martedì 29 agosto 2017

Il melograno di Dimarti. Regia e Interpretazione di Vincenzo Di Bonaventura


       Il vento s’è impigliato all’orizzonte, scriverebbe Dimarti pennellando l’atmosfera di questa sospesa sera d’agosto. Cielo profondo sopra gli alberi, quiete stelle lontane, giardino antico di terrazze e gradini impervi che si fa arabo negli aromi di cous cous e di tè speziato servito con gesto d’arabesco, e nella voce calda del giovane Yacine in severa galabeya che in arabo legge le poesie di Giarmando. Tornerà fra poco alla sua Itaca nel deserto, alla famiglia, lui arrivato dal mare come tanti. Poi sarà di nuovo qui, Yacine (mi chiamo anche Ahmed, come quasi tutti gli arabi), a questo “scrigno dell’amore, dell’accoglienza, della cultura” - così Di Bonaventura definisce il luogo nato dalla passione di Stefania e di Euro - e da qui riprenderà il non facile viaggio della sua vita.

       Il Poema del Melograno, inedita meraviglia che nel marzo dedicato alla Poesia sfoglieremo con a fronte l’araba traduzione di Nesrine Besbes, è il frutto carnoso di agguerrita dolcezza maturato nel poeta dalla “attentività testimoniale” (Di Bonaventura) per l’universo di colore, di danza e di suono - suoni stupiti fragranti - di quella cultura antica: prismatica e polposa, complessa e succosa come il melograno che ne è simbolo “carico di sole ed essenze”.

       Granada e Palermo ne sono i confini: lo apre la “melograna di Spagna”, che ha il frutto del paradiso musulmano nel nome e nello stemma, moresca città di sapienza e cultura non piegata alla feroce Reconquista cristiana, spezzata infine da oscurantismo e violenza di sovrani cattolicissimi; lo chiude Palermo, scrigno medievale di poeti arabo-siculi, in fuga come Ibn Hamdis col suo diwan di versi d’amore per la patria perduta, di struggimento per un nostos mai realizzato (Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia?).

       Al Melograno il poeta rivolge domande, curioso del riposto segreto di quelle danze d’Oriente che custodiscono sontuose messi e frutti sonori; il Melograno risponde al poeta, e lo fa dando voce agli Strumenti - squittire rapido di uccelli, sapori di nettare e di mirra - poi ai Ritmipercorso lungo del Nilo, arcobaleni accovacciati, beduino ritmo raccolto  -  poi alla Danza - alcove odorose di cinnamono, fervore accecante del giorno, i sette colori dei sette veli di Salomè, chiarezza di luce danzante per l’Antipa, e l’ingombrante testa del Battista

      “Avevo dimenticato la nostra musica, i nostri ritmi, la nostra danza” scrive a Giarmando la traduttrice Nesrine, e il poema di Dimarti è questo, nel nostro tempo miope e feroce: è folgorazione che scopre “l’anima despiritualizzata dell’uomo” (Di B.) perché “ristare ammarati è la più atroce sconfitta” e “solo dalla speranza rigermina un alabastro di salvezza”. Nella grande idea di recupero dell’uomo che pervade la poesia di Dimarti - commenta l’attore - sentiamo l’eco di quell’impensabile “…continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo” consegnatoci da Anna Frank.

       Lo sguardo di Giarmando sull’artista scopre cose che l’artista stesso non conosce: così, poco prima, sull’altissima poesia di Dimarti - degna dei più grandi del Novecento - argomentava Di Bonaventura, i cui spettacoli sono ogni volta contenitori inesauribili, lezioni magistrali di letteratura e teatro, di storia e poesia, di lingua e dialetto, di tradizioni popolari e di potente classicità.

       Lezioni che possono di colpo farsi giullarate: come quando si accende, stasera, il ricordo di una cena nella casa marchigiana dell’elettricista nativo di Casablanca, autore del sapiente impianto d’illuminazione nel suo ora dismesso Teatro Aikot da 27 posti in via Fileni (“con le assi e tavole del palcoscenico farò la mia bara”, ride l’attore): la giunonica madre in elegante hijab che cucina il delizioso menu arabo, e la conversazione fitta e cortesissima con lei che ovvio parla arabo e Vincenzo no ma capisce tutto anche i più sofisticati culinari tecnicismi, riprodotta in imperdibile grammelot degno del miglior Dario Fo.

       Noi aficionados lo sappiamo, che quelli di Vincenzo sono sempre due spettacoli, e anche più, in uno…

Sara Di Giuseppe

lunedì 28 agosto 2017

VI Biennale d'Arte Murale “Casoli Pinta”. L'inaugurazione


Si inaugura sabato 2 settembre al Museo Archeologico di Atri, con inizio alle 19.30, la Biennale d'Arte Murale “Casoli Pinta”, prestigioso appuntamento artistico-culturale giunto alla VI edizione, che lo scorso anno ha festeggiato il suo ventesimo compleanno.
La Biennale, decretando il vincitore di questa edizione, arricchirà la sua galleria museale all'aperto, quel “Museo sotto le stelle” che ha contributo a fare di Casoli di Atri una importante attrazione turistica e non solo.
Ventinove gli artisti partecipanti al concorso mentre, per completare il percorso legato al senso di Arte Contemporanea oggi, l'Associazione Culturale “Castellum Vetus”, organizzatrice dell'evento con il Comune di Atri e la Fondazione della Cassa di Risparmio di Teramo, ha invitato dieci artisti di fama nazionale e internazionale, che figurano nel catalogo guida della manifestazione, come ospiti.
Quest'anno, però, la manifestazione si arricchisce della presenza delle delegazioni di altre città abruzzesi promotrici di iniziative similari. Auspice la Regione Abruzzo, si sta predisponendo un protocollo d'intesa che dovrebbe valorizzare al massimo le manifestazioni “open” e dare alle realtà che le promuovono, quella visibilità e quel sostegno indispensabile per continuare la loro opera di avvicinamento all'arte del maggior numero di persone. 
Emotività e sensibilizzazione verso una parte della cultura abruzzese che meriterebbe ben altre soddisfazioni.
Gli appuntamenti di sabato 2 settembre sono i seguenti:
ore 16.30 arrivo a Casoli di Atri delle delegazioni di Azzinano di Tossicia, dove la locale Pro-loco si occupa di dipinti sui muri, dell'associazione culturale di Treglio che si occupa di affreschi sui muri e dei rappresentanti del Consiglio Regionale
ore 18.00 Comune di Atri – riunione per l'analisi e l'approfondimento della progettualità futura del protocollo d'intesa con la Regione
ore 19.30 Museo Archeologico – Inaugurazione e premiazione VI Biennale d'arte Casoli Pinta.
L'ingresso alla Biennale, allestita presso il Museo Archeologico di Atri, è gratuito.

martedì 15 agosto 2017

La carica dei 101. “Ripatransone in miniatura”. Eugenio Cellini, acquarellista


         Gli acquerelli di Eugenio Cellini in questo antico spazio sono 101 o giù di lì, del resto neanche i dalmata cuccioli di Walt Disney erano davvero 101 ma 99 (84 + 15). E sono coloratissimi, come è normale che sia per gli acquerelli. Niente macchie bianche e nere. Se ne stanno quieti silenziosi e ordinati - ma vivissimi - nelle loro sobrie cornici vetrate. E nessuna Crudelia vuol farne pellicce dunque non devono scappare, nè pensano di scatenarsi in una corale carica canina…

        Gli acquerelli di Eugenio Cellini la carica non la fanno, la danno. Intanto perché entrando dal vecchio portone non trovi la solita mostra - pavimento da Centro Commerciale, muri anonimi di garage, aria (mal)condizionata, fredde luci, invertebrata musica-flebo di farcitura, arredi IKEA o angosciante “vuoto”… con esposte opere-profughe (con nome/titolo e numero di matricola) dall’aspetto carcerario appese a catenelle… insomma uno di quei non-luoghi dove i visitatori (magari paganti) sembrano automobili in cerca di parcheggio.

        Questo è un posto di casa e di chiesa. Intimo. D’atmosfera. Il pavimento centenario di vissuti mattoni, le insolite pareti  riquadrate e verniciate in color rosso-Cellini, il grande tavolo-di-lavoro con la miriade di arnesi del mestiere pronti all’uso, cavalletti da pittore di ogni taglia, molte sedie, faretti da cinema… poi quel bravo “allievo” appartato che disegna a matita un nudo di donna… ed Eugenio, sempre presente negli orari della mostra, che fa gli onori di casa a tutti.
Tutto il contrario della mondana aria da merchandising che trovi nelle mostre “importanti” dove il paccuto catalogo con-saluti-del-sindaco-e-dell’assessore, con l’illustre cervellotica pagina del (grande) critico, e i sussiegosi dépliant sono i fumogeni per una monetizzazione dell’arte che spesso sostituisce la qualità.

        Qui trovi “paesaggi dell’anima”, anche in formato quasi francobollo (per non disturbare…), piccoli sguardi posati su un muretto, sospiri appoggiati a un balcone, capriole di neve in discesa, scorci di sotto casa che avevi trascurato, cadenze ipnotiche di tramonti e cieli che avevi dimenticato, e campagna e calanchi e colline…



        Negli acquerelli di Eugenio Cellini scopri e conosci meglio il (suo) paese scansionato e raccontato in ogni palmo. Le case di bei mattoni basse e arrampicate, le ringhiere, gli archi, i campanili e le chiese, le scale ardite, le strade lastricate di pietre di Cingoli, l’affettività delle architetture perse e le rovine intatte, i giardini e gli orti spontanei, le ariose o anguste piazze dall’acustica perfetta, ma ripensate senza macchine: con l’acquerello puoi sottrarre, omettere il degrado e il finto-progresso, falsificare senza rimorso, togliere il vento, inventare il silenzio, fermare e ribaltare il tempo. 

Un acquerello rinfresca il nostro vivere sub-tropicale, corrobora le giornate uggiose, sghiaccia le nostra anime come si fa con le ali degli aerei sennò non decollano. E’ spensierato. Leggero. Ossigenante. Libero. Comprensibile a tutti, ha l’aria bohémien ma non fa l’intellettuale. Quasi canta. Ma non le canzonette, ama il buon vecchio Jazz. Gli acquerelli di Eugenio Cellini sono molto swing. Quando entri qui per gustarteli, ascolti Benny Goodman, Duke Ellington, Earl Hines, Glenn Miller…  Io m’immagino anche Paolo Conte.

PGC

domenica 6 agosto 2017

Grottammare. Edipo Re di Sofocle, a cura di Vincenzo Di Bonaventura


          E’ dei grandi uomini di teatro, l’attrazione magnetica che inchioda il pubblico, seduce noi umani e non solo: anche le colte intelligentissime api, e il mitologico geco, e le preistoriche lucertole

           Ci sono tutti, stasera, oltre a grilli e cicale confusi dal caldo: il geco, impertinente come il ragazzaccio che fu prima di mutarsi in rettile al tocco rabbioso di Cerere offesa, imprendibile lampo screziato sui ruderi così mal restaurati del Castello; e c’è quell’ape intrepida che, non paga di ascoltare Vincenzo, ne ha cercato e conquistato il contatto epidermico, s’è infilata nell’ampia tunica edipica, ha lasciato il segno rovente sulla spalla dell’attore che - stoico - non s’è fermato, facendo così più reale il pathos del re sventurato, più aspro il dolore dell’infelice stirpe di Labdaco.

        “Arte demolitoria è la mia”, sottolinea l’attore (stavolta non-solista) fin dalla prima delle tre serate sofoclee: teatro che demolisce il “decanto” e la tentazione declamatoria, il birignao che i registi “importanti” sempre impongono ai loro attori specie nel teatro classico, per eccellenza teatro di potere e di regime. Proprio in quello, allora, maggiormente occorre recuperare la lingua madre, la lingua parlata dietro l’angolo, quella che raggruma in sé tutti i possibili sottotesti; quell’onomatopeica “lingua del mondo”, insomma, universo sonoro stratificato nelle culture del popolo, l’unica che sia in grado - superando un teatro rimasto fermo su se stesso  -  di dar voce al pensiero antico che scava a fondo nell’uomo, di dar corpo ai pensieri che – direbbe Pirandello – nascono malgrado noi, bastardi come a volte sono i figli, tracotanti perché pronunciano verità (e per questo perniciosissimi).

        Il suo è perciò teatro della festa e della strada, teatro dell’immediato che qui ha le sue quinte ideali fra le antiquissime vestigia del castello che fu: pietre di restauro malamente assemblate da ignoranti mani contemporanee, offese da cartelli storti e tubi dimenticati, da incuria e da echi di musicacce del borgo in turistico orgasmo, intralciate dalla fluorescenza di obbligatorie e inutili Protezioni Civili.

        Così ecco nel prologo l’attore - di nuovo e temporaneamente solista - farsi allo stesso tempo coro e sciamano: maschera adunca che in mescolanza di dialetti e onomatopee disegna l’antefatto delle vicende tebane. La peste che sta decimando vite in un altro paese, richiede una vita:  Dovete fare il sacrificio, prescrive lo sciamano in grottesco saltare e contorcersi al popolino ignorante che lo interroga  - Siama’, come ci dobbiamo comporta’? -  e non capisce, duro d’orecchi e di comprendonio – Eh, che siete detto? –
Sacrificio ci sarà, e sotto il pietrame della lapidazione non il vecchio mendicante fatto bersaglio si troverà, ma una cagna che svommica e muore e in quell’istante la peste è vinta, la città è libera.
  
        Deposta la maschera, indossata la tunica (l’ape malandrina l’aveva individuata, adesso studia le mosse, il percorso…), l’attore è ora Edipo, saggio e sapiente re di una Tebe una volta luminosa, devastata ora - 450 a.C. - dall’orribile pestilenza.
        Da lui, che la liberò dalla sanguinaria Sfinge - Tu che già una volta hai raddrizzato il corso della nostra vita - la città attende nuova salvezza. Il sacerdote lo prega e sollecita, il supplice Coro (i bravi allievi de “La Macchina Attoriale”) se la prende con gli dei neghittosi, con Febo Apollo, e con Atena e Artemide, perfino col rubicondo Bacco: li sfida a parole, rabbioso e disperato, si muovano dunque, scendano dai loro regni dorati ad aiutare il popolo stremato.

        Non si sottrae Edipo alla preghiera (Figli, poveri figli… la mia anima piange per tutta la città), e il responso di Apollo Pizio apre alla speranza: la salvezza è possibile, non c’è che da cercare chi uccise il vecchio re Laio, la punizione del reo scioglierà il maleficio che è conseguenza del delitto, fugherà la pestilenza. Meglio anzi - è la proposta di Creonte - convocare il cieco indovino Tiresia, lui certo saprà svelare il colpevole, e tutto avverrà più in fretta…

        Muove da qui l’inchiesta, e cammina a ritroso poiché il mitologema - il fatto originario, seme della catastrofe - è già compiuto quando la vicenda ha inizio. E’ la “tragedia perfetta”, costruita come una modernissima detective’s story, i cui colpi di scena alternano sollievo e terrore e rendono aspro il confronto: ciascuno rigetta da sé la colpa, rabbiosamente la scaglia sull’altro in questa che è anche una “tragedia dell’ira”; alla collera essa attinge la sua lingua, ed è testo attualissimo che rimanda alla nostra coscienza ancestrale, alla rabbia che noi umani custodiamo irrisolta da millenni.

         Edipo è insieme investigatore e colpevole, e nella generosa leale volontà di far luce (egò fanò) e di risalire indizio dopo indizio, prova dopo prova, ogni gradino dell’oscura sua origine, rivelerà fatalmente se stesso come l’empio, causa pur inconsapevole del maleficio tebano.

        Il vaticinio antico s’è dunque compiuto inesorabile, s’è fatto beffe dei miserevoli destini umani: uccisore del proprio padre, figlio e marito della propria madre, padre e fratello dei suoi stessi figli, Edipo si condanna a vivere (La morte si sconta vivendo: Ungaretti, secoli dopo) accecato ed esule - Luce, ch’io ti veda per l’ultima volta, perché io nacqui da chi non dovevo, mi congiunsi con chi non dovevo, chi non dovevo uccisi - emblema immortale della contraddittoria duplicità e infinita miseria della condizione umana (Oh razza dei mortali / quanto simile sei / nella tua vita al nulla).

        E’ mirabile questo teatro fatto col nulla: non impressionanti fondali di cartonaccio, non pretenziose perforanti luci di scena, nessuna musica che non sia il misterioso ritmo percussivo di djembe; “il teatro appartiene alla gente, alle mura antiche” dice il maestro che con sapienza ha estratto dai suoi allievi la passione, il talento, la fatica. Dopo gli applausi li vediamo farglisi vicini… c’è da cercare il rimedio giusto contro il bacio infuocato dell’ape malandrina, dell’ape di Edipo.

Sara Di Giuseppe

lunedì 24 luglio 2017

Gli artisti collaboratori di UT e la Biennale d'Arte di Atri


Molti i collaboratori di UT presenti alla VI Biennale d'Arte Murale Casoli Pinta. 
La manifestazione abruzzese, curata quest'anno da Massimo Consorti e assurta da tempo a notorietà nazionale, vede la partecipazione di trenta artisti provenienti da tutta Italia e rappresentanti di tendenze e sensibilità che vanno oltre la comune appartenenza al filone dell'Arte Contemporanea. Le linee guida della VI Edizione, saranno infatti quelle della “narrazione” artistica e della contaminazione fra le diverse specificità della Cultura. Organizzata con la colaborazione tecnica del Museo ArteOn di Castel di Lama, del Centro GiovArti di Centobuchi e del MediaMuseum di Pescara, il Patrocinio del Comune di Atri e della Fondazione della Cassa di Risparmio di Teramo, la Biennale sarà inaugurata il 2 settembre nella prestigiosa sede del Museo Archeologico di Atri. I collaboratori di UT invitati sono: Stefano Brandetti, Luca Farina, Vincenzo Lopardo, Luca Olivieri, Aurora Paccasassi, Emilio Patalocchi, Sabatino Polce, Genti Tavanxhiu, Nima Tayebian e, fra gli ospiti, Vittorio Amadio, Nazareno Luciani e Marisa Marconi.

domenica 23 luglio 2017

Fermo, Villa Vitali. "Le emozioni delle cicale". Pensieri e parole, omaggio a Lucio Battisti


            All’uscita da Villa Vitali, torniamo alle nostre Giornate Uggiose. Ma le cicale di Fermo no: il loro Canto Libero, incessante e poderoso per tutto il concerto, si è interrotto solo quando le Emozioni erano troppe. Ma sicuramente (col caldo che fa) quelle cantano ancora adesso, mentre ripassano a mente tutto il LUCIO BATTISTI che non conoscevano. Roba che resteranno in cima agli alberi fino al 29 Settembre. Qualcuna svolazzerà qua vicino su un campo di grano, altre – in quota – azzarderanno temerarie guidando a fari spenti nella notte, o disturberanno qualche povero miciotto innamorato. Se emozionate, le speciali cicale di Villa Vitali cantano perfino volando, lungo le discese ardite e le risalite… Di tanto in tanto si fermano, per Amarsi un po’: in caso di Battisti, anche le cicale hanno Pensieri e Parole.

        Non è stata la solita cover di moda che scimmiotta Battisti, che comunque sarebbe arduo, o lo copi – ed è impossibile - o lo reinventi, ed è difficilissimo. Girotto & C. sono andati oltre: hanno scovato il Jazz che era in lui. Con arrangiamenti da orchestra sapienti e coraggiosi (anche eliminando la chitarra, che ai tempi era il fulcro di tutto). Facendo espandere all’infinito antiche emozioni già potenti e non arginabili, come il mare. Musicisti sopraffini e “di buona creanza”, capaci di approfondire forzando il giusto, mai indecifrabili: ne emergono gli enigmi di Lucio, le dolci asprezze, i suoi (e i nostri) sentimenti quotidiani. Naturalmente. Ogni sua canzone cambia forma, e lasciandosi approfondire (con sofisticati rallentamenti alla Arbore, con colpi di scena silenziosamente eccitanti, con giochi polifonici sax-tromba-contrabbasso d’esperienza…) perde l’età, acquista altra storia, altra estetica, altro umore, altro dinamismo.

        Peppe Servillo che scandisce - quasi sillabandola - ogni parola, e si muove sul palco con l’eleganza selvatica di un condor; Fabrizio Bosso essenziale nei suoi geniali lampi dorati di jazz; Furio Di Castro (il Professore, gli danno del voi e del lei) che col contrabbasso ben puntato fa da baricentro; Mattia Barbieri con la sua batteria, giustamente misurato ma prezioso nel tourbillon di ritmi; Rita Marcotulli, il pianoforte che in Battisti non sapevi, l’avesse avuto lui una così; Javier Girotto (l’amico dei tassisti romani, sale in scena per primo a controllare se ce n’è qualcuno nei paraggi…) che dà i tempi e ciclicamente si fonde con la chimica di Bosso: Jazz inventato di notte e poi scritto, organizzato, rigoroso, perfino con tracce di ‘700, di Bach veloce, di Blues, di Cacerolazo…

        Come potevano star zitte le cicale?

Pier Giorgio Camaioni

giovedì 20 luglio 2017

60 Festival di Spoleto. "Una ghigliottina anallergica". UN RICORDO D’INVERNO drammaturgia e regia Lorenzo Collalti


         Se mai capitasse di ritrovarsi condannati alla ghigliottina, può essere di qualche conforto che il marchingegno in questione vanti una lama di qualità superiore, garantita al 100% anallergica come da manuale dell’utente di cui è diligentemente provvista.

        E’ quanto accade a Claudio, giovane frastornato pittore capitato chissà come o perché nella remota città di Arcadia, in mezzo a personaggi strampalati e a situazioni che non lo sono meno: quella condanna non verrà eseguita per certi arzigogoli cronologico/burocratici, e il giovin pittore riprenderà la sua strada, o rimarrà in Arcadia, chissà.

       Succede molto altro, nella deliziosa pièce “Un ricordo d’inverno”, nel piccolo teatro dai muri spessi e dal fresco/cantina nella Spoleto rovente di questi giorni che di arie condizionate sembra averne poche nelle sue molte sale (non fa eccezione neppure il prestigioso Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti).

       Nasce come Saggio di diploma della Scuola di regia dell’Accademia (anno 2016, titolo originale “Ricordi di un inverno inatteso”, vincitore del bando Nuove Opere SIAE SILLUMINA) il lavoro del giovanissimo Lorenzo CollaltI: creazione geniale dove il divertimento intelligente e la risata mai fine a se stessa rimandano ogni volta a qualcosa di più complesso, pur restando perfettamente aderenti alla linea drammaturgica.

       Il carretto di legno al centro della scena, scomponibile e multiforme – carro con ruote poi tavolo da pranzo, letto, palco da comizio e… ghigliottina - nella sua funzionale versatilità è sintesi concreta del continuo traslare dell’azione dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto.

       Le due indolenti guardie poste a sorvegliare la città, Gianni e Giovanni (due Gianni, insomma), lo trascinano in tondo senza scopo apparente se non l’obbedire a un copione abbozzato su un foglietto, più volte letto dall’uno o dall’altro ad alta voce, con comico effetto di ridondanza sull’azione in svolgimento.

      La città di Arcadia è la cornice, tanto nel nome evocatrice di realtà idilliaca e luminosa, quanto invece sperduta in una imprecisata lontananza, irraggiungibile e circoscritta da catene montuose dai nomi improbabili, dominata da un potere grottesco e autoritario, condizionata da inquietanti riti sociali (ogni venerdì notte i cittadini si rintanano perché possano aggirarsi liberamente in città le fanciulle che dopo essere state schiave del potere per un certo periodo, vengono esiliate nei boschi dove vivono allo stato selvatico).

       Su questo tessuto invalicabile e compatto si affaccia intimorito e perplesso il giovane artista, pittore inviato ad Arcadia con disposizioni dall’alto contenute in un misteriosa lettera. Da qui in poi le situazioni si fanno imprevedibili, gli incontri inaspettati, nulla è pirandellianamente ciò che sembra tranne forse la fanciulla evanescente - una delle creature relegate nel bosco - concreta e reale più del contesto che la racchiude, tanto da innamorare di sé il giovane pittore con la sua grazia muta e gli scatti animaleschi.

       Sono sempre i due svogliati ubbidienti esecutori Gianni a Giovanni a riportare l’azione nei confini del nonsense ogniqualvolta sembri delinearsi una parvenza i normalità: il giovane pittore è pur sempre “lo straniero”, il diverso che il rigido tessuto sociale non sa inglobare; egli stesso non ne comprende i meccanismi, vani gli sforzi di ricondurre alla sua logica razionale benché spaesata la realtà di matti che lo circonda, durante i cinque anni che sono il tempo di questa storia, un “inverno lungo cinque anni”.
Così è quasi inevitabile che l’ottuso incalzante interrogatorio da parte delle due guardie estrapoli dalla normalità dei comportamenti e abitudini e reazioni del giovane, elementi di sicura “colpevolezza”: la condanna alla ghigliottina – pur non eseguita – è il punto d’arrivo.

       Un plot surreale denso di implicazioni, allusioni, rimandi letterari, canovaccio pronto a  deragliare ad ogni istante verso l’assurdo, che strappa la risata aperta e spinge intanto alla riflessione; l’autore/regista – con la complicità del giovane gruppo di bravissimi attori -  maneggia senza sforzo i registri più diversi, che come su un piano inclinato scivolano continuamente l’uno nell’altro.

       Le dinamiche sociali, le difficili relazioni umane, i grovigli del potere e le forme del suo controllo, tutto è presente in controluce in questa Arcadia geograficamente indeterminata, polis fantastica eppure non meno concreta di quest’altra che vive ogni giorno al di qua della scena.

          E’ per questo che il dialogo telefonico dei due Gianni col “Servizio Clienti” della ditta produttrice della ghigliottina - ancora mai ”testata” (!) e dunque dal funzionamento ancora incerto, salvo per quella avveniristica rassicurante lama superanallergica - non è solo uno dei momenti più esilaranti, è anche specchio rovesciato e inquietante di un tempo fuori controllo (il nostro e forse non solo) e dei suoi ingranaggi impazziti, del nostro straniamento, della nostra facile resa all’assurdo e all’incomprensibile.

Sara Di Giuseppe

martedì 18 luglio 2017

60 Festival di Spoleto. Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde, di Moises Kaufman. La stagione del dolore



Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore
Oscar Wilde, De Profundis


         La formidabile pièce di Moises Kaufman, Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde”, in questa prima all’Auditorium della Stella di Spoleto, si apre sui dolenti passaggi di quel De profundis” che il poeta irlandese (qui, un intenso somigliante Giovanni Franzoni) scrive verso la fine della sua prigionia: questa, iniziata nel 1895 nel carcere di Reading con la condanna per perversione sessuale, segna “la morte civile dell’uomo e dell’artista” e si conclude dopo due anni di regime durissimo e di lavori forzati. La morte vera del poeta, genio e artista meraviglioso inesorabilmente distrutto nel fisico, dimenticato e in miseria, costretto a vivere sotto falso nome, avverrà in una fredda Parigi nel novembre del 1900, a soli tre anni dalla scarcerazione. Dodici persone seguiranno il funerale dell’artista che 20 anni dopo sarebbe stato “l’autore inglese più letto dopo Shakespeare”.

         La “narrazione” dei tre processi ad Oscar Wilde è nel testo di Kaufman trascinante ricostruzione polifonica: la tragedia ne emerge con le voci e le differenti visioni dei personaggi che l’hanno vissuta, travalica i confini storici del moralismo vittoriano, diviene epitome della ferocia di tutti gli oscurantismi e ipocrisie sociali.

         Dal processo intentato da Wilde contro il marchese di Queensberry - padre del giovane amatissimo Alfred Douglas - per averlo diffamato riferendo del suo “atteggiamento sodomita”, e conclusosi con l’assoluzione del marchese, scaturiscono come effetto boomerang gli altri due processi, stavolta contro Wilde stesso, che verrà condannato al massimo della pena (che il giudice ritiene inadeguata) per atti osceni e sodomia in “violazione del Comma 10 Sezione 2 della Riforma del Codice Penale”. La rovina si abbatte sull’artista: bruciati i libri, messa all’asta ogni sua proprietà, spezzati i legami famigliari, della sua vita non resteranno in breve che macerie.

       “Sta crollando tutto, e con che fragore… Pensavo solo di difenderlo da suo padre…”: così Wilde guarda precipitare la vita - occorre un orribile coraggio per affrontare tutto ciò - eppure la sua figura piegata resta titanica nello spazio claustrofobico dell’aula di tribunale, nudo contenitore teatrale il cui perimetro si riduce con le sbarre che gli attori gli stringono intorno; qui i nove interpreti consumano le tappe della tragedia, di volta in volta personaggi, narratori ed anche “coro”, voce collettiva della strada (“Ammazzate quel finocchio!”) aizzata da cronisti senza scrupoli e da un giornalismo scandalistico e bacchettone.

       “Non so rispondere a prescindere dall’arte”, dirà Wilde all’avvocato che lo incalza intimandogli di rispondere. E  lui che ha fatto "dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte”, che ha “cambiato la mente degli uomini e il colore delle cose”, risvegliato l’immaginazione del suo secolo, sulla scena del tribunale è l’esteta beffardo e prodigioso il cui genio trionfa sulla miseria dei suoi accusatori, ed è infine l’uomo annientato alla lettura della sentenza (E io?... Non posso dir nulla?).

        “Le vere tragedie della vita avvengono in maniera così inartistica”, scrive, e tuttavia la sua figura di artista che “reclama all’arte uno statuto di libertà assoluta” giganteggia sull’accanimento di legulei che nell’ossessiva lettura delle sue pagine cercano le prove di perverse deviazioni sessuali, si erge nella coerenza soave del proprio sentire che nulla concede ad ipocrisie e apparenze, si staglia nitida negli squarci poetici che spezzano l’azione concitata, che stemperano il pathos quando giunge al suo acme.

         La domanda da cui muove la ricerca teatrale di Moises Kaufman – come può il teatro raccontare la Storia – trova dunque risposta nell'appassionata ricostruzione di un’aberrazione giuridica che muove dagli atti originali del processo (la cui trascrizione è comparsa in maniera fortunosa da non molti anni) e in sapiente montaggio lega atti processuali, lettere, scritti di protagonisti e comprimari, articoli giornalistici, componimenti e memorie dello scrittore. Impianto complesso, straordinariamente unitario e coerente pur nella pluralità di voci e nell’intersecarsi di piani narrativi e temporali.

         Dalla “povera luce sporca” che passa dalle sbarre di quella sua cella, da quel suo tempo imprigionato dove “per noi non c’è che una stagione, quella del dolore”, la figura di Wilde ci parla e c’interroga ancora: gli straordinari interpreti e la regia che l’hanno resa viva sulla scena per oltre due intensissime ore l’hanno restituita intera alle nostre distratte coscienze. 
Lasciandoli, ci chiediamo se nel tanto che nel tempo è cambiato, tutto sia davvero cambiato, e se scorie di quell’oscurantismo, dell’ottusità di quei poteri, della ferocia moralistica di una società e di un’epoca, non sopravvivano ancora in troppi anfratti, non sempre nascosti, del nostro vivere odierno.

Sara Di Giuseppe


mercoledì 21 giugno 2017

Galleria Marconi. Canto di vita. Incontro di poesia con Enrica Loggi

Foto Catia Panciera
E’ musica leggera, ma classicamente napoletana, l’omaggio di Enrica a chiusura dell’incontro (conosco i dialetti - ci dice - e a Napoli ho vissuto degli anni). Così ci rapisce il suo assolo di Reginella: nessun accompagnamento musicale, e quella sua voce d’altro tempo che ricama il testo struggente di Libero Bovio è la stessa che poco fa cantava i versi di alcune sue raccolte, Musica leggeraIl talento dei giorniDi acque e segni labiliIl seme della pioggia, e altro.
        Il dialogo di oggi è quello fra amiche che discorrono con grazia affettuosa: Enrica percorre con Antonella  le tappe di una creazione poetica, la sua, che canta fragilità e solitudini – i poeti sono soli / col loro inverno – labirinti ed assenze, fughe e ritorni, e il piccolo affanno dei gesti quotidiani che la natura materna e pietosa accoglie e consola. Terra e pietre, cieli e stagioni, e soffi di mare che conducono memorie, acque di piogge e acque di fiumi: tutto ascoltiamo fluire nella voce che leggera scandisce il suo breve diario di parole.
        Dal gioco del dialogo si dipana una narrazione che è confidenziale (l’abitudine di leggere all’amica, per telefono, i versi appena composti… “dovremmo tutti avere un poeta per amico”, dirà Antonella) e al tempo stesso illumina una trama poetica intima e profonda, definisce la traccia inconfondibile di ogni sua raccolta: la vita colta nel suo “farsi natura” (così la felice espressione di G.Dimarti), e la poesia - canzone accesa - che ne penetra la sacralità, vi rintraccia un disegno che si fa avanti senza mostrarsi, percorre mari non navigati e orizzonti di città dove si muovono i miei simili /mutando il loro dove, s’innalza in uno “slancio esistenziale in grado di contrapporsi allo sgretolante grigiore del mondo” (A.Lucidi).
        Gli ottanta versi del poemetto inedito che hanno aperto l’incontro sono stati anch’essi “Canto di vita”; come nel Canto di Hofmannsthal vi echeggia una nostalgia senza nomenostalgia di vita, vi aleggiano  atmosfere sospese: su quelle, oggi, si affacciano assorte - straniate/stranianti immagini - i giganteschi ritratti in foto che dalle pareti colorano prepotenti lo spazio…
        Quiete onde di luce, si travestono / e si fingono stelle, anzi parole: ecco evocate dalla conversazione, le creazioni di Enrica per i bimestrali Grandi Temi di UT,  in ciascuna la vastità sontuosa del tema è ricondotta all’alveo imprevedibile e dimesso di un quotidiano che si fa poesia.
        Così La Rivoluzione è insurrezione delle pratoline insorte per me […] sulle spalle della primavera, angeliche e beffarde agli occhi dei passanti, che cantano per lei, levata / a contemplare quel che ci sarebbe / stato se il mondo non avesse / smarrito la parola. E Il Desiderio è abbracci di fretta fra i cespugli, crepuscolo di festa e di giostra in riva al mare; Il Suono è quello argentato di chitarra, uscita dalla pancia di legno al tocco della sua mano bambina (Fu da frichina la prima vodda / ch sndiett snà na chitarra); Fragilità è la veste comprata dai Cinesi per spendere poco, bella e gracile e rattoppata e ricucita ancora, non posso più indossarla e non la butto via; L’Indiscrezione è un cassetto gonfiato dal tempo, riaperto dopo anni, sedimento di memorie oggetti parole… perché, ci racconta Enrica, conservare ciò che è ferito e non riesco a buttar via è un po’ simile allo Zen e alla sua filosofia della guarigione possibile di ciò che è stato… E sono Labirinto disegni invisibili delle rondini che impazzano nere, è labirinto il cielo di scie chiare come un Maggio dentro il quale perdersi è come ritrovare / lontano, a riva, / la casa che lasciamo ogni giorno / alla deriva.


        Ci congediamo ormai, e giurerei d’averlo visto sorridere, l’anziano perplesso grande signore con palloncino rosso sulla parete destra, grato come tutti noi ad Enrica per questa breve indimenticabile heure authentique de vrai bonheur.

Sara Di Giuseppe