lunedì 22 maggio 2017

Io ricordo, 25 anni fa. 23 maggio o della perdita dell'innocenza



Il 23 maggio 1992 avevo dodici anni, anzi, come amavo affermare con orgoglio a quei tempi, di anni ne avevo dodici e mezzo. Ho saputo della notizia della strage di Capaci mentre ero seduto in prima fila durante la registrazione di un programma televisivo RAI: bizzarro, a pensarci venticinque anni dopo. Non conoscevo bene la storia di Falcone: lo avevo visto qualche volta in televisione, di passaggio su qualche servizio al telegiornale, sapevo poco del maxi processo, del C.S.M., del pool antimafia, di Buscetta. E allora?

Allora quella sanguinosa strage di mafia mi ha fatto entrare di prepotenza nel “mondo dei grandi”, è la pietra angolare su cui ho iniziato a edificare la mia coscienza civile. Le parole dure, indimenticabili nella mia memoria, di una delle vedove degli agenti della scorta di Falcone, pronunciate tra mille singhiozzi durante il funerale: «Io vi perdono. Ma vi dovete mettere in ginocchio». L’autostrada sembra un cantiere, i sassi e la sabbia fanno sparire il nero dell’asfalto, la gente vaga incredula intorno alle macchine ormai divelte. Ho un nodo allo stomaco. Provo a scioglierlo cercando di sapere, di capire, di conoscere. Comprendo il coraggio, ne provo un po’ invidia. Ma quello strazio dei corpi, quello no, non riesco davvero a comprenderlo. L’epoca delle stragi esplosive si concluse l’anno successivo ma si continua a morire di mafia ancora oggi, in silenzio, lontano dall’eco atroce del tritolo. I morti di oggi non hanno viso, non diventeranno simboli di nessuna lotta, a nessuno di loro verrà intitolato un aeroporto. Perché sono vittime mute che non hanno lottato, che si sono piegate, che hanno fatto spallucce, che si sono girate dall’altra parte.


Oggi ho venticinque anni in più, qualche pelo di barba bianca, un paio di idee in testa, poche certezze. Tra queste, di certo, c’è la consapevolezza di essere diventato grande in un solo giorno; di custodire il ricordo di quel sorriso ironico, antico, di quegli occhi di chi sa guardare attraverso, di quei baffi arabi, di quella forza testarda che rende eroica la propria quotidianità. Buon 23 maggio a tutti!

Salvo Lo Presti

giovedì 18 maggio 2017

Jacob Collier al Teatro delle Api per TAM ovvero, Etno-Mozart è qui con un pizzico di World-Bach



Ma a 22 anni (23 ad agosto), un ragazzo made in Italy cosa fa? Pochi coetanei studiano, altri si ubriacano nelle torride movide cittadine e paesane e la maggior parte campa ancora sulle spalle (larghe) di mamma e papà. C'è qualcuno, invece, in altre parti del mondo che non sia il Belpaese, che si diverte con Mozart e Bach anzi, Bach lo canta in corale con le sorelle, sua madre Susan, violinista e insegnante della Royal Academy of Music di Londra e il nonno Derek, anche lui violinista, famoso in tutto il mondo. La musica è il divertimento del piccolo Jacob, l'ama e, da quello che abbiamo visto e sentito al Teatro delle Api di Porto Sant'Elpidio, ne è riamato.
La musica è una strana dea, per niente collettivista, ama i solisti, quelli che la esaltano, che l'accarezzano, che la suonano tutta e possibilmente tutti i generi. Purtroppo, se la musica brutta esiste (oh, come esiste!), lei si rifiuta perfino di considerarla tale, mentre con i geni indiscussi, largheggia, è prodiga, si dilata a dismisura, concupisce e ammalia. Secondo noi, che siamo poi quelli che al fato credono, di musicisti così ne nasce uno su un miliardo e non nasce mai a caso. Il fato, quello strano fenomeno che capisce prima di tutti i cuori dominati dalla passione, è anche parecchio dispettoso perché a pochi si concede, e con gli altri resta indifferente.


Jacob, che sembra il gemello smarrito del Jake Shimabukuro virtuoso dell'ukulele, è un baciato dal fato. Suona tutti gli strumenti possibili e inimmaginabili, scommettiamo che è bravissimo anche con i campanelli dei portoni di casa. In più è dotato di un gusto sopraffino (due Grammy non sono uno scherzo), che lo rendono artista di dimensione mondiale e massima sintesi attuale di tutti i generi.
Il Jazz c'è, il Blues manco a dirlo, il Gospel e la Soul sono le sue dimensioni preferite, il Rock lo usa come sottofondo (troppo facile), il Funky diventa esercizio quotidiano da basso slappato a colazione, mentre per cena si affida alla musica polifonica: dominante, terza, quinta, settima e undicesima con una sola voce e un effetto elettronico, sembra un gioco ma non lo è.
Suona ogni strumento da dio e non sfigurerebbe in nessuna band mondiale, di qualsiasi natura e genere. Ma lui, che cantava le corali di Bach con le sorelle, preferisce la dimensione da one man band, un uomo solo, una band. L'elettronica nella sua musica è dominante, ma solo perché gli consente di arrivare ai “pieni” senza l'aiuto di altri musicisti: suona la parte ritmica, la riproduce in loop e la composizione è servita su un piatto d'argento. Quincy Jones lo adora e sponsorizza e In My Room, disco d'esordio registrato in casa, balza in vetta alle classifiche Jazz di venti paesi.
Un fenomeno, Jacob, che si può permettere di tutto perché pesando trenta chili e avendo ventidue anni, salta da un lato all'altro del palcoscenico per suonare tutti gli strumenti: un giocoliere, un trapezista senza rete di protezione, uno scoiattolo fuggito dalle campagne della sua Inghilterra.
Poi il bis. E la beatlesiana Blackbird che inizia come un canto senegalese e finisce con una sana improvvisazione su base musicale predefinita ed eseguita come uno scolaretto davanti al prof di matematica. Ecco, Blackbird in versione World Music ci ha commosso e fatto ricordare che riproporre i Fab Four è un rischio che solo Aretha Franklin, Joe Cocker e Ray Charles hanno superato brillantemente. Dopo la serata di Porto Sant'Elpidio, aggiungiamo Jacob Collier con Blackbird, John e Paul ne saranno felicissimi.
Jacob Collier ha chiuso la stagione di TAM dedicata al Jazz, a questi coraggiosi il nostro più sentito ringraziamento.

Massimo Consorti

mercoledì 17 maggio 2017

"162 anni". Fausto Bongelli e la Form Ensemble all'Ascoli Piceno Present


 Hanno 162 anni in due, e Philip Glass e Arvo Pärt potrebbero far proprie le parole di Erik Satie: “Sono venuto al mondo molto giovane in un tempo molto vecchio”. Giovanissima e sorprendente è la musica che s’innalza oggi qui, fra gli archi e i travertini della Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, gioiello romanico fra gli innumerevoli che Ascoli non merita, dall'incredibile facciata a riquadri che illumina la piazzetta un tempo incastonata nel verde, poi “riqualificata” e desertificata degli inutili alberi come usa da queste parti.
       Protagonista è oggi il minimalismo musicale:  “elitario e raffinato movimento d’avanguardia” che nei due grandi compositori nulla ha a vedere col fenomeno popular intensivamente sfruttato dalle mode e dal mercato internazionale che hanno “inevitabilmente modificato la concezione estetica e compositiva dei brani minimalisti” (G.Andreetta, “Minimalismo e ascolto musicale”).
       Ispirato interprete di Philip Glass è qui il piano di Fausto Bongelli, con la sua danza solitaria che crea spazi musicali ipnotici, fra note che procedono per ripetizioni e sovrapposizioni quasi in fuga bachiana.
E’ prima il flusso continuo di Mad Rush, complesso tessuto sonoro generato da micro-variazioni nel mare di arpeggi, in cui il pianista sembra quasi suonare due pianoforti diversi grazie all’ambientazione riverberante, perfetta per questa musica di cui amplifica il fluire.
E’ poi la dimensione sospesa quasi metafisica degli Etudes for piano, Book 1: senza superflui virtuosismi e con tecnica sapiente Bongelli declina l’apparente “monotonia” del minimalismo musicale in un’accezione labirintica e atemporale: è “musica che sogna se stessa” nella ripetizione dell’ostinato che lentamente allontana il pensiero dal presente.
       Non conta la penitenziale durezza dei vetusti banchi ecclesiastici che ci accolgono, perché siamo ora nella migliore disposizione per aderire al minimalismo sacro del compositore del silenzio Arvo Pärt.
       Diretta oggi dal giovane talento di Stefano Pecci, l’eccellente FORM Ensemble è un vero “tutti per uno” : c’è qualcosa di matematico nei 21 archi che si muovono in rigorosa unanimità e ieratica lentezza, nessun solista a primeggiare e invece violini viole violoncelli contrabbassi sempre tutti insieme (al massimo stan fermi i contrabbassi); perfetta compenetrazione fra direttore e orchestra che vedi riflessa nel feedback continuo tra sguardo dei musicisti e gesto del maestro.
       L’austero Cantus in Memory of Benjamin Britten sembra giungere da un altro mondo, nel ritmo discendente che l’insolita campana tubolare scandisce e si fa sempre più lento e maestoso nelle note lunghe e nella sonorità rarefatta, “portatrice - scrive lo stesso Pärt - di un’anima come quella che esisteva nei canti di epoche lontane”.
       E davvero da epoche lontane giunge l’ispirazione di Silouans Song: dagli scritti mistici del monaco Saint Silouan del monte Athos discendono le armonie arcaiche e modernissime, il leggiadro disegno degli archi che sostano e riprendono con lentezza, musica senza tempo perché senza tempo è il dolore dell’uomo; dal difficile incontro di due culture giunge a noi l’inquieto Orient & Occident, fino al conclusivo Festina Lente (l’augusteo Affrettati lentamente”)il rapido-lento cui il riverbero acustico  aggiunge misticismo, spettacolare gioco ad incastro in cui il tema si trasforma e sguscia continuamente, sembra lì di fronte all’ascoltatore, ma eccolo che si divincola e sparisce (Senza la musica”2013).
       Gioisce l’austero romanico, s’illuminano le lignee capriate e i ruvidi travertini ai raggi quasi orizzontali di un mite sole pomeridiano: come noi queste pietre hanno goduto i settanta minuti di puro piacere, di emozioni intense eppure serene. Potere della musica, fascino di esecuzioni eccellenti, intelligenza di repertorio ben scelto. Hanno taciuto perfino gli stolti cicalanti in fondo alla chiesa, e quelli arrivati in ritardo convinti d’ essere al Gran Caffè Meletti.

Sara Di Giuseppe

sabato 13 maggio 2017

“Ospiti"... graditi. La pièce di Angelo Longoni al Teatro dell'Iride di Petritoli


Se una serata a teatro scorre piacevolmente e si esce “alleggeriti”, di solito vuol dire che è andata secondo le aspettative, ha funzionato. Non è facile. Spesso ci troviamo ingolfati in un traffico senza vigili né semafori e con il classico fazzoletto bianco che fa da apristrada al nostro andare. Lo sappiamo, è un segnale di emergenza e non si può immaginare in quante situazioni ci siamo trovati a boccheggiare sul bordo di una strada, una qualsiasi strada.
Il teatro ha meccanismi estremamente complessi. Quello di oggi spicca poi per ritmo, tanto che a volte sembra di stare in tv. Eppure correre serve solo a far venire il fiato corto, e con il fiato corto le parole si perdono, le frasi non si terminano, occorre rivolgersi a chi è seduto accanto e chiedere “e allora?” Il rischio c'era e, fortunatamente, è stato evitato.


Il testo di Angelo Longoni datato 2014, vedeva in scena, all'esordio, Cesare Bocci, Eleonora Ivone e Marco Bonini nei ruoli che in questa occasione sono stati rispettivamente di Salvo Lo Presti, Carla Civardi e Marco Tombolini. Conoscendo di nome, ma anche di sostanza, i protagonisti originali, possiamo senza dubbio affermare che non li abbiamo rimpianti, tanto valida è stata la “prima” prova di un terzetto che con un po' di tempo in più e qualche indecisione in meno (conseguenza del primo assunto), avrebbe potuto tranquillamente debuttare in piazze più prestigiose (ma solo di nome). 
Ospiti” è una commedia (atto unico) tirata a mille. Non c'è una pausa che sia una e il copione infatti non la prevede. Una storia semplice, tutto sommato banale, vive sostanzialmente di battute (caustico/ironiche) sulla scia di un Woody Allen d'antan. L'aspetto che Longoni sottolinea, oltre alle dinamiche del solito rapporto di coppia scoppiato, è quello della maschera migliore che ognuno di noi amerebbe indossare per essere un altro e apparire così come gli altri vorrebbero. Un pizzico di psicologismo gratuito condisce il tutto con quel sale di cui non sentivamo il bisogno se non per aumentare, appunto, la sapidità di battute a volte scontate.


Alessandro Rutili, regista della commedia, è riuscito a rendere il progetto originario esattamente come Longoni lo ha concepito, con quel ritmo che ne sottolinea la disarmante e divertente, nello stesso tempo, semplicità. 
Le scene di Luca Monti, essenziali ma necessarie, hanno offerto il giusto contesto a una pièce che non aveva bisogno di lemmoniani appartamenti. La bravura e la simpatia degli attori, però, è stato il passo definitivo per farci uscire, come abbiamo avuto modo di dire, “alleggeriti”. Un sorriso a volte è meglio di un mugugno e stavolta non abbiamo mugugnato.

domenica 7 maggio 2017

Vecchio TOMMASI, il jazz che crea un’atmosfera. L'ultimo concerto della stagione del Cotton Club di Ascoli Piceno


Stasera il Cotton Lab è una nave. Quando il grande Tommasi alla fine “scende” dal pianoforte, scende anche dalla nave. E dietro, dalla nave del jazz, sbarchiamo noi – equipaggio e passeggeri.

      Per l’ultimo concerto stagionale del CottonJazz (più Premio alla Carriera), jazz essenziale, intimo, primordiale, comprensibile. Da Storia del Jazz, da “Leggenda del pianista…”. (Il piano ha fatto il piano, il contrabbasso ha fatto il contrabbasso, la batteria ha fatto la batteria).   
      Suoni naturali, veri, seri: quelli degli strumenti quando furono inventati. Quindi familiari, riconoscibili, puri. Senza additivi. Ma musica infinita, “da non vederne mai la fine”. Jazz sterminato, “dove dentro c’è tutto”.
 
      Eppure Tommasi avrà usato, al massimo, 30 degli 88 tasti a disposizione, e senza mai agitarli. Bastava che gli sussurrasse BLUESSWING… e quelli BLUES, SWING… Da sognare.
Pochi tocchi, molti sguardi. Per noi, atmosfere di vecchia Trieste e profumi di Oceano. All’orizzonte, al Perigeo, Chet Baker, Ennio Morricone…

      Amedeo Tommasi è un quadro sul muro. Ben saldo.

      Il Premio è alla sua carriera infinita, “non si riesce a vederne la fine”.

PGC

venerdì 5 maggio 2017

La Storia è qui, stasera. Amedeo Tommasi al Cotton Jazz Club


La si può mettere come meglio si crede. Criticarla perfino. Disconoscerla come propria ma la Storia è sempre la Storia, quella maestra di vita che ci hanno insegnato ad amare a prescindere fin dalle elementari.
Ultimo atto della stagione 2016/17 del Cotton Jazz Club e, come consuetudine, si chiude con il Premio alla Carriera. Tutti big, gli anni precedenti, quasi a voler sottolineare il fatto (non sempre scontato), che se esiste il Jazz attuale, il perché va cercato nel loro contributo fondamentale, nella loro creatività, in una professionalità che, come nel caso di Amedeo Tommasi, nasce dalla musica classica e si getta anima e corpo in altre note, altre sonorità, altri arrangiamenti, altro mare.
Amedeo Tommasi, il grande (in tutti i sensi) Amedeo, avrebbe potuto tenere il concerto al Cotton da solo. One man show e non sarebbe stato un delitto. Il suo è un pianoforte che cattura il cuore con note che sono accordi e un tocco dal sapore antico. Il Blues di Tommasi è il Blues, non ci sono santi. Come lo Swing è lo Swing e il Jazz si inserisce in una struttura solidissima in cui nulla è lasciato al caso. Godibile? Di più, molto di più. A un certo punto ci è sembrato di sfogliare le pagine di una enciclopedia, e di farlo con tutta la delicatezza che un tomo antico si porta appresso.
Il compositore dei brani pianicistici di “La leggenda del pianista sull'Oceano” (che si scusa se il pollice non funziona più tanto bene), suona come un maestro che insegna all'allievo le basi fondamentali del Jazz, e le condisce con la consapevolezza di chi sa che diventeranno standard.
Due i riferimenti della sua carriera, Chet Baker (e scusate se è poco), ed Ennio Morricone con il quale collabora da anni e si sente (in Morricone non in Tommasi). Tanti gli aneddoti che avrebbe potuto raccontare ma il pudore lo spinge alla discrezione, dote che posseggono solo gli artisti veri e i gentiluomini. Al suo fianco, al contrabbasso, Giovanni Tommaso, ex Quartetto di Lucca, ex Perigeo cioè, quando il Jazz contaminò il Rock e fu un'altra storia. 
Non pervenuto il batterista, Marco Valeri, e non perché non ci fosse, è che ha svolto il suo compito come uno scolaro di fronte al maestro, a domanda ha risposto ma non aggiungendo nulla di straordinario, alla fine siamo convinti che non gli fosse neppure richiesto.
Si conclude in gloria, e a futura memoria, una stagione memorabile per classe, eleganza e qualità. Emiliano D'Auria, il direttore artistico, ne può essere assolutamente soddisfatto, così come soddisfatti lo siamo rimasti noi, critici avvezzi ormai ad affrontare tutte le tempeste, comprese quelle in mare aperto.

Massimo Consorti

lunedì 1 maggio 2017

Riflessioni [postume ma mica tanto] sul 25 Aprile


L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
Questa citazione di Pietro Calamandrei dell’ art. 11 della nostra Costituzione ha sottolineato lo spirito del concerto del coro “In...cantare” che, nella sede della CGIL di Treviso, ha cantato il dolore e i sacrifici ma anche la forza e la bellezza delle classi subalterne ed oppresse: operaie/i e contadine/i , mondine, “impiraresse” (infilatrici di perle) e partigiani uniti nel rivendicare lavoro e dignità, giustizia e libertà.
Viene spontaneo, quindi, ricordare Calamandrei quando, in quel discorso, diceva:
Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.
Ogni frammento di questa Costituzione, scritta con il sudore ed il sangue dei lavoratori e dei partigiani, ha trovato la sua canzone. Le donne delle risaie hanno cantato: son la mondina son la sfruttata...c’è tanto fango nelle risaie, ma non porta macchia il simbol del lavoro; le operaie hanno intonato: se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e proverete la differenza tra lavorare e comandare! Le infilatrici di perle hanno sussurrato il lamento: semo tutte impiraresse....semo tose che consuma de la vita i più bei ani per un fià de carantani che non basta per magna.
E i partigiani hanno cantato: se libero un uomo muore non gliene importa di morir e le loro Donne trascinate in prigione, stuprate, torturate e umiliate gridavano: conosco il mio pugnale ha il manico rotondo, nel cuore dei fascisti lo piantai a fondo e, prima di morire non si sentirono i colpi di mitraglia ma si sentìva un grido: viva l’Italia.
Quella era gente che amava il proprio Paese anche se i padroni ne facevano sterco mandandoli a morire sul Montello, a Caporetto, nella neve di Russia o nella sabbia di El Alamein: o vigliacchi che voi ve ne state con le mogli sui letti di lana, schernitori di noi carne umana...qui si muore gridando “ASSASSINI !” maledetti sarete un dì.
Quella gente per amore del proprio Paese discendeva l’oscura montagna...scalzi e laceri eppure felici... a combattere la barbarie fascista per un avvenire d’un mondo più umano e più giusto, più libero e lieto.
Chi di quella gente avrebbe mai cantato l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore e la sinistra dietro la schiena...a nascondere la dichiarazione dei redditi?
Chi di loro avrebbe mai riso mentre un terremoto uccideva e distruggeva?
Chi di loro avrebbe mai sparato sui braccianti di Portella della ginestra?
Chi di loro avrebbe mai messo le infami e vigliacche bombe di Piazza Fontana, di Brescia, della stazione di Bologna?
Quella era gente che cantava l’amore e la dignità: partigiana te si la me mama, partigiana te si me sorela, partigiana te mori co mi, me insenocio davanti de ti.
Tra quella gente c’era anche Gino Donè, partigiano della Brigata Piave ed unico italiano tra gli 82 di Fidel e “Che” Guevara. Partì con loro a bordo della “naveGranma alla volta di Cuba inseguendo il sogno della sua vita: la libertà per gli ultimi e per gli oppressi. Come tanti altri partigiani aveva la dignità della discrezione, per lui ”apparire” non aveva significato.
E’ stato, perciò, benvenuto il ricordo che ha voluto dedicargli il Teatro dei Pazzi, con “REVOLUCION”: ricordare è fondamentale perchè ci si possa ispirare ai valori di umiltà e coraggio che dalla Resistenza ci hanno portato ad essere un pò più liberi. La stessa umiltà con cui Eros Umberto Lorenzoni (92 anni – tra gli ultimi partigiani della provincia di Treviso) ha accolto, stupito, il grazie che gli è stato rivolto: grazie per averci dato la speranza di un Paese migliore.
Ma un ringraziamento va rivolto, soprattutto, alle DONNE del coro.
Loro erano le mondine, le operaie, le contadine, le impiraresse e le partigiane delle canzoni eseguite: con lo stesso trasporto e la stessa convinzione di chi sa di stare cantando la libertà, la giustizia e, essendo donne, l’amore, onorando così il sangue di quei centomila morti con il quale è stata scritta la Costituzione più bella del mondo.
BELLA CIAO

Francesco Di Giuseppe

domenica 30 aprile 2017

Buenos Aires a Dublino. Antoni O’ Breskey per Rinascenze/In Art


 Non so dove né quando, ma è come se l’avessi incontrato e ascoltato molto prima di stasera, A. O’Breskey. Forse quella volta che sostando in un villaggio sulla via per Cork fummo circondati da un nugolo di ragazzetti (di cui uno di colore) che - oltre a chiederci soldi - volevano sapere se eravamo irlandesi anche noi, per via delle decalcomanie “O’Neil” che avevamo sui finestrini. Era mattina, mi pare domenica. Da una casa vicina, da cui usciva la prima musica irlandese che sentivamo, venne fuori un tizio con la barba bianca e una birra in mano a richiamarli, un po’ incazzato. Somigliava a O’Breskey.
 
       Due giorni dopo, che vagavamo intontiti in una di quelle tre penisole sull’Atlantico: un paesaggio grigio-verde di pecore mucche vento e pioggia orizzontale. Senza un albero. Il pastore delle pecore non si vedeva. Si sente un flauto, ci giriamo e spunta lui. Cappello grondante, camicia a quadri, barba. Tale e quale a O’Breskey.
 
       A Killarnay c’era un Festival di qualcosa, troppa confusione. Andiamo al lago, ma faceva ancora più freddo. Fortuna l’immancabile pub, dalla facciata azzurra e rossa. Dentro, una piccola orchestra (con l’arpa!): melodie irlandesi insistenti, quasi un jazz primordiale ritmato a mo’ di taranta, e ballate struggenti, una fanciulla canta, e al piano (non coreano, ma english) chi c’è? Uno tale e quale a O’Breskey.
 
       La mattina dopo, tagliando verso Dublino, dalle parti di Longfort, chi troviamo ad una sperduta fermata dell’autobus? O’Breskey e la sua band, con le valigie di cartone. Piove, normale. Chi se ne frega, sotto la tettoia cantano e suonano e bevono, ma dove vendono le birre? Musica alla come viene, come la pioggia, ma corroborante come il sole. Per lo più improvvisata, quindi jazz.  (…)
 
       A ripensarci, mi pare davvero di averlo incontrato una quantità di volte in quel viaggio, O’Breskey: nel Donegal e nel Connemara, a Galway e a Kilkenny, dalle parti delle famose scogliere che non ricordo il nome ma dove van tutti… Era circa il ’90, dell’Irlanda (allora povera) capimmo poco, ci stranimmo. Sembrava un depresso Abruzzo. Ci stregò però la musica.

        Stasera ho riascoltato l’essenza di quella musica, imperfetta ma trascinante, animata da un personaggio “familiare” e inconsapevolmente affettuoso. Direi un amico.
       
       Verso la fine, all’improvviso, “Buenos Aires”. Una storia vera, micidiale, che O’Breskey racconta avaramente con parole jazz (“traditional”) dal sapore di menta. Una figlia – la sua – ritrovata dopo 17 anni a Buenos Aires. Mica è finita: anche suo nonno avrebbe (dico avrebbe, mi pare impossibile) ritrovato una figlia dopo 17 anni, pure a Buenos Aires! Noi increduli, è tardi, siamo stanchi, non può essere. Pensiamo, confusi come ubriachi… mentre eccole, a cascata di ruscello, le note d’inizio di “Buenos Aires” [come poteva non comporla, dopo una vicenda così incredibile].

       Ti aspetteresti un tango, invece è una lirica senza tempo, un elisir che ti colpisce all’istante. Melodia semplice, ariosa, che s’arrampica come su una liana e poi ridiscende scivolando. Note limpide, entrano e non ti lasciano: vanno e dopo un volo ritornano, pulite. O’Breskey pare turbato, le dita in salita nervose, commosse direi, spesso incerte e senza eleganza, devono “stanarli” gli accordi.

       Sui bassi il tempo [un ¾ sospeso] è incostante, variabile e minaccioso come il cielo d’Irlanda, di là senti un calore malinconico, rilassato, scorrevole e squillante come a Buenos Aires.
Una lirica, dicevo, provocata da un trauma unito a una grande felicità. Perfetto per una musica da film, da ri-confezionare all’infinito, con qualsiasi strumento, con solisti, orchestre… Un incanto.

         La “Ceres” è finita. O’Breskey con le sue infinite avventure se ne va. A Dublino o a Buenos Aires, ovvio.

PGC



sabato 29 aprile 2017

Mr. Harrell, è stato un piacere. Tom Harrell al Teatro delle Api di Porto Sant'Elpidio per TAM




Capita rarissimamente di uscire da un concerto e, con PGC, non avere parole per giudicarlo almeno un po'. Quando la perfezione e una complessità fuori da ogni, a volte malcelato, tentativo di essere ruffiani con il pubblico sono così evidenti non c'è nulla, o quasi nulla, da dire né da scrivere.
Il Jazz è una sorta di malattia dalla quale non si esce mai e, da orecchie educate dai mille concerti ascoltati finora, sappiamo distinguere, capire, leggere fra le note e, qualche volta ma non sempre, applaudire. Tom Harrell lo abbiamo applaudito in almeno tre brani e questa ci è sembrata una enormità. Non dovendo esibirsi per nessun pubblico, e quindi dimostrare per forza di apprezzare, riusciamo ad applaudire quando battere le mani ci viene spontaneo, mai a comando, men che meno perché un brano termina con uno stop improvviso o un fuoco d'artificio. 
E la cosa sorprendente è che non abbiamo applaudito solo lui, il musicista disabilitato da una schizofrenia paranoide che lo rende refrattario a ogni tipo di interazione con il pubblico, ma anche la sua fantastica band composta da Danny Grissett al pianoforte e al Rhodes (quello vero, rigorosamente Fender, inconfondibile nel timbro e nella forma), Ugonna Okegwo al contrabbasso e Adam Cruz alla batteria. 
Tom Harrell e i suoi compongono un quartetto che musicalmente non ha limiti e non se li pone. Sono solisti sorprendenti che suonano frasi di una difficoltà sovrumana con una semplicità disarmante, dove tutto appare normale anche se di normale c'è nulla. Harrell arriva e scompare nascondendosi fra le quinte. Lascia il palcoscenico e la visibilità assoluta alla sua band. La sua malattia, purtroppo disabilitante, è visibile solo quando tenta di camminare, nella lentezza dei movimenti, nella voce flebile con cui per ben tre volte, ha detto "thank you". 
Ha perfino presentato i musicisti che suonano con lui e poi basta, alle parole, che pure non sarebbe stato in grado di pronunciare, ha preferito la musica e, se ci permettete, che musica!
Quarantanni di carriera e musicisti del calibro di Dizzy Gillespie e Carlos Santana come sparring partner, lo hanno fatto diventare il trombettista/flicornista che oggi è e che ci è stata data l'immensa fortuna di ascoltare in una serata che ha risposto appieno (anzi di più) alle nostre aspettative.
Questo lo consideriamo, per il Jazz che abbiamo avuto la possibilità di ascoltare, un anno fortunato. Fra i concerti del venerdì al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno e questi di TAM nel maceratese e nel fermano, non abbiamo riscontrato momenti di debolezza, tutti di altissimo livello e, eccezioni a parte, di rilevanza mondiale.
Succede sempre più spesso quando il Jazz è amore e non solo uno stupido business da intraprendere perché non si ha niente altro da fare. Luigi Tenco, in fondo, non ha mai cantato Jazz.

giovedì 27 aprile 2017

"L’Ottava di Pasqua". JANO / The Place Between Things


1 – Alessia Martegiani / voice
                                                                – Giulio Spinozzi / trumpet, flugelhorn
                                                                3 – Gianluca Caporale / saxes, clarinet, flute
                                                                4 – Massimo Morganti / trombone
                                                                5 – Emiliano D’Auria / piano, Rhodes, electronics
                                                                6 – Maurizio Rolli / electric bass
                                                                7 – Alex Paolini / drums
                                                                – Anthony Di Furia / sound engineer

Chissà chi altri ha visto quello che, lavorando di fantasia, ho “visto” io stasera. Arrivati in forze al Cotton  Lab - senza prenotare - hanno dovuto mischiarsi a noi (a saperlo, gli avremmo tenuto i posti) e accoccolarsi a caso negli spazi più improbabili: appoggiati alle pareti, arrampicati sui tralicci, stesi a bordo palco, in piedi sui tavoli, affacciati dal corridoio, appesi al soffitto come pipistrelli, perfino - quelli magri - fermi in quota come colibrì.
 
        Tutti in incognito si capisce, senza strumenti, con in mano un calice di vino, una birretta, una grappa, un whisky, una sigaretta… Spettatori extra quasi abusivi, ma con le orecchie drittissime. Li elenco a caso, non posso ricordarli tutti né allego foto, forse non avrebbero impressionato la macchinetta.

        Poi erano irrequieti, come fantasmi, cambiavano spesso di “posto” per seguire meglio il concerto, qualcuno – non visto – s’è messo pure a suonare il suo strumento “entrando” con discrezione nel suo corrispondente JANO. Quando si dice entrare in sintonia. Ecco, questi c’erano di sicuro:
Jeremy Pelt - Paolo Fresu - Jacqueline Acevedo - Luca Faraone - Linda - Daniele Di Bonaventura - Ben Dover - Emiliano Pari - Victor Gould - Roberto Gatto - Josh Ginsbourg - Dado Moroni - Stefano Di Battista - D.E.A.Trio - Jonathan Barber - Paolo Di Sabatino - Andrè Silva - Piero Odorici - Julian Crampton - Eddie Henderson - Chiara Pancaldi - Bern Reiter - Quintorigo - Cyrus Chestnut - Tony Momrelle - Willie Jones III - Mark Abrams - Darryl Hall …

       Fantastici JANO, alla prima uscita! Chi altri potrebbe ricevere, al primo concerto, la visita simultanea di tutti gli artisti transitati al Cotton e raccogliere i loro infiniti “OH YES” e le loro (virtuali) Standing Ovation?

      Straordinaria Ottava di Pasqua.

PGC