sabato 15 settembre 2018

“… previa definizione della destinazione d’uso”

[ Lundici settembre del PINO BAR continua ]


         San Benedetto, 11 settembre. Sullo sgangherato foglio A4  [contornato di firme e timbri minacciosi - scritto a mano, neanche la dignità di una stampa! - appiccicato con strati di scotch alla serranda del PINO BAR ] evidentemente non centrava; ma sulla stampa cartacea e on-line, a chiusura di un diabetico e tombale comunicato comunale in burocratese alla Azzeccagarbugli, compare anche quella frase sibillina ma chiara (il furbastro latinorum di Don Abbondio non inganna ilpovero Renzo, oggi come allora).

     Quel “… nuovo affidamento previa definizione della destinazione duso, al di là del contorsionismo linguistico, svela il barbatrucco amministrativo necessario per avere le mani libere PRIMA (previa) della nuova asta di affidamento di gestione.

      Facile il percorso per il Comune: per ottimizzare il rendimento di questa come delle sue altre proprietà, basta cambiare la destinazione duso e adattarla al mercato. 

     Cosa importa se il PINO BAR è ufficialmente locale storico; se ha vincoli storico/architettonici [anche linsegna BAR GELATERIA e il bancone sono originali, ma la Soprintendenza dimenticherà pure che questo Chioschetto in stile Liberty fu progettato dalling. Onorati come la vicina Palazzina Azzurra, lo storico Lungomare, la Rotonda con la fontana]; se è stato gestito, rispettato e conservato integro per decenni da una famiglia che ora viene cacciata in malo modo e messa alla gogna; se i sambenedettesi-doc amano questo luogo rimasto miracolosamente intatto e ci si rifugiano anche solo per pensare; se perfino i turisti vorrebbero continuare a frequentarlo così comè, tanto da aver contribuito alla spontanea raccolta di firme diresistenza, arrivate a quasi 2.500.

        Storia di ordinaria prepotenza-e-ingiustizia-secondo-le-leggi come le tante di cui il nostro territorio è prodigo. Sempre secondo le norme, va da sé: basta giocare con astuzia le carte giuste, truccarle quanto basta per restare nella legge interpretandola, salvando la facciata così che le anime candide si convincano che va bene così perché è tutto in regola

         Il Comune potrebbe ancora, dopo la carta della definizione della destinazione duso, calarne altre sul tavolo degli speculatori: e il futuro e mai sazio gestore - ma chi sarà mai, si chiedono gli ingenui - avrà mano libera per realizzarci il suo spettacolare rapace localone. Altro che un piccolo affettuoso bar. 

         Soddisfatti, benpensanti e bellagente. Basta con le brutture del PINO BAR! schiamazzano in coro mentre segano il ramo (di pino) su cui stanno seduti.


PGC - 14 settembre 2018


Caro Max


A tutti noi piace ricordarlo così Massimo Consorti, come nella foto, a sei mesi dal suo definitivo saluto. Col sorriso e la voglia di 'giocare', direi spesso coinvolgendoci testardamente. Abbiamo riso insieme, ma anche sofferto per le molti disillusioni. Abbiamo lavorato insieme, ma ci siamo anche compiaciuti delle numerose escursioni nel tempo 'libero', libero da orari ma non certo da progetti. Abbiamo mangiato e bevuto sempre con moderazione ma abbiamo goduto del gusto di una sana 'cucina'. Abbiamo esposto le nostre idee in molte occasioni, confrontandoci con le sue che facevano da carburante alla comune voglia di fare e fare bene. Siamo stati un gruppo di amici, capaci di aprirci senza pregiudizi. L'unica intolleranza era alla banalità. Tutto e le tante cose dovevano sfiorare la perfezione, anche se solo muniti di cacciavite e martello. 
Gli strumenti, come i mezzi, spesso erano limiti trascurabili per la nostra sana e incontenibile follia, come per la nostra UT. Quella di tUTti noi. Un'esperienza indimenticabile, che ci unisce ancora oggi nel ricordarti. 

Ciao, caro Max





martedì 11 settembre 2018

IL COMUN' DEMOLITORE, l'11 settembre del Pino Bar

Non c'è solo la crisi che falcidia il lavoro e le imprese connesse. 
Non ci sono solo i terremoti che sconvolgono case, negozi e capannoni. 
Non ci sono solo alluvioni e ponti che crollano a spazzare famiglie intere e attività economiche. 
Non ci sono solo decreti e falsi miti a far decidere di non intraprendere nuovi investimenti. 

Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) anche Comuni che decretano la chiusura di attività libere e apprezzate, floride e storiche, belle e fatte da gente che ci spende una vita intera. 
Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) anche vigili urbani che chiedono ai 5 astanti: "documenti prego", per prevenire sommosse degli stessi gestori, armati di aghi di pino peraltro numerosissimi e a portata di Picena Ambiente, e mai rimossi. 
Ci sono date da rimembrare che ci angustiano da 17 anni, e per questo il Comun' demolitore (per i residenti "Sammenedette bill' mine") ha deciso di gemellare la tragica ricorrenza dell'11 settembre d'oltre oceano (così dicono, ma non ci credo), con l'imposta chiusura di un'attività commerciale al servizio del turismo, della socialità nonché reddito per le giovani donne che ci hanno lavorato per oltre 30 anni.
Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) oltre 2.000 persone che hanno dato la loro solidarietà firmando l'unico registro posto all'ingresso del bar-gelateria.

Da ora in avanti, assieme alla tragedia delle Torri Gemelle, celebreremo la drammatica e misteriosa chiusura con ordinanza comunale del Locale Storico delle Marche 'Pino Bar'. 

Amen


PS: Il tutto è partito da un 'istanza' anni fa, fatta dal Comune di San Benedetto del Tronto. La nuova amministrazione, come diversamente per molti altri settori, non ha fatto valere il proprio slogan: discontinuità. In questo caso c'è stata perfetta continuità e ingiustificato accanimento. Chissà se i 'locali poteri forti' non abbiano permeato perfettamente il Pubblico? Così dicono, ma io non ci credo.

Francesco Del Zompo - 11 settembre 2018



mercoledì 5 settembre 2018

La Via della Seta è fatta di gas

        In questi giorni, nel tardo pomeriggio, dallalta circonvallazione di Ripatransone (AP) lo si vede bene. Specie quando luccica di pioggia al tramonto scavalcando le colline: le provvisorie fettucce di plastica arancione che lo delimitano ti sembrano quasi fatte di seta, ma la poesia finisce qui. Quello che si snoda laggiù è il famigerato gasdotto in costruzione. Alla fine sarà lungo anchesso migliaia di km,  ma solo in questo e in nientaltro potrà evocare la fascinosa Via della Seta di Marco Polo, unione di mondi tra Oriente e Occidente, ponte fra civiltà contrapposte, tragitto di arditi commerci; profumava di spezie e davventura, la percorrevano idee e religioni 

        Questaltra invece, che pare uno stupido stradone (anzi unautostrada dei Benetton) è solo un trucco: sparirà fra poco, giusto il tempo di interrarci ad almeno 2 metri un infinito spaventoso cordone ombelicale dentro cui scorrerà per sempre se non si rompe il gas puzzolente cui saremo condannati a star attaccati per tutta la vita.

        Così si incidono colline coltivate, calanchi inviolati, boschi. A zig-zag, per lasciare le case a 20 metri per parte (un po di più le chiese, le fabbriche, i cimiteri), dopo aver con-trattato gli indennizzi di legge come si fa al mercato, ma senza irrigidirsi sul prezzo: vuoi di più? non cè problema, ti pago quanto vuoi basta che mi fai passare, anzi eccoti i soldi subito. Tanto lemissario anticipa soltanto, a pagare - con gli interessi - saremo tutti noi con le bollette, per servizi di cui non usufruiremo

        I danni al territorio (popolazione, edifici, imprese, beni culturali), la potenziale pericolosità delle infrastrutture (questa è zona sismica), laumento del dissesto idrogeologico (è già a rischio oltre il 90% dei Comuni di Marche-Abruzzo, Rapporto ISPRA 2018), linquinamento, la violenza al paesaggio tutte balle degli ambientalisti. Quando tutto verrà ricoperto - come sulla scena del crimine - e torneranno vigne e alberi e prati nuovi di zecca, solo dai satelliti si vedranno le ferite. Pazienza se non appariranno affascinanti come i geoglifi nazca del Perù.

        Anzi, finitosto gasdotto tranquilli che ne faranno un altro, altrettanto superfluo [magari lo chiameranno spudoratamente Via della Seta], raccontando ancora la favola per gonzi della crescente fame di energia pulita  - crescente non è vero, pulita poi - e a basso prezzo (falso: il gas è sempre più caro nonostante i nuovi gasdotti). 

        Se lItalia è già una infinita ragnatela di tubi, è perché la madre dei tubi è sempre incinta e lindustria facile degli scavi spesso a matrice mafiosa non può né vuole fermarsi, dunque dobbiamo pur foraggiarla questa gente. 

        Meno male che il nostro bravo Tullio Pericoli le disegnò per tempo queste nostre colline, quando erano intatte. Oggi non avrebbe potuto. 


PGC - 4 settembre 2018


lunedì 3 settembre 2018

Crollata la Galleria di Cupra

         In realtà i locali sullAdriatica ci sono ancora, ma la Galleria Marconi di Cupramarittima da circa un mese non cè più.

         Si può dire che a Cupra è crollata unistituzione.

          Decenni di mostre darte contemporanea ai più alti livelli, inesauribile centro di incontri e di eventi culturali, punto di aggregazione e piccola fabbrica di artisti emergenti, luminoso esempio di coinvolgimento di passioni e progetti, di conoscenze e sensibilità, luogo espositivo libero e democratico, casa del design e del bello, ma anche della simpatia, dellaccoglienza Galleria Marconi a Cupra era proprio un Bene Comune. E ne arricchiva il paesaggio, ci buttavano un occhio fuggitivo anche le auto e i camion spazientiti della Statale16.

         Adesso il paesaggio è cambiato, anzi non è più paesaggio. E rimasto un piatto uniforme impersonale grigio muro di case brutte, con un vuoto al posto di quello spiraglio di luce mentale che aiutava a pensare.

         Cupra ha perso la sua Galleria Marconi e non lo capisce, neanche se ne rende conto. Non ha saputo amarla, tenersela gelosamente, trattenerla, trovarle magari un altro spazio. Ha fatto solo finta, poi ha preferito lasciarla crollare, come una galleria qualsiasi, un ponte Morandi, una San Giuseppe dei Falegnami 

         Nessuna meraviglia se al suo posto spunterà una sala giochi per minori, o una rapinosa immobiliare, o una miracolosa agenzia di pullman a due piani, o un immarcescibile TIM-Vodafone Noi, le vere vittime del crollo della Galleria Marconi, saremo i loro spaesati clienti.


PGC - 2 settembre 2018 

Ingresso sulla Statale 16 - Opera di Giovanni Alfano, anche lui tra i mille validissimi artisti proposti da Franco Marconi

giovedì 30 agosto 2018

MEGLIO TARDI CHE MAI

[In un amen svuota la Diciotti, si accolla 100 migranti e ne piazza 20 in Irlanda e 20 in Albania]


        Forse ha indugiato troppo, Francesco, ma almeno cè riuscito. Chissà che fatica convincere la CEI  quanti Salvini, in Vaticano!  però alla fine il Papa è sempre il Papa. Voilà: 100 migranti a Caritas e diocesi (chissà se se li contenderanno, Rocca di Papa già non li vuole); 20 in Irlanda come regalo-di-visita obbligatorio (la Chiesa dIrlanda si sarebbe presa pure qualche minorenne, ma erano finiti); e 20 addirittura in Albania, che schiaffo morale ci siamo presi sui denti!

         Bravo Francesco, quindi.

         Questa sola dovrebbe essere la Politica della Chiesa, non quella che le è invece abituale, di entrare a gamba tesa e inopportunamente in questioni di ordine civile che anche tecnicamente non la riguardano. Compiere autonomamente la “buona azione, dare lesempio. Con coraggio. Senza calcoli nè mediazioni. 

Questo ha fatto - in Italia e altrove - negli anni bui della storia, riscattando la grave compromissione dei suoi vertici con tutte le devianze del potere. 

Oggi il suo silenzio è stato pesante, e occorrevano invece scomuniche ad alto livello: a cattolici/cristiani che non aiutano o non accolgono o cacciano altri esseri umani, a cattolici/cristiani che perseguitano chi porge aiuto, a governanti cattolici/cristiani che danno ordini sbagliati e a chi con zelo obbedisce. 

Per quel che vale una scomunica, a un credente dovrebbe dar fastidio no? 

         Anche senza intendersi di religioni, di loro statuti e costituzioni, non è peregrino pensare che tante altre Chiese avrebbero dovuto battere un colpo contro la folle esibizione muscolare giocata sulla pelle di migranti. Invece di guardarsi lombelico e, pregando, aspettare che passi. Almeno un paio di queste religioni avrebbero potuto/dovuto affiancare il collega Francesco, invece di starsene prudentemente zitte alla larga, quiete e altezzose ad aspettare la sua visita epocale. Che prima o poi arriva, basta preparargli la spianata per bagno di folla e bandierine. 

         Loccasione si ripresenterà prestissimo, alla prossima Diciotti


PGC - 28 agosto 2018 


martedì 21 agosto 2018

sabato 18 agosto 2018

PINO TAR

[Respinto dal T.A.R. il ricorso di sopravvivenza del PINO BAR. 
IL COMUNE ESULTA] 


          La tempestiva incontenibile soddisfazione del sindaco di San Benedetto, Pasqualino Piunti: Con questa sentenza viene restituita alla collettività una zona di rilevanza storica, collocata a servizio di unarea verde centralissima, come patrimonio comunale indisponibile

          Ma che stai a di, Pasquali: “… restituita alla collettività

Forse il PINO BAR è un manufatto inagibile, chiuso, fatiscente, schifido come tanti in città (dei quali invece non ti occupi)?

Forse non è stato per decenni ed è tuttora, gestito, mantenuto, curato con dignità, attenzione, gusto, passione, rispetto? 

Forse non è lultima oasi di benessere e di pensiero rimasta nellottusa fracassoneria di un centro urbano votato allacchiappo del turismo più becero? 

Forse non è lunico piccolo bar privo di furbe pedane e dehors che invadono spazi pubblici tanto sfrontatamente quanto bonariamente tollerati dal Comune, con reverenza direttamente proporzionale al potere e allinfluenza dei suoi gestori? 

Forse la Resistenza del PINO BAR non è sostenuta democraticamente da migliaia di cittadini e turisti con firme che continuano ad aggiungersi ogni giorno alla petizione, mai chiusa, contro la funesta modernizzazione, incombente qualora gli attuali gestori venissero cacciati?

          Ma che stai a di, Pasquali: “… zona di rilevanza storica?

Pino Bar non è una zona: il lessico non è unopinione, e una zona è uno spazio, unarea, un posto qualsiasi; può essere anche indistinta, abbandonata, perfino una discarica è una zona; può essere una terra di nessuno, un non-luogoecc.

PINO BAR non puoi chiamarlo zona come fosse un posto qualsiasi: è un manufatto, unopera concepita, progettata, realizzata da umani dei tempi sobri; una realtà che resiste e che per estetica, dignità, funzionalità, respiro, armonizzazione con ambiente e paesaggio ha indiscussa rilevanza testimoniale, storica, sociale.

          Ma che stai a di, Pasquali: “… patrimonio comunale indisponibile?

Forse che lo gestirà il Comune? Forse che in questa maniera con la farsa di un regolare appalto pubblico per tacitare i gonzi non sarà invece saziato qualche appetito-morsicatore neanche tanto nascosto? 

          Ma tutto questo il TAR (come Alice) non lo sa


PGC - 18 agosto 2018


venerdì 17 agosto 2018

Inafferrabile Mario

Ricordi, ricordi, pochi ma indelebili tracce scolpite nella mente come nelle ossa, cresciute per alcuni anni insieme.

Carissimo Mario, mi hai lasciato di stucco, senza un 'cenno', senza poterti rivedere ancora una volta. Ma tu eri così, inafferrabile, spesso lontano da questi luoghi di stretta e angusta periferia. Quasi fosse un riscatto dal nobile paesino che ti ha visto nascere, Montefiore, per allontanartene definitivamente fino a oggi. 

Ti ricordo come un talentoso artista prim'ancora che amico. Sì, perché tu sapevi esserlo con tanti e con nessuno, con l'accezione positiva di quanti sanno di essere persone speciali e la loro strada è determinata se non da sé, da pochi altri vincoli affettivi e materiali. Insomma, credo che tu, anche nella tortuosità dell'esistenza, sia stato sempre convinto nel perseguire gli ideali di libertà, di indipendenza nella vita come nell'arte con la tua generosa e creativa progettualità. L'acutezza dei tuoi pensieri si leggeva nel tuo sguardo, fiero, irriverente, sicuro ma felicemente 'leggero'. La tua vita, come la tua carriera lo testimoniano. Così come la tua giovane famiglia, che ben ti ha rappresentato nell'ultimo pubblico saluto. Sono stato colpito dalle loro parole, grandi e amorevoli. Per te e tua moglie Marina non c'è premio più grande. 

Appena ventenne sei riuscito a saltare su vari continenti, da solo, magari in compagnia di un reduce 'cappello da prete' che testimoniava la tua ironica diversità rispetto a un mondo pieno di ipocrisie. 
I tuoi genitori, Erminio e Giuliana, come la carissima sorella Daniela, erano spesso costretti a rincorrerti idealmente in terre lontane, con la preoccupazione, e forse anche l'orgoglio, di avere un Gianburrasca cresciuto in fretta e voglioso di scoprire o magari conquistare il mondo. Gli USA, la Cina e non so quanti altri paesi da te 'navigati' poco più che ventenne. Poi il Venezuela, con la bellissima nuova compagna di vita, dove grazie ad un tuo progetto intrecciasti collaborazioni internazionali con eventi e mostre d'arte. Nel contempo l'insegnamento, professione che, conoscendoti, certamente amavi e dove trasferivi il tuo talento in modo che crescesse il loro, quello dei tuo ragazzi, futuri donne e uomini più che alunni.

Le arti, in toto, sono state il tuo pane quotidiano, come l'amore per l'avventura e la sfida con sé stessi. Sfida che ti ha portato a sottovalutare il tempo, quello che non rispecchia i nostri pensieri e fa scempio insindacabile della volontà e necessità di vivere… ancora un po'.

Caro amico di studi e di esperienze comuni, degli scambi di parole ad arte, del "ci sentiamo presto" dopo l'ultima collaborazione in UT del 2010, La Curiosità (giustappunto, quale miglior tema?); mi mancherà l'attesa che mi portava sempre a sperare di rivederti prima o poi, anche solo di saperti in giro a progettare 'qualcosa' di vitale, di importante, di immaginifico. Ma questo tuo ultimo viaggio nessuno lo aveva previsto. Inarrivabile Mario… e la tua grande vivace umanità.

La tua frase, riportata in tuo ricordo, testimonia ciò che è stato grande in te, un pensiero alto e laico: "Non piangete, io continuerò ad amarvi al di là della vita. L'amore è l'anima e l'anima non muore". Da parte mia mi impegnerò a rispettare questa tua esortazione. Ma per la tua promessa, fa sì che si estenda dalle 'mie parti' e mi folgori da qui in avanti.

Francesco Del Zompo - 16 agosto 2018
(Omaggio a Mario De Carolis, scomparso il 12 agosto 2018)

Opera di Mario De Carolis per UT "La Curiosità", settembre 2010

mercoledì 15 agosto 2018

“Dilaniato dai versi”


Fondazione DiversoInverso

"MINUTI ILLIMITATI di... GIARDINO" 
Giardino de La Rosa Scarlatta - Monterubbiano


La Cantoria del Buon Cantore
di
GIARMANDO DIMARTI

Percorso lirico poetico omniano a cura di 

Vincenzo di Bonaventura
11 agosto 2018  h21.30



“Dilaniato dai versi”

 

       Sono dilaniato dai versi, posseduto fino a “pensare in poesia”, dice di sé Di Bonaventura. A possederlo stasera è la grande poesia di Giarmando Dimarti (“Uno dei più grandi poeti del nostro tempo, e di cui mi onoro di essere amico”): vissuta, cantata, agita da Vincenzo, essa è la nostra rosa scarlatta in questo giardino senza età, di scale impervie, di silenzio e di stelle.
       Vi aleggia il genio eclettico e raffinato di Euro Teodori, che Giarmando ricorda commosso nei saluti; lo rischiara la presenza luminosa solida e lieve di Stefania. E noi vibriamo in tutt’uno con questi alberi antichi e liberi, con questo cielo profondo, con Vincenzo che si fa aoidos dei versi poderosi, e quella poesia percepiamo in ogni cellula - in modo primitivo e primigenio - coi sensi più profondi.

       Per voce sola e djembe ci assale titanico il canto in necessario / accessorio del poeta. Nel mondo disumanato, nel “chiassato silenzio” del tempo che ci siamo dati*, la poesia non ha - montalianamente -  lingua o parola che salvi – “Taci il tuo ciancio cantare / poeta (…) cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce (…) la terra veleggia l’universo / anche senza le tue balorde sfioccate bandiere sonore

       Frantumato, destrutturato, sperimentale eppure antichissimo e dotto, il verso dimartiano irrompe nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano; perfora il conformismo delle parole ormai vuote di senso con la densità di una lingua spregiudicata e squisita, apocalittica e aspra, che impietosa squarcia il velo opaco delle cose e a un tempo si piega dolente - con un cuore appena ricucito - sulla pena di una terra erranea sdraiata fraudolenta.

       La voce attoriale se ne fa canto, tambureggiare di djembe, grido poderoso, lamento dissotterrato da affogate memorie. Percorre l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta; evoca presaga il cieco precipitare della nostra vita in disarmo - dove “è tutto sotto controllo”* - verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi saremo nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.

       Implacabile esplora la rabbia della fame infame sete di chi ha attinto acqua da crepe deserte (…) dato quello che avevo per un recinto d’aria; scava la pena delle labbra incollate dai digiuni nel disperato j’accuse: “a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni?”

       Evoca l’amore - amaro amore errante - che ritorna dopo il tempo di un lungo deserto, e l’anima roca per nebbie disfatte si affaccia nuovamente nel giorno: non fu cosa facile / non lo è mai quando il cuore decide la sua storia.
       Si piega dolente sulla tragedia dell’amico suicida, ed è interrogarsi per capire e capirsi, e non poter altro che amare ormai lontano quel cuore in ritardo per un giorno senza rive, quell’anima in cerca di un’alba di là da tutto / senza più paura.
       Ed è canto dell’uomo fatto solo (“nella moltitudine che incrocia il tempo della storia / trovo te uomo fatto solo…”) che svende i suoi giorni nel quotidiano frastuono dove la sua profonda esserità è smarrita, è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena  / dell’uomo.
       Nel viaggio che si conclude calchiamo con Dimarti l’orma adrianea nello struggente Animula vagula blandula: il dolore esistenziale - non mitigato, solo più pietoso - si libera in quel “Anima mia / batti come un timpano sordo”. Ti percepisco, e in quella percezione profonda - ripetuta, insistita - si ricompone l’unità perduta (“riconduco in te la mia sparsa origine”) tra la propria umana essenza e il tutto.

       Resteranno a lungo, vibreranno ancora fra gli alberi e le stelle, il respiro epico della poesia di Dimarti,  il brivido del suo amore errante, e la voce aedica che nel cantarli ci restituisce alla nostra “sopravvissuta umanità”, ci richiama indietro - fosse anche per una sera - dallo schiamazzo ebete del giorno, dalla stoltezza mascherata di inutili libertà.

* Il tempo che ci siamo dati     G.Dimarti, 2016
* È tutto sotto controllo            G.Dimarti, 2009



Sara Di Giuseppe - 13 agosto 2018



foto di Sara Di Giuseppe e Antonello Andreani