martedì 21 maggio 2019

La fiaba inquietante

NÁRODNÍ DIVADLO PRAHA

THE LITTLE MERMAID

(LA SIRENETTA)
Balletto ispirato alla novella di Hans Christian Andersen

Coreografia: Jan Kodet
Musica: Zbynĕk Matĕjů
Scenografia: Jakub Kopecký

Regia
Lucáš Trpišovský, Martin Kukučka)                                                                                        

Praga Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
11 maggio 2019   h18

LA FIABA INQUIETANTE

“…  Poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma
Hans Christian Andersen,  La Sirenetta


         Sono in buon numero i bambini e le bambine, oggi, per questa Sirenetta di H.Ch.Andersen, riscritta per la danza dal coreografo Jan Kodet e dal collaudato duo registico Martin Kukučka - Lukáš Trpišovský (conosciuto come SKUTR), impreziosita dalle intense soluzioni visive dello scenografo Jakub Kopecký, musicata dal compositore contemporaneo Zbyněk Matějů.

         Da queste parti anche il pubblico-bambino - non meno di quello adulto - mostra esemplare educazione allo spettacolo: preparato, attento, caloroso; soprattutto assente ogni birignao di mondanità. Cultura dello spettacolo che è anche - sì - assoluta puntualità (dunque civiltà e rispetto per gli altri); la stessa, cronometrica, con cui ogni spettacolo inizia-finisce e si intervalla

         Se tuttavia il pubblico è in maggioranza adulto, è certo perché una fiaba classicissima non parla solo ad orecchie infantili, e  la sua validità è nel significato che le diamo adattandovi il filtro del nostro vissuto: così come Andersen trasferiva nelle sue storie le inquietudini, la malinconia, il bruciante senso di una diversità che sentiva placarsi solo nel gioco letterario. 

         Con buona pace di ottocentesche interpretazioni moralizzatrici di marca anglosassone e di edulcorate produzioni disneyane (“Hanno spinto Andersen in una nursery e ce lo hanno chiuso dentro. Per sempre), questa Sirenetta è tra le fiabe più dolorose e struggenti di quel riconosciuto innovatore del genere fiabesco che fu lo scrittore di Odense: quella che meglio di altre affronta il tema del doppio, della non appartenenza, della sospensione tra essere e non essere, della sofferenza connaturata alla ricerca di sé.

         Fiaba triste e crudele come altre non del solo Andersen sulle quali chi di noi fu bambino nelle remote trincee del secolo scorso formò con gusto il proprio immaginario: ma senza rimanerne turbato, interiorizzandone anzi inconsapevolmente la poesia, la qualità letteraria, la complessità dello sguardo.

         La riscrittura coreografica conserva lo schema della fiaba originale: la giovanissima figlia del Re del Mare che affacciatasi per la prima volta a contemplare il mondo di sopra si innamora perdutamente del bel principe terrestre trovato esanime in riva al mare, superstite di un naufragio (e cè un po dellomerica Nausicaa e del naufrago Odisseo); che per esserne riamata dovrà rinunciare - per volere della Strega del Mare, cattiva come solo le streghe - alla voce e alla sua stessa natura di sirena, e in luogo della magnifica coda avrà un paio di gambe che non le serviranno granchè; che nonostante il sacrificio, il dolore, la perdita di sé, non riuscirà ad esserne riamata, e la sconfitta coinciderà con lannientamento e la definitiva metamorfosi in schiuma marina.

          Fiaba inquietante nella complessità dei temi che suggerisce pur attraverso i rassicuranti stilemi del racconto fantastico. Il linguaggio della danza ne restituisce intatta la suggestione, ne esalta i tratti simbolici e nel rivolgersi con garbo, eleganza, magia, allimmaginario infantile, sollecita intanto una riflessione adulta. Quei temi (il doppio, lidentità sospesa, la condizione del non collocato e non collocabile), che appartengono allo sfaccettato mondo interiore di Andersen - al suo sentirsi imprigionato in una diversità rifiutata dalle convenzioni dellepoca - e che si affacciano in molte delle sue invenzioni fiabesche, traspaiono discreti ma imprescindibili in questa creazione di trascinante tensione evocativa. 

        Acqua, aria, terra, gli elementi ancestrali che la fantasia di Andersen sovrappone allesperienza concreta e trasforma in fiaba, qui si esaltano in movimenti coreografici di aerea eleganza e rigorosa padronanza tecnica, nella visionarietà delle soluzioni scenografiche, nel tessuto musicale di audace contemporaneità, nella suggestione dei colori (pura gioia per gli occhi, i dominanti azzurri e verdi dei costumi). 

         Lacqua è lelemento fluido, contenitore di vita e archetipo femminile, che domina la scena con forza simbolica, trovando nel finale la sua apoteosi, nella rosa di schiuma proiettata in alto con al centro la danzatrice: ultimo e unico abbraccio per la piccola sirena (uneterea lievissima Kristýna Nĕmečková) che uno sciocco Principe (un magnifico Giovanni Rotolo) non sa amare. 

         Acqua e terra sono i mondi sul confine dei quali si consuma la breve esistenza della Sirenetta: la danza ne disegna lamore e il dolore, il gioco e la disperata sfida, e nei passaggi corali si fa più netta la solitudine, più inesorabile il destino che né lamore delle Sirene sorelle né quello della Nonna potranno vincere.

         La piccola creatura del mare si è già spogliata della sua natura di sirena per amore del principe; ora rinuncia per sempre a se stessa scegliendo di non ucciderlo se lo facesse, potrebbe invece tornare ad essere sirena, come la Strega dispone (le streghe ogni tanto andrebbero ascoltate) ed è la scelta che suggella, nel sacrificio di sé, limpossibilità di quel vagheggiato passaggio a un diverso livello dellesistenza.

Nel mondo fiabesco di Andersen la tensione fra reale e ideale fa sì che spesso anche il lieto fine sia apparente e labile. Se per il Brutto anatroccolo divenuto finalmente cigno la felicità vera era forse lo stagno fangoso nel quale prima sguazzava vicino alle radici del mondo, così per la Sirenetta la pace viene dalla rinuncia al sogno, dal suo essere restituita allacqua e allaria, ai suoi elementi originari. 

        Ai personaggi di Andersen - scrive Simonetta Caminiti - i quali cercano strenuamente e spesso invano di essere accettati, tocca aspirare al cielo perché si comprenda che erano esseri speciali


Sara Di Giuseppe - 20 maggio 2019 


domenica 19 maggio 2019

[PICCOLO DECALOGO DI RESISTENZA CIVILE]

         …a Matte, se trovi uno di questi striscioni che fai, mi arresti?



  1     MATTO DA LEGARE


  2     CHI LEGA non MANGIA LE MELE


  3     FESSO CHI LEGA


  4     LA FELPA NON E ELEGANTE


  5     LE STELLE NON HANNO LEGAMI


  6     LEGALMENTE ME NE FREGO


      MI FANNO MALE I LEGAMENTI


  8     CON TE NON FACCIO LEGA


      LEGATI (almeno) LA LINGUA 


10     LA LEGA E UN EX VOTO



PGC - 18 maggio 2019



sabato 18 maggio 2019

Partita a scacchi

NÁRODNÍ DIVADLO - PRAGA

VALMONT
Balletto basato sul romanzo di P. Choderlos de Laclos
Les liaisons dangereuses

Coreografia 
Libor Vaculík
Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga

Musiche 
Franz Schubert - Pēteris Vasks

Praga Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
10 maggio 2019   h19


PARTITA A SCACCHI

Siamo sinceri: nei nostri intrighi amorosi così freddi e fatui, ciò che chiamiamo felicità è appena piacere
(Lettera VI) 
 P. Choderlos de Laclos, Le liaisons dangereuses


        Una grande opera letteraria, il polifonico romanzo epistolare di Pierre Choderlos de Laclos (1782) e la sua trasposizione nel linguaggio della danza: sfida coraggiosa che il coreografo-scenografo-regista Libor Vaculík accoglie e vince. Quando Petr Zuska (direttore artistico del Corpo di Ballo del Teatro Nazionale di Praga) mi ha proposto questa trasposizione ho pensato che fosse impazzito scherza il coreografo, e leccellenza del risultato glielo permette.

        Sapientemente frazionando e ricomponendo in quadri il meccanismo complesso dellopera - grazie ad originali soluzioni scenografiche - la coreografia sviluppa lazione con rigore drammaturgico, e del romanzo conserva la perfetta struttura di congegno ad orologeria che dispone e muove i suoi pezzi sulla scacchiera; il plot, vera apoteosi dellarte della manovra, è scandito nei passaggi salienti dalle lettere affidate a voci fuori campo; la danza - superbo amalgama di classico, moderno e contemporaneo con incursioni fra i mostri sacri Balanchine, Forsyte, Kylián - disegna la geometria di una partita a scacchi in perverso equilibrio fra divertimento e vendetta, gioco e intrigo: nessun vincitore, alla fine, ma solo una catastrofe senza catarsi.

         Il caleidoscopio di broccati, decorazioni e parrucche rococò è, nella prima parte, cornice e sfondo alla fatuità di un mondo di apparenze e libertinaggio; nella seconda, solo il bianco e nero della scacchiera e il gioco di luci e ombre presagio di tragedia. Così, i movimenti sinfonici di Franz Schubert e le dissonanze del compositore Pēteris Vasks sono il tessuto musicale dellazione nel suo precipitare dalle iniziali manierate lievità allintrigo cinico e dissoluto.

        Il gioco seduttivo condotto secondo il codice libertino dalla Marchesa de Merteuil (una sofisticata, perfetta Alina Nanu) e dal suo degno e manipolato amante, il frivolo seduttore Visconte di Valmont (un intensissimo Giovanni Rotolo, italiano di Polignano a Mare, primo ballerino del Corpo di Ballo del Národní Divadlo) si traduce in una danza tecnicamente impegnativa che disegna con maestria la complessità delle relazioni, la linea sinuosa lungo la quale si dispongono il capriccio e limprevisto, lirrompere della passione che smentisce il credo libertino, ilmovimento involontario dellamore che turba e scompiglia il disegno preordinato; il testo coreografico esalta personalità e virtuosismo dei singoli: non vi è coralità nella creazione di Vaculík che al contrario scolpisce una galleria di singoli ruoli e caratteri, ciascuno sbalzato in robusto altorilievo sulla scena. 

        Accanto alla coppia Merteuil-Valmont, tutti gli altri protagonisti - linfelice Madame de Tourvel, la dolce giovanissima Cécile de Volanges, lappassionato cavaliere Danceny - formano un concerto di solisti: ciascuno vi danza il proprio dramma, che da intimo si fa epico nel comune precipitare - per vie diverse -  dentro la tragedia finale. Un registro stilistico che richiede ai ballerini qualità tecnica, rigore, eleganza, ma anche doti interpretative - quasi attoriali - non comuni perché il grande tema umano che il romanzo affida alla parola si trasferisca nel linguaggio del corpo, demandando ad esso lespressione dei moti interiori e lurgenza degli snodi narrativi. 

        Gelosia, vanagloria, brama di prestigio, volontà di dominio, sete di vendetta e tutto quanto attiene allaffermazione perentoria dellego, si disegnano plastici nel microcosmo che M.me de Merteuil manovra da malefico demiurgo. Ci sono individui che non si fermano davanti a nulla. E sopravvivono - commenta L.Smoček - drammaturgo e direttore di scena.

        Un tema poderoso, filtrato dallintensità evocativa degli stilemi coreografici: per questa via, il romanzo di denuncia della nobiltà francese settecentesca scende nella danza ad incontrare il nostro presente, a farsi metafora di ogni dinamica individuale o collettiva, di ieri o di oggi che manipola e asservisce, che fa delluomo soltanto un mezzo e mai un fine

        E la vocazione autodistruttiva di una società - laristocrazia settecentesca - ignara di un mondo che al di là di quei confini dorati è in irreversibile mutazione, è davvero - fatte le dovute proporzioni - così lontana da noi? Le coreografie di Vaculík ci dicono di no: il finale chiaroscurato da cui sono spariti crinoline e broccati, la luce fioca delle lampade che vegliano la salma di Valmont, le fiamme che dalle lettere gettate nel braciere si innalzano ad avviluppare ogni cosa ci trasferiscono da unepoca e dalla sua vicenda storica alla universalità e atemporalità del simbolo.


Sara Di Giuseppe - 15 maggio 2019


giovedì 9 maggio 2019

Per li rami del jazz

Francesco Diodati / Yellow Squeed    NEVER THE SAME

F. Diodati chitarra  F. Lento tromba  E. Zanisi piano, Fender Rhodes, synths  G. Benedetti tuba, trombone a pistoni  E. Morello batteria

Ascoli Piceno Cotton Lab
3 maggio 2019  h 21,45


         La 29ª stagione del Cotton Jazz/Cotton Lab non poteva concludersi che con unaltra sterzata sulla strada del jazz: ecco una nuova band discender per li rami del jazz Yellow Squeed: un quintetto primaverile di giovani sperimentatori professionisti guidati da Francesco Diodati. 

         Giovani solo allanagrafe: il loro jazz, coltivato e maturato in anni di sagge frequentazioni, di fatiche ed esperienza, potrebbe già essere incasellato dai pelosi critici in uno dei tanti schemi costruiti a tavolino, se non fosse che nel jazz certe operazioni di marketing non contano niente.

Questi non sono musicisti qualsiasi. Ragazzo-Diodati fin dai tempi del sodalizio - circa 10 anni or sono - con Ermanno Baron e Marcello Allulli, coi quali suona ancora, era avanti eppure studiava. Oggi è avanti e ancor di più studia, ascolta, inventa, sperimenta. Gli piace. 

Quando in un lontano indimenticabile Camera Concerto concepito in un nebbioso appartamento estivo al 3° piano aperto dinverno, quindi gelido, si presentò magro con la sua chitarra e un ambaradan di scatolette elettroniche fili pulsanti lucine levette e pedali, pensammo che quel putiferio gli servisse per scaldarsi le dita. Fu messo a suonare (proprio in quartetto con Allulli, mi par di ricordare) nella stanza in fondo a destra, sotto al lampadario (avevamo tolto il letto e i comodini, larmadio no), e noi pubblico in corridoio. Forse non capimmo, avevamo davanti un piccolo talento lanciato.   ()

         Riascoltarlo in un club prestigioso come il Cotton in compagnia di musicisti coetanei altrettanto scelti è conferma di una raggiunta e consolidata maestria. La sua musica è cresciuta con ancor più carattere: è precisa, fantasiosa, limpida, matematica. Improvvisazioni libere e virtuosistiche mai invadenti o arrembanti, direi con buoni freni. Più evocative che imprevedibili. La melodia, sempre presente, pare de-strutturata da un architetto. Lo stile, ben riconoscibile, si nutre di forme semplici, senza manierismi, senza asprezze. 

E musica da camera contemporanea, bellezza! (copyright Emiliano DAuria). Suonano concentrati, tutto un ingranaggio. Sembrano colloquiare solo tromba e chitarra, continue occhiate e cenni dintesa, ma Diodati lo dice: io non scrivo per una tromba, io scrivo per Francesco Lento.

       Si era subito distinto (almeno per lenergica presenza scenica), ma è In Cities che si svela meglio la tuba di Glauco Benedetti, che nel quintetto ha soppiantato il contrabbasso: solo due note vicine ascendenti, ossessive e potenti ma calde e rassicuranti - quando lui la sua tuba la accarezza sulla piccola curva in alto - sulle quali poi si incardina la tromba e tesse armonie, un po alla volta, come fanno sempre. E dietro, Enrico Morello alla batteria che lega con rigore di clessidra, facendo di tutto per non emergere, ma non ci riesce

        Tutto il concerto rispecchia lultimo disco NEVER THE SAME:tutte composizioni originali italiane. Ma ecco a chiudere Thelonious Monk, e qui anche Enrico Zanisi può spiccare in tecnica e personalità, tra le terre incognite del jazz”…

        Artisticamente vicino al grande Enrico Rava, che frequenta anche informalmente oltre a farci concerti, Diodati (di)mostra che il talento può essere ereditato. Perché se è vero che di rado la virtù dei padri si trasmette ai figli (per lAlighieri, rade volte risurge per li rami), ecco qui una felice eccezione: la magistrale linfa di Rava fluisce limpida in questo suo discepolo, ramo verde e già robustissimo di quel grande albero (quasi) secolare.


PGC -  8 maggio 2019 


martedì 7 maggio 2019

Stiamo freschi!

Gli affreschi della Petrella dureranno sempre. [forse]

La tesi di Tania Bonanno

Ripatransone Sala Consiliare del Comune    4 maggio 2019  ore 17



        Santa Maria della Petrella, unantica chiesetta di campagna del genere povero, come tante. Tuttavia lavrebbe, una propria dignità architettonica, se qualcuno un po se ne curasse. Invece, nonostante vecchi e inadeguati restauri-ormai-bisognosi-di-restauri, è praticamente abbandonata. Finto-terremotata. Chiusa. Quando ci passi manco la guardi più. E solo un facile punto di riferimento: passata la Petrella, pe Ripa so 3 chilometri

        Se la chiesetta se la passa male, i suoi preziosi affreschi non stanno meglio. Hanno anche loro gli acciacchi delletà, ma non hanno mai visto medico. Tania, che li ha amorevolmente studiati tanto da farci la tesi di laurea, nel partecipato incontro di sabato ce li ha mostrati uno per uno: quelli in basso sono quasi scomparsi per colpevole consunzione fisica o per i violenti graffitaggi ignoranti; quelli in alto resistono, ma appaiono stanchi, mutilati, quasi morenti. Li stiamo perdendo. Eppure, per la particolare tecnica con cui furono dipinti, loro durerebbero sempre. E questi della Petrella hanno appena 500 anni, dei giovinetti! 

        Per ridargli fiato, forse si potrebbe cominciare così:

-      Via quegli orribili banchi attaccati alle pareti (ormai poco) affrescate. A protezione, si costruisca una semplice ma solida balaustra di ferro.

-      Eliminare la spaventosa nicchia posticcia che contiene la statua di una madonna abusiva. Lei cosa centra? Mica era unappestata che cercava ricovero. Perbacco, lì cera un affresco, perduto per sempre.

-      Spiccare loffensivo lampadario centrale, portarlo a LAntico e le Palme, o a casa di qualcuno, o in ricicleria, sempre 3 km da qua. Per lilluminazione, 6 invisibili led di Brico.

-      Via quegli ingressi posticci con serrande-Novelli da garage. Chiuderli con dei vecchi mattoni.

-      Imperativamente rimettere al suo posto il magnifico affresco furbescamente sottratto (e ben restaurato) che ora sta al Museo. Fare piano che si rompe.   

Fin qui basterebbero un 5 mila euro. Il Comune dirà che non ce lha, non credetegli. Ma comunque, visto che a messa si usa dar qualcosa, perché il prete non fa circolare un piattino raffigurante un affresco della Petrella e raccoglie soldi per quello? A ogni chiesa di Ripa un piattino con un affresco diverso. Con tutte ste messe 

Poi certo bisognerà continuare, fare tante altre cose per rivitalizzare come si deve la chiesetta e gli affreschi, forse Tania ci guiderebbe”… Ma diamoci noi una mossa subito, sennò stiamo freschi!


PGC - 6 maggio 2019


lunedì 6 maggio 2019

Nureyev al clarinetto

MUSICAUNA Tributo a JOBIM

Gabriele Mirabassi [clarinetto] e FORM [Orchestra Filarmonica Marchigiana]

Trombone, Arr. e Dir. Orch. Massimo Morganti
Chitarra G. Bianchini
Contrabbasso G. Pesaresi
Batteria B. Marcozzi

MACERATA - Teatro Lauro Rossi     2 maggio 2019  ore 21


        Saranno state allinizio le astratte atmosfere impressionistiche alla Debussy di Saudade do Brasil (solo orchestrale), poi leleganza dei ritmi morbidi di Tempo do mar con la chitarra acustica, a far sì che, arrivati a Desafinado, io abbia associato Mirabassi allimmenso Nureyev. Senza offesa per entrambi. 

        Perché lui è cobra-Mirabassi: così lo apostrofò icasticamente Valerio Colzani 5 anni fa, al Teatro del Pavone di Perugia, per quel suo contorcersi e avvilupparsi su se stesso nel suonare; e perché anche stasera danza intorno al clarinetto mentre ne tira fuori quei suoni solo suoi, magici e impossibili quanto unelevazione verticale di Nureyev. Poi, Nureyev e Jobim erano contemporanei e si conoscevano. E quante volte il russo che era la danza stessa, deve aver danzato Laprés-midi dun faune che Debussy compose proprio per i Ballets russes. Daccordo: forse Nureyev non sapeva suonare il clarinetto

        Con quel Desafinado il concerto poteva anche finire: limprevedibile inizio pensante di tromba con i minimalisti chitarra-contrabbasso-batteria dellensemble-Mirabassi al ritmo scarno di bossanova lenta (alla Arbore); quindi il clarinetto-Mirabassi che esitante savvia sulle tracce della tromba (ma sotto di unottava - mi pare - e parecchio più calmo rispetto alle Desafinado che conosciamo); a seguire, lo scoppiettante trombone-jazz quasi solista del direttore Morganti. 

La FORM dietro, a tessere atmosfere calde e distese di un Brasile amico ma impenetrabile, come una foresta in ebollizione. Ma quando poi lorchestra vira impercettibile su un simil 3/4, Mirabassi tinventa tuttun altro Desafinado, il suo: fresca cascata di note trasparenti e velocissime, edanzante: lui che suona su un piede come una gru, o surfando come su una tavola sul Rio Negro, o simulando arrampicate, salti, sospensioni sempre battendo precipitosamente il tempo sul palco a sottolineare atavici legami dAfrica. 

       Acrobazie al ralenti, senza angoli. Ad ogni guizzo, ad ogni sbang di scarpa-che-atterra, timmagini uccelli del paradiso volare spaventati, animali esotici inseguirsi chiamandosi sopra e sotto gli alberi, impressionanti scrosci dacqua, carnevali infiniti che sfilano al ritmo di samba Ma senza confusione. Desafinado movimentato e leggero, impressionistico, dai colori apparenti ma vibranti. La scelta orchestra pare quella di Paolo Conte, creativa e sicura, senza ansia. Anche lei ammirata e divertita da Mirabassi, magari anche a qualche musicista sarà venuto in mente Nureyev

        Beh, il nostro Mirabassi da Perugia, né agile né asciutto né volante né russo, che veste sempre superclassico anni 70 ampio e scuro (altro che bianco), che neanche el purta i scarp de tennis, mi evoca il grande Nureyev proprio perchè nellaspetto è soavemente il suo contrario, ma la sua musica movimentata scorre inarrestabile unica miracolosa e sublime come la danza di Nureyev.

        Tutto così il concerto. Quale miglior tributo ad Antônio Carlos Jobim inventore della bossanova sinonimo di Brasile. Non come il samba, che sembra la cosa più tropicale che cè ma è nato a Casarsa, nel nostro Polesine, ci svela sottovoce Mirabassi in una breve divertente ma colta e profondissima conferenza sulla musica di stasera, tra A felicidade, Chovendo na roseira, Correnteza Eu sei que vou te amar, Você vai ver  Sempre Nureyev al clarinetto, anche al bis.


PGC - 6 maggio 2019


giovedì 2 maggio 2019

Il Dottor Hinkfuss

OFFICINA TEATRALE AIKOT27                   Gruppo teatrale AOIDOS

"NON SI SA COME" (ATTO I)
ovvero
Le inevitabili conseguenze di pensieri bastardi

da
LUIGI PIRANDELLO

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo di Bonaventura e il Gruppo teatrale AOIDOS

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  28 Aprile 2019  h17


”…che le cose più impossibili accadono, 
e non se ne sa nulla, i veri delitti chiusi, sepolti dentro…”
(Non si sa come, Atto II)


Il Dottor Hinkfuss

        Un omarino alto poco più di un braccio, in frak, con un rotoletto di carta sotto il braccio: è il dottor Hinkfuss, il dispotico regista che, in Questa sera si recita a soggetto dirigerà gli attori nella messa in scena di una novelletta di quel Pirandello,con il concorso del pubblico che gentilmente si presterà.

         Siamo in pieno metateatro - e qui Pirandello è di casa - ma Di Bonaventura è perfino oltre, se fa sì che - in questa sua riscrittura scenica di "Non si sa come" - il dottor Hinkfuss (lui stesso, stasera) trasmigri addirittura da quel dramma precedente (1930) a questo del 1934, opera della piena maturità, ultimo degli scritti teatrali (nelle lettere a Marta Abba confidava la certezza diaver raggiunto lapice) e summa di tutto il problematicismo pirandelliano.

         È dunque Di Bonaventura, lHinkfuss che dirige questoggi i valenti cinque attori nellindagine tormentata, nellincalzante processo verbale di questo Non si sa come che pare vivisezioni corpi e anime: nel quale la vita irrompe, scardina la scena tradizionale creando il dramma impossibile, realizzando quello che per Artaud è il fine stesso del teatro, offrire uno sbocco ai nostri sentimenti repressi

Teatro esegetico, quello di Pirandello, che si fa prodigio, seconda realtà poetica (N.Borsellino) e disvela messaggi di portata irrevocabile.

         Lapertura colloca lazione in medias res: la presunta follia del protagonista Romeo Daddi deflagra nella conversazione concitata degli amici più cari, accolta con incredulo stupore, filtrata dal relativismo delle diverse interpretazioni. Lapparire di Romeo, poco dopo, è linizio di unautoanalisi spietata, di un affacciarsi sullabisso che è dentro di lui e in ognuno di noi: è tuttaltro che pazzo, Romeo, al contrario è un fiume in piena e  arzigogola come un professore di Oxford (dirà Di Bonaventura). 

Come in una partitura musicale, a lui è affidata lesposizione, e i temi saranno da qui in poi sviluppati, ripresi, variati in una vera geometria concertistica, fino al tragico epilogo.

         Solo in apparenza il tema è quello, banale, della gelosia e del tradimento: Romeo ha semplicemente iniziato a vedere e - come il Belluca de Il treno ha fischiato - il suo sguardo ha colto labisso (Vorrei sapere chi ha detto che sono pazzo. Io no di certo. Io penso ora così, perché vedo: vedo). 

         E labisso è la consapevolezza che la volontà nulla può di fronte a quegli stordimenti della coscienza che rendono - non soltanto lui ma chiunque - potenzialmente capace di qualsiasi colpa. È folgorazione che cala con forza sul protagonista, lo convince che nessuno possa sottrarsi al proprio inconsapevole delitto, compiuto al di là della volontà, non si sa come, in un momento di debolezza della carne, di oblio della coscienza. O perfino in sogno, non cè differenza e non conta. 

         Conta che questi delitti innocenti - è lossimoro con cui li definisce - nel loro compiersi e persino nella loro banalità (come può esserlo un fugace adulterio, quasi non realmente voluto) svelino lincolmabile scissione tra corpo e pensiero, istinto e volontà, tra la razionalità e le pulsioni che vivono in noi nel profondo allinsaputa di noi stessi (Ecco, ecco, caro Giorgio, i delitti veri, caro, i delitti veri, per cui non c'è tribunali, si commettono così. Chi li vuole? Si commettono; non si sa come)

Delitti innocenti - dice Romeo - ma veri delitti.

         La scoperta del vuoto di volontà - Io non ero più nel mio corpo - nel quale ha trovato spazio il tradimento (ladulterio con la moglie dellamico, Ginevra) è il detonatore che innesca in Romeo quel trapanamento della coscienza dal quale riemerge infine un antico delitto. 

Il coetaneo da lui ucciso trentanni prima, nella lontana adolescenza - richiamato appunto dal secondo delitto, ladulterio - riaffiora prepotente alla coscienza: cancellato, fino a quel momento, dal non sentirsene responsabile perché a quellatto non ha concorso la volontà (Non era stato nulla. Io non l'avevo voluto).

         Se questa scissione dellIo è possibile (Due volte, due volte io non ho voluto le mie colpe e le ho commesse…”) se in tale condizione tutto può avvenire non si sa come e la volontà non ci può nulla, se la vita istintiva e animale sfugge alle convenzioni e alle regole senza che la volontà vi abbia parte alcuna, allora tutti sono colpevoli, poiché non può esservi chi non abbia compiuto un seppur inconsapevole delitto, un delitto innocente. Potrà essere un momentaneo deragliamento della coscienza, o il frutto di pensieri bastardi, un improvviso agguato dei sensi, il corpo che sè svegliato: come un albero!, o perfino un sogno. Ed è un gorgo che si apre, per subito richiudersi (Dopo, richiuso il gorgo, sepolto il segreto, nessun rimorso, nessun turbamento).

         Ma per Romeo aver guardato nellabisso esige espiazione: se il delitto appartiene alla natura, il riemergere alla coscienza, allirresistibile richiamo della coscienza giudice severissimo e intransigente porta con sé lineludibile assunzione di responsabilità, dunque la condanna. Penetrare nel proprio io profondo, dunque conoscersi, è morire. O è, peggio, la condanna della libertà, fuori fuori, dove non cè più niente di stabilito, di solido leggi, convenzioni, abitudini più nulla…”. Egli dunque ha già scelto la sua pena: negare la vita, in un modo o nellaltro.

         Il buio in sala ci restituisce al reale, ma un po dello sguardo allucinato di Romeo ci resta addosso: qualcuno forse ne raccoglierà la sfida e cercherà in sé lacerti rimossi di chissà quale delitto innocente, altri torneranno senza scalfitture alle proprie rassicuranti certezze. Ma questo Pirandello che ne siamo o no consapevoli ha lasciato su di noi la sua impronta.

         Con il ritorno alla realtà, Di Bonaventura/Hinkfuss è di nuovo sulla scena: figura carismatica come Hinkfuss ma a differenza di quello non in conflitto coi suoi attori, che dal canto loro non si sono ammutinati. Non ne avrebbero motivo. Perché, come Pirandello insegna, lopera dello scrittore è finita con lo scrivere lultima parola e in teatro lopera dello scrittore non cè più e cè invece è Hinkfuss a parlare  la creazione che ne avrò fatta io, e che è soltanto mia (Questa sera si recita a soggetto). 

         E, come sempre nel teatro di Di Bonaventura, gli attori hanno portato alla luce la nudità delle cose, dis-appreso il testo dopo averlo appreso, navigato a proprio rischio, trasmesso vibrazioni e ricreato sulla scena il gioco proteiforme della vita.

         E se la vita bisogna che consista e si muova per dirla ancora con Hinkfuss/Pirandello allopera darte la vita gliela diamo noi; di tempo in tempo, diversa, e varia dalluno allaltro di noi; tante vite, e non una.*


* [L.Pirandello, Questa sera si recita a soggetto, 1930]


Sara Di Giuseppe - 1 Maggio 2019


mercoledì 1 maggio 2019

La Palazzina spenta

Per chi ci abita a Sben, sa che esiste e che in qualche caso, sempre tra i sambesi, ci si fanno degli eventi. Di che tipo lo immaginano, lo presumono o forse ne hanno presenziato uno o due. 
Per i turisti estivi lo dobbiamo solo alla loro curiosità se si avventurano nello spazio, magari attratti dalla lodoliana coppia rossoblù, o di sera, come moscerini, dalle luci che si accendono per obbligo e qualcuna in più per necessità dei tavoli all'aperto. 
"Ah, c'è una presentazione", "Senti? c'è della musica stasera", "Guarda, offrono da bere". Entrarci? "C'è scritto 'tirare', si vedono dei quadri appesi. Che facciamo, entriamo?"

Gli artisti hanno bisogno di visibilità e forse per il prestigio o per il meritevole luogo pensano che esporre in Palazzina serva al curriculum. Uno spazio ben custodito, pareti sufficienti per una personale o anche collettiva, spazio pubblico gratuito e una riga in più da aggiungere sulla propria biografia è sempre utile per il prossimo depliant. Temo, ahimè, che per il ritorno dell'operazione lo sapranno solo dopo averla frequentata. Se l'artista coltivava delle aspettative di qualsiasi tipo, la spunta è certamente negativa. Spero di sbagliarmi, ma questa è la mia impressione. 

La Palazzina Azzurra si è spenta, quasi nascosta tra i ferri, la vegetazione e le tende bianche che perennemente tese danno una costante impressione di lavori o allestimento in corso; di restauro o preparazione delle urne per la prossima 'tornata elettorale'. Eppure una custode, accompagnata da un simpatico eterno fanciullo, c'è ed è lì che aspetta pazientemente il prossimo avventore per porgergli educatamente il benvenuto.

Mi dicono che una bacheca esterna c'è: un fuori-formato 110x80, appena sufficiente per una locandina e avvisi d'obbligo; che il sito comunale ha una pagina dedicata: aggiornata a giugno 2017 https://www.comunesbt.it/Le-Strutture/Palazzina-Azzurra ... e spoglio di qualsiasi 'dignitosa' informazione.
Ah, che 'i soldi non ci sono'! Un'inutile, forse pretestuosa, precisazione.

Non avanzo suggerimenti o idee. Se le vogliono, se le cerchino… i nostri cari amministratori, dirigenti e impiegati. Sono pagati per questo, anche se non le trovano. Questa città meriterebbe un brainstorming di cervelli attivi.


PS: Fino al 7 maggio c'è la mostra personale di Alessandro Casetti: diverse cose si fanno apprezzare per tema e forma.
http://www.picenotime.it/articoli/38944.html



Francesco Del Zompo - 1° maggio 2019


venerdì 26 aprile 2019

MI DEVO INFORMARE

ovvero
San Benedetto del Tronto e Bella ciao negata

San Benedetto del Tronto. Cronaca di un 25 Aprile annunciato.

        Di annunciato c’è che per il terzo anno consecutivo dell’era Piunti, per espresso diktat del sindaco la banda cittadina non ha suonato, nel celebrare la Liberazione dal nazifascismo, quello che ne è l’Inno intramontabile, ufficiale, universalmente conosciuto e riconosciuto.
        Così stamattina, durante la cerimonia presso il monumento in centro città, Bella ciao ce la siamo suonata e cantata solo noi: gruppetti auto-convocati separatamente e ritrovatisi insieme senza saperlo… Una clavietta e parecchie voci libere. Il corpo bandistico ha atteso che finissimo, poi via doverosamente con l’Inno Nazionale. Ma prima, sfilando per la città, aveva suonato di tutto (tranne Bella ciao): perfino La Canzone del Piave che come ognun sa con la Resistenza partigiana e con la Liberazione dal nazifascismo c’entra un sacco...
        Sfruculiando nel backstage della manifestazione, troviamo:
-         che Sindacopiunti (in armonia con le sue personali convinzioni) s’è volentieri adeguato alla “contrarietà” ufficialmente espressa dall’Associazione Bersaglieri, per bocca del suo presidente, “all’esecuzione di Bella ciao all’interno della Manifestazione del 25 Aprile” (cfr. stampa locale del 24/4); ma non è un segreto che anche altre Armi ed ex di qualcosa erano contrarie.
-         che membri e Presidente della locale ANPI - coloro che più di altri dovrebbero sentirsene offesi - hanno fatto buon viso al diktat [ma nel pomeriggio, con altra manifestazione, “istruiranno” la città sul significato della Resistenza (sic)];
-         che la banda cittadina, come negli anni scorsi, non s’è opposta alla cancellazione di Bella ciao confermando – ebbi a scriverlo due anni fa – che è un triste paese quello in cui uno storico corpo bandistico permette che sindaco di turno e gerarchie militari impongano cosa suonare e cosa no: viene in mente un certo SudAmerica…

        “Verrà suonata nel pomeriggio alle 18” risponde Sindacopiunti da sotto la fascia tricolore, attento a non respirare per non guastare la piega dell’abito blu, quando gli chiedo “Perché ha voluto che non si suonasse Bella ciao?”; e aggiunge sprezzante - com’è giusto si faccia coi sudditi - un lapidario Si informi”.

         Ecco, ora lo so. Mi devo informare. L’ha detto il sindaco.

      Lo farò, Sindacopiunti, accoglierò il perentorio invito e mi informerò sull’esecuzione di Bella ciao nella sua città: dalle ore alle ore, le location, le eventuali repliche su richiesta; cronometrerò la durata degli applausi, conterò il numero delle uscite…. non trascurerò alcunchè.
        Facciamo però che l’impegno sia reciproco: mentre io mi informo su orari e palcoscenici di Bella ciao, lei si informerà sulla storia patria, con particolare riguardo ai fondamentali capitoli: Significato della Resistenza, Significato della Liberazione, Significato del 25 Aprile. Le consiglierò qualche buon libro. Di facile comprensione, non s’allarmi.

          Vi è più d’una chiave di lettura in tutto questo, e nessuna confortante.

      Vi è un sindaco di destra a cui le celebrazioni del 25 Aprile vanno strette e prova a mescolarle, tipo brodetto sambenedettese, in una celebrazione ad ampio spettro di tutti “gli italiani caduti per la patria in epoche e circostanze diverse” (come da indimenticato suo comunicato ufficiale di tempo fa); che in questo trova alleate e sodali le locali gerarchie militari e diverse associazioni di ex-qualcosa: l’uno (il sindaco) e le altre fiutano il vento di reazione e di revisionismo storico di un’Italia in metastasi, e più disinvoltamente fanno la voce grossa…
(Ah Sudamerica, Sudamerica canta Paolo Conte, con altri intenti…)

         E vi è un territorio, quello sambenedettese, in cui queste metastasi non trovano anticorpi.
Perfino l’ANPI si piega: il sindaco è bravo, concede perfino spazi in città, e stasera alla celebrazione di serie B (o Z) - dove graziosamente concederà forse che si canti Bella ciao! - invierà addirittura qualche Consigliere di discendenza partigiana o con genitori antifascisti; e poi il rapporto è cordiale, il sindaco li ha anche pubblicamente ringraziati… “guardiamo ai fatti”, no? (e il valore immateriale di un simbolo diviene barattabile...)

         Dunque, signori, tutte ‘ste storie per una canzonetta?..


 Sara Di Giuseppe - 25 aprile 2019



mercoledì 24 aprile 2019

1ª MOSTRA FOTOGRAFICA SPONTANEA DI PRIMAVERA

San Benedetto del Tronto - via X, numeroY
da ieri visitabile dalle ore X alle ore Y


       La prima mostra spontanea semi-permanente che cè, ma valla a cercare.

       20 fotografie amatoriali in bianco e nero esposte in una tromba delle scale, su 3 piani.

        Lindirizzo è segreto. Posso solo dire che sta in centro, in una tradizionale casa unifamiliare a mattoni restaurata con garbo senza effetti speciali. Sul solido ma ben disegnato portone di larice costruito da un vero falegname dantan, due eleganti geometriche maniglie-a-battente in ferro di gusto futurista. Questo dovrebbe essere lunico indizio. Vedi foto.

        La mostra non è stata inaugurata né lo sarà. Niente manifesti, pubblicità, catalogo, fèsbuc Non verranno assessori e giornalisti, quelli si fanno vedere in Palazzina Azzurra, distante circa 1 km (a Nord o a Sud). Questo secondo indizio non dovevo darlo, ma ormai lho detto.

        20 belle foto documentarie (da pellicola, mica digitali, tutte circa dello stesso formato) quasi scattate per caso. Dico quasi. Quattro i temi trattati: paesaggio, turismo, società, costume. Situazioni di normale quotidianità davanti alle quali passiamo con disattenzione e noia, e dunque facilmente dimentichiamo. Non però il nostro fotografo-per-caso, che mi pare attento e bravo. 

         Originale lambiente espositivo: lampia e luminosa tromba della scala interna; la ringhiera depoca col suo corrimano in legno dallaspetto vissuto; le porte vetrate non di design a doppio battente; un affettuoso appendiabiti con specchiera a parete, di quelli che avevamo tutti in casa ma ce ne siamo colpevolmente liberati; ah, mi pare che il pavimento sia in vera graniglia nostrana, non avanzi di sassi veneti o resina sassuolese. 

        Merita una visita, questa 1ª mostra fotografica spontanea di primavera spuntata come un fiore. Una volta indovinato dovè, basta suonare lunico campanello (terzo indizio): se è in casa e non a correre sul lungomare (quarto e ultimo indizio), il fotografo-padrone di casa aprirà un po stupito, poi vi accompagnerà su per le scale (46 gradini) e vi racconterà la sua mostra in amicizia.

        Non è come andare in Palazzina


PGC - 23 aprile 2019