venerdì 16 novembre 2018

“SLOVANSKÝ TEMPERAMENT ”

DumkaCoreografia, Ondřej Vinklát
Aspects: Coreografia, Katarzyna Kozielska
Perfect example: Coreografia, Andrej Kajdanovskij


Nová Scéna - Národní Divadlo


PRAGA   
9 Novembre 2018  h 20

TEMPERAMENTO SLAVO
 
         Affianca le linee neorinascimentali del Teatro Nazionale, la sagoma d’ispirazione cubista della “Nova Scena” che di quell’ottocentesco Teatro, patrimonio Unesco, è parte aggiunta e pienamente integrata.
I 4000 mattoni in vetro soffiato dell’involucro esterno sono la “lanterna magica” che riproduce all’infinito il pullulare di vita lì fuori e sono, insieme, metafora della modernità del suo repertorio, contrappeso armonico – sorta di concordia discors - alla solida tradizione culturale e identitaria del magnifico Teatro lì presso.

         Così anche “Temperamento slavo” (Slovanský Temperament) è coreografia che genialmente contempera storia e presente, introspezione e dinamiche collettive, enfasi e minimalismo. Le tre diverse creazioni - di altrettanti giovani, affermati coreografi - convergono per traiettorie distinte verso il nucleo tematico che le aggrega: la “slavitudine”, felice amalgama di fermenti culturali e radici identitarie, tradizione e modernità.

         Dumka, Aspects, Perfect Example: i tre quadri in cui lo spettacolo declina il tema dato, disegnano percorsi di emozioni e umori, di sentimenti e passioni rapidamente cangianti dall’ironia allo struggimento, dalla solitudine alla coralità, su un tessuto musicale che trascorre dal lirismo classico alle sequenze ritmiche di musica elettronica ad alto tasso di decibel.

         Dumka - dall’ucraino duma (in origine “pensiero”) - è passaggio musicale che soprattutto in Dvořak enfatizza l’alternanza malinconia/euforia: qui è flusso melodico che inquadra le geometrie dei corpi, i movimenti ora lineari ora spezzati, i repentini cambi di direzione, lo scomparire e il trasparire dei ballerini dietro i cinque specchi mobili sulla scena, in un tempo convulso che non ha spazio per la continuità e l’armonia.

        La coreografia minimalista e introspettiva di Aspects  - su musiche di M. Richter, E. Bosso, N. Frahm, H. Górecki, A. Korzeniowski - disegna un paesaggio dell’anima che gradualmente si fa narrazione, e il solipsismo della danzatrice chiusa in lirico assolo si scioglie nell’abbraccio dei corpi che ritmicamente si affollano su di lei quasi a sommergerla.

        “Politico” è l’impianto di Perfect Example, nella prospettiva storica e insieme universale della manipolazione e del potere, della facile sottomissione a un obiettivo di “perfezione” imposta e irraggiungibile.
I ballerini sono una collettività di grigi automi, umanità indifferente e depersonalizzata: in una coreografia che molto ricorda Pina Bausch, e anche Kylián, su una scena nuda che scopre le apparecchiature teatrali, “espressionisticamente fasciati in una bendatura cerebrale”, essi rispondono con moti incontrollati agli impulsi sonori e alle scariche elettriche che li paralizzano.
L’appoggiarsi all’altro è il lampo di umanità che a tratti balena per subito richiudersi nell’apatia; è solo nel riconoscimento della lingua, elemento imprescindibile di libertà e identità - nodo centrale della cultura slava - che avviene il riscatto, e il finale si espande in una coralità luminosa ed emozionante.

         Declinabile in gran varietà di modi e contesti, il tema del “Temperamento slavo” incrocia qui il punto di vista e il talento dei tre straordinari coreografi - rispettivamente ceco, polacca, russo - ed è ripensato, ad altissimo livello di progettazione e di esecuzione, con ironia, consapevolezza, profondità.

         E certo è anche ”temperamento slavo” - meglio sarebbe dire “civiltà” - il bel teatro gremito di pubblico motivato: adulti di ogni età e molti giovani; la puntualità cronometrica di inizio e fine (anche nell’intervallo); l’assenza di poltrone di prima fila riservate ad “autorità” non paganti, e di autopromozionali discorsi di sindaci e assessori; l’acquisto a distanza del biglietto al prezzo netto, senza ladreschi “diritti di prevendita”…

          Altro “temperamento”, altra cultura, altro pianeta.


Sara Di Giuseppe - 15 novembre 2018





mercoledì 7 novembre 2018

Mancava il 7° Cavalleggeri

San Benedetto, con un’azione di forza sgomberate
le “Palazzine SANTARELLI.


        Ci dormivano abusivamente - neppure dentro, ma in un paio di sgangherati container all’esterno - ben 4 (quattro) stranieri neri, che avevano pure allestito un gabinetto (non proprio di design) in giardino. Ma nel perimetro delle “palazzine” - trapela dagli inquirenti - bivaccavano addirittura in sei o sette. Impressionante: un vero esercito [immigrati, cui imputare alcune malefatte locali rimaste in sospeso, torneranno comodo…].


        È stato un “blitz in grande stile” - recitano le entusiastiche apologetiche veline - “un’azione congiunta di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, più due Dirigenti Comunali [Urbanistica e Lavori Pubblici], alcuni Funzionari Comunali e i potenti mezzi di PicenAmbiente.

        Mancava solo il Settimo Cavalleggeri, insomma. Peccato, perché “Major General” Custer lui sì che ci sapeva fare coi “ribelli”. Anche se i nemici di oggi non si chiamano Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Coda Chiazzata, Coltello Insanguinato e non difendono coi denti il proprio territorio sacro; sono vite senza nome, umanità scartata bisognosa di un tetto, poveracci rifugiatisi in un non-luogo che l’intoccabilità di disinvolti imprenditori e l’imbecillità servile e collusa delle amministrazioni ha eretto a monumento cittadino di inciviltà e degrado.
 

        Le “Palazzine Santarelli”, dunque: nome leggiadro e improprio per il monstrum cementizio che la bassa politica della città ha finto d’ignorare per decenni. Salvo intavolare ciclicamente trattative-di-scambio col costruttore (variante sofisticata del plebeo criminoso voto-di-scambio): c’è il mirabolante Piano del Porto da approvare, il vetusto stadio Ballarin adiacente da riqualificare o abbattere, un risarcitorio stiloso Museo-dello-Sport da inventare, un Centro Commerciale che tira sempre, senza dimenticare svariati nuovi rombanti localoni per la movida? Al creativo genio degli amministratori sambenedettesi l’imprenditore padrone delle palazzine si mostrava sempre gentilmente pronto a “collaborare”, in cambio di qualcosa si capisce, chessò… una licenza a tirar su un grattacielo di 16 piani (non se ne fece niente, per fortuna).
E gli spazi per i Servizi al Porto, i locali per gli Uffici Finanziari a sevizio della città, cui il manufatto era in un primo tempo destinato? Bubbole: l’Agenzia delle Entrate sta benissimo lì di fronte, attigua alla Sala Giochi e Scommesse, un'ideona!
  

        Senonché, dato l’invalicabile divieto di edilizia residenziale in quella zona (meno male), per anni l’illuminato imprenditore lascia l’enorme scheletro così com’è, sporco e occupato, e arrangiatevi voi. Con anche gli amministratori a guardare senza muover paglia, e con loro tutta l’Invincibile Armata di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, PicenAmbiente, Dirigenti e Funzionari Comunali.
 

        Ma siccome c’è del metodo anche nella furfanteria, ecco che sapientemente la proprietà, poff, in un amen ti diventa una inafferrabile holding inglese, e l’imprenditore felice e contento, ritrovata la verginità perduta, può nuovamente concorrere al titolo di santo dell’anno. 

        Sarà dunque per questo che dopo tanto tempo, non più frenata dalla reverente devozione per santi(arelli) e martiri - ‘sta holding chi la conosce, devono essersi detti i capitani coraggiosi guardandosi virilmente negli occhi - l’Invincibile Armata una mattina s’è svegliata e ha trovato l’invasor. E ZAC, il blitz in grande stile.
 

        Peccato che nella foga dell’impresa non hanno avvisato il Salvini-Ministro: quello, casco integrale di pompiere e mascherato da Protezione Civile, si precipitava con le ruspe e le tivvù e i giornalisti scodinzolanti.

        O forse non hanno voluto creargli imbarazzo: anche se a far la voce grossa con un gruppetto di “clandestini” quel lumbàrd ci faceva un figurone da dio, è pur vero che non stava bene demolire teatralmente un manufatto che, Fondo Immobiliare inglese finchè ti pare, c’entra parecchio con la famiglia di una sua diletta deputata... e quel debito di 116 milioni di euro – quisquilie, che paghiamo noi – che ha mandato per aria BancaMarche e con quella un sacco di gente.
      
        Ma il 7°Cavalleggeri potrà sempre farcela una capatina alle palazzine Santarelli, via un altro blitz, Carnevale s’avvicina, la mascherata è pronta.


 PGC - 6 novembre 2018


sabato 3 novembre 2018

Piovono nuvole, a Ripa

Vanno
Vengono
Ogni tanto si fermano
E quando si fermano    
Sono nere come il corvo
Sembra che ti guardano con malocchio… 



Vanno
Vengono
Ogni tanto cadono
E quando cadono
Sono bianche come agnelli
Sembra che guardano con vergogna... (PGC)


                                                                                          
        Fabrizio De André - e Mauro Pagani - che di nuvole s’intendevano, chissà come le avrebbero raccontate, le nuvole di Ripa di questi giorni. Anziché far piovere pioggia, piovono loro stesse.


        Si sdraiano sulle colline, ruzzolano morbide senza sporcarsi, s’incastrano ovattate negli alberi ma non ci giocano. Sbattono soft sull’insalata e i finocchi, pettinano le vigne invecchiandole. Scivolano al ralenti dai muri. Interrompono le strade senza sporcare. Visitano il cimitero senza portare fiori, accoccolandosi tra le tombe…


        Non prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia… Hanno forme edilizie gonfiate, quando scannerizzano il costruito. Sono fatte di niente, ma sanno nasconderti il cespuglio improvviso, tu ci inciampi e ti fai male lo stesso.


        Il paesaggio è capovolto, ma l’immagine è senza fantasia, né ti viene in mente Magritte. Troppo facile veder galleggiare paesi colline e montagne in un mare artico mosso e stagnante. Indecise sul da farsi, non consultano vento. Così non sono molto originali quando, per valli fossi boschi e agricole contrade, accompagnate dalle gazze, scendono bradipe verso mare. Senza arrivarci. Indugiano a giocare con cinghiali e caprioli, li proteggono nascondendoli alle bande di cacciatori…


        Quando gli va di piovere così, le nuvole di Ripa lo fanno in silenzio, non ti avvisano con rumore, né la terra si trema. Ti accerchiano quatte, come gli indiani. E ti ritrovi ancor più condizionato negli impicci della vita, ti vietano di vedere, di capire… ti sembra di non conoscere più il posto dove stai… Le “nuvole piovute” di Ripa non sono solo apparenza, sono pericolose. Lo diceva anche Aristofane, anche se non guidava…

        Sanno pure di mistico. Siamo a Ripa, bellezza.

PGC - 3 novembre 2018



        

mercoledì 31 ottobre 2018

“Reattività molecolare”

OFFICINA TEATRALE
GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Sotto lerba dei campi da golf
da un testo Fabio Cavalli

Riscrittura scenica di   
Vincenzo Di Bonaventura

con 
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
28 ottobre 2018  h17


Reattività molecolare


        È così che Di Bonaventura definisce, conversando col suo pubblico, il flusso di energia attoriale che procedendo dal bravissimo Simone a se stesso, e viceversa, plasma in solo poche ore di preparazione una messa in scena in cui lattore ri-crea il testo - il testo è lattore, per Carmelo Bene  e dis-apprendendolo dopo averlo appreso mette in gioco la propria capacità di creatore. Attori/artefici che oggi, su una scena pressoché nuda, lontani da ufficialità e mode, navigano a proprio rischio e sono essi stessi teatro, infinita rappresentabilità ogni volta nuova e diversa.

        La scommessa è ardita, perché gli attori agiscono un lavoro teatrale mai edito, la geniale creazione di Fabio Cavalli scrittore-attore-drammaturgo-scenografo: quel Sotto l'erba dei campi da golf che vide la luce su Hystrio, autorevole rivista di settore, e fu vincitore del premio Manerba Teatro e Scienza 1994.

        Rappresentato per la prima volta un decennio fa da Di Bonaventura nel glorioso Teatrlaboratorium Aikot 27 di via Fileni a San Benedetto - con la presenza dellautore - eccolo ora di nuovo, per noi. Le prossime repliche - promette Vincenzo - saranno a casa mia, 14 posti a sedere, cane compreso. [Ed è anche oggi fra il pubblico, la dolce sapiente Toffee].

        Federico De Andrade (Vincenzo) tecnico informatico, il prof. Allen Bachman (Simone) paleografo, un laboratorio universitario, un venerdì sera; le unità di tempo (la notte) e di luogo (il claustrofobico laboratorio) che circoscrivono lazione si dilatano ben presto nelluniverso - sotterraneo, forse fantascientifico, certo misterioso - evocato nel febbrile dialogo/scontro tra i due.

        Il sottosuolo del laboratorio, percorso dai cavi telematici di cui De Andrade è tecnico responsabile, è solo parte infinitesima di un labirintico mondo di sotto, da lui incessantemente esplorato e scavato (Tutta la vita ho dedicato a questo Non ho fatto altro che scavare…”) con lossessione di una certezza: che il mondo di sopra non è il solo reale; che un altro ce nè, di sotto, altrettanto esteso, infinitamente replicato per antri e cunicoli. 

Una Città del Buio, ramificata sotto le nostre città e metropoli, sotto lerba dei nostri campi da golf, sotto la terra che calpestiamo; dove unumanità del sottosuolo vive da millenni ad un livello altissimo di organizzazione e di felicità. Milioni dindividui che hanno rinunciato alla luce, ma capaci di gioia e di canto, di allegria e di amore; protetti dalla propria cecità (la vista è il più ingannevole dei sensi) e dalla lingua indecifrata e misteriosa che li rende inconoscibili al mondo di sopra. Sono liberi e felici. Sono immuni da violenza. E ci stanno aspettando, è la rivelazione di De Andrade a Bachman.

        La chiave daccesso allutopica città del buio, forse Annelise - compagna del professore, paleografa e conoscitrice del sanscrito - laveva trovata: nellunica epigrafe bilingue, in sanscrito e nella lingua del mondo di sotto. Per questo è morta. Loro lhanno espulsa era incontrollabile sono superiori, lhanno espulsa perché temono che qualcuno scopra il loro mondo: è ciò che De Andrade rivela al professore - sequestrato nel suo laboratorio, nella notte in cui nessuno lo cercherà - mentre gli consegna la metà dellepigrafe, la chiave a lungo cercata. Bachman tuttavia non ha dubbi, è lo stesso De Andrade ad aver ucciso (Avevate trovato la pietra, tu e Annelise; lei voleva condividere la scoperta, tu no, ed eri pronto a tutto).   

Ma nel teatro che supera il testo, qui e ora il finale resta aperto: De Andrade è sognatore e - dice Vincenzo - un sognatore non può uccidere 

        Distrutta l'epigrafe, la chiave daccesso è perduta: è lo stesso Bachman a frantumare i reperti che la contengono, e lUtopia di quel mondo altro e diverso, sotterraneo e cieco, liricamente felice, sarà irraggiungibile per millenni ancora, o per sempre Distruggi un sogno, è la disperata conclusione per De Andrade.

        Dramma visionario e geniale, che attraversa i generi: è thriller, che avvince con lo svelarsi di dinamiche altre e segrete; è giallo, indagine e sfida intorno ad un crimine; è fantascienza e scienza, è archeologia e geologia, forse teologia La riscrittura scenica di Vincenzo ne fa climax di irrisolvibile tensione, concitato gioco di registri che procedono dal colloquiale al sarcastico, dal lirico allapocalittico. Su tutto, a dispetto del titolo ambiguamente leggero (Cavalli), lopera tocca corde profonde, dilemmi antichi. 

        Perché il mondo sotterraneo popolato di angeli ribelli e felici riconduce la coscienza alla più ancestrale delle verità: il nostro essere figli della scelta di Caino, segnati dallanecessità della colpa - il fratricidio necessario - da cui discendiamo e da cui discende la storia; tormentati come Caino dallinvidia per la limpida purezza di Abele, coscienti della nostra asimmetria nellarmonia delluniverso, umanità zoppa destinata alla nostalgia di ciò che, prima della scelta ineluttabile, eravamo e che ancora possiamo e cerchiamo di essere quando nellUtopia scorgiamo orizzonti di dignità e bellezza.

Il Signore disse a Caino: «Dovè Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?».  Genesi 4, 9


Sara Di Giuseppe - 31 ottobre 2018 


venerdì 26 ottobre 2018

GENEVIÈVE, l’hanno sentita abbaiare

        San Benedetto. Si mette definitivamente male per la rugginosa prua della povera Geneviève, entro maggio la mureranno al Parco Bau. Sindaco e assessore raggianti, hanno sbaragliato l’Armata Brancaleone di chi trovava più coerente una sua sistemazione dalle parti del Molo Nord, nel vero mondo peschereccio sambenedettese. Non che fosse logico, la retorica sa sempre di muffa, i monumenti sono sempre i peggiori simboli della Storia.

        Insomma Piunti e Olivieri hanno vinto. Avessi tra le mani una foto di loro due gioiosamente abbracciati, la diffonderei volentieri. Certo verrei querelato, come l’ex consigliere Primavera e come l’avvocato De Scrilli, poi vincerei: non c’è due senza tre, e dopo le ben 2 (due) costose batoste ricevute dal Tribunale, il Sindaco vorrà completare la terna. Alè.


        Però l’incolpevole Geneviève andrebbe ancora difesa, lei al Parco Bau non ci vuole andare. Non ci sta, a essere strumentalizzata come meschina contrapposizione alla Scultura di parole di Nespolo -“Lavorare Lavorare Lavorare Preferisco il Rumore del Mare” - odiata dalla destra, dai fascisti e dagli ignoranti, contro la quale anni fa un ringhioso Piunti-in-carriera inscenò con sprezzo del ridicolo una raccolta di firme per rimuoverla in quanto (udite udite) “offensiva”. 


        E adesso l’esosa follia che costerà pure 200.000 euro.

        All’arrogante insipienza di questi decisori si oppone… il silenzio sepolcrale della città. I cittadini sono stati coinvolti nella scelta? Che ne pensano? Le associazioni - sempre sotto traccia e adesso anche di più - sono state interrogate? Conoscendole - specie le più grandi - sappiamo che non farebbero una piega. Uno sciocco monumento in più fa sempre bene, è l’illuminato pensiero. E poi perchè disturbare il manovratore.

        Così la Geneviève di notte abbaia forte - molte le testimonianze, da via Morosini, da via Andrea Doria… - per solidale simbiosi coi frequentatori del Parco Bau che dovranno sloggiare. E scommetto che fra poco morderà pure, per vendicarsi. 

Piunti e Olivieri attenti! Se passate vicino al Ballarin la Geneviève vi moccica il culo.

PGC - 26 ottobre 2018

FdZ - Pixel art

martedì 23 ottobre 2018

Col terremoto solo le Chiese non restano indietro

        Piangono ancora sulle macerie, decine e decine di paesi distrutti dal terremoto 2016, non riescono a rimettersi in piedi, arrivano pochi fondi, i lavori vanno a rilento e l’economia non riprende. Solo le Chiese sono un miracolo di efficienza.

        Per Natale coi fondi del Ministero dei Beni Culturali Italiano saranno tutte ristrutturate e riaperte, le 13 chiese del territorio diocesano danneggiate.

        Comincia San Benedetto, e riapre in pompa magna la Cattedrale-Basilica-Duomo della Marina, che non aveva subito crolli ma solo pensose crepe dalle parti della navata.

        Spesi magistralmente i 300.000 euro donati dallo Stato: ritinteggiatura totale, moderna illuminazione con 58 risparmiosi faretti a led, impianto di video-sorveglianza (!), posizionamento in quota della statua della “Madonna-delle-scale”, grande scritta “in italiano” (il latino è una lingua straniera, come disse Mike Bongiorno) sulla trabeazione interna, restauro di alcuni altari laterali e altre cosucce.
Diocesi e Parrocchia hanno però dovuto aggiungerci 100.000 euro dei loro per la vergognosa tirchiaggine del Ministero, pensa un po’. Pare nuovo adesso, il chiesone nè bello nè antico (ha solo 150 anni, e la spianata lunare di abbacinante travertino che ha davanti era prima una piazza affettuosa, sorridente di verde e di alberi…).

I lavori di restauro sono stati progettati ed eseguiti in soli 5 mesi, con la fattiva collaborazione  - precisano le solerti veline - del Vescovo più volte avvistato sulle impalcature a 20 metri d’altezza, intento a controllare, e i fedeli sotto a pregare che non cadesse…


        Sembra una barzelletta: le chiese tutte già riparate mentre case e fabbriche e stalle e scuole e strade languono ancora nell’attesa. Riparate con soldi nostri, come se la Chiesa fosse povera. Sembra una barzelletta l’orgoglioso festeggiamento di San Benedetto, dove il terremoto si è appena avvertito e per fortuna non ha prodotto morti né feriti né danni consistenti, a parte qualche crepa sui muri.        
        Ma non è una barzelletta, e se lo fosse non farebbe ridere. È piuttosto l’ennesimo schiaffo a chi ha avuto davvero lutti e danni, tanti e irreparabili; a chi ha perso tutto e forse anche la speranza, perché se mai verrà indennizzato lo sarà tardi e male.
      
      A meno di non nominare un Vescovo come Commissario Straordinario del terremoto.



PGC - 21 ottobre 2018


domenica 7 ottobre 2018

Se Aznavour fosse venuto al “Ferré”

Avevo quasi supplicato Gennari di provarci.


         Costa tanto? E noi non lo paghiamo per niente. Ha troppi impegni? Facciamo il Ferré nella data che decide lui. L’orchestra? Niente orchestra, basta lui.  (…)

         Avremmo potuto provarci: collega, e soprattutto “testimone” di Léo, ormai c’era rimasto soltanto lui. I testimoni sono importanti. Avremmo dovuto provarci con i “suoi” metodi: niente intermediari, niente diplomazia, niente trattative. Basando tutto sulla sorpresa, e sul concetto lapalissiano che se l’unico Festival Ferré non poteva farsi mancare Aznavour, Aznavour non poteva farsi mancare il Ferré. Puntando dunque anche noi solo sulla “ardita ragionevolezza, intelligente cocciutaggine, provocatoria umanità, candida irriverenza, affettuosa incoscienza…”: sue “armi” pacifiche ma temibili e vincenti nell’estenuante e mai sospeso suo impegno politico e sociale. Oltre le canzoni, la musica, l’arte.

        In fondo, gli avremmo chiesto solo “quello che era possibile”, di venire qua a San Benedetto a riconfermarci quello che diceva sempre: “Léo Ferré vale quanto Baudelaire”.

        E se ci avesse amabilmente risposto che “aveva da fare in campagna con il suo olio, che già gli dava tante soddisfazioni…”, lo avremmo tentato col nostro, di olio, e con quello di Marie-Christine Ferré.


PGC - 5 ottobre 2018




giovedì 4 ottobre 2018

WILLIAM SCALABRONI

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        Coperta da un sacco nero dell’immondizia, questa era in realtà la targa  realizzata dalla Città di Ascoli in onore (!) di WILLIAM SCALABRONI.


        Ma all’ultimo istante qualcuno ha “rimediato” mettendo una “P” davanti ad “artigiano”, mentre spariva “della qualità”…


        Quindi il divano 3 posti fintapelle [acquistato prima di domenica con l’irripetibile sconto del 70% come nell’asfissiante pubblicità] nel giardino non ce lo porteranno più.
     
Resta solo il fango.


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PGC - 4 ottobre 2018


NEO DI BELLEZZA

[Ascoli e il Partigiano che diviene “Artigiano”]
 

       Per certa stampa locale è stato un ”unico neo” in una cerimonia altrimenti “perfetta” (Cronachepicene.it, 2 ottobre) il fatto che all’inaugurazione del giardino a lui dedicato, il grande Partigiano ascolano William Scalabroni sia divenuto Artigiano sulla targa commemorativa. A questo si potrà porre rimedio in poche ore, chiosa sorridente il gaio giornalista (magari, com’è stato fatto, con una P aggiunta a pennarello da un volenteroso, v.foto).
       Con solo qualche eccezione (es.,Picenooggi) la stampa s’è allineata sul peccatuccio veniale; al più, curioso incidente a suo modo pittoresco; imbarazzante, okkei, ma niente di che.

       Riflettiamo. “Unico neo” poteva essere un imprevisto scroscio di pioggia giù dall’immancabile nuvola di Fantozzi, o uno dei notabili che fosse inciampato e cascato lungo nel momento solenne.
Non una castroneria oltraggiosa e grottesca, impietoso segno di tempi superficiali e ignoranti, irredimibili.

       Perché quella targa non si è prodotta in un amen: è stata attraversata da stuoli di mani, pur sapienti nel mestiere; ha subito procedimenti lunghi, complessi, numerosi, attenti, prima di finire su quel palo in giardino (coperta, fino al momento topico, da inqualificabile sacco nero immondizia-style).


       Quella P mancante NON è un refuso: questo può sì passare inosservato alla più attenta revisione, non quell’Artigiano. Che è coerente con gli ossimori di un sindaco Castelli che celebra un grandissimo Partigiano, e di una Ascoli fresca di plebiscitario leghismo che commemora con strombazzamento mediatico la battaglia partigiana di Colle San Marco del 3 ottobre ’43.

       Quel “neo” tutt’altro che di bellezza sulla faccia(ta) di una delle nostre province più reazionarie, dice anche del naufragio del nostro anestetizzato presente, privato di coscienza storica e critica, accecato da imbonitori d’ogni risma, assordato dal frastuono di grancasse politiche e mediatiche: così tanto da scambiare, con triste coglionaggine, un grande Partigiano per un…“artigiano della qualità”.
 


Sara Di Giuseppe - 4 Ottobre 2018




martedì 2 ottobre 2018

AZNAVOUR alla “Cavallerizza”

( ovvero l’Aznavour che non t’aspetti )
[ Mantova \ Festivaletteratura 2010   
Charles Aznavour con Valerio Pellizzari Evento n°157 ]
11. 9. ’10  –  Palazzo Ducale – Cortile della Cavallerizza
Pensavo sarebbe stato per lui più adatto un Teatro Bibiena invece del Cortile della Cavallerizza, per di più violentato dall’algido tendone bianco pur necessario a contenere la moltitudine dei festivaletteraturieri.
Osservavo il rigore architettonico del meraviglioso spazio con scorci sul Mincio, le semioscurate colonne attorcigliate, il severo bugnato a macchie rosa; pensavo all’Aznavour artista-attore-cantante, al libro “A voce bassa” che indugiavo ad acquistare dal banchetto. Con in testa la sua “Come è triste Venezia”, mescolata – chissà perché – a “Venezia è un imbroglio” di Guccini. Un’ora abbondante di fila e adesso ancora dieci minuti per “problemi di traffico”, l’occhio sullo sponsor ENI (cultura dell’energia, energia della cultura – splendido ma bugiardo pay-off), il posto che si riempie come una clessidra, i fotografi che si accovacciano come fucilieri sui più vantaggiosi punti di fuoco, il barboncino bianco che fa prove di transito davanti al palco (dopo vi transiterà irriverente ma affettuoso 3 – 4 volte…)        (…)
Eccolo. Buffo, direi. Abito intero grigio-fesso, polo arancio (!), e tutte e quattro le colorate tratto-pen di festivaletteratura allineate col cappuccio fuori dal taschino sinistro: sembrano decorazioni o nastrini della Legione Straniera. E zac, occhialoni da sole, impressionanti.
Di rado mi sono addormentato senza un libro in mano”, per Mantova basterebbe questo. Ma il piccolo francese di origine armena ci apparirà subito grande per la sua statura politica, altro che per le canzoni, altro che per i film. Forte e impervia missione diplomatica vissuta con cocciutaggine, fuori dagli schemi, quasi senza diplomazia, “approfittando” della planetaria notorietà artistica e di una personalità “capace di farsi ascoltare” per umanità, candore, intelligenza, simpatia, ragionevolezza. Tra le innumerevoli regioni del mondo offese, smembrate, straziate, l’Armenia si è almeno ritrovata un “ambasciatore” che non s’arrende mai; anche quando sembra si proceda come in un tango-alla-rovescia: un passo avanti e due indietro. Anche quando gli tocca ripetersi (come in quel concerto a Mosca: 5 volte a richiesta la stessa canzone, forse perché quelli non trovavano i suoi dischi…); anche quando deve incazzarsi col governo francese che troppe volte “ha chiuso gli occhi”; anche quando, insistendo fuori da ogni protocollo (in un incontro politico non si fa mai! gli spiegano i russi imbarazzati ) su questioni già sollevate ma irrisolte, riesce infine a far liberare 12 imprigionati su 13, piombando in aereo in un Cremino che non prometteva nulla di buono. Chiedendo solo quello che era possibile(!) l’ottiene.
Certo, il mestiere di attore gli ha insegnato molto. Certo mai ha abbassato la testa, che si trattasse di colonnelli incapaci, o di governi “che non capiscono”, o di cattivi politici di grandi imperi che per fortuna non vanno più di moda… Infaticabile ottantaseienne Aznavour, insostituibile protagonista in politica da non-professionista, goliardico compagnone in cene lunghe più di 10 ore e cimiteri di bottiglie scolate e sfilze infinite di brindisi, “ragazzo” entusiasta con un futuro esaltante e fantasioso, dove “lavorerà meno possibile sulle scene, curerà di persona il suo giardino che già gli dà un olio fantastico, viaggerà molto per piacere personale e non andrà mai in “retraite” (pensione) ma in un buon “retrait” (ritiro…ah, le sfumature del francese).
Cantando, con slancio da cavallerizzo, la Marsigliese, bien sûr! (“odio il mio modo di cantare in armeno…”)
PGC 11 settembre 2010 / 02 ottobre 2018