domenica 13 maggio 2018

A suon di schiaffi

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 IL FUTURISMO

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
10 Maggio2018  h 21.15


A SUON DI SCHIAFFI 

        Ha bisogno di Futurismo il nostro oggi senza futuro, ha bisogno di essere rianimato a suon di schiaffi dalla rassegnazione, dal torpore, dal silenzioso nulla. E se anche non è più quel tempo e quelletà, e intellettuali di quella tempra non se ne fabbricano più, quelluomo carismatico, coraggioso e solare che fu Marinetti può ancora sgomentarci col suo visionario profetismo, e parlarci ancora, libero dalle infantili schematizzazioni e dalle insulse categorizzazioni della cultura ortodossa.

        Degno della nostra serata - davvero futurista - è il possente armamentario acustico che Di Bonaventura dal suo glorioso Teatro Aikot 27 ha radunato qui quasi per intero. 

        La ionizzazione musicale - lavanguardismo delle composizioni di Edgard Varèse qui dirette da Pierre Boulez - ne è la trama, massa sonora (così lo stesso Varèse) di suoni percussivi e inarmonici, di ritmi irregolari, caotici e modernissimi. Materia che scuote il teatro come sisma, e quasi precipitante dal magma primigenio si avviluppa alla voce solista e al tambureggiare del suo djembe, vi si mescola in esplosiva reazione chimica: potrebbe perfino futuristicamente svegliare dalla narcosi questa città assente in catalessi culturale, e i suoi insegnanti, i suoi studenti, i suoi giornalisti, e lindifferente annichilita satolla intelligentsiya. Di certo non i politici, così come notabili-imprenditori-bellagente: persi alla cultura, dallincrollabile loro latitanza non li riesumerebbero nemmeno le trombe del Giudizio.

        Vincenzo percorre la parabola futurista sulla traccia del Recital costruito in anni fecondi insieme con Giorgio Emiliani, Paolo Puppa e altri accademici dellAteneo veneziano. Ci osserva, dalle foto depoca sullo schermo, il gruppetto di austeri signori bassini e scuri in bombetta, vestiti con borghese decoro, come in gita alla Fiera di Milano. Difficile pensarli artefici della prima Avanguardia italiana (unico seme italiano nel vivaio delle avanguardie), ribellista e libertario movimento totale che abbracciò arte e vita, costume e malcostume, che sognò un mondo guidato dallArte ed ebbe in sorte la sfortunata e autodistruttiva era del regime fascista.

        Tiravano la vita coi denti - dice Vincenzo - e alcuni facevano più o meno la fame, ad eccezione di Marinetti, di famiglia benestante e di matrimonio danaroso. Eppure dalla vorticosa energia profusa nella vita e nellarte essi partoriscono un nuovo secolo (Bontempelli). 

        E se tutta la cultura del Novecento - letteratura, poesia, teatro, musica, arti figurative, moda, costume  - è loro debitrice, essi - pur se più "fortunati" dei Futuristi russi - sono troppo radicali innovatori per un paese tradizionalista (non certo per il resto del mondo) che li condanna ad una sorta di lunga damnatio memoriae (almeno fino agli anni 60).

        Perchè rivoluzionaria e dissacrante è la loro utopia (impensabile, nellitalietta pretigna di allora, e di oggi ancor peggio - vagheggiare, ad esempio, lo svaticanamento del paese) e loro bersaglio è linsensatezza degli assetti costituiti, da rifondare nei modi più radicali e spettacolari: dalla riformulazione di ogni aspetto dellarte e della cultura alla destrutturazione linguistica; dall’”assoluta originalità novatrice per la scrittura drammatica (Noi vogliamo che lArte drammatica non continui ad essere ciò che è oggi: un meschino prodotto industriale sottoposto al mercato dei divertimenti…”), al superamento dellarmonia musicale e delle sue leggi (LArte dei rumori di Luigi Russolo). 

        Ed è un pullulare di Manifesti che seguono quello marinettiano del 1909: manifesti della Pittura, della Cinematografia, del Teatro (Sintetico, Aereo, Visionico, Tattile, della Sorpresa, Magnetico, di Varietà), dellArchitettura, della Danza, della Musica; fino alle ricerche coreografiche e scenografiche di Depero e Balla (ideatori pure di un manifesto della Ricostruzione futurista dellUniverso).

        Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti così Marinetti narra la notte che vede la nascita del suo Manifesto () Andiamo dissio, andiamo, amici, partiamo! ( ) Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primiAngeli!...

        Ben oltre le puerili semplificazioni che parleranno di modernolatria e di adorazione della macchina, è piuttosto limpeto prometeico delluomo nuovo che esalta Marinetti e i suoi, e la Macchina non solo è metafora di ritmo e avvenire, ma: Per macchina, io intendo uscire da tutto ciò che è languore, chiaroscuro, fumoso, indeciso, mal riuscito ()  per rientrare nellordine, nella precisione; la volontà, lo stretto necessario, lessenziale, la sintesi.

        Da una macchina finita a ruote per aria in un fossato a Milano - per schivare due ciclisti - lo avevano in realtà tirato fuori, Marinetti, pochi mesi prima e lepisodio divenuto aneddoto entra di peso nel progetto rivoluzionario del Manifesto: luomo estratto infangato - cencio, sozzo e puzzolente (scrive) - dalla macchina capovoltasi per evitare due noiosi ciclisti - la tradizione decadente! - è luomo nuovo futurista che guarda trionfante la nuova era: Noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra.

        E Laeroplano di Ardengo Soffici è Mulinello di luce / () Crivello doro girandola di vetri venti e rumori ; Aldo Palazzeschi - teppista letterario - si diverte, dalla sua, a demistificare modi e forme poetiche tradizionali (Il poeta si diverte, / pazzamente / smisuratamente. Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire); a disarticolare la narrazione (lUomo di fumo nel Codice di Perelà) perché ne emerga quanto di insensato cè nei valori costituti; a immettere - col Manifesto del controdolore - unidea di vita in cui il riso, vera forza motrice delluniverso, è più profondo del pianto; a formulare con ironia una poesia antipoetica: unica possibilità di poesia che resta al mondo moderno è quella fatta con le parole del quotidiano, quella che mette in scena le ossessioni e le nevrosi della società urbana (La passeggiata: Andiamo? / Andiamo pure /() Grandi tumulti a Montecitorio / il Presidente pronunciò fiere parole. / tumulto a sinistra, tumulto a destra / () Luigi Cacace, / deposito di lampadine /() Giacinto Pupi, / tinozze e semicupi. Pasquale Bottega fu Pietro, /calzature. / Torniamo indietro? / Torniamo pure).

        Scuotere insomma lItalia a suon di schiaffi e dinamite (G.B Guerri ) è la missione dei Futuristi: ma il marinettiano Zang tumb tuuum è appena un urlo di italico candore, la cui portata rivoluzionaria sarà presto surclassata dal totalitarismo fascista e da un progetto politico che ne raccoglie solo gli aspetti superficiali e agli intellettuali assegna ben altro compito che la missione liberatoria dellindividuo da essi vagheggiato. 

        Ci credeva davvero - scrive, di Marinetti, G.B.Guerri -  e in questo suo sogno non cera niente di sbagliato. Era il sogno di un artista, non di un politico.  

        Un po di quella caffeina dEuropa, di quellimpeto rivoluzionario restituirebbe forse dignità e vita al nostro deserto presente: certo alcune particelle ne sono piovute qui oggi, grazie al nostro attore-solista e per noi laria intorno si è come ionizzata. Andiamo? / Andiamo pure.

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi son cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

(Aldo Palazzeschi, Lasciatemi divertire - Canzonetta)


Sara Di Giuseppe - 12 maggio 2018




domenica 6 maggio 2018

La triste storia del giullare del Castello de Arquata

Ho sempre sognato di viaggiare nel tempo e sono convinto che un giorno supereremo le barriere spazio-temporali e come nei film di fantascienza potremo spostarci nello scenario di varie epoche storiche. Uno dei miei desideri più reconditi è quello di trasferirmi nel medioevo e diventare un artista di quell'epoca. Mi sento un giullare, sognatore e fantasista sotto ogni centimetro della pelle. Sono quel genere di persona che non ha nulla e ha tutto. Che non vive per se stesso ma vive per gli altri. Che sogna storie ed immagini luminose e le racconta agli altri, a tutti coloro che hanno voglia di abbagliarsi e di sentirsi gli occhi lucidi. Ed eccomi proiettato ne lo Castello de Arquata nell'anno di Nostro Signore MCDXXVIII. Sono il buffone, il menestrello, il poeta di corte della Signora del maniero. Mi piace saltellare da uno sgabello ad una sedia, strimpellare il liuto e la ghironda con delicatezza, declinare versi amorosi, raccontare mille avventure di cavalieri e dame cortesi. Ogni stagione, ogni oggetto, ogni sensazione, ogni idea, è per me uno stimolo che si trasforma nella magia dello spettacolo. Quando vedo sorridere la mia Signora e la sua corte sono soddisfatto e mi sento realizzato. Ho imparato da solo ogni arte che potesse permettermi di agitare tutti i muscoli a scapito di un sorriso, semplicemente osservando e analizzando. A volte scendo nel Borgo cantando storie al fornaio la mattina presto, ai giovani bambini che giocano nella piazza, ai fraticelli del convento di San Francesco. Mi piace sentire la voce del popolo che corre di casa in casa : "arriva il cantastorie!" ed ogni volta è un'entrata trionfale. Con fatica e sudore sono entrato nel cuore dei miei Signori ed in quello del popolo. 
Una sera mentre tornavo al Castello da una serenata alla locanda di Borgo, la ripida strada in salita verso la Rocca mi parve diversa, più lunga, e intrapresi una scorciatoia. Avevo bevuto troppo e i passi erano incerti, forse anche per il freddo e la paura, e si bloccarono di colpo nel fango fetido quando vidi alcune fiammelle di torcia tremolare sotto la grata della gattabuia. Avvicinandomi presi posto dietro un grosso cerro e osservai uno spettacolo raccapricciante, proprio a fianco del muro a sud del maniero. Il corpo di un giovane pastore giaceva a terra sfracellato, il sangue colava sulle sue vesti lacere e si seccava mentre il viso impallidiva e gli occhi erano orribilmente sbarrati. Alzai lo sguardo verso i bastioni e vidi la mia Signora in compagnia delle guardie, aveva i capelli sciolti, scompigliati e sghignazzava con rabbia verso quel povero cadavere. Si girarono verso di me scorgendo la mia ombra tremolante sotto la luna piena, mi avevano visto, ero un testimone scomodo, e a quel punto scelsi di affidarmi all'unica cosa che mi riusciva bene. Essere un buffone. Saltai fuori dal nascondiglio con la calzamaglia stretta, incollata alla pelle coperta di sudore. Cominciai a strimpellare il liuto canticchiando una serenata, provando in tutti i modi a essere tranquillo, ma la voce tremante mi tradì e le guardie mi puntarono addosso le picche e le alabarde. Continuai il motivetto più a lungo che potei, cercando lo sguardo della Castellana, un suo gesto di pietà ma ella fece un cenno brusco con la mano e le guardie mi catturarono. In quell'istante compresi il mio destino, come una goccia d'inchiostro che cade sulla pergamena, rovinando il lavoro di ore e giorni, di tutta la vita. Il liuto mi scivolò dalle mani ed un brivido freddo mi invase la schiena. Il giorno dopo mi portarono nello stanzone della torre più alta, la Signora digrignava i denti. Cercai in tutti i modi di distrarla, con canzoni, balli, battute. La Castellana rimase immobile, spietata ed inflessibile. Poi finalmente mise una mano sulla mia spalla e ordinò alle guardie: "Giustiziatelo!". 
Allora mi arrivò all'improvviso una botta in testa tale da gettarmi al suolo in solo secondo, svenuto. E così eccomi qui. Il mento poggia su un ceppo di legno ed il collo è tenuto fermo da una corda che tira verso il basso. Al mio fianco sinistro un energumeno incappucciato tiene poggiata sulle spalle un'accetta dall'aspetto poco rassicurante e davanti ho tutta la piazza del Borgo di Arquata piena di gente. Nessuno può mancare quando qualcuno viene giustiziato. Osservo tutti i volti di coloro che sono qui per me, leggo i loro occhi, le loro labbra, ma non vedo pietà. Eppure a tutti loro ho lasciato qualcosa, nel bene o nel male. Finalmente ho la certezza di sapere da sempre il senso della mia vita. Questo lasciarà un'impronta. Forse non in tutto il contado, forse non nella storia di tutti, ma sicuramente nel cuore di chi ha voluto. Si perché tutti loro di me porteranno un ricordo, una poesia, una storia. La mia arte li ha avvolti in un abbraccio e così è stato per tutta la gente che ho incontrato. Ora si accorgono che non ho più paura e che li sto osservando con una certa commozione e rispondono al mio sguardo con leggeri cenni del capo, piccoli sorrisi, qualche lacrima. Smuovo leggermente la testa, faccio una pernacchia a tutti e intanto l'accetta cade pesante sul mio collo… grazie a Voi!

Il senso della vita è il desiderio di felicità. Il mio strumento per donarla è lo scrivere. 
Spero di trasmettervene un po'.

Vittorio Camacci - 5 maggio 2018


domenica 29 aprile 2018

La fragilità del Jazz

TOM HARRELL / Moving Picture

Tom Harrell  tromba/flicorno   
Danny Grissett  piano   
Ugonna Okegwo  contrabbasso   
Adam Cruz  batteria

Cotton Lab - Ascoli Piceno      
21 Aprile 2018  h 21,45


       Se uno non va ad un concerto di Tom Harrell non può capire quanto certo Jazz sia anche fragile, avendolo normalmente creduto solido, sicuro, spavaldo (oltre che snob). E non pare un caso che proprio questo sia il concerto conclusivo del 28° ciclo stagionale del Cotton Club/Cotton Lab, dopo che sul suo palcoscenico si sono succeduti   alcuni pure recidivi lungo gli anni e i decenni i nomi e le formazioni più reboanti del pianeta-jazz.

       A noi che religiosamente li ascoltammo dal vivo per tanti venerdì, mancava qualcosa. Non per chiudere il cerchio - giacchè altri cicli straordinari ci attendono al Cotton Lab - ma per scoprire meglio e nel profondo lenigma-jazz, la più anarchica delle espressioni musicali.

       Guardare e ascoltare Tom Harrell ti inchioda alla sedia. Inizialmente per la sua fisicità-senza-il-fisico, inutile negarlo. Prima che dalle inconfondibili note della sua tromba o flicorno, rimani stupito da come possano formarsi quelle note. Dove prendano laria, la forza, lanima, il colore. Attorno a schemi apparentemente elementari, si snoda tutta una costruzione faticata e fantasiosa di armoniche disordinate e trasgressive, che destabilizzano il prestabilito.

       Musica senza spettacolarismi, senza movimenti del corpo - ad Harrell sono quasi del tutto negati - eppure con scalate ribelli, arrampicate stupefacenti e commoventi, improvvisazioni calcolate e rischiose, invenzioni risolutive geometriche e liberatorie. Suoni eleganti, mai forzati, mai ermetici, che quasi te laspetti ma non è vero: non potrai nemmeno ricordarli, se non riascoltando Moving Picture. Note fuggevoli veloci e pastose, restano nellaria il tempo della loro caduta, come cristalli ma morbidi, come gli echi nelle altissime cattedrali inglesi, che sarrestano dimprovviso.

       Eccola, la sensazione di fragilità: di un suono, non di un corpo. Pare che ad Harrell il corpo gli vada stretto, quindi non lo usa, ma è un gigante. Quando non suona non concepisce il riposo: pensa, chissà cosa pensa Va a passettini di robot verso il suo angolo appartato, tromba e flicorno appesi alle mani come pipistrelli cromati. Passate le 16 battute (o multipli), torna al ralenti in postazione. Senza sguardo: come gatto di notte, vede quello che tu non vedi. 

Ci sentiamo osservati. Pare un acrobata immobile già caduto, ma vivo. Ci sorprende quando, dopo una smorfia chissà se di dolore, estrae lentissimo dalla tasca della giacca di pelle da motociclista una boccetta contenente più elisir che olio e, accucciandosi pericolosamente, lubrifica come un meccanico i pistoni della tromba. Quindi, altre note ovattate, scorticate, spaventate, nascoste, le sublimi intermedie che nessuno fa

       Superlativi per forza, i tre fidati compagni di viaggio che da anni lo accompagnano. Non si scompongono mai, sono un tuttuno con Harrell, complementari al suo talento solistico ma con individualità sopraffine che centellinano a tempi contingentati. Un motore perfetto questo quartetto, anzi un orologio, di quelli complicati e ipnotici, ad ingranaggi, con gli essenziali indispensabili e ripetitivi movimenti del suo bilanciere che fornisce jazz vitale al tuo tempo ordinario.


PGC -  26 aprile 2018 


Come i fiumi

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Canti Orfici di Dino Campana

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni 
Grottammare Paese Alto
26 aprile 2018  h21.15

 Come i fiumi


       I poeti sono come i fiumi, dice Vincenzo, si fanno strada da soli, tracciano da soli il loro percorso.  E passano lasciando il loro inesorabile segno. Cè dunque un motivo se alle prove del Recital la dolce Toffee - unica ammessa - è così rapita che si dimentica pure di scodinzolare; e se stasera soffrirete tutti dice di sindrome da scavo davanti allo svelamento continuo, alla corrente irresistibile che è la poesia di Campana (Dino Campagna e Canti Orifici, per certa stampa locale). 

       Che si sia in dodici come stasera è Grottammare, bellezza o folla come in altre platee che hanno accolto i suoi Recital, per Di Bonaventura (Mi nutro bacchicamente di poesia, dice) sempre la poesia avrà lasciato la sua orma bruciante, e di quella oltranzista di Campana conserveremo a lungo la sensazione di fiamma.

       Ladro di fuoco sente di essere Campana, sacerdote di poesia, religione che reclama il suo sacrificio e il suo sangue quanto più lo avvicina allessenza delluomo. 

“… Io che vivo al piede di innumerevoli calvari, scrive di sé, consapevole del proprio difetto esistenziale: e la malattia - cui certo concorrono anaffettività e autoritarismo paterni, ottusità dellambiente e mentalità medievale del tempo e desiderio di riempire i manicomi - se lo emargina da un contesto di società che non tollera fuoruscite dagli schemi, lo rende però veggente, lo conduce al centro delle cose, assegna alla sua poesia potere orfico e iniziatico. 

Se la parola poetica sempre trasfigura il reale e lo ricrea, quella di Campana lo sospende oniricamente fra passato e presente, lo scarnifica in pure immagini e puri suoni, procede per illuminazioni vitali e gioiose o si ripiega sui sentieri tortuosi dellinconscio affollati di fantasmi notturni .

       È la notte, che reca il panorama scheletrico del mondo, che è madre di tutte le forme desistenza, a dominare i versi e le prose poetiche, è la buia notte dellinconscio, la notte delluomo dogni tempo e vi tremano attese e inquietudini. 

        I versi dei Notturni, orfici per eccellenza cifrati, mistici ci precipitano addosso, qui, con la forza di un vento; la voce dellattore ne porta ogni fremito, ogni tremore, ogni eco di miti lontani, fluisce in tuttuno con la traccia sonora, diventa moto tellurico nel ritmo percussivo di djembé (Era la notte / Di fiera della perfida Babele / Salente in fasci verso un cielo affastellato un / paradiso di fiamma). Figure misteriose emergono dalla notte di Campana, ed è la Chimera, sembianza femminile, viso di leonardesca Gioconda - Dolce sul mio dolore  -  a farsi, dal mito, emblema di poesia  - E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera

       Quando si è matti, molto meglio si vedono le miserie, i fariseismi, le viltà del reale. "Il lazzaronismo eretto a sistema", particolarmente nell'arte, lo disgusta. "Ci fu un tempo -  scrive - prima di prendere coscienza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Per questo io sono anche tragico e morale".

       Fuggirne dunque, viaggiare dove cieli e mari possano fondersi col suo io tormentato finalmente libero, in perfetta comunione con la Natura. I suoi molti, molti viaggi sono in realtà, è stato detto, un unico viaggio in quella direzione. 

Non solo terre esotiche, vergini e sconfinate, dove trovare lUomo, ma anche luoghi a lui vicini: come Genova Pei vichi antichi e profondi  / Fragore di vita, gioia intensa e fugace: / Velario doro di felicità - città di porto e di mare, di vita febbrile che saddormenta nel ritmo dellacqua e nello scricchiolio dei cordami. 

E sempre dovrà esserci un mare  - Le vele le vele le vele! () Ah! Chio parta! Chio parta! - o il mistero di terre sconfinate - la Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo - dove rinascere riconciliato con la natura ineffabilmente dolce e terribile, dove poter, libero, tendere le braccia al cielo infinito, non deturpato dallombra di Nessun Dio.

       E lamore, anchesso, offre ali e vele al sogno di libertà: presagito o ricreato nellevanescenza del sogno o del ricordo (O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi [] O non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno), sfiorato già prima dei Canti Orfici (Tu mi portasti un po dalga marina / Nei tuoi capelli, ed un odor di vento [] Oh la divina / semplicità delle tue forme snelle).  E ancora viaggio, quellunico disperato amore, per il povero troviero di Parigi (Io povero troviero di Parigi / Solo toffro un bouquet di strofe tenui) in cerca di libertà, ma sarà invece una guerra furibonda, consumata fra liti feroci ed esplosioni dira.

       Lei, Sibilla Aleramo, ape regina dai numerosi amori eccellenti, amica di letterati, scrittrice di fama e femminista ante-litteram, colta ed eccentrica e coi suoi dieci anni di più, forse lo ama amando in lui le ossessioni e la follia, la reticenza (Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia gli scrive), le notti insonni e la devastante gelosia. Gioco tragico a due, sadico e crudele o forse solo appassionato; nella disperazione del poeta si alimenta la sua follia: si sono incontrati nellestate del 1916, agli inizi del 1918 Campana entra per sempre in villa Castel Pulci "ricovero dei dementi". Vi resterà per quattordici anni scanditi dalle sedute di elettroshock, vi morirà nel 1932.

       La libertà cercata scavalcandone il cancello, ferendosi e morendone di setticemia, il poeta lha infine trovata: di nuovo atomo, frammento delluniverso, corre tra forze primitive, le braccia levate come nel presago Sogno di prigione ( in fuga io? Io ch alzo le braccia nella luce!); lo accoglie il cielo infinito, svanita lombra opprimente del vecchio Dio Io ero in piedi: sulla pampa, nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro () Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! O era la morte? O era la vita?...


Sara Di Giuseppe - 28 aprile 2018


venerdì 27 aprile 2018

La musica del quotidiano

STOMP
Teatro dellAquila Fermo
24 aprile 2018  h21


      Un pubblico vivace come non taspetti  - perché abbondantemente adulto, non giovanissimo - gremisce e fa venir giù dallentusiasmo il bel teatro, negli applausi finali. E durante lo spettacolo asseconda con divertita complicità e discreto senso ritmico la straordinaria comunicativa degli interpreti.

      Della compagnia - Stomp -  che con ovvi ricambi si esibisce in tutto il mondo dallinizio del secolo scorso - nascita a Brighton, Inghilterra, e lancio a Broadway - tutto il dicibile è stato detto, evidenziati e studiati tutti i richiami - colti e folclorici, contemporanei e vintage, esotici e metropolitani sottesi alle creazioni del gruppo: le reminiscenze flamenche (del tablao flamenco) e della clog dance forse olandese che si fa con zoccoli di legno; le allusioni a Fred Astaire e al tip-tap statunitense; i ritmi tribali e le danze afro; le citazioni dalla Pop Art di Deschamps; e poi gli scampoli di circo, di hip hop, break-dance, heavy metal, lotta giapponese kendo, e chi più ne ha

      Forse troppo, e si fa torto allo spettacolo, la cui cifra è piuttosto lassoluta originalità: competenza musicale tradotta in sapiente drammaturgia del suono; geometrica distribuzione dei ruoli e rigorosa sincronia nellapparente caos; perfetta coordinazione e preparazione atletica; audacia acrobatica e fantasia; il tutto coagulato nella prorompente presenza scenica degli interpreti, capaci di creare senza dialoghi né battute personaggi dallumorismo incontenibile del cinema muto.

       Soprattutto, ogni cosa è comunicazione sonora qui, dove la creazione musicale nasce da materiali e oggetti tra i più diversi e imprevedibili ma legati da un tratto comune: lappartenenza al quotidiano, al ritmo martellante del nostro presente, quello domestico e quello urbano, quello delle periferie industriali e delle riciclerie, del nostro compulsivo consumo e del nostro spreco.

       Così bidoni e barattoli, scope e tubi d'aspirapolvere, carrelli di supermarket, pentole e coperchi, lavelli da cucina e guanti di gomma, scatole di fiammiferi e accendini, gomme di camion e altro creano quella che qualcuno ha chiamato una maestosa sinfonia urbana;  e gli oggetti vivono per due ore un proprio sogno musicale, poetico a suo modo, che nella possibilità di creare suono, ritmo, quindi musica, li riscatta dal grigiore, dalla bruttezza accettata e ovvia dellutensile casalingo, dello scarto industriale, del materiale da discarica. Per un tempo breve tutti loro saranno, come nella favola, la zucca e i topini trasformati dalla fata madrina - qui, gli otto atletici energumeni in sdrucite vesti da lavoro - nella principesca carrozza per il ballo a corte. 

       E il corpo anchesso, diviene strumento: mani che battono, piedi che coi pesanti anfibi percuotono il pavimento (lo stomp, appunto) creano il ritmo e generano la musica, e il richiamo al flamenco è nel suono che si fa dialogo e rimando continuo fra gli interpreti e nel movimento che lo accompagna con intensa fisicità.

       Sullenorme pannello metallico che invade il fondale i musicisti-mimi-danzatori-acrobati-eccetera, inerpicati e imbracati con cinghie, suonano - come su unincredibile batteria/vibrafono - pentole e coperchi, tubi e secchielli, cerchioni e segnali stradali. Enormi bidoni metallici creano il finale in un crescendo percussivo tra lorgiastico e il tribale, il suono penetra in ogni fibra del corpo, scuote come corrente elettrica, nessuno di quegli oggetti è più utensile o materiale urbano, tutto è suono, ritmo, corporeità prorompente e dionisiaca. Controindicato agli emicranici.

       Da scommetterci, che una volta a casa metà almeno di noi spettatori ha provato a suonare una pentola o una sedia, o il tubo dellinsospettabile aspirapolvere


Sara Di Giuseppe - 25 aprile 2018


giovedì 26 aprile 2018

“IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE”

[Anche questanno niente Bella ciao alle Celebrazioni del 25 Aprile a San Benedetto del T.]


         Siccome me laspettavo, per saperne di più mi sono attrezzato: sperando che durante la Cerimonia qualche coraggioso avrebbe avvicinato il sindaco per chiedergli il perché del suo divieto alla Banda Cittadina (per il secondo anno) di suonare Bella ciao, gli ho piazzato con destrezza ben tre cimici supertecnologiche. Una infilata nel taschino della giacca, una autoadesiva sul nodo della cravatta, una sulla frangia dorata della fascia tricolore. Poi, a distanza di sicurezza, appollaiato comodo sulla bici, mi son messo allascolto. Non prima di aver anche addestrato alla rischiosa missione unattempata amica dallaccento sambenedettese doc, con laria da balda partigiana e tanto di fazzoletto tricolore al collo. Nel caso che nessuno avesse osato far quella domanda alNostro

          Ah le cimici, che grande invenzione: ho registrato tutto forte-e-chiaro, sia le domande che le risposte. Anzi, mi conforta il fatto che, oltre alla mia inviata, anche altri hanno chiesto al sindaco: Perché non fai suonare Bella ciao? La risposta sempre la stessa, come un disco rotto: IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE suoneranno Il Piave IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE suoneranno Il Piave IL PR

           Forse intimiditi, non ho però sentito nessuno replicare tipo: ma Il Piave è una canzone della prima guerra mondiale, mica della seconda oggi festeggiamo il 25 Aprile la Resistenza la Liberazione dal nazi-fascismo, mai sentito parlare? Ti è pervenuto? ... Hai sbagliato festa? Il 4 novembre è lontano  

No, purtroppo neanche la mia inviata ha avuto questa prontezza di riflessi.

            Sicchè niente Bella ciao. Del resto, mica puoi chiedere ai musici di disubbidire, sai le rappresaglie che subirebbero. E neanche gli spartiti avevano, invece lanno scorso quanti ne avevo trovati sotto gli oleandri, stropicciati con rabbia Alle majorette poi, se gli dici Bella ciao credono che è per loro e ci credono... Ai lustri politici odorosi di dopobarba, come fai a dirgli di intercedere, dovresti arredare la richiesta con qualcosa di losco Ai canuti rappresentanti degli ex combattenti e dei partigiani, dopo che hanno ri-tirato fuori dai cassetti mostrine bandiere fazzoletti e decorazioni, se gli dici Bella ciao si mettono a piangere Né puoi avvicinare i militari dalle sbrilluccicanti divise: guardano di continuo lorologio, hanno caldo, faticano a mantenere la posa migliore E troppo impegnati i giornalisti a far linventario delle personalità, per farcire domani le pagine di nomi e cognomi. Guai se omettono qualcuno!

        Eh no, proprio non la suoneranno Bella ciao. Ci appalleranno invece con la tristissima canzone del Piave e con altre marcette, anche per far pericolosamente roteare i bastoncini delle majorette finchè non te ne arriva uno in testa. Infine la fotona di gruppo, che imperversa già nei social. La allego, ma non è mia e lo dico (non faccio come il Carlino, che adopera le foto dei miei pezzi per i suoi articoli e zitto). 

        È San Benedetto, bellezza! San Benedetto, provincia di quellAscoli Piceno dove certi vicepresidi fanno gli auguri al Fuhrer e poi dicono che non volevano. San Benedetto che si gemellerà con Todi il cui sindaco ha negato il Patrocinio del Comune alla Festa della Liberazione del 25 Aprile. 

San Benedetto che a questa Festa non porta il mondo della Scuola, troppo impegnata ogni giorno a prendere lezioni da calciatori, cantanti, banchieri, militari, campioni di ogni sport, attori, nani e ballerine.

           Chiudo qui, vado a recuperare le cimici. Anzi no, sono dellultima generazione, si auto-distruggono


PGC -  25 aprile 2018 


venerdì 20 aprile 2018

Sognando la profezia del terzo candidato


Il Magnifico Messere de lo contado de Arquata e la sua Corte dei Miracoli si struggono e si rivoltano negli spasmi perché il loro "regnetto" non è più bello come prima, perché una volta c'era chi lo curava ed amava e non erano decine di ditte forestiere messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che lo abitavano e lo lavoravano: contadini, allevatori, boscaioli, tartufai, cercatori di funghi. Buona parte dei paesi non sono stati demoliti, figuriamoci se si parla di ricostruirli, perché non ci sono soldi... ovvero ci sono ma non per tutti. I pochi cittadini tornati dall'esilio dorato della costa e che non sono emigrati altrove, sono collegati al resto del mondo attraverso connessioni private costosissime. Gli abitanti dei villaggi SAE sono diventati a loro spese anacoreti digitali, dediti all'ego surfing ed allo spamming di emozioni su una soffice nuvola di bite. Oggi abbiamo nonnine 2.0 che vivono in paesi deserti ma ipercablati che fanno la spesa alimentare on-line e si fanno visitare a distanza sul profilo facebook dal medico condotto e se si sentono sole possono fare chatting dei pettegolezzi sui social. Non voglio neanche immaginare cosa succederà quando si tornerà in campagna elettorale con le solite interfacce dei due candidati già predestinati per regole di successione ereditaria che batteranno le "piazze virtuali" alla ricerca di followers e like, promettendo app a gogò per qualsiasi bisogno. E se qualcuno si sveglia... e se ci fosse un terzo incomodo, uno capace di collegarsi in video-conferenza con il Governo Centrale, uno capace di usare il suo cervello e fare di testa sua. Uno che decide che prima di tutto vengono i cittadini, che sono i veri padroni del territorio e che hanno bisogno di soldi per vivere, di case nuove, di chiese, di lavoro. Così questa mente illuminata istituirà il V.I.P., ovvero il Vitalizio Post-Sismico. Un modesto ma dignitoso assegno mensile riservato al 60% dei cittadini senza lavoro, ai precari ed ai pensionati con la minima, a chi è emigrato invitandoli a tornare nei paesi sempre più deserti. Ed ecco che i cittadini ormai in stato confusionale, semi-alcolizzati e sull'orlo del suicidio che hanno scambiato una ricostruzione edilizia con una palingenesi dell'uomo e dell'abitare in "puffilandie" di legno truciolato, avere come unico obbligo per ottenere il VIP quello di fare una cosa bella ed utile per i paesi, a piacere e senza fretta. Il VIP funzionerà. Tornati alla realtà reale, liberi di fare altrove lavori inutili e mal pagati i cittadini arquatani asseconderanno le loro passioni. Le stradine terremotate dei paesi si riempiranno di musicisti e poeti, artigiani, arrotini, ombrellai, giocattolai, ricamatrici. Nelle piazze deserte impazzeranno tornei di calcetto tra scapoli ed ammogliati con le panchine vuote piene di vecchi e giovani spettatori ciarlieri. Gli ex-assessori ripareranno buche ed aggiusteranno fontanelle senza chiedere voto di scambio. Riapriranno le vecchie cantine e le osterie e non si berrà solo per rendere gli altri più interessanti o per dimenticare di pagare il conto. I paesi si riempiranno di orti, ritorneranno ad essere coltivati anche i pascoli di montagna con campi di grano e di patate come una volta. Nasceranno anche due o tre "banche del tempo perso" per darsi una mano nei momenti del dolce far niente. Chi è ricco e garantito, escluso dal VIP, e che un po' rosicherà presto ci ripenserà perché l'economia tornerà a girare ed i negozianti faranno affari. Arquata del Tronto diventerà un caso mondiale, accoreranno migliaia di turisti, stavolta non per fotografare macerie ma volti sorridenti in uno strano territorio dove l'amore è di casa. Certo ci saranno ancora i pingui burocrati oziosi, ma non avranno sensi di colpa e chi continuerà a rubare sarà anch'esso meno povero. Finirà il rinchiudersi dentro, l'arroccarsi nell'egoismo e nell'indifferenza perché bisognerà rifare solo luoghi veri in cui accade la vita. Il terzo candidato deciderà che è arrivato il momento di ricostruire, riapparirà il popolo delle carriole, delle pale, delle cazzuole, delle betoniere. A centinaia si offriranno volontari nei cantieri "veri" da ogni parte del mondo. Fioccheranno di nuovo donazioni a gogò perché Arquata del Tronto sarà diventata la speranza di una nuova era dell'umanità. Man mano il progetto SAE verrà smontato e rivenduto ai paesi poveri, tutto viene riciclato per contenere i costi. Casa dopo casa, piazza dopo piazza, fontana dopo fontana, chiesa dopo chiesa i paesi verranno ricostruiti con entusiasmo e grande lena. A quel punto il terzo candidato si dimetterà da sindaco, tornerà a vivere libero tra le sue montagne ed i paesini finalmente piene di gitanti ed escursionisti e odori di buona cucina. Oddio che strano sogno ho fatto stanotte!

Vittorio Camacci - 19 aprile 2018


giovedì 19 aprile 2018

Nascondete i premi

Nascondete i premi, o se li prende Alberto Cecchini


       Circola questa voce nel mondo della fotografia. Quando nei più prestigiosi concorsi fotografici internazionali partecipa lui, tranquilli che quasi sempre va sul podio o vince. Come al Fine Art Photography Awards di Londra, con migliaia di concorrenti.

A San Benedetto ci siamo abituati, non fa quasi più notizia. Mentre il suo medagliere va riempiendosi tanto che fra poco dovrà cambiare appartamento.

       Ma perché il nostro Alberto vince? Sappiamo che oggi, con tutta la tecnologia a disposizione, è agevole realizzare una buona foto. Scegli il soggetto, spari una raffica di scatti (a costo zero), guardi il visore, fai una cernita, scarti, scegli. Facile e veloce. Meglio se hai una buona attrezzatura, la compri anche su Amazon. 

      Una volta, invece Intanto non ti doveva tremare la mano. Poi dovevi essere bravo e svelto a fare le canoniche misurazioni luce-apertura-tempi-distanza, capire se mettere il tele, quando cambiare macchina, obiettivo... E poi i combattimenti con i rullini, e lo sviluppo, e la stampa e altro ancora: quante aspettative tradite. Pochi erano i concorsi fotografici, pochi i partecipanti, pochi i vincitori (cadevano subito nel dimenticatoio). 

       Ma oggi, che siamo tutti fotografi compulsivi (fotografo-dunque-sono), con il mondo infestato da immagini usa-e-getta e conseguente moltiplicazione dei concorsi, rimediare qualche premio - magari per caso - che importanza ha. 

       La fotografia vera però è diversa, come quella di Alberto: e se, partecipando seriamente ai più vari concorsi - come lui fa da anni, con costanza - ti piazzi sempre bene e spesso vinci, il motivo cè. 

       Le sue premiate immagini del terremoto di Amatrice, per esempio, coshanno di speciale? Macerie a volontà, crolli, distruzioni, vittime, angoscia forse sarebbe bastato andar lì il giorno dopo, anche il mese dopo, e scattare ad esaurimento pile. Senza neanche mirare. Invece Alberto ci si è gettato dentro, respirando la polvere e la paura come uno del posto, solo che non gli è caduta una trave in testa. Le sue sono testimonianze vibranti della tragedia appena provocata dal killer invisibile: fotografie dure, che gridano dolori infami, che odorano di disperazione non ancora rassegnata. Non mostrano solo danni.      

       Non è rituale cronaca giornalistica. Certo, sono tecnicamente ineccepibili, ma non basta per vincere premi. E che i lavori di Alberto Cecchini sono diversi, contengono e trasmettono emozioni vive, che le giurie gli riconoscono.

       Per lui è una meritata fortuna, per i suoi colleghi no: a lui i premi alti, a loro quel che resta. Allora nascondete i premi, o


PGC - 16 aprile 2018



Sezione Fotogiornalismo 2018, 1° classificato: Alberto Cicchini
Terremoto Centro Italia ( Serie ) 
24/08/2016, Terremoto nell'Italia centrale. Un terremoto di magnitudo 6,2 ha colpito le regioni Lazio e Marche scatenando il caos nel centro Italia. In particolare la città di Amatrice, Accumoli, Pescara del Tronto e Arquata, per un totale di 299 morti, circa 400 feriti e 2.500 sfollati. 
https://fineartphotoawards.com/winners-gallery/fapa-2017-2018/professional/photojournalism

lunedì 16 aprile 2018

A Max

Voglio dedicare un piccolo pensiero a Max, esattamente un mese dopo la sua morte, tratto dal 50° numero di UT, agosto 2015.
Nell'ultimo breve periodo della nota, che accompagnava la mia opera "Guardando i miei piedi", ho messo lui per primo tra i 'compagni di viaggio', proprio perché lo ritenevo il supporto fondamentale di molti miei progressi professionali e soprattutto centro di molta parte della mia vita di quegli anni.

Grazie ancora, caro Massimo Consorti

15 aprile 2018 - Francesco Del Zompo
NOI

Spesso accade che il mio sguardo, prima di incontrare il vostro, sia rivolto da un’altra parte, in aria, a sinistra, a destra, più facilmente in basso a seguire i miei passi prima dei vostri. Io e tu, io e lui, io e voi, io e gli altri, più difficilmente noi, ma amo le persone che mi guardano, le persone che sorridono, le persone che piangono, le persone che parlano ascoltando e non si mettono tra i piedi del discutere o s’indispongono con l’ultimo ‘messaggio’, ma si infilano, riallacciano, conversano con me, si interessano, abbracciano il mio cenno di ragionamento, condividono le emozioni, consigliano poco e più spesso sbagliano insieme a me, ma non rimpiangono, non pretendono, non sentenziano, presentano, condividono, mi abbracciano anche senza sfiorarmi.

Allora, perché non riusciamo sempre a coabitare decentemente tra di noi se è questo che ci piace? Perché l’altro è sempre un rivale, un concorrente, se non addirittura un nemico? È frutto dei nostri ‘vivi’ pensieri o c’è lo ‘zampino’ della storia che stiamo vivendo? Ma amo le persone che si donano e fanno della propria vita uno scambio sbilanciato, e detesto quelle che si trincerano dietro i dubbi, le diffidenze, i ‘se’ e i ‘ma’ che precedono qualsiasi opinione. 

Pensando a questo tema “Noi”, così assoluto e fondamentale del nostro stare al mondo e per la prima e unica volta come interprete della 50ª opera di UT, guardavo i miei piedi nudi cercando di ‘comprendere’ in me l’immagine riassuntiva. Non ho visto altro che ‘un altro me’ in fondo alla mia distorta prospettiva e, in mezzo, un mondo intero, un universo che si muoveva mentre ero lì, assorto e stordito dalla complessità del noi e la mia piccola immagine, che appena conosco se non attraverso Voi: i miei cari, i miei conoscenti, i miei compagni di viaggio (Max, PGC, Enri’, Ale’, Anto’, Mich’, Peppe, Alce’, Dante, Saba’), Michaela che ha così sapientemente scritto del mio racconto visivo, i miei amici e sostenitori di UT che ringrazio molto per avermi donato un po’ del loro tempo, amicizia e stima.



domenica 15 aprile 2018

Palco esaurito

Ciclo sinfonico 2018

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n.9 in re min. op.125 per soli, coro e orchestra

Orchestra Sinfonica Abruzzese

Coro V. Basso di Ascoli Piceno Coro Accademia di Pescara
Coro Conservatorio A.Casella, LAquila
Corale Novantanove, LAquila Schola Cantorum S.Sisto, LAquila

Direttore e maestro concertatore Pasquale Veleno
soprano Li Keng 
tenore Riccardo della Sciucca 
mezzosoprano Daniela Nineva    
baritono David Maria Gentile


Ascoli Piceno - Teatro Ventidio Basso     
12 aprile 2018  h21                                                                
Società Filarmonica Ascolana


Palco esaurito

       È il palco del Ventidio Basso, occupato in ogni centimetro quadrato dalla poderosa orchestra, dai cinque cori, dai quattro solisti. E dà i brividi il respiro divino di questa musica, mentre il pensiero va a quellesecuzione del 1989 a Berlino, che festeggiò la caduta del muro (e Bernstein che la diresse sostituì Freude, Gioia, con Freiheit, Libertà): perché lEuropa che nell’’86 fece suo lo schilleriano Inno alla Gioia del Quarto Movimento, è oggi larcigna Europa dei muri, pavido fantasma in decomposizione, digrignante coi deboli belante coi forti, che nulla ha imparato dalla feroce lezione della Storia.

       Meglio dunque abbandonarsi al puro piacere dellascolto, che passa anche dagli occhi grazie a questo palco gremito di strumenti e voci, pur se piccolo nel piccolo gioiello del Ventidio Basso, ma la musica - questa musica - è onda di piena che non si cura di limiti e confini.

       La curiosità stasera sono i bambini: se da noi è ahimè insolita la presenza di giovani a concerti e manifestazioni di cultura, figurarsi quella di bambini. Invece eccoli. Una quarantina, a occhio, nelle prime due file, maschi a sinistra femmine a destra. Qualche adulto a guidarli. La piccola col cappello a coniglio che siede davanti dice, interrogata, di essere della Music Academy. Scuola di Musica, insomma. Poi si cala ilconiglio sul viso e scherza con le compagne. Sono volenterosi ma questo concerto è un alimento troppo corposo per i loro anni verdissimi e di studi musicali troppo acerbi: come gettare piccoli velisti in piccioletta barca fra gigantesche onde dOceano.

       Si agitano un po allinizio, poi risucchiati dalla musica si fanno attenti; intorno al terzo movimento metà delle testoline è crollata; ma sveglissima resta in prima fila la ragazzina che armeggia tutto il tempo con lo smartphone extralarge, se tutta lorchestra e i 5 cori e i 4 solisti - dato il peso complessivo - franassero giù col palco non se naccorgerebbe.

       Brillante come sappiamo, lOrchestra Sinfonica Abruzzese asseconda lenergia del direttore Veleno, la sua candida corona di capelli e i piedi in decollo verticale sul podio nei momenti travolgenti. Spettacolare il colpo docchio dei cori, poderosi e bravissimi ma un po soffocati, in uno spazio più grande rifulgerebbero davvero. E le voci dei quattro solisti, soprano - mezzosoprano - tenore - baritono, illuminano di chiara luce i versi, pienamente fuse allorchestra nel culmine della tensione espressiva.

      Tutto il resto è Beethoven, e nulla si può dire che già non sia stato detto. La poderosa armonia giovane di molti secoli piove ancora dalla sua chioma ribelle su noi mortali, come Giove stilla dai crini ambrosia sullamata ninfa Elettra nel foscoliano Carme. Spazio e tempo si fondono e sannullano nella musica che sinabissa e riemerge, che interroga con voce eterna la vastità dellanimo umano, ne esplora il tormento e il dolore, la ribellione e la fatica, ne riconosce la fragilità, sinnalza infine a celebrarne il trionfo: oltre la finitezza delluomo cè il suo spirito che vince di mille secoli il silenzio, cè leternità ineludibile dei suoi ideali, cè lincancellabile sete di giustizia universale.

     Egli sa tutto, ma noi non possiamo ancora capire tutto disse Schubert agli amici dopo aver incontrato Ludovico van. Neppure oggi sappiamo se il mondo abbia compreso, tutto fa pensare di no, né ci sono inni gioiosi nel nostro presente, e se quel gigante vivesse proibirebbe alla UE di oltraggiare il suo. 

       Nonostante noi, quella mente magnifica ci parla ancora, illumina la superiore armonia di quel tutto di cui siamo parte imperfetta, e trionfante sulloscurità del nostro dolore addita la scintilla divina presente nellumano.


Sara Di Giuseppe -13 aprile 2018