venerdì 16 aprile 2021

Neolingua e “sicurezza partecipata”

ovvero 

“Controllo di vicinato” e spioni di quartiere

La neolingua […] guadagnava costantemente campo con tutti i membri del Partito che giorno dopo giorno tendevano a usare sempre più le parole e le costruzioni della neolingua nel loro parlare quotidiano”.
[ G.Orwell,  “1984” - Appendice. I principi della neolingua, 1947 ]
 
“Mi fa piacere che tutti abbiano preso a cuore il concetto di sicurezza partecipata” dice a San Benedetto il presidente di qualcosa.
Spiegata al popolo e alle scuole significa che tre amministrazioni della riviera - San Benedetto, Grottammare, Cupra Marittima - più un certo numero di comitati di quartiere, più un’associazione dal nome sinistramente evocativo “Occhio amico”, più Prefettura benedicente, pensano e dicono – restando seri – che con l’istituzione del “Controllo di vicinato”, grazie a volontari cittadini-spioni all’uopo reclutati, addestrati, gerarchizzati, ci si può fare l’un l’altro la spia tra vicini di casa e di quartiere, segnalando  - secondo il proprio pregiudizio, va da sé -  “situazioni di potenziale rischio per la sicurezza urbana” (qualunque cosa voglia dire).
 
Insomma, diventando volontari membri della STASI de noantri - Kundschafter des Friedens o “cittadini della pacesi chiamavano i solerti cittadini-spioni nell’ex DDR - sconfiggeremo la criminalità locale e tutto andrà ben madama la marchesa. E perfino gli anziani (cioè quasi tutti noi), che “di solito non denunciano perchè hanno timore e vergogna” (sic), troveranno il coraggio di farlo. Apperò.
 
Dunque: esattamente come nell’orwelliana neolingua si usano parole capaci di “indurre un’attitudine mentale desiderabile in chi le usa”, nella bassa neolingua politica delle amministrazioni sambenedettesi, grottammaresi, cuprensi, e dei presidenti di comitati di quartiere e di associazione, ogni sorta di prefisso, suffisso, locuzione, aggettivo - come l’ambiguo “partecipata“ - si può furbescamente appiccicare a “SICUREZZA” variandone e distorcendone a piacimento la già ampia area semantica.
E si può, col tipico ghirigoro politico-linguistico che Calvino definiva “antilingua”, indicare come “Progetto sociale che favorisce la rinascita e il consolidamento dei rapporti e la reciproca assistenza tra vicini” (Pierre Gallin dixit) quella che è deriva militaresca e fascistoide di una travisata idea di sicurezza.
 
Oggi l’evento - megafonato a manetta dalla stampa locale - è che a San Benedetto sono stati apposti, agli ingressi della città e “in alcuni punti definiti sensibili”, cartelli di indiscusso pregio estetico (osservare per credere) “realizzati dagli uffici comunali” (mecojoni!) per segnalare che in città “è attuato il progetto di controllo del vicinato quale strumento di prevenzione della criminalità”.
 
È appena un dettaglio che secondo la Costituzione (chi era costei?) spetti solo allo Stato, e per esso alle forze di Polizia, l’attività di prevenzione e repressione dei reati (materia che la legge definisce “sicurezza primaria”); che con tali motivazioni una sentenza della Consulta del novembre 2020 abbia esemplarmente dichiarato incostituzionale la legge della Regione Veneto sul “Controllo di vicinato”; che - sempre tra le suddette motivazioni - alle istituzioni locali spetti invece il promuovere la cosiddetta “sicurezza secondaria” consolidando la cultura della legalità e rimuovendo “le condizioni in cui possono svilupparsi fenomeni di criminalità”.
 
Ma per i nostrani amministratori, per buona parte dell’opinione pubblica, per benpensanti e bellagente, per la stampa locale che velinando tace, queste sono ubbie e vanno lasciate a quegli sconsiderati buontemponi che scrissero la Costituzione. In fondo quella ha più di settant’anni, e gli anziani, si sa, sono una palla al piede.
 


Nella nostra epoca la scrittura e i discorsi politici sono consacrati in massima parte alla difesa dell’indifendibile 
“ [La lingua] diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi  

[ G.Orwell - La neolingua della politica, 1946 ]

Sara Di Giuseppe - 16 aprile 2021

giovedì 8 aprile 2021

Vaccini: Accelerare o frenare? “That is the question”

 
Vaccini: Accelerare o frenare? “That is the question

        L’ordine è (era) accelerare, ma le Regioni continuano imperterrite a frenare, a battere la fiacca. Non obbediscono ai Draghi e neanche al Figliuolo Generale. Vaccinazioni del 4 aprile: Umbria 14, Sardegna 39, Molise 252, Basilicata 530, Valle d’Aosta 569, Liguria 620, Abruzzo 1625, Calabria 1735… 370 mila in 3 giorni.
Altro che 500.000 al giorno…
        Se in guerra poteva essere saggio - ogni tanto - disobbedire ai baffuti generali per evitare macelli e disastri; se in tempi di naja disobbedire - ogni tanto - a generali colonnelli maggiori capitani tenenti marescialli sergenti era segno d’intelligente ribellione (era pure divertente, ma quelli si divertivano di più a punirti); se oggi, a certi imperiosi comandi militari strillati con tutte maiuscole lasci perdere ed è difficile non mettersi a ridere… stavolta a questo qua con la bianca piuma sul cappello bisognava onestamente obbedirgli. 

Intanto, rispondendo subito e forte “Presente”, “Comandi”, “Signorsì”. Poi - secondo il pittoresco militarese del medagliatissimo - “cambiare passo” nel senso di andar davvero più veloci, anziché fare solo quel goffo saltello sulla stessa gamba per allineare il passo (che è poi il significato letterale della frase); “dar fiato alle trombe” invece di brontolare; “far fuoco con tutte le polveri” invece di nascondere le polveri sotto il tappeto. Cioè - metaforicamente, capisco - “premere con forza l’acceleratore della Campagna Vaccinale”. “Per battere il nemico”, invece di frenare sul bagnato per andare a sbattere.

500.000 punturine tonde al giorno era la missione. Wow! Cominciando rigorosamente da chi ne ha più bisogno, dai più anziani, dai più esposti al contagio. Non da chi pretende un abusivo diritto di precedenza, non dalle arroganti lobby, non dai raccomandati, non dai furbi che saltano la fila. E non battendo la fiacca.  
Ma sta ancora andando che, se non si “accelera” e “avanti marsch”, anzi “di-corsa” come bersaglieri - mica lenti come alpini coi muli su per i monti - saranno circa 500.000 vaccinazioni alla settimana, altro che al giorno. Sono frenate, quasi un “dietro-front”. E il nostro militare supremo sbaglia pure i conti, non sa fare le divisioni: a parte disubbidienze, inefficienze, reciproche invidie, favoritismi, capricci e virus politici delle Regioni, sono anche le zoppicanti consegne dei vaccini a monte che non consentono i ritmi da lui stabiliti.
La questione, il problema, il dilemma, il dramma è piuttosto, e fondamentalmente, un altro: i militari, meglio lasciarli giocare coi militari. 
Al di là di slang, comicità e povertà di linguaggio, abbigliamento fuori luogo, medaglie, nastrini colorati, stellette, pistole e cannoni… e magari anche pinne fucili ed occhiali quando il mare è una tavola blu. Per affrontare con efficacia un Piano Nazionale Vaccini a cosa ti serve aver soggiornato nello steppico altopiano iranico dell’Afghanistan a guadagnarti chili di gradi fingendo di portare la pace? Perché ti presenti nelle riunioni nei palazzi romani sempre in “divisa di servizio” (tuta mimetica) - cappello e piuma incorporati - manco dovessi “mimetizzarti” nei cespugli dietro i tendaggi e i quadri? E soprattutto, cosa ne sai di vaccini, di scienza, di ospedali, di malati, di vita normale o tribolata, non finta, cioè militare? Mettiti almeno in borghese, scendi in abiti civili tra noi civili (anche se proprio civili non siamo). Per mettersi al par tuo, non costringere i colleghi politici a piantarla col blu istituzionale e a comprarsi pure loro la “mimetica” dai cinesi di Porta Portese! Magari non hanno neanche fatto il militare…
        A meno che tu non sia il primo di tanti altri militari pluristellati che i Draghi chiameranno a corte per governarci come si deve, mascella quadrata e petto in fuori: a guardare in giro per il mondo, pare che la cosa vada per la maggiore… È questo il problema? “Is that the question”?
 
 
PGC - 8 aprile 2021

sabato 27 marzo 2021

“Insaccano il fumo con il ventilatore” ma sono superpremiati

“Insaccano il fumo con il ventilatore” ma sono superpremiati
“Da 8 a 17 mila euro in più per i dirigenti comunali di San Benedetto” *
Anche in tempo di Covid!
 

        “Insaccano il fumo con il ventilatore”: è il pittoresco detto popolare che capto per caso in viale De Gasperi da un gruppetto di indigeni anziani scappati di casa (distanziati così-così, mascherina a mezz’asta…) che commentano gesticolando l’articolone dell’impassibile Alessandra Clementi sul Corriere Adriatico. Ah, mi tocca comprare il giornale.
        “Insaccano il fumo con il ventilatore” dicono gli scappati di casa. Ma ai 6 dirigenti del Comune non bastano gli stipendioni (vedi tabelle nell'articolo C.A.): “normale” allora che si spartiscano il superpremio annuale “di risultato” (!), “tesoretto” di ben 63.209 euro
Mediamente più di 9.000 euro a testa, però alla fortunata dirigente, particolarmente dotata giacchè avrebbe due teste (Catia/Politiche Sociali, Talamonti/Lavori Pubblici), spettano ben 2 premi: quasi 18.000 euro.
 
        “Insaccano il fumo con il ventilatore”, questo sarebbe il lavoro dei dirigenti - secondo gli scappati di casa, of course - ma è vero che faticano tanto, eh. Su di loro poi incombe una rigida commissione interna che valuta ogni loro performance in base alle percentuali di raggiungimento degli obiettivi fissati nei piani annuali di gestione, e che assegna punteggi, dà pagelle, stila classifiche. Competizione vera. Ma guarda un po’: tutti vicini ai 100 punti, quindi tutti promossi e premiati con migliaia di euro, spicci in più per il “primo della classe”, forse una coppa. Nessun rimandato o bocciato. Al massimo, affumicato…   
        “Insaccano il fumo con il ventilatore”. Per dirlo, i nostri scappati di casa certo li conoscono, ‘sti dirigenti, mica come me. Devono essere proprio bravi, perchè prendono ricchi premi tutti gli anni. Pure l’anno scorso e quest’anno, in tempi di Covid. Anzi quest’anno gli importi sono considerevolmente lievitati. Dunque una ragione deve pur esserci. Infatti c’è: la legge prevede il superpremio e loro la applicano.
        E cosa vuoi che gliene importi, a chi si fa le leggi pro domo sua, di cose astruse e fumose (ops) che si chiamano etica pubblica e decenza. Non sta agli illuminati dirigenti comunali sapere che fuori dei vetri (sporchi) della Civica Residenza c’è una crisi economica che galoppa al ritmo stesso del Covid, che mettersi in saccoccia migliaia di euro per presunti meriti - maddechè? - è uno schiaffo ai drammi individuali e collettivi che si consumano fuori dai loro ben arredati uffici, e somiglia tanto alla collaudata filosofia dell’io so’ io e voi non siete un cazzo del sordiano Marchese del Grillo.
        In altri tempi, in altri luoghi, si ritroverebbero i forconi sotto il palazzo. Macchè: qui passa tutto liscio, i cittadini abituati colpevolmente a mandar giù ogni cosa, ingoiano anche questa; i giornalisti riportano impassibili notizia e cifre e non alzano manco un sopracciglio.
        In altri tempi, in altri luoghi, rinunciare al “tesoretto” - alla “torta” - o devolverlo tutto a favore di categorie già svantaggiate e che il Covid ha messo in ginocchio, rimedierebbe in parte all’indecenza di leggi, norme, disposizioni degne di regimi borbonici e di apparati feudali.
        Ma si chiama etica pubblica, e i Nostri sanno tenersene ben lontani.
 
*  I “Superpremi di risultato”, per legge, li elargiscono tutti i Comuni d’Italia - grandi e piccoli - che hanno  dirigenti. Se si considera San Benedetto un Comune-medio, viene fuori la cifra di 500 milioni di euro.
 
PGC - 27 marzo 2021
 
 

mercoledì 24 marzo 2021

99 e non sentirli


Come stai, Lisa?
I tuoi disegni allungano la vita, li chiamano disegni salvavita
Ricordano l’infanzia.
La tua matita da circo
disegnava eroi casalinghi, in fuga per un pic-nic
e orsi custodi, orsi musicisti, orsi in galleria
placidi draghi (che non cambiavano mestiere)
angeli fossili e in tutte le tasche, loro non crescono come i bimbi…
Poi rane, gatti, formiche, leoni buoni.
Sante matite per disegni innocenti o precari
senza zucchero, al massimo ghiaccio e menta
e colori svegli d’acquerello.
Disegni giovani, neanche trent’anni.
Eh, le tue matite ancora mi aspettano, appuntite…
ma è immaginabile e possibile che in qualche posto acrobatico ci vedremo
chissà, in una [abusiva] tua DOMUS marina, libera, “portofranco”
Vicina alle Stelline ti vidi che dormivi
Ora ti guardo in una polaroid

Giorgio  
marzo 2021


 

 

martedì 23 marzo 2021

"Lisa e Orso", buon compleanno

Gli amici di Milano, Franco Toselli e Franca Bernardini, entrambi strettissimi amici e collaboratori di Lisa Ponti, ci ricordano che oggi, 23 marzo 2021, Lisa avrebbe compiuto 99 anni. Ne ha mancati, ai nostri occhi, appena due. È il suo compleanno insomma, e noi lo festeggiamo ricordandola con un suo amorevole ed elegante disegno rigorosamente in A4: "Lisa e Orso", che ci promettono che torneranno. Fantastico!

Auguri Lisa Ponti, anche da parte dei 'marinai senza paura', ma solo perché tu c'hai spronato.

Lisa Ponti, Lisa e Orso


giovedì 18 marzo 2021

“VITTIME DEL [PROPRIO] PRIVILEGIO”


 
“Diamo fuoco alle polveri”

 
“VITTIME DEL [PROPRIO] PRIVILEGIO

 
        Gli italiani sono costernati da che hanno scoperto, nel vasto catalogo vittimologico odierno - vittime di violenza, ingiustizie, emarginazione, soprusi ecc. - un’ulteriore categoria finora sconosciuta: le “vittime del [proprio] privilegio”.

Sono coloro i quali non lo vorrebbero, un determinato privilegio, proprio no, ma quando mai, ma quando m’è capitata ‘sta disgrazia… e invece no, il privilegio ce l’hai e te lo tieni e guai a te se non te lo godi. Straziante.
 
Il copyright della geniale definizione appartiene al sindaco di Polizzi in Sicilia che l’ha applicata a sé stesso e collaboratori, costretti a subire il privilegio di vaccinarsi prima degli altri - si pensi alla loro frustrazione! - addirittura in gennaio.
Scopriamo così che il privilegio, saldamente strutturato nel nostro paese, non è vissuto con piena soddisfazione da chi ne beneficia; al contrario, esso è piuttosto un non voluto fardello sulle spalle di singoli individui o gruppi sociali o categorie professionali.
 
Prendiamone una a caso, quella dei magistrati e degli avvocati. Si sono fatti in quattro, costoro, per respingere l’iniziativa con cui l'organismo apicale istituzionale che li rappresenta - il Consiglio Nazionale Forense o CNF - ha chiesto e ottenuto che si vaccinassero tra i primi scavalcando tutte le categorie che ne hanno diritto prima. 
“L’attività giudiziaria non può fermarsi”, è stato detto loro, ed essi - magistrati, avvocati, personale amministrativo delle cancellerie - han dovuto piegarsi all’interesse superiore della Nazione, usufruire a malincuore di siffatto privilegio, fingere di non sapere che in Italia l’attività giudiziaria anche senza Covid è più ferma del monumento ai caduti e quando si muove, il bradipo al confronto è un missile.
 
Analogamente s’è comportato l’Ordine dei giornalisti nel richiedere precedenza nei vaccini per gli impavidi eroi della tastiera; altre categorie si sono poi accodate, ma fra cotante vittime dei propri privilegi un moto unanime di ribellione serpeggia ormai al grido di “mai come De Luca, mai come il sindaco di Polizzi!”.
 
Stiano sereni però, tutti costoro: presto non saranno più additati al pubblico ludibrio per aver saltato la fila. 
Con un Generalissimo a guida suprema della campagna napoleonica, pardon vaccinale, in men che non si dica ogni singolo italiano eccetto i neonati in culla sarà stato vaccinato, e l’immunità di gregge par già di toccarla con mano.
L’ha detto il Generale Comm.Cav.Grand’Uff. Figliuolo. E il Generale Comm.Cav.Grand’Uff. Figliuolo è uomo d’onore.
 
Bastano, di costui, la fiera postura, le mostrine inchiodate sul petto, il rassicurante gergo militaresco culminante nell’adrenalinico grido di battaglia Dare fuoco con tutte le polveri applicato ai vaccini, a far presagire dopo il buio pandemico l’età dell’oro che dispiegherà su di noi l’agognata Pax Figliuola.
 
Non è forse Sua la folgorante disposizione che i vaccini eventualmente d’avanzo vengano somministrati a chi è disponibile al momento, cioè a chiunque passa (testuale), tipo io che portando il gatto dal veterinario vengo a trovarmi in zona?
 
Sono convinti, i soliti malevoli, che dove compaiono gerarchie militari nelle stanze dei bottoni ci sono guai sempre e comunque? che i papaveri della guerra sono comunque dannosi e del tutto inutili?
 che un alto grado militare a capo di una civile campagna medico-sanitaria è la materializzazione di un ossimoro oltre che oltraggio al buon senso?
  
In realtà basterebbe tenerli ben lontani, i papaveri, da ruoli decisionali che nella vita civile e nelle democrazie mature competono alla politica, la quale si fa carico a sua volta della volontà e dei bisogni dei cittadini.
E gli anonimi soldatini della truppa a loro sottoposti ben sarebbero felici di non giocare alla guerra per esser finalmente utili come valido supporto logistico/umanitario nelle emergenze.
 
Poi i generalissimi li si potrà benevolmente lasciar indossare le pittoresche mimetiche in città, reggere in equilibrio sulla testa il cappello a tre piani, attaccarsi sul petto un intero pallottoliere di mostrine, baloccarsi col militarese, gridare bumbum e fingere di dar fuoco alle polveri: so’ creature, so’ figliuoli, anche se hanno 60 anni.
 
 
Sara Di Giuseppe - 18 marzo 2021

 

venerdì 12 marzo 2021

…E la furbata degli AVVOCATIVACCINATI come i politici?...


…E LA FURBATA DEGLI AVVOCATI VACCINATI COME I POLITICI?...

 
     Interpretando a cazzo una circolare del Ministero della Salute, le Regioni Toscana, Sicilia e Campania (ma se ne sarà accodata qualcun'altra) - su richiesta dell’Ordine Forense, si capisce - hanno incredibilmente inserito tra gli “essenziali” bisognosi di vaccinazione prioritaria anti-Covid anche i “Professionisti della Giustizia”.
Gli avvocati con tutto il cucuzzaro, insomma.
 
     Già molti politici-avvocati di ogni partito e di ogni risma - parlamentari, presidenti, governatori, sindaci, assessori, consiglieri… - si sono furbescamente vaccinati “saltando la fila”, ma chi è “solo” avvocato rischiava di restar fuori da certe liste protette costituite anche di profittatori a vario titolo (cioè abusivi). Ora non più.
Nella Regione Marche, ad Ascoli Piceno per esempio, che succede?
Nel Tribunaluccio di via Angelini, i nostri avvocati (non certo ultra ottantenni) si stanno vaccinando AstraZeneca o Pfizer? E fuori, sotto la scalinata, ricevono gli applausi?
Me lo chiedo perché devo decidere come apostrofarli, d’ora in poi:
FURBETTI, FETENTONI, o GALANTUOMINI (quelli senza la punturina)
 
PGC - 11 marzo 2021

sabato 6 marzo 2021

LA FATTORIA DEI GENERALI


LA FATTORIA DEI GENERALI *

 
… Dragòneon non si faceva vedere in pubblico se non una volta ogni due settimane. Quando poi appariva era accompagnato non solo dal suo seguito di cani (da riporto) ma anche da un gallo nero in uniforme da Generale, con l’intero medagliere sul petto, che marciava davanti a lui e si comportava come una sorta di trombettiere, emettendo un forte chicchirichì prima che Dragòneon parlasse.
 
[…]
 
Non si parlava di Dragòneon chiamandolo semplicemente per nome. Con stile formale, ci si riferiva a lui come “il nostro Capo”, e i maiali si divertivano a creare per lui titoli quali “il Padre di tutti gli Animali”, “il Terrore del Genere Umano”, “il Protettore dell’Ovile”, “l’Amico degli Anatroccoli” e così via.
Durante i suoi discorsi, Gazzettino parlava con le lacrime che gli scorrevano lungo le guance, della bontà del suo cuore, e del profondo amore che egli provava per tutti gli animali. Era divenuta una cosa abituale attribuire a lui il credito per ogni successo raggiunto e per ogni colpo di fortuna.
Si sentiva spesso una gallina dire a un’altra: “Sotto la guida del nostro Capo, il Compagno Dragòneon, ho deposto cinque uova in sei giorni”.
O due mucche, che si gustavano l’acqua dello stagno, esclamare: “Grazie alla guida del Compagno Dragòneon, che buon sapore ha l’acqua!”.
I maiali erano estasiati dall’astuzia di Dragòneon. (…) La superiorità della mente di Dragòneon, diceva Gazzettino, era rivelata dal fatto che egli non si fidava di nessuno.
 
[…]
 
Adesso c’erano alla Fattoria molte più creature, bestie sane e robuste, ma molto stupide. Nessuna di loro si dimostrò capace di imparare l’alfabeto oltre la lettera B. Accettavano tutto ciò che era detto loro ma non si poteva essere certi che ne capissero poi molto.
Pareva tuttavia che in un modo o nell’altro la Fattoria fosse diventata più ricca senza per questo rendere più ricchi gli animali, con l’ovvia eccezione dei maiali e dei cani.
 

C’era da compiere, come Gazzettino non si stancava mai di ripetere, un lavoro infinito per la supervisione e la conduzione della Fattoria, tutto ciò era della massima importanza per il benessere della Fattoria stessa, e molto di questo lavoro era di un tipo tale che gli altri animali erano troppo ignoranti per poter capire.  La felicità più autentica, diceva Dragòneon, consisteva nel lavorare duramente e nel vivere frugalmente. Eppure, nè maiali nè cani producevano del cibo col loro lavoro; e ce n'erano davvero tanti e con un ottimo appetito.   

Quanto agli altri, la loro vita, per quanto ne sapevano, era com’era sempre stata. A volte i più vecchi di loro frugavano nella loro fragile memoria e cercavano di stabilire se, prima dell’espulsione di Joseph the Count le cose erano state migliori o peggiori di adesso. Ma non avevano nulla a cui appigliarsi se non le cifre di Gazzettino le quali, invariabilmente, dimostravano che tutto andava di bene in meglio.
Si erano verificati eventi incresciosi, erano state diffuse idee sbagliate, ma ora tutti i dubbi erano stati spazzati via: c'erano non solo le metodologie più avanzate, ma una disciplina e un ordine che dovevano servire da esempio.

 [...]

Dragòneon era soddisfatto e dichiarò che aveva anche lui qualcosa da dire e, come tutti suoi discorsi, anche questo fu breve e diretto: anche lui, disse, era contento che il periodo dei fraintendimenti fosse passato. Per lungo tempo erano circolate voci che ci fossero elementi rivoluzionari nel modo di vedere suo e dei suoi Generali. 
Nulla di tanto lontano dal vero! Il loro solo desiderio era di vivere in pace e d’intrattenere normali relazioni d’affari coi loro vicini. 

La Fattoria, aggiunse, era un’impresa cooperativa. 
I titoli di proprietà che aveva nelle sue mani appartenevano congiuntamente a tutti i maiali. 
Certi cambiamenti messi in atto avrebbero certamente aumentato il livello di fiducia, e da quel giorno in avanti la Fattoria si sarebbe chiamata "Fattoria padronale".
Ci furono applausi entusiastici e un battere di piedi, e i boccali vennero vuotati fino in fondo. 

Agli animali, che osservavano la scena dal di fuori, parve che stesse accadendo una cosa strana - che mai era mutato nelle facce dei maiali? -  e si allontanarono quatti quatti. 
Ma non si erano allontanati neanche di venti iarde che si fermarono bruscamente. Dalla Fattoria giungeva un vociare tuonante. Sì, era in corso una lite violenta. C’erano urla, pugni battuti sul tavolo, sguardi taglienti pieni di sospetto, dinieghi furibondi. Le voci gridavano piene di rabbia e tutti loro erano uguali. Non importava ormai cosa fosse accaduto alle facce dei maiali. Le creature, da fuori, spostavano lo sguardo da maiale a uomo e da uomo a maiale e ancora da maiale a uomo; ma già era impossibile dire chi fosse chi.

 
*adattamento da: G.Orwell, La fattoria degli animali, novembre 1943 – febbraio ,1944
 
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Illustrazione di Antonello Silverini, in 
             G.Orwell
     La fattoria degli animali
     trad. Luca Manini
     Fanucci Editore 2021
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Sara Di Giuseppe - 6 marzo 2021

venerdì 5 marzo 2021

Padre, Figliuolo e Spirito Santo

 
Padre, Figliuolo e Spirito Santo


Doveva essere come una operazione bancaria di “alto profilo”. Segreta. Senza nomi.
Un’anonima Trinità di Governo dalle miracolose capacità operative, per condurci – noi tapini – fuori dal Covid e verso un “Nuovo Rinascimento”, con l’eliminazione delle scorie.
Una (santissima) Trinità di Governo dall’impronta militare, finanziaria, mercantile.
Certamente un super-drago, il Padre. Ma grigio, muto, invisibile, introvabile. Dalla sua Passat dai vetri scuri, ordina dispone e decreta col solo sguardo-laser. Gli altri due sarebbero rimasti misteriosi, se del secondo non fosse scappato il nome:
Figliuolo. E si fa pure notare: veste sempre - forse anche a letto - la rutilante divisa con tonnellate di mostrine e cappello a due piani con attico e superattico.
Mentre il terzo, una vecchia conoscenza in odore di santità fin dall’era del Caimano, già delegato ovunque a produrre guasti, ufficialmente non farebbe ancora parte di questa Trinità. Dopo missioni in Marche e Umbria, ora sta provvisoriamente con un piede in Lombardia (altra Trinità, un po’ più piccola), a terremotarne la Sanità…
Forse sarà lui lo Spirito Santo. Chi altro potrebbe volar alto-altissimo sulle Regioni, con le sue astronavi…
Eccola dunque la invocata Trinità di Governo Nazionale
il PADRE che tutto sa, ordina
il FIGLIUOLO, da intemerato generale, sta zitto e obbedisce. Militarizza. 
lo SPIRITO SANTO - quello lì che dovrebbe proteggerci - delegato ai miracoli… pardon ai macelli, vedremo.     
   
 
PGC -  4 marzo 202

martedì 2 marzo 2021

“IL TANGO, UNA FORMA DI RESISTENZA UMANA”


 
“IL TANGO, UNA FORMA DI RESISTENZA UMANA”
[Meri Lao – Todo Tango, 2006]

 

“TANGO SUITE” – Omaggio a Piazzolla
FORM - Orchestra Filarmonica Marchigiana
e
Daniele Di Bonaventura (bandoneon, arrangiamenti e direzione)
TEATRO DELL’AQUILA – FERMO     27 febbraio 2021 h21


 
        Teatro dell’Aquila splendente ma desolatamente vuoto e muto per Covid, quando la FORM e Di Bonaventura attaccano puntuali con Gardel-cantor di tango.

Per l’occasione - il bandoneon è spesso in primo piano, nelle riprese televisive - Daniele ha scelto il più bello forse tra i suoi preziosi bandoneon degli anni trenta: magari è lo stesso con cui suonò in coppia col grande Frank Marocco al Faro marittimo di Pedaso nel 2011 (cfr. "Lo zio d’America", 4.8.2011), poi anche nell’Aula Magna del Convitto Nazionale di Teramo (2017) con lo String Ensemble della FORM per i 25 anni dalla morte di Astor Piazzolla, quasi lo stesso repertorio di stasera, centenario della nascita.
 
        Teatro deserto, dicevo. Ma i musicisti fanno come se fosse pieno: suonano con l’anima, perfino mandando sguardi nel buio a chi non c’è. E alla fine ringraziano col corale inchino le fredde poltroncine rosse in platea, l’arco silenzioso dei 5 ordini di palchi, ricambiano con occhi sorridenti gli applausi virtuali, concedono il bis “richiesto”… Sempre incapsulati come per punizione nelle nere mascherine d’ordinanza (meno i fiati, si capisce).

La scena irreale di un inquietante fantasy: le mascherine che trasformate in spade o simili prendono a combattersi e a sprizzar fiamme, o che ingigantendosi ingoiano musicisti e strumenti, bandoneon compreso, o che s’inseguono veloci come vele nere sul mare, o che diventano aquile – senza teatro – in volo nello spazio…
Colpa della malefica tivù che sto guardando, che non può più bonificarsi o riscattarsi, neanche se è eccezionalmente occupata da un concerto superlativo come questo.
Col telecomando-pistola posso impunemente uccidere un tango dopo l’altro per guardare imbolsito una partita o lo sci, o il peggio dei politici e dei giornalisti, o quei tigì sgrammaticati e ripetitivi.
La cultura si ammazza così, con noncuranza.
 
Ma come posso prendermela con la tivù, se i teatri sono chiusi per Covid? Provate a riaprirli, forse la gente ci torna, forse non è troppo tardi. Sono i luoghi più sicuri, i teatri, ci si infetta solo di cultura. E c’è sempre un posto libero , stando ben distanziati, senza patire.

L’altra sera al Teatro del’Aquila, per esempio: se nei 124 palchi avessero messo solo una persona per palco e in platea poche decine ben sparpagliate, ben 200 persone avrebbero goduto e imparato parecchio di tango.
Che, come scrive Meri Lao per esperienza diretta, è pure “una forma di resistenza umana”.
Ri-aprire i teatri è come vaccinare. E ne abbiamo, di tanghi, per resistere e guarire.
 

PGC - 2 marzo 2021

lunedì 1 marzo 2021

Daniele in un teatro vuoto

 


Daniele in un teatro vuoto

F.O.R.M.
Orchestra Filarmonica Marchigiana
e
Daniele Di Bonaventura
bandoneon, arrangiamenti e direzione

in
“TANGO SUITE”
Omaggio a Piazzolla
 
TEATRO DELL’AQUILA – FERMO
Sabato 27 febbraio h21


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Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
.
 
Wisława Szymborwska - “Il gatto in un appartamento vuoto

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       “Arrampicarsi sulle pareti / strofinarsi tra i mobili … / pian pianino / su zampe molto offese” per quell’assenza inusitata che continua, che non si spiega, che addolora.
È quello che farebbe un gatto, in quella platea silenziosa, come rassegnarsi a tanta solitudine?


È un gatto, il bandoneon di Daniele che elegante si muove, sinuoso s’inerpica e discende, scivola e s’incurva, graffia i velluti delle poltrone vuote, dei palchi spenti, riflette gli ori del teatro magnifico che pare incredulo trattenere il fiato. L’orchestra lo insegue e decolla, i musicisti in tutt’uno col soffitto e il pavimento: e per un’ora non c’è più alcun vuoto, ogni angolo è musica, è volo di strumenti, armonie di archi sapienti e percussioni in gioco col prezioso bandoneon, voce struggente del tango.
 
Ed è Argentina ed è il “nuevo tango” di Piazzolla, è omaggio nel centenario della nascita al genio che con linguaggio ribelle reinventò la musica del tango e sfidò una tradizione intoccabile, vi innestò jazz e musica colta e la sua Argentina lo chiamò El Gato perchè del felino ebbe l’ingegno e l’abilità, la grazia e l’incantesimo.
Musica audace, erudita e sanguigna che si fa dialogo sensuale e complice fra Daniele – quest’oggi tanguero encantador nella sua Fermo – e gli eccellenti musicisti, in nero come tangueri anch’essi.

A Carlos Gardel, cantor di tango, iniziatore del tango cantato e voce patrimonio dell’umanità, è dedicato il primo trittico: struggimento di terra lontana e disincanto d’amore, forse presagio di quella morte aerea e di una vita troppo presto troncata; il Piazzolla meno frequentato ci viene incontro in  Piazzolla’s Tango Suite, contaminazione di sapori d’Argentina e del mondo, dove ogni brano ha dentro una storia e ogni storia è vita vera che si fa musica: il barrio violento, la fame, le gangs, e poi New York, Elia Kazan, Gershwin…” tutto questo si ritrova nella mia musica, come nella mia vita, nel mio comportamento, nelle mie relazioni
 
Ed è il Di Bonaventura compositore a chiudere, con la sua contemporanea Tango suite, il viaggio vertiginoso che ha attraversato continenti e storia: Valzer, Milonga, Tango chiamano a raccolta gli strumenti intorno al bandoneon e le armonie si fondono docili al suo funambolico instancabile respiro.
Un pubblico invisibile applaude caloroso, al termine, e Daniele scherza con spirito monello annunciando il bis, richiesto a gran voce in sala…

E sarà il leggendario “El choclo” (La pannocchia di mais) di Angel Villoldo “giullare fuori di secolo”, esponente della “guardia vieja” del tango, a salutare con noi l’affettuoso teatro che lasciamo ancora una volta stasera, dopo tanta bellezza, al suo silenzio e alla sua solitudine.
 
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Io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera diretta qualcosa che i poeti, molte volte, hanno voluto fare con le parole: la convinzione che combattere può essere una festa
”.
J.L.Borges
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Sara Di Giuseppe  - 28 Febbraio 2021

giovedì 25 febbraio 2021

MARCHE - PSICANALISTI IN REGIONE


Ovvero
Prove tecniche di oscurantismo

 
Chissà su quali testi ha studiato, messer Ciccioli da Ancona, capogruppo di Fratelliditaglia prestato dalla Psichiatria (nel senso della professione…) al Consiglio Regionale.

Perché - dice lui - in psicanalisi quello si studia, che cioè “il padre deve dare le regole, la madre accudire”. Chapeau.

E disquisisce con sussiego psichiatrico  –  pazienti, state sereni – di “famiglia naturale, padre, madre, figli, unica forma valida da proporre in società”.
 
Orsù, rintuzziamo la risata che urge incontenibile: qui c’è piuttosto da piangere, e molto.
  
- Perché alla Regione Marche siede gente così: che alle tante perle fin qui inanellate, aggiunge oggi il legiferare in merito a rilancio e protezione del concetto di famiglia “società naturale fondata sul matrimonio”. Amen.
- Perchè non c’è solo che
Messer Cicciolo ha precedentemente delirato di “sostituzione etnica” in merito all’aborto senza che nessuno lo segnalasse per un TSO di massima urgenza.
 - Non c’è solo che la leghista Assessora alle Esternazioni ha in precedenza espresso sull’aborto, fuori contesto e fuori luogo, sue private convinzioni di molto simile tenore.
 - Non c’è solo che il presidente di questo Consiglio - il “cresciuto con radici giudaico-cristiane”, così definisce sè stesso messer Tommaso Sanna, uno dei due iscritti ad “Azione” di Calenda - ha strillato in assemblea contro la legge 194 (“Non esistono parti accettabili nella legge 194, contaminata da una mentalità abortista”) tirando in ballo perfino l’incolpevole Bergoglio, che se lo sa gli lancia una papale babbuccia tanto lui non calza Prada come l’altro.
C’è soprattutto la mutazione genetica prodottasi nelle Marche il cui elettorato esprime - non solo a livello regionale - maggioranze di tale risma, dai nomi ben camuffati (anche se la fiamma tricolore sul simbolo parla piuttosto chiaro). Maggioranze nostalgiche di Ventennio - vedi robuste cene fasciste (pre-Covid, of course) - e di oscurantismi superati solo dal secolo scorso; maggioranze locali ben allineate a una deriva nazionale decisa a mandare in fumo decenni di battaglie per i diritti e conquiste di civiltà. 
Eppure non sembra preoccupare più tanto, da ‘ste parti, un così bieco ritorno al passato. 

Escluse esternazioni di circostanza da parte di Organi e Ordini più o meno ufficiali, non scorgiamo folle di uomini e donne, di giovani e non, avanzare plasticamente all’orizzonte, a mo’ di Quarto Stato di Pellizza.  
Perché dovrebbero, d’altronde, se li hanno consapevolmente eletti a propri rappresentanti condividendone, si presume, il fondamento ideologico del tipo Io Tarzan -Tu Jane, di sicura matrice illuministica?
  
Ma tacciono anche tutti gli altri, e non da adesso: circoli, associazioni, intellettuali, bellagente e benpensanti. Che oscurantismo sia, se si parla di ciò che davvero importa: crescita, mercato, impresa, e un po’ d’inglese spolverizzato a fine cottura, mescolare bene e servire caldo. E le donne per carità accudiscano la prole e stiano ai fornelli chè lì sanno far meglio, e torni il maschio dalla caccia alla capanna coperto di pelli, di sudore e di gloria.


Sara Di Giuseppe - 25 Febbraio 2021

Pura interpretazione umoristica dell'autore


domenica 21 febbraio 2021

Di che crusca è fatta la Crusca?



Il Presidente dell’Accademia della Crusca promuove Draghi

 
Nel mio piccolo piccolissimo lo pensavo da tempo, che l’Accademia della Crusca dovesse aggiungersi ai molti Enti Inutili da sciogliere, dopo i suoi incredibili e ripetuti avalli al degrado linguistico corrente.
Ma dev’essere successo ancora qualcos’altro, se adesso aggiunge il suo al servo encomio planetario tributato a Draghi, e lo fa nel campo che le compete, la lingua del Discorso, uscendosene a giornaloni unificati in questi termini:
Lingua perfetta. Mario Draghi ha fatto un discorso da uomo colto, perfetto, che ancora una volta ha dimostrato la sua elevata statura. Inutile andare a caccia di imperfezioni.” Testuale.
           Una delle due:
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          alla Crusca si nutrono di crusca scaduta e quindi avariata;
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          anche l’Accademia tristemente si adegua al costume nazionale del lecca-lecca senza prima leggere, sezionare, analizzare col rigore richiesto al linguista, un testo perbenista da felpato diplomatico grigio come una banca, lattiginoso e un po’ imbolsito; discorso oggettivamente di qualità mezzana, non certo sobrio e nobile: prevedibile, tecnico, a tratti irto e aggrovigliato, monocorde e intimidatorio (anche se abilmente incantatore e ruba-applausi confezionati), pieno del vuoto a perdere della retorica di vocaboli consumati e stanchi.
[Che evoca un po’ la “lingua di legno” del Tubolario - Le frasi del tubo della Tecnogiocattoli Sebino - “un cilindro composto da sette anelli rotanti su ognuno dei quali erano stampati dieci frammenti sintattici, liberamente componibili per formare frasi perfettamente e completamente vuote di significato”, in: M.Birattari, Prefazione a “George Orwell, La neolingua della politica” - Garzanti 2021].
         Ben altro dalle presunte “visioni”, “emozioni intense”, “suggestioni”, “pensieri ellittici”, “meraviglie”, “coraggio” e quel censimento di sentimenti intimi conditi, va da sé, di infinita autorevolezza, che dai rispettivi inginocchiatoi stampa e media assortiti ci rovesciano in quantità industriali (eppure a star sempre genuflessi, le articolazioni dovrebbero risentirne…).
 
         Intanto la dis-Istruzione galoppa: al posto della “scappata-di-casa” Azzolina (sbeffeggiata a prescindere, come si permetteva di essere brava...), il divino Draghi - da poco anche “marziano” nello sbavante lessico dei giornalisti che sanno stare sul pezzo - nomina un Ministro dell’Istruzione che, oltre ad esprimersi a favore di microfoni in dialetto ferrarese scioccamente italianizzato da scandalizzare perfino l’ignoranza dei cronisti, dispone di azzerare gli scritti dagli esami di Maturità. [causa Covid, adesso, ma una volta cominciato…]
A partire dallo scritto d’Italiano, naturalmente.

Se dunque il Presidente del Consiglio (e presto della Repubblica, secondo i vaticini ricavati dal volo degli uccelli e, dovesse servire, più avanti anche Papa, l’enorme curriculum recita che crebbe in sapienza e bontà dai gesuiti) finora enigmaticamente muto, adesso che parla così ex-cathedra viene promosso con giubilo niente meno che dall’Accademia della Crusca, possiamo anche noi vaticinare voti altissimi per i nostri ragazzi che salteranno giocosi il tema d’Italiano.
Crusca per tutti.
 

PGC - 20 febbraio 2021

giovedì 18 febbraio 2021

Dirò del Rodi... anch'io

A parte il titolo generale poco onomatopeico "Dirò del Rodi - 50°, 1970-2020", l'attuale mostra in Palazzina Azzurra presenta senz'altro spunti di riflessione oltre ai miei pochi ricordi risvegliati da un sicuro oblio. Avevo visto in precedenza, il 25 ottobre 2020, l'apprezzabile sforzo di ricostruzione documentaristica della tragica vicenda del Rodi, 23 dicembre 1970: "Mare e rivolta", organizzata da un nutrito gruppo di operatori culturali gravitante attorno "Re nudo" e il suo instancabile animatore Piergiorgio Cinì, andato in scena al Teatro delle Energie di Grottammare.
Questa mostra, inaugurata il 12 febbraio scorso in Palazzina e voluta dall'Amministrazione, dal titolo "…je sò lu mare e me te magne" (apparentemente più un sottotitolo e peccato che in questo caso, al contrario, furono 'magnate' 10 persone - capisco la citazione ma forse il compianto Alfredo Giammarini si riferiva a eventi meno dolorosi), come detto, fa parte di una serie di eventi dedicati "Dirò del Rodi", una dovuta documentazione dei tragici fatti accaduti, alla memoria dei morti e dell'angoscia provata dalle loro famiglie in qui giorni.
Una città intera si mobilitò subito e si stringe nella rabbia e nella disperazione attorno al mondo della pesca, che all'epoca coinvolgeva migliaia di persone nella nostra San Benedetto. Molte foto presenti ne danno testimonianza.
I volti visti, alcuni anche riconosciuti, danno un brivido per l'immedesimazione che si può provare di fronte a queste vite, annegate proprio in prossimità del nostro porto e alla vigilia di quel Natale 1970.
Sono stati ricostruiti i numerosi articoli di quei giorni, con l'epopea della pesca atlantica vissuta da avventurosi e affamati lavoratori sambenedettesi; con le speranze che nascevano attorno a un lavoro che poteva rappresentare un riscatto da una quasi certa condanna alla povertà; allo sbocco naturale che rappresentava il lavoro principe per una città di mare (per i figli di marinai non esisteva altro che seguire le orme dei padri e dei nonni), con l'abbondanza di offerta che rappresentava una calamita (e non necessariamente una calamità) per moltissimi giovani.
Ma per quanto riguarda il 'visitato' devo rilevare un generale appiattimento dimensionale dei fotogrammi riportati (materiale in gran parte del citato fotografo Giammarini, credo, riscoperto, curato e pubblicato dalla fondazione Libero Bizzarri). E poi: perché ripetere su tutti gli stampati solo il logo (pedissequamente e esageratamente grande) e mai date o autori come didascalie? Mi sarebbe apparso giusto visto che il tutto possa far parte di una catalogazione e non mirato a una vera e propria mostra come avrebbe dettato il luogo. Tutti nello stesso formato (mi è sembrato 50x70). Quando poi riprodurre del materiale per una 'mostra' significa mettere in luce, magari in evidenza gli aspetti rilevanti della vicenda che si vuole ricostruire. Insomma, utile per una pubblicazione corposa, da lettura a domicilio, e non da visitare come si usa nei luoghi dedicati. Per altro non ho trovato che un pieghevole, tascabile, a 3 ante, dove neanche la data della tragedia viene riportata (solo 1970-2020). Al suo interno 'semplicemente', si fa per dire, 68 foto da 3x2 cm circa + una 13,5x6 a fondo pagina (tra l'altro la peggiore come definizione). Forse era meglio una semplice cartolina/invito?
Lo so, posso sembrarvi pignolo, deviato da un eccessivo professionalismo di settore, ma forse il materiale espositivo in questi casi penso vada meglio indirizzato, costruito, pensato per un pubblico che si vuole coinvolgere, sia intellettualmente che emotivamente. Perché le due cose vanno insieme: si apprende con le emozioni quanto e più che con gli occhi.
Visitatela comunque, ne trarrete le vostre valutazioni, ed è ugualmente bene per il rispetto che si deve al passato.
Io ci tornerò per gli audiovisivi, che ho tralasciato per questioni di tempo. Cercherò, chiederò anche del catalogo… se c'è.
PS: La data di inizio della mostra c'è (stata), ma la data di fine no. Il covid-19 s'impone su tutto. Affrettatevi.

18 febbraio 2021 - Francesco Del Zompo


 

martedì 16 febbraio 2021

“Ur-Fascismo”

  

“L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. […] L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti”

        (Umberto Eco, Il fascismo eterno, 1995)


…Ma troppo erano degenerate le cose, troppo potenti inimici avea la pubblica libertà e i più audaci di essi cùpidi erano d’opprimerla. Il capo della Repubblica, più che reggitore egli stesso, si faceva portatore della volontà di altri. E costoro, desiderosi della mutazione del governo, preso ardire, biasimavano pubblicamente le cose presenti; la maggior parte dei cittadini era incapace di iniziativa e di resistenza e perciò esposta, per timore, a essere preda di chi volesse opprimerla.
Dalle quali cose fatti audaci Matteozzo il Rignanese - di immoderata ambizione e pestifera perfidia, che già avea attossicato il mondo e nondimeno era stato esaltato e avea sempre, più di quel che desiderava, ottenuto - e altri politici e mercantozzi e affaristi di simili condizioni, come quello sediziosi e cupidi di cose nuove, i quali già molte volte si erano occultamente congiurati, si risolverono di fare esperienza di togliere a forza il capo del Governo dalla sua sede.
 
Cacciato che l’ebbero, e volendo ricorreggere quelle cose nelle quali si era giudicata dannosa l’opera sua, fu messo a capo del Consiglio Grande tale messer Mariotto Dragazzi.
 
Questi, somigliante a monaco per atti e complessione fisica, era riputato - massimamente appresso la nobiltà e nel colmo più alto delle maggiori speranze (come sono vani e fallaci i pensieri degli huomini) - colui che con la virtù propria potesse rinsaldare lo stato tremante della repubblica. 

Ed egli volse che al governo novo fussino chiamati nei seggi più autorevoli quelli che insino a quel dì avessino avuto ruoli di primaria importanza spezialmente in affari e banche e potentati ecclesiali, e fussino lasciati ai pochi altri quelli di minore o nessun rilievo.
 
Dipoi, convocato nel palagio publico col suono della campana grossa il novo Consiglio, fu chiaro a molti che mercato e banche ed ecclesie avrebbero avuto sopra le cose publiche la medesima autorità che sempre aveano avuto.
E per effetto di questo fu dunque ricondotto il Governo a numerosi anni addietro, ma ancora più imperiosamente e con arbitrio più assoluto.

Come si intese il caso succeduto, fu negli animi di molti huomini grandissima alterazione. E fu detto che se i cittadini si fussino muniti di badili e di forconi, il Rignanese e la ciurmaglia di politici e mercantozzi (odiosissimi al Paese) non si sarebbero mossi o avrebbero trovato difficoltà o si sarebbero accontentati di somme di denaro.

Ma era destinato che i cittadini non lo facessino, ancorchè fussino stati perfino ammoniti dal cielo con prodigi e avvenimenti soprannaturali, come una folgore caduta in sulla porta che da Firenze va a Rignano, e altri simili.

 
da: Il colpo di stato dei Medici a Firenze nel 1512
in  Francesco Guicciardini - Storia d’Italia,
XI, IV
 
 
 
Sara Di Giuseppe - 16 febbraio 2021   

giovedì 11 febbraio 2021

Purtroppo sarà solo “virtuale”

Gianluigi Capriotti, 1999, Trabuc da "Ritratto del capo sorvegliante nell'ospedale di Saint Paul - aint Rémy, 1889"

Gianluigi forse ci pensava, a una terza mostra in Palazzina Azzurra

coi suoi bravi cani [VAN DOG] e pesci [ALLEG(O)RIA]
tutti con le regolamentari mascherine (anche se non ne hanno bisogno).

Avrebbe stavolta portato anche gatti, caprette, galline…
e gli altri suoi animali di campagna e di compagnia,
per continuare la sua meravigliosa “Divina Commedia” artistica.
 
Gianluigi però, stanco, ha lasciato la sua opera a metà.
 
E il suo bulldog lasciato in regalo s’è messo oggi la mascherina
rossa, anche per nascondere il suo e il nostro dolore.

 
PGC - 11 febbraio 2021

 

 
Gianluigi Capriotti in una mostra di Graziano Tinti

 

 

martedì 9 febbraio 2021

LA PREDICA AGLI UCCELLI

 
LA PREDICA AGLI UCCELLI *
ovvero
La grande ammucchiata
 
 
… Allora santo Mario, conosciuta che ebbe la volontà di colui che lo chiamava, si levò su e con grandissimo fervore disse “Andiamo, al nome di Dio” e andando con impeto di spirito, giunsono a uno colle chiamato Quirinale, e ivi il santo si puose a predicare, e predicò in tanto fervore che tutti gli uccelli di ogni piumaggio (neri-grigi, azzurri, gialli, verdi, rosa, rosatelli, giallo-verdi, giallo-rosa) per divozione gli voleano andare dietro.   
E il santo Mario, istigato da zelo e desiderio di martirio, disse loro: “Non abbiate fretta, e io ordinerò quello che voi dobbiate fare per universale salute di tutti
 
E la sustanzia della predica di santo Mario fu questa: “Uccelli miei, voi siete molto debitori perché voi non seminate e non mietete, ma il popolo vi pasce, e benchè voi non sappiate né filare né cucire, né altro fare, esso vi veste e vi fa tanti benefici, e vi dà di poter mutare colore alle vostre piume secondo le stagioni. Onde guardatevi, fratelli miei, dal peccato dell’ingratitudine”.
 
Dicendo loro santo Mario queste parole, tutti quanti quegli uccelli dal vario piumaggio (neri-grigi, azzurri, gialli, verdi, rosa, rosatelli, giallo-verdi, giallo-rosa) cominciarono ad aprire i becchi, distendere i colli, aprire l’ali e riverentemente chinare i capi insino in terra e con atti e con canti dimostravano che le parole del santo davano a loro grandissimo diletto.
E santo Mario insieme con loro si rallegrava, e lasciandoli molto consolati e ben disposti a penitenzia, molto si maravigliava di tanta moltitudine d’uccelli d’ogni colore, e della loro varietade, e della loro attenzione e familiaritade.
 
Finalmente, compiuta la predica, diede loro licenza di partirsi. E poi anche non si partivano, insino a tanto ch’egli diede loro la benedizione sua.
 
Allora tutti quegli uccelli in schiera si levarono in aria e ciascuna schiera andava cantando meravigliosamente, in questo significando la loro letizia e gratitudine al santo Mario perché essi, non possedendo in questo mondo alcun merito proprio, alla sola sua provvidenza affidavano il nutrimento loro e delle  loro famiglie e dei loro figli.
 
A laude di santo Mario. Amen.
 
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*libero saccheggio da:
  Fioretti XVI – Anonimo, XIV sec.
 
Sara Di Giuseppe - 9 febbraio 2021 
 

“IN GINOCCHIO DA TE”


 
“IN GINOCCHIO DA TE” *
 
I partiti fanno la fila, ma gli inginocchiatoi non bastano.
Fortuna ci pensano i fabbricanti di banchi,
adesso che il lavoro per le scuole sta finendo.
 No, inginocchiatoi a rotelle ancora no.
Brutti inginocchiatoi, senza design (però di altissimo profilo), molto di chiesa,
 uguali a quello personale di San Mario Draghi.
Con l’aggiunta, dove poggiano le nude ginocchia,
di chiodi, spilli, cocci aguzzi di bottiglia, puntine da disegno, sale grosso… A scelta.
Tanto, finchè gli entreranno in saccoccia i soldoni dei lauti stipendi e delle offerte,
pardon del RECOVERY FUND, i nostri politici
anziché strillare di dolore godranno come ricci.
Anzi, canteranno in coro “In ginocchio da te”“Non son degno di te”
sfumando giulivi in  Ye-ye-ye-yee, Ye-ye-ye-ye,
 come in “Andavo a cento all’ora”
 
Sigh… con i draghi ci schianteremo a cento all’ora…sigh…
 
  
*Gianni Morandi non ha colpa, è stato solo preveggente
 
PGC - 8 febbraio 2021

giovedì 28 gennaio 2021

RIECCOLI...

…quelli che la Shoah e “tutti gli altri crimini contro l’umanità

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“Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica”
(Boris Pahor, Necropoli, ed. Fazi 2008)
 
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Rieccoli
, quelli che furbescamente confondono e mescolano la Giornata della Memoria della Shoah al ricordo di tutti gli altri crimini contro l’umanità (alla stregua, ma più vergognosamente, di chi ad ogni 25 Aprile tenta di fare della Festa della Liberazione dal nazifascismo una generica “Festa della libertà”).
Ecco Acquaroli, marchigiano presidente di Regione, che scrive “La memoria è consapevolezza di tutti i crimini contro l’umanità” e la Shoah è “simbolo di tutti gli orrori, le sofferenze, le tragedie del mondo e della storia che hanno calpestato la dignità degli esseri umani”.

Ecco Piunti sindaco sambenedettese, ancor peggio col suo “Quante volte, nella storia recente, questo atteggiamento ha portato al ripetersi di esperienze ugualmente terribili” (!) ed evoca  “le vittime dei gulag e delle pulizie etniche in Jugoslavia e in Ruanda…”
 
NO, cari i miei due signori, la Shoah non è stato né sarà mai un crimine contro l’umanità paragonabile ad altri genocidi e crimini del cui abominio è certamente disseminata la storia della belva umana in ogni epoca e ad ogni latitudine.

E la Giornata della Memoria non nasce per ricordare genericamente “i principi irrinunciabili della pace e della libertà, della giustizia e della solidarietà, in nome della salvaguardia e della dignità di ogni persona umana”.

Essa nasce per ricordare quello che è stato un UNICUM STORICO: uno sterminio studiato scientificamente, “pianificato a tavolino ed avvalsosi di un avanzato grado di tecnologia, cosa che non era mai avvenuta in precedenza”, odio organizzato, “raziocinato, strutturato con attitudine scientifica”.
 
La Storia, signori, non la si adatta alle proprie convinzioni ideologiche, non la si modella sulle proprie necessità di propaganda, magari plasmandola al fuoco della fiamma tricolore che occhieggia nel simbolo del partito di almeno uno di voi due.
Se a fuorviarvi sia, oltre a ciò, anche una probabile scarsa conoscenza della Storia e di ciò che essa ha scolpito indelebile su ogni pietra e zolla di questo infelice pianeta, o se chi scrive i vostri comunicati non è abbastanza attento e dovreste dirglielo, non fa gran differenza.
Perché ugualmente pernicioso è il messaggio che trasmettete, e che la locale stampa diffonde con zelante acritico copia-incolla: il vostro è messaggio di retorica a buon mercato, che non tocca le coscienze. Solo la VERITÀ può toccarle, solo può farlo il riconoscere la natura assolutamente unica di ciò che è stata una “pianificazione ragionieristica dello sterminio, la “più ciclopica azione di rastrellamento, deportazione e sterminio della storia”.
Mescolare come voi fate la verità storica di una macchina scientificamente pianificata al genocidio con “ogni altro delitto contro l’umanità”, è offesa alla verità, alla memoria, a “questa” Giornata della Memoria. Anche trascinare dalla vostra parte le parole di papa Francesco adattandole a generica condanna dei crimini commessi contro l’uomo è operazione scorretta e fuorviante.
Puro esercizio di retorica, perfino grottesco, è agganciare - per far colpo - il tema della Shoah all’attuale tragedia pandemica (è la perla che conclude il messaggio di Acquaroli).
Disonesto è contrabbandare quale messaggio sulla Shoah la “risoluzione del 2019 con cui il Parlamento europeo ha condannato tutte le forme di totalitarismo che hanno schiacciato i popoli europei”.
 
Giornata della Memoria - così scrive ancora lei, Acquaroli, o chi per lei - non può essere patrimonio di parte ed è nostro dovere evitare che possa essere utilizzata come qualcosa di strumentale”.
NO caro signore, la Giornata della Memoria è invece proprio quello, è “patrimonio di parte”, possesso inalienabile di quella parte di umanità che ha vissuto la Shoah sulla propria carne - chiedere alla Senatrice Segre, anche se non la sopportate perché non vi vota - e patrimonio di quanti ritengono primario dovere l’alimentarne e tenerne vivo il ricordo.
A strumentalizzare la Giornata della Memoria siete soltanto voi.
Provo vergogna per voi.
 
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“... Perciò egli vorrebbe che la dannazione e i suoi segni restassero indelebili, eterne e mai rimarginate cicatrici sul corpo dell’umanità e della storia; sanarle, coprirle, integrarle nella continuità della vita sarebbe un ulteriore oltraggio alla vittime e una - sia pur involontaria – amnistia concessa a una realtà che deve restare inconcepibile”
(Claudio Magris, Prefazione a “Necropoli” di Boris Pahor)
 

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Sara Di Giuseppe - 28 gennaio 2021