lunedì 6 aprile 2020

Franco Toselli e Lisa Ponti

Un saluto per Lisa da Franco; era il 9 di aprile...

La vera anima di Lisa è la matita
Santa Matita è un suo disegno.
Non sono un artista lo diceva sempre
è vero non ne aveva bisogno
aveva tutti i doni delle fate
e dopo aver dormito mezzo secolo
a 70 anni ha preso la matita e le stampelle,
le Sorelle Grimm erano in attesa
così è nato il mondo di Lisa Ponti
l'infanzia per sempre come Mozart
nel disegno di Lisa il tempo è sospeso
il flauto magico è una matita
e i disegni sono le prime note di una dolce vita
con l'orso al violino l'asino che beve la luna
Leone buono e rosa Carmen.
Lisa ha l'azzurro nello sguardo
e il pensiero verde di una rana.
Dopo una sequenza di undici starnuti
la matita scorre sul foglio come una carezza
Lisa chiede aiuto alla neve
e si nasconde sotto una foglia
i disegni volano come aerei di carta
gli amici aspettano con le finestre aperte,
il postino è il vento di primavera
la sua matita prende ordini dall'alto
Gio Ponti è al settimo cielo...

Franco Toselli - 6 aprile 2020

Lisa Ponti, per UT 34 L’indiscrezione, matita e pennarelli su carta A4, 2012

venerdì 3 aprile 2020

L'elzeviro ritrovato di Giuseppe Piscopo

Ciao caro Frank,
l'altro giorno mettendo ordine nella cartella di UT ho trovato l'elzeviro mai pubblicato esattamente il numero 63, il tema era la Bestia. Ero solito per non arrivare all'ultimo momento anticiparmi. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere leggerlo. Con un po' di nostalgia.
tuo, pepe

Il 30 marzo scorso Giuseppe mi ha scritto questo, allegando un testo che inoltro a tutti gli amici di UT (sotto in foto) e a chi avrà la 'pazienza' di leggerlo. Un messaggio in bottiglia, preparato al tempo, e per tempo, e poi lasciato nei flutti per un futuro lettore.

Da fine luglio 2017, quando furono comunicati dalla redazione i temi dell'undicesimo anno della rivista, gli autori che avevano una rubrica fissa erano ovviamente liberi di avvantaggiarsi sui temi in programma. 
L'amico Peppe, come mi riesce meglio chiamarlo, aveva l'elzeviro e lo ha fatto senza aspettare fine gennaio 2018, data utile per la preparazione dell'impaginato di stampa con uscita prevista febbraio 2018 (questo elzeviro risale a dicembre 2017). Ma come sapete UT si è fermata, spenta, non è andata "Oltre" il 62° numero (dicembre 2017), e il tema successivo, che non è stato mai redatto e mandato in stampa, sarebbe stato "La bestia", il 63° di UT. 

Ed ecco però che lo troviamo in riva al mare, sulla battigia delle nostre scrivanie virtuali perché Piscopo lo aveva amorevolmente e puntigliosamente scritto e illustrato. Niente di più attuale il suo contenuto - del resto ci è sempre riuscito... - Temi universalmente validi e senza scadenza, hanno permesso alla magica penna di Peppe di esprimersi come pochi sanno fare.

Grazie a GP e a UT, e alla sua prodigiosa battigia piena di pensieri riaffioranti.

Francesco con gli amici di UT  

PS: Pensiamo e intendiamo proseguire, dopo questo ‘ritrovamento’, nella pubblicazione nel blog di altri testi inediti per UT, invitando chi avesse trovato qualcosa (a seguito, magari, delle pulizie straordinarie e 'incoronate' di primavera - come non accadeva da decenni), di battere un colpo inviandoli a: info@letteraturamagazine.org  Senza scadenzario, si capisce.


mercoledì 1 aprile 2020

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

“… Non era cambiata la strategia per combatterla, ieri inefficace e oggi apparentemente vincente. Si aveva solo l’impressione  che la malattia si fosse esaurita da sé, o che si ritirasse, forse, dopo aver centrato tutti gli obiettivi. In un certo senso, il suo ruolo era concluso.”
A. Camus, La peste, 1947

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        Ho un incubo ricorrente (si alterna all’altro, meno frequente, in cui il vicino di casa delatore-psicotico avvisa i CC d’avermi vista sulla soglia di casa... Perché è la parte migliore di noi, quella che scopriamo con l’emergenza…).


L’incubo: in movimento con regolare autodichiarazione, vengo fermata per controlli da anonima “autorità” (auto blu priva di contrassegni per meglio stanare il cittadino furbetto-fino-a-prova-contraria): ahimè, un nuovo modulo è stato emanato nella notte e invalida il mio, avrei dovuto saperlo e stamparlo. Il reato è gravissimo, vengo brutalmente messa in ceppi e condotta verso…
Mi sveglio. Sollievo: i moduli sono lì, in rigoroso ordine di apparizione dal primo al più recente; ho lasciato ampi vuoti per i prossimi, sono previdente, io.
Li conserverò, un giorno mi ricorderanno questo spazio della vita in cui l’inimmaginabile è diventato quotidiano.

L’inimmaginabile sono - anche - quei moduli. Summa di ogni sordo burocratese stratificato in secoli di funzionari asburgici-austroungarici-savoiardi-papalini-borbonici; linguaggio che arriva fino al nostro cupo millennio pandemico immutato nei contorti stilemi, nella grafica compressa e chiaroscurata, nella disumanante afasia.
Ci sono dirigenti, funzionari, impiegati, vertici militari - “persone oltre le cose” - dietro quei moduli, così come dietro i Decreti/Ordinanze Ministerial/Regionali/Comunali i cui articoli (a volte anche solo due) li leggi dopo quattro pagine e lenzuolate a due piazze di visto questo visto quello e visto quell’altro e visto quell’altro ancora…

Ci si chiede cosa di buono possa mai venire, in questo passaggio apocalittico, da apparati pachidermici, mummificati perfino nella comunicazione.
Non è da quelli che verrà la salvezza: questa, se ce ne sarà una, verrà da coloro che oggi, dalle disperate trincee ospedaliere, dalla miriade di postazioni in tutta Italia dove si combatte e si muore, da dentro le impossibili tute marziane, rifiutano di alzare bandiera bianca.

Tutti gli altri sono a vario titolo responsabili del disastro
e ne risponderanno alle proprie disperse coscienze. Mai, temo, al Paese e ai cittadini.

- Sono gli apparati politico-amministrativi delle Regioni, inconcepibilmente privi di piano pandemico regionale, a cominciare dalla fulgida Lombardia.
Che hanno omesso di creare in anticipo strutture dedicate e interventi sul territorio (dopo aver impoverito le strutture pubbliche privilegiando un privato che non poteva essere all’altezza) e “colti di sorpresa” hanno praticato - a cominciare dalla Lombardia - un’ospedalizzazione che è stata benzina sul fuoco dell’epidemia.
[Che in Lombardia hanno omesso di chiudere Alzano, nel bergamasco, dove - presente fin dal 23 febbraio, dopo la zona rossa di Codogno - un focolaio è stato lasciato libero di circolare e diffondersi. (cfr. G. Barbacetto, Il Fatto Quotidiano 30 marzo) ]

- Sono i vertici sanitari nazionali che hanno recepito senza far nulla, quando si era ancora in tempo, le previsioni epidemiologiche della comunità scientifica diffuse da Ministero della Salute già i primi giorni di gennaio; e almeno fino al 21 febbraio hanno trascurato le informazioni dettagliate degli scienziati sulla sintomatologia del virus omettendo perfino di informarne i medici di base. [Senza contare che il Ministero della Salute deve strutturalmente avere - come ogni altro Ministero - piani gia’ predisposti per qualsiasi tipo di emergenza, anche la più catastrofica]. Invece: “siamo stati colti di sorpresa” e, per dirne una, ci si accorge addirittura solo ai primi di marzo che i ventilatori li fabbrica un’azienda italiana…

- Sono i vertici della Protezione Civile riuniti il 31 gennaio nella loro sede romana con burocrati e vertici di tutti i Ministeri, più Croce Rossa, ANCI, funzionari delle Regioni, rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e - va da sé - alti militari di ogni ordine e mostrina: che stabilirono di controllare i voli da e per la e Cina, di misurare la febbre agli sbarcati, di recuperare uno a uno gli italiani dallo Hubei, anche un aereo per ciascuno.
E - simpatici sbadati! - dimenticarono di parlare di capienza degli ospedali, di personale sanitario e di aumenti di organico, di terapie intensive, di protocolli per i soccorsi urgenti, di acquisti di respiratori e mascherine e tamponi e tutto l’ambaradan che ormai sanno pure le pietre.
Preoccupati dei rapporti economico-diplomatici con la Cina e di non creare allarme sociale, e convinti - bontà loro - che ”il sistema italiano reggerà” si offrirono con sorridente ottimismo in favore di telecamere.

 - Sono i componenti del comitato operativo della Protezione Civile, che in continue riunioni a gennaio e a febbraio, e con l’allarme già diffuso da Ministero Salute e OMS, non ritennero di dover effettuare uno straccio di calcolo sulle necessità e dotazioni di cui sopra. Tutto come col terremoto dell’Aquila, tutto déjà-vu, compreso Bertolaso: che la Lombardia chiama, viste le luminose prove offerte in passato, e lui subito qui, dall’Africa a Milano e poi fino ad Ancona a spargere… positività (chiedere a Ceriscioli).

- Sono i responsabili che non hanno ritenuto necessaria la mappatura epidemiologica - ricostruzione dei contatti dei positivi, fattibilissima anche se non siamo Seoul - che avrebbe contenuto il contagio e preservato la categoria più esposta: medici e operatori sanitari. E hanno scelto di considerare solo i sintomatici.

Sono gli stessi che ora nelle varie Regioni corrono ai ripari con interventi tragicamente affannosi e tardivi - ospedali da campo, strutture dedicate ecc. - spacciati ai microfoni dell’informazione compiacente come manifestazioni dell’eccellenza lombarda, lombardo/veneta e di altre fulgenti Regioni.

E saranno santi subito, da scommetterci: lo sarà il Presidente sto-tutti-i-giorni-in-tivù, con la mascherina d’ordinanza e l’abito buono da preghiera col vescovo e la porgimicrofono adorante e genuflessa; lo sarà il fido scudiero (pardon assessore-“andratuttobene”) che già si candida a sindaco della martoriata Milano. Altra calamità in arrivo. Dio aiuti Milano.

Poi ci siamo noi, cittadini-sudditi o popolo bue: trattati tutti - per l’imbecillità di pochi criminal-cialtroni da mettere in gabbia e gettar via la chiave - come irresponsabili/disobbedienti/untori/furbetti fino a prova contraria. Martellati fino alle più remote sinapsi, con una comunicazione da grande fratello orwelliano, dai minacciosi continui offensivi “state a casa”. Come fosse, ciascuno di noi, un minus habens bisognoso di reiterate supponenti istruzioni-raccomandazioni-ordini e, se del caso, anche delle maniere forti.
     
        Come se avessimo voglia, in questa apocalisse, di giocare a dadi con la nostra pelle e con quella del prossimo; come se non ci bastassero tutto il dolore che vediamo e sperimentiamo, tutta la sofferenza e tutta la tristezza di quei morti che se ne vanno soli, senza persone care che possano, per loro, rapire “una scintilla al sole a illuminar la sotterranea notte”.

                          #andratuttobeneuncazzo


Sara Di Giuseppe - 31 Marzo 2020

Foto tratta da "Dire.it"


giovedì 26 marzo 2020

BANDIERE & LIBRERIE

         -  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola - rettangolare o triangolare - la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata. 
I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.
 
Ma noi italiani - primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera - in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato - chiunque egli sia - ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.
Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.
Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

           - C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico - oltre alle lustre bandiere, dicevo - per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d'esotico, più ciaffi vari.
Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.
Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo


PGC - 26 marzo 2020


Foto tratta da "Illibraio.it"

 

lunedì 23 marzo 2020

Tutte le zeppole del presidente

ovvero
Protagonismi e deliri ai tempi del colera
 

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Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio [….]. Napoleon* […] annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. […] In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della  fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. […] Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare “Animali d’Inghilterra” e ricevere ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni”.


*(“Napoleon era un grosso verro [maiale] del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce”)

G. Orwell, La Fattoria degli Animali
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        Dobbiamo aver gravemente peccato, se oltre alla catastrofe globale - piovuta in una manciata di settimane su tutto quest’atomo opaco del male - noi italiani abbiamo avuto in sorte già da molto prima anche le Regioni, e affidato ad esse il Sistema Sanitario Nazionale e, non bastasse ancora, ci ritroviamo certi presidenti e infine certi sindaci.

        Dal lombardo Fontana (quello che si garrotava in diretta armeggiando con la mascherina) al veneto Zaia (quello che i-cinesi-mangiano-topi-vivi-li-ho-visti-io) al marchigiano Ceriscioli (quello che indispettito dall’imminente uscir di scena fa ordinanze a manetta per battere in velocità il Governo così-vedete-chi-sono-io) al campano De Luca (quello che sulle zeppole di San Giuseppe vendute per strada ha visto il virus danzare la rumba): il campionario - qui solo parziale - è ricco e democraticamente spalmato da nord a sud.

        Macchiettismo sconsolante che unisce alcuni presidenti di Regione a sindaci di ogni dove: ecco Emiliano da Bari, che in favore di telecamere insegue agile in spiaggia i feroci untori; ecco Piunti da San Benedetto, che lo copia e gongolante va oggi sulle locandine dei quotidiani; ecco Fioravanti da Ascoli, che in pompa magna consegna in Duomo le chiavi della città al vescovo…

        Un ininterrotto fil-rouge di surreale comicità si dipana, mescolato a pulsioni autoritarie e fascistoidi che l’emergenza sta impudicamente scoperchiando.
A un De Luca furens che ai dementi in festa di laurea manderebbe “i carabinieri col lanciafiamme” (e basterebbe per affidarlo a un TSO d’urgenza) fanno eco sceriffi d’ogni taglia e pezzatura in una sudamericana scomposta voglia di militarizzazione.
Dalle Regioni ai Comuni, è tutto un gridare all’armi! e invocare eserciti. E l’esercito infatti c’è, nelle strade lombarde, a controllare col mitra spianato i criminali che escono a far la spesa…

       Esercito, militari, ronda, maniere forti sono i termini più usati, nella semantica bellicista del momento, culminante nei carri armati che il  sindaco di Ercolano manderebbe per dare una bella ripassata ai cittadini: c’è un nauseante tanfo di caserma nel messaggio politico che ne emerge.
   
        È evidente, allora, che il coronavirus è solo il SECONDO dei nostri problemi; il PRIMO è aver lasciato per decenni che le Regioni governassero e lo facessero attraverso rappresentanti, non dissimili da quelli di oggi, dal tocco distruttivo quanto quello di Medusa; aver lasciato che i territori fossero impunemente depredati e spogliati nei servizi pubblici essenziali a beneficio del privato; che si inseguissero - vedi la Lombardia - modelli di crescita e sviluppo il cui prezzo è altissimo, se infatti questa regione ha oggi più morti che tutta la Cina. Nulla c’è di casuale in questo, nè di fatale. E al primo posto nelle responsabilità ci siamo noi, colpevoli di averli votati, rivotati e lasciati agire indisturbati gli  spudorati che adesso danno a noi la colpa del virus e ci puntano contro i fucili!

        Una gelida sensazione di déjà-vu c’è, alla fine, nelle immagini degli stralunati militari lombardi in mimetica armati di mitraglione, nelle muscolari dichiarazioni dei “governatori”, nel protagonismo bulimico e ignorante di sindaci-sceriffi e di sindaci-Savonarola.
E non basterebbero tutte le “zeppole al coronavirus” del presidente ad addolcirne il sinistro presagio.


Sara Di Giuseppe - 22 marzo 2020



 

 

lunedì 16 marzo 2020

IL COMICO AI TEMPI DEL COLERA

ovvero

I sindaci ai tempi del virus
 
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Si fece un silenzio così diafano, che attraverso il disordine degli uccelli e le sillabe dell’acqua sulla pietra si coglieva il respiro desolato del mare
G. Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, 1985

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        Che le esternazioni dei politici - di quelli locali in special modo - siano per noi sudditi frequente motivo di imbarazzo/costernazione/incredulità, è una consolidata certezza.
Non mancano tuttavia, le stesse, di offrirci gradite occasioni di svago attraverso la comicità, pur involontaria, che rischiara la cupezza emergenziale delle nostre giornate.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta nella piena fluviale di annunci/dichiarazioni/comunicati/esternazioni dei sindaci rivieraschi e collinari in ansia da prestazione.

       Il sempre favorito è Pasqualino-sindaco da San Benedetto, l’Usain Bolt del comico.

       Si parte con le esternazioni sulle passeggiate dei suoi sudditi: “E’ vero che una passeggiata si può fare ma qualcuno sta esagerando” dice, rimanendo serio.
       E noi a fare scommesse (passatempo domestico, dunque lecito) su cosa abbia inteso dire: forse che qualcuno s’è fatto scoppiare le coronarie in una corsa all’ultimo respiro, o che il vecchietto ha eluso la badante per dedicarsi al percorso-vita e chi lo riacchiappa… Non è dato sapere, ma conta il momento di sana comicità che ci è stato gratuitamente offerto.

        Segue a pari merito l’“ordine di non creare assembramenti nei cimiteri” con la minaccia di “prendere provvedimenti restrittivi anche lì”  [già fatto! n.d.a.].
Come non partecipare (da casa, ci mancherebbe) alla costernazione dei cari estinti, privati delle tante occasioni di socialità e aggregazione offerti dal Resort (ops) che li ospita; alla loro indignazione per l’inaccettabile rinuncia al terapeutico tressette col morto fra vicini di loculo… [pure a meno di 1 metro]

        Il must del pregevole cabaret è però l’annuncio dell’apertura della stagione turistica sambenedettese che con ordinanza sindacale slitta, causa contagio, dal 28 marzo al… 4 aprile: è evidente infatti come alle frontiere già premano frementi file di turisti col canottino sul portapacchi e i motori accesi, pronti allo sprint che il 4 aprile li calerà quaggiù come saette spalmandoli festanti sulle spiagge.
Bisogna esser pronti, dunque, a costo di strozzare il virus a mani nude.

         Distanziato appena di poche lunghezze si colloca sindaco Pierre-Gallin da Grottammare: teso a rammentarci che per la cultura come lui non c’è nessuno, eccolo proporre “per non spegnere” la stessa, che ”le case diventino teatri” (più di quanto lo sono già?) con il contributo di chi voglia postare, su fèssbuc o altro, un’esibizione, una poesia un canto ecc.
Dio ci aiuti.

         Derive da protagonismo, sindrome perniciosa che nei soggetti colpiti ottunde finanche la percezione del ridicolo.
E passi se ci facessero solo ridere, ne abbiamo anzi bisogno di 'sti tempi.
È quanto siano dannosi, il problema: quanto lo siano certi Presidenti di Regione che se non scavalcano i decreti del governo non si divertono, e quelli che nel delirio d'onnipotenza fanno più disastri d'un plotone di virus; quanto lo siano i numerosi sindaci che, inconsolabili nel vedersi rubare la scena dal governo che decide per tutti, si passano parola e giù a chiudere parchi e giardini e cimiteri perché secondo loro ci s'aggrega un po’ troppo.

         
Gli fa un baffo ciò che le disposizioni ministeriali chiariscono recependo le linee guida dell’OMS: che parchi e giardini pubblici “possono restare aperti per garantire lo svolgimento di sport e attività motorie (cioè fisiche!) all’aperto, come previsto dall’art.1 comma 3 del dpcm del 9 marzo, a patto che non in gruppo e che si rispetti la distanza interpersonale di un metro”.
Dimenticano che basta ogni tanto un vigile per contenere e controllare l’afflusso ai nostri piccoli parchi (quelli che la furia desertificatrice di tutte le amministrazioni ci ha lasciato, poveri e spelacchiati). 

         Presto, nella foga decisionista vieteranno l’accesso alle spiagge. Qua vinceranno facile: fra la continua linea cementizia  degli chalet-bunker e le private transenne a difesa degli stessi, l’esistenza della spiaggia è già un atto di fede, impedirne la fruizione sarà appena un corollario.

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        “…E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse […] ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, ed il zio il nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito…”
G. Boccaccio, Decameron, Giornata Prima / Introduzione


Sara Di Giuseppe - 15 marzo 2020




"Preghiera durante un'epidemia di colera", National Library Of Medicine

domenica 15 marzo 2020

MassimUT2

Da qualche giorno abbiamo più tempo per pensare... Anche agli amici, di oggi e di ieri.
E allora lo ricordiamo così, Massimo Consorti, come ci riesce meglio. Per il momento.




15 marzo 2020

lunedì 9 marzo 2020

San Benedetto. “Vendesi Torre del Porto del ‘500 con garage”

        L’ignobile “restauro conservativo” (si chiamano così, da ‘ste parti, i più feroci e ignoranti interventi edilizi su strutture di pregio bisognose d’aiuto) della Torre del Porto del 1543 non è ancora finito, né finirà finchè potrà succhiare soldi pubblici: ma un annuncio così attrarrà di certo il rapace compratore di turno, con l’acquolina all’idea di schiaffarci il solito ristorantino d’acchiappo sul mare, pure con garage per SUV ibridi alla moda che non sopportano la salsedine.  
Siamo alla Sentina, Riserva Naturalistica ascolana-sambenedettese, un tempo di ben 180 ettari – oggi togline almeno 50 – assediata da auto, strade, case e cemento, incuria, politica, affari.

        Ci torno per caso dopo tanti anni – l’ultima volta ci andammo all’avventura con Fulco Pratesi, che lo facemmo infangare felice, la Sentina era ancora grande, selvatica, libera, profumata, scomoda – senza immaginare che proprio oggi sabato 7 marzo i giornaloni locali le avrebbero dedicato lunghi articoli radiocomandati imbottiti di elogi e spudorate bugie. Eppure per ristabilire la verità-vera, per vedere plasticamente di quale scempio parliamo, bastano le 3 foto della Torre del Porto scattate nel pomeriggio.

        Stamattina qui in Sentina ci sarebbe pure stata la ripetizione di una delle cicliche gloriose corali passeggiate-che-sensibilizzano-gli-animi-e-promuovono-la-cultura-dell’ambiente-bla-bla-bla promosse dai soliti noti, Enti e Associazioni in odor di santità, non senza il must di simili emozionanti eventi: l’entusiastica raccolta di rifiuti abbandonati, plastica vetro cartucce preservativi…

        Ma a che serve scrivere ancora della perduta Sentina. Bisogna piuttosto andarci e guardarla con occhi  non foderati di salame, sgombri da retoriche furbastre e pelose bugie: potrà venire da piangere o da bestemmiare, o da inseguire coi bastoni chi finora l’ha gestita, chi la gestisce oggi, chi ancora la massacra ricevendone lodi. E giacchè all’improntitudine non c’è limite, per farsi belli misero perfino pesantissime inservibili biciclette pubbliche (io fesso “comprai” la chiave di un lucchetto, la n° BW018, 5€). Erano 10 o 12, ben presto chili di ruggine le ricoprirono, le selle in fila mangiate dai topi rimasero in mostra per anni, ho le foto.

        Nelle 3 foto, pur non tanto accurate (ero troppo depresso), si vede comunque chiaro l’assassinio della Torre del Porto: cioè l’aggiunta, a sud, di quel bubbone, di quel volume spropositato abusivo (garage o cosa?) volgare e intonacato che grida vendetta. Chi l’ha ideato? Chi l’ha progettato? Chi l’ha approvato? Quali ditte sub sub sub-appaltatrici lo stanno costruendo? Chi ci sta mangiando?
Sì lo so, hanno imperversato molti virus, anche i Nuovi Verdi.

       Per fortuna c’è sempre il mare, che continuerà il suo ciclico lavoro pulito, al soldo di nessuno. Avanzerà. Nessuna scogliera potrà fermarlo. Se gli va, con buona parte della Sentina si prenderà pure la nostra Torre del Porto, fa già le prove giocando a circondarla. Ma portandosela sott’acqua, il mare - almeno  lui - la salverà dalle grinfie ottuse dei politici, dall’ignoranza dei costruttori, dall’imbecillità dei cacciatori, dall’oscenità dei falsi ambientalisti, dalla balordaggine dei brocchi passeggiatori della domenica, che invece d’indignarsi per il furto e la distruzione di quest’area unica e preziosa si tengono giulivi per mano.
 


PGC - 7 marzo 2020




giovedì 5 marzo 2020

BRECCIA su tutti

Caro maresciallo Breccia,

sei rimasto sulla breccia fino all’ultimo,
ad operare per le tue idee e per quelle degli altri.


Hai fatto breccia negli animi e nei cuori
con l’ascolto attento, il contrasto garbato, la competenza certa.
Senza l’assillo di convincere a tutti i costi, senza carambole di parole. 


Hai fatto breccia su tutti, caro Vincenzo:
da Bolsena a San Benedetto.


PGC - 5 marzo 2020

domenica 1 marzo 2020

RIAPRIRE LE CHIESE CHIUSE

         Riaprire le chiese chiuse è una sacrosanta questione di tolleranza, libertà, sicurezza e civiltà.

         Regolarizzandole, si capisce: quelle troppo brutte, vecchie cadenti e soprattutto in precarie condizioni igieniche e di sicurezza restino giustamente chiuse; ma quelle moderne, pure loro brutte anzi orride, però pulite ben organizzate e ben frequentate, è peccato mortale non riaprirle: difficile rimanerci infettati da qualsiasi virus, anche se sarà buona norma diluire abbondante amuchina nelle acquasantiere (se si trova). 

Eppoi, le recenti ordinanze regionali emesse a rotta di collo vietano comunque i contatti pericolosamente ravvicinati - compresi i segni di pace - quindi che paura cè?

        Non è soltanto uno spontaneo movimento popolare a sollecitare la riapertura delle chiese chiuse, non è soltanto il TAR a lavorar di notte per prendere una posizione, ma pare che si stiano presentando sullargomento perfino dei DDL (dellopposizione? di una maggioranza? non si sa). Fiduciosi, quindi! Auspichiamo che laffezionata utenza di una certa età possa tornare alle sane abitudini di antica memoria e che i giovani, nella frequentazione assidua delle chiese non più chiuse, si tengano lontani da tentazioni e cattive compagnie, dove si annidano sfruttamento e delinquenza.

        Si torni alle origini. Sui portoni delle chiese riappaiano le bacheche degli orari e i tariffari dei servizi.

       Per i Vescovi lappello finale: intanto disubbidiscano, anzi facciano liradiddio contro queste ordinanze-senza-religione che non vanno incontro ai bisogni primari dei fedeli-cittadini, né aiutano la fratellanza; poi agevolino lordinato afflusso nelle chiese riaperte, facendo installare sulle facciate e sui pinnacoli dei campanili luci rosse (chiesa piena) e luci verdi (avanti cè posto).

         Così sia, anche col famigerato Coronavirus Covid-19. Poi ognuno vada in pace, oh yes!


PGC - 29 febbraio 2020