domenica 7 aprile 2019

“Cosa non si fa per una DOMUS”

Sabato 6 aprile 2019 si è svolta la conferenza stampa del progetto Lisa Ponti Domus, presso la Sala Verdi della Fondazione Stelline di Milano.

La partecipazione numerosa (quasi inaspettata) di pubblico e giornalisti, alla presenza dei familiari di Lisa Ponti, ha dato modo al comitato scientifico del progetto di esporre l'idea per un museo permanente a lei dedicato da allestire a San Benedetto del Tronto.

Ringraziamo i presenti alla conferenza e soprattutto quanti sosterranno il sogno-desiderio-volontà della stessa Lisa.

Sotto è riportato il testo del comunicato stampa:
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Ciao, cara Lisa,
gli acrobati c’insegnano che tutto è immaginabile e possibile,
al di là dei limiti, ma con lietezza, forza, coraggio e giovinezza,
immaginazione, bontà!
Tuo padre Gio

“Cosa non si fa per una DOMUS

     Anche se da Milano dista 1h d’aereo - 5 di treno, 20 di bici, 200 a piedi - quando la tua DOMUS la desideri proprio là, non senti nessuno.

     Quel posto LISA PONTI ce l’ha in testa da tanto tempo: per caso fece lì una mostra, un’altra dopo dieci anni e meno per caso. Il primo pensiero rimase su una nuvola, il secondo lo disegnò, con la sua matita ben appuntita… E divenne desiderio.

     Sicché in questo posto improbabile i suoi nuovi “amici”, la DOMUS giusta gliel’hanno trovata davvero, senza andare da Tecnocasa. Se il Comune vuole.
Da restaurare, si capisce. Ma è tanto graziosa, quieta, creativa, tra i pini e il mare, ti viene in mente Brassens… Un posto giusto per l’Arte.


     A guardare il progetto di Enzo Eusebi, anche suo padre Gio sarebbe contento…

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Lisa Ponti Licitra
Franca Bernardini (amica e curatrice di Lisa), Giorgio Camaioni (copywriter),
Enzo Eusebi (ingegnere e architetto), Franco Toselli (gallerista)
Fondazione Stelline, giardino interno
Michaela Menestrina (collaboratrice gruppo lavoro) e Matteo Licitra - centro foto
(figlio di Lisa Ponti)
Copertina della cartella stampa
Pubblico in Sala Verdi - Fondazione Stelline
Franca Bernardini, Enzo Eusebi,
Franco Toselli, Elena Pontiggia (storica e critica d'arte)
Giorgio Camaioni, Enzo Eusebi, Franco Toselli, Elena Pontiggia
Salvatore Licitra (figlio di Lisa Ponti)
Il "posto riservato" restato vuoto... poi occupato da altri uditori più attenti

Fondazione Stelline, interno edificio

Francesco Del Zompo
(graphic designer del gruppo - fuori obbiettivo... perché impegnato a fotografare)





INFERNA DANCTIS ORKESTRA

OFFICINA TEATRALE 2018/19
INFERNA DANCTIS ORKESTRA
INFERNO DI DANTE A CONCERTO

Canti I-X e XIII

a cura di 
Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo di Bonaventura, Lirim Gela e con Luca Giulivi alle percussioni

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto - 31 marzo 2019  h17


      Viaggio del pellegrino, quello di Dante: così lo definisce Di Bonaventura nel riproporre quellInferna Danctis Orkestra che fu avanguardia ventanni fa nel suo Teatrodue e - replicato in Festival internazionali e in tutte le possibili vie e vicoli del passato e del presente - è avanguardia ancor oggi, con buona pace di paludati recital o di benignesco Dante-spiegato-al-popolo-e-alle-scuole.

       Abbatte schemi e rovescia canoni questo Concerto per voce sola, percussioni e immagini: qui lattore canta e il musicista narra; qui lendecasillabo dantesco è partitura musicale che dallOuverture dei primi tre Canti dispiega il tema nei successivi, è evento sismico che scuote e sovverte.

Dovrete tornare fra trentanni, e lo capirete, scherza lattore. Ci saremo, in qualsivoglia forma

       Il brivido allucinatorio che amalgama alla sonorità del verso quella della musica percussiva ci scaglia al di là di noi (al di là di Andromeda dirà lattore), dentro loltremondo dantesco e dentro quellineguagliata architettura linguistica, la più alta che dal Trecento in qua mente umana abbia innalzato.

       Il disperato loco dogni luce muto, lorrore dei corpi attorti nella pena senza fine: sulla parete ne scorrono le immagini nelle forme che la visionarietà artistica ha prodotto; con altra forza ci percuotono il verso e il respiro solenne del metro dantesco, la duttile materia dellendecasillabo che nelle Comedìa non teme dissonanze audaci e contrasti.

       Il tamburo fiammante dilata landamento ritmico dei canti che voce e percussioni scandiscono in movimenti. Se nelle terzine "sentiamo la robusta architettura intellettuale del suo poema (Fubini), lattoriale memoria metabolica si fa oggi, di quellarchitettura, macchina narrante e concertante, tessitura poetica e musicale che dalle atmosfere ancora sospese dell'apertura e dalle tonalità calde dellincontro con Virgilio - intima vibrazione che avvicina i duepellegrini delloltretomba - sinarca poi nel ribollente magma dei gironi infernali, distorce in gorgoglìo aspro di pena la voce dei dannati.

       Così dallombra di Francesca sorge roca, come da profondità senza tempo, la narrazione dellamore rovinoso, forza incoercibile e tragica per la quale tignemmo il mondo di sanguigno; il pianto di Paolo accompagna quella voce frantumata e scoscesa che piange e dice, e Dante viene meno - così comio morisse - nellurto con la propria materia di uomo e le sue fragili certezze.

       Perché è sostanza umana quella che il poeta porta con sé, con lui la politica e la storia irrompono nella dimensione ultraterrena.  E se continuo è il trapasso dal particolare alluniversale, dalla realtà effettuale alla norma assoluta, ognuna delle ombre incontrate è tuttavia legata al gesto che ne ha connotato il destino; così Francesca nella bufera infernal che mai non resta è abbracciata a Paolo, essi sono quei due che nsieme vanno; Farinata è scolpito nella fierezza del ruolo giocato nel Concilio di Empoli; Ciacco è, pur nella depravazione del vizio, il concittadino da cui apprendere la sorte di Firenze corrotta e dilaniata dalla discordia, il (quasi) contemporaneo che gli chiede dolente di ricordarlo ancora, quando sarà tra i vivi (Ma quando tu sarai nel dolce mondo / priegoti cha la mente altrui mi rechi).

        La sequenza serrata degli incontri, lineluttabile eternità della pena che sfigura i volti e i corpi in continua tensione tra orrore e grottesco, l’“espressionismo titanico che nella cantica disegna loltremondo infernale: tutto si dispiega nel possente respiro del verso per poi ricongiungersi e fondersi nellimplacabilità delle percussioni, la voce si deforma negli accenti irosi o striduli delle creature infernali, del bestiario medievale che sintreccia al mito antico.

       Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, Flegiàs, le Arpìe, i diavoli della città di Dite sono luniverso allucinato che tuttavia lumanità del poeta vivente e la dignitas del poeta antico sovrastano, pur scosse e provate. Per un Virgilio furente che inveisce contro i diavoli di Dite, cè un Dante vendicativo che respinge il barattiere Filippo Argenti, ben conosciuto in vita, perché sprofondi al più presto nella palude fangosa da cui è emerso.

     È lirriducibile concretezza della vita terrena che continua ad agire nelloltretomba, è temporalità contenuta nelleternità senza tempo che proietta le forme terrene sub specie aeternitatis: è incessante ricerca di significati universali che permea il dialogo ininterrotto con Virgilio - duca, maestro,padre - e si amplia nelle discussioni dottrinali, evoca gli spiriti magni che il poeta colloca nel Limbo. Della magnanimità di quelli, megalopsuchia che è grandezza virtuosa opposta allignavia e allindifferenza, si illumina il poeta prima di lasciare per sempre la queta, il loco aperto, luminoso e alto dal quale s'inoltrerà nel regno ove non è che luca.

    E umana affettuosa pietà, terrena e accorata, accompagna Dante nella selva dei suicidi: la sorte di Pier della Vigna - canto XIII, omaggio finale e intenso del validissimo allievo Lirim - il ramo secco e sanguinante da cui si leva voce che poco ha di umano - Uomini fummo, e or siam fatti sterpi - colpiscono il poeta con insopportabile intensità; così tanto da chiedere che sia Virgilio a rivolgere a quello spirito nuove domande, chi non potrei, tanta pietà maccora.

      Sempre presente e concreto con la sua storia personale, il poeta ritrova, nel personaggio retto, spinto al suicidio dallingiusta accusa e dallinvidia, le ragioni della sua stessa vicenda politica, la dirittura che rifiuta il compromesso, la crudeltà del distacco da quella Firenze che mai rivedrà.

Così è forse anche dello stesso Dante la preghiera di quel magnanimo: E se di voi alcun nel mondo riede, / conforti la memoria mia, che giace / ancor del colpo che nvidia le diede.

      L Inferno di Dante a Concerto ci restituisce interi, oggi, lafflato poderoso e il messaggio umano e morale del poema, la tensione agonistica che è paradigma di unesperienza universale di ricerca.  

      E sono state viaggio - tutto terreno - anche le nostre preziose due ore di catartico, vitalissimo abbandono.


Sara Di Giuseppe - 5 Aprile 2019 


sabato 23 marzo 2019

Esiste la Mostra di Tullio Pericoli ad Ascoli?

         Ad Ascoli, che esiste davvero checché ne dicesse il geniale Giorgio
         Manganelli*, ci sono andato oggi. Non in corriera, che lho persa.
         Con la littorina. (qui lera delle Frecce deve ancora arrivare)
         
         In Piazza del Popolo, che Manganelli credeva fosse immaginaria,
         ho preso un caffè con un amico che non vedevo da anni.
         Trangugiava unAnisetta profumatissima e in mano aveva
         un sacchetto dolive ascolane appena comprate.


                    La Mostra di Tullio Pericoli ieri non cera, ma oggi sì
                    (e si potrà consumare fino a maggio 2020, entro la data
                     di scadenza dei quadri impressa dietro la cornice).

                    Mostra bellissima, invitati delle grandi occasioni,
                    sono entrato senza pagare, hanno tagliato il nastro davanti a me,
                    i riflettori mhanno accecato
                 
                    Cera pure Tullio Pericoli, anche lui eccome se esiste!
                    Neanche è stato pericoloso, avvicinarlo.

Però su una cosa Manganelli aveva ragione: 
non ho visto neanche una macchina targata AP.

…………………………………………………………………………………………

Mi dicono che

una corriera vada ad Ascoli.

Non posso fidarmi di una

corriera, la quale può essere

coinvolta in una congiura

provinciale, il cui scopo è

appunto quello di far credere

che Ascoli esista. Non ho

mai visto una automobile

con targa di Ascoli”.


* Giorgio Manganelli, Esiste Ascoli Piceno?  in La favola pitagorica Adelphi, 1991
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PGC - 21 marzo 2019

giovedì 21 marzo 2019

FORQ THRĒQ

HENRY HEY tastiere   
CHRIS MCQUEEN chitarra   
JASONJT THOMAS basso   
KEVIN SCOTT batteria

COTTON LAB Ascoli Piceno       
15 marzo 2019  h 21,45                   
www.cottonjazzclub.it


        Funk, Jazz Fusion, Contemporary Jazz, Free Jazz, Jazz Rock, Pop Jazz e tanto altro non etichettabile: è il funambolico repertorio dello straordinario quartetto newyorkese.

        Sulla base di paradigmi standardizzati è certo un po estremo per noi tapini tradizionalisti, un po rumoroso per le nostre golose orecchie pigre, un po ingessato per gli amanti di fantasie liricheggianti, esageratamente distorcente per chi non saspetta né immagina che una nota possa trasmutarsi oltre natura. 

       Ma quando hai talento e sei bravo, e partendo dallantico rock anni 60 procedi in una continua inarrestabile ricerca, senza mai tradire e sempre esplorando studiando inventando giocando osando nascono concerti (e dischi) così.

        Però ai concerti bisogna andarci, specie a questi, dove sai di rischiare. Altrimenti ti stiri e rigiri ti storci e contorci come un fachiro al cinema nelle solite tue convinzioni, nei tuoi schemi, nei tuoi gusti, nelle tue rassicuranti gabbie. La musica, specie questa, invece va guardata, odorata, toccata, ascoltata fisicamente. Devi fartene investire senza poter scappare: devi sentirli sugli occhi e sullo stomaco gli spostamenti daria e le onde durto vere delle percussioni e del basso, devi toccarti i timpani credendo di perderli, sobbalzare ai silenzi che scoppiano, accelerare, sospendere il respiro ai guizzi improvvisi non scritti ma inventati al momento, che sul disco non ci saranno. Perché nel disco tutto è solo più perfetto, manovrabile, ed è un peccato. Live è meglio, anzi live si deve.

        Per esempio, questo disco FORQ THRĒQ non rende, può perfino riuscire deludente nella sua algida perfezione. Non perché al basso cè Michael League anziché il gigante-rosso Kevin Scott (più dinamico e scenografico), o per la mancanza di qualche pezzo simil-blues che al Cotton ci ha inchiodati per la (quasi) silenziosa e raffinata semplicità buddista: no, piuttosto perché il disco non permette di godere di quell'ascolto obliquo, magnetico, imperfetto, drammaticamente volatile. Nel CD cè un jazz godibile ma senza spezie, luminoso ma a led. Ritmiche serrate ma con la sordina, distorsioni non imprevedibili, niente cannoni dalla batteria, nessun movimento palpabile. E cè quell'individualismo invisibile talvolta fastidioso, che dal vivo non esiste.

        E tuttavia, il disco è sublime lo stesso, nella sua grafica essenziale. Certo lautore dellimmagine in copertina è del mestiere, ma non può non essere anche un musicista, e un assiduo frequentatore dei concerti FORQ, o addirittura un loro fan scatenato. 

        Rigorosi cerchi concentrici bianchi su fondo nero che producono le quattro lettere, geometriche e spigolose come mai potrebbe succedere in uno stagno: la F ad angoli retti che entra nella R attraversando la grande O, la piccola Q al centro, solitaria, indipendente, protetta come in un fortino. Thrēq in rosso a chiudere sopra, con eleganza. Un marchio-logo probabilmente inventato in diretta, sul luogo del delitto. 

        Un marchio-logo forte, grintoso, squillante, esplicativo, terribilmente bello. Ma incomprensibile per chi non è stato al Cotton o ad altri concerti FORQ. Certo da premiare. Chissà se esiste un GRAMMY AWARD delle copertine dei dischi jazz dei concerti


PGC - 21 marzo 2019


sabato 16 marzo 2019

“CLIMA CIAO”

     Tempi bui per il clima. Come da un po di tempo per BELLA CIAO, a San Benedetto del Tronto proibita perfino il 25 Aprile. Succede anche in altri posti.

    Tuttavia è bello oggi sentirla cantare in allegria, la veneranda e sempre giovane canzone di lotta - gustosamente rallentata alla Arbore, e in inglese, in tedesco, in svedese - da milioni di ragazzi che lhanno adottata come inno, nella giornata di Sciopero per il clima.

     Purtroppo come sempre mancano i fatti, le indispensabili azioni concrete corali.

     Mancano coerenza e coscienza, un po di sacrificio e, sì, un po di ribellione. Non accompagnata da reale contrasto al falso e illusorio mito della crescita, anche la difesa del clima diventa una moda festosa. Senza contenuti. Inutile perchè senza impegni concreti.

       Facile prevedere che il 15 marzo del prossimanno canteremo CLIMA CIAO al posto di BELLA CIAO. Poi ci proibiranno pure di cantarla e suonarla. 

Comincerà da SBT, scommettiamo?


PGC - 15 marzo 2019



venerdì 15 marzo 2019

Fino a un anno fa Max era Max…

Una vita dedicata alla scrittura, in ogni forma. [e al cinema]
Con gli ultimi 10 anni dedicati a UT, come fondatore direttore (regista) editorialista confezionatore… lo sapete che UT era super artigianale e fatto in casa, come la pasta. 
Ma UT è andato, e Max poco dopo.
Di entrambi restano le tracce, qui raccolte in un libro virtuale che vi alleghiamo (in basso) giusto in questo primo triste anniversario.
Avevamo (abbiamo) altri progetti. Alcuni di voi, per Massimo, ci hanno trasmesso ricordi, aneddoti, pensieri, aforismi, disegni, musiche…
Per ora li conserviamo gelosamente, ma stiamo progettando per loro 
un UT che forse, presto o tardi, come ci va, verrà alla luce.
Segretamente, così non ci fermano.

Michaela, Francesco, Giuseppe, PGC

















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Allegati da poter scaricare o consultare online.

Per computer (pagine affiancate):
https://drive.google.com/file/d/1YCuUD5_AushBv8OH2Qjj9jN2PVKuzi_O/view?usp=sharing

Per smartphone (pagine singole):
https://drive.google.com/file/d/1L2EdsHEqr9xrF_FZhBHOD4RPo6DMfwnk/view?usp=sharing

lunedì 11 marzo 2019

“ILLUMINA" anche da spento

        E Quid: il lampione stradale tutto da raccontare. Non solo perché - come tanti suoi simili, per contratto - di notte fa una bella luce e consuma poco. Quid (nomen omen) ha proprio un quid in più, se questo 8 febbraio ha vinto il 1° premio, WINNER in the category Lighting, al GERMAN AWARD 2019 di Francoforte.

        E che per i 45 membri della Giuria internazionale impegnati fra centinaia di finalisti di tutto il mondo è stata più convincente quellaltra sua prestazione inaspettata: il potersi aprire e chiudere - lassù in alto! - facilmente, con una semplice e istintiva rotazione del coperchio. In sicurezza e senza attrezzi, come il cofano di unauto, come una conchiglia, come una finestra zenitale, un oblò Elementare, Watson! 

        Intuitiva la differenza con i lampioni tradizionali: con entrambe le mani libere, qualsiasi manutenzione a 30 - 40 metri daltezza sarà sicura tranquilla e veloce (mentre il coperchio solidale di Quid, ruotato di 180° fungerà da piano dappoggio, dritto in verticale da parabrezza). Finito il lavoro clic, lo ri-chiuderai saldamente con una mano sola, come il cofano di una Porsche, come la capote della Mazda MX-5, come il coperchio di un trolley, come un libro

        E DESIGN, bellezza! Ce leravamo dimenticato, tanto questo vocabolo è inflazionato. E poi - magari non serviva - così semplice essenziale e innovativo, Quid è anche bello: al punto che, come unopera darte, illumina anche da spento! [chissà se sta scritto nella motivazione del premio, ehm io non parlo il tedesco, scusa, pardon]

       Toh, non vedo la firma del suo ideatore-designer-progettista Enzo Eusebi. Se fosse una  dimenticanza, i Guzzini che già producono Quid con successo in migliaia di pezzi, la mettano sul fianco della carrozzeria (come elegantemente usava una volta con le stilose fuoriserie italiane che facevano girar la testa). Enzo Eusebi, WINNER GERMAN AWARD 2019

            Altrimenti, al pigro mondo dellinformazione chi glielo dice che un premio così prestigioso è piovuto proprio da queste parti 


PGC - 10 marzo 2019


giovedì 28 febbraio 2019

IL SUONO IN MOVIMENTO

LA DANSE DU SOLEIL

Geneva Camerata
David Greilsammer  Direttore
Juan Kruz Díaz de Garaio Esnaola  Coreografo e ballerino solista

Centro Cultural de Belem - Auditorium Grande
Lisbona, 22 febbraio 2019

Jean-Baptiste Lully     -  Le Bourgeois Gentilhomme  - Suite
Wolfgang A. Mozart    -   Sinfonia n.40 in Sol minore, K550


IL SUONO IN MOVIMENTO


       Fanno il loro ingresso in gruppi, i trenta musicisti, disponendosi sul palco come a far quattro chiacchiere tra loro. Nessuna sedia canonicamente disposta come in ogni orchestra: suoneranno - a memoria - in piedi e muovendosi coreograficamente, ad eccezione di violoncelli contrabbassi e percussioni. 

      Con silenzioso preciso sincronismo i gruppi sparsi si aggregano poi, e dispiegano i seducenti ritmi della Suite di Lully: violini viole flauti clarinetti trombe fagotti oboi suonano percorrendo il palco con movimento coreografato, destra-sinistra, sinistra-destra; Greilsammer li dirige procedendo con loro sulla stessa linea, fronte al pubblico. Finchè lirrompere del ballerino solista frantuma lunità del gruppo e impone di qui in poi uninterazione costante tra coreografia e strumenti, fra danza giocosa, energica, elegante e rigore esecutivo dei musicisti.

       Ed è musica sfavillante, quella di Jean Baptiste Lully per le danze della comédie-ballet Le Bourgeois Gentilhomme di Molière. Superlativa scintilla scoccata dal fecondo toccarsi di due opposti: il musicista-ballerino, fedele interprete del programma celebrativo del potere, arbiter assoluto della musica alla corte di Luigi XIV, e il grande drammaturgo-attore che nel Bourgeois Gentilhomme satireggia impietoso lo stolido ambiente cortigiano.  Les deux grandes Baptiste, li chiamarono.

      E il ritmo trascinante della Suite brilla nella prorompente contemporaneità del ballerino solista: ogni distanza si dissolve in quella corporea espressività, il tempo di Lully diviene il nostro e quel palco può essere ugualmente lultramoderno Auditorium de Belem o il Teatro del regale Castello di Chambord.

       Viaggio ipnotico dunque, che si fa quasi onirico nella seconda parte, nel colore introspettivo della mozartiana Sinfonia K550, voce divina di un genio sofferente e sua estrema eredità artistica. L inquieta serenità dellapertura si diffonde dai musicisti disposti in platea in ordine sparso, risale quindi lentamente il palco dove vibra la nodosa fisicità del ballerino; gli svolgimenti armonici della partitura sono tuffi negli abissi dellanima  che la danza accarezza e asseconda riflettendone lombra e la luce, illuminandone l’”apollinea meraviglia, la purissima bellezza di vaso greco. 
       
       E si fa audacia interpretativa questa coreografia che spinge i musicisti in piedi sulle sedie, li distende a terra col gesto energico e perentorio del danzatore (e suoneranno distesi, i trenta incredibili portenti). Abbandoneranno anche le scarpe, restando scalzi fino alla fine.

      Musica e danza tracciano insieme architetture e corrispondenze, e lurgenza espressiva diviene in musica gioco di contrappunti, nella danza passione trattenuta di commovente bellezza: la fusione è completa e incontra il suo acme nel corpo seminudo del danzatore, quasi scarnificato ligneo Cristo morente, issato in alto dai musicisti in un caravaggesco possente chiaroscuro finale. 

      Non sorprende che il pubblico, ripresosi dal rapimento, applauda in piedi con entusiasmo e lungamente. Lunicità fascinosa dello spettacolo e leccellenza dellesecuzione fanno dire a ragione che La Danse du Soleil rivisita e ridefinisce completamente lesperienza del concerto nel secolo XXI.

        E se mai abbiamo pensato alla difficoltà del suonar camminando (magari nellosservare formazioni bandistiche a spasso nei paesi o in parata) è per non aver ancora visto i musicisti di Geneva Camerata, il loro suonare superbamente muovendosi nello spazio scenico, il loro tracciarvi geometrie e arabescare coreografie, in piedi su sedie o perfino distesi, né un grande direttore dirigere cavalcioni sulle spalle di un ballerino  

       
Sara Di Giuseppe - 27.02.2019


martedì 19 febbraio 2019

LA RUOTA "CHIODATA"

[Grandeur sambenedettese]


          Un gigantesco equivoco.

          In Piazza Mar del Plata il Consigliere Chiodi non intendeva mettere una Grande Ruota dei Divertimenti alta più di 40 metri “…da cui, per ragioni turistiche, potesse ammirarsi [sublime meraviglia] MARTINSICURO

No certo! Il consigliere pensava invece ad una Grande Ruota degli antichi funai sambenedettesi! [Sì, alta più di 40 metri]. 

Anzi, preso dai ricordi, forse in origine meditava di collocarla proprio lungo lAlbula, dietro alla Palazzina Azzurra.

          Perché, diciamo la verità, le ruotonedei divertimenti ormai ce lhanno tutti, hanno pure stancato: Parigi-Londra-Vienna-Tokyo-Mirabilandia perfino Ancona ce lha. 

Una Grande Ruota dei Funai ancora nessuno! 

          Prevalentemente di legno come quelle originali estintesi negli anni 50 (quanti di noi ragazzi le girammo per necessità, per punizione). Meno pesante quindi di una Ruota dei Divertimenti, e ben stabile sul terreno sabbioso della piazza oggi parcheggio (o su quello dellAlbula). 

E senza bisogno, è ovvio, di ricorrere ai carotaggi del geologo-a-chiamata giacchè ling.Polidori del Comune non ha competenze (sic): non sa - ed è curioso, per un ingegnere - che la sabbia è sicura; che tutta San Benedetto è costruita saldamente sulla sabbia; che - data la stabilità di questa - le fondazioni delle nostre antiche case quasi non esistono, con la sabbia letteralmente a portata di mano

           Una Grande Ruota dei Funai, oh yes! Con 15 mila luci (visibili da Martinsicuro). Ma a propulsione umana, secondo tradizione: da girare rigorosamente a mano

Alla grande manovella, sindaco assessori consiglieri - Chiodi al posto donore sintende - tutti in fila a girare, fiatone e sudore e lingua di fuori. Mentre il popolo in festa incita in coro (come una volta): vòota, cì vòota, cì 


PGC - 19 febbraio 2019


mercoledì 13 febbraio 2019

STUDIATE!

[Ferrovia Adriatica: barriere antirumore à la carte?]


        I treni fanno rumore, bella scoperta. Ma se i treni dobbiamo tenerceli, non resta che intervenire sul frastuono che provocano. Tema vecchissimo e ciclico, che ri-appassiona le genti della ferrovia, le fa tornare cittadini-cittadini, non solo dormienti, non solo votanti

        Ariecco così le barriere antirumore, da sempre spacciate come unica soluzione: sorta di invalicabile (doppio) muro di Berlino o - la scelta è ampia - muro messican-trumpiano, muro Marocco-Sahara Occ. , o tanti altri. 

Altezza tot metri, qualche finestra fissa da cui nessuno mai saffaccerà, e meno male senza filo spinato. Oscene come quelle dellautostrada qua vicino, muraglia industriale plastico-metallica-continua che incarcera boschi case e animali senza attenuare un bel niente, chiedere per credere: anzi, per sapere quando è sorto o tramontato il sole, devono andare su Meteo.it. 

        Un affare gigantesco e indisturbato questo delle barriere, tanto che, saturatosi ormai il mercato autostradale, si passa con disinvoltura al ferroviario. Lo dice la Legge, e le Ferrovie sono ligie e ubbidienti, e buone

        Ma cè chi le barriere le vuole e chi no, tutti con lecite motivazioni: fioriscono contrapposti comitati che si guardano in cagnesco. Parlano, gridano, chiedono, pretendono, si raccomandano, combattono, raccolgono firme, tirano per la giacca i politici amici, fanno conferenze stampa nei bar 

Fermenti tanto scontati quanto inutili, giacchè - piatto ricco mi ci ficco - è sicuro che barriere saranno: brutte, invasive, alte-altissime-costose-costosissime che, a fronte di qualche decibel in meno - quando va bene, e per caso - angosceranno chi ci abita vicino, aggiungendo brutto al brutto, deserto a deserto, tristezza a tristezza.

       Certo che dobbiamo combatterli, i rumori. 

       Ma lAcustica che li governa non è unopinione bensì una disciplina complessa e misteriosa, quasi una scienza, le cui regole e applicazioni vanno studiate e sperimentate caso per caso.

E  lAcustica dice che i rumori ferroviari sono tra i più complicati e capricciosi: rimbalzano come una palla da rugby, si riflettono si sommano si trasformano e si amplificano, per effetto del contorno ambientale; talvolta si attenuano senza un perché. Soprattutto viaggiano! Possono fermarli le barriere?... 

       Potevamo e dovevamo provvedere per tempo ad abbassare questi rumori alla fonte: per esempio adottando materiali cosiddetti morbidi per ruote e rotaie; costruendo massicciate misto-pietrose fonoassorbenti; ripensando il profilo dei binari per diminuire le occasioni di attrito/rumore; ringiovanendo un po i nostri treni (che a guardarli e a sentirne il feroce lamento di ferraglia morente ti pare di tornare all800)  

Lavessimo fatto, non ci troveremmo adesso nellurgenza di acquistare dal fornitore di (s)fiducia milioni di salvifiche (mavalà!) barriere-per-tutte-le-stagioni, alte-basse-vetrate-colorate, da mettere magari dove e come vuole il popolo dei comitati: on demand, à la carte

    Le barriere. LAcustica, tra laltro, ci dice che: 

-  più alte di 4 metri non servono, specie se distanti dal binario oltre 3 metri: questione di traiettorie dei raggi sonori; 

-  per assorbire le onde e non farle rimbalzare non dovrebbero mai essere metalliche ma preferibilmente di legno (tavole non dure, incrociate), e spesse e imbottite e porose e mimetiche , non come quelle esili delle Ferrovie; 

-  la loro sezione dovrebbe essere curva, per trattenere i rumori in basso, che se scappano in alto non li prendi più. 

-  

        Ma le variabili sono tante, la barriera standard non esiste, la barriera è come un vestito da cucire su misura. Certi matti che studiano, poi, pensano che invece di rizzare dappertutto barriere dalla dubbia utilità, forse basterebbero delle minigonne tecniche applicate direttamente alla base dei vagoni fino a sfiorare i binari, per farcorrere anche i rumori, ma chiusi sotto il treno. Altri ancora più matti immaginano una gigantesca simil-spugna (tutta da inventare) tra il pavimento dei vagoni e i binari, che con i rumori si comporterebbe come una spugna con lacqua ma non servirebbe strizzarla in stazione

        Insomma, cari comitati del sì e del no alle barriere, studiate meglio la faccenda: poi contrastateli con validi argomenti, i politici e le Ferrovie. A quelli inutile dirgli di studiare: gli basta lignoranza, per decidere per il peggio.


PGC - 12 febbraio 2019