinata” una manifestazione che invece viveva d'istinto e di sperimentazione, di partecipazione collettiva (che termine desueto!) e di approfondimento critico con tutte le incursioni nel sociale possibili.
Nonostante tutto, resta il meritorio lavoro di Re Nudo che, al di là delle difficoltà economiche legate a una manifestazione in cui non si balla, non si suona e soprattutto non si beve, rappresenta una sorta di resistenza pacifica nei confronti dell'ignoranza che dilaga. Fino a quando potrà durare non lo sappiamo, speriamo il più a lungo possibile.
Persi i primi tre spettacoli a causa di una schiena che risente del cambio di stagione, dell'umidità e di tutti gli anta che ha retto indefessamente, ci siamo rifatti sabato e domenica non perdendone uno, andando a vederne cinque in una specie di full immersion che pochi sembrano ormai sopportare sia fisicamente che mentalmente, visto che troppa concentrazione potrebbe nuocere gravemente alla salute, un po' come il fumo.
Il primo è stato il monologo di Aleksandros Memetaj, Albania casa mia, di cui è anche autore. È il sempre più attuale teatro di narrazione, una storia che racconta l'Albania dopo la caduta di Enver Hoxha e le vicissitudini di un popolo al quale, improvvisamente, viene dato il permesso di espatriare. Memetaj rende bene l'idea del dramma e sottolinea efficacemente il percorso che porta un fuggitivo a tentare la vita in Veneto, regione quanto mai lontana dall'indole degli albanesi ma che sembra essere in grado di dare loro una prospettiva. Albania casa mia è una storia che si lascia ascoltare, che l'attore rende con grande partecipazione ma che pecca dal punto di vista drammaturgico. Forse troppi flashback e forse un'ansia che sfocia, in alcuni passaggi, in un testo eccessivamente complesso.
Il secondo spettacolo è stato Milite ignoto di e con Mario Perrotta. In questo caso la storia, quella della Prima Guerra Mondiale, ci è vicina anche se lontana del tempo. Perrotta ha il merito di raccontarla dalla parte dei soldati, di quei figli della terra e del mare trasformati in carne da cannone da ufficiali incapaci e vittime della loro assurda visione militarizzata della vita.
Lo scenario, fin troppo essenziale, è quello della trincea dove si moriva non solo per le fucilate dei cecchini austriaci, ma anche per la malnutrizione, l'assenza totale di igiene, la cancrena. Milite ignoto ci ha riportato a due film, il primo, Uomini contro del 1970 di Francesco Rosi, nel quale la cecità della guerra faceva da contraltare a quella degli uomini, e a quel piccolo capolavoro della vita in trincea che è Torneranno i prati del 2014, di Ermanno Olmi.
Ecco, se un merito il monologo di Perrotta lo ha, è stato quello di essere
riuscito a fare una sorta di sintesi teatrale di due momenti alti della nostra cultura. Ma trattandosi di teatro e non di cinema, abbiamo avvertito molto forte la mancanza di movimenti scenici, l'immobilità del narratore seduto sui sacchi di sabbia della trincea, un uso del corpo dalla vita in su che poteva e doveva essere diverso.


Di iLove della Fattoria Vittadini preferiamo non parlare. Non abbiamo capito, nell'ordine, perché è stata invitata, perché trattandosi di teatro-danza non siamo riusciti a vedere né il teatro né la danza e, infine, se è vero che l'amore è un concetto totalizzante che non ha barriere né confini, questo ci è sembrato un calesse e abbastanza sgangherato.
Gaetano Ventriglia torna agli Invisibili dopo venti anni. Stanco lo abbiamo lasciato, stanco lo ritroviamo in una piece, In terra in cielo che parte da Don Chisciotte per (ricorriamo alle note del depliant) “trattare la relazione tra l'essere umano nell'estrema nudità esistenziale e l'archetipo di Don Chisciotte” che parla con le parole di Paul Eluard. In coppia con Silvia Garbuggino, Ventriglia ci regala un personaggio stanco, ma stanco davvero.
Di tono diverso e di diversa presa, La famiglia campione, della compagnia Gli omini di Pistoia.
La famiglia oggi, quella tipo, lo standard medio, viene messa in scena con attenzione e un occhio rivolto ai cambi generazionali (tre in questo caso), che gli attori sfruttano per addentrarsi in tematiche più profonde ma che alla fine, si possono ricondurre all'uso di un solo termine: confronto.
Godibilissimo, questo ultimo spettacolo, tanto che per molti versi ci è sembrato che più che assistere a una rassegna dei Teatri Invisibili, ci siamo trovati di fronte a un classico film della commedia all'italiana e con tutti gli ingredienti necessari. Un po' di sale (il dramma e le lacrime), un po' di zucchero (l'ironia e qualche risvolto comico) e tanta passione, che poi fa la differenza.

Massimo Consorti

giovedì 26 ottobre 2017

Grottammare. Teatro dell'Arancio. MAJAKOVSKIJANA a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. Di e con Vincenzo Di Bonaventura


LA BLUSA GIALLA


Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!
      (V.Majakovskij, La nuvola in calzoni, 1915)


      “Gialla blusa cucita con tre tese di tramonto e fazzoletto rosso al collo: così abbigliato - la sua divisa da futurista - il giovane gigante Majakovskij declamava la sua poesia ovunque, viaggiando in treno fino a Vladivostok, nelle piazze e nei circoli intellettuali, e a Pietroburgo (prima che divenisse “Pietrogrado”, in odio ai tedeschi) dove in un teatrino mise in scena una tragedia e… ”fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo”, come scrisse più tardi.

      Al Teatro dell’Arancio, Vincenzo e la giovane Laura vestono idealmente stasera la gialla blusa del poeta: essi “sono” la sua voce titanica e l‘anima fragile, la sua passione e l’urlo poderoso. Vincenzo e il fido djembe recitano cantano e perfino danzano Majakovskij, un’ora e mezza di versi completamente incredibilmente a memoria; Laura presta insospettata potente voce alla “tragica allegria”, allo sghignazzo, all’utopia civile.
      Sullo schermo, diapositive, immagini da reportage fotografici dell’epoca; e poi musica, energica e severa: bene accompagnerebbe “un film di Ejzenštejn sulla Rivoluzione”, e certo ricrea qui un’innevata Prospettiva Nevskij, pur nella mite marittima sera di mezzo autunno e non con un vento a trenta gradi sotto zero.

       Ma era d’aprile, quando il fragile gigante della rivoluzione si tirò un colpo al cuore nella piccola stanza della komunalka, al numero 15 di vicolo Gendrikov: lasciava l’enorme corpo “steso sul pavimento, le braccia spalancate…” - era alto due metri. “Anche da morto Majakovskij è ingombrante”* - e una lettera scritta due giorni prima: “Non incolpate nessuno della mia morte […] Come si dice – l’incidente è chiuso […] Io e la vita siamo pari […] Buona permanenza al mondo”.

        Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde, scriveva Pasternak per il poeta che solo pochi anni prima aveva pianto Esènin suicida nella solitudine dell’Hotel d’Angleterre.
Quei poeti si dedicavano versi l’un l’altro, ricorda Vincenzo. Avevano la poesia in comune, il battito epico della fede rivoluzionaria, l’inquietudine e il tormento della verità, il dolore per la mortificazione dell’uomo, l’utopia di un società nuova.
     
       Io vedo chiaro / d’una chiarezza allucinante - scrive Majakovskij e  - il vostro trentesimo secolo / sorvolerà lo sciame di  inezie / che dilaniano il cuore. Cent’anni appena dalla Rivoluzione d’Ottobre, e quel breve inizio di secolo appare oggi una distanza siderale. Forse allora una cometa passò sull’umanità e ne fiorirono quegli slanci e quelle menti, le passioni civili e politiche, le arti immense e le invenzioni e il genio, le scoperte epocali, i futurismi, l’accelerazione prodigiosa che in ogni campo mostrò la scintilla divina nell’umano.
       Poesia, musica, arte, architettura, scienza si diedero convegno in quella manciata d’anni, come gli artisti nel caffè parigino del geniale nostalgico Midnigth in Paris di Woody Allen.
Poi il secolo divenne “breve” e trascolorò in un opaco oggi senza bluse gialle, senza una Prospettiva Nevskij dove incontrare per caso Igor Stravinskij.

      “Tempi di leggenda” furono i giorni incandescenti dell’Ottobre, la parabola densa che convogliava inquietudini ed esasperazioni in una fiducia esplosiva e nuova, disegnava l’uomo tutto intero, indicava il punto d’appoggio per l’avvenire.
       Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati: non ci sono resurrezioni (Resuscitami, / voglio la vita non vissuta!), e l’uomo che “con la sua infinita angoscia e l’infinita volontà di bene” si muove nella poesia di Majakovskij, in questo nostro presente mostra i denti “solo per stridere e addentare”

      Appena cent’anni dopo - nel ventunesimo e non “nel vostro trentesimo secolo”! - non più futurismo ma neppure futuro: siamo feroci ma non rivoluzionari, accomodati ma non emozionati, il nostro orecchio è coperto di grasso e la bellezza riunisce in un teatro una ventina di spettatori, sempre gli stessi.
       Eppure di Majakovskij c’è più che mai bisogno, nel nostro deserto di anestetizzata opulenza e di sazi orizzonti, di mediocrità intellettuale e burocratica cultura, di soffocante ottusità politica: c’è bisogno della sua ardente poesia, dell’ispirazione satirica, grottesca, lirica, epica, dell’implacabile umore critico, di quell’ansia di vita che fu senso incombente di morte. Ma – scrisse di lui Marina Cvetaeva – “col suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro l’angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo”.



E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare
l’alba dentro l’imbrunire.
                                  (F. Battiato, Prospettiva Nevskij)


  *Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi, 2015

Sara Di Giuseppe

sabato 14 ottobre 2017

Grottammare. Teatro dell’Arancio. Aspasia di Giacomo Leopardi. Di e con Vincenzo Di Bonaventura: "Lettura di furore"



         “Vi invito a leggere con furore questi poeti” - dice l’attore solista al suo pubblico - perché essi sono l’epoca, sono il secolo, essi sono i contemplatori dell’eterno. Leopardi, Majakovskij, Pasolini, Manzoni, Campana, Montale, Wilde e altri, indietro fino a Sofocle, avanti fino a Dimarti: protagonisti del viaggio cosmico-letterario di un anno, iniziato stasera con Di Bonaventura che quella poesia “ferocizza” e canta e reinventa, così come un sisma scuote e sovverte e riscrive i luoghi conosciuti.

        Oggi è Leopardi a parlare “dentro” l’attore, e la voce di questi frantuma stereotipi e scolastiche immaginette del poeta che nessuno ignora e pochi conoscono.
La musica sottolinea la parola, tuttavia diversa da quella pensata dall’attore/regista: la bobina prescelta ha incontrato il macchinario vecchiotto ed è saltata. C’è anche il proiettore vetusto che “crea da solo gli effetti speciali”, sfoca le diapositive (ne esistono ancora) e ogni tanto gli serve un colpetto… Affettuosa atmosfera di cose pensate con passione, amorosamente scampate alle gelide perfezioni tecnologiche.

        Ma quando su tutto si alza la voce dell’attore, ci par di essere tra i cinquemila (!) suoi spettatori in una Venezia di tanto tempo fa: dimentichiamo il teatro mezzo vuoto, l’assordante indifferenza, il deserto di pensiero di queste nostre cittadine paghe e stanche di superba satolla opulenza.
In quella voce quasi non riconosciamo i versi pur milioni di volte ascoltati e letti e saccheggiati: è come incontrare per la prima volta quel dolore, la ribellione aspra, l’esperienza di sé che diviene meditazione sul destino umano.

       “Sono così stordito dal niente che mi circonda…”: emoziona sullo schermo la grafia elegante del poeta nella lettera disperata al Giordani dopo l’inutile fuga da casa, riprecipitato a forza nell’ angustia bigotta del natio borgo selvaggio; e in quella ad Adelaide Maestri: “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, subito ch’io possa”. E da Firenze, alla sorella Paolina: “Il ritratto è bruttissimo, nondimeno fatelo girare, acciocchè i Recanatesi veggano con gli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo di Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo, dove  Recanati non è conosciuto pur di nome”.

        Frammenti di vita che disegnano la storia di un’anima (quella che il poeta progettò giovanissimo) e in essa  il maturare di una “coscienza del tutto chiara del destino proprio e di tutti gli uomini” (Fubini).
Il perpetuo circuito di produzione e distruzione” con cui l’universo garantisce la propria conservazione, è del tutto indifferente alla felicità o infelicità degli uomini (“… Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me n’avvedrei”, risponde la Natura all’Islandese che la interroga e l’accusa): ecco allora la pietà profonda per ogni individuo e per ogni specie, il rigetto delle mistificazioni antropocentriche, dello spiritualismo consolatorio, dell’ottimismo del secol superbo e sciocco, e quella filosofia, infine, “disperata ma vera” che non cerca risarcimenti, ma di cui il poeta rivendica il valore positivo e umanitario (“La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”).

        Ma ineliminabile nell’uomo è l’istanza di felicità, irrinunciabile il diritto ad essa: di questo anelito è l’Amore l’espressione più energica e la “suprema manifestazione vitale”. La voce dell’attore ci scaglia dentro la profondità di quella feroce ansia di vita, di quel bisogno insaziato d’amore che si fa Pensiero dominante (“Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente…”) e passione violenta, contemplazione sensuale, poi definitiva tragica disillusione. Allontanata allora nel ricordo la figura di Aspasia (“Torna dinanzi al mio pensier talora / il tuo sembiante, Aspasia”), rivolto il disprezzo verso quella parte di sé che ha ceduto agli inganni, non resta che l’infinita vanità del tutto, sola titanica certezza.

        In questo teatro “necessario e testimoniale” ascolteremo, di serata in serata, altre voci di altri poeti: rivoluzionarie come quella del Leopardi e ancora nostre compagne di strada, esse ci salvano dal clamore pubblicitario che sovrasta le coscienze; ci sottraggono alla prigione dell’oggi che confonde il desiderio di felicità con la soddisfazione dell’avere, ad una società tanto assordata dal proprio strepito che sul gigante recanatese perfino imbastisce senza imbarazzo un film e ne fa - non bastasse - occasione di marketing e di vaneggiante promozione turistica.

Sara Di Giuseppe



mercoledì 11 ottobre 2017

Padova. Un'opera del nostro collaboratore Pino Guzzonato a Gianni Amelio


A conclusione del Festival del Cinema di Viaggio (DETOUR), al Teatro Verdi di Padova, il regista Gianni Amelio, maestro del Cinema Italiano, per l'insieme della sua opera di regia ha ricevuto il premio: "Padova incontra il Cinema" - Un rilievo su carta dell'artista Pino Guzzonato.






venerdì 6 ottobre 2017

Che Brasile c'è stasera! Robertinho De Paula in concerto al Flauto Magico



La location è la stessa dove suonò suo padre, il grande Irio, moltissimi anni fa.
Quello di Robertinho De Paula al Flauto Magico di San Benedetto, è un ritorno graditissimo per chi ama un certo tipo di musica e non si lascia trascinare immediatamente dal fascino brasileiro della Samba o della Bossa Nova.
Perché se si ha voglia di ballare i posti sono altri, mentre Il Flauto sembra sfortunatamente adatto per chi ha voglia di parlare. E se uno ha voglia di parlare non va a un concerto di Robertinho De Paula e si accontenta di Francesco Renga. Ah, i tempi!
Robertinho avrà anche l'animo brasiliano dentro, e infatti il repertorio di cui parleremo a breve, è pieno zeppo di autori del suo Paese anzi, di fior di autori, quelli che non si trovano nelle hit parade mondiali e che pure hanno fatto la storia della musica, ma il mood è Jazz, e quindi è quello dell'improvvisazione che si sviluppa da linee melodiche definite (alcuni notevoli standard) per volare dove può e soprattutto vuole, preferibilmente alto.
Il concerto al Flauto Magico segue quello fortunato di Berlino (dove ha registrato il suo ultimo cd dal vivo) e di tante altri parti d'Italia in cui Robertinho trascorre praticamente sei mesi l'anno, lasciando il resto del tempo al suo Brasile.
Chissà perché la Germania si presta particolarmente a questo tipo di performance. Qualche anno fa, Keith Jarrett, a Colonia, diede vita a un concerto che cambiò lo scenario pianistico internazionale, oggi, a distanza di tempo, Robertinho De Paula affida a Berlino il suo estro creativo e la sua immensa capacità strumentale. Parliamo, in entrambi i casi, di due concerti tenuti con uno strumento “solo”, il pianoforte nel caso di Jarrett, la chitarra per Robertinho.
E come il Keith mondiale con il piano, De Paula fa fare le stesse cose alla chitarra: melodia, armonia, ritmo e un gusto sopraffino per l'improvvisazione. Vedere le dita scorrere veloci sulla tastiera per eseguire brani rimaneggiati, riarrangiati, ri-concepiti di Milton Nascimiento, del padre Irio e di Violeta Parra, è una gioia incommensurabile perché li modernizza fino a renderli eterni.
Se aggiungiamo a questo tris d'assi Chico Buarque, Vinicius De Moraes e Tom Jobim, possiamo dire che, in fondo, il Brasile meno commerciale ma sicuramente più intimo e profondo, quasi sinfonico, questa sera è qui, con noi, ad allietare una fresca ottobrata sanbenedettese come nessun altro saprebbe fare.
Ci ritroviamo a tamburellare le dita sul tavolo e a tiptare con il tacco/punta della scarpa sul pavimento, quasi ci fosse una base percussionistica di assoluto livello mentre invece è la sua chitarra che detta il ritmo, con un uso magistrale del La e del Mi basso che in pochi possono permettersi.
Esegue ovviamente anche composizioni sue, come Suite Madureira, e il salto generazionale con i mostri di cui abbiamo accennato sopra si avverte a fior di pelle.
In Robertinho De Paula non c'è nessuna voglia di stupire, solo quella di far sognare e pensare con un genere di musica non adatto ai più e di questo, purtroppo, ce ne siamo accorti.
Chiude il concerto con la partecipazione di uno special guest, Giacomo Lelli che al flauto riesce a rendere ancora più apprezzabili composizioni che lo sono già, per il gusto della gente, sempre più raro, di trovarsi di fronte un musicista vero che, in sala di incisione o dal vivo, riesce sempre a essere sé stesso.
Questo è uno di quei rari momenti in cui, tornati a casa e vedendo la nostra chitarra poggiata mestamente alla parete, ci viene la voglia di non suonarla mai più. Fa solo una grande tenerezza.

Massimo Consorti