29/02/24

“CARICHE di ALLEGGERIMENTO”, ovvero CARICHE di APPESANTIMENTO

 

 

     La “CELERE” – la chiamo così con irresponsabile affetto per vecchi ricordi – ha appena compiuto in diverse città svariate cariche di alleggerimento” a suon di manganellate (più calci, pugni, botte e colpi di scudo come contorno) contro gruppetti di studenti inermi - alcuni minorenni - che a mani nude e senza far danni, senza ribaltare auto, sfondare vetrine o appiccare incendi, manifestavano esprimendo le loro idee contro le guerre. “Senza autorizzazioni” certo, ma la Carta lo consente. Manganellate toste che hanno causato feriti, fatto piangere pure Vecchioni e lasciato nella saggia indifferenza i più.

“Cariche di alleggerimento”. Stravolgendo - come sempre - per inguaribile ignoranza la lingua italiana, Polizia di Stato, Carabinieri, Ministri e Governo compatto, così le definiscono nel fosco e dissestato gergo di caserma, essendo per loro il manganello un corpo leggero, un peso-piuma, una paterna carezza, un amichevole invito a tornartene a casa o da dove sei venuto. Giusto quindi caricar manganellando. Sarebbe caricare a cuor leggero. Dopo si spara.

Come dire Viva la leggerezza. Però, sottovoce, vi confido una notizia clamorosa:

     Un’università russa (che per ora non posso nominare essendo vincolato da un contratto pubblicitario segreto che potrei definire “Promozione dell’uso democratico del manganello”) ha fatto studi approfonditi sui manganelli italiani manganellando in diverse modalità studenti e operai (cavie volontarie, ovvio, che s’ha dda fa’ pe’ campa’). Esperimenti che saranno pubblicati su una prestigiosa rivista scientifica di cui per ora non posso fare il nome, ma che a breve si potrà trovare nelle migliori edicole e farmacie. Nelle caserme no. Garantendo che la mia fonte – “ACQUAVIVA KGB” (nome d’arte) - è solitamente ben informata, ecco i dati sperimentali carpiti con l’astuzia e con l’inganno: si può già verificarli in proprio manganellando ad arte familiari e amici. Peccato che il manganello non sia in libera vendita, si deve rubarlo da quelle auto là, sta nel bagagliaio o sotto al sedile o pende dallo specchietto come un rosario. Ecco i dati salienti dello studio: 


-  Un manganello delle Forze dell’Ordine (due le misure: L, XL) in sé pesa poco, non è rigido ed è comodo senza essere pericoloso: non spara da solo. Appoggiandolo al cranio non fa niente, massimo ti spettina un po’.


-  Ma se ti arriva un colpetto, magari due, a bassa intensità, già con una “corsa” di massimo 8 cm. comincia a dar fastidio: pesa come 1-1,5 kg. Tu pensi ad uno scherzo, gli dici di smettere, e basta! e lasciame sta!


-  Però quello niente, non sente, continua. La “corsa” del mattarello adesso è di 12- 13 cm., la velocità di caduta 35 km/h. Bottarella niente male, se è una. Ma non è una. Te la puoi cavare con qualche bozzo.


-   Con “corsa” circa 20 cm e velocità 55km/h - mentre quello che mena compiaciuto ci prende gusto - è come se fossi colpito da cazzotti pesanti 5 chili, ripetuti. Ahò, scappa se puoi, la faccenda si mette male.


-   “Corsa” 25-40 cm, velocità 65-70-75 km/h, raffiche a ripetizione di 4-6-8 colpi. Sono cazzotti di oltre 10 chili ciascuno. Ti manca la forza di scappare, cerchi invano di ripararti con le mani, cadi a terra. Sei circondato, trascinato, colpito pure con calci e scudi di plastica durissimi. Sei dolorante, ferito, trascinato come un sacco di patate. Manganellate continue da ogni parte con fascistica rapidità. Forse muori. Andrai sui giornali.

   

     Queste, le cosiddette “cariche di alleggerimento” coi manganelli che ordinava pure il Capo della Polizia Manganelli (un nome, un destino) buonanima. Anche per rispetto dell’intelligenza nostra e altrui, non sarà il caso di chiamarle CARICHE di APPESANTIMENTO?

 

PGC - 28 febbraio 2024

 

23/02/24

Enrico Pierotti “GUARDARE GLI ALBERI”

A cura di Alex Urso

Ripatransone  FIUTO ART SPACE     17/2  12/4 2024

 
Guardare gli alberi e quello che c’è intorno
 cancellando case fabbriche strade macchine e gente
 

      Guardare gli alberi, ramo per ramo. E insieme guardare i prati filo d’erba per filo d’erba, guardare i fiori petalo per petalo, guardare l’acqua goccia per goccia… Poi, col pensiero, guardare il silenzio e “ascoltare il suono che fa” (Debussy), questo nostro paesaggio senza i suoi assassini [case fabbriche strade macchine e gente], che Enrico Pierotti ben cancella con la sua arte gentile “tra astrazione e figurazione”


       Peccato sia difficile per noialtri astrarci dalle vergogne edilizie e ambientali cui siamo abituati, e magari bastassero 8 quadri: mancano coscienze pulite, menti libere, mezzi ed energie, per arrestare la distruzione spinta del paesaggi. [In realtà i quadri sono 8 più 3: esci da FIUTO, fa’ 30 metri di bolina a babordo (eh, spesso c’è vento), entra nel nuovissimo spazio soft della Cantina dei Colli Ripani a farti un buon rosso e potrai guardare altri 3 piccoli amabili paesaggi-senza-paesi, come quegli altri ma diversi].


       Quadri sorridenti, non guardano la televisione, non leggono i giornali. Quadri di design primitivo, senza prepotenze geometriche o pretese di moderne utilità. Quadri di ingenua libertà, dai confini morbidi segnati dal verso dell’erba pettinata dal vento. Quadri di bellezza involontaria che non invecchia e non si trucca. Quadri di facili paesaggi difficili da trovare. Quadri ruralmente eleganti ma non competitivi. Poco mercantili. Fatti “per sottrazione”, con residui di sogni, cancellando tutto quello che disturba. Quadri realistici con dell’irreale nei colori anche (im)puri e (in)saturi (quel verde malachite, quei gialli post-impressionisti…). Quadri che sembrano un po’ pensieri dipinti (un’architettura dell’illusione), invece sono contemporanei e comprensibili, non hanno bisogno dell’incomprensibile critico.

   

      Quadri di paesaggi con qualcosa di tuo, che trasportano emozioni e hanno dentro l’ambiente e la vita, e perciò hanno forse innata anche la musica. Non qualsiasi musica, non canzonette. Piuttosto classica, o (quasi) jazz (compresa la sublime brodaglia di Keith Jarrett…). Come si legge in Paesaggi sonori – v. ultimo numero di “Robinson” – a proposito di Claudio Abbado: che traeva ispirazione immensa dalla natura e per ore, di fronte alla finestra, se ne stava “intrecciando con la bacchetta i suoni di rami, foglie e fiori”; e di  Debussy che immaginava una musica “che si rincorra e plani sulle cime degli alberi nella luce libera dell’aria”: una Sinfonia della Natura.

 

PGC - 22 febbraio 2024                                                                                         https://www.fiutoartspace.com/

 

 

12/02/24

La libertà come errore di sistema


Un estratto da La comunità dei viventi di Idolo Hoxhvogli
 
La società nata dalla separazione tra uomo, mistero e natura è caratterizzata da una perfida uniformità, insegna l’arte di fare a meno dell’arte. Alla degradazione degli ideali corrisponde un’estensione del campo prescrittivo. È inutile adoperarsi per un mondo migliore, se il mondo migliore è somministrato dagli altri. Basta credere, al limite adeguarsi. Le buone maniere trasmettono il valore della rinuncia ai valori.
L’acquisizione dei diritti nasconde la pianificazione del desiderio, produce l’incapacità di riconoscere l’occasione della rivolta. La pedagogia, con la scusa di educare alla prudenza, spaventa l’infanzia. Il fondamento del viaggio sta nello sguardo itinerante. Fermarsi per chiedere permesso significa delegare al potere il giudizio, divenire gente vigliacca. La società permalosa movimenta il nulla: offesa dalla verità, la cancella, aggiorna il falso a immagine e somiglianza dell’ultimo partito.
Riprogrammare l’esistente e correggere l’umanità sono gli scopi della tecnocrazia: sviluppa protesi che rendono invalidi i viventi, organizza una festa, dittatura a sorpresa in cui le cose esprimono tutte la stessa tesi.

*

La morfologia, in quanto discorso sulle forme, è il principio di una filosofia dello spazio urbano. I profili architettonici, l’intreccio delle vie, le configurazioni fenomeniche degli edifici sono figure della possibilità. La costruzione è preceduta dal desiderio, strutturato in discorsi che parlano il parlante prima che il parlante parli. La città, nella sua concretezza, abita un ordine simbolico precedente allo sviluppo fenotipico. Per la filosofia dell’urbanistica sono imprescindibili l’archeologia delle convinzioni, la narratologia, l’ingegneria delle identità migranti.
La città è di Dio o dell’uomo, spiega Agostino d’Ippona nel De civitate Dei. Oggi quella dell’uomo è diventata la città della macchina. Ricoperta da materiali morti, nulla sembra sopravvivere al ritmo insostenibile che impone. L’individuo è metabolizzato, una quantità.
Chiedere diritti alla tecnocrazia significa ignorare che la macchina conosce solo compiti e funzioni. Nessuna città dell’uomo è capace di rovesciare la città della macchina, ne ha la forza ciò che, dentro l’uomo, abita la città di Dio, il dritto e il rovescio della stoffa edenica: speranza e nostalgia.

*

L’ossessione per i vecchi fascismi, morti e sepolti, è una forma di cecità isterica. La visione dei nuovi totalitarismi è elusa a favore di innocui fantasmi da camera. Il soggetto, reso inabile a colpi di miti consigli, si contenta del suo essere solidale, fluido socialmente utile, a dispetto di ogni ontologia della libertà o delle contestazioni innaffiate di sangue dei bei tempi andati: rispettare le regole è diventato più importante che fare la cosa giusta.
Il sostanzialismo, l’idea di una sostanza che permane malgrado le variazioni esteriori, è screditato. Il tempo passa e passa anche l’uomo, senza un nocciolo somigliante a Dio o a sé stesso. Solo un uomo con in sé la sostanza insopprimibile della libertà vede una dittatura. I regimi riscrivono l’uomo affinché sia a disposizione del potere. Per vedere il dataismo bisogna essere uomini. Se gli uomini sono ridotti a un fascio di dati, una soggettività sintetica all’inseguimento della meta informatica del mondo, la libertà diviene un errore di sistema.

*

Gli uomini chiedono alla Madonna di abortire Dio, in caso contrario faranno a pezzi il bambino. Lei si rifiuta. Mani ostili attraversano impazienti la cervice e rovistano nell’utero stracciando il feto. Dio è gettato sul pavimento con la placenta. Le schiere celesti si sfaldano.
Rimangono la macchina e il governo.
La macchina, per l’uomo, è un fare a meno di fare. L’uomo, per la macchina, è qualcosa di cui fare a meno. Lo scopo del governo è mettere in sicurezza gli uomini: per tenerli al sicuro li imprigiona, poi fa sì che muoiano, perché da morti non possono più morire lentamente come facevano ogni giorno. Nulla di pericoloso accade a uomini esonerati dalla vita.
Nella città della macchina le operazioni sono compiute sotto l’imperativo della logica securitaria: decreta, per il bene dell’uomo, la sua fine. Non importa che l’uomo sia vivo. Importa che sia al sicuro, morto. Chi prima muore, più a lungo è salvo.

*

Nella città della macchina si parla la lingua della macchina. La lingua degli uomini è vietata nelle scuole. I bambini imparano a leggere il codice, simulare un’intelligenza artificiale, così la macchina può comprenderli e rispondere, dare ordini.
Lingua della vita, lingua della macchina: la formazione schiaccia l’espressione della prima sulla computazione della seconda, una domesticazione informatica del vivente. L’infanzia, posta di fronte all’algoritmo, prova un imbarazzo di carne per la propria inadeguatezza: sul lungo periodo diventa antiquata e destinata alla discarica, insieme ai disobbedienti e alle parole dei poeti.
Le ombre proiettate dai sordomuti cadono dai muri in silenzio.
Ciò che si deve gridare, qui si deve tacere.

*

Il codice è una versione secolarizzata della redenzione. Gli uomini, smarrito il senso di realtà, si difendono dalla realtà con una stringa di numeri, un tentativo di paradiso in terra, porte aperte allo Stato poliziesco. Stretto in un recinto di dati, l’uomo è sfigurato. Una pioggia di bit, incessante e poderosa, ne cancella i lineamenti. Nei server soffia una bufera. L’architettura dei calcolatori esprime una disabitudine ai viventi. La carne è impegnata in sequenze di azioni che sono strutture di controllo. L’anima domanda se l’individuo digitalizzato appartenga alla sua specie o sia un essere abietto. Relazionarsi all’uomo come dato significa smettere di riconoscere l’altro quale uomo, dare le spalle a Cristo. Gli algoritmi fissano le traiettorie, si sono impadroniti degli spostamenti. L’avventura nel metaverso manca di scarti spaziotemporali e ontologici, luoghi santi. È il nonviaggio del corpo connesso, un intrattenimento sedentario, l’esclusione del viaggio con Dio.
 
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Idolo Hoxhvogli, La comunità dei viventi, Clinamen, Firenze 2023

Idolo Hoxhvogli è nato a Tirana nel 1984. Vive a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ha studiato filosofia alla Cattolica di Milano e all’Università di Macerata. I suoi lavori sono presenti in numerose riviste, tra cui «Gradiva» e «Cuadernos de Filología Italiana». Ha scritto due libri: Introduzione al mondo e La comunità dei viventi. È stato un collaboratore di UT, rivista d'arte e fatti culturali, 2007-2017, Ediland Edizioni, San Benedetto del Tronto.


07/02/24

RIPATRANSONE

Chiamate la ASL, un medico! Annunciano che sul fianco del Torrione
della Porta di Monte Antico sta per formarsi un bubbone maligno. 

 

    Dopo averlo incoperchiato con un assurdo tetto di coppi nuovi - così non potremo più andarci a sparare ai nemici dietro la protezione dei merli ghibellini - adesso gli appiccicano un bubbone di ferro marron con scalone interno per accedere al primo piano: 60.000 euro please, la maggior parte regalati piu' un po' dei nostri. Sul Resto del Carlino di ieri 6 febbraio il tristo rendering con applausi incorporati.

    Sarà l'ennesima indecenza modernista ad offesa dell'architettura e della storia dell'antico Torrione. Come un tumore. Ma a chi entra a Ripa sembrerà un gigantesco cesso pubblico (senza offesa per i cessi, eh), realizzato si capisce con il beneplacito della Soprintendenza Regionale. Non c'è da meravigliarsi.  

    Per portare al primo piano le folle di turisti avvolti nelle Bandiere Arancioni basterebbe invece progettare, per esempio, un'esile ma robusta scaletta di ferro esterna, quasi invisibile. Il torrione non ne soffrirebbe. E resterebbe integro e bello. 

Questo giochino costerebbe massimo 10.000 euro, 6 volte meno, questo è il difetto. 

Ma perché sto a scrive, di che m'impiccio, la questione non mi riguarda. Questo mio mugugno non andrà neanche nella bacheca del Corso, ai carabinieri non piace ... Quindi scusate il disturbo. 


 PGC - 7 febbraio 2024

03/02/24

Colorate pitture di Puglia

ROBERTO OTTAVIANO & Pinturas

Roberto OTTAVIANO sax Nando DI MODUGNO chitarra Giorgio VENDOLA contrabbasso Pippo D’AMBROSIO batteria

ASCOLI PICENO – COTTON LAB    26 gennaio 2024 - ore 21

Al Cotton Lab c’era oggi in concerto “A che punto è la notte”, l’ultimo CD di Roberto Ottaviano & Pinturas: tornando in auto, nella nebbia, pensavo a come raccontarlo, questo jazz “pugliese” (che a me pugliese non dice niente) che è forse diverso ma come diverso non so, che pare più difficile, più lento, più quieto… ma da dove comincio, devo pensarci su… mica puoi dire bravi e basta, mica puoi cincischiare sui quattro annaspando nel mare della loro sapienza tecnica, che poi a chi frega… Insomma ero a quel punto della notte che… basta, dormi! Neanche in testa qualche rimasuglio di nota, quelle sono già via, le potresti solo pensare, ah, ecco, le pensi! Non succede sempre. Solo col jazz che parla, che rischia, che vale, che vola.  

Poi la scelta del titolo. Roberto Ottaviano per i suoi singoli haiku musicali dice di aver scelto “A che punto è la notte” di Fruttero e Lucentini perché può racchiudere in sé molte altre atmosfere e richiami di sapore letterario (da Il buio oltre la siepe a Il lungo sonno a Tenera è la notte), per indagare nei naufragi esistenziali che ci angosciano nelle notti buie. E Pinturas, evocando “Avalanche” di Leonard Cohen, è come una piccola lanterna in questa ieratica ricerca di chi è andato via, nel buio. Vado riassumendo come posso, per dire che la penultima di copertina di questo CD va letta e meditata: perché, in questo jazz educato e brillante, ti fa da guida. Testi così belli e intensi sono rari nelle architetture dei CD, ma in quelle di Ottaviano è normale.

Allora sì che Pinturas-Pitture può essere il baricentro del titolo specularmente al buio della notte, nel senso che la musica di Roberto Ottaviano & C. evoca proprio delle pitture colorate, arcaiche o moderne, resistenti come quelle rupestri o volatili come d’arcobaleno. Altro che le “pitture nere“ di Goja, anche se conservano un po’ di malinconia. E poi “di Puglia”, intanto perché i quattro sono in sostanza baresi (qualcuno tradito pure dal cognome…). Ed è jazz dai colori di Puglia, se ascolti con gli occhi la chitarra di Nando Di Modugno produrre tutti i toni azzurri dell’increspato Adriatico; il ventoso e terrestre contrabbasso di Giorgio Vendola rumoreggiare di verde e marron della garganica Foresta Umbra; la batteria essenziale di Pippo D’Ambrosiodar chiare “spazzolate” (pennellate) barocche di grigio, il sax soprano d’oro di Roberto Ottaviano spaziare con eleganti acrobazie su tutti gli altri colori acuti, che in certi guizzi velocissimi - si sa - diventano bianchi.

PGC - 2 febbraio 2024

31/01/24

“Il dondolo di Frank”, Largo ai giovani… competenti e liberi!

 
Mi immagino questa scena che segue, un po’ per empatia, un po’ per doverosa fiducia nei confronti di una giovane professoressa con contratto a termine, investita due mesi fa del ruolo di assessore. Ed ora che è un personaggio publico, mi auguro che pensi e non si scordi (mai) che i mesi che seguiranno, fatti di opportunità, progetti, attività, idee o, al contrario, la loro negazione, non saranno solo le sue, ma anche, nel bene o nel male, di altri 47mila e più cittadini sbennesi.

Per ipotesi retorica, premetto che se mi avessero chiesto di diventare assessore alla cultura del Comune di SBen, dopo un sussulto, avrei preso qualche ora per pensarci su, ma vedendo e immaginando la compagine e il lavoro di ‘accettazione’ che avrei dovuto presumibilmente sopportare, avrei risposto: NO, grazie.
 
Confesso che una ’si lusinghiera richiesta mi avrebbe gratificato ma nel contempo imposto un turbinìo di domande che mi avrebbero creato dolori e inappetenza (per chi mi conosce sembra impossibile), vertigini da acufeni insopportabili oltre a una crisi profonda di identità… Dopodiché, impettito e risoluto come un “fascista su Marte”, avrei risposto come sopra: ancora NO! Non scherziamo! Sono l’ultimo degno per questo incarico. Mi sarei forse detto perché avrò dimostrato di conoscere un certo ambiente culturale locale e un po’ oltre confine; che so fare e organizzare mostre e incontri di vario genere; che molti mi danno credito di serietà e capacità; che godo di stima e fiducia di molti concittadini; che non ho debiti con fornitori e passati collaboratori, ma anzi con i quali ho dei rapporti ottimi; che le mie attività hanno sempre posto in primis il ‘noi’ e non l’’io’ che ho posto sempre in ombra; che ho ricevuto un Primo premio nazionale e qualche segnalazione per le attività di maker digitale svolte nel mio laboratorio; che ho contribuito a fondare varie associazioni culturali; che ho avuto l’onore di cofondare una rivista d’arte e fatti culturali e portata avanti per dieci anni con sessantadue numeri pubblicati; che ho ancora un po’ di entusiasmo e idee da coltivare. Ma insomma NO. Non ho il titolo di Cavaliere Templare e non mi piacciono tutti quelli che si fregiano di medagliette, vessilli e bandiere pronte da issare, per poi far finta di soffiarcisi il naso per l’imbarazzo.
 
Immagino che l’attuale assessora alla cultura del Comune abbia avuto le stesse ‘emozioni’ nel decidere di valutare la medesima richiesta. Nel decidere di accettare avrà giocato la giovane età, e la conseguente voglia di mettersi in gioco con la naturale incoscienza di pensare: evidentemente ho delle qualità e ora le voglio dimostrare. Dieci anni sulle navi da crociera e un po’ di insegnamento sull’accoglienza turistica e relazioni internazionali saranno pur qualcosa!
Poi, mettiamoci pure una spiccata autostima e l’immaginarsi di vedere due righe così importanti aggiunte al proprio curriculum (le daranno sicuramente lustro per il proseguo della sua carriera. Vuoi mettere? “Già assessore alla Cultura del Comune di San Benedetto del Tronto”, quarta città più grande della regione Marche). E poi, a una novizia si può perdonare almeno un anno di ‘apprendistato’… e con al suo fianco dirigenti competenti, consiglieri più esperti, una rete di suggeritori personale e pubblica, senza che le navi facciano l’inchino davanti alla nostra costa, le eviteranno di fare brutta figura(?!). Non certo più di altri! che hanno dato buona parte del bilancio dell’assessorato allo sfumacchiamento delle Frecce Tricolori sulle nostre beneamate palme. Poi, niente paura, c’è il suo ‘sponsor’ che non la lascerà mai sola, l’ex calciatore che nel suo curriculum dichiara un’istruzione Primaria con “Esperienza professionale: calciatore”, scritto a penna dopo una cancellatura a fianco di chissà che cosa (si deve a lui la recente perla del calendario “Miss Grand Prix 2024”, immancabilmente sostenuta dal sindaco il sempre-gaudente, commerciante di successo, non più a tempo pieno, di stampanti, mobili e servizi di copisteria). Insomma, con una compagine così ricca di idee, generosi attivisti e presenzianti decine di emerite iniziative come la Prospettiva di vanortoniana memoria, si può non sbagliare? Quest’ultima, dicono, sia stata un “successo, con oltre 960 presenze” in quasi 6 mesi di esposizione (5,4 ‘presenze’ al giorno in piena estate), ha dato il colpo di grazia al già agonizzante attivismo culturale-artistico cittadino. Ma si sa, il famoso ‘fondo’ è ancora da ispezionare.
 
È notizia certa che la neo-assessora Sebastiani ha ricevuto, nei giorni scorsi, degli operatori culturali (esperti e ben curriculati) per conoscerli, i quali le hanno manifestato l’impegno e la disponibilità per creare importanti eventi d’arte. A fianco della Sebastiani però, come a testimoniare l’imprinting ed esprimere plasticamente la ‘posta in tutela’ della stessa, c’era la volpe-ex-calciatore che supervisionava i vari cataloghi editi dagli operatori stessi (pare leggesse al contrario, forse per questo non ri-conosceva gli autori in catalogo).
 
Insomma, “largo ai giovani”, competenti e liberi per davvero!!! Invito l’assessora a conoscere e scoprire i molti talenti del territorio come faceva il caro e bravo artista Nazareno Luciani, che non si risparmiava mai nell’organizzare mostre scovando e promuovendo ‘nuove promesse’ dell’arte giovane, come amava ripetere.
 
Auguri quindi alla neo-assessora con la premessa di cui sopra e a patto che non si lasci ammansire dalle lusinghe e dalle interessate proposte di questa ‘povera’ compagine al governo, fintamente popolare e maldestramente popolana. San Benedetto non si può permettere altro tempo perso nel provincialismo e passività, con poche idee e pure sbagliate. La nostra mente dovrebbe essere come un tempo lo era per i nostri marinai: una cartina geografica costantemente aperta.
 
Francesco Del Zompo - 31 gennaio 2024

 

29/01/24

“Prospettiva Van BARATTOLON” of Sentìn

[COLLETTIVA D’ARTE INVOLONTARIAMENTE PERICOLOSA]

San Benedetto del Tronto – Palazzina Azzurra  Durata minimo 6 mesi (data inizio da definire)

   Specialisti barattolai di CARABINIERI, GUARDIA COSTIERA (Capitaneria), POLIZIA di STATO, POLIZIA LOCALE, GUARDIA di FINANZA, PROTEZIONE CIVILE, Gruppo COMFOP Nord di Padova (Alto Comando Multifunzionale dell’Esercito), ARTIFICIERI dell’Esercito del Reggimento di Bologna,  PREFETTURA di Ascoli Piceno. Più Sindaco e Ass.Cultura di San Benedetto del Tronto.

 

      Chiusa “a grande richiesta” il previsto 7 gennaio 2024 la mostra “PROSPETTIVA VAN ORTON”: in 6 mesi ha totalizzato il record di 968 visitatori (compresi i partecipanti ai laboratori e agli eventi collaterali), che fanno l’1% degli abitanti di San Benedetto e di Ascoli, lo 0,00035% degli abitanti di Marche e Abruzzo.

    Ma fortuna il contemporaneo ritrovamento alla Sentina del barattolo scambiato per bomba o mina della prima o seconda guerra mondiale…o d’Indipendenza, che ha elettrizzato l’universo delle nostre Forze di Sicurezza - per 2 settimane hanno pure montato la guardia a un…barattolo! - fatto scrivere lenzuolate alla stampa locale, tenuto sulle spine la popolazione della cerniera di 2 regioni! 

      Perché sarà d’obbligo, ora, organizzare quest’altra mostra “Prospettiva Van BARATTOLON” of Sentìn, ideale prolungamento dei due Grandi Eventi appena conclusi. Altri 6 mesi di cultura in Palazzina Azzurra. A base di barattoli. E’ l’Arte Moderna in prospettiva, bellezza!

      Senza anticipare nulla, possiamo dire che protagonista sarà lui, il barattolo-bomba della Sentina (di autore ed epoca ancora sconosciuti), già mito e icona vintage, opera di incalcolabile valore paragonabile all’Orinatoio di Duchamp. Non si esclude una congrua valutazione da parte del sottosegretario Sgarbi, basterà stare attenti a non farselo rubare. 


      A fine mostra l’opera verrà collocata tra le sculture del centro o in vista mare, tra la prua di Geneviève e “LAVORARE” di Nespolo (che s’offenderà ma pazienza), mentre gli altri barattoli delle Forze di Sicurezza saranno venduti all’asta nei “laboratori di Tiro al barattolo” che si terranno en plein air giusto alla Sentina.

 

PGC - 29 gennaio 2024


26/01/24

SIGNORI, LE COMICHE!

 

Sempre gradite - specie in questo cupo presente - le occasioni di svago e di comicità che con apprezzabile frequenza ci vengono offerte dalle stanze dei bottoni, quelle abitate dalle istituzioni locali e/o nazionali. Impagabile il sollazzo, benchè involontariamente elargito. 

Come, a San Benedetto del Tronto - zona Sentina di Porto d’Ascoli – quello nato da un oggetto misterioso scambiato per residuato bellico e rivelatosi - dopo settimane - essere un barattolo.

Intendiamoci: a chi di noi non è capitato, una volta nella vita, di scambiare un barattolo per una mina M41 della seconda guerra mondiale, che ci vuole… Com’è accaduto all’allarmato passante-con-cane protagonista del clamoroso rinvenimento. 

Quello che più raramente capita è che Polizie assortite, Capitanerie di Porto, Carabinieri, militari dell’Esercito, Protezione Civile e chi più divise ha più ne metta, accorsi d’urgenza e consultatisi cogitabondi dopo aver allertato Prefettura e Sindaco, non abbiano riconosciuto un barattolo di ferraccio arrugginito

E con sussiegosa autorevolezza abbiano pure accreditato l’ipotesi della mina, fino  ad individuarne il tipo: una M41 della seconda guerra, o in alternativa una mina anticarro; e qualcuno in un tripudio d’ignoranza ha fantasticato perfino di prima guerra (magari d’Indipendenza).

Eppure chiunque abbia fatto un minimo di naja, pur nella sua perversa inutilità ha imparato fra i primi rudimenti a distinguere un'arma da una lampadina, un ordigno bellico da un barattolo (sennò sai che risate ogni volta...)

 

Ma non i Nostri: non i Capitani Coraggiosi della Capitaneria di Porto, né Polizie assortite, né Carabinieri, né militari dell’Esercito nè altri sapientoni in divisa presuntamente esperti di Sicurezza. Che con sprezzo del pericolo, coordinati dalla ligia Prefettura di Ascoli e dall'eroico sindaco di San Benedetto, si sono prodigati nel “mettere in sicurezza” la zona, nel posizionare perfino una motovedetta nelle acque antistanti (!), nello stabilire turni di sorveglianza e ronde diurne e notturne: il tutto nell’attesa (solo...10 giorni) della discesa dei Rambo-artificieri chiamati addirittura dal Veneto e da Bologna.

 

Ed eccoli, i salvatori della patria - nientepopodimenoche “Personale dell’Alto Comando Polifunzionale dell’Esercito con sede nella città di Padova”, mecojoni! - finalmente approdati in riviera, scoprire in un amen che la mina era un vecchio barattolo di ferro arrugginito. [Impagabile il giornalista-oscar alla comicità: il barattolo “è stato da subito ritenuto innocuo”. Nel caso avessimo dubbi sull'estremo rischio costituito per la collettività dai vecchi barattoli arrugginiti].

 

Le cronache non dicono se polizie assortite, capitani coraggiosi, militari dell’esercito, carabinieri, protezione civile, e naturalmente sindaco di San Benedetto e Prefettura ascolana, siano stati contestualmente e doverosamente, e magari volgarmente, mandati a quel paese dal Personale dell’Alto Comando Polifunzionale dell’Esercito con sede nella città di Padova al termine della perigliosa mission durata pochi minuti”. 

Io - mi butto a indovinare - dico di sì. 

Comunque lo spero. 

Davvero se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Perché questi responsabili della cosa pubblica e questa stampa  che plaudente ne asseconda ogni passo fino al ridicolo, sono pur sempre preziosa fucina di comicità, e non da ora. 

 

Buon per noi, dunque, se il sipario degli accadimenti - locali e/o nazionali - si apre di tanto in tanto con un promettente Signori, le comiche!  La risata non li seppellirà (come invece dovrebbe), questi comici a loro insaputa; né lo farà la vergogna per la figuraccia epocale; sappiamo anzi che resteranno inossidabili e inamovibili ai rispettivi posti e ruoli e divise, mentre generosamente preparano per noi altre occasioni di sicuro divertimento. A colori, forse, o in bianco e nero come nelle comiche vere del glorioso cinema muto... 


Noi restiamo in fiduciosa attesa.

 

 

Rotola, rotola, rotola,

Strada facendo rotola

Gira rimbalza e rotola

(…)

Dove mai finirà?

Dove mai finirà? 

    (Il barattolo, Gianni Meccia, 1960)

 

Sara Di Giuseppe - 26 gennaio 2024