17/05/22

LA GUERRA MANIFESTA AI PINI

8 pini di 44 anni verranno uccisi il 18 maggio. ZAC-ZAC, non BANG-BANG. 

Niente pace, neanche per i pini.


      San Benedetto, piazzetta del mercatino comunale di viale De Gasperi: “Riqualificazione e messa in sicurezza, nuovi stalli di sosta, nuova pavimentazione con asfalto, più 16 nuove essenze arboree che verranno piantate nel territorio comunale”. [Chissà dove, magari in un burrone]


Questa dovrebbe essere la volta buona, attacca così l’allegra velinona del Corriere Adriatico (anche oggi abbiamo scritto qualcosa, meno male, sarà stato il compiaciuto Corriere-pensiero). “Colpa dei ritardi per l’approvvigionamento dei materiali, a cominciare dal bitume per gli asfalti”, spiega il ligio assessore, sennò a Pasqua era tutto fatto.


È che a San Benedetto e dintorni la “guerra ai pini” non la si manda per le lunghe, si taglia e basta. E’ stato sempre così, con tutte le amministrazioni, anche quando governavano i “Verdi” di seconda generazione. Tanto i residenti non protestano, zitti e Mosca. Anzi gli va bene. Anche in questo caso: ci guadagnano una decina di parcheggi, più l’asfalto liscio senza le gobbe delle radici dei pini: nessun anziano inciamperà e andrà all’ospedale, nessun bimbo morirà travolto da un ramo di pino assassino (quando si dice la sicurezza)… e i pericolosissimi aghi di pino, che possono accecarti? Solo addio ombra, addio disastrate panchine, addio piccola oasi. Che volete che sia. Commercianti felici. Voti sicuri. 


È l’atroce guerra per il territorio, bellezza. Solo che i pini non possono scappare, non possono rifugiarsi nei bunker dei palazzoni di viale De Gasperi, nè possono difendersi (mai avute armi - difensive, oh yes - in omaggio…). Finiranno anche loro in una fossa comune, o bruciati, ma senza fosforo. Per 8 pini non servono neanche i carri armati, basta una motosega russa (più probabilmente cinese). Il Comune ce l’ha pronta.


      Si potrebbe trattare per salvare la vita ai nostri 8 pini? Certo che no, conviene la “guerra manifesta”, come sempre. Dopo (o anche prima) basterà fare la faccia dispiaciuta e farfugliare vuote parole di circostanza, come sempre. E poi “ricostruire”, con zelo e male, come sempre.


      Cosa importa se avremo perso altri 8 pini mediamente giovani (anche se bruttini perché senza manutenzione, e mai stati potati!); il 19 maggio li avremo già dimenticati. Si dirà di aver vinto la guerra ai pini, ci sarà un’altra stupida inaugurazione, anche se la pace sarà fatta di lugubre asfalto.  

 

PGC - 17 maggio 2022  


IL CLUB DELLA SEGA COLPISCE ANCORA


La crociata contro i pini colpisce ancora, a San Benedetto. Anzi non s'era mai interrotta. 


Dopo le indimenticate gesta delle amministrazioni Kasparov 1 e 2, i cui assessori mani-di-sega (all’Ambiente, pensa un po’) furono per il verde cittadino peggio di Attila nei suoi anni migliori (uno si è perfino recentemente candidato sindaco. San Benedetto sta’ serena!); dopo i fasti dell’amministrazione Piunti coi rigogliosi pini condannati a morte per realizzare la pista ciclabile (oddio, pista ciclabile, si fa per dire) lungo il corso dell’Albula e i pochi superstiti che l’amministrazione Spazzafumo spazzerà via (un nome, un destino) per completare il progetto, tocca ora agli incolpevoli pini del mercatino comunale in Viale De Gasperi. 

Li segano domani. “Riqualificazione dell’area”: oggi si chiama così, nel paraculese amministrativo e  velinaro, ogni delitto ai danni dell’ambiente.

Lo sappiamo da decenni: dalle nostre parti chiamarsi PINO è una brutta disgrazia, il verde in genere è un colore che disturba, e il Club della Sega ha avuto ed ha nelle amministrazioni locali, sambenedettesi e limitrofe, adepti ferventi e numerosi.

 

Lo sanno i pini di Grottammare - specie lì in estinzione anzi già estinta - sistematicamente sacrificati da sindaci e assessori alle proprie elettoralistiche mene palmizie e ciclabili o alla loro psicotica idea di “sicurezza”; lo sanno le pinetine di Grottammare, desertificate a beneficio di chalet e dehors e giochi cretini per bambini.

 

Niente di nuovo sotto questi cieli: a San Benedetto, a Grottammare e non solo, amministrazioni digiune di cultura ambientale inseguono il residuo spelacchiato miserando verde cittadino, lo stanano ovunque esso sia per giustiziarlo con le motivazioni più sfacciate e grottesche.

Si salvano solo le inutilmente spettacolari palme - quando non le fa fuori il punteruolo - su artificiosi lungomari modello Dubai a beneficio di turisti di bocca buona.

 

Tutto nell’indifferenza dei cittadini, col plauso dei commercianti - unici beneficiati - e la supina, acritica amplificazione da parte della stampa. 

La stessa che annunciando lo scempio che giustizierà domani i pini del mercatino di Viale de Gasperi, scrive - anzi velina senza un dubbio o un sussulto - che al posto dei pini “Saranno reimpiantate essenze arboree (apperò, pensavamo si chiamassero alberi) di altro tipo: complessivamente nel territorio comunale saranno piantumate altre sedici essenze  (aridaje), il doppio di quelle rimosse” (excusatio non petita…).

 

Nel territorio comunale, capito bene?  

Ci prendono per scemi. 


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Normalmente tendiamo a non guardare, a non vedere le piante. Siamo completamente ciechi a questa forma di vita che pure rappresenta la protagonista indiscussa della vita del pianeta. Se pensiamo che tutti gli animali insieme rappresentano soltanto lo 0,3% della biomassa del pianeta e che le piante rappresentano invece l’85%, capiamo come ogni volta che si racconti una storia che riguarda la vita su questo pianeta, è impossibile che le piante non siano le protagoniste

(Stefano Mancuso, “La pianta del mondo”, Laterza 2022)

 

Sara Di Giuseppe - 17 Maggio 2022     

28/04/22

QUESTO JAZZ E’ CINEMA

 ENZO FAVATA TRIO
Enzo Favata sassofono  Pasquale Mirra vibrafono, marimba  Mirko Cislino tromba, trombone, synth
Ascoli Piceno – COTTON LAB    22 aprile 2022  h21


      È stato come il bel cinema di una volta, il jazz dal vivo del Trio Favata stasera: 1°tempo (continuo) – INTERVALLO – 2°tempo (idem, continuo) – THE END. E un bis per finire. Uno. Non 6-7-8 pezzi separati da applausi, INTERVALLO, altri 6-7-8 pezzi, applausi, e vari bis con gli applausi finali obbligatori benchè meritati. Come fan tutti. 

Ma non sto qui a criticare questa decisione, anzi. Voglio solo dire che - senza preavviso - Enzo Favata-da-Alghero non ci ha dato scampo: 2 lunghi e intensi brani ininterrotti, uno per tempo, senza riprender fiato, né loro tre né noi. Dirà simpaticamente alla fine: siete venuti a sentirci? eh, noi suoniamo così, però vi vogliamo bene. E’ che, dopo tante prove (in reclusione) questa per noi è la “prima” libera-uscita: se ci fermavamo, come minimo rischiavamo di saltare qualcuna delle migliaia di note scritte. Così invece le abbiamo fatte tutte, giuro. 


Tuttavia, nel complesso noialtri abbiamo retto bene. Attaccati alle sedie, molti. Come quando al cinema restavamo immobili un’ora intera aggrappati con le unghie ai braccioli di legno, se il film - un giallo, una commedia, un western all’amatriciana - ci piaceva da matti. Era coinvolgimento totale, il tempo non contava.

      Così stasera al Cotton. Veramente all’inizio ci s’aspettava che quello che ritenevamo il primo pezzo - che stava già durando parecchio – finisse: invece no, nessuna soluzione di continuità fino all’intervallo; piuttosto “solo” un cambio di narrazione e di sguardi (e di strumenti, di ritmo, d’umore), con conseguenti cambio di scena e d’atmosfera. Come nei film al cinema. 


Pure noi cominciamo a capire cose che non avremmo capito, con i canonici STOP-con-applausi. Ci saremmo distratti. Si sarebbe rotto il filo della “trama”. Siamo a un “concerto cinematografico”, mancante di immagini e parole. Visionario in spazi geografici impalpabili. Il luccicante vibrafono che con le sue ventoline a velocità variabile alterna timbri rilassati e avvolgenti a timbri metallici secchi (alla Lionel Hampton), i sassofoni che duettano con tromba/trombone fondendo suoni come in un altoforno, sono gli unici strumenti a noi “comprensibili”. Gli altri sono come nascosti (salvo l’apparizione del bandoneonino di Favata): virtuali, ibridi, generati dall’elettronica a comando che – ne dubitavamo – può produrre magia e mistero. 


Suoni finora inascoltati ma confidenziali, capaci di costruire musica sghemba, sgusciante, brutale, o matematica (alla Bach, ma senza malinconia). Guarda, mi tornano vagamente il mente tracce di “Trieste” del Modern Jazz Quartet, quel jazz anni ’60-‘70 un po’ seppellito, misto di eretico free-jazz e di soul, però qui rinfrescato da dissonanti voci di Sardegna, sapori etnici d’India, d’Africa, e di altre culture che non saprei. Pare la sceneggiatura acustica di un film-documentario da atlante di scuola, girato forse in una foresta, forse in un deserto, forse tra i ghiacci. Dove è il tempo che suona di continuo, senza confini, senza applausi di disturbo, mentre il cielo è sempre più blu… 


      Quando succede, “buona la prima” sentenziano sul set. Allora, buona questa “prima” di Enzo Favata Trio! Ajò!


[Foto di  Ronan Chris Murphy]

PGC - 27 aprile 2022


24/04/22


La muta vuole una preda […] La muta si incoraggia abbaiando tutta insieme. Non si deve sottovalutare l’efficacia di questo clamore in cui si mescolano le voci dei singoli animali”

        (Elias Canetti, Massa e potere)

 

       Si troverebbero del tutto a proprio agio in uno qualsiasi degli orwelliani Ministeri - per esempio quello della Verità o quello della Pace* - i lugubri sacerdoti della disinformazione nostrana che imperversano sui giornaloni o alla guida dei salotti televisivi, da mane a sera.

Giornalisti/e di chiara – si fa per dire – fama, conduttori e conduttrici (giornalisti anch’essi, quasi sempre): plotone di scalmanati in doppiopetto o tailleurino bon-ton planati dalle furiose cronache pandemiche alle trincee da divano e da carta stampata. Portatori e portatrici, senza vergogna anzi fieri e accecati, del Pensiero Unico: quello che grossolanamente ulula si vis pacem, para bellum, e ritiene si possa preparare e realizzare la pace attraverso la guerra. Purchè questa sia fatta coi corpi degli altri, s’intende.

Disposti a qualsiasi acrobazia da azzeccagarbugli pur di cogliere l’ombra del putinismo nell’interlocutore che azzardi il dubbio, la riflessione: sull’inopportunità dell’aumento delle spese militari - “antistorico e immorale” (don Luigi Ciotti) -; sugli aiuti armati che violano la nostra Costituzione; sulla servitù europea - italica soprattutto - agli USA; sulle responsabilità del mondo occidentale; sulle debolezze dell’Europa e il suo troppo frequente, opportunistico laissez-faire; sulle colpevoli politiche NATO… Bazzecole così.

 

       Eccola allora, la grande muta dei Corsera, Repubblica, Stampa, Foglio, Giornale e via latrando, esasperare l’impulso belligerante nell’opinione pubblica, vaneggiare perfino - in un crescendo d’isteria - di medici spioni venuti direttamente dal Cremlino a carpire segreti nazionali (non a dare una mano alle sputtanatissime Regioni italiote in flagrante incapacità di gestione pandemica, no!).

         Eccole, le cazzutissime anchorwomen in tacchi a spillo, aizzare la muta degli ospiti televisivi al servizio del pensiero dominante; aggredire a suon di provocazioni e domande idiote chiunque osi far funzionare la testa e contrapporsi al tambureggiante alle armi - alle armi.

      Ed ecco, quel che è peggio, la dis-informazione nostrana di giornaloni e tivù, criminalizzare o ridicolizzare ogni dissenso, oscurarlo quando è possibile, senza risparmiare neppure quello scomodo bastian contrario del papa.

 

       Triste paese il nostro, in cui la grande informazione ha abdicato – oggi più di sempre – al ruolo democratico che le è proprio e, dimentica di deontologia ed etica, si fa megafono di interessi altri, mette la sordina al pensiero critico perché non disturbi il manovratore.

 

       Accecata dalla logica bellicista ammantata di umanitarismo perbenista, arruolata in difesa degli interessi economici e geopolitici che sostengono ogni guerra, non vede nella massiccia escalation del sostegno militare al paese aggredito il percorso che avvicina ogni giorno la sciagura immane della “guerra totale”, non esclusa, perfino, la possibile preterintenzionalità di questa. 

Marchia come “disertore” chi, nel riconoscere il sacrosanto diritto del popolo aggredito e straziato a resistere e difendersi, respinge tuttavia lo spirito e la logica della guerra e vorrebbe si lavorasse seriamente e in fretta al necessario compromesso e alla trattativa a oltranza; che non si andasse ipocritamente al rimorchio della evanescente Europa, miope fragilissimo puzzle di particolarismi (“Faremo ciò che fa l’Europa” dice risibilmente il Migliore, come se l’Europa non fossimo noi); che almeno in questa cupa tragedia non fosse, l’Unione Europea, la docile utile pedina degli USA e dei suoi belligeranti interessi a lunga gittata.

 

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*Anche i nomi dei 4 Ministeri da cui siamo governati esibiscono una certa sfrontatezza nel loro deliberato capovolgimento dei fatti. Il Ministero della Pace si occupa della guerra; il Ministero della Verità, delle menzogne; il Ministero dell’Amore, della tortura e il Ministero dell’Abbondanza, della fame.

           (G. Orwell, “1984”)

 

Sara Di Giuseppe - 24 aprile 2022 

21/04/22

Come non dissipare un Lunedì di Pasqua


San Benedetto T.  -  Id  GENTI TAVANXHIU alla Palazzina Azzurra

 

Centrifugato con la mia bici tra le auto in nervosa processione ovunque, tra il puzzolente “SAN BEACH STREET FOOD FESTIVAL” del viale, tra gli eccitatissimi chalet in ansia d’apertura con buttafuori e buttadentro, tra le invasate protesi mangerecce dei bar-cafè-pizza-restaurant, avevo perso le speranze. Pure serrande abbassate alle edicole, ah, mi sarei ridotto perfino a comprare un Corriere Adriatico+Messaggero, 1.20 euro di nulla. 

Butto l’occhio opaco verso la Palazzina Azzurra, figurati, sarà chiusa, è lunedì… toh, invece è - con insolita intelligenza - aperta; ma è deserta deserta, mentre appena lì  fuori c’è l’inferno mangereccio.

 

La salvezza.  Entro – sarei entrato anche solo per abbracciare VALE&TINO di Lodola – ma scopro che c’è pure una mostra (invisibile e inimmaginabile dalle vetrate attappate). 

E che mostra! Id di Genti Tavanxhiu, con l’autore in persona che ti accoglie, e ci parli. Lui ti dice delle sue opere, ovvio, e un po’ anche della sua vita di artista-di-mondo del suo “mondo parallelo” ellittico, ma quasi en passant, con leggerezza, con un parlare non difficile, anzi semplice e preciso, per niente commerciale né auto-promozionale auto-incensatorio auto-celebrativo (come spesso succede con gli artisti): ti dà informazioni utili, interessanti, intelligenti, mai eccessive. Anche per questo trovo naturale che le sue opere siano belle.

 

Sculture non grandi in legno o in pietra-marmo-travertino-quarzo, più oli e acrilici figurativi o astratti che evocano sempre qualcosa. Quasi tutte le sculture, intagliate in avanzi di legni industriali e di alberi persi, cave o sapientemente sezionate, sanno di mediterraneo, di etrusco… o di Antonello da Messina (suggerimento di Genti). E come quelle in marmo rosa, di Carrara, travertino persiano o semplice pietra calcarea, hanno profondi sguardi improbabili, astratti, energici, singoli o alternati, quasi da Divina Commedia. C’è del classico e dell’arcaico in queste “figure ibride e antropomorfe”, ma con slanci e proiezioni nel futuro. Analogo il linguaggio figurativo degli oli e degli acrilici - qui la modernità è più evidente - mentre le spettacolari e scenografiche opere monumentali sparse in tutto il mondo (una, qui al molo-sud a San Benedetto) si possono ammirare nel catalogo.

 

      Bene, in parte non ho “dissipato” questo Lunedì di Pasqua. Ma a guardarmi intorno, a questa realtà sconfortante rigorosamente banale, alla barbara allegria finta di questa “anti-città” (S.Boeri), ho l’amara sensazione che il “deserto culturale” sambenedettese si stia allargando e affollando.

Lo dicono giulivi e soddisfatti i giornali del giorno dopo.


PGC - 21 aprile 2022



20/04/22

Russia/USA/Ucraina di Michaela Menestrina


RUSSIA.
Sul terreno di guerra sedicente
fraterno, un giovane soldato
russo uccide sotto i cingoli del carro
armato il suo comandante.
È impazzito perché ha capito
che l’hanno fregato a 20 anni.
L’hanno portato in Ucraina
con l’inganno. I suoi amici: morti.
Per lui la corte marziale?

USA.
Sul palcoscenico di Hollywood
si consuma uno show imprevisto.
Il comico presentatore 
fa una battuta infame su 
una donna malata. Si alza il marito
e lo schiaffeggia. Standing ovation?
Eh no, non si usa violenza!
Dimissioni dall’Accademia.
La pace è salva.

UCRAINA.
Un presidente attore comico
al quale invadono lo stato
sovrano, diventa il capo di stato
più famoso del mondo.
Da venti di corruzione a tempeste
di dignità e valore 
in presenza sul campo
per il suo popolo.
Statista 2.0 contro imperialismo?

 

Michaela, 7 aprile 2022 

12/04/22

L'equilibrio di Sergio

 
“IN – EQUILIBRIO”

EMILIANO D’AURIA QUARTET  feat. LUCA AQUINO

Luca Aquino/tromba  Emiliano D’Auria/piano  Giacomo Ancillotto/chitarra  Dario Miranda/contrabbasso  Ermanno Baron/batteria

Ascoli Piceno – COTTON LAB    8 aprile 2022 h 21

 

C’è dell’equilibrio da sempre al Cotton Lab, il caro Sergio ne aveva l’abilità e la virtù. 


Così stasera non c’è da sorprendersi: “IN–EQUILIBRIO” non ne è solo l’ennesima testimonianza (musicale e oltre) ma rappresenta un campionario di variazioni di suoni ed effetti fantastici ed eleganti, che neanche al “Cirque des regardes”: un brano, questo eseguito quasi in apertura, che genera stupore, affetto, malinconia, “sguardi”. 

Eppure è Jazz.

 

Sarà che dall’ombra dei nostri armadi tornano in mente quei caroselli in cerchio dei cavalli sulla segatura polverosa della pista… i dondolii (quasi al ralenti) dei trapezi trafitti dai voli arditi degli acrobati… gli animali in gabbia (un po’ feroci) dai saggi occhi felini che in equilibrio sui cubi aspettano di giocare come gattoni col domatore dal piglio severo… l’orchestrina a colori appollaiata sul baldacchino da dove entravano gli artisti… 


LE CIRQUE DES REGARDES: note di pari valore ben scandite, di gusto vintage, non note corsare; guizzi scanzonati e garbati dal fascino vecchiotto, eseguiti con rigore e calore, senza superflua “intimidatoria bravura” (G.Manganelli). Eppure è Jazz

Sul palcoscenico del Cotton farcito del “disordine” fittizio degli strumenti e dell’ambaradan necessario, i nostri bravi 5 solisti - sempre in-equilibrio nelle loro fusioni - creano d’incanto quell’improbabile atmosfera del circo, funambolismi morbidi su paesaggi sonori antichi in vibrazioni fresche di jazz.

In-equilibrio minimalista anche il lay-out del CD, sembra una nuda mattonella di travertino ascolano (forse del “Palazzo dei Capitani” o di una delle due famose piazze, o della “Fontana dei cani”, della facciata del Duomo, di una delle cento torri, di qualche medievale campanile…): sobria, essenziale, senza fronzoli, colori e accessori estetici. Un piccolo quadrato di simil-travertino solido ma leggero. Comunica innato senso di equilibrio statico, dinamico, pensante.

Eppure è Jazz.   

PGC - 11 aprile 2022



05/04/22

IL DOLORE È UNA SINFONIA



“Ci sono desideri che diventano inquilini dormienti…”
[João Reis Costa]

 

       Due coreografi, il portoghese Miguel Ramalho e il fiammingo-marocchino Sidi Larbi Cherkaoui, i loro trentadue magnifici interpreti, e la danza: che trasforma i corpi in musica e la musica in movimento; che scompone il reale e vi penetra per ricrearlo, ne illumina i frammenti, sgretola il quotidiano perché fluisca nell’universale.
 
       Davanti a noi scorrono flussi di solitudini e memorie, di smarrimenti e distacchi, di sogni e risvegli, sprigionati da questa Symphony of Sorrowful Songs, Sinfonia dei Canti Dolenti in cui l’autore volle condensare il dolore antico dell’uomo: nel rivisitarla, il coreografo la sottrae alla contingenza storica, e il canto struggente della prigionia, il lamento disperato della guerra si fanno poetica dei corpi e questa è corrente che ora aggrega ora frammenta, che disegna la vertigine con cui la vita di colpo vacilla e si sgretola e avanza nel buio in cerca di un grembo materno, o di ali per arrivare al sogno, o di mari in cui perdersi per tornare alle radici.
Il linguaggio dolente degli archi, la forza di una composizione che ha qualcosa di arcaico pur nella sua post-modernità, arrivano dritti “alla radice del dolore e della compassione”: la coreografia ne segue il percorso armonico, musica e movimento interpellano con uguale forza l’anima dello spettatore, insieme divengono metafora di quell’unico continuum che è la tragedia umana. 
E tuttavia qui il linguaggio dei corpi oltrepassa il buio, diviene sfida ed energia; e il sommesso dolore di quella severa Sinfonia si fa, nell’idioma della danza, movimento catartico, sensuale e religioso a un tempo e tensione protesa, vitale e inesausta, verso il domani.
 
       Ed è la natura coi suoi poliformi linguaggi a sostituirsi all’umano, nella seconda parte, con quella elegia dell’autunno che è Fall: evocazione della stagione che è la più bella – scrive il coreografo – perché abbraccia tutte le altre, perché ci ricorda da dove viene l’estate e dove finisce, con quella sua energia strana e malinconica “che mi sembra rappresentare il modo in cui sento la vita”. 
Sono foglie colorate i danzatori, e piroettano insieme, o in giocoso duetto, o in dolcissimo assolo; la danza è quella delle foglie nel vento, è l’apparente caos che le muove e le solleva e le butta giù; è il moto dei danzatori in cui ogni caduta ha in sé la propria ascesa, e per ciascuno che cade una forza invisibile sembra riportarlo in alto; è energia che passa dall’uno all’altro come ininterrotta corrente, interazione potente di stasi e movimento, quella stessa della natura nel suo ciclo perpetuo e vitale di caduta e rinascita.
 
Il Fratres di Arvo Pärt, nel suo alternarsi di moto frenetico e calma sublime - “dove l’istante e l’eternità si confrontano dentro di noi incessantemente” - accompagna le foglie nel vento e il volteggiare dei corpi; così il cadere e sollevarsi di questi sono un tutt’uno ipnotico coi rimandi musicali “da specchio a specchio”, di Spiegel im Spiegel; fino alla melodia introspettiva e spirituale di Oriente e Occidente che suggella il posarsi delle foglie nel grembo della terra. 
Una “creazione a strati”, come la definisce il coreografo, che dal caos iniziale conduce per gradi alla ricomposizione di un’armonia che è essenza stessa della natura, e riflette al contempo la resilienza e l’incredibile flessibilità dello spirito umano nella sua grandezza. 
 
       Incontenibile, la standing ovation che premia gli interpreti al termine: così tanto, grazie a loro, siamo “entrati” nell’autunno - e in noi stessi - che quasi ci sorprende la giovane primavera che incontriamo uscendo. 
Ed è così luminoso il cielo stasera, a Lisbona. 
 

 

Sara Di Giuseppe - 3 Aprile 2022 




"Omaggio a Kiev"

Eugenio Cellini – acquerello (2022)

Un acquerello sereno, libero, disarmato.

Un’orchestra di colori pre-romantici di architetture eleganti, armoniche, silenziose e insieme vibranti, come una variazione di jazz.

La guerra cannibale non c’è. Niente cannoni, aerei, missili, bombe, carrarmati fiammeggianti. Niente morti per strada, niente rovine. Non c’è angoscia, disperazione umana.


Un acquerello purtroppo di nostalgia: semplicemente Kiev com’era, Kiev come forse non sarà più.



PGC - 4 aprile 2022


02/04/22

DRAGHI & DRAGONI



Vignette di Natangelo- Il Fatto Quotidiano  

“… Si stenta a credere che razza di terremoti e di tragedie può provocare un animaletto così piccino e destinato a una vita così breve. Infatti, di tanto in tanto un’ondata anche non grave di guerra o di pestilenza ne colpisce e ne distrugge migliaia e migliaia”

        [Erasmo da Rotterdam – Elogio della Follia, 1509]
  
Sarà che fra draghi ci s’intende. È affinità di specie. Sta di fatto che tra il premier Mario DRAGHI e il capo di stato maggiore Giuseppe Cavo DRAGONE c’è stata subito intesa: più armi alla patria, spese per armamenti fino al 2% del PIL; Joe-Condor Biden ordina e noi pronti ubbidiamo, come no, siamo uomini o caporali? siamo Draghi, Dragoni o lucertole?
D’altronde lo scipito gaffeur americano (quello col completo blu cucito addosso) non è venuto in Europa a pettinar le bambole, bensì ad elogiare i paesi UE, a incoraggiarli come fa il padrone coi suoi servitorelli: bravi ragazzi, continuate così, armatevi fino ai denti, aumentate le spese militari, mandate più armi all’Ucraina, con le armi noi qua facciamo affaroni che lèvati, la guerra fa un gran bene a noi ammericani, tant’è che continuiamo a farne tante anche se le perdiamo.

Ed è così che il Migliore tra i Migliori e il suo fido scudiere ministro Guerini-de-la-guera, col plauso e la grancassa della grande stampa con elmetto e moschetto, s’impegnarono ad innalzare la spesa per armamenti in piena crisi sanitaria, economica, sociale. Perché sarà pur vero che il popolo non può pagare le bollette e fra poco neanche fare la spesa: ma suvvia, ci sarà pure qualche brioche da mangiare, no?
Sanità, scuole, strade, ambiente, infrastrutture, stato sociale, gas, petrolio… Bubbole. Possono aspettare, non vi bastano il prestigio e l’affidabilità che avremo (ri)conquistato sullo scacchiere internazionale?
 
Detto fatto, 14 miliardi in più all’anno per le spese militari - missili, attrezzature, uomini, “sistemi d’arma” - e l’Italia sarà più grande e più bella che pria, sarà la beniamina di Joe-Condor, e chi non marcia con noi o rema contro, peste lo colga: è un menagramo, è un “disertore”, è un nemico della patria; anzi peggio, è un pacifista.
Papa Francesco, statte accuorto!
 
E, va da sé, mandiamo ancora più armi all’Ucraina, chè più la guerra dura più gli affari oltre Oceano vanno benone e Joe-Condor è contento di noi.
La maggioranza degli italiani è contraria? ritiene una follia aumentare la spesa per le armi in questo frangente? pensa che ci siano strade diverse per costruire la pace? No problem, basta architettarele domande dei sondaggi nel modo giusto (siamo maestri di artifici linguistici, no?) e voilà, il sondaggio si “interpreta”, così la maggioranza regge, il governo dei Draghi & Dragonipure. In festa giornaloni e opinionisti con l’emetto.
Elementare, Watson.
 

 


Sara Di Giuseppe - 1 Aprile 2022