giovedì 30 novembre 2017

Il Medoc è anche un cinema. “CINEMA ITALIA” – Rosario Giuliani (sax soprano e contralto) / Luciano Biondini (fisarmonica cromatica)


  Il Medoc - stasera - è anche un cinema, ma senza lo schermo. Solo la musica. Ognuno “rivede” il film che si ricorda e - soprattutto - il quando lo vide, il dove, e con chi. Ognuno riavvolge indietro la “sua” pellicola del tempo: e immagini d’altra epoca, per qualche motivo impresse nella mente, gli balzano incontro, riesumate ma freschissime dai due musicisti lì davanti, loro sì straordinariamente vivi.
Colonne sonore famose, baciate dal successo come e a volte più dei film stessi.

       E se purtroppo in quei film ormai fuori dai circuiti non inciampi più, figurati le musiche. Archeologia sonora. Eppure bastano poche note, e te le ricordi: erano incise dentro, è bastato togliere la polvere. Anzi, eccole pronte a trascinare figure, storie, emozioni, nate dal film e che tenevi sopite.

       Se la musica batte il cinema è in questo: puoi “arrangiarla”, trasformarla, accelerarla, rallentarla, arricchirla, reinventarla… se sei bravo perfino migliorarla. Il film no. Quello come è rimane. Se lo tocchi, come l’alta tensione, muore il film. Così è per la pittura, la poesia, i romanzi, la scultura e le altre arti: non le puoi saccheggiare. O ti piacciono o niente. Al museo che rivedi dieci volte, quadri e sculture sono gli stessi (o sei cambiato tu e li “leggi” diversamente); a un romanzo non togli o aggiungi pagine, né versi alla poesia, ai libri al massimo puoi togliere la polvere.

       Giuliani e Biondini invece hanno le mani libere e - pur nell’assenza degli altri due della “banda” (Pietropaoli /doublebass e Rabbia /drums) - ci confermano che il loro “CINEMA ITALIA” è una rivoluzione affascinante.

       Rosario e Luciano sono sempre nuovi e da scoprire, anche per chi già li conosce: sono “oltre”, sfidano la resistenza e limiti costruttivi dei loro strumenti. Il sax (innata potenza di suono morbida, inarrestabile, capace sempre di “riempire” ogni minimo spazio, specie se con molto riverbero) stasera è il vecchio Selmer che colma il piccolo Medoc come un boccale di birra e tutti noi con vibrazioni soffici, col suo respiro aspro e caldo. Senza rumore. Creando fraseggi e invenzioni su temi e melodie che credevamo intoccabili, giocando a nascondere, svelando d’improvviso…

       La fida Excelsior asseconda Luciano da par suo: sonorità vibrante che non “riempie” come il sax ma vola incostante e bizzarra, a volte credi di perderla, pensi di non sentirla ma sei certo di vederla. C’è piuttosto da temere che il mantice superi l’apertura alare di un condor, e ci mandi bassi che non esistono… che la bottoniera fonda per l’attrito con le dita (alla fine solo un tasto-bottone s’è staccato, esausto)… che le infaticabili valvole schizzino - meritatamente - in testa alle indisciplinate donzelle di fronte, incapaci di ascoltare in silenzio. Invece, a tratti, diventa anche un organo, con pedaliera invisibile…

       Al cinema, lo sappiamo, il motivo conduttore - che sia bello o letale - te lo ripetono fino a sfiancarti. Un trapano in tutte le salse, magari con estenuanti fantasie d’orchestra. Come se dovessero vendertelo. Stasera no. Neanche un algoritmo avrebbe potuto prevedere quel caleidoscopio di arrangiamenti ricchi o essenziali, quei salti di ritmo, di umore, di tempo, trasmigranti dallo swing che non c’era, al klezmer che non c’era, al tango che non c’era, al jazz…

       Solo Fellini se la sarebbe immaginata, una serata così. Al Medoc.

PGC


sabato 25 novembre 2017

Teatro dell’Arancio. “IL MIO DISPERATO CORAGGIO”. Il sentimento del vivere di Gabriele D’Annunzio, con Vincenzo Di Bonaventura


  “Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la morte, allora soltanto avrò il viso che mi era destinato”: così il poeta immaginava se stesso nel trapasso, restituito all’autenticità nascosta in vita dietro le maschere innumerevoli del suo personaggio, dietro “gli affanni, le fatiche, i patimenti, gli innumerevoli eventi che forzò e forzerà pur in estremo il mio disperato coraggio”.
       
       Ovunque egli sia ora nel suo immaginato altrove, sarà  grato al nostro Di Bonaventura - regista e attore solista - per la verità restituita, libera da imbalsamate mitologie, alla sua figura umana e alla poderosa unicità della sua arte.

       Come sempre in queste necessarie preziose serate, vi è una “prefazione” – come l’attore chiama l’amicale colloquio col suo pubblico – cui segue, attesa, una postfazione: che ci delizia - pur nell’inospitale freddo del teatro (per il Comune non val la pena scaldare la piccola sala per un artista-solista e i suoi venti-spettatori-sempre-gli-stessi) – nel vertiginoso trasvolare da D’Annunzio/Duse fino a Pirandello/Abba, mentre ricrea il rapporto profondo fra l’attrice inimitabile e l’artista, due anime alla ricerca della perfezione, il cui incontro - rimossi gli stereotipi - deflagra nella realtà teatrale dell’epoca come una “vera rivoluzione drammaturgica e scenica”.
  
       Per il resto l’attore lascerà parlare il poeta: dalle pagine del suo “Libro segreto, cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di D’Annunzio tentato di morire”, dal realismo del “rupestre Abruzzo” (Di B.), dai Romanzi, dalle Tragedie, dalle Laudi, dal dolente Notturno, mentre il tema musicale – con le intense composizioni di Fabio Capponi – si fonde, perfettamente a tempo, col ritmo del verso, del racconto, del saggio, della confessione.



       Il “Libro segreto” (1935) che apre il viaggio di questa sera, chiude in realtà la parabola esistenziale e artistica del vate (“primo dandy della storia italiana” dirà Vincenzo) ormai eremita al Vittoriale: confessione e “agiografia in negativo, laica Via Crucis”.
Vi si svelano, nella trama dei ricordi e dei moti interiori più occulti, un io malinconico, “tentato di morire” fin dall’adolescenza (Tutta la vita è senza mutamento / Ha un solo volto la malinconia / Il pensiere ha per cima la follia / E l’amore è legato al tradimento, così il tetrastico che chiude quelle memorie), e un’anima inconsapevolmente pirandelliana, moderna suo malgrado nell’impossibilità di dare di sé un ritratto univoco (“V’è un acerbo piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto”).

       E le maschere molteplici che collocano il suo personaggio in primo piano sul palcoscenico di un’epoca feconda e tragica ("Tutto è diventato dannunziano perché tutto era già dannunziano. Bastava solo dargli un nome”, scrive Mario Luzi) sono anche quelle che, tra aneddotica e mitologia, pettegolezzo e scandalismo, offuscano spesso la traccia profonda che di lui resta in ogni campo della cultura e nell’arte. (“D’Annunzio è presente in tutti perché ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo”: così Eugenio Montale).

       Ne percepiamo ogni sfumatura stasera, nella voce dell’attore che plasma come nuovi i chiaroscuri di quell’anima “poliedrica come un diamante”.  Quella voce è Andrea Sperelli “impregnato di arte” nella prosa estetizzante de Il piacere; è il superomismo di Stelio Effrena ne Il Fuoco; è Tullio Hermil de L’Innocente e Giovanni Episcopo del romanzo omonimo che hanno sapore di Dostoevskij e di Tolstoj; sono le tragiche possenti figure di Mila e Aligi, fatte dell’eterna sostanza umana in un’azione quasi fuori del tempo (“Nella terra d’Abruzzi, or è molt’anni”): qui la voce dell’attore si sdoppia - prodigio di mimesi attoriale, con un pizzico di tecnologia-fai-da-te  - ed è quella femminile di Mila (Fui una fonte calpestata […] Se tu mi tocchi, se tu m’offendi tutti i tuoi morti nella tua terra […] avranno orrore di te in eterno) ed è quella presaga di Aligi (O Mila, Mila, sento come un tuono… / e tutta la montagna si sprofonda).

       Musica e verso intimamente si fondono, ancora, nel ricreare la suggestione panica del paesaggio fiesolano, e nell’onda marina che si umanizza (creatura viva / che gode / del suo mistero / fugace), e nel sensuale compenetrarsi dell’io col fluire eterno della vita nel cosmo (Non ho più nome né sorte / tra gli uomini; ma il mio nome / è Meriggio. In tutto io vivo / tacito come la Morte); si smorzano infine nella meditazione “notturna”, nell’esperienza del dolore, nella coscienza della sconfitta, nella memoria dolente del passato (Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca).

       Nella serata che si conclude ci sembra che il nostro attore solista - oggi come in ogni suo Recital - possa far sue le parole del dannunziano Libro Segreto: Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il sentiere ti sembra novo.

Sara Di Giuseppe

giovedì 23 novembre 2017

Rinascenza / In Art. Il Postino suona al Medoc, con Günther Sanin e Fabio Rossato


        In omaggio al suo autore Luis Bacalov - con cui Günther collaborò - verso la fine hanno suonato anche “Il Postino”. Quel pezzo dolce, orecchiabile e malinconico, che dai tempi del film s’era perso. L’abbiamo ascoltato con ardiente paciencia, come immersi nella poesia silenziosa di un’isola dimenticata. Invece siamo al Medoc di San Benedetto e qui il postino, che sembra uno della Protezione Civile, passa carico e di fretta sullo scooter dalla banda gialla… e mai dopo cena.

        Anche il repertorio è “fuori orario”: certe musiche da Caffè Concerto le ascolti, e le guardi, – nelle piazze delle città che contano, negli Hotel di lusso, alle Terme, negli storici Caffè… –  alle 11 del mattino o all’ora del tè, nella luce calante del pomeriggio.

        Violino e piano, violino e fisarmonica. Fantasie d’opera, riduzioni di grandi classici, musica popolare (anche di sapore balcanico), musiche da film. Accenni di valzer, tango e danze ungheresi, ma con un fiato di jazz, per renderli - finalmente - meno banalmente ballabili. Arrangiamenti originali ma moderati, mai esasperati. Salvo quell’inflazionatissimo Liber Tango che Fabio Rossato mette nella centrifuga della sua fisa a bottoni. Dice che era “troppo banale”… Ne vien fuori un travolgente work in progress, senza fine: lui con Liber Tango ha un conto aperto, dice che ci lavorerà fino alla vecchiaia, come a una “scultura compositiva grottesca, deforme, in continua evoluzione” (!)… Però, che bello questo “suo” Liber Tango!

        Günther lo lascia fare. Uno che abitualmente suona su un violino G.Fiorini del 1876 non usa la centrifuga. Niente note corsare. Günther Sanin (von Bozen) - già il nome mette soggezione - pare proprio il re dei Caffè Concerto. Ne ha anche il fisico, il portamento. Suona con autorevole naturalezza, dissimulando una tecnica finissima, cattura e affascina anche chi non distingue un violino da una viola. Il prezioso strumento, pur da solista, è sempre arioso. Non miagola mai, né indugia in toni caramellosi o eccede in gradazione emotiva. Fraseggi sobri e profondi, swing incalzanti, romantici sanglots de l’automne. Eccelle con Gardel e con Rachmaninov, con Massenet e con Brahms, con Paganini e con Morricone… Ah, se quel piano stasera non fosse un modesto Rosenbloom!

        Sorprendente è l’atmosfera. Il Medoc lo conosciamo, cibo, pizza e birra eccellenti. Ma non ha l’arredo antico Liberty German-style e l’aria colta e pigra di un Caffè storico. Eppure è bastato socchiudere gli occhi ogni tanto per credere d’esser seduti a un tavolino quadrato di marmo dell’antico Caffè San Marco a Trieste sotto gli alti specchi molati, i lampadari di cristallo, i quadri dell’800… O di ascoltare un quartetto lettone in quel Caffè di Mosca che affaccia sulle cupole d’oro parzialmente innevate delle chiese ortodosse… O di bere champagne al Beaufort Bar – purissimo Art déco anni ’30 – del Savoy di Londra… O di aspettare pazienti di entrare al Literary Café sulla Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, dove - vodka a parte – fanno spesso buona musica (e dove forse si è esibito anche Battiato, con cui Günther Sanin ha collaborato)…

PGC

mercoledì 15 novembre 2017

Vittorio Camacci. Finalmente a casa anzi, a casetta


E' arrivato il momento di tornare che è anche il significato più profondo del viaggio, è come una "molla" che ci spinge nella rotta della nostalgia. Ciò è anche ovvio perché il migrante, lo sfollato, l'esule partono per tornare. E' questa la posta della sfida che mi ha accompagnato in questo lungo esilio durato più di un anno, la dimostrazione del mio successo : tornare con un bagaglio culturale e morale più ricco e tante storie da raccontare. 
Ma il ritorno, nello stesso tempo, è un mito, una costruzione fantastica fatta crescere impercettibilmente, giorno dopo giorno, per resistere alle avversità, alla solitudine, alle delusioni. Un mito di resistenza. Il ritorno è un'elaborazione della nostalgia, quel lenimento sottile di malessere quotidiano che mi ha accompagnato come un'ombra inseparabile in questo anno da sfollato. Ritorno e nostalgia sono due parole che camminano insieme, dialogano instancabilmente, nella mente e nel cuore. 
Il mio è stato un progetto di vita a breve termine dettato dalla necessità di mettere in sicurezza quel che resta della mia famiglia, una paziente rivincita di chi e ciò che è stato lasciato su chi e ciò è stato incontrato. in questo lungo tempo, quasi irreale, il " Ritorno " è stato preceduto da piccoli ritorni temporanei che non hanno confortato le mie grandi attese, anzi hanno bisticciato con esse prendendo a pretesto inattesi conflitti suscitati dagli inevitabili mutamenti intercorsi, il diavolo con la sua " cacca" ( denaro e cos'altro ... ) ha preso possesso delle mie terre martoriate senza che io me ne sia avveduto, è così cambiata la percezione del tempo ( non quello meteorologico ), sono cambiate le abitudine alimentari ( in tanta abbondanza nessuno coltiva più la terra o alleva degli animali ), sono cambiati gli stili di vita ( non c'è più socialità ed ognuno pensa ai suoi comodi ) , di abbigliamento ( porca miseria ! Qui ora son tutti griffati ...), di svago ( tutti in giro con l' I-Pod pronti a chattare nei social nessuno ti guarda più in faccia ). E poi, talvolta, a complicare le cose, ci si mettono anche gli amori e le amicizie nati in terra straniera che mi porto nella testa e nel cuore mentre ritorno dal mare Adriatico fino ai miei amati cromatici autunnali monti, coperti da fitte cortine di boschi, attraversando la feconda vallata del Tronto circondata da colline che ospitano generose vigne e giocondi oliveti. Un paesaggio complesso e mutevole si apre ai miei occhi, giocato sul contrastato ricordo dei villaggi arroccati sulle balze scoscese e ciò che ormai resta di loro. 
E' tempo di riaprire l'album di famiglia per rivedere limpidamente ciò che era e che no sarà più, per noi che siamo passati da case in cemento e sassi a queste minuscole abitazioni prefabbricate, tutte uguali ed anonime che ci accolgono. Dentro sono dotate di tutti gli accessori e sono confortevoli ma non hanno il profumo della mia vecchia casa. E' buffo questo nuovo paese mi ricorda il villaggio dei " Puffi" , manca solo che ci dipingano di blu e potremmo diventare una curiosa attrattiva turistica. Ora qui c'è un eccesso di ordine, di sicurezza, stabilità, di posto fisso, di famiglia unica, ma mi mancano le antiche forme di libertà esasperata come l'inventiva che si trasformava in piacere quando si trattava di escogitare stratagemmi moderni per custodire le antiche tradizioni tramandateci dai nostri avi. 
Il terremoto ha lasciato vuoti incolmabili, ha strapazzato le nostre vite ed ha trasformato le nostre comunità rendendoci incapaci di mantenere una vera, salda e forte identità. Soprattutto facendoci dimenticare la nostra storia ed i valori tramandatici dai nostri avi : la saggezza, la pazienza, il rispetto per gli anziani e la natura, purtroppo la perdita dei nostri storici borghi di montagna ha creato tutto questo. In questi luoghi ormai vagano solo le anime dei nostri predecessori e non sento più le sensazioni primordiali , i vecchi odori, gli antichi sapori. Qui ora tutti si sentono abbandonati e dimenticati, tanti non sono tornati, nessuno ha più l'entusiasmo di un tempo, c'è chi non coltiva più la terra, pochissimi tornano qui in vacanza. Stiamo perdendo il senso della vita, la nostra antica civiltà . 
Penso a tutto questo mentre ricordo con dolcezza il mio anno da sfollato a Porto D'Ascoli, alla generosa famiglia Persico che ci ha ospitato nella sua struttura, all'amico Luigi che ha supportato le mie trasferte podistiche, alla rivista Podisti.net che ha sopportato e pubblicato le mie noiose cronache quasi "nenie",  alle lunghe uscite in ski-roll sulla bella ciclabile del lungomare, alla meravigliosa famiglia che è la redazione della rivista letteraria UT in cui ho avuto l' opportunità e l'onore di esprimere il mio acerbo e mediocre talento, all' associazione Omnibus Omnes - Tutti per Tutti che mi ha reso partecipe delle sue solidali ed encomiabili iniziative ed a tutti quelli che nella loro immensa solidarietà non mi hanno fatto mai sentire solo. Grazie a tutti ! 
Ora mi rimane solo una cosa da fare, l'ho sempre avuta nel mio DNA, riprendere a correre gli antichi sentieri dei miei avi, dove finalmente mi sentirò veramente a casa. Sono sovrappeso ed un po' inflaccidito, la sfida appare lunga e difficile ma il mio cuore è un maratoneta che batte anche il tempo. Mentre corro tra queste splendide valli, rivedo i vostri volti e risento le vostre voci. Adesso correrò meno solo, correrò per guardare di nuovo avanti, e non avrò più paura.  

Vittorio Camacci

lunedì 13 novembre 2017

Teramo. A cena in Convitto, con I Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov



        Sarà per i chilometri fatti saltando la cena per arrivare in tempo, che il profumo di cucina su per le scale del Convitto ci ha messo fame… Odori tipici di cena-di-Convitto: quelli del pranzo sono diversi, sempre inconfondibili ma diversi. Date retta, m’intendo, ricordi indelebili. Dato il modesto salto d’età, i Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov stanno cenando assieme ai ragazzi? Speriamo di no, il concerto ne soffrirebbe. [Ai tempi, nemmeno una svelta partita di ping pong ci resuscitava dal fulminante sonno piombigno].

       Della severa elegante architettura dell’Aula Magna, della sorprendente e involontaria buona acustica dissi all’altro concerto. Ma è l’imperdonabile allestimento volante del palcoscenico che grida ancora vendetta, con quella precaria quinta nera ormai a fine vita e il pavimento rialzato in legno di stonato verde-Benetton. Meno male i 4 fari da cinema (a mo’ di giraffe) anziché uno soltanto, ma neanche uno straccio di microfono direzionale, tutto come viene viene? Bah… Per fortuna non ce ne sarà bisogno: dei 14-15 Solisti Aquilani [l’ottimo violoncellista-dai-capelli-rossi all’estrema destra, dopo la suite di Grieg in cui ha fatto anche il solista, s'è confuso tra il pubblico - nonostante il frac -] abbiamo goduto ogni singola nota di ciascuno strumento, e del possente flicorno di Nakariakov ci è giunta anche l’anima.




       Senza un direttore dichiarato e “visibile”, dei Solisti Aquilani impressiona innanzi tutto la precisione.
Perché altro è avere davanti la figura che ti “bacchetta”, altro è interpretare al volo dal primo violino (penso) gli impercettibili cenni, gli sguardi diagonali, le rughe provvisorie, i respiri anticipati o sospesi, le vibrazioni, i pensieri nascosti.

       Poi i movimenti: capisci meglio la musica, quando è anche elegante linguaggio del corpo. Qui sono archi, ma mi viene in mente Paolo Conte: “i sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria […] l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato […] i musicisti un tutt’uno col soffitto e il pavimento”

       Specie nella seconda parte dello schubertiano “La morte e la fanciulla” - quella parte lenta e silenziosa ma anche dolcemente sincopata - i violini all’unisono, quasi “ipnotizzati”, sono come cigni danzanti sul fiume che sanno dove andare ma non te lo dicono. Gesti parlanti, matematici, ripetitivi ma non nevrotici e noiosi come quelli dei tennisti. Facce espressive: gioiose, concentrate, preoccupate, felici. Neanche certi eccellenti turnisti ce l’hanno.

       Preceduto dalla sua fama, il giovane flicornista russo Sergei invece non muove un muscolo. “Sembra” di ghiaccio. E noi ci mettiamo un po’ a capire che tutti quei suoni scaturiscono “solo” dal suo flicorno taglia XL, che pure ha 4 tasti invece di 3. Se chiudi gli occhi pensi a un trombone (a Lito Fontana per esempio), a una tromba classica, a un bombardino, un paio di volte perfino a un sax!

     La velocità di un pianista, l’espressività di un violoncellista, il calore di un flauto, l’impeto di un percussionista… Ma non gli si scompongono neanche i lisci capelli. Sergei è tanto in sintonia coi Solisti Aquilani da sembrare nato con loro: non gli serve guardarli, lui davanti, loro alle spalle. Come se niente fosse, neanche una sbavatura. O se succede, per dirla ancora con Paolo Conte ”sbagliano da professionisti”: non ce ne accorgiamo.

PGC

venerdì 10 novembre 2017

Grottammare. Teatro dell'Arancio. Manzoni: l’uomo, l’artista di e con Vincenzo Di Bonaventura e con Loredana Maxia


“Un vestito dimesso, un piglio semplice, un tono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s’avvicina…”: il Manzoni che vive nella lettera di Niccolò Tommaseo a G.Pietro Viesseux, 24 novembre 1826, è anche “l’uomo che in ogni via che calcò impresse un’orma indelebile”*

       Quest’orma noi calchiamo stasera nel Recital intorno al Manzoni del nostro Di Bonaventura, regista e attore, talvolta non-solista: oggi è con lui la brava Loredana Maxia, antica allieva dei tempi del TeatrLaboratorium Aikot27, che condivise le glorie di quello spazio magico in via Fileni, quando “il teatro lo facevamo anche per strada” e - scherza Vincenzo o forse no - “eravamo magnifici!”.

       Anche oggi l’attore “sparisce” per farsi - attraverso la parola alta (“La parola è un condottiero della forza umana” per Majakovskij) - testimone e “fulcro conoscitivo di un’era”** e il suo recitar cantando disegna  l’uomo e l’artista così come emerge dal lavoro anni fa realizzato con il regista e autore teatrale Giuseppe Emiliani.

       Vi si intersecano il rendiconto della complessa biografia manzoniana e la dimensione artistica, poetica, ideale, finanche psicanalitica di quel grande. 
A cominciare dalla nascita non banale, da quella Giulia Beccaria figlia di Cesare e - pur se le malelingue attribuivano, pare fondatamente, la vera paternità a Pietro Verri - da quel “malinconico gentiluomo di nobiltà minore”, Pietro Manzoni, di ventisei anni più vecchio di lei, genitore distratto e anaffettivo. 
Allevato dalla nutrice (“la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona”), poi allontanato dalla famiglia e dall’amore materno in una lunga via crucis di “piccolo coscritto” rinchiuso in austeri repressivi collegi religiosi (i frati Somaschi di Merate, i Somaschi di Lugano, i Barnabiti…).

       Precedenti che ti rendono psicopatico o killer seriale; o forse invece ti allungano la vita, stando a quella, ragionevolmente lunga, del Manzoni. Certo ne divenne “un grave nevrotico con spunti ossessivi nonché patofobici”: agorafobia e altro... “Un enigma” dice di lui Pietro Citati “per la singolare forma della sua mente, che combina le qualità più discordanti tra loro”.

      Ma fu soprattutto “uomo che trasse il suo genio dal cuore (è ancora il Tommaseo), impresso di quella bontà che l’ingegno, non che guastarla, rende più sicura e profonda […], colui che ha insegnato agl’Italiani la vera via della storia”.

       Capace di autoironia (“un Lepore finissimo ne il carattere” - Tommaseo), respinse l’offerta di un seggio di deputato nel primo Parlamento del Regno “giacchè sono balbuziente… Mi ci vede - rispose a Emilio Broglio - davanti a una così solenne assemblea che dico giu…giu…giuro! Farei ridere tutti”
       Dovette pregarlo Cavour in persona, e Senatore lo fu poi davvero, nel ’60, e l’anno dopo votò l’Unità d’Italia. [Perché pensiamo subito all’oggi e agli inverecondi gnomi che popolano quegli scranni?...].
La folla lo atterrisce, da quarant’anni non esce da solo, eppure gli universitari lo acclamano sotto casa, vanno a trovarlo perfino Garibaldi, perfino Verdi che alla morte scriverà per lui la sublime Messa da Requiem.

       C’erano stati prima gli anni giovanili, di pienezza e d’impegno, del riannodato rapporto con la madre a Parigi, del tardivo edipo che a 20 anni lo lega saldamente a Giulia dopo la morte del compagno di lei Carlo Imbonati (“Ella è continuamente occupata… ad amarmi e a fare la mia felicità” - Lettera al Pagani,1806).
E lei sarà presto suocera amatissima di Enrichetta Blondel - una specie di Trinità, chiosa Vincenzo - sposata sedicenne ad Alessandro e madre dei 10 figli che quasi tutti gli diedero il tormento - ma non volle collegi per loro, gli erano bastati i suoi - e quasi tutti (tranne due) gli premorirono.

       E poi il ritorno a Milano, la dolorosa vendita del Caleotto a Lecco, secolare proprietà dei Manzoni, e il distacco da quelle terre lecchesi, contenitori di irrisolte memorie (solo tre anni prima di iniziare il Romanzo che di quegli affetti e ricordi porterà i segni). E poi l’amatissima villa di Brusuglio, ereditata da Carlo Imbonati, che diviene approdo e rifugio dove giocare all’agricoltore, estenuare paure e nevrosi in camminate di ore, appassionarsi di botanica sentendosi “un novello Linneo”; lui e il suo amore per gli uccelli, la sua pietà per quelli in gabbia, la sua avversione per la caccia (un grande anche in questo)

       E’ tutto quel mondo, a occhieggiare e trasfigurarsi nella scrittura del gigante che donava a noi Italiani la nostra lingua (e che lingua!) - sola cosa che dia a un popolo dignità di nazione - e una letteratura che spezzava barriere regionali e sociali.

       “Quel ramo del lago di Como” egli lo vedeva dal Caleotto, così pure Pescarenico (parecchio del giovane Manzoni scorre nelle vene di Lodovico/Fra’Cristoforo); e la località di Acquate, parte dei possedimenti di famiglia, è il villaggio dei Promessi Sposi. Luoghi carichi delle reminiscenze più care, cosicchè il distacco di Lucia nel romanzo è anche il suo: cacciata dall’Eden e perdita d’innocenza, tutt’uno con la conoscenza della negatività del reale (“… e seduta com’era, sul fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente”).

       “Ciò che nel Romanzo del Manzoni piace è il Manzoni stesso” scrive A.De Gubernatis, e tutto nel Romanzo è specchio reale del suo tempo e del nostro: il sopruso eretto a sistema e gestito mafiosamente; le “colonne infami” e le cacce agli untori; la peste, la fame, la guerra. Sull’affresco potente e corale s’innalza il sentimento individuale dell’artista e quella pietà per l’offesa all’uomo che pure non rinuncia alla speranza. La madre che nello strazio composto consegna la figlioletta, appoggiata nella morte al suo petto, al carretto del turpe monatto - ”Addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme…” - è acme lirico e contrappunto al degrado morale e fisico di un’umanità atterrata e travolta ma non senza redenzione.
      
        Il “turbine vasto” dei grandi movimenti collettivi, delle passioni e dei moti interiori, delle masse e degli individui, “l’ombra irriducibile della Storia”, tutto questo urge in ogni singolo componimento di quel grande: poiché compito della poesia, lievito e fondamento assoluto dell’arte, è tendere alla verità.
“… Il bisogno della verità è l’unica cosa che possa farci attribuire importanza a tutto ciò che apprendiamo" (A.Manzoni, Lettre à Monsieur Chauvet).

       Quel bisogno di vero è anche il senso profondo di questo teatro testimoniale: esso sottrae il respiro titanico di quel genio tormentato alle banalizzazioni scolastiche, alle esegesi pretigne, alle facili consolazioni di presunte Provvidenze, per riproporci integri quel messaggio etico e la grandezza di quell’arte. 
E a questo teatro ancora una volta siamo grati per i bagliori di verità che rischiarano il nostro deserto presente e il “teatro confuso del mondo”.

                   “… Se il Manzoni fosse stato perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo.
                   Ma poich’egli era mortale come noi e soggetto ad errare e alcuna volta può avere anch’esso umanamente
                   errato, sarà utile a noi l’apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione
                   virtuosa egli abbia messo per vincere”
                            (Angelo De Gubernatis, Letture alla Taylorian Institution, Oxford, 1878)

               *    Niccolò Tommaseo - G.P.Viesseux, Carteggio inedito - Primo volume (1825-1834)
               **  “Dialogo con Vincenzo di Bonaventura, inarrivabile attore solista”
                         di Alceo Lucidi, in The Life Magazine

Sara Di Giuseppe

giovedì 9 novembre 2017

Porto San Giorgio, Teatro Comunale. Purple Whales “Inspired by Jimi Hendrix”


“Inspired by Jimi Hendrix”. “Ispirati”? Mmm… Poco e per fortuna, secondo me.

        Non solo e non tanto perché le cover hanno ormai stufato (e col jazz non c’entrano niente) ma perché, se questo gruppo s’è davvero ispirato a J.H., lo ha fatto arrangiandolo con studio e intelligenza, estraendone il meglio, non la teatralità e gli eccessi. Studiando reinventando e riscrivendo solo quello che c’è di unico speciale inimitabile e intramontabile. E, con questo bagaglio ma con originalità propria, continuando con la loro musica, la loro  personalità.

        Un concerto “moderato”, quello di stasera: un ossimoro, data l’ispirazione. Nulla fuori dalle righe, non  rumori, grida, tumulti, droga, turbolenze, sul palco o tra il pubblico. Niente chitarre spaccate o bruciate, niente di violento o appena tellurico. Non è dovuta intervenire la polizia. 
Lo spirito rivoluzionario di Jimi Hendrix in un piccolo antico teatro marchigiano, pure col suo bel CASTIGAT RIDENDO MORES sulla facciata (sai le risate di Jimi…) e con appena 100 anime: non in uno stadio o in un’arena d’America.
Poi si sa che Porto San Giorgio non è Woodstock. A fine concerto, se l’Alessandro Lanzoni non l’avesse confessato “che ci crediate o no, siamo partiti da Jimi Hendrix”, sta’ sicuro che non ci avremmo creduto.

        Così come, tapino, conosco poco Hendrix (appena Hey JoeAngel e qualcos’altro) e perciò forse poco lo amo, altrettanto imperdonabilmente non conoscevo questi sei musicisti. Sono venuto al buio, tanto se confidi in “tam” non bagli. E non ho sbagliato: un’ora e mezza saldamente incollato alla sedia (come tutti), che se lo sa Hendrix che lo abbiamo ascoltato così…

        Un concerto-quasi suite, “moderato e ordinato” ma coraggioso. Un ascolto talvolta impegnativo, certo. Magicamente narrativo nei suoi scenari jazz-rock, comprensibile sempre, e godibile se seguito più con la testa che con le orecchie, respirando a tempo, senza distrazioni. 
Se arrangiare J.H. – mi dicono e ci credo – è quasi impossibile, questi sei ci sono riusciti unendo il rigore alle loro calcolatissime fantasie, con poliritmie improbabili ma avvolgenti, senza scivolare in chewingum sonori ubriacanti ma poveri di emozioni. Niente accordi bellici né aggressività. Nessuna agitazione, tutti quieti ai loro posti, ogni gesto al ralenti. La buona musica non può essere solo spettacolo. E torrenti di note ordinate, arrangiamenti intensi in punta di penna, quasi una seducente flanérie musicale.
     
        Assente apposta (ma presente nell’aria) la mitica Fender Stratocaster, la “scena” – si fa per dire – se l’è presa il violoncello d’Irlanda, anche per la sua giovane e bella e femminile voce di bosco. Note lunghe, coloriture pensose, spruzzi d’oceano, attese, silenzi di tundra.
Dal canto loro, i due piani (un coda d’ordinanza e per l’occasione un raro Fender Rhodes – sarebbe lo zio della Stratocaster…, che ha dovuto pure inventarsi contrabbasso) e i due ottimi sax hanno dialogato quasi incessantemente tessendo e disfacendo melodie che mai ci resteranno in mente, tanto sono jazz.

        Antitesi di J.H. soprattutto Alessandro Lanzoni sullo Yamaha: tocchi riflessivi, levigatezza dei dettagli, niente sfoggio di tecnicismi; suona solo le note necessarie, le altre le lascia (come raccomandava sempre Joao Gilberto); corde mai arroventate, “calde” sì, ma non nel senso della fisica. Orchestrazione epica, quasi da camera, e il suo batterista (Tamborrino, nomen omen) anche lui tanto statuario quanto completo e solido: i suoi vuoti-pieni, gli eleganti tratteggi ritmici, i chiaroscuri architettonici, i suoi momenti sospesi, i suoi tocchi cristallini, i suoi  (contro)tempi dispari…

        Un “ensemble” da riascoltare subito, ma non hanno portato il CD… Magari, in qualche parte, ci sarebbe anche stato spiegato questo titolo strambo: “Purple Whales”, balena purpurea. Scusate l’ignoranza – ve l’ho detto che Jimi Hendrix l’ho poco frequentato e me ne pento – ma che vor di’?

PGC

venerdì 3 novembre 2017

La casa che mi hanno dato... terremoto, ricostruzione e dintorni



"Che niuno se ne vada da la terra de Arquata e da lo suo contado con l'intenzione di non tornarvi mai più" sentenziò lo " Magnifico Messere " davanti alla sua " Corte dei Miracoli ". 
Decise allora che per far tornare il suo popolo, villico e sottomesso, doveva far costruire tanti villaggi di piccole casine, tutte uguali in apparenza ... ma di dimensioni diverse a seconda delle esigenze di ciascuna famiglia. E qui cominciò la solita corsa ai favoritismi ed ognuno si recò a corte per avere la casa più grande di tutti ...!
Una favola potrebbe cominciare così... ma non è una favola.
Scrivo queste righe con un po' di rabbia e un po' di amarezza. La rabbia per una ricostruzione che non è mai cominciata, l'amarezza perché dopo una lotta continua ed estenuante, durata varie settimane, non sono riuscito a ottenere una sistemazione abitativa adeguata per me e per la mia anziana madre.
Questo perché chi decide le sorti del nostro essere terremotati e sfollati ha deliberato che nelle Marche due persone hanno diritto a una casa di 40 mq con un'unica stanza da letto a prescindere che esse siano madre 84enne malata e figlio adulto. Anche se poi, come ormai accade troppo spesso in Italia, ci sono state delle situazioni "particolari" per cui qualcuno ha avuto casette di 60mq mentre altri no...
Inoltre le abitazioni che ci assegnano sono anche difettose, piccole, inadeguate. Ci mandano a vivere in casette ballonzolanti, con pavimenti che si gonfiano, pareti delle docce che cadono su chi le fa scorrere, maniglie che restano nelle mani di chi le impugna, finestre che si staccano, rubinetti che si rompono, posate che si piegano, pentole che si bucano, coperte e lenzuola che graffiano la pelle.
E pensare che costano più di un attico a San Marco a Venezia, tra spese di urbanizzazione e costo vivo quasi 7.000 euro a mq e in alcuni casi la manodopera che le ha realizzate è stata sfruttata con lavoro nero, con orari di lavoro irregolari da aziende che tramite studi compiacenti ottengono attestazioni professionali ideologicamente false, altro che lavori rapidi e sicuri...
Eppure a un anno dal terremoto, non sono ancora state consegnate e, ironia della sorte, quella che mi sarà assegnata è inadatta e inadeguata alla mia attuale situazione familiare. A chi ho chiesto spiegazioni di questo, mi ha risposto: " abbiamo fatto degli errori" ... e già, "loro" i crimini contro chi vuole una vita dignitosa li chiamano: "errori".

" Eppure il vento soffia ancora, spruzza l'acqua alle navi sulla prora
... e sussurra canzoni tra le foglie e bacia i fiori, li bacia e non li coglie.
Eppure sfiora le campagne, accarezza i fianchi alle montagne
... e scompiglia le donne tra i capelli e corre in volo in gara con gli uccelli
"

Vittorio Camacci  

martedì 31 ottobre 2017

Teatri invisibili 2017. La sostenibile leggerezza della visibilità


Il fascino è cambiato, gli anni passano, i bimbi crescono (spesso malissimo) e il sentirsi sempre più fruitori e sempre meno partecipi lo sentiamo sulla pelle rugosa e nel cuore che lacrima.
Sono cambiate le modalità d'approccio agli Invisibili, fino a qualche anno fa motivo di discussione che si trascinava ben dopo la mezzanotte. 
La rassegna ha subito variazioni profonde e anche il nostro modo di porci, prima curioso oggi rassegnato, va di conseguenza. Questo è il tempo nel quale si va al cinema, a teatro, a un concerto, a una mostra d'arte per continuare a fare esattamente quello che si stava facendo prima di entrare nel sancta sanctorum: whatsappare, facebookare, guardare video demenziali, ascoltare canzoni se possibile peggio, inviare e ricevere messaggi senza senso e così, tanto per... quello che accade a pochi metri da noi, qualsiasi storia venga rappresentata sul palcoscenico, diventa motivo di disturbo, una interferenza non voluta, fonte inesauribile di comicità pure quando racconta drammi.
Gli Invisibili si sono istituzionalizzati, è entrata l'Amat e si vede, ci sono anche sindaci che accolgono gli attori e questo ci sembra un passo avanti. Ma tutto ciò rende a contribuire quasi “patinata” una manifestazione che invece viveva d'istinto e di sperimentazione, di partecipazione collettiva (che termine desueto!) e di approfondimento critico con tutte le incursioni nel sociale possibili.
Nonostante tutto, resta il meritorio lavoro di Re Nudo che, al di là delle difficoltà economiche legate a una manifestazione in cui non si balla, non si suona e soprattutto non si beve, rappresenta una sorta di resistenza pacifica nei confronti dell'ignoranza che dilaga. Fino a quando potrà durare non lo sappiamo, speriamo il più a lungo possibile.
Persi i primi tre spettacoli a causa di una schiena che risente del cambio di stagione, dell'umidità e di tutti gli anta che ha retto indefessamente, ci siamo rifatti sabato e domenica non perdendone uno, andando a vederne cinque in una specie di full immersion che pochi sembrano ormai sopportare sia fisicamente che mentalmente, visto che troppa concentrazione potrebbe nuocere gravemente alla salute, un po' come il fumo.
Il primo è stato il monologo di Aleksandros Memetaj, Albania casa mia, di cui è anche autore. È il sempre più attuale teatro di narrazione, una storia che racconta l'Albania dopo la caduta di Enver Hoxha e le vicissitudini di un popolo al quale, improvvisamente, viene dato il permesso di espatriare. Memetaj rende bene l'idea del dramma e sottolinea efficacemente il percorso che porta un fuggitivo a tentare la vita in Veneto, regione quanto mai lontana dall'indole degli albanesi ma che sembra essere in grado di dare loro una prospettiva. Albania casa mia è una storia che si lascia ascoltare, che l'attore rende con grande partecipazione ma che pecca dal punto di vista drammaturgico. Forse troppi flashback e forse un'ansia che sfocia, in alcuni passaggi, in un testo eccessivamente complesso.
Il secondo spettacolo è stato Milite ignoto di e con Mario Perrotta. In questo caso la storia, quella della Prima Guerra Mondiale, ci è vicina anche se lontana del tempo. Perrotta ha il merito di raccontarla dalla parte dei soldati, di quei figli della terra e del mare trasformati in carne da cannone da ufficiali incapaci e vittime della loro assurda visione militarizzata della vita.
Lo scenario, fin troppo essenziale, è quello della trincea dove si moriva non solo per le fucilate dei cecchini austriaci, ma anche per la malnutrizione, l'assenza totale di igiene, la cancrena. Milite ignoto ci ha riportato a due film, il primo, Uomini contro del 1970 di Francesco Rosi, nel quale la cecità della guerra faceva da contraltare a quella degli uomini, e a quel piccolo capolavoro della vita in trincea che è Torneranno i prati del 2014, di Ermanno Olmi.
Ecco, se un merito il monologo di Perrotta lo ha, è stato quello di essere
riuscito a fare una sorta di sintesi teatrale di due momenti alti della nostra cultura. Ma trattandosi di teatro e non di cinema, abbiamo avvertito molto forte la mancanza di movimenti scenici, l'immobilità del narratore seduto sui sacchi di sabbia della trincea, un uso del corpo dalla vita in su che poteva e doveva essere diverso.


Di iLove della Fattoria Vittadini preferiamo non parlare. Non abbiamo capito, nell'ordine, perché è stata invitata, perché trattandosi di teatro-danza non siamo riusciti a vedere né il teatro né la danza e, infine, se è vero che l'amore è un concetto totalizzante che non ha barriere né confini, questo ci è sembrato un calesse e abbastanza sgangherato.
Gaetano Ventriglia torna agli Invisibili dopo venti anni. Stanco lo abbiamo lasciato, stanco lo ritroviamo in una piece, In terra in cielo che parte da Don Chisciotte per (ricorriamo alle note del depliant) “trattare la relazione tra l'essere umano nell'estrema nudità esistenziale e l'archetipo di Don Chisciotte” che parla con le parole di Paul Eluard. In coppia con Silvia Garbuggino, Ventriglia ci regala un personaggio stanco, ma stanco davvero.
Di tono diverso e di diversa presa, La famiglia campione, della compagnia Gli omini di Pistoia.
La famiglia oggi, quella tipo, lo standard medio, viene messa in scena con attenzione e un occhio rivolto ai cambi generazionali (tre in questo caso), che gli attori sfruttano per addentrarsi in tematiche più profonde ma che alla fine, si possono ricondurre all'uso di un solo termine: confronto.
Godibilissimo, questo ultimo spettacolo, tanto che per molti versi ci è sembrato che più che assistere a una rassegna dei Teatri Invisibili, ci siamo trovati di fronte a un classico film della commedia all'italiana e con tutti gli ingredienti necessari. Un po' di sale (il dramma e le lacrime), un po' di zucchero (l'ironia e qualche risvolto comico) e tanta passione, che poi fa la differenza.

Massimo Consorti

giovedì 26 ottobre 2017

Grottammare. Teatro dell'Arancio. MAJAKOVSKIJANA a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. Di e con Vincenzo Di Bonaventura


LA BLUSA GIALLA


Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!
      (V.Majakovskij, La nuvola in calzoni, 1915)


      “Gialla blusa cucita con tre tese di tramonto e fazzoletto rosso al collo: così abbigliato - la sua divisa da futurista - il giovane gigante Majakovskij declamava la sua poesia ovunque, viaggiando in treno fino a Vladivostok, nelle piazze e nei circoli intellettuali, e a Pietroburgo (prima che divenisse “Pietrogrado”, in odio ai tedeschi) dove in un teatrino mise in scena una tragedia e… ”fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo”, come scrisse più tardi.

      Al Teatro dell’Arancio, Vincenzo e la giovane Laura vestono idealmente stasera la gialla blusa del poeta: essi “sono” la sua voce titanica e l‘anima fragile, la sua passione e l’urlo poderoso. Vincenzo e il fido djembe recitano cantano e perfino danzano Majakovskij, un’ora e mezza di versi completamente incredibilmente a memoria; Laura presta insospettata potente voce alla “tragica allegria”, allo sghignazzo, all’utopia civile.
      Sullo schermo, diapositive, immagini da reportage fotografici dell’epoca; e poi musica, energica e severa: bene accompagnerebbe “un film di Ejzenštejn sulla Rivoluzione”, e certo ricrea qui un’innevata Prospettiva Nevskij, pur nella mite marittima sera di mezzo autunno e non con un vento a trenta gradi sotto zero.

       Ma era d’aprile, quando il fragile gigante della rivoluzione si tirò un colpo al cuore nella piccola stanza della komunalka, al numero 15 di vicolo Gendrikov: lasciava l’enorme corpo “steso sul pavimento, le braccia spalancate…” - era alto due metri. “Anche da morto Majakovskij è ingombrante”* - e una lettera scritta due giorni prima: “Non incolpate nessuno della mia morte […] Come si dice – l’incidente è chiuso […] Io e la vita siamo pari […] Buona permanenza al mondo”.

        Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde, scriveva Pasternak per il poeta che solo pochi anni prima aveva pianto Esènin suicida nella solitudine dell’Hotel d’Angleterre.
Quei poeti si dedicavano versi l’un l’altro, ricorda Vincenzo. Avevano la poesia in comune, il battito epico della fede rivoluzionaria, l’inquietudine e il tormento della verità, il dolore per la mortificazione dell’uomo, l’utopia di un società nuova.
     
       Io vedo chiaro / d’una chiarezza allucinante - scrive Majakovskij e  - il vostro trentesimo secolo / sorvolerà lo sciame di  inezie / che dilaniano il cuore. Cent’anni appena dalla Rivoluzione d’Ottobre, e quel breve inizio di secolo appare oggi una distanza siderale. Forse allora una cometa passò sull’umanità e ne fiorirono quegli slanci e quelle menti, le passioni civili e politiche, le arti immense e le invenzioni e il genio, le scoperte epocali, i futurismi, l’accelerazione prodigiosa che in ogni campo mostrò la scintilla divina nell’umano.
       Poesia, musica, arte, architettura, scienza si diedero convegno in quella manciata d’anni, come gli artisti nel caffè parigino del geniale nostalgico Midnigth in Paris di Woody Allen.
Poi il secolo divenne “breve” e trascolorò in un opaco oggi senza bluse gialle, senza una Prospettiva Nevskij dove incontrare per caso Igor Stravinskij.

      “Tempi di leggenda” furono i giorni incandescenti dell’Ottobre, la parabola densa che convogliava inquietudini ed esasperazioni in una fiducia esplosiva e nuova, disegnava l’uomo tutto intero, indicava il punto d’appoggio per l’avvenire.
       Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati: non ci sono resurrezioni (Resuscitami, / voglio la vita non vissuta!), e l’uomo che “con la sua infinita angoscia e l’infinita volontà di bene” si muove nella poesia di Majakovskij, in questo nostro presente mostra i denti “solo per stridere e addentare”

      Appena cent’anni dopo - nel ventunesimo e non “nel vostro trentesimo secolo”! - non più futurismo ma neppure futuro: siamo feroci ma non rivoluzionari, accomodati ma non emozionati, il nostro orecchio è coperto di grasso e la bellezza riunisce in un teatro una ventina di spettatori, sempre gli stessi.
       Eppure di Majakovskij c’è più che mai bisogno, nel nostro deserto di anestetizzata opulenza e di sazi orizzonti, di mediocrità intellettuale e burocratica cultura, di soffocante ottusità politica: c’è bisogno della sua ardente poesia, dell’ispirazione satirica, grottesca, lirica, epica, dell’implacabile umore critico, di quell’ansia di vita che fu senso incombente di morte. Ma – scrisse di lui Marina Cvetaeva – “col suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro l’angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo”.



E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare
l’alba dentro l’imbrunire.
                                  (F. Battiato, Prospettiva Nevskij)


  *Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi, 2015

Sara Di Giuseppe