lunedì 20 settembre 2021

TELEFONO AZZURRO

“E pensare che una volta c’era il pensiero”
(Giorgio Gaber, Il signor G)

 
 
Se fossi fanciulla/fanciullo in età scolare - "essere fluido" quanto al genere, nel lessico salviniano - mi attaccherei al Telefono Azzurro.

Chiederei aiuto e protezione contro i messaggi augurali che si riversano a lenzuolate sugli studenti "di ogni ordine e grado" alla ripresa dell'anno scolastico
Messaggi di sindaci e sindache, assessori e assessore comunali e regionali, vescovi e sacerdoti, Presidente della Repubblica e ministro-ectoplasma dell'Istruzione. E certo di altri autorevoli esponenti che dimentico: presidenti di bocciofile, di assemblee condominiali e di circoli degli scacchi, di club cacciaepesca e di enti per la  protezione delle vongole veraci ecc.
 
È stalking, praticamente. 
 
[A Grottammare il sindaco ne invia perfino due - audio messaggio con cornice musicale, e video messaggio fessbuc - che la libera stampa locale tambureggia a servilismo unificato].
 
Superchiacchiere in fotocopia, identiche spesso nelle parole, sempre nella struttura argomentativa, senza lampi di originalità e senza, soprattutto, sincerità.
 
Apertura quasi sempre con quello stucchevole "Carissimi…” (che passi se rivolto a giovani virgulti suscitatori di materne/paterne tenerezze, ma suona ridicolo se rivolto a "tutti i lavoratori della scuola, personale ATA ecc.") cui seguono: la pandemia, i sacrifici, l’auspicato ritorno “sui banchi”, il “notevole sforzo” e le “rilevanti risorse messe in campo”, la "bellezza e poesia del tornare insieme… ma molto c’è ancora da fare”; e infine gli auguri, che per il versante ecclesiastico includono la celeste benedizione.
 
Supercazzole uniformi come tristi divise da caserma, retoriche all’ingrosso che avrebbero del comico se non fossero indici di un drammatico scollamento dal reale.

- Perchè il secondo anno scolastico pandemico inizia con ben poche delle criticità del sistema scolastico - trasporti, edilizia, spazi, classi, docenti, strategie di contenimento e controllo - affrontate seriamente e ancor meno risolte, checché ne farnetichino i proclami istituzionali ad ogni livello.

- Perché le immagini della realtà intorno e quelle che informazione e media ci ammanniscono quotidianamente come normali, accettabili o perfino motivo di vanto, sono quelle di un pianeta scolastico fatto innanzi tutto di schifezze edilizie e orrori cementizi - realtà cittadine, non (solo) periferie o remoti paeselli - di raro squallore all’esterno inospitali all’interno; “contenitori” che sono insulti al senso estetico, alla cultura ambientale, alla funzionalità, alla razionalità, alla creatività, al decoro. 
In questo habitat le nuove generazioni dovrebbero, e chissà come, educarsi alla bellezza e alla civiltà.
Gli edifici scolastici dignitosi e quelli di pregio storico sono fortunate eccezioni spesso condannate da incapacità, mala amministrazione e malaffare, a fallimentari lavori in corso e ad inagibilità che durano infiniti.

- Perché la nostra scuola è costantemente agli ultimi gradini delle graduatorie mondiali. E lo è per la fondamentale ragione che
nel nostro paese essa è sempre stata ultima nell'interesse del ceto politico e di quello dirigente, dell’economia, della cultura, della stampa, dell'informazione tutta: di quelli - tutti costoro - che se ne servono per pura propaganda e ne sfruttano mediaticamente e politicamente i momenti “topici”; che ad ogni inizio d’anno scolastico tolgono dai bauli, senza neanche la decenza di spolverarla, la tarlata retorica di cui siamo maestri da millenni;  che strumentalizzano - oggi - il rientro in classe come segno di una ritrovata normalità ancora lontana e della quale si attribuiscono l’inesistente merito.
 
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“Sulla base dei risultati dell’indagine PISA ci collochiamo in fondo alla graduatoria OCSE in tutte e tre le materie oggetto di quell’indagine (comprensione di ciò che si legge, matematica e scienze). Per quanto riguarda l’università le cose vanno, se possibile, ancora peggio”. [Fonte PISA 2018]
(Prof. Giancarlo Lizzeri, economista, in: Lo status sociale degli insegnanti, 2021)
 

Sara Di Giuseppe - 18 settembre 2021 







 

sabato 18 settembre 2021

Tonino

Tonino era un po’ jazz 

Nel lavoro, nella politica, nella vita 

Respirava libri e poesia 

Lottava per i bambini, per la loro infanzia, per la loro crescita sana 

Tonino era piccolo ma grande 

Certi non lo capivano 

Tonino era un po’ jazz   

 

PGC - 17 settembre 2021


 

mercoledì 15 settembre 2021

DISCORSO ALLA NAZIONE (SPEECH TO THE NATION)

Ovvero
Matteo Salvini e la misura del merluzzetto


San Benedetto del Tronto 


Riposi tranquillo Sir Winston Churchill, ovunque egli sia, perché "i tempi nuovi" han prodotto in terra italica uno statista di pari livello.

Ne abbiamo avuto solare evidenza il 12 settembre, nell'intervento con cui Matteo Salvini, a San Benedetto, ha consacrato la ri-candidatura del sindaco uscente, Pasqualino Settebellezze, il quale pare non voglia saperne di uscire dalla comune - anzi dal Comune - a vantaggio di tutti e, ahinoi, si ricandida.

Non che a guardare i candidati di altro (si fa per dire) colore politico ci sia da stare allegri.
Ma intanto, Salvini: il suo Speech to the Nation sul palco di San Benedetto non ha niente da invidiare a quello dello statista britannico nella "Darkest hour" dopo il disastro di Dunkerque.
Basterà, per rendersene conto, seguirne le tappe salienti, ardue tuttavia per la  profondità delle tesi sostenute.

Dopo aver inneggiato allo "straordinario" mare sambenedettese tanto che "non capisco chi va all'estero" (magari per vedere un po' di mondo? No, eh?) se la prende con la direttiva Bolkestein [e il giornalista, che scrive come pronuncia, scrive Bolkestain. Con la "a"].

La Lega si batterà fino all'ultimo soldato affinché i concessionari di spiaggia detengano a vita i loro paccuti privilegi demaniali, e vaffa Frederik Bolkestein.

Sì è già eroicamente battuta, la Lega, per l'importante porto peschereccio della città, e per i pescatori che "devono pensare a fare i pescatori" (ma va?) e non a "misurare i centimetri del merluzzetto": come dire che direttive e regolamenti comunitari sulla pesca ci sono ma conviene fregarsene.

Poi punta dritto sulla rumorosa contestazione degli ultras della Samb, radunatisi in piazza arrabbiati come tori contro il sindaco quasi ex: lo accusano della pessima gestione della squadra di calcio cittadina, che perde più di Fantozzi contro Resto del mondo ed è in caduta libera da un pezzo. 
Su di loro posa lo sguardo in modalità San Francesco e il lupo e: "Spero che la Sambenedettese torni dove merita": e giù tutti a fare gli scongiuri e quant'altro occorra alla bisogna. 
E comunque - continua lo statista - un sindaco non si giudica dalla squadra di calcio. 
Infatti, osserva dottamente, per fare il sindaco occorre "onestà, sì" (che detto in codesto modo pare un filino marginale, come qualità: tipo sì ma senza esagerare, eh!) ma occorrono anche "capacità, competenza e squadra". 
E qui non si accorge, tapino, di aver appena escluso Pasqualino dalla competizione..

Perché, continua più imbizzarrito di Cavallo Pazzo, "altrimenti ti ritrovi come a Roma, con un cinghiale sul tinello".
"Sul"? Sarà una svista del dotto Salvini, o del dotto giornalista, o di entrambi? Magari è solo influenza dello spot pubblicitario col tizio che al risveglio si ritrova un cinghiale sulla pancia nella posa a caffettiera e contestualmente realizza che ha "mangiato pesante".

Sia come sia, questo Discorso alla Nazione dovrebbe circolare nelle scuole come esempio d'italiano modernizzato che di certo verrà benedetto dalla Crusca.

Disquisisce poi filosoficamente, il Nostro, di libertà vaccinale, di dittature sanitarie (entusiasmo  e applausi); poi s'infiamma e decolla come una mongolfiera menzionando le proprie "battaglie di civiltà".
L'opposizione leghista al DdL Zan, per esempio: il problema è soprattutto - dice - che questa legge va a colpire i bambini delle elementari (!) facendo creder loro che non ci sono "maschietti e femminucce" [termini che usava la mia trisavola due ere geologiche fa, n.d.a.] ma "esseri fluidi" - qualunque cosa voglia dire - che "solo a 18 anni decidono quale genere essere".
Apperò.
Meditate, bambini-delle-elementari o "esseri fluidi" che siate, meditate.

Infine, acme argomentativo ed emotivo, cui manca solo il prodigio della lievitazione: Vade retro, Reddito di Cittadinanza, satana in veste di welfare!

Mai la Lega voterà siffatto abominio!
Non un euro a chi non ha voglia di lavorare e progetta di campare a spese dello Stato!
"CHI non ce la fa a lavorare è giusto che VENGANO AIUTATI" : grammatica creativa, chissà se del dotto Matteo o del dotto giornalista.

Invece "i soldi vanno dati a chi li merita davvero", tuona ancora dal palco il Matteo furens.
Per esempio alla Lega? Una cifra a caso, chessò, 49 milioni di euro? 

Altre amenità potranno poi leggersi  intorno al palco, come sui manifesti lo slogan leghista-referendario "Chi sbaglia paga": che è come spararsi sui piedi. A guardare solo gli errori d'italiano, altro che 49 milioni! 

Sara Di Giuseppe - 19 settembre 2021 


 


 

giovedì 9 settembre 2021

Candidatelo!

       Sono giorni che tigì, quotidiani e social ci ammorbano a reti unificate con la vicenducola del tabaccaio manolesta Gaetano Scutellaro che ruba al volo il Gratta e Vinci da 500.000 euro alla “anziana” (sessantanovenne…) che l’aveva vinto, ma gli va male.
Si sa che ormai i giornalisti, morbosamente attaccati al computer come alla cocaina, copiano quello che guardano e stop, ma adesso compaiono in diretta gli inviati speciali fatti precipitosamente rientrare dall’Afganistan, da Cernobbio, dagli stadi… che, dopo essersi accasati in Via Materdei (sì, tutt’attaccato) davanti all’elegante tabaccheria scena del crimine, intercettano l’avvocato di strada del “presunto” qualcosa che da sotto la mascherina lamenta: “Il mio assistito credo abbia una malattia psichiatrica”“ma è pentito e chiede scusa”… e comunque “non ricorda quel che ha fatto”.

Così depresso, il brav’uomo, che se ne stava partendo per le Canarie “perché gli piace la bella vita” e “io a Napoli non mi sento sicuro”. Non prima, of course, d’aver chiesto all’anziana “il 50% di tangente”: 250.000 euro e amici come prima. Naturalmente era anche andato in banca, e poi in chiesa a chiedere perdono.
In attesa di nuotare al caldo, è momentaneamente ospite del carcere di Santa Maria Capua Vetere: “furto pluriaggravato e tentata estorsione”. Mica ha ammazzato nessuno.
       Di Gaetano Scutellaro, diventato di colpo - grazie all’imbecillità del sistema mediatico e della informazione (si fa per dire) italiota - più famoso del Papa e del Re e anche del papa-re, non si sono accorti ancora (ma ci arriveranno) che ha tutti i requisiti giusti per entrare in politica: è un pregiudicato, e già basta e avanza per garantirgli un ricco futuro in questo o quel partito, nelle Istituzioni, negli Enti Pubblici. È un ladro sorpreso col sorcio in bocca (non me ne vogliano, i mei onestissimi gatti); è un estorsore; non conosce vergogna e ha una utilissima faccia di bronzo: con un curriculum così, chi non gli offre un posto in lista - minimo come capolista - nelle elezioni amministrative di ottobre?

Chi più di lui può attrarre i voti allo sbando e garantire una politica fedele alle promesse e alle aspettative? Ha ben dimostrato le capacità che servono - assenza di scrupoli, etica à la carte, tempismo, furbizia, calcolo, passeggero cattolico pentimento - per vincere qualsiasi battaglia per Consigliere, Assessore, Sindaco e oltre. Non solo a Napoli (con già 6.000 candidati) o a Roma (22 candidati sindaci, 39 liste e 7.000 candidati) ma anche qua a San Benedetto del Tronto.

Angelini, Bottiglieri, Canducci, Spazzafumo, daje, chiamatelo, candidatelo prima che ve lo freghino!     
 
PGC - 9 settembre 2021


 

venerdì 3 settembre 2021

PAOLO CONTE È UN DOGMA

 
 Paolo Conte
"50 anni di Azzurro"
Mantova
Esedra di Palazzo Te 
29 Agosto 2021 h 21.30 
 

Paolo Conte è un dogma, come l’Immacolata Concezione: è obbligatorio e non si tocca.

Tu lo sai e accetti tutto.

- Anche il viaggiare sugli Intercity di Trenitalia da quaggiù a Mantova, che se prendi la Transiberiana e passi per la Russia fai prima. 

- Anche la coda all’ingresso, un chilometro prima in due file ordinate come le anime penitenti nelle incisioni dantesche di Doré. 

- Anche il bracciale verde “green pass” che sarà repertato dagli archeologi di domani come lo sono oggi le armille dell’età del ferro.

- Anche il martirio, prima del concerto: Radio Bruno che imperversa dai due schermi laterali con pubblicità e musicaccia (che è come qui da noi Radio Azzurra al
  supermercato, per intenderci).

- Anche le sedie posizionate così che la testa lì davanti la ghigliottineresti all’istante: anche all’asilo capiscono che va usata la diagonale, o metterle proprio storte, le sedie,
  se ancora non si sa di geometria.
 
Paolo Conte è al di là della miseria irredimibile dei “tempi nuovi”, come lo è la magnifica Esedra di Palazzo Te che è grande come l’Alsazia-Lorena e dove un Gonzaga mai avrebbe immaginato di ospitare Radio Bruno.
 
Perciò metabolizziamo tutto, e durante e dopo il concerto ci sentiremo redenti: per aver creduto ancora una volta nell’impossibile, come nel dogma; e per aver dimenticato i tempi tristi, per aver ritrovato la Bellezza, quella che dalla vista e dall’udito passa al cuore e t’innamori come dicevano gli stilnovisti e pure Dante che era del ramo.
T’innamori di Paolo Conte a cui gli anni aggiungono magia, della sua band superlativa, di quell’elegante esedra alle loro spalle che passa dal rosso al violetto all’azzurro: che è il colore di quei suoi “50 anni di Azzurro” i cui brani ascolti stasera e da decenni e non sono mai uguali. 
Come uguale non è mai la sua voce, anche se qualcuno scrive che è la stessa: quando mai, è sempre diversa, è voce di orchestra che precipita, voce che ti strappa un sorriso di tregua ad ogni accordo
Così come mai uguali sono i contrappunti e diversa è ogni volta la sorpresa delle evoluzioni acrobatiche, quelle del violino e del sassofono soprattutto ma poi di tutta l’orchestra e sei in un vortice di suoni che ti porta lontano, nell’altrove misterioso eppure quotidiano delle milonghe dall’eleganza di zebra, dei Mocambo e dei tinelli marron, dentro fuggitivi valzer di vento e di paglia.
Squarci di poesia distesi dentro melodie di rigorosa struttura compositiva; parole e musica compenetrate in preciso equilibrio; “poesia sonora” dove la musica dice quasi più delle parole, e queste sono giochi di linguaggio; e quella sua voce sghemba, sempre disarmante, a tratti ruvida, che procede funambolica, ponte fra testo e melodia. 
E ci trascina, questo “novecentista errante”, a ritrovare nella sua musica il nostro reale e il nostro immaginario, il quotidiano e il sublime, l’allegria e la delusione, e il gioco d’azzardo che è l’amore.
Tutto il meglio è già qui: tutti li percorriamo, da Ratafià a Dancing, a Madeleine, a Max, a Via con me, giù fino al Diavolo rosso che ci guida al congedo, ed è delirio lunghissimo di suoni, frenesia di superbi virtuosismi: del piano, del sax, delle chitarre, del violinista imbizzarrito in variazioni balcaniche e ungheresi.
Per ultimo, il sofisticato francese di Le charme e le chic, poi la standing ovation e Messico e nuvole per il bis e ancora standing ovation, poi… il saluto caldo e amichevole dice al suo pubblico che basta così.
Defluiamo rincuorati, sotto questo blu profondo bardato di stelle: recuperiamo il cielo ad alta quota, sappiamo che il maestro è nell’anima e che il dogma è intatto, non scalfito dal chiasso effimero dei “Tempi nuovi”.
 
“… La musica di Conte non può non incontrarsi con le nostre toponomastiche private, coi depositi di languori che giacciono nella nostra ferma malinconia di uomini crepuscolari”
(Vito Riviello)

Sara Di Giuseppe - 2 Settembre 2021 
 


 

martedì 31 agosto 2021

VALE MENO DI DUE BAIOCCHI DI FOLIGNO

San Benedetto.

 
Ne ha combinata un'altra delle sue: nell’alto ruolo di assessora alle Pari Opportunità, alle Politiche dell'Integrazione e dell'Inclusione e alle Politiche della Pace, baiocchia nostra torna sul luogo del delitto e straccia i 41 nastri e i 41 manifesti di donne vittime quest'anno di femminicidio.      
["Femminicidi, Italia sotto la media europea", LIBERO, 29.8, ah beh, allora...] 
 
       Quanto può valere un’assessora così? È come se un assessore al Commercio facesse chiudere tutti i negozi, come se un assessore alla Sanità trasformasse gli ospedali in concessionarie d'auto, come se un assessore al Turismo cacciasse tutti i turisti…
 
       I baiocchi non valevano granchè neanche al tempo dei papi, ce ne volevano almeno 77 per 1 ducato papale. Pur di diversi conii - di Foligno, di Ancona, di Fermo, della Repubblica Romana - per lo scarso valore d'acquisto praticamente non li voleva nessuno. Quasi tutti avevano su una faccia il fascio littorio (appunto...).
 
Quindi non c'è da meravigliarsi se, dopo quest’ultima performance in tema di femminicidio, una baiocchia di San Benedetto vale davvero poco, addirittura meno di due baiocchi di Foligno
 
 
PGC - 31 agosto 2021



giovedì 26 agosto 2021

Non ci resta che la pasta all’amatriciana

        Amatrice. Col raduno di tutti i draghi del cucuzzaro, si è festeggiato in pompa magna anche il 5° compleanno del terremoto
Presidenti, governatori, parlamentari, consiglieri regionali e anche meno, sindaci, commissari, questori, prefetti, alte medie e basse cariche militari, capi di ogni risma, pompieri, vescovi, preti e cotillons. 
Cerimoniale ineccepibile: i rintocchi di campana a morto, la tromba che suonicchia il silenzio, la corona d’alloro sfiorata da ben addestrate mani tremanti, il coro in nero che attacca - come viene, viene - con l’Alleluia, la messa allo stadio con predica a tutte maiuscole, la folla di bandiere appena stirate con pure quella europea, i medagliati stendardi e gonfaloni dei Comuni, la commovente veglia con fiaccolata… più giornalisti, fotografi e televisioni come il sale, ovvio. 
E di qua, industriali, progettisti, costruttori e (im)prenditori attentissimi, “adesso i soldi ci sono”, “non mancano i capitali, quando si tratta di spenderli male” (G. Ceronetti).
Poi il paterno colloquio con i superstiti e i familiari dei morti [“Lo Stato vi sarà sempre vicino”, notare il futuro…], le reboanti promesse declamate con quelle facce un po’ così, quelle espressioni un po’ così… (se dovessi commentarle, sarebbero tutti omissis), le cifre tonde a molti zeri della ricostruzione e della rinascita sparate senza vergogna o allungamenti di nasi.
Ma incredibilmente, ad Amatrice ancora ci credono. Battezzano ogni cosa col nome “Rinascita”, Ponte della Rinascita, Bar Rinascita, Ristorante Rinascita, magari si ritroverà ‘sto nome pure qualche incolpevole neonata. 
Ma quale rinascita: della farmacia rimane solo una cassettiera con ancora i farmaci (scaduti) e una confezione di pannolini, sul pavimento sfondato di una casa di anziani distrutta resta solo una macchinetta per misurare la pressione, di una Opel Corsa, come di altre auto, non hanno rimosso neanche le carcasse… Hanno solo sgombrato le macerie, se le sono vendute - letteralmente, pietra dopo pietra - prima che finissero di mangiarsele le sterpaglie. L’antica torre civica, inclinata, puntellata e irriconoscibile, con quel provvisorio-definitivo sgarbato tetto rosso di ferro, è l’offesa bruciante simbolo della disonestà politica della “rinascita” di Amatrice-dimenticatoio-d’Italia.
Per il resto, a parte qualche (non indispensabile) opera pubblica frutto di donazioni private e la teatrale PRIMA - e unica - PIETRA inaugurata l’altro giorno (dopo 5 anni!) da Zingaretti, “UNA SOLA GRU E CANTIERI DESERTI”, “DOPO 5 ANNI LA RINASCITA NON C’E”. Anzi, tira ovunque un’aria macabra, da 5 anni!  
Fra un anno, il sesto compleanno sarà uguale. Però l’entusiasta sindaco Bufacchi pensa già al glorioso decennale, al 24 agosto 2026, quando gli incapaci, gli incompetenti, i furbi, i chiacchieroni e i la… (omissis) di oggi e di domani completeranno (dice lui) l’opera - in tutta evidenza mai iniziata - di ricostruzione di Amatrice. Alè!
      Eppure ci vorrebbe poco per interrompere questi indecenti Festival dei Disperati. Basterebbe educatamente sabotarli. Per esempio disertarli in massa, noi gente comune, noi vittime, noi familiari, noi spettatori solo all’apparenza non paganti. Lasciarli, i politici e gli alti papaveri, soli soletti. A guardarsi tra loro stupiti perché i loro ubbidienti sudditi-votanti non ci sono. Costretti a dirsi la messa da soli, a suonarsi il silenzio e l’Alleluia, a sparlare al vento, a spromettere, a non sorridere agli applausi a comando che non ci sono. Certo che qualche paura gli verrebbe, di venire assaliti dalle colline intorno da gente incazzata coi forconi, di essere inseguiti dai lupi intelligenti, dai cani selettivamente feroci dei pastori… cose così. Ad Amatrice (anche ad Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto…) non sarebbe impossibile.
Ma non succederà. Non faremo niente, tutto continuerà come sempre. Anche dopo che loro si saranno mangiato tutto e a noi non resterà che la pasta all’amatriciana.  
 

PGC - 25 agosto 2021

 

martedì 17 agosto 2021

RIPA - Gli acquerelli con le ruote

 

È successo che gli acquerelli di Eugenio Cellini hanno messo le ruote e si sono spostati, ma non gli è servito il motore. Casa nuova l’han trovata facendo neanche 100 metri in discesa, uno storico palazzo in mattoni del Corso, un po’ trascurato che adesso pare rinato.
       Ogni anno dei suoi acquerelli di successo Eugenio faceva almeno una mostra, ma era “a tempo”. Dopo un mesetto li riportava nel suo studio-loft, tranne quelli che incantando chi li guardava prendevano altre strade. Ed Eugenio, riarmati i cavalletti, con tutto l’ambaradan di matite, pennelli e colori (più un po’ d’acqua per carburante) li rimpiazzava dipingendone altri, quasi uguali ma sempre diversi, col suo stile garbato, preciso, quieto, rassicurante.
Sicchè gli acquerelli devono avergli detto che erano stufi di fare così le loro ferie. Ogni volta due traslochi. Eugenio doveva trovargli uno spazio fisso, che fosse solo per loro, una seconda casa non di vacanza ma stabile, dove occupare comodi i muri per tutto il tempo, dove farsi guardare a tutte le ore, e soprattutto senza dover rifare i bagagli e rimettersi in viaggio finito il tempo della mostra.
Fatto.

       Finalmente gli acquerelli di Eugenio si sentono meno precari, più tranquilli, sereni, sicuri. Loro stessi lo dicono. Dalle due porte-vetrine d’epoca possono guardare le auto e la gente che passa, che già è meno scappereccia, e dar loro un motivo per fermarsi, per entrare a fare un giro tra più di cento paesaggi dipinti, respirare l’atmosfera e la musica di quei colori pre-romantici, dei pennelli, degli attrezzi d’architetto ben ordinati sui tavoli tecnici, innamorarsi dei plastici, del modello trasparente di quella barca a vela unica… Nulla dovrà essere re-impacchettato, la mostra qui rimane.
Insomma gli acquerelli di Cellini che avevano messo le ruote possono definitivamente toglierle. Anche perché, per tornare su nello studio-loft dove son nati gli occorrerebbe davvero un motore per rifare i 100 metri di salita… e non se ne parla. Quelli che usciranno da qui lo faranno per cominciare  un’altra vita in un altro posto. Vicino o lontano.
 
[Potevo dirlo meglio ma pazienza]
 

PGC - 16 agosto 2021



domenica 15 agosto 2021

Altro che “oltraggio a Bach”


CARASSAX

Festival di musica moderna e creativa per saxofono
Mario Marzi – Achille Succi 
(Bach con elementi di improvvisazione)
CARASSAI – Giardino Comunale – Sabato 8 agosto h 21


Altro che “oltraggio a Bach” - come scherzosamente Achille Succi definisce questo loro “omaggio”...


Bach li avrebbe abbracciati. Anzi, avrebbe inventato lui stesso il saxofono un paio di cento anni prima del belga Antoine J. Sax, arrangiando e trascrivendo per sax di sua mano, anche in chiave simil-jazz.
Mentre Carassai - per tre giorni d’agosto gustosamente ribattezzata Carassax - potrebbe diventare famosa quasi come quella Dinant dove Sax è nato, vista la qualità di questo Festival un po’ in sordina, ma stupefacente.
 
Marzi e Succi arrivano al Giardino puntuali come due viandanti della Francigena. Prima di aprire i loro bagagli ci guardano… è qui che si suona? Tastano la ghiaietta (scricchiola un po’), toh ci sono i leggii, le aste, i microfoni, un faro, hanno dimenticato il palco… Tanto Bach non s’incazza… quindi tirano fuori i loro 3 - 4 sax (veramente uno è un clarinetto basso color argento vecchio, più buffo del sax con quella pipetta, ma con ben 5 ottave di estensione, sarà terrificante) e attaccano subito con assaggi di musica rinascimentale e di gregoriana, tanto per prepararci alla comprensione dell’inimmaginabile che combineranno con Bach.
E infatti nelle architetture perfette di Bach innestano altre loro architetture, con fraseggi, mascheramenti, acrobazie, sovrapposizioni, inseguimenti, invenzioni sincopate e ritmiche sorprendenti. Bach pare nascondersi, talvolta quasi non lo ri-conosci. Sax che si guardano come due ciclisti in fuga su una salita, o che si inseguono perfettamente sincronizzati come quelli in pista. Di Bach saranno preludi, suite, sarabande che si trasformano ballate - che da veloci diventano lente - delicatamente.
Niente di serioso però. Marzi e Succi, che con successo suonano insieme da anni, che causa Covid devono far le prove a distanza con internet, sono due mattacchioni educati e divertenti, mica turnisti di filarmonica.
Suonano difficile, complicato, ma senza ansia, quasi giocano: fingono di andare ognuno per conto proprio, Marzi che se ne esce - in slang sanmarinese - con “questo pezzo è bello ma a me non piace…” e Succi - in modenese - “ah, c’è da spostare una BMW, targa…” e Marzi “ma sì, facciamo questo pezzo qua, lui (Mario) ci tiene…”  
L’ultimo pezzo “sacrilego” - che “potrebbe essere un oltraggio, non un omaggio a Bach” - fanno finta di non sapere o di non ricordare come finirlo,  infatti lo allungano un po’ - è una specie di ballata con l’inaspettato stranissimo accordo conclusivo detto di “tierce” o di “quarta di Piccardia” (dopo me lo son fatto spiegare, ma non sono sicuro di aver capito): dissonanza ottenuta aggiungendo una nota ibrida, che - ZAC - Bach ogni tanto usava per finire in maggiore un accordo minore, per dare un po’ di allegria… (questo l’ho letto)


PGC - 14 agosto 2021


 

venerdì 13 agosto 2021

Nicola era bravo

A 10 – 12 anni io ero già una schiappa al calcio. Nicola invece era già bravo, molto bravo.
Dopo la scuola, con la nostra banda, andavamo a giocare a pallo’ nei gibbosi campetti in fondo a via Sabotino, tra i mattoni e i mucchi di ghiaia dei cantieri. Con palle o palloni rimediati, rubati, d’emergenza, troppo pesanti, troppo leggeri, troppo sgonfi, poco rotondi, toccava accontentarci di qualsiasi corpo rotondeggiante. Ci si faceva pure male.
Ma un giorno, non ricordo come né da chi, ricevo in regalo un vero pallone di cuoio, con tanto di camera d’aria, coi lacci come le scarpe. Color cuoio grezzo, pure un po’ peloso, giacchè era nuovo.
Nicola, oh Nicola, cosa non fece: palleggi, tiri di destro e di sinistro, colpi di tacco, di testa, rovesciate, stop di piede, di petto, tiri d’effetto, a giro, a rientrare, tunnel, discese, traversoni…
Noi incantati. Io al solito in porta, tra due sassi. Bombardato.
Si fa notte e vado a riprendermi il mio pallone per pulirlo e portarlo a casa. Nicola mi guarda, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così… e noo, lu pallo’…
Succede tutto in un attimo: un baratto, il mio pallone diventa di Nicola.
Ci furono altre partite, tutte con quel pallone. Poi i ricordi si spengono. Con Nicola siamo rimasti strani amici: sorridenti ciao e basta. Ma amici veri. Ad ogni ciao io tornavo a quel felice momento del baratto, e penso anche lui.
Oggi ho rivisto ancora Nicola su quel campetto, mi faceva gol.
Ciao Nico’
                     
Gio’
 

12 agosto 2021