sabato 6 marzo 2021

LA FATTORIA DEI GENERALI


LA FATTORIA DEI GENERALI *

 
… Dragòneon non si faceva vedere in pubblico se non una volta ogni due settimane. Quando poi appariva era accompagnato non solo dal suo seguito di cani (da riporto) ma anche da un gallo nero in uniforme da Generale, con l’intero medagliere sul petto, che marciava davanti a lui e si comportava come una sorta di trombettiere, emettendo un forte chicchirichì prima che Dragòneon parlasse.
 
[…]
 
Non si parlava di Dragòneon chiamandolo semplicemente per nome. Con stile formale, ci si riferiva a lui come “il nostro Capo”, e i maiali si divertivano a creare per lui titoli quali “il Padre di tutti gli Animali”, “il Terrore del Genere Umano”, “il Protettore dell’Ovile”, “l’Amico degli Anatroccoli” e così via.
Durante i suoi discorsi, Gazzettino parlava con le lacrime che gli scorrevano lungo le guance, della bontà del suo cuore, e del profondo amore che egli provava per tutti gli animali. Era divenuta una cosa abituale attribuire a lui il credito per ogni successo raggiunto e per ogni colpo di fortuna.
Si sentiva spesso una gallina dire a un’altra: “Sotto la guida del nostro Capo, il Compagno Dragòneon, ho deposto cinque uova in sei giorni”.
O due mucche, che si gustavano l’acqua dello stagno, esclamare: “Grazie alla guida del Compagno Dragòneon, che buon sapore ha l’acqua!”.
I maiali erano estasiati dall’astuzia di Dragòneon. (…) La superiorità della mente di Dragòneon, diceva Gazzettino, era rivelata dal fatto che egli non si fidava di nessuno.
 
[…]
 
Adesso c’erano alla Fattoria molte più creature, bestie sane e robuste, ma molto stupide. Nessuna di loro si dimostrò capace di imparare l’alfabeto oltre la lettera B. Accettavano tutto ciò che era detto loro ma non si poteva essere certi che ne capissero poi molto.
Pareva tuttavia che in un modo o nell’altro la Fattoria fosse diventata più ricca senza per questo rendere più ricchi gli animali, con l’ovvia eccezione dei maiali e dei cani.
 

C’era da compiere, come Gazzettino non si stancava mai di ripetere, un lavoro infinito per la supervisione e la conduzione della Fattoria, tutto ciò era della massima importanza per il benessere della Fattoria stessa, e molto di questo lavoro era di un tipo tale che gli altri animali erano troppo ignoranti per poter capire.  La felicità più autentica, diceva Dragòneon, consisteva nel lavorare duramente e nel vivere frugalmente. Eppure, nè maiali nè cani producevano del cibo col loro lavoro; e ce n'erano davvero tanti e con un ottimo appetito.   

Quanto agli altri, la loro vita, per quanto ne sapevano, era com’era sempre stata. A volte i più vecchi di loro frugavano nella loro fragile memoria e cercavano di stabilire se, prima dell’espulsione di Joseph the Count le cose erano state migliori o peggiori di adesso. Ma non avevano nulla a cui appigliarsi se non le cifre di Gazzettino le quali, invariabilmente, dimostravano che tutto andava di bene in meglio.
Si erano verificati eventi incresciosi, erano state diffuse idee sbagliate, ma ora tutti i dubbi erano stati spazzati via: c'erano non solo le metodologie più avanzate, ma una disciplina e un ordine che dovevano servire da esempio.

 [...]

Dragòneon era soddisfatto e dichiarò che aveva anche lui qualcosa da dire e, come tutti suoi discorsi, anche questo fu breve e diretto: anche lui, disse, era contento che il periodo dei fraintendimenti fosse passato. Per lungo tempo erano circolate voci che ci fossero elementi rivoluzionari nel modo di vedere suo e dei suoi Generali. 
Nulla di tanto lontano dal vero! Il loro solo desiderio era di vivere in pace e d’intrattenere normali relazioni d’affari coi loro vicini. 

La Fattoria, aggiunse, era un’impresa cooperativa. 
I titoli di proprietà che aveva nelle sue mani appartenevano congiuntamente a tutti i maiali. 
Certi cambiamenti messi in atto avrebbero certamente aumentato il livello di fiducia, e da quel giorno in avanti la Fattoria si sarebbe chiamata "Fattoria padronale".
Ci furono applausi entusiastici e un battere di piedi, e i boccali vennero vuotati fino in fondo. 

Agli animali, che osservavano la scena dal di fuori, parve che stesse accadendo una cosa strana - che mai era mutato nelle facce dei maiali? -  e si allontanarono quatti quatti. 
Ma non si erano allontanati neanche di venti iarde che si fermarono bruscamente. Dalla Fattoria giungeva un vociare tuonante. Sì, era in corso una lite violenta. C’erano urla, pugni battuti sul tavolo, sguardi taglienti pieni di sospetto, dinieghi furibondi. Le voci gridavano piene di rabbia e tutti loro erano uguali. Non importava ormai cosa fosse accaduto alle facce dei maiali. Le creature, da fuori, spostavano lo sguardo da maiale a uomo e da uomo a maiale e ancora da maiale a uomo; ma già era impossibile dire chi fosse chi.

 
*adattamento da: G.Orwell, La fattoria degli animali, novembre 1943 – febbraio ,1944
 
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Illustrazione di Antonello Silverini, in 
             G.Orwell
     La fattoria degli animali
     trad. Luca Manini
     Fanucci Editore 2021
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Sara Di Giuseppe - 6 marzo 2021

venerdì 5 marzo 2021

Padre, Figliuolo e Spirito Santo

 
Padre, Figliuolo e Spirito Santo


Doveva essere come una operazione bancaria di “alto profilo”. Segreta. Senza nomi.
Un’anonima Trinità di Governo dalle miracolose capacità operative, per condurci – noi tapini – fuori dal Covid e verso un “Nuovo Rinascimento”, con l’eliminazione delle scorie.
Una (santissima) Trinità di Governo dall’impronta militare, finanziaria, mercantile.
Certamente un super-drago, il Padre. Ma grigio, muto, invisibile, introvabile. Dalla sua Passat dai vetri scuri, ordina dispone e decreta col solo sguardo-laser. Gli altri due sarebbero rimasti misteriosi, se del secondo non fosse scappato il nome:
Figliuolo. E si fa pure notare: veste sempre - forse anche a letto - la rutilante divisa con tonnellate di mostrine e cappello a due piani con attico e superattico.
Mentre il terzo, una vecchia conoscenza in odore di santità fin dall’era del Caimano, già delegato ovunque a produrre guasti, ufficialmente non farebbe ancora parte di questa Trinità. Dopo missioni in Marche e Umbria, ora sta provvisoriamente con un piede in Lombardia (altra Trinità, un po’ più piccola), a terremotarne la Sanità…
Forse sarà lui lo Spirito Santo. Chi altro potrebbe volar alto-altissimo sulle Regioni, con le sue astronavi…
Eccola dunque la invocata Trinità di Governo Nazionale
il PADRE che tutto sa, ordina
il FIGLIUOLO, da intemerato generale, sta zitto e obbedisce. Militarizza. 
lo SPIRITO SANTO - quello lì che dovrebbe proteggerci - delegato ai miracoli… pardon ai macelli, vedremo.     
   
 
PGC -  4 marzo 202

martedì 2 marzo 2021

“IL TANGO, UNA FORMA DI RESISTENZA UMANA”


 
“IL TANGO, UNA FORMA DI RESISTENZA UMANA”
[Meri Lao – Todo Tango, 2006]

 

“TANGO SUITE” – Omaggio a Piazzolla
FORM - Orchestra Filarmonica Marchigiana
e
Daniele Di Bonaventura (bandoneon, arrangiamenti e direzione)
TEATRO DELL’AQUILA – FERMO     27 febbraio 2021 h21


 
        Teatro dell’Aquila splendente ma desolatamente vuoto e muto per Covid, quando la FORM e Di Bonaventura attaccano puntuali con Gardel-cantor di tango.

Per l’occasione - il bandoneon è spesso in primo piano, nelle riprese televisive - Daniele ha scelto il più bello forse tra i suoi preziosi bandoneon degli anni trenta: magari è lo stesso con cui suonò in coppia col grande Frank Marocco al Faro marittimo di Pedaso nel 2011 (cfr. "Lo zio d’America", 4.8.2011), poi anche nell’Aula Magna del Convitto Nazionale di Teramo (2017) con lo String Ensemble della FORM per i 25 anni dalla morte di Astor Piazzolla, quasi lo stesso repertorio di stasera, centenario della nascita.
 
        Teatro deserto, dicevo. Ma i musicisti fanno come se fosse pieno: suonano con l’anima, perfino mandando sguardi nel buio a chi non c’è. E alla fine ringraziano col corale inchino le fredde poltroncine rosse in platea, l’arco silenzioso dei 5 ordini di palchi, ricambiano con occhi sorridenti gli applausi virtuali, concedono il bis “richiesto”… Sempre incapsulati come per punizione nelle nere mascherine d’ordinanza (meno i fiati, si capisce).

La scena irreale di un inquietante fantasy: le mascherine che trasformate in spade o simili prendono a combattersi e a sprizzar fiamme, o che ingigantendosi ingoiano musicisti e strumenti, bandoneon compreso, o che s’inseguono veloci come vele nere sul mare, o che diventano aquile – senza teatro – in volo nello spazio…
Colpa della malefica tivù che sto guardando, che non può più bonificarsi o riscattarsi, neanche se è eccezionalmente occupata da un concerto superlativo come questo.
Col telecomando-pistola posso impunemente uccidere un tango dopo l’altro per guardare imbolsito una partita o lo sci, o il peggio dei politici e dei giornalisti, o quei tigì sgrammaticati e ripetitivi.
La cultura si ammazza così, con noncuranza.
 
Ma come posso prendermela con la tivù, se i teatri sono chiusi per Covid? Provate a riaprirli, forse la gente ci torna, forse non è troppo tardi. Sono i luoghi più sicuri, i teatri, ci si infetta solo di cultura. E c’è sempre un posto libero , stando ben distanziati, senza patire.

L’altra sera al Teatro del’Aquila, per esempio: se nei 124 palchi avessero messo solo una persona per palco e in platea poche decine ben sparpagliate, ben 200 persone avrebbero goduto e imparato parecchio di tango.
Che, come scrive Meri Lao per esperienza diretta, è pure “una forma di resistenza umana”.
Ri-aprire i teatri è come vaccinare. E ne abbiamo, di tanghi, per resistere e guarire.
 

PGC - 2 marzo 2021

lunedì 1 marzo 2021

Daniele in un teatro vuoto

 


Daniele in un teatro vuoto

F.O.R.M.
Orchestra Filarmonica Marchigiana
e
Daniele Di Bonaventura
bandoneon, arrangiamenti e direzione

in
“TANGO SUITE”
Omaggio a Piazzolla
 
TEATRO DELL’AQUILA – FERMO
Sabato 27 febbraio h21


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Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
.
 
Wisława Szymborwska - “Il gatto in un appartamento vuoto

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       “Arrampicarsi sulle pareti / strofinarsi tra i mobili … / pian pianino / su zampe molto offese” per quell’assenza inusitata che continua, che non si spiega, che addolora.
È quello che farebbe un gatto, in quella platea silenziosa, come rassegnarsi a tanta solitudine?


È un gatto, il bandoneon di Daniele che elegante si muove, sinuoso s’inerpica e discende, scivola e s’incurva, graffia i velluti delle poltrone vuote, dei palchi spenti, riflette gli ori del teatro magnifico che pare incredulo trattenere il fiato. L’orchestra lo insegue e decolla, i musicisti in tutt’uno col soffitto e il pavimento: e per un’ora non c’è più alcun vuoto, ogni angolo è musica, è volo di strumenti, armonie di archi sapienti e percussioni in gioco col prezioso bandoneon, voce struggente del tango.
 
Ed è Argentina ed è il “nuevo tango” di Piazzolla, è omaggio nel centenario della nascita al genio che con linguaggio ribelle reinventò la musica del tango e sfidò una tradizione intoccabile, vi innestò jazz e musica colta e la sua Argentina lo chiamò El Gato perchè del felino ebbe l’ingegno e l’abilità, la grazia e l’incantesimo.
Musica audace, erudita e sanguigna che si fa dialogo sensuale e complice fra Daniele – quest’oggi tanguero encantador nella sua Fermo – e gli eccellenti musicisti, in nero come tangueri anch’essi.

A Carlos Gardel, cantor di tango, iniziatore del tango cantato e voce patrimonio dell’umanità, è dedicato il primo trittico: struggimento di terra lontana e disincanto d’amore, forse presagio di quella morte aerea e di una vita troppo presto troncata; il Piazzolla meno frequentato ci viene incontro in  Piazzolla’s Tango Suite, contaminazione di sapori d’Argentina e del mondo, dove ogni brano ha dentro una storia e ogni storia è vita vera che si fa musica: il barrio violento, la fame, le gangs, e poi New York, Elia Kazan, Gershwin…” tutto questo si ritrova nella mia musica, come nella mia vita, nel mio comportamento, nelle mie relazioni
 
Ed è il Di Bonaventura compositore a chiudere, con la sua contemporanea Tango suite, il viaggio vertiginoso che ha attraversato continenti e storia: Valzer, Milonga, Tango chiamano a raccolta gli strumenti intorno al bandoneon e le armonie si fondono docili al suo funambolico instancabile respiro.
Un pubblico invisibile applaude caloroso, al termine, e Daniele scherza con spirito monello annunciando il bis, richiesto a gran voce in sala…

E sarà il leggendario “El choclo” (La pannocchia di mais) di Angel Villoldo “giullare fuori di secolo”, esponente della “guardia vieja” del tango, a salutare con noi l’affettuoso teatro che lasciamo ancora una volta stasera, dopo tanta bellezza, al suo silenzio e alla sua solitudine.
 
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Io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera diretta qualcosa che i poeti, molte volte, hanno voluto fare con le parole: la convinzione che combattere può essere una festa
”.
J.L.Borges
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Sara Di Giuseppe  - 28 Febbraio 2021

giovedì 25 febbraio 2021

MARCHE - PSICANALISTI IN REGIONE


Ovvero
Prove tecniche di oscurantismo

 
Chissà su quali testi ha studiato, messer Ciccioli da Ancona, capogruppo di Fratelliditaglia prestato dalla Psichiatria (nel senso della professione…) al Consiglio Regionale.

Perché - dice lui - in psicanalisi quello si studia, che cioè “il padre deve dare le regole, la madre accudire”. Chapeau.

E disquisisce con sussiego psichiatrico  –  pazienti, state sereni – di “famiglia naturale, padre, madre, figli, unica forma valida da proporre in società”.
 
Orsù, rintuzziamo la risata che urge incontenibile: qui c’è piuttosto da piangere, e molto.
  
- Perché alla Regione Marche siede gente così: che alle tante perle fin qui inanellate, aggiunge oggi il legiferare in merito a rilancio e protezione del concetto di famiglia “società naturale fondata sul matrimonio”. Amen.
- Perchè non c’è solo che
Messer Cicciolo ha precedentemente delirato di “sostituzione etnica” in merito all’aborto senza che nessuno lo segnalasse per un TSO di massima urgenza.
 - Non c’è solo che la leghista Assessora alle Esternazioni ha in precedenza espresso sull’aborto, fuori contesto e fuori luogo, sue private convinzioni di molto simile tenore.
 - Non c’è solo che il presidente di questo Consiglio - il “cresciuto con radici giudaico-cristiane”, così definisce sè stesso messer Tommaso Sanna, uno dei due iscritti ad “Azione” di Calenda - ha strillato in assemblea contro la legge 194 (“Non esistono parti accettabili nella legge 194, contaminata da una mentalità abortista”) tirando in ballo perfino l’incolpevole Bergoglio, che se lo sa gli lancia una papale babbuccia tanto lui non calza Prada come l’altro.
C’è soprattutto la mutazione genetica prodottasi nelle Marche il cui elettorato esprime - non solo a livello regionale - maggioranze di tale risma, dai nomi ben camuffati (anche se la fiamma tricolore sul simbolo parla piuttosto chiaro). Maggioranze nostalgiche di Ventennio - vedi robuste cene fasciste (pre-Covid, of course) - e di oscurantismi superati solo dal secolo scorso; maggioranze locali ben allineate a una deriva nazionale decisa a mandare in fumo decenni di battaglie per i diritti e conquiste di civiltà. 
Eppure non sembra preoccupare più tanto, da ‘ste parti, un così bieco ritorno al passato. 

Escluse esternazioni di circostanza da parte di Organi e Ordini più o meno ufficiali, non scorgiamo folle di uomini e donne, di giovani e non, avanzare plasticamente all’orizzonte, a mo’ di Quarto Stato di Pellizza.  
Perché dovrebbero, d’altronde, se li hanno consapevolmente eletti a propri rappresentanti condividendone, si presume, il fondamento ideologico del tipo Io Tarzan -Tu Jane, di sicura matrice illuministica?
  
Ma tacciono anche tutti gli altri, e non da adesso: circoli, associazioni, intellettuali, bellagente e benpensanti. Che oscurantismo sia, se si parla di ciò che davvero importa: crescita, mercato, impresa, e un po’ d’inglese spolverizzato a fine cottura, mescolare bene e servire caldo. E le donne per carità accudiscano la prole e stiano ai fornelli chè lì sanno far meglio, e torni il maschio dalla caccia alla capanna coperto di pelli, di sudore e di gloria.


Sara Di Giuseppe - 25 Febbraio 2021

Pura interpretazione umoristica dell'autore


domenica 21 febbraio 2021

Di che crusca è fatta la Crusca?



Il Presidente dell’Accademia della Crusca promuove Draghi

 
Nel mio piccolo piccolissimo lo pensavo da tempo, che l’Accademia della Crusca dovesse aggiungersi ai molti Enti Inutili da sciogliere, dopo i suoi incredibili e ripetuti avalli al degrado linguistico corrente.
Ma dev’essere successo ancora qualcos’altro, se adesso aggiunge il suo al servo encomio planetario tributato a Draghi, e lo fa nel campo che le compete, la lingua del Discorso, uscendosene a giornaloni unificati in questi termini:
Lingua perfetta. Mario Draghi ha fatto un discorso da uomo colto, perfetto, che ancora una volta ha dimostrato la sua elevata statura. Inutile andare a caccia di imperfezioni.” Testuale.
           Una delle due:
-
          alla Crusca si nutrono di crusca scaduta e quindi avariata;
-
          anche l’Accademia tristemente si adegua al costume nazionale del lecca-lecca senza prima leggere, sezionare, analizzare col rigore richiesto al linguista, un testo perbenista da felpato diplomatico grigio come una banca, lattiginoso e un po’ imbolsito; discorso oggettivamente di qualità mezzana, non certo sobrio e nobile: prevedibile, tecnico, a tratti irto e aggrovigliato, monocorde e intimidatorio (anche se abilmente incantatore e ruba-applausi confezionati), pieno del vuoto a perdere della retorica di vocaboli consumati e stanchi.
[Che evoca un po’ la “lingua di legno” del Tubolario - Le frasi del tubo della Tecnogiocattoli Sebino - “un cilindro composto da sette anelli rotanti su ognuno dei quali erano stampati dieci frammenti sintattici, liberamente componibili per formare frasi perfettamente e completamente vuote di significato”, in: M.Birattari, Prefazione a “George Orwell, La neolingua della politica” - Garzanti 2021].
         Ben altro dalle presunte “visioni”, “emozioni intense”, “suggestioni”, “pensieri ellittici”, “meraviglie”, “coraggio” e quel censimento di sentimenti intimi conditi, va da sé, di infinita autorevolezza, che dai rispettivi inginocchiatoi stampa e media assortiti ci rovesciano in quantità industriali (eppure a star sempre genuflessi, le articolazioni dovrebbero risentirne…).
 
         Intanto la dis-Istruzione galoppa: al posto della “scappata-di-casa” Azzolina (sbeffeggiata a prescindere, come si permetteva di essere brava...), il divino Draghi - da poco anche “marziano” nello sbavante lessico dei giornalisti che sanno stare sul pezzo - nomina un Ministro dell’Istruzione che, oltre ad esprimersi a favore di microfoni in dialetto ferrarese scioccamente italianizzato da scandalizzare perfino l’ignoranza dei cronisti, dispone di azzerare gli scritti dagli esami di Maturità. [causa Covid, adesso, ma una volta cominciato…]
A partire dallo scritto d’Italiano, naturalmente.

Se dunque il Presidente del Consiglio (e presto della Repubblica, secondo i vaticini ricavati dal volo degli uccelli e, dovesse servire, più avanti anche Papa, l’enorme curriculum recita che crebbe in sapienza e bontà dai gesuiti) finora enigmaticamente muto, adesso che parla così ex-cathedra viene promosso con giubilo niente meno che dall’Accademia della Crusca, possiamo anche noi vaticinare voti altissimi per i nostri ragazzi che salteranno giocosi il tema d’Italiano.
Crusca per tutti.
 

PGC - 20 febbraio 2021

giovedì 18 febbraio 2021

Dirò del Rodi... anch'io

A parte il titolo generale poco onomatopeico "Dirò del Rodi - 50°, 1970-2020", l'attuale mostra in Palazzina Azzurra presenta senz'altro spunti di riflessione oltre ai miei pochi ricordi risvegliati da un sicuro oblio. Avevo visto in precedenza, il 25 ottobre 2020, l'apprezzabile sforzo di ricostruzione documentaristica della tragica vicenda del Rodi, 23 dicembre 1970: "Mare e rivolta", organizzata da un nutrito gruppo di operatori culturali gravitante attorno "Re nudo" e il suo instancabile animatore Piergiorgio Cinì, andato in scena al Teatro delle Energie di Grottammare.
Questa mostra, inaugurata il 12 febbraio scorso in Palazzina e voluta dall'Amministrazione, dal titolo "…je sò lu mare e me te magne" (apparentemente più un sottotitolo e peccato che in questo caso, al contrario, furono 'magnate' 10 persone - capisco la citazione ma forse il compianto Alfredo Giammarini si riferiva a eventi meno dolorosi), come detto, fa parte di una serie di eventi dedicati "Dirò del Rodi", una dovuta documentazione dei tragici fatti accaduti, alla memoria dei morti e dell'angoscia provata dalle loro famiglie in qui giorni.
Una città intera si mobilitò subito e si stringe nella rabbia e nella disperazione attorno al mondo della pesca, che all'epoca coinvolgeva migliaia di persone nella nostra San Benedetto. Molte foto presenti ne danno testimonianza.
I volti visti, alcuni anche riconosciuti, danno un brivido per l'immedesimazione che si può provare di fronte a queste vite, annegate proprio in prossimità del nostro porto e alla vigilia di quel Natale 1970.
Sono stati ricostruiti i numerosi articoli di quei giorni, con l'epopea della pesca atlantica vissuta da avventurosi e affamati lavoratori sambenedettesi; con le speranze che nascevano attorno a un lavoro che poteva rappresentare un riscatto da una quasi certa condanna alla povertà; allo sbocco naturale che rappresentava il lavoro principe per una città di mare (per i figli di marinai non esisteva altro che seguire le orme dei padri e dei nonni), con l'abbondanza di offerta che rappresentava una calamita (e non necessariamente una calamità) per moltissimi giovani.
Ma per quanto riguarda il 'visitato' devo rilevare un generale appiattimento dimensionale dei fotogrammi riportati (materiale in gran parte del citato fotografo Giammarini, credo, riscoperto, curato e pubblicato dalla fondazione Libero Bizzarri). E poi: perché ripetere su tutti gli stampati solo il logo (pedissequamente e esageratamente grande) e mai date o autori come didascalie? Mi sarebbe apparso giusto visto che il tutto possa far parte di una catalogazione e non mirato a una vera e propria mostra come avrebbe dettato il luogo. Tutti nello stesso formato (mi è sembrato 50x70). Quando poi riprodurre del materiale per una 'mostra' significa mettere in luce, magari in evidenza gli aspetti rilevanti della vicenda che si vuole ricostruire. Insomma, utile per una pubblicazione corposa, da lettura a domicilio, e non da visitare come si usa nei luoghi dedicati. Per altro non ho trovato che un pieghevole, tascabile, a 3 ante, dove neanche la data della tragedia viene riportata (solo 1970-2020). Al suo interno 'semplicemente', si fa per dire, 68 foto da 3x2 cm circa + una 13,5x6 a fondo pagina (tra l'altro la peggiore come definizione). Forse era meglio una semplice cartolina/invito?
Lo so, posso sembrarvi pignolo, deviato da un eccessivo professionalismo di settore, ma forse il materiale espositivo in questi casi penso vada meglio indirizzato, costruito, pensato per un pubblico che si vuole coinvolgere, sia intellettualmente che emotivamente. Perché le due cose vanno insieme: si apprende con le emozioni quanto e più che con gli occhi.
Visitatela comunque, ne trarrete le vostre valutazioni, ed è ugualmente bene per il rispetto che si deve al passato.
Io ci tornerò per gli audiovisivi, che ho tralasciato per questioni di tempo. Cercherò, chiederò anche del catalogo… se c'è.
PS: La data di inizio della mostra c'è (stata), ma la data di fine no. Il covid-19 s'impone su tutto. Affrettatevi.

18 febbraio 2021 - Francesco Del Zompo


 

martedì 16 febbraio 2021

“Ur-Fascismo”

  

“L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. […] L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti”

        (Umberto Eco, Il fascismo eterno, 1995)


…Ma troppo erano degenerate le cose, troppo potenti inimici avea la pubblica libertà e i più audaci di essi cùpidi erano d’opprimerla. Il capo della Repubblica, più che reggitore egli stesso, si faceva portatore della volontà di altri. E costoro, desiderosi della mutazione del governo, preso ardire, biasimavano pubblicamente le cose presenti; la maggior parte dei cittadini era incapace di iniziativa e di resistenza e perciò esposta, per timore, a essere preda di chi volesse opprimerla.
Dalle quali cose fatti audaci Matteozzo il Rignanese - di immoderata ambizione e pestifera perfidia, che già avea attossicato il mondo e nondimeno era stato esaltato e avea sempre, più di quel che desiderava, ottenuto - e altri politici e mercantozzi e affaristi di simili condizioni, come quello sediziosi e cupidi di cose nuove, i quali già molte volte si erano occultamente congiurati, si risolverono di fare esperienza di togliere a forza il capo del Governo dalla sua sede.
 
Cacciato che l’ebbero, e volendo ricorreggere quelle cose nelle quali si era giudicata dannosa l’opera sua, fu messo a capo del Consiglio Grande tale messer Mariotto Dragazzi.
 
Questi, somigliante a monaco per atti e complessione fisica, era riputato - massimamente appresso la nobiltà e nel colmo più alto delle maggiori speranze (come sono vani e fallaci i pensieri degli huomini) - colui che con la virtù propria potesse rinsaldare lo stato tremante della repubblica. 

Ed egli volse che al governo novo fussino chiamati nei seggi più autorevoli quelli che insino a quel dì avessino avuto ruoli di primaria importanza spezialmente in affari e banche e potentati ecclesiali, e fussino lasciati ai pochi altri quelli di minore o nessun rilievo.
 
Dipoi, convocato nel palagio publico col suono della campana grossa il novo Consiglio, fu chiaro a molti che mercato e banche ed ecclesie avrebbero avuto sopra le cose publiche la medesima autorità che sempre aveano avuto.
E per effetto di questo fu dunque ricondotto il Governo a numerosi anni addietro, ma ancora più imperiosamente e con arbitrio più assoluto.

Come si intese il caso succeduto, fu negli animi di molti huomini grandissima alterazione. E fu detto che se i cittadini si fussino muniti di badili e di forconi, il Rignanese e la ciurmaglia di politici e mercantozzi (odiosissimi al Paese) non si sarebbero mossi o avrebbero trovato difficoltà o si sarebbero accontentati di somme di denaro.

Ma era destinato che i cittadini non lo facessino, ancorchè fussino stati perfino ammoniti dal cielo con prodigi e avvenimenti soprannaturali, come una folgore caduta in sulla porta che da Firenze va a Rignano, e altri simili.

 
da: Il colpo di stato dei Medici a Firenze nel 1512
in  Francesco Guicciardini - Storia d’Italia,
XI, IV
 
 
 
Sara Di Giuseppe - 16 febbraio 2021   

giovedì 11 febbraio 2021

Purtroppo sarà solo “virtuale”

Gianluigi Capriotti, 1999, Trabuc da "Ritratto del capo sorvegliante nell'ospedale di Saint Paul - aint Rémy, 1889"

Gianluigi forse ci pensava, a una terza mostra in Palazzina Azzurra

coi suoi bravi cani [VAN DOG] e pesci [ALLEG(O)RIA]
tutti con le regolamentari mascherine (anche se non ne hanno bisogno).

Avrebbe stavolta portato anche gatti, caprette, galline…
e gli altri suoi animali di campagna e di compagnia,
per continuare la sua meravigliosa “Divina Commedia” artistica.
 
Gianluigi però, stanco, ha lasciato la sua opera a metà.
 
E il suo bulldog lasciato in regalo s’è messo oggi la mascherina
rossa, anche per nascondere il suo e il nostro dolore.

 
PGC - 11 febbraio 2021

 

 
Gianluigi Capriotti in una mostra di Graziano Tinti

 

 

martedì 9 febbraio 2021

LA PREDICA AGLI UCCELLI

 
LA PREDICA AGLI UCCELLI *
ovvero
La grande ammucchiata
 
 
… Allora santo Mario, conosciuta che ebbe la volontà di colui che lo chiamava, si levò su e con grandissimo fervore disse “Andiamo, al nome di Dio” e andando con impeto di spirito, giunsono a uno colle chiamato Quirinale, e ivi il santo si puose a predicare, e predicò in tanto fervore che tutti gli uccelli di ogni piumaggio (neri-grigi, azzurri, gialli, verdi, rosa, rosatelli, giallo-verdi, giallo-rosa) per divozione gli voleano andare dietro.   
E il santo Mario, istigato da zelo e desiderio di martirio, disse loro: “Non abbiate fretta, e io ordinerò quello che voi dobbiate fare per universale salute di tutti
 
E la sustanzia della predica di santo Mario fu questa: “Uccelli miei, voi siete molto debitori perché voi non seminate e non mietete, ma il popolo vi pasce, e benchè voi non sappiate né filare né cucire, né altro fare, esso vi veste e vi fa tanti benefici, e vi dà di poter mutare colore alle vostre piume secondo le stagioni. Onde guardatevi, fratelli miei, dal peccato dell’ingratitudine”.
 
Dicendo loro santo Mario queste parole, tutti quanti quegli uccelli dal vario piumaggio (neri-grigi, azzurri, gialli, verdi, rosa, rosatelli, giallo-verdi, giallo-rosa) cominciarono ad aprire i becchi, distendere i colli, aprire l’ali e riverentemente chinare i capi insino in terra e con atti e con canti dimostravano che le parole del santo davano a loro grandissimo diletto.
E santo Mario insieme con loro si rallegrava, e lasciandoli molto consolati e ben disposti a penitenzia, molto si maravigliava di tanta moltitudine d’uccelli d’ogni colore, e della loro varietade, e della loro attenzione e familiaritade.
 
Finalmente, compiuta la predica, diede loro licenza di partirsi. E poi anche non si partivano, insino a tanto ch’egli diede loro la benedizione sua.
 
Allora tutti quegli uccelli in schiera si levarono in aria e ciascuna schiera andava cantando meravigliosamente, in questo significando la loro letizia e gratitudine al santo Mario perché essi, non possedendo in questo mondo alcun merito proprio, alla sola sua provvidenza affidavano il nutrimento loro e delle  loro famiglie e dei loro figli.
 
A laude di santo Mario. Amen.
 
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*libero saccheggio da:
  Fioretti XVI – Anonimo, XIV sec.
 
Sara Di Giuseppe - 9 febbraio 2021