venerdì 20 aprile 2018

Sognando la profezia del terzo candidato


Il Magnifico Messere de lo contado de Arquata e la sua Corte dei Miracoli si struggono e si rivoltano negli spasmi perché il loro "regnetto" non è più bello come prima, perché una volta c'era chi lo curava ed amava e non erano decine di ditte forestiere messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che lo abitavano e lo lavoravano: contadini, allevatori, boscaioli, tartufai, cercatori di funghi. Buona parte dei paesi non sono stati demoliti, figuriamoci se si parla di ricostruirli, perché non ci sono soldi... ovvero ci sono ma non per tutti. I pochi cittadini tornati dall'esilio dorato della costa e che non sono emigrati altrove, sono collegati al resto del mondo attraverso connessioni private costosissime. Gli abitanti dei villaggi SAE sono diventati a loro spese anacoreti digitali, dediti all'ego surfing ed allo spamming di emozioni su una soffice nuvola di bite. Oggi abbiamo nonnine 2.0 che vivono in paesi deserti ma ipercablati che fanno la spesa alimentare on-line e si fanno visitare a distanza sul profilo facebook dal medico condotto e se si sentono sole possono fare chatting dei pettegolezzi sui social. Non voglio neanche immaginare cosa succederà quando si tornerà in campagna elettorale con le solite interfacce dei due candidati già predestinati per regole di successione ereditaria che batteranno le "piazze virtuali" alla ricerca di followers e like, promettendo app a gogò per qualsiasi bisogno. E se qualcuno si sveglia... e se ci fosse un terzo incomodo, uno capace di collegarsi in video-conferenza con il Governo Centrale, uno capace di usare il suo cervello e fare di testa sua. Uno che decide che prima di tutto vengono i cittadini, che sono i veri padroni del territorio e che hanno bisogno di soldi per vivere, di case nuove, di chiese, di lavoro. Così questa mente illuminata istituirà il V.I.P., ovvero il Vitalizio Post-Sismico. Un modesto ma dignitoso assegno mensile riservato al 60% dei cittadini senza lavoro, ai precari ed ai pensionati con la minima, a chi è emigrato invitandoli a tornare nei paesi sempre più deserti. Ed ecco che i cittadini ormai in stato confusionale, semi-alcolizzati e sull'orlo del suicidio che hanno scambiato una ricostruzione edilizia con una palingenesi dell'uomo e dell'abitare in "puffilandie" di legno truciolato, avere come unico obbligo per ottenere il VIP quello di fare una cosa bella ed utile per i paesi, a piacere e senza fretta. Il VIP funzionerà. Tornati alla realtà reale, liberi di fare altrove lavori inutili e mal pagati i cittadini arquatani asseconderanno le loro passioni. Le stradine terremotate dei paesi si riempiranno di musicisti e poeti, artigiani, arrotini, ombrellai, giocattolai, ricamatrici. Nelle piazze deserte impazzeranno tornei di calcetto tra scapoli ed ammogliati con le panchine vuote piene di vecchi e giovani spettatori ciarlieri. Gli ex-assessori ripareranno buche ed aggiusteranno fontanelle senza chiedere voto di scambio. Riapriranno le vecchie cantine e le osterie e non si berrà solo per rendere gli altri più interessanti o per dimenticare di pagare il conto. I paesi si riempiranno di orti, ritorneranno ad essere coltivati anche i pascoli di montagna con campi di grano e di patate come una volta. Nasceranno anche due o tre "banche del tempo perso" per darsi una mano nei momenti del dolce far niente. Chi è ricco e garantito, escluso dal VIP, e che un po' rosicherà presto ci ripenserà perché l'economia tornerà a girare ed i negozianti faranno affari. Arquata del Tronto diventerà un caso mondiale, accoreranno migliaia di turisti, stavolta non per fotografare macerie ma volti sorridenti in uno strano territorio dove l'amore è di casa. Certo ci saranno ancora i pingui burocrati oziosi, ma non avranno sensi di colpa e chi continuerà a rubare sarà anch'esso meno povero. Finirà il rinchiudersi dentro, l'arroccarsi nell'egoismo e nell'indifferenza perché bisognerà rifare solo luoghi veri in cui accade la vita. Il terzo candidato deciderà che è arrivato il momento di ricostruire, riapparirà il popolo delle carriole, delle pale, delle cazzuole, delle betoniere. A centinaia si offriranno volontari nei cantieri "veri" da ogni parte del mondo. Fioccheranno di nuovo donazioni a gogò perché Arquata del Tronto sarà diventata la speranza di una nuova era dell'umanità. Man mano il progetto SAE verrà smontato e rivenduto ai paesi poveri, tutto viene riciclato per contenere i costi. Casa dopo casa, piazza dopo piazza, fontana dopo fontana, chiesa dopo chiesa i paesi verranno ricostruiti con entusiasmo e grande lena. A quel punto il terzo candidato si dimetterà da sindaco, tornerà a vivere libero tra le sue montagne ed i paesini finalmente piene di gitanti ed escursionisti e odori di buona cucina. Oddio che strano sogno ho fatto stanotte!

Vittorio Camacci - 19 aprile 2018


giovedì 19 aprile 2018

Nascondete i premi

Nascondete i premi, o se li prende Alberto Cecchini


       Circola questa voce nel mondo della fotografia. Quando nei più prestigiosi concorsi fotografici internazionali partecipa lui, tranquilli che quasi sempre va sul podio o vince. Come al Fine Art Photography Awards di Londra, con migliaia di concorrenti.

A San Benedetto ci siamo abituati, non fa quasi più notizia. Mentre il suo medagliere va riempiendosi tanto che fra poco dovrà cambiare appartamento.

       Ma perché il nostro Alberto vince? Sappiamo che oggi, con tutta la tecnologia a disposizione, è agevole realizzare una buona foto. Scegli il soggetto, spari una raffica di scatti (a costo zero), guardi il visore, fai una cernita, scarti, scegli. Facile e veloce. Meglio se hai una buona attrezzatura, la compri anche su Amazon. 

      Una volta, invece Intanto non ti doveva tremare la mano. Poi dovevi essere bravo e svelto a fare le canoniche misurazioni luce-apertura-tempi-distanza, capire se mettere il tele, quando cambiare macchina, obiettivo... E poi i combattimenti con i rullini, e lo sviluppo, e la stampa e altro ancora: quante aspettative tradite. Pochi erano i concorsi fotografici, pochi i partecipanti, pochi i vincitori (cadevano subito nel dimenticatoio). 

       Ma oggi, che siamo tutti fotografi compulsivi (fotografo-dunque-sono), con il mondo infestato da immagini usa-e-getta e conseguente moltiplicazione dei concorsi, rimediare qualche premio - magari per caso - che importanza ha. 

       La fotografia vera però è diversa, come quella di Alberto: e se, partecipando seriamente ai più vari concorsi - come lui fa da anni, con costanza - ti piazzi sempre bene e spesso vinci, il motivo cè. 

       Le sue premiate immagini del terremoto di Amatrice, per esempio, coshanno di speciale? Macerie a volontà, crolli, distruzioni, vittime, angoscia forse sarebbe bastato andar lì il giorno dopo, anche il mese dopo, e scattare ad esaurimento pile. Senza neanche mirare. Invece Alberto ci si è gettato dentro, respirando la polvere e la paura come uno del posto, solo che non gli è caduta una trave in testa. Le sue sono testimonianze vibranti della tragedia appena provocata dal killer invisibile: fotografie dure, che gridano dolori infami, che odorano di disperazione non ancora rassegnata. Non mostrano solo danni.      

       Non è rituale cronaca giornalistica. Certo, sono tecnicamente ineccepibili, ma non basta per vincere premi. E che i lavori di Alberto Cecchini sono diversi, contengono e trasmettono emozioni vive, che le giurie gli riconoscono.

       Per lui è una meritata fortuna, per i suoi colleghi no: a lui i premi alti, a loro quel che resta. Allora nascondete i premi, o


PGC - 16 aprile 2018



Sezione Fotogiornalismo 2018, 1° classificato: Alberto Cicchini
Terremoto Centro Italia ( Serie ) 
24/08/2016, Terremoto nell'Italia centrale. Un terremoto di magnitudo 6,2 ha colpito le regioni Lazio e Marche scatenando il caos nel centro Italia. In particolare la città di Amatrice, Accumoli, Pescara del Tronto e Arquata, per un totale di 299 morti, circa 400 feriti e 2.500 sfollati. 
https://fineartphotoawards.com/winners-gallery/fapa-2017-2018/professional/photojournalism

lunedì 16 aprile 2018

A Max

Voglio dedicare un piccolo pensiero a Max, esattamente un mese dopo la sua morte, tratto dal 50° numero di UT, agosto 2015.
Nell'ultimo breve periodo della nota, che accompagnava la mia opera "Guardando i miei piedi", ho messo lui per primo tra i 'compagni di viaggio', proprio perché lo ritenevo il supporto fondamentale di molti miei progressi professionali e soprattutto centro di molta parte della mia vita di quegli anni.

Grazie ancora, caro Massimo Consorti

15 aprile 2018 - Francesco Del Zompo
NOI

Spesso accade che il mio sguardo, prima di incontrare il vostro, sia rivolto da un’altra parte, in aria, a sinistra, a destra, più facilmente in basso a seguire i miei passi prima dei vostri. Io e tu, io e lui, io e voi, io e gli altri, più difficilmente noi, ma amo le persone che mi guardano, le persone che sorridono, le persone che piangono, le persone che parlano ascoltando e non si mettono tra i piedi del discutere o s’indispongono con l’ultimo ‘messaggio’, ma si infilano, riallacciano, conversano con me, si interessano, abbracciano il mio cenno di ragionamento, condividono le emozioni, consigliano poco e più spesso sbagliano insieme a me, ma non rimpiangono, non pretendono, non sentenziano, presentano, condividono, mi abbracciano anche senza sfiorarmi.

Allora, perché non riusciamo sempre a coabitare decentemente tra di noi se è questo che ci piace? Perché l’altro è sempre un rivale, un concorrente, se non addirittura un nemico? È frutto dei nostri ‘vivi’ pensieri o c’è lo ‘zampino’ della storia che stiamo vivendo? Ma amo le persone che si donano e fanno della propria vita uno scambio sbilanciato, e detesto quelle che si trincerano dietro i dubbi, le diffidenze, i ‘se’ e i ‘ma’ che precedono qualsiasi opinione. 

Pensando a questo tema “Noi”, così assoluto e fondamentale del nostro stare al mondo e per la prima e unica volta come interprete della 50ª opera di UT, guardavo i miei piedi nudi cercando di ‘comprendere’ in me l’immagine riassuntiva. Non ho visto altro che ‘un altro me’ in fondo alla mia distorta prospettiva e, in mezzo, un mondo intero, un universo che si muoveva mentre ero lì, assorto e stordito dalla complessità del noi e la mia piccola immagine, che appena conosco se non attraverso Voi: i miei cari, i miei conoscenti, i miei compagni di viaggio (Max, PGC, Enri’, Ale’, Anto’, Mich’, Peppe, Alce’, Dante, Saba’), Michaela che ha così sapientemente scritto del mio racconto visivo, i miei amici e sostenitori di UT che ringrazio molto per avermi donato un po’ del loro tempo, amicizia e stima.



domenica 15 aprile 2018

Palco esaurito

Ciclo sinfonico 2018

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n.9 in re min. op.125 per soli, coro e orchestra

Orchestra Sinfonica Abruzzese

Coro V. Basso di Ascoli Piceno Coro Accademia di Pescara
Coro Conservatorio A.Casella, LAquila
Corale Novantanove, LAquila Schola Cantorum S.Sisto, LAquila

Direttore e maestro concertatore Pasquale Veleno
soprano Li Keng 
tenore Riccardo della Sciucca 
mezzosoprano Daniela Nineva    
baritono David Maria Gentile


Ascoli Piceno - Teatro Ventidio Basso     
12 aprile 2018  h21                                                                
Società Filarmonica Ascolana


Palco esaurito

       È il palco del Ventidio Basso, occupato in ogni centimetro quadrato dalla poderosa orchestra, dai cinque cori, dai quattro solisti. E dà i brividi il respiro divino di questa musica, mentre il pensiero va a quellesecuzione del 1989 a Berlino, che festeggiò la caduta del muro (e Bernstein che la diresse sostituì Freude, Gioia, con Freiheit, Libertà): perché lEuropa che nell’’86 fece suo lo schilleriano Inno alla Gioia del Quarto Movimento, è oggi larcigna Europa dei muri, pavido fantasma in decomposizione, digrignante coi deboli belante coi forti, che nulla ha imparato dalla feroce lezione della Storia.

       Meglio dunque abbandonarsi al puro piacere dellascolto, che passa anche dagli occhi grazie a questo palco gremito di strumenti e voci, pur se piccolo nel piccolo gioiello del Ventidio Basso, ma la musica - questa musica - è onda di piena che non si cura di limiti e confini.

       La curiosità stasera sono i bambini: se da noi è ahimè insolita la presenza di giovani a concerti e manifestazioni di cultura, figurarsi quella di bambini. Invece eccoli. Una quarantina, a occhio, nelle prime due file, maschi a sinistra femmine a destra. Qualche adulto a guidarli. La piccola col cappello a coniglio che siede davanti dice, interrogata, di essere della Music Academy. Scuola di Musica, insomma. Poi si cala ilconiglio sul viso e scherza con le compagne. Sono volenterosi ma questo concerto è un alimento troppo corposo per i loro anni verdissimi e di studi musicali troppo acerbi: come gettare piccoli velisti in piccioletta barca fra gigantesche onde dOceano.

       Si agitano un po allinizio, poi risucchiati dalla musica si fanno attenti; intorno al terzo movimento metà delle testoline è crollata; ma sveglissima resta in prima fila la ragazzina che armeggia tutto il tempo con lo smartphone extralarge, se tutta lorchestra e i 5 cori e i 4 solisti - dato il peso complessivo - franassero giù col palco non se naccorgerebbe.

       Brillante come sappiamo, lOrchestra Sinfonica Abruzzese asseconda lenergia del direttore Veleno, la sua candida corona di capelli e i piedi in decollo verticale sul podio nei momenti travolgenti. Spettacolare il colpo docchio dei cori, poderosi e bravissimi ma un po soffocati, in uno spazio più grande rifulgerebbero davvero. E le voci dei quattro solisti, soprano - mezzosoprano - tenore - baritono, illuminano di chiara luce i versi, pienamente fuse allorchestra nel culmine della tensione espressiva.

      Tutto il resto è Beethoven, e nulla si può dire che già non sia stato detto. La poderosa armonia giovane di molti secoli piove ancora dalla sua chioma ribelle su noi mortali, come Giove stilla dai crini ambrosia sullamata ninfa Elettra nel foscoliano Carme. Spazio e tempo si fondono e sannullano nella musica che sinabissa e riemerge, che interroga con voce eterna la vastità dellanimo umano, ne esplora il tormento e il dolore, la ribellione e la fatica, ne riconosce la fragilità, sinnalza infine a celebrarne il trionfo: oltre la finitezza delluomo cè il suo spirito che vince di mille secoli il silenzio, cè leternità ineludibile dei suoi ideali, cè lincancellabile sete di giustizia universale.

     Egli sa tutto, ma noi non possiamo ancora capire tutto disse Schubert agli amici dopo aver incontrato Ludovico van. Neppure oggi sappiamo se il mondo abbia compreso, tutto fa pensare di no, né ci sono inni gioiosi nel nostro presente, e se quel gigante vivesse proibirebbe alla UE di oltraggiare il suo. 

       Nonostante noi, quella mente magnifica ci parla ancora, illumina la superiore armonia di quel tutto di cui siamo parte imperfetta, e trionfante sulloscurità del nostro dolore addita la scintilla divina presente nellumano.


Sara Di Giuseppe -13 aprile 2018


venerdì 13 aprile 2018

Primavera tra assurdità e macerie

È una bella giornata, con qualche nuvoletta nel cielo azzurro, mani in tasca faccio un giro in quello che resta del mio villaggio. Il Vettore sulla sinistra è ancora coperto di neve. L'abitato sembra deserto, sfioro vecchie mulattiere sepolte da inestricabili rovi, osservo alcune case già demolite ed altre messe in sicurezza, migliaia di euro in travi, tavole ed acciaio per salvare case ormai collassate ed inutili. Passo vicino a vecchi orti abbandonati, mi accorgo di non essere più capace a distinguere il canto degli uccelli che proviene dal folto della vegetazione intorno al paese. Cosa sono? Fringuelli, allodole, merli. Da piccolo con i miei amici vagabondavo tra i boschi per scovare i nidi, i più preziosi erano quelli della pica, e seguire l'evoluzione della cova. Ecco il mio orto, l'erbetta umida luccica sotto il sole. Tra poco sarà ora di zappare e sarchiare con cura, addolcendo il terreno con la cenere del focolare ed il letame della stalla. Mi piace far diventare una manciata di piccoli semi, attraverso le regole della terra e del cielo astronomico, pomodori, fagioli, fagiolini, melanzane, peperoni, zucchine, aglio, cipolle, zucche e verdure oltre alle immancabili patate di montagna. A volte nei giorni di luminosa foschia, quando la luce del sole sembra sbucare dal nulla, esamino le piantine che crescono e guardo gli alberi da frutto. Quanti giorni mancano alla luna nuova? Quanti danni ha fatto il gelo? Quanto valore ha questa fioritura? Come saranno quest'anno le erbe spontanee e quelle commestibili? Quanti e quali funghi troveremo tra i boschi e i prati? So di non conoscere i nomi di tutte le erbe, di tutte le piante e nell'aria del pomeriggio inoltrato rimango immobile con gli occhi concentrati sul prato dove le margherite e i "dente di leone" all'unisono schiudono i loro fiori bianchi e gialli tra l'indaco dei minuscoli "non ti scordar di me". All'improvviso rivedo l'immagine sfocata di mio padre affilare i bordi scalfiti ed arrugginiti della falce con la pietra da cote che teneva in un corno appeso alla cintola. Falciava, di solito, nel primo mattino, lentamente, alzando lo sguardo verso l'orizzonte di tanto in tanto. Era un bell'uomo mio padre, suonava la fisarmonica e aveva, prima, tentato la carriera cinematografica per poi emigrare in Gran Bretagna. Tornato in vacanza in Italia si era innamorato di mia madre ed aveva scelto la vita di campagna, amava falciare e quando l'erba era ormai secca la mamma l'ammucchiava con il rastrello in lunghe file e poi con la forca formava dei mucchi arrotondati. Io e i miei fratelli l'aiutavamo a trasportarla nel fienile con le reti. Adoravo sdraiarmi spensierato sul fieno fresco, caldo e profumato. A tavola mio padre sorseggiava, tra un boccone e l'altro il vino pecorino da lui prodotto nei suoi filari e nelle sue pergole. Nella vigna era sempre allegro e custodiva gelosamente i suoi tralci. Li potava, li legava con i vimini, li "scacchiava", gli soffiava lo zolfo e gli spruzzava il ramato con la pompa di rame a spalla. Durante la vendemmia diventava nervoso ed eccitato e ci impartiva ordini categorici fino a quando non vedeva il mosto versato nella botte. 
     Se uno viene oggi nel mio paese lo trova distrutto e semi-abbandonato ma quando ero bambino era tutto diverso. Gli anni cinquanta e sessanta erano stati prolifici dal punto di vista demografico ed io avevo tanti compagni di giochi, tutti con un soprannome e tutti originali, metà dei quali ce li aveva affibbiati un ometto simpatico della "Villa" detto Ciancò. Ricordo centinaia di partite a pallone, lo scambio delle figurine e dei punti a premio, le lotte per "servir messa" e per la ricerca delle fascine che servivano a metter su il "focaraccio" di Sant'Agata, le battute estive alla ricerca di alberi da frutto e le discese verso Arquata per il bagno al fiume. Emulavamo gli eroi dei fumetti, a volte buoni a volte cattivi: Zorro, Tarzan, Zagor, Cico, Tex, il Comandante Mark, Mister No. Tutto fino a quando mia madre mi richiamava. La voce della mia mamma giovane era bella e forte, somigliava al suono dell'acqua di un ruscello che scorre tra le valli, sulle spalle fronzute dell'Appennino. A casa c'era sempre la merenda pronta: la crema pasticcera, la crema al cacao, la ricotta con lo zucchero o le bruschette. Tutte le sere c'era una festa da qualche parte, ci andavamo con i motorini. A Pretare, Piedilama, Arquata, Colle, Capodacqua, Pescara del Tronto, Acquasanta Terme che già da giugno erano pieni di giovani che durante le vacanze estive preferivano venire a vivere con i nonni al fresco. Era il mio tempo delle mele, i primi "lenti" ai bordi delle piazzette, i primi amori nei fienili. Era finito, per me, il tempo in cui timoroso di perdermi, stringevo la mano di mio padre tra le vie caotiche di Acquasanta Terme piene di decine di venditori ambulanti accorsi per la festa di San Giovanni. Facevamo il bagno nell'acqua sulfurea, bianca e lattiginosa, della grotta sotterranea, sotto la volta opaca. Poi se a mio padre avanzavano dei soldi, dopo aver fatto la spesa, mi comprava un giocattolo che io riportavo trionfante in paese per sfoggiarlo davanti ai miei amici. Le domeniche erano bellissime perché il pomeriggio dopo pranzo ci riunivamo davanti al bar de "Lu Vecchiò" ad ascoltare le partite alla radio. Quando l'Ascoli giocava in casa, con tre o quattro automobili diverse, piene zeppe, partivamo per lo stadio del capoluogo di provincia. Era l'Ascoli dei miracoli, quello di Rozzi, di Mazzone, di Renna. La passione era vera e genuina, l'atmosfera nello stadio era calorosa e popolare. Giorni che non torneranno più... Ora è tutto cambiato. 
     L'altro giorno la Onlus con la quale collaboro ha donato Bonus Bebè e borse all'imprenditoria giovanile. Nella sala del comune provvisorio l'atmosfera era densa di un imbarazzo palpabile. Qualcosa non andava per il verso giusto ma non era quello a preoccuparmi, io pensavo ad altro anche se quei genitori e quei ragazzi non avevano bisogno di quegli assegni visto le loro famiglie di origine. Ormai è sera inoltrata, la luna piena comincia a muovere ombre. Sento il paese addormentarsi sul fianco della Cività. Mi siedo su un sedile di pietra consunta a fianco di due vecchine ad ascoltare vecchie storie di paese e mi accorgo che è la cosa che ora amo di più al mondo. 

Vittorio Camacci - 13 aprile 2018


giovedì 12 aprile 2018

Un Comune giocondo

[San Benedetto, lAmministrazione difende il suo autoscontro]


        Un quadretto ridente e gaio emerge dalle esternazioni pubbliche di autorevoli (!) esponenti dellamministrazione comunale sul contestatissimo autoscontro recentemente piazzato in Viale dei Tigli.

        Cè infatti unassessora che con molti miei amici sè subito fatta un giro in giostra e sè divertita tanto come ai vecchi tempi. Un altro autorevole eccetera che gongola perché lesperimento (esperimento?) è riuscito e frotte di adulti un po cretini e di bambini a loro vicini si sono divertiti tanto pure loro.

        È fortunata, San Benedetto: vanta politici giocondi, sanno come ci si diverte e si adoperano per renderne partecipi i cittadini. Missione nobilissima che non conosce ostacoli, avanti tutta se cè da piazzare una giostra, un autoscontro, un lunapark: gli alberi che impicciano si segheranno, le siepi si taglieranno, i prati si asfalteranno. 

        Certo può capitare che i giocondi amministratori a forza di divertirsi si facciano prendere la mano e per distrazione una certa giostra finisca per piazzarsi dove non dovrebbe. Come sto benedetto autoscontro, nella zona dellex Galoppatoio, a un-metro-uno dal lungomare. Ma suvvia

        È vero, è unautentica schifezza, cazzottaccio brutto nellocchio, riesce a far sembrare decenti perfino le orrenditudini che ci sono intorno; è una giostraccia arrugginita che non lavrebbe voluta manco Fellini per il mangiatore di fuoco Zampanò e la triste Gelsomina del suo film;  è vero, per infilarcela hanno segato grandi rami di grandi alberi, eliminato siepi, distrutto e sbancato; è vero, è pericolosa, sbuca direttamente sulla strada, in curva, fra le auto che corrono, ci finiranno sotto quelli che scendono rintronati dagli scontri. 

È vero, non ha manco lautorizzazione a svolgere attività di pubblico spettacolo, ma questa è burocrazia.

        Insomma, gliene dicono di ogni. Ma  lamministrazione, vanto di questa città, sta come torre che non crolla e non si lascia intimidire. Così si fa. Venghino signori, dicono, a guardare come ci si diverte davvero, ci siamo fatti un giro noi per primi e guardateci, siamo più giocondi e più bravi che pria.  

E poi qua decidiamo noi e chi non gli sta bene rosichi, è il sano principio del Marchese del Grillo, io so io e voi nun siete un

        E se qualche esponente del decomposto PD sbrocca e grida allo scempio - ma, coraggioso, non fa nomise no mi becco una querela (sic) - è solo perché, immemore degli scempi ambientali precedenti, tuttuno con gli attuali, incorre nella sindrome che le neuroscienze chiamano con eleganza: il bue che dice cornuto allasino

        Noi dunque - questa è più meno la linea dei gai amministratori difenderemo a oltranza la nostra posizione sul caso tenendo alta la bandiera della giocondità, coerenti col giocondo spirito dei tours scolastici del rapper Mudimbi: maitre-à-penser a sua insaputa, educatore per caso chiamato nelle scuole a dilettare la gioventù del loco, protagonista quotidiano di estasiate cronache di giornalisti e giornaliste in preda a orgasmo multiplo. 

        Attenzione, con questi amministratori e questa stampa e questi dirigenti scolastici, San Benedetto rischia seriamente di diventare la prossima Capitale mondiale della Cultura.


Sara Di Giuseppe - 11 aprile 2018 


martedì 10 aprile 2018

The golden lab

the golden circle

Rosario Giuliani sax  Fabrizio Bosso tromba  Enzo Pietropaoli contrabbasso  Marcello Di Leonardo batteria 

Cotton Lab Ascoli Piceno      6 aprile 2018  h21,45



       Seppur squadrato e dallaspetto industriale, il Cotton Lab di Ascoli somiglia poco allex Golden Circle di Stoccolma, in particolare non ha quattro piani e non sta a due passi dal centro. Eppure stasera ci sentiamo in Svezia. Mancano i regolamentari freddo e neve di quel 1965, ma cè la stessa travolgente futuribile musica di Ornette Coleman.

       Nel programma non era scritto che Giuliani, Bosso, Pietropaoli, Di Leonardo avrebbero suonato Coleman - e the golden circle (il club di Stoccolma dove fu registrato quel memorabile disco doppio della Blue Note Records) dice qualcosa quasi a nessuno - quindi ammettiamolo: la serata ha funzionato più per i nomi importanti dei musicisti, che hanno fatto da esca. 

          E subito infatti Congeniality ci tramortisce. Ma che Jazz è questo. Penso sia successo un po come negli anni 60, quando Coleman si intrufolava nei club da perfetto sconosciuto e suonava la sua musica inaudita senza capo né coda, e col sax di plastica! Melodie scarne, evanescenti e tiranniche, senza accordi prestabiliti, senza struttura, senza tempo. Musica per niente ortodossa, non scritta, non imparata, non insegnata a scuola. Uno stile fuori dai canoni, un non-stile irripetibile. Penso che Paolo Conte si riferisca a lui, a Ornette Coleman, quando parla di enigmi del jazz. E anche Ornette, chi conosce un altro con questo nome?

       Nasceva proprio così il Free Jazz, con incoscienza fatica e coraggio. Erano i tempi di Martin Luther King, anche in politica si osava limpossibile, ma era la cosa giusta da fare. Poi le cose sono cambiate, anzi sono apparsi i seguaci di questa musica cosiddetta a venire. Coleman è diventato un capo-scuola, un marchio, una moda anche comoda per sdoganare autentiche schifezze. E lui invece si evolveva ancora, ad una velocità che ci vorrebbero fior di ricercatori per inquadrarla e studiarla nella sua geniale complessità. Era imprendibile. E imprendibile.

       Sicchè stasera i Nostri ci ripropongono proprio lui, fedelmente (almeno nello spirito) ma anche re-interpretandolo e proseguendo oltre, con composizioni originali altrettanto criptiche e rivoluzionarie. 

         E noi ci sentiamo nella condizione di chi deve recuperare svariati anni di scuola non in un anno o in un mese, ma in unora. 

Ma già dal secondo pezzo - Peace - va meglio e ci rinfranchiamo. Riconosciamo un po dAfrica, capiamo anche se a scatti, ipnotizzati dalle velocità, stupefatti dai sincronismi, irretiti da suoni inconcepibili, da fraseggi irregolari, infrazioni, dissonanze Senza riferimenti o giri armonici, senza appigli, senza schemi. 

Eppure nulla è casuale, cè del calcolo formidabile, e pensieri lampo che non puoi riavvolgere. Sembra addirittura, spesso, che contrabbasso e batteria facciano ordine, e tromba e sax disordine. Si affrontano come in un match di tennis tirandosi note a 200 allora, e Bosso che pare un serpente con quella maglietta, e Giuliani col tacco a batter il tempo, e Pietropaoli e Di Leonardo che non si sa dove vogliono arrivare Lo stiamo capendo, Coleman? Forse, non siamo certi, ma ci è piaciuto tanto.

      Dopo innumerevoli preziosità, quasi alla fine della stagione al Cotton Lab è arrivato loro.


PGC - 9 aprile 2018


sabato 31 marzo 2018

"La mia arte sei tu"

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 MARTA MIA, CARO MAESTRO
Carteggio tra Marta Abba e Luigi Pirandello

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto
27 marzo 2018  h21.15



       Sono trascorse più o meno due ore, quando a malincuore torniamo alla realtà e alloggi, dopo aver fatto un giro completo intorno al nostro asse: Di Bonaventura e la sua voce ci hanno trasportato lontano lanima e i sensi, ai primi decenni di un Novecento europeo e italiano di passione intellettuale, innovatore nel costume, nella cultura, nel teatro.


       Pirandello, la sua vicenda umana e artistica, la sua rivoluzionaria drammaturgia: tutto questo ci viene incontro attraverso la voce attoriale, con la forza abbagliante del documento privato che svela luomo e illumina il genio, e con uguale chiarezza traccia sullo sfondo il disegno di unepoca che è anche mito, e della Storia  che la contiene.

       LEpistolario Pirandello-Abba è il corpus del Recital: dallo straripante carteggio fra i due artisti nasce il lavoro realizzato a più mani dallo stesso Di Bonaventura nel periodo veneziano (or sono 25 anni), dal regista  Giuseppe Emiliani - premio internazionale Flaiano - e da altri studiosi pirandelliani, rappresentato allepoca davanti a platee affollatissime; oggi a Grottammare davanti a spettatori circa venti

       In novanta minuti di densa tesissima lettura, si raggrumano le parti salienti di una storia di anime, centinaia di lettere nelle quali il drammaturgo apriva il vecchio cuore alla giovane Marta, musa venerata con disperata passione.

       Sulla parete le immagini della diva, foto depoca di lei e di un Pirandellosessantino- così lo chiamerebbe il conterraneo Camilleri - che dimostra più degli anni che ha. Come per lepistolario Duse-DAnnunzio, la voce attoriale si sdoppia, è alternatamente Pirandello e Abba, e un filo musicale - le composizioni del giovane Fabio Capponi - ne accompagna la trama. 

       Alle oltre cinquecento lettere che lungo circa un decennio (1925-1936) lartista scrive a Marta Abba, lattrice non risponde che per la metà.

 In una sorta di salto funzionale fra i due epistolari, due diversi discorsi vi si snodano, quello di un amore a senso unico, bruciante e impossibile, e quello di un argomentare tutto informativo e pratico, quasi ragionieristico, della musa che risponde al pur venerato interlocutore. Il quale così la descrive: È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa

       Non lattrazione voyeuristica per il privato di grandi personaggi è il fascino dellepistolario: lo è piuttosto la luce gettata dallinterno sulla parabola di un periodo intenso e tragico il fascismo, i venti di guerra, il ruolo degli intellettuali e di una cultura in fervente trasformazione, che soprattutto nel teatro cercava strade nuove e sperimentava rivoluzionari percorsi. 

       DAnnunzio e Pirandello, e in Europa - di poco precedenti - Ibsen, Čekov, Strindberg (la lezione dei quali, pur nella tradizione, anticipava già il nuovo e la dissoluzione della forma drammatica): della linfa di personaggi giganteschi si nutriva lepoca, e perfino Mussolini - pur nelle sue scelte masnade, dirà Di Bonaventura - apprezzava il progetto di una riforma del  teatro. 

Tuttavia lillusione che lappoggio statale potesse offrire allItalia il grande teatro che avrebbe unito la nazione - e in questa chiave ladesione dello scrittore al fascismo assume una luce particolare - non fa i conti con la diffidenza suscitata dai temi dei suoi drammi - scomodi, trasgressivi, inquietanti - che gli meriteranno - Pirandello non lo saprà mai - la sorveglianza dellOVRA.

      Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio, e una coi capelli dargento, il pizzetto bianco, piuttosto curva, così lattrice narra lalba di una carriera e di un sodalizio artistico che cesserà solo con la morte del Maestro: gioco di reciproco rispecchiamento - nel più puro stile pirandelliano - in cui ciascuno vede riflesso nellaltro ciò che lo completa e che ama.

       Se amore è parola che quasi mai compare nel carteggio, amore e passione sono in ogni riga indirizzata a lei da Pirandello, per il quale non esisteva ormai che la statua tremenda di MartaLa mia arte non è stata mai così piena, così varia e imprevista () E scrivo con gli occhi della mente fissi a Te. 

       Ma quella voce a tratti esaltata - Finalmente oggi mi è arrivata la tua lettera estrosa e volante. () E stata la boccata daria di cui avevo proprio bisogno - quasi sempre disperata, sembra non raggiungerla mai; lattrice si sottrae, a volte con irritazione, alla pressione di quel sentimento: tratta questioni pratiche, contratti, compensi, impresari, successi e insuccessi, si preoccupa - frettolosamente - della salute del Maestro (Stia a letto un po, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera...).

       Questi scrive per lei i suoi drammi (Tutta la mia vita sei tu, la mia Arte sei tu, senza il tuo respiro, muore), a lei sono dedicati il teatro, le storie, i personaggi (che perfino, a volte, si chiamano col nome di lei).

       E quando più tardi sinasprisce il risentimento per unItalia che avversa i suoi progetti di rinascita del teatro, la scelta di trasferire altrove la propria vita artistica include naturalmente Marta. 

      Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dallItalia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver bisogno di nessuno. () Qui è un dilaniarsi continuo () La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, lintrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia sè fatta irrespirabile. Fuori! Fuori! Lontano! Lontano!: così le scrive nellestate del 28 (sembra oggi) e nellautunno saranno in Germania ambedue. Non riesco più a stare fermo, andrò ancora fuggendo, e il più lontano possibile dallItalia scrive ad Ugo Ojetti.


       Berlino, con la sua vivacissima temperie culturale, può favorire - ritiene Pirandello - successi tali da poter tornare in patria senza dipendere da alcuno (col grande Max Reinhardt, regista e demiurgo della scena teatrale dellepoca, direttore del Deutsches Theater, allestirà fra laltro la prima di Sei personaggi in cerca dautore). 

Ammiro il teatro tedesco per la sua disciplina e i mezzi perfetti di cui dispone (), ma la tecnica portata alla massima perfezione sta finendo per uccidere il teatro. () Io col mio dramma nuovo intendo reagire a questa tendenza: così confida a Corrado Alvaro (corrispondente in quel periodo da Berlino per La Stampa).

       Ma il distacco da Marta lo annienta, quando dopo soli cinque mesi lattrice deciderà di rientrare in Italia per proseguire qui la sua carriera. 

Te ne  sei andata, la mia vita è finita [] Credimi, Marta, per me lunico viaggio da fare sarebbe quello da cui non si torna più

Continua tuttavia a frequentare traduttori, editori, registi, e le sue lettere a Marta - una al giorno, a volte più - tracciano anche una topografia pirandelliana della città, crocevia di culture dal quale nonostante i brontolii allarmanti che provengono dallo stomaco tedesco, i sospetti di dittatura e razzismo gli appaiono lontani. Ma langoscia della distanza è insostenibile: Muojo perché non so più che farmene della vita () In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo..

       Di nuovo in Italia al termine del fecondo biennio berlinese - dopo un amaro insuccesso al Lessing Theater e violente contestazioni orchestrate dai suoi nemici  (Questa è Berlino. Mè parso jer sera dessere in Italia Gli odii minseguono da per tutto ) - sarà poco più tardi a Parigi, poi in America contattato dalle major cinematografiche per trasporre i suoi drammi in film parlanti: fumo negli occhi, lo capisce subito e lo scrive alla sua Marta: Ne ho la nausea fino alla gola. Daltrondeil cinema era per lui la più grave minaccia per lavvenire del teatro (N. Borsellino). 

       Su tutto, resta fermo lobiettivo di garantire alla sua musa la fama sopranazionale che merita: Io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei unEletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza.

Ma sempre, da ovunque partano le sue lettere a Marta, la sua è inevasa richiesta damore; per lei, al contrario, egli resta il Pigmalione da idolatrare e dal quale ricevere vita artistica: non lo chiamerà mai altro che Maestro, mentre per lui - protagonista tragico e assoluto del suo dramma personale - sarà sempre disperatamente Marta mia.

       Unagonia  - Se Tu potessi sentire quanto soffro, son sicuro che avresti un po di pietà per me. Tu non mi parli più di Te, io non Ti vedo più nelle Tue lettere  - che i trionfi americani di Marta compensano - Io sono cosi felice di non essermi ingannato sulla potenza delle sue ali e daver combattuto contro chi voleva tenergliele chiuse, perche le aprisse sempre a più grandi voli.

       Mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway, il 14 dicembre 1936 Marta riceve lultima lettera del Maestro, Pirandello si era spento il 10. La lettera è datata 4 dicembre: Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nellatroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro.

       Un crollo psicologico che per lattrice segna il definitivo addio alle scene. Per la musa che ha scrupolosamente difeso la distanza di sicurezza dal suo Pigmalione, quella sicurezza è perduta ora che la distanza è definitiva e irreparabile. Il miglior Pirandello non avrebbe potuto concepire trama più pirandelliana.



Sara di Giuseppe - 30 Marzo 2018


martedì 27 marzo 2018

La nuova raccolta differenziata

[ San Benedetto, zona porto: MATTATOIO di pescherecci ]

       Cè del gusto sadico o almeno della sana cattiveria, nel demolire spezzettandole senza cuore queste grandi barche, vecchie ma certo non decrepite. Come nel fare polpette quadrate di auto anziane o fuori moda spremendone sangue nero. Come nellabbattere col pendolo nuovi ruderi di case e scheletri di palazzi. Come nel far collassare con un click ciminiere fabbriche e grattacieli ritenuti inservibili

       Se Gillo Dorfles disse (provocatoriamente) che labbattimento delle Torri Gemelle era stato uno spettacolo bello, sono belle anche queste assurde demolizioni. Attirano infatti - sono gratis - non solo la gioiosa curiosità di pensionati, di passanti e di una stilosa scuola a due passi, ma soprattutto linteresse più ampio di unintera comunità.

       Sono soldi che girano, bellezza. Tutta qui, la morale.

       Per ri-cominciare, stamattina 2 demolizioni vicine e in contemporanea. Mentre lartiglio dei Leviathan/caterpillar in mezzo a clangori stereofonici tritava legni, torceva tubi e ferri, sminuzzava attrezzature e arredi intimi di innocenti pescherecci, centinaia di migliaia di euro traslavano silenziosamente in conti correnti famelici. Per legge, si badi, non come proventi di future vendite di montagne di rifiuti mal differenziati. 

       Come se nelle nostre cassette postali, per ogni sacco giallo/blu/nero di rifiuti da noi coscienziosamente differenziati e conferiti ad orario nei cassonetti, generose mani di politici infilassero rotoli di banconote. Mica succede. Anzi, noi ingenui tapini ci illudiamo pure che diventeranno preziosa seconda materia prima

       Riciclare, recuperare, valorizzare lesistente, restaurare lantico: necessità per il nostro sgraziato presente, antidoti alla cultura delleffimero 

       Macchè. Ecco la gloriosa marineria da pesca, fulcro di uneconomia locale che è (era) anche identità, tradizione, bellezza, distrutta con caparbietà e metodo da scelte politiche arraffa-consensi. Robusti assegni - non certo trenta denari, anche se è Pasqua - in cambio della demolizione di pescherecci annosi, carichi di storia e di storie, contenitori di saperi e sapienza come lo scudo dAchille. 

       Le carene di quelle barche (v.foto) dicono chiaro che non sono obsolete e inservibili; dicono che il nuovo che avanza ha il colore dei soldi, tanti e facili e subito, coi quali scambiare a cuor leggero i valori, i costumi, i tratti di unidentità comune saldamente disegnata nel tempo con dignità e sacrificio.

       Vengano, i giovani dalla scuola lì presso, vedano e imparino la lezione, ci guadagneranno. 

Se un uomo rinuncia ai suoi tradizionali sistemi di vita e ripudia le buone costumanze, dovrebbe prima accertarsi di poterli sostituire con qualcosa che vale

(proverbio dei Basuto del Lesotho, in Qualcosa che vale, Robert Ruark, 1954)

PGC - 26 marzo 2018