martedì 19 febbraio 2019

LA RUOTA "CHIODATA"

[Grandeur sambenedettese]


          Un gigantesco equivoco.

          In Piazza Mar del Plata il Consigliere Chiodi non intendeva mettere una Grande Ruota dei Divertimenti alta più di 40 metri “…da cui, per ragioni turistiche, potesse ammirarsi [sublime meraviglia] MARTINSICURO

No certo! Il consigliere pensava invece ad una Grande Ruota degli antichi funai sambenedettesi! [Sì, alta più di 40 metri]. 

Anzi, preso dai ricordi, forse in origine meditava di collocarla proprio lungo lAlbula, dietro alla Palazzina Azzurra.

          Perché, diciamo la verità, le ruotonedei divertimenti ormai ce lhanno tutti, hanno pure stancato: Parigi-Londra-Vienna-Tokyo-Mirabilandia perfino Ancona ce lha. 

Una Grande Ruota dei Funai ancora nessuno! 

          Prevalentemente di legno come quelle originali estintesi negli anni 50 (quanti di noi ragazzi le girammo per necessità, per punizione). Meno pesante quindi di una Ruota dei Divertimenti, e ben stabile sul terreno sabbioso della piazza oggi parcheggio (o su quello dellAlbula). 

E senza bisogno, è ovvio, di ricorrere ai carotaggi del geologo-a-chiamata giacchè ling.Polidori del Comune non ha competenze (sic): non sa - ed è curioso, per un ingegnere - che la sabbia è sicura; che tutta San Benedetto è costruita saldamente sulla sabbia; che - data la stabilità di questa - le fondazioni delle nostre antiche case quasi non esistono, con la sabbia letteralmente a portata di mano

           Una Grande Ruota dei Funai, oh yes! Con 15 mila luci (visibili da Martinsicuro). Ma a propulsione umana, secondo tradizione: da girare rigorosamente a mano

Alla grande manovella, sindaco assessori consiglieri - Chiodi al posto donore sintende - tutti in fila a girare, fiatone e sudore e lingua di fuori. Mentre il popolo in festa incita in coro (come una volta): vòota, cì vòota, cì 


PGC - 19 febbraio 2019


mercoledì 13 febbraio 2019

STUDIATE!

[Ferrovia Adriatica: barriere antirumore à la carte?]


        I treni fanno rumore, bella scoperta. Ma se i treni dobbiamo tenerceli, non resta che intervenire sul frastuono che provocano. Tema vecchissimo e ciclico, che ri-appassiona le genti della ferrovia, le fa tornare cittadini-cittadini, non solo dormienti, non solo votanti

        Ariecco così le barriere antirumore, da sempre spacciate come unica soluzione: sorta di invalicabile (doppio) muro di Berlino o - la scelta è ampia - muro messican-trumpiano, muro Marocco-Sahara Occ. , o tanti altri. 

Altezza tot metri, qualche finestra fissa da cui nessuno mai saffaccerà, e meno male senza filo spinato. Oscene come quelle dellautostrada qua vicino, muraglia industriale plastico-metallica-continua che incarcera boschi case e animali senza attenuare un bel niente, chiedere per credere: anzi, per sapere quando è sorto o tramontato il sole, devono andare su Meteo.it. 

        Un affare gigantesco e indisturbato questo delle barriere, tanto che, saturatosi ormai il mercato autostradale, si passa con disinvoltura al ferroviario. Lo dice la Legge, e le Ferrovie sono ligie e ubbidienti, e buone

        Ma cè chi le barriere le vuole e chi no, tutti con lecite motivazioni: fioriscono contrapposti comitati che si guardano in cagnesco. Parlano, gridano, chiedono, pretendono, si raccomandano, combattono, raccolgono firme, tirano per la giacca i politici amici, fanno conferenze stampa nei bar 

Fermenti tanto scontati quanto inutili, giacchè - piatto ricco mi ci ficco - è sicuro che barriere saranno: brutte, invasive, alte-altissime-costose-costosissime che, a fronte di qualche decibel in meno - quando va bene, e per caso - angosceranno chi ci abita vicino, aggiungendo brutto al brutto, deserto a deserto, tristezza a tristezza.

       Certo che dobbiamo combatterli, i rumori. 

       Ma lAcustica che li governa non è unopinione bensì una disciplina complessa e misteriosa, quasi una scienza, le cui regole e applicazioni vanno studiate e sperimentate caso per caso.

E  lAcustica dice che i rumori ferroviari sono tra i più complicati e capricciosi: rimbalzano come una palla da rugby, si riflettono si sommano si trasformano e si amplificano, per effetto del contorno ambientale; talvolta si attenuano senza un perché. Soprattutto viaggiano! Possono fermarli le barriere?... 

       Potevamo e dovevamo provvedere per tempo ad abbassare questi rumori alla fonte: per esempio adottando materiali cosiddetti morbidi per ruote e rotaie; costruendo massicciate misto-pietrose fonoassorbenti; ripensando il profilo dei binari per diminuire le occasioni di attrito/rumore; ringiovanendo un po i nostri treni (che a guardarli e a sentirne il feroce lamento di ferraglia morente ti pare di tornare all800)  

Lavessimo fatto, non ci troveremmo adesso nellurgenza di acquistare dal fornitore di (s)fiducia milioni di salvifiche (mavalà!) barriere-per-tutte-le-stagioni, alte-basse-vetrate-colorate, da mettere magari dove e come vuole il popolo dei comitati: on demand, à la carte

    Le barriere. LAcustica, tra laltro, ci dice che: 

-  più alte di 4 metri non servono, specie se distanti dal binario oltre 3 metri: questione di traiettorie dei raggi sonori; 

-  per assorbire le onde e non farle rimbalzare non dovrebbero mai essere metalliche ma preferibilmente di legno (tavole non dure, incrociate), e spesse e imbottite e porose e mimetiche , non come quelle esili delle Ferrovie; 

-  la loro sezione dovrebbe essere curva, per trattenere i rumori in basso, che se scappano in alto non li prendi più. 

-  

        Ma le variabili sono tante, la barriera standard non esiste, la barriera è come un vestito da cucire su misura. Certi matti che studiano, poi, pensano che invece di rizzare dappertutto barriere dalla dubbia utilità, forse basterebbero delle minigonne tecniche applicate direttamente alla base dei vagoni fino a sfiorare i binari, per farcorrere anche i rumori, ma chiusi sotto il treno. Altri ancora più matti immaginano una gigantesca simil-spugna (tutta da inventare) tra il pavimento dei vagoni e i binari, che con i rumori si comporterebbe come una spugna con lacqua ma non servirebbe strizzarla in stazione

        Insomma, cari comitati del sì e del no alle barriere, studiate meglio la faccenda: poi contrastateli con validi argomenti, i politici e le Ferrovie. A quelli inutile dirgli di studiare: gli basta lignoranza, per decidere per il peggio.


PGC - 12 febbraio 2019


lunedì 4 febbraio 2019

“Ariémecene a la casa”

XXXIX Inverno Teatrale Cuprense
Rassegna 2019
 
DON CHISCIOTTE
di
Miguel de Cervantes Saavedra
 
Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con 
Vincenzo di Bonaventura
 
Cinema Teatro Margherita – Cupra Marittima
1 Febbraio 2019   h21.15


“Ariémecene a la casa”

 
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.
[Nazim Hikmet, 1947]

    
        Non è mai semplicemente teatro, con Di Bonaventura.  È sempre “atto totale” che supera il testo e i limiti della scrittura, le convenzioni, il birignao del teatro accademico e “mortale”, e pone al centro l’elemento umano: la sola cosa che serve, secondo Peter Brook, per fare teatro. Annullata la distinzione autore/attore (i grandi artisti sono sempre grandi improvvisatori), la relazione con lo spettatore si fa intensa e alchemica, sorta di “possessione”. 


      Come oggi su questa scena in cui l’attore solista, in continuo feedback col suo pubblico, compie il suo “attentato al testo”: non ad un’opera teatrale bensì ad un romanzo (è già un primo “tradimento”, dice); e ne forza poi la componente linguistica (il secondo “tradimento”) con l’ardito ricorso a soluzioni popolari e dialettali di rara forza espressiva. 


        Il romanzo si fa con lui “teatro di strada” (per questo le luci resteranno accese, così come sulla strada lo spettacolo si svolge di giorno) e l’attore è il giullare: figura scomoda, in antico, spesso migrante perché perseguitata, embrione della migliore tradizione teatrale italiana, quella Commedia dell’Arte - “il più bel teatro del mondo” - i cui grandi postulati sono irrimediabilmente perduti.


       “Appartengo alla vecchia categoria dei teatranti che migrano”: per questo ogni luogo può essere teatro e palcoscenico, e l’attore assumere tutte le maschere e gli umori. E questa sera potrà sdoppiarsi in Don Chisciotte e in Sancho Panza, produrre da consumato giullare lo stravolgimento linguistico che assegna allo scudiero l’espressività travolgente del dialetto. Incongruente apparirebbe infatti, trasferito sulla scena, quel Sancho Panza che nel romanzo ha il parlare aulico e dotto del suo padrone: il popolano oggi parlerà, si lamenterà, protesterà, si rassegnerà in puro dialetto abruzzese, lingua originaria per l’attore che ne è  portatore sano così che di ogni sfumatura, inflessione, preziosismo nulla andrà perduto.


       E la scena diviene sorprendente laboratorio di linguistica applicata: è potentissimo questo dialetto centro-meridionale dalla fonetica proteiforme in cui le vocali - dice l’attore - in alcune zone finiscono per somigliare a fonemi stranieri o addirittura esotici; e la forza evocativa di questi codici linguistici dalle radici secolari è pari per pathos e forza drammatica a quella dei tragici greci.
       Quel dialetto è stato, nei paesi della sua infanzia, la lingua della preghiera nei “cori” delle donne oranti a pagamento, fusa ad un latino approssimato per assonanze; e lingua di ineguagliata efficacia delle grandi collettive liti paesane (la nonna, "aizzatrice" delle liti del borgo...): microcosmo di sapore arcaico che l’attore illumina col frequente grammelot - all’altezza del miglior Dario Fo - che presterà più tardi anche agli umori popolani di Sancho Panza.

        Ed è un Sancho Panza malconcio, bastonato per aver difeso il suo padrone nell’ennesima folle avventura, quello che apre la scena coi lamenti e il piagnisteo del suo pedante, infantile “Ariémecene a la casa!”, “Torniamocene a casa!”, cos’è questo vagare senza senso che ci porta solo fior di randellate… Uomo dabbene benché villano e credulone, sa misurare la distanza tra ciò che gli capita e la promessa del suo padrone “che un girar di mano lo rendesse signore di un'isola, ed egli ve lo lascerebbe governatore”.

        E un incontenibile Don Chisciotte - autoproclamatosi cavaliere errante, venturiero e prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso – è quello che percorre la scena in energiche falcate, o cavalcando una pertica, per rianimare il pavido servitore (Te l'ho già detto, che tu non t'intendi d'avventure); che addita allo sbigottito Sancho trenta o quaranta mulini a vento come smisurati giganti, Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie (…) e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.; che ridotto a mal partito e non meno malconcio dello scudiero, issato più o meno di traverso sull’asino Ronzinante - il quale se avesse avuto lingua per querelarsi non avrebbe risparmiato sicuramente né Sancho né il suo padrone - s’indirizza alla volta d’una locanda che scambia per nobilissimo castello, e per castellano l’oste, per castellane moglie e figlia… con ciò che ne consegue.


       È un vulcano di dialettali eruzioni invece, il nostro Sancho/Di Bonaventura: si dispera per il padrone che s’è fracassata la testa (s’ha squatrecchiate la coccia!...); si sganascia quando realizza che colei che il padrone ha trasfigurato nella soave Dulcinea che merita d’essere signora dell’universo intero altri non è che la nerboruta contadina Aldonza Lorenzo (Corpo di mia nonna! Che bocca che ha! Che voce!)  di petto e lombi possenti…


     Non manca tuttavia di “logica” né di metodo la pazzia del cavaliere errante che all’obiezione di Sancho (i cavalieri da lui emulati – Amadigi, Orlando – hanno avuto un buon motivo per la loro follia) risponde che Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo…
Pazzo dunque vorrà e dovrà restare finchè Sancho non sarà tornato con la risposta di Dulcinea ad un lettera che per il suo tramite egli le invierà dopo averla firmata: “Vostro insino alla morte il Cavaliere dalla Triste Figura”. E solo se la risposta sarà diversa da quella sperata, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni
   
        Ma lo struggente eroe che l’attore ci restituisce nella sua interezza è oltre la comicità, è oltre la forza giullaresca che travolge la platea.  
El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha a cui “per il poco dormire e per il troppo leggere si prosciugò il cervello”, è forse la prima figura di anti-eroe, lontano dall’eroismo dei poemi medievali, emblema di una modernità a cui solo restano incertezza e disinganno, tramontata ogni fiducia nella razionalità dell’agire umano.

     Ha un’anima trasparente dice di lui il buon Sancho (Dostoevskij vi si ispirerà per “L’Idiota”). Null’altro poteva, il Cavaliere della Mancia, se non seguire “la legge che batteva nel suo cuore”, perché quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile / non c’è niente da fare, Don Chisciotte, / niente da fare / è necessario battersi / contro i mulini a vento”. (N.Hikmet).

     È nell’insanata “scissione tra coscienza e vita” la modernità dello sgangherato hidalgo dell’eterna giovinezza, del suo intatto cavalcare attraverso i secoli per arrivare a noi così attuale. Soprattutto stasera, e su questa scena.


Sara Di Giuseppe - 3 febbraio 2019





mercoledì 30 gennaio 2019

SILENZI

OFFICINA TEATRALE 2018/19                                                          
Gruppo Teatrale AOIDOS

GERSTEIN

da
IL VICARIO 
di Rolf Hochhuth

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura

con
Vincenzo Di Bonaventura, Simone Cameli e il Gruppo Teatrale Aoidos

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto
27 Gennaio 2019  h17

SILENZI

Ma questo carro-merci non è la barca
per lAde, né sono lo Stige
queste rotaie che portano in Polonia.
Hanno tolto agli dei anche linferno,
e nessun canto muove i suoi guardiani.
[R. Hochhuth  IL VICARIO ed. Wizarts, 1963]


        Vi sono silenzi che pesano indelebili sulla Storia. Quello del Vaticano e di Pio XII sullo sterminio nazista supera il tempo e non tollera assoluzioni, grava sulle coscienze dei responsabili di allora e di quanti - oggi come ieri - tentano di confutare, negare, perfino giustificare.

        E vi è il silenzio a cui il nostro paese incapace, a differenza della Germania, di fare i conti col proprio passato ha consegnato limponente lavoro di Rolf Hochhut (Gerstein Il Vicario, dramma teatrale in 5 atti, 1963): fin da quando - febbraio 1965 - la prima rappresentazione romana allestita da Gian Maria Volontè e Carlo Cecchi viene bloccata (centinaia di agenti di polizia, sette camionette, due camion e un cellulare) e poi definitivamente vietata dal prefetto di Roma per i suoi contenuti contrari alle norme del Concordato (sic). 

        E se in Germania Il Vicario è studiato nelle scuole e fin dal 1963 le repliche teatrali si moltiplicano [la prima - Berlino 1963, con Erwin Piscator - sarà seguita da numerose repliche e nel 2002 dal film di Costa Gravas Amen], nellItalia dello Stato non-laico e concordatario, dellesteso medioevo di ritorno nella società civile, della politica e dei media subalterni alle gerarchie vaticane, il volume è reperibile con difficoltà, e molto di rado i palcoscenici ospitano la poderosa riflessione storica e teatrale che è lopera di Hochhuth: Otteniamo complimenti e silenzi. O solo silenzi. Il Vicario è ancora unopera scomoda (Marco Foschi).

        La riscrittura scenica che ne fa oggi Di Bonaventura non sarebbe per noi nuova (numerose le repliche nel prezioso TeatrLaboratorium Aikot27 e altrove, da anni lontani fino alla più recente, 2017, con lattore solista a rivestire più ruoli) se non fosse che nuovo il suo teatro lo è sempre, ogni volta che la macchina attoriale ri-crea il testo, re-agisce con esso e lo trasforma, così che il teatro sia per lo spettatore, come nellutopia di Artaud, sacrale luogo di purificazione.

E oggi, dal giovane gruppo di allievi e da una preparazione (di sole 20 ore e ics minuti, ci dice) fatta di apprendimento metabolico che rigetta la piatta memorizzazione, scaturisce una partitura di rara intensità. Teatro necessario (nella definizione di Erwin Piscator) che nella testimonianza ritrova un suo compito: teatro del testimone e perciò scomodo, spesso osteggiato, bocca fiammante che trangugia il mondo (Di B.).  

        Lopera dal canto suo - autentico capolavoro della letteratura mondiale - è in ogni sua parte teatro di sottile possanza emozionale (Di B.). Testo epico nella sua forma letteraria, quello di Hochhuth è teatro politico che tratta scientificamente in forma artistica un implacabile materiale documentario, con la forza di una verità che non può essere negata senza negare la colpa; che ricorda a tutti gli interessati - così Erwin Piscator nella sua Nota al Vicario - che era data loro la possibilità di scegliere, e che in realtà hanno scelto anche quando hanno creduto di non scegliere.

        La scena odierna ha la nudità desolata di luogo dogni luce muto, il perimetro dellazione definito solo dallavvicendarsi di cartelli: casa di Gerstein a Berlino - casa Fontana a Roma - la Taverna dei cacciatori a Falkensee - la Nunziatura a Berlino - il Monastero - Auschwitz. 

        I diplomatici equilibri della Nunziatura a Berlino sono scossi. Alla denuncia dellObersturmführer delle SS Kurt Gerstein* - Eccellenza torno ora dalla Polonia, da Belzec e Treblinka, ogni giorno diecimila ebrei, più di diecimila, Eccellenza, vengono uccisi, gasati ( ) Eccellenza, il Vaticano scende a patti con Hitler Se non parliamo, questo sangue ricadrà su di noi - ; alla perorazione del giovane gesuita Riccardo Fontana** perchè di fronte ai provati massacri, il Vaticano denunci il Concordato della Curia con Hitler, il Nunzio Apostolico Cesare Orsenigo oppone il neutro gergo diplomatico e il cinismo raziocinante di una realpolitik che offre alla coscienza alibi e assoluzione: Hitler ci teme, non ha torto un capello al vescovo Galen che pure ha tuonato dal pulpito contro leliminazione dei malati di mente! Dunque calma, giovane amico. Più saggio è affidarsi al genio della vecchia Europa confidare nellinevitabilità per Hitler di venire a termini per forza, sarà lui a volerlo. Dovrà fare i conti con la forza dei cattolici, dovrà capire quello che i suoi amici, il signor Franco e il signor Mussolini, hanno capito da tempo: solo con noi, solo con la Chiesa, non contro di noi, il fascismo è invincibile.

        Nella Taverna dei Cacciatori a Falkensee, Berlino, al riparo dai bombardamenti - gerarchi nazisti e affermati accademici, tra vini e musica colta (Ah la Messa in Si minore, è gioia trasfigurata!) conversano amabili: le tecniche per velocizzare la soluzione finale; le comparazioni sui crani condotte dallaccademico Hirt ( i nostri discendenti dovranno un giorno sapere perchè la soluzione del problema ebraico fosse anche dal punto di vista scientifico assolutamente necessaria); le teorie del conciliante Eichmann, un pedante cordialone ( prima o poi si capirà che si vuol solo liberare dai patimenti i minorati); limpaziente curiosità (E comè andato, Gerstein, il tentativo col cianuro?).

        Non banalità del male bensì male assoluto - che nella guerra si era soltanto perfezionato (Carlo Bo) le cui radici lontane affondano saldamente nellodio: da Alessandria, nellEgitto del  38 d.C. -il più remoto precedente della Shoà -  ai progrom di fine Ottocento, fino ai genocidi organizzati e scientifici del secolo breve.

        Perchè lodio - commenta Di Bonaventura -  esso solo può essere costruito, raziocinato, strutturato, finalizzato a perdurare nei secoli. Lo è stato nella più grande caccia alluomo della storia recente, forgiata con attitudine scientifica in unEuropa - allora come oggi - consapevole e inerte, e per questo corresponsabile non meno del suo Papa cattolico. 

        Lo è nel presente che muta i suoi nemici, inventa i suoi untori ed erige le sue colonne infami, ripara silente e complice nelle sue cattedrali, innalza i suoi muri e allestisce i suoi inferni che si chiamino Libia o Dachau , consegna le sue dieci cento mille navi Exodus allabissale silenzio dei mari.


* Personaggio realmente esistito, il cui nome è iscritto per volere della Comunità Israelita di Parigi sul monumento per le vittime del fascismo.
 **  Nella realtà storica: Bernhard Lichtenberg prevosto del Duomo di Berlino, che di sua volontà condivise il destino degli ebrei a Dachau.


Sara Di Giuseppe - 29 Gennaio 2019


sabato 19 gennaio 2019

EVVIVA IL TERREMOTO

        Ascoli Piceno 15 gennaio 19, sindaco Castelli: Se riusciremo a dimostrare il rapporto causa-effetto, con i fondi del sisma sistemeremo la Curva Sud dello Stadio Del Duca: con 5 milioni si potrebbe rifare anche la copertura della Tribuna Ovest. E farò appello al Commissario per ottenere fondi del sisma anche per le chiese comunali, quelle della diocesi li hanno già avuti. (sic)

        La notizia, raccolta con soddisfazione dai sudditi e diffusa dalla stampa ai quattro venti, ha fatto - come si dice - il giro del mondo. Senza un soprassalto di sdegno, un battito di ciglia, una timida obiezione, unombra di perplessità, un fremito di vergogna. 

Nessuno - giornali (e figurati), comuni cittadini, chiesa, enti, istituzioni, circoli, associazioni, bocciofile - che abbia obiettato (con garbo ma anche no) su questa intenzione scellerata di dilapidare i fondi stanziati per il terremoto, già cronicamente insufficienti, sfilandoli con destrezza a chi ne ha vitale necessità e urgenza. 

        Ascoli per sua fortuna è stata solo sfiorata: scosse tante, ma danni relativamente pochi da un sisma che nella montagna vicina ha cancellato paesi e comunità; tragedia della quale ciò che resta è ancora colpevolmente affogato nelle macerie; abitanti divenuti profughi erranti o sardine in scatola, in lager di casette tardive e pericolose, inospitali e malsane (eppur pagate come ville perché non sia mai che in Italia non si lucri sulle disgrazie).

        Ma certo Castelli per mestiere deve curarsi della sua Ascoli, e abbellirla, migliorarla: quindi perché non sventolare scale Richter per rastrellare agilmente denari e denari da buttarci su? 

        Ed essendo fuor di dubbio che lo stadio (in manutenzione perenne) ha vibrato per il terremoto - e proprio la Curva Sud e il tetto della Tribuna Ovest, pensa tu -  così come è certo che le chiese comunali si sono crepate spaventando i santi, ora basterà solo dimostrare il rapporto causa-effetto e giù milioni a cascata per gli interventi indispensabili irrinunciabili urgenti al grido di dio-lo-vuole e il-calcio-lo-vuole. Tutto secondo le regole, si capisce.

        Poi ad Ascoli, dove lelettorato C.& C. (Calcio & Cattolici) ha la maggioranza, si vota. E quale migliore Campagna Elettorale, che rifare lo Stadio e qualche chiesa? Meglio ancora se con furba enfasi mediatica. 
Evviva il terremoto.


PGC -  18 gennaio 2019


giovedì 10 gennaio 2019

Fatti più in là, fatti più in là, fatti più in la – a – a

        Non ci sono più le patriottiche Sorelle Bandiera di Renzo Arbore, ma laltra domenica mi è sembrato di sentire tanti, ripani e non, ri-canticchiarla (come anche in tutti gli altri giorni) quellallegra canzonetta, passeggiando o parcheggiando in Piazza Donna Bianca de Tharolis a Ripatransone

       Si riferivano al brutto monumento ai caduti della prima guerra mondiale - completo di arrugginito cannone asburgico come un giocattolone ai suoi piedi - campeggiante al centro della piazza, tanto invasivo e ingombrante quanto stonato nellarmonia delle quinte architettoniche delle costruzioni circostanti. Da tempo si pensa di spostarlo un po più in là ma non si fa, e non se ne capisce il motivo.

        Eppure non è difficile immaginare quanto diversa e migliore sarebbe, questa storica grande bella piazza, senza il monumento in mezzo. Nessun altro paese qui intorno tranne, forse, Offida può vantarne una allo stesso livello: ma qui non ce ne curiamo, anzi la maltrattiamo usandola quotidianamente come disordinato parcheggio e saltuariamente per disagevoli fiere-mercato.

        La sua posizione di indiscussa centralità rispetto al paese; la mirabile forma poligonale-circolare, contornata dai pregevoli edifici storici del Municipio, del Palazzo del Podestà, dellantico Teatro Mercantini e dalle tipiche basse case ripane; il pavimento senza asfalto ma in pietra con disegni geometrici a raggera, dalla dolce inclinazione naturale che ne farebbe una meravigliosa platea di teatro allaperto (anche lacustica non dovrebbe tradire): ce nè quanto basta per considerare un delitto lasciarla ancora decadere così a causa dellimpiccio di quel monumento.

Il quale, nulla togliendo alla sua rispettabilità, potrebbe facilmente essere traslato solo di una quarantina di metri in altro spazio libero che non solo cè già ma pare fatto apposta. E che si valorizzerebbe da solo, diventando unestensione panoramica della piazza verso ovest, con tanto di monumento ai caduti - benché brutto - e cannone cecoslovacco inoffensivamente puntato verso i Monti Sibillini. 

        Invece tutto è congelato: nonostante tutti sembrino daccordo - addirittura cè anche il progetto - non si fa nulla, al grido ormai logoro Il Comune non ha una lira, dal suono stonato di un disco rotto. Ma non abbiamo una Banca? Eddài!

Eddài, che poi per linaugurazione chiamiamo Renzo Arbore & C. che ci suonano Fatti più in là


PGC -  10 gennaio 2019


giovedì 3 gennaio 2019

La mia sete


OFFICINA TEATRALE 2018/19

Più che l’amore
da Gabriele D’Annunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura, Simone Cameli
e il Gruppo Aeoidos

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  30 Dicembre 2018  h17

LA MIA SETE

        “La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar”: le parole di Corrado al fraterno amico Virginio dicono la febbre bruciante di conoscenza e scoperta, la rivolta contro “l’ordine che mi opprime”, contro le “risposte ambigue, i sorrisi prudenti e vili” che l’Italietta dei burocrati e dei ministeri oppone alla sua ansia di volo.

        Vive ancora stasera, con il gruppo Aeoidos (ed è riscrittura scenica ogni volta diversa, testo dis-fatto e ri-creato dalla macchina attoriale), la tragedia dannunziana dal destino più ingrato, la meno rappresentata tra quelle dell’artista il cui “teatro di poesia” fu tuttavia la folgore destinata a scuotere dal profondo i codici drammaturgici della tradizione. 

        Sono al di là di noi, i poeti, dice Di Bonaventura, sono malati di speranza: D’Annunzio - come Ibsen, come Strindberg – ha lo sguardo rivolto al ‘900, come loro addita allo smarrimento dell’uomo d’oggi un ideale o una realtà possibile; ma la tristizia dei contemporanei volle vedere, nell’Ulisside protagonista, la ferocia del colonialismo e non piuttosto – in Corrado Brando - l’antitesi del superuomo, l’eroe inconciliabile col modello societario che lo ingabbia, destinato alla sconfitta dall’improponibilità del suo stesso sogno. 
“Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole - scrive D’Annunzio a Vincenzo Morello - egli ha già su di sé l’ombra di un’ala, che non è quella della Vittoria”; e lo paragona all’Aiace sofocleo, già perduto al suo apparire sulla scena, “disperato di vivere, già dato al Buio”. 
        
        L’attrazione dell’inesplorato, il perpetuo desio della terra incognita che è nei Caboto d’ogni tempo (“Sono della razza dei Caboto” dice Corrado all’amico), utopia di un mondo altro e diverso, è il fil rouge che dall’antieroe dannunziano giunge all’oggi lungo il percorso del secolo breve. 
E  Corrado Brando non è lontano se non per cronologia dall’informatico De Andrade che “sotto l’erba dei campi da golf” (Fabio Cavalli, 1993) esplora incessantemente i meandri del sottosuolo nella certezza di un “mondo di sotto” popolato da un’umanità ribelle e felice: universo utopico alla cui conoscenza lo spinge l’insofferenza per la disarmonia di cui è parte, stirpe di Caino come l’intera specie umana destinata alla nostalgia dell’innocenza perduta, e che nell’Utopia cerca orizzonti di virtù e bellezza.

        “Cerco la mia libertà” dice Corrado, nella vita che “per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento” ma anche ”necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un’idea, una riva, un essere caro”. Non è la gloria il suo orizzonte, ma la lontananza, la “vocazione d’oltremare”, toccare il suolo di “quelle regioni incognite ove l’uomo crede di sentire sotto di sé la totalità della Terra”.

         Balenano alla memoria le cicogne in volo sull’ Uèbi, ancora gli par di sentire il fischio dell’aquila pescatrice: nel tormento febbrile, nella frenesia quasi dionisiaca di Corrado, i due amici rivedono se stessi davanti al Mosè michelangiolesco che da studenti ogni giorno visitavano nella penombra di San Pietro in Vincoli; “…Mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra”, su quel marmo in cui Michelangelo aveva imprigionato tutta la tempesta, gli scrosci e i turbini dell’anima. 
E il ricordo è già commemorazione di ciò che non può più essere raggiunto, né la sete dell’eroe potrà estinguersi ai pozzi di Aubàcar: è un ritmo funebre quello che accompagna Corrado come un’ala silente.

        “Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa”: a Corrado non bastano la devozione dell’amico Virginio, la limpida forza del suo intelletto, i gesti e le parole della consuetudine, il legame fraterno; nè lo trattiene Maria nel dono totale di sé (Ella torna come Alcesti dal regno profondo), il suo fremito di leonessa ferita e l’annuncio della nuova vita che nasce in lei: Corrado è già “oltre l’amore e oltre la morte”, il crimine commesso - come la follia di Aiace - rende la morte “necessaria”. 
L’errore immobile che legge nei suoi occhi conferma a Maria il presagio del sogno (Pareva venuto non so che autunno di sotterra…), imprime eco profetica alle parole del libro offertole dall’amico Marco Dalio: “Io piango perché l’Amore non è amato…”

        È al sardo Rudu, il devoto servo isolano partecipe come un Coro greco della solitudine dell’eroe, che questi rivolge l’ultima preghiera “In ogni primavera (…) accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe, e non mi dimenticare nei tuoi canti”. E nulla più ormai - per “il vincitore di Olda”come per Aiace – potrà “interrompere la corsa dell’eroe verso la tenebra”.


Sara Di Giuseppe - 2 Gennaio 2019











mercoledì 2 gennaio 2019

Metti un tigre nel Comune

Mostra di Mario Vespasiani Le cinque tigri mistiche 

Ripatransone 
One Lab Contemporary
23.12.18 20.1.19


         Chissà se balena anche nellimmaginario pop di qualcun altro, ma come entro in Galleria [One Lab Contemporary] mi torna in mente in un flash quel famoso e fortunato slogan della Esso anni 60. Certo, una tigre a Ripa te la puoi immaginare al massimo incontrando un solitario gattone fra la sterpaglia delle Fonti”… Figurati cinque. Qui non è il loro ambiente.

        Per Mario Vespasiani invece è facile: lui le tigri, con sprezzo del pericolo, le dipinge. Nel suo studio ne ha addirittura cinque, in questi giorni. Niente gabbie o sbarre o stupidi giochi al grido del domatore. Le cinque tigri se ne stanno buone ma vigili lungo i muri, pensose. Ti guardano con insistenza, con quella faccia un po così, quellespressione un po così

Magnifiche come lo sono tutte le tigri, ma queste di più, mica sono fotografie. Le senti vive, quasi fossi in Africa. Ti sposti e loro ti seguono con lo sguardo, e se provi a sostenerlo i tuoi occhi vanno in tilt, quasi in fuori-fuoco. Non trovi neanche strano che alcune di loro abbiano doppi occhi!

        Mario attinge alla fantasia come farebbe un bambino ma con ispirazione e mestiere dartista: così ecco i due occhi in più, e quei musi di tigre (meglio sarebbe dire volti) irradiano allinfinito forza e poesia, passione e mistero, amore e timore, paura e sogno

      Tecnicamente si potrebbe dire che lartista ha prodotto un immagine aumentata. Ed è linvenzione che caratterizza la mostra, ti avvicina al misticismo di cui la tigre è portatrice ab antico, al simbolismo delle cinque tigri mistiche protettrici dellordine spaziale e dominatrici del caos.

        E comunque la tigre non devi spiegarla, anche un neonato sa cosè. Metafora universale e vincente, lo era perfino in quellindimenticata pubblicità di Carosello, bucava lo schermo, piaceva anche alla tua macchina. 

        E piacerebbe a quella del Comune, qui a Ripa, bisognoso con urgenza di un tigre nel suo motore.


PGC - 31 dicembre 2018


giovedì 20 dicembre 2018

L'oboe Sommerso

[Oboe, questo sconosciuto]

Berlin Philarmonic Oboe Quartet
Musiche di Mozart, Schubert, Francaix, Halvorsen
Teatro “La Perla” – Montegranaro
16 Dicembre 2018  h 17,30
 

(…)
Un òboe gelido risillaba
gioie di foglie perenni,
non mie, e smemora
;
(…)

[S. Quasimodo - Òboe Sommerso]

 
        L’oboe è strano e lo si conosce poco. Nell’orchestra quasi non lo distingui. Mescolato agli altri fiati di legno neri, quando tira fuori la voce non è che ti entusiasmi, aspetti che passi: un suono leggero come di campagna, senza vibrato, asprigno, perforante, di lunga gittata ma tutt’altro che forte. Ermetico, ecco.
 
        Sembra fuori luogo accanto all’elegante pattuglia di violini viole e violoncelli. Difatti sta in disparte, in seconda-terza fila. Tanti direttori, quando serve un solista, più praticamente gli preferiscono un secondo primo-violino, un flauto, un clarinetto…
Perfino difficile, oggi, trovare oboisti convinti. Mettici anche la fatica nel suonarlo: a dispetto della sua “vocina” labile e strozzata (e neanche tanto estesa), l’oboe pare sempre assetato d’aria. Richiede tanto fiato, polmoni capaci, quindi ci vuole il fisico. [Eppure qui Christoph Hartmann, oboista-di-Germania, un gigante non è, se non in bravura…].
        Forse uno strumento troppo antico l’oboe, un optional nella musica moderna, se non c’è non muore nessuno [perciò pare sommerso]. Il Jazz non lo vuole.

        Ma stasera il protagonista principale è lui. Nulla togliendo ai suoi tre superlativi compagni di viaggio - viola, violino, violoncello - tutti nientemenoche Berliner Philarmoniker. Compagni di viaggio si fa per dire: il Dir. Art. Francesco Di Rosa - montegranarese oboe solista alla Scala e a Santa Cecilia, WOW… - ci racconta, nell’intervallo, del loro arrivo in ordine sparso, di corsa e in maniera quasi rocambolesca: chi da Bruxelles, chi da Monaco via Ancona (ci vuole coraggio…), chi da Roma, in aereo, in treno, in macchina… e dopo questo concerto ripartiranno radialmente per destinazioni diverse, come se niente fosse.

        Repertorio: Settecento e dintorni, Mozart e Schubert (più una passacaglia per violino e viola di Johan Halvorsen, forse non indispensabile ma graditissima). Cose da oboe, ovvio. Ma da dove spunta questo novecentesco semisconosciuto pianista-compositore Jean Francaix? Niente paura, per una volta è un programma di sala ben fatto a illuminarci sull’eccezionale autore di innumerevoli originalissime composizioni non solo cameristiche, che prevedono anche un nuovo strumento: il corno inglese. Voilà. 
        Chi, tapino come me, credeva che il corno inglese fosse quella specie di tondeggiante strano corno da caccia - dorato o argentato - che si suona tenendo una mano “dentro” l’ampia campana, era in errore. Come me era rimasto a Bach, o a troppi film con cacce alla volpe…

        No invece: il corno inglese è sempre un oboe ma “contralto”, stranamente somigliante al primo ma più grande e pesante, con la campana inferiore dalla buffa forma “a cipolla” che pare un campanile austriaco capovolto. “Suona una quinta sotto e ha un’estensione più grave” – ci dice De Rosa, e lo sentiamo – ed è ancora più faticoso da suonare. Ma Hartmann non fa una piega, anzi sorride di più…

        Un concerto raffinato, piacevole, istruttivo. Grazie a dio non natalizio. In un bel teatro, accogliente (sarebbe perfetto con un po’ di caldo in più…) e con pubblico preparato.
Sorprendente e arioso anche fuori, questo “La Perla”: il fresco enorme mural / trompe-l’oeil che ne arreda e ritma l’intera facciata mette di buon umore, scaccia il freddo, ingentilisce il formidabile paesaggio collinare a 270 gradi… Ah, ce ne vorrebbero molti altri di bei murales, a mitigare l’orrore edilizio della Montegranaro “moderna”.


PGC - 19 dicembre 2018