domenica 23 luglio 2017

Fermo, Villa Vitali. "Le emozioni delle cicale". Pensieri e parole, omaggio a Lucio Battisti


            All’uscita da Villa Vitali, torniamo alle nostre Giornate Uggiose. Ma le cicale di Fermo no: il loro Canto Libero, incessante e poderoso per tutto il concerto, si è interrotto solo quando le Emozioni erano troppe. Ma sicuramente (col caldo che fa) quelle cantano ancora adesso, mentre ripassano a mente tutto il LUCIO BATTISTI che non conoscevano. Roba che resteranno in cima agli alberi fino al 29 Settembre. Qualcuna svolazzerà qua vicino su un campo di grano, altre – in quota – azzarderanno temerarie guidando a fari spenti nella notte, o disturberanno qualche povero miciotto innamorato. Se emozionate, le speciali cicale di Villa Vitali cantano perfino volando, lungo le discese ardite e le risalite… Di tanto in tanto si fermano, per Amarsi un po’: in caso di Battisti, anche le cicale hanno Pensieri e Parole.

        Non è stata la solita cover di moda che scimmiotta Battisti, che comunque sarebbe arduo, o lo copi – ed è impossibile - o lo reinventi, ed è difficilissimo. Girotto & C. sono andati oltre: hanno scovato il Jazz che era in lui. Con arrangiamenti da orchestra sapienti e coraggiosi (anche eliminando la chitarra, che ai tempi era il fulcro di tutto). Facendo espandere all’infinito antiche emozioni già potenti e non arginabili, come il mare. Musicisti sopraffini e “di buona creanza”, capaci di approfondire forzando il giusto, mai indecifrabili: ne emergono gli enigmi di Lucio, le dolci asprezze, i suoi (e i nostri) sentimenti quotidiani. Naturalmente. Ogni sua canzone cambia forma, e lasciandosi approfondire (con sofisticati rallentamenti alla Arbore, con colpi di scena silenziosamente eccitanti, con giochi polifonici sax-tromba-contrabbasso d’esperienza…) perde l’età, acquista altra storia, altra estetica, altro umore, altro dinamismo.

        Peppe Servillo che scandisce - quasi sillabandola - ogni parola, e si muove sul palco con l’eleganza selvatica di un condor; Fabrizio Bosso essenziale nei suoi geniali lampi dorati di jazz; Furio Di Castro (il Professore, gli danno del voi e del lei) che col contrabbasso ben puntato fa da baricentro; Mattia Barbieri con la sua batteria, giustamente misurato ma prezioso nel tourbillon di ritmi; Rita Marcotulli, il pianoforte che in Battisti non sapevi, l’avesse avuto lui una così; Javier Girotto (l’amico dei tassisti romani, sale in scena per primo a controllare se ce n’è qualcuno nei paraggi…) che dà i tempi e ciclicamente si fonde con la chimica di Bosso: Jazz inventato di notte e poi scritto, organizzato, rigoroso, perfino con tracce di ‘700, di Bach veloce, di Blues, di Cacerolazo…

        Come potevano star zitte le cicale?

Pier Giorgio Camaioni

giovedì 20 luglio 2017

60 Festival di Spoleto. "Una ghigliottina anallergica". UN RICORDO D’INVERNO drammaturgia e regia Lorenzo Collalti


         Se mai capitasse di ritrovarsi condannati alla ghigliottina, può essere di qualche conforto che il marchingegno in questione vanti una lama di qualità superiore, garantita al 100% anallergica come da manuale dell’utente di cui è diligentemente provvista.

        E’ quanto accade a Claudio, giovane frastornato pittore capitato chissà come o perché nella remota città di Arcadia, in mezzo a personaggi strampalati e a situazioni che non lo sono meno: quella condanna non verrà eseguita per certi arzigogoli cronologico/burocratici, e il giovin pittore riprenderà la sua strada, o rimarrà in Arcadia, chissà.

       Succede molto altro, nella deliziosa pièce “Un ricordo d’inverno”, nel piccolo teatro dai muri spessi e dal fresco/cantina nella Spoleto rovente di questi giorni che di arie condizionate sembra averne poche nelle sue molte sale (non fa eccezione neppure il prestigioso Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti).

       Nasce come Saggio di diploma della Scuola di regia dell’Accademia (anno 2016, titolo originale “Ricordi di un inverno inatteso”, vincitore del bando Nuove Opere SIAE SILLUMINA) il lavoro del giovanissimo Lorenzo CollaltI: creazione geniale dove il divertimento intelligente e la risata mai fine a se stessa rimandano ogni volta a qualcosa di più complesso, pur restando perfettamente aderenti alla linea drammaturgica.

       Il carretto di legno al centro della scena, scomponibile e multiforme – carro con ruote poi tavolo da pranzo, letto, palco da comizio e… ghigliottina - nella sua funzionale versatilità è sintesi concreta del continuo traslare dell’azione dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto.

       Le due indolenti guardie poste a sorvegliare la città, Gianni e Giovanni (due Gianni, insomma), lo trascinano in tondo senza scopo apparente se non l’obbedire a un copione abbozzato su un foglietto, più volte letto dall’uno o dall’altro ad alta voce, con comico effetto di ridondanza sull’azione in svolgimento.

      La città di Arcadia è la cornice, tanto nel nome evocatrice di realtà idilliaca e luminosa, quanto invece sperduta in una imprecisata lontananza, irraggiungibile e circoscritta da catene montuose dai nomi improbabili, dominata da un potere grottesco e autoritario, condizionata da inquietanti riti sociali (ogni venerdì notte i cittadini si rintanano perché possano aggirarsi liberamente in città le fanciulle che dopo essere state schiave del potere per un certo periodo, vengono esiliate nei boschi dove vivono allo stato selvatico).

       Su questo tessuto invalicabile e compatto si affaccia intimorito e perplesso il giovane artista, pittore inviato ad Arcadia con disposizioni dall’alto contenute in un misteriosa lettera. Da qui in poi le situazioni si fanno imprevedibili, gli incontri inaspettati, nulla è pirandellianamente ciò che sembra tranne forse la fanciulla evanescente - una delle creature relegate nel bosco - concreta e reale più del contesto che la racchiude, tanto da innamorare di sé il giovane pittore con la sua grazia muta e gli scatti animaleschi.

       Sono sempre i due svogliati ubbidienti esecutori Gianni a Giovanni a riportare l’azione nei confini del nonsense ogniqualvolta sembri delinearsi una parvenza i normalità: il giovane pittore è pur sempre “lo straniero”, il diverso che il rigido tessuto sociale non sa inglobare; egli stesso non ne comprende i meccanismi, vani gli sforzi di ricondurre alla sua logica razionale benché spaesata la realtà di matti che lo circonda, durante i cinque anni che sono il tempo di questa storia, un “inverno lungo cinque anni”.
Così è quasi inevitabile che l’ottuso incalzante interrogatorio da parte delle due guardie estrapoli dalla normalità dei comportamenti e abitudini e reazioni del giovane, elementi di sicura “colpevolezza”: la condanna alla ghigliottina – pur non eseguita – è il punto d’arrivo.

       Un plot surreale denso di implicazioni, allusioni, rimandi letterari, canovaccio pronto a  deragliare ad ogni istante verso l’assurdo, che strappa la risata aperta e spinge intanto alla riflessione; l’autore/regista – con la complicità del giovane gruppo di bravissimi attori -  maneggia senza sforzo i registri più diversi, che come su un piano inclinato scivolano continuamente l’uno nell’altro.

       Le dinamiche sociali, le difficili relazioni umane, i grovigli del potere e le forme del suo controllo, tutto è presente in controluce in questa Arcadia geograficamente indeterminata, polis fantastica eppure non meno concreta di quest’altra che vive ogni giorno al di qua della scena.

          E’ per questo che il dialogo telefonico dei due Gianni col “Servizio Clienti” della ditta produttrice della ghigliottina - ancora mai ”testata” (!) e dunque dal funzionamento ancora incerto, salvo per quella avveniristica rassicurante lama superanallergica - non è solo uno dei momenti più esilaranti, è anche specchio rovesciato e inquietante di un tempo fuori controllo (il nostro e forse non solo) e dei suoi ingranaggi impazziti, del nostro straniamento, della nostra facile resa all’assurdo e all’incomprensibile.

Sara Di Giuseppe

martedì 18 luglio 2017

60 Festival di Spoleto. Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde, di Moises Kaufman. La stagione del dolore



Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore
Oscar Wilde, De Profundis


         La formidabile pièce di Moises Kaufman, Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde”, in questa prima all’Auditorium della Stella di Spoleto, si apre sui dolenti passaggi di quel De profundis” che il poeta irlandese (qui, un intenso somigliante Giovanni Franzoni) scrive verso la fine della sua prigionia: questa, iniziata nel 1895 nel carcere di Reading con la condanna per perversione sessuale, segna “la morte civile dell’uomo e dell’artista” e si conclude dopo due anni di regime durissimo e di lavori forzati. La morte vera del poeta, genio e artista meraviglioso inesorabilmente distrutto nel fisico, dimenticato e in miseria, costretto a vivere sotto falso nome, avverrà in una fredda Parigi nel novembre del 1900, a soli tre anni dalla scarcerazione. Dodici persone seguiranno il funerale dell’artista che 20 anni dopo sarebbe stato “l’autore inglese più letto dopo Shakespeare”.

         La “narrazione” dei tre processi ad Oscar Wilde è nel testo di Kaufman trascinante ricostruzione polifonica: la tragedia ne emerge con le voci e le differenti visioni dei personaggi che l’hanno vissuta, travalica i confini storici del moralismo vittoriano, diviene epitome della ferocia di tutti gli oscurantismi e ipocrisie sociali.

         Dal processo intentato da Wilde contro il marchese di Queensberry - padre del giovane amatissimo Alfred Douglas - per averlo diffamato riferendo del suo “atteggiamento sodomita”, e conclusosi con l’assoluzione del marchese, scaturiscono come effetto boomerang gli altri due processi, stavolta contro Wilde stesso, che verrà condannato al massimo della pena (che il giudice ritiene inadeguata) per atti osceni e sodomia in “violazione del Comma 10 Sezione 2 della Riforma del Codice Penale”. La rovina si abbatte sull’artista: bruciati i libri, messa all’asta ogni sua proprietà, spezzati i legami famigliari, della sua vita non resteranno in breve che macerie.

       “Sta crollando tutto, e con che fragore… Pensavo solo di difenderlo da suo padre…”: così Wilde guarda precipitare la vita - occorre un orribile coraggio per affrontare tutto ciò - eppure la sua figura piegata resta titanica nello spazio claustrofobico dell’aula di tribunale, nudo contenitore teatrale il cui perimetro si riduce con le sbarre che gli attori gli stringono intorno; qui i nove interpreti consumano le tappe della tragedia, di volta in volta personaggi, narratori ed anche “coro”, voce collettiva della strada (“Ammazzate quel finocchio!”) aizzata da cronisti senza scrupoli e da un giornalismo scandalistico e bacchettone.

       “Non so rispondere a prescindere dall’arte”, dirà Wilde all’avvocato che lo incalza intimandogli di rispondere. E  lui che ha fatto "dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte”, che ha “cambiato la mente degli uomini e il colore delle cose”, risvegliato l’immaginazione del suo secolo, sulla scena del tribunale è l’esteta beffardo e prodigioso il cui genio trionfa sulla miseria dei suoi accusatori, ed è infine l’uomo annientato alla lettura della sentenza (E io?... Non posso dir nulla?).

        “Le vere tragedie della vita avvengono in maniera così inartistica”, scrive, e tuttavia la sua figura di artista che “reclama all’arte uno statuto di libertà assoluta” giganteggia sull’accanimento di legulei che nell’ossessiva lettura delle sue pagine cercano le prove di perverse deviazioni sessuali, si erge nella coerenza soave del proprio sentire che nulla concede ad ipocrisie e apparenze, si staglia nitida negli squarci poetici che spezzano l’azione concitata, che stemperano il pathos quando giunge al suo acme.

         La domanda da cui muove la ricerca teatrale di Moises Kaufman – come può il teatro raccontare la Storia – trova dunque risposta nell'appassionata ricostruzione di un’aberrazione giuridica che muove dagli atti originali del processo (la cui trascrizione è comparsa in maniera fortunosa da non molti anni) e in sapiente montaggio lega atti processuali, lettere, scritti di protagonisti e comprimari, articoli giornalistici, componimenti e memorie dello scrittore. Impianto complesso, straordinariamente unitario e coerente pur nella pluralità di voci e nell’intersecarsi di piani narrativi e temporali.

         Dalla “povera luce sporca” che passa dalle sbarre di quella sua cella, da quel suo tempo imprigionato dove “per noi non c’è che una stagione, quella del dolore”, la figura di Wilde ci parla e c’interroga ancora: gli straordinari interpreti e la regia che l’hanno resa viva sulla scena per oltre due intensissime ore l’hanno restituita intera alle nostre distratte coscienze. 
Lasciandoli, ci chiediamo se nel tanto che nel tempo è cambiato, tutto sia davvero cambiato, e se scorie di quell’oscurantismo, dell’ottusità di quei poteri, della ferocia moralistica di una società e di un’epoca, non sopravvivano ancora in troppi anfratti, non sempre nascosti, del nostro vivere odierno.

Sara Di Giuseppe


mercoledì 21 giugno 2017

Galleria Marconi. Canto di vita. Incontro di poesia con Enrica Loggi

Foto Catia Panciera
E’ musica leggera, ma classicamente napoletana, l’omaggio di Enrica a chiusura dell’incontro (conosco i dialetti - ci dice - e a Napoli ho vissuto degli anni). Così ci rapisce il suo assolo di Reginella: nessun accompagnamento musicale, e quella sua voce d’altro tempo che ricama il testo struggente di Libero Bovio è la stessa che poco fa cantava i versi di alcune sue raccolte, Musica leggeraIl talento dei giorniDi acque e segni labiliIl seme della pioggia, e altro.
        Il dialogo di oggi è quello fra amiche che discorrono con grazia affettuosa: Enrica percorre con Antonella  le tappe di una creazione poetica, la sua, che canta fragilità e solitudini – i poeti sono soli / col loro inverno – labirinti ed assenze, fughe e ritorni, e il piccolo affanno dei gesti quotidiani che la natura materna e pietosa accoglie e consola. Terra e pietre, cieli e stagioni, e soffi di mare che conducono memorie, acque di piogge e acque di fiumi: tutto ascoltiamo fluire nella voce che leggera scandisce il suo breve diario di parole.
        Dal gioco del dialogo si dipana una narrazione che è confidenziale (l’abitudine di leggere all’amica, per telefono, i versi appena composti… “dovremmo tutti avere un poeta per amico”, dirà Antonella) e al tempo stesso illumina una trama poetica intima e profonda, definisce la traccia inconfondibile di ogni sua raccolta: la vita colta nel suo “farsi natura” (così la felice espressione di G.Dimarti), e la poesia - canzone accesa - che ne penetra la sacralità, vi rintraccia un disegno che si fa avanti senza mostrarsi, percorre mari non navigati e orizzonti di città dove si muovono i miei simili /mutando il loro dove, s’innalza in uno “slancio esistenziale in grado di contrapporsi allo sgretolante grigiore del mondo” (A.Lucidi).
        Gli ottanta versi del poemetto inedito che hanno aperto l’incontro sono stati anch’essi “Canto di vita”; come nel Canto di Hofmannsthal vi echeggia una nostalgia senza nomenostalgia di vita, vi aleggiano  atmosfere sospese: su quelle, oggi, si affacciano assorte - straniate/stranianti immagini - i giganteschi ritratti in foto che dalle pareti colorano prepotenti lo spazio…
        Quiete onde di luce, si travestono / e si fingono stelle, anzi parole: ecco evocate dalla conversazione, le creazioni di Enrica per i bimestrali Grandi Temi di UT,  in ciascuna la vastità sontuosa del tema è ricondotta all’alveo imprevedibile e dimesso di un quotidiano che si fa poesia.
        Così La Rivoluzione è insurrezione delle pratoline insorte per me […] sulle spalle della primavera, angeliche e beffarde agli occhi dei passanti, che cantano per lei, levata / a contemplare quel che ci sarebbe / stato se il mondo non avesse / smarrito la parola. E Il Desiderio è abbracci di fretta fra i cespugli, crepuscolo di festa e di giostra in riva al mare; Il Suono è quello argentato di chitarra, uscita dalla pancia di legno al tocco della sua mano bambina (Fu da frichina la prima vodda / ch sndiett snà na chitarra); Fragilità è la veste comprata dai Cinesi per spendere poco, bella e gracile e rattoppata e ricucita ancora, non posso più indossarla e non la butto via; L’Indiscrezione è un cassetto gonfiato dal tempo, riaperto dopo anni, sedimento di memorie oggetti parole… perché, ci racconta Enrica, conservare ciò che è ferito e non riesco a buttar via è un po’ simile allo Zen e alla sua filosofia della guarigione possibile di ciò che è stato… E sono Labirinto disegni invisibili delle rondini che impazzano nere, è labirinto il cielo di scie chiare come un Maggio dentro il quale perdersi è come ritrovare / lontano, a riva, / la casa che lasciamo ogni giorno / alla deriva.


        Ci congediamo ormai, e giurerei d’averlo visto sorridere, l’anziano perplesso grande signore con palloncino rosso sulla parete destra, grato come tutti noi ad Enrica per questa breve indimenticabile heure authentique de vrai bonheur.

Sara Di Giuseppe


lunedì 12 giugno 2017

Una nuova presentazione di “PoesiEnricaLoggi”, il Quaderno n. 1 di UT


Sono particolarmente lieta di presentare il mio nuovo libro presso la Galleria Marconi di Cupramarittima, a cui sono legata da una fantastica amicizia con Franco Marconi. Dal 1995, quando nacque la Galleria, ho sempre seguito con crescente interesse le mostre che Franco ha allestito per tutti gli amanti dell’Arte Contemporanea. Una scuola di altissimo livello in cui la mia poesia ha trovato numerose ispirazioni, accenti nuovi e una rara umanità. La mia storia si è intrecciata con questa splendida realtà anche perché ho avuto modo di scrivere diversi testi critici su artisti che hanno esposto in questo importante luogo. La scrittura non può che alimentarsi a contatto di una creatività così vasta, sempre sorprendente: l’Arte e la Poesia giocano un continuo rimando, una sollecitazione reciproca che stupisce per la sua fertilità.
Alla luce di quest’amicizia ringrazio Franco che mi ospiterà per un nuovo incontro di poesia il 17 di giugno.
Ringrazio infinitamente anche la rivista UT che ha accompagnato la mia vita letteraria, promosso la mia vena poetica e coltivato un’amicizia preziosa. Fondata nel 2007 dal geniale trio Massimo Consorti, Francesco Del Zompo e Pier Giorgio Camaioni, UT continua un’impareggiabile attività culturale: sta per uscire il numero 60 dedicato al tema “Il Profumo” ed è un traguardo prestigioso per una rivista che è anch’essa una scuola di vita. Attraverso le sue pagine numerosi poeti, scrittori ed artisti hanno conosciuto un’esperienza fondamentale, di primaria importanza culturale.
La mia soddisfazione più grande è stata la recente pubblicazione del Quaderno n. 1 di UT, dedicato alla mia poesia, primo di una nuova collana editoriale aperta a tutti coloro che vogliano pubblicare i loro scritti.
“PoesiEnricaLoggi”, titolo del mio Quaderno, raccoglie 24 poesie scritte per UT negli ultimi 5 anni, ed un poemetto. La veste grafica è a cura dell’art director Francesco Del Zompo, la prefazione di Alceo Lucidi e la postfazione del direttore Massimo Consorti. Attendo con trepidazione il 17 di Giugno per porgere le mie poesie al pubblico, accompagnata dall’amica, finissima scrittrice Antonella Roncarolo, anche lei storica collaboratrice di UT, felice come sono di questo incontro magico tra noi, UT e la Galleria Marconi.
Non so se adesso o poi, prima di sera
le voci che fuggono nel tempo
vivace della rosea primavera
o quelle che rimangono sospese
per un sì o per un no, vanno via presto
nel verde che s’ accòra dentro il mare
quando il giorno si china all’orizzonte
nel commiato di luci ultime e sole
che prendono la forma di parole.

Enrica Loggi



lunedì 22 maggio 2017

Io ricordo, 25 anni fa. 23 maggio o della perdita dell'innocenza



Il 23 maggio 1992 avevo dodici anni, anzi, come amavo affermare con orgoglio a quei tempi, di anni ne avevo dodici e mezzo. Ho saputo della notizia della strage di Capaci mentre ero seduto in prima fila durante la registrazione di un programma televisivo RAI: bizzarro, a pensarci venticinque anni dopo. Non conoscevo bene la storia di Falcone: lo avevo visto qualche volta in televisione, di passaggio su qualche servizio al telegiornale, sapevo poco del maxi processo, del C.S.M., del pool antimafia, di Buscetta. E allora?

Allora quella sanguinosa strage di mafia mi ha fatto entrare di prepotenza nel “mondo dei grandi”, è la pietra angolare su cui ho iniziato a edificare la mia coscienza civile. Le parole dure, indimenticabili nella mia memoria, di una delle vedove degli agenti della scorta di Falcone, pronunciate tra mille singhiozzi durante il funerale: «Io vi perdono. Ma vi dovete mettere in ginocchio». L’autostrada sembra un cantiere, i sassi e la sabbia fanno sparire il nero dell’asfalto, la gente vaga incredula intorno alle macchine ormai divelte. Ho un nodo allo stomaco. Provo a scioglierlo cercando di sapere, di capire, di conoscere. Comprendo il coraggio, ne provo un po’ invidia. Ma quello strazio dei corpi, quello no, non riesco davvero a comprenderlo. L’epoca delle stragi esplosive si concluse l’anno successivo ma si continua a morire di mafia ancora oggi, in silenzio, lontano dall’eco atroce del tritolo. I morti di oggi non hanno viso, non diventeranno simboli di nessuna lotta, a nessuno di loro verrà intitolato un aeroporto. Perché sono vittime mute che non hanno lottato, che si sono piegate, che hanno fatto spallucce, che si sono girate dall’altra parte.


Oggi ho venticinque anni in più, qualche pelo di barba bianca, un paio di idee in testa, poche certezze. Tra queste, di certo, c’è la consapevolezza di essere diventato grande in un solo giorno; di custodire il ricordo di quel sorriso ironico, antico, di quegli occhi di chi sa guardare attraverso, di quei baffi arabi, di quella forza testarda che rende eroica la propria quotidianità. Buon 23 maggio a tutti!

Salvo Lo Presti

giovedì 18 maggio 2017

Jacob Collier al Teatro delle Api per TAM ovvero, Etno-Mozart è qui con un pizzico di World-Bach



Ma a 22 anni (23 ad agosto), un ragazzo made in Italy cosa fa? Pochi coetanei studiano, altri si ubriacano nelle torride movide cittadine e paesane e la maggior parte campa ancora sulle spalle (larghe) di mamma e papà. C'è qualcuno, invece, in altre parti del mondo che non sia il Belpaese, che si diverte con Mozart e Bach anzi, Bach lo canta in corale con le sorelle, sua madre Susan, violinista e insegnante della Royal Academy of Music di Londra e il nonno Derek, anche lui violinista, famoso in tutto il mondo. La musica è il divertimento del piccolo Jacob, l'ama e, da quello che abbiamo visto e sentito al Teatro delle Api di Porto Sant'Elpidio, ne è riamato.
La musica è una strana dea, per niente collettivista, ama i solisti, quelli che la esaltano, che l'accarezzano, che la suonano tutta e possibilmente tutti i generi. Purtroppo, se la musica brutta esiste (oh, come esiste!), lei si rifiuta perfino di considerarla tale, mentre con i geni indiscussi, largheggia, è prodiga, si dilata a dismisura, concupisce e ammalia. Secondo noi, che siamo poi quelli che al fato credono, di musicisti così ne nasce uno su un miliardo e non nasce mai a caso. Il fato, quello strano fenomeno che capisce prima di tutti i cuori dominati dalla passione, è anche parecchio dispettoso perché a pochi si concede, e con gli altri resta indifferente.


Jacob, che sembra il gemello smarrito del Jake Shimabukuro virtuoso dell'ukulele, è un baciato dal fato. Suona tutti gli strumenti possibili e inimmaginabili, scommettiamo che è bravissimo anche con i campanelli dei portoni di casa. In più è dotato di un gusto sopraffino (due Grammy non sono uno scherzo), che lo rendono artista di dimensione mondiale e massima sintesi attuale di tutti i generi.
Il Jazz c'è, il Blues manco a dirlo, il Gospel e la Soul sono le sue dimensioni preferite, il Rock lo usa come sottofondo (troppo facile), il Funky diventa esercizio quotidiano da basso slappato a colazione, mentre per cena si affida alla musica polifonica: dominante, terza, quinta, settima e undicesima con una sola voce e un effetto elettronico, sembra un gioco ma non lo è.
Suona ogni strumento da dio e non sfigurerebbe in nessuna band mondiale, di qualsiasi natura e genere. Ma lui, che cantava le corali di Bach con le sorelle, preferisce la dimensione da one man band, un uomo solo, una band. L'elettronica nella sua musica è dominante, ma solo perché gli consente di arrivare ai “pieni” senza l'aiuto di altri musicisti: suona la parte ritmica, la riproduce in loop e la composizione è servita su un piatto d'argento. Quincy Jones lo adora e sponsorizza e In My Room, disco d'esordio registrato in casa, balza in vetta alle classifiche Jazz di venti paesi.
Un fenomeno, Jacob, che si può permettere di tutto perché pesando trenta chili e avendo ventidue anni, salta da un lato all'altro del palcoscenico per suonare tutti gli strumenti: un giocoliere, un trapezista senza rete di protezione, uno scoiattolo fuggito dalle campagne della sua Inghilterra.
Poi il bis. E la beatlesiana Blackbird che inizia come un canto senegalese e finisce con una sana improvvisazione su base musicale predefinita ed eseguita come uno scolaretto davanti al prof di matematica. Ecco, Blackbird in versione World Music ci ha commosso e fatto ricordare che riproporre i Fab Four è un rischio che solo Aretha Franklin, Joe Cocker e Ray Charles hanno superato brillantemente. Dopo la serata di Porto Sant'Elpidio, aggiungiamo Jacob Collier con Blackbird, John e Paul ne saranno felicissimi.
Jacob Collier ha chiuso la stagione di TAM dedicata al Jazz, a questi coraggiosi il nostro più sentito ringraziamento.

Massimo Consorti

mercoledì 17 maggio 2017

"162 anni". Fausto Bongelli e la Form Ensemble all'Ascoli Piceno Present


 Hanno 162 anni in due, e Philip Glass e Arvo Pärt potrebbero far proprie le parole di Erik Satie: “Sono venuto al mondo molto giovane in un tempo molto vecchio”. Giovanissima e sorprendente è la musica che s’innalza oggi qui, fra gli archi e i travertini della Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, gioiello romanico fra gli innumerevoli che Ascoli non merita, dall'incredibile facciata a riquadri che illumina la piazzetta un tempo incastonata nel verde, poi “riqualificata” e desertificata degli inutili alberi come usa da queste parti.
       Protagonista è oggi il minimalismo musicale:  “elitario e raffinato movimento d’avanguardia” che nei due grandi compositori nulla ha a vedere col fenomeno popular intensivamente sfruttato dalle mode e dal mercato internazionale che hanno “inevitabilmente modificato la concezione estetica e compositiva dei brani minimalisti” (G.Andreetta, “Minimalismo e ascolto musicale”).
       Ispirato interprete di Philip Glass è qui il piano di Fausto Bongelli, con la sua danza solitaria che crea spazi musicali ipnotici, fra note che procedono per ripetizioni e sovrapposizioni quasi in fuga bachiana.
E’ prima il flusso continuo di Mad Rush, complesso tessuto sonoro generato da micro-variazioni nel mare di arpeggi, in cui il pianista sembra quasi suonare due pianoforti diversi grazie all’ambientazione riverberante, perfetta per questa musica di cui amplifica il fluire.
E’ poi la dimensione sospesa quasi metafisica degli Etudes for piano, Book 1: senza superflui virtuosismi e con tecnica sapiente Bongelli declina l’apparente “monotonia” del minimalismo musicale in un’accezione labirintica e atemporale: è “musica che sogna se stessa” nella ripetizione dell’ostinato che lentamente allontana il pensiero dal presente.
       Non conta la penitenziale durezza dei vetusti banchi ecclesiastici che ci accolgono, perché siamo ora nella migliore disposizione per aderire al minimalismo sacro del compositore del silenzio Arvo Pärt.
       Diretta oggi dal giovane talento di Stefano Pecci, l’eccellente FORM Ensemble è un vero “tutti per uno” : c’è qualcosa di matematico nei 21 archi che si muovono in rigorosa unanimità e ieratica lentezza, nessun solista a primeggiare e invece violini viole violoncelli contrabbassi sempre tutti insieme (al massimo stan fermi i contrabbassi); perfetta compenetrazione fra direttore e orchestra che vedi riflessa nel feedback continuo tra sguardo dei musicisti e gesto del maestro.
       L’austero Cantus in Memory of Benjamin Britten sembra giungere da un altro mondo, nel ritmo discendente che l’insolita campana tubolare scandisce e si fa sempre più lento e maestoso nelle note lunghe e nella sonorità rarefatta, “portatrice - scrive lo stesso Pärt - di un’anima come quella che esisteva nei canti di epoche lontane”.
       E davvero da epoche lontane giunge l’ispirazione di Silouans Song: dagli scritti mistici del monaco Saint Silouan del monte Athos discendono le armonie arcaiche e modernissime, il leggiadro disegno degli archi che sostano e riprendono con lentezza, musica senza tempo perché senza tempo è il dolore dell’uomo; dal difficile incontro di due culture giunge a noi l’inquieto Orient & Occident, fino al conclusivo Festina Lente (l’augusteo Affrettati lentamente”)il rapido-lento cui il riverbero acustico  aggiunge misticismo, spettacolare gioco ad incastro in cui il tema si trasforma e sguscia continuamente, sembra lì di fronte all’ascoltatore, ma eccolo che si divincola e sparisce (Senza la musica”2013).
       Gioisce l’austero romanico, s’illuminano le lignee capriate e i ruvidi travertini ai raggi quasi orizzontali di un mite sole pomeridiano: come noi queste pietre hanno goduto i settanta minuti di puro piacere, di emozioni intense eppure serene. Potere della musica, fascino di esecuzioni eccellenti, intelligenza di repertorio ben scelto. Hanno taciuto perfino gli stolti cicalanti in fondo alla chiesa, e quelli arrivati in ritardo convinti d’ essere al Gran Caffè Meletti.

Sara Di Giuseppe

sabato 13 maggio 2017

“Ospiti"... graditi. La pièce di Angelo Longoni al Teatro dell'Iride di Petritoli


Se una serata a teatro scorre piacevolmente e si esce “alleggeriti”, di solito vuol dire che è andata secondo le aspettative, ha funzionato. Non è facile. Spesso ci troviamo ingolfati in un traffico senza vigili né semafori e con il classico fazzoletto bianco che fa da apristrada al nostro andare. Lo sappiamo, è un segnale di emergenza e non si può immaginare in quante situazioni ci siamo trovati a boccheggiare sul bordo di una strada, una qualsiasi strada.
Il teatro ha meccanismi estremamente complessi. Quello di oggi spicca poi per ritmo, tanto che a volte sembra di stare in tv. Eppure correre serve solo a far venire il fiato corto, e con il fiato corto le parole si perdono, le frasi non si terminano, occorre rivolgersi a chi è seduto accanto e chiedere “e allora?” Il rischio c'era e, fortunatamente, è stato evitato.


Il testo di Angelo Longoni datato 2014, vedeva in scena, all'esordio, Cesare Bocci, Eleonora Ivone e Marco Bonini nei ruoli che in questa occasione sono stati rispettivamente di Salvo Lo Presti, Carla Civardi e Marco Tombolini. Conoscendo di nome, ma anche di sostanza, i protagonisti originali, possiamo senza dubbio affermare che non li abbiamo rimpianti, tanto valida è stata la “prima” prova di un terzetto che con un po' di tempo in più e qualche indecisione in meno (conseguenza del primo assunto), avrebbe potuto tranquillamente debuttare in piazze più prestigiose (ma solo di nome). 
Ospiti” è una commedia (atto unico) tirata a mille. Non c'è una pausa che sia una e il copione infatti non la prevede. Una storia semplice, tutto sommato banale, vive sostanzialmente di battute (caustico/ironiche) sulla scia di un Woody Allen d'antan. L'aspetto che Longoni sottolinea, oltre alle dinamiche del solito rapporto di coppia scoppiato, è quello della maschera migliore che ognuno di noi amerebbe indossare per essere un altro e apparire così come gli altri vorrebbero. Un pizzico di psicologismo gratuito condisce il tutto con quel sale di cui non sentivamo il bisogno se non per aumentare, appunto, la sapidità di battute a volte scontate.


Alessandro Rutili, regista della commedia, è riuscito a rendere il progetto originario esattamente come Longoni lo ha concepito, con quel ritmo che ne sottolinea la disarmante e divertente, nello stesso tempo, semplicità. 
Le scene di Luca Monti, essenziali ma necessarie, hanno offerto il giusto contesto a una pièce che non aveva bisogno di lemmoniani appartamenti. La bravura e la simpatia degli attori, però, è stato il passo definitivo per farci uscire, come abbiamo avuto modo di dire, “alleggeriti”. Un sorriso a volte è meglio di un mugugno e stavolta non abbiamo mugugnato.

domenica 7 maggio 2017

Vecchio TOMMASI, il jazz che crea un’atmosfera. L'ultimo concerto della stagione del Cotton Club di Ascoli Piceno


Stasera il Cotton Lab è una nave. Quando il grande Tommasi alla fine “scende” dal pianoforte, scende anche dalla nave. E dietro, dalla nave del jazz, sbarchiamo noi – equipaggio e passeggeri.

      Per l’ultimo concerto stagionale del CottonJazz (più Premio alla Carriera), jazz essenziale, intimo, primordiale, comprensibile. Da Storia del Jazz, da “Leggenda del pianista…”. (Il piano ha fatto il piano, il contrabbasso ha fatto il contrabbasso, la batteria ha fatto la batteria).   
      Suoni naturali, veri, seri: quelli degli strumenti quando furono inventati. Quindi familiari, riconoscibili, puri. Senza additivi. Ma musica infinita, “da non vederne mai la fine”. Jazz sterminato, “dove dentro c’è tutto”.
 
      Eppure Tommasi avrà usato, al massimo, 30 degli 88 tasti a disposizione, e senza mai agitarli. Bastava che gli sussurrasse BLUESSWING… e quelli BLUES, SWING… Da sognare.
Pochi tocchi, molti sguardi. Per noi, atmosfere di vecchia Trieste e profumi di Oceano. All’orizzonte, al Perigeo, Chet Baker, Ennio Morricone…

      Amedeo Tommasi è un quadro sul muro. Ben saldo.

      Il Premio è alla sua carriera infinita, “non si riesce a vederne la fine”.

PGC