lunedì 20 settembre 2021

TELEFONO AZZURRO

“E pensare che una volta c’era il pensiero”
(Giorgio Gaber, Il signor G)

 
 
Se fossi fanciulla/fanciullo in età scolare - "essere fluido" quanto al genere, nel lessico salviniano - mi attaccherei al Telefono Azzurro.

Chiederei aiuto e protezione contro i messaggi augurali che si riversano a lenzuolate sugli studenti "di ogni ordine e grado" alla ripresa dell'anno scolastico
Messaggi di sindaci e sindache, assessori e assessore comunali e regionali, vescovi e sacerdoti, Presidente della Repubblica e ministro-ectoplasma dell'Istruzione. E certo di altri autorevoli esponenti che dimentico: presidenti di bocciofile, di assemblee condominiali e di circoli degli scacchi, di club cacciaepesca e di enti per la  protezione delle vongole veraci ecc.
 
È stalking, praticamente. 
 
[A Grottammare il sindaco ne invia perfino due - audio messaggio con cornice musicale, e video messaggio fessbuc - che la libera stampa locale tambureggia a servilismo unificato].
 
Superchiacchiere in fotocopia, identiche spesso nelle parole, sempre nella struttura argomentativa, senza lampi di originalità e senza, soprattutto, sincerità.
 
Apertura quasi sempre con quello stucchevole "Carissimi…” (che passi se rivolto a giovani virgulti suscitatori di materne/paterne tenerezze, ma suona ridicolo se rivolto a "tutti i lavoratori della scuola, personale ATA ecc.") cui seguono: la pandemia, i sacrifici, l’auspicato ritorno “sui banchi”, il “notevole sforzo” e le “rilevanti risorse messe in campo”, la "bellezza e poesia del tornare insieme… ma molto c’è ancora da fare”; e infine gli auguri, che per il versante ecclesiastico includono la celeste benedizione.
 
Supercazzole uniformi come tristi divise da caserma, retoriche all’ingrosso che avrebbero del comico se non fossero indici di un drammatico scollamento dal reale.

- Perchè il secondo anno scolastico pandemico inizia con ben poche delle criticità del sistema scolastico - trasporti, edilizia, spazi, classi, docenti, strategie di contenimento e controllo - affrontate seriamente e ancor meno risolte, checché ne farnetichino i proclami istituzionali ad ogni livello.

- Perché le immagini della realtà intorno e quelle che informazione e media ci ammanniscono quotidianamente come normali, accettabili o perfino motivo di vanto, sono quelle di un pianeta scolastico fatto innanzi tutto di schifezze edilizie e orrori cementizi - realtà cittadine, non (solo) periferie o remoti paeselli - di raro squallore all’esterno inospitali all’interno; “contenitori” che sono insulti al senso estetico, alla cultura ambientale, alla funzionalità, alla razionalità, alla creatività, al decoro. 
In questo habitat le nuove generazioni dovrebbero, e chissà come, educarsi alla bellezza e alla civiltà.
Gli edifici scolastici dignitosi e quelli di pregio storico sono fortunate eccezioni spesso condannate da incapacità, mala amministrazione e malaffare, a fallimentari lavori in corso e ad inagibilità che durano infiniti.

- Perché la nostra scuola è costantemente agli ultimi gradini delle graduatorie mondiali. E lo è per la fondamentale ragione che
nel nostro paese essa è sempre stata ultima nell'interesse del ceto politico e di quello dirigente, dell’economia, della cultura, della stampa, dell'informazione tutta: di quelli - tutti costoro - che se ne servono per pura propaganda e ne sfruttano mediaticamente e politicamente i momenti “topici”; che ad ogni inizio d’anno scolastico tolgono dai bauli, senza neanche la decenza di spolverarla, la tarlata retorica di cui siamo maestri da millenni;  che strumentalizzano - oggi - il rientro in classe come segno di una ritrovata normalità ancora lontana e della quale si attribuiscono l’inesistente merito.
 
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“Sulla base dei risultati dell’indagine PISA ci collochiamo in fondo alla graduatoria OCSE in tutte e tre le materie oggetto di quell’indagine (comprensione di ciò che si legge, matematica e scienze). Per quanto riguarda l’università le cose vanno, se possibile, ancora peggio”. [Fonte PISA 2018]
(Prof. Giancarlo Lizzeri, economista, in: Lo status sociale degli insegnanti, 2021)
 

Sara Di Giuseppe - 18 settembre 2021 







 

sabato 18 settembre 2021

Tonino

Tonino era un po’ jazz 

Nel lavoro, nella politica, nella vita 

Respirava libri e poesia 

Lottava per i bambini, per la loro infanzia, per la loro crescita sana 

Tonino era piccolo ma grande 

Certi non lo capivano 

Tonino era un po’ jazz   

 

PGC - 17 settembre 2021


 

mercoledì 15 settembre 2021

DISCORSO ALLA NAZIONE (SPEECH TO THE NATION)

Ovvero
Matteo Salvini e la misura del merluzzetto


San Benedetto del Tronto 


Riposi tranquillo Sir Winston Churchill, ovunque egli sia, perché "i tempi nuovi" han prodotto in terra italica uno statista di pari livello.

Ne abbiamo avuto solare evidenza il 12 settembre, nell'intervento con cui Matteo Salvini, a San Benedetto, ha consacrato la ri-candidatura del sindaco uscente, Pasqualino Settebellezze, il quale pare non voglia saperne di uscire dalla comune - anzi dal Comune - a vantaggio di tutti e, ahinoi, si ricandida.

Non che a guardare i candidati di altro (si fa per dire) colore politico ci sia da stare allegri.
Ma intanto, Salvini: il suo Speech to the Nation sul palco di San Benedetto non ha niente da invidiare a quello dello statista britannico nella "Darkest hour" dopo il disastro di Dunkerque.
Basterà, per rendersene conto, seguirne le tappe salienti, ardue tuttavia per la  profondità delle tesi sostenute.

Dopo aver inneggiato allo "straordinario" mare sambenedettese tanto che "non capisco chi va all'estero" (magari per vedere un po' di mondo? No, eh?) se la prende con la direttiva Bolkestein [e il giornalista, che scrive come pronuncia, scrive Bolkestain. Con la "a"].

La Lega si batterà fino all'ultimo soldato affinché i concessionari di spiaggia detengano a vita i loro paccuti privilegi demaniali, e vaffa Frederik Bolkestein.

Sì è già eroicamente battuta, la Lega, per l'importante porto peschereccio della città, e per i pescatori che "devono pensare a fare i pescatori" (ma va?) e non a "misurare i centimetri del merluzzetto": come dire che direttive e regolamenti comunitari sulla pesca ci sono ma conviene fregarsene.

Poi punta dritto sulla rumorosa contestazione degli ultras della Samb, radunatisi in piazza arrabbiati come tori contro il sindaco quasi ex: lo accusano della pessima gestione della squadra di calcio cittadina, che perde più di Fantozzi contro Resto del mondo ed è in caduta libera da un pezzo. 
Su di loro posa lo sguardo in modalità San Francesco e il lupo e: "Spero che la Sambenedettese torni dove merita": e giù tutti a fare gli scongiuri e quant'altro occorra alla bisogna. 
E comunque - continua lo statista - un sindaco non si giudica dalla squadra di calcio. 
Infatti, osserva dottamente, per fare il sindaco occorre "onestà, sì" (che detto in codesto modo pare un filino marginale, come qualità: tipo sì ma senza esagerare, eh!) ma occorrono anche "capacità, competenza e squadra". 
E qui non si accorge, tapino, di aver appena escluso Pasqualino dalla competizione..

Perché, continua più imbizzarrito di Cavallo Pazzo, "altrimenti ti ritrovi come a Roma, con un cinghiale sul tinello".
"Sul"? Sarà una svista del dotto Salvini, o del dotto giornalista, o di entrambi? Magari è solo influenza dello spot pubblicitario col tizio che al risveglio si ritrova un cinghiale sulla pancia nella posa a caffettiera e contestualmente realizza che ha "mangiato pesante".

Sia come sia, questo Discorso alla Nazione dovrebbe circolare nelle scuole come esempio d'italiano modernizzato che di certo verrà benedetto dalla Crusca.

Disquisisce poi filosoficamente, il Nostro, di libertà vaccinale, di dittature sanitarie (entusiasmo  e applausi); poi s'infiamma e decolla come una mongolfiera menzionando le proprie "battaglie di civiltà".
L'opposizione leghista al DdL Zan, per esempio: il problema è soprattutto - dice - che questa legge va a colpire i bambini delle elementari (!) facendo creder loro che non ci sono "maschietti e femminucce" [termini che usava la mia trisavola due ere geologiche fa, n.d.a.] ma "esseri fluidi" - qualunque cosa voglia dire - che "solo a 18 anni decidono quale genere essere".
Apperò.
Meditate, bambini-delle-elementari o "esseri fluidi" che siate, meditate.

Infine, acme argomentativo ed emotivo, cui manca solo il prodigio della lievitazione: Vade retro, Reddito di Cittadinanza, satana in veste di welfare!

Mai la Lega voterà siffatto abominio!
Non un euro a chi non ha voglia di lavorare e progetta di campare a spese dello Stato!
"CHI non ce la fa a lavorare è giusto che VENGANO AIUTATI" : grammatica creativa, chissà se del dotto Matteo o del dotto giornalista.

Invece "i soldi vanno dati a chi li merita davvero", tuona ancora dal palco il Matteo furens.
Per esempio alla Lega? Una cifra a caso, chessò, 49 milioni di euro? 

Altre amenità potranno poi leggersi  intorno al palco, come sui manifesti lo slogan leghista-referendario "Chi sbaglia paga": che è come spararsi sui piedi. A guardare solo gli errori d'italiano, altro che 49 milioni! 

Sara Di Giuseppe - 19 settembre 2021 


 


 

giovedì 9 settembre 2021

Candidatelo!

       Sono giorni che tigì, quotidiani e social ci ammorbano a reti unificate con la vicenducola del tabaccaio manolesta Gaetano Scutellaro che ruba al volo il Gratta e Vinci da 500.000 euro alla “anziana” (sessantanovenne…) che l’aveva vinto, ma gli va male.
Si sa che ormai i giornalisti, morbosamente attaccati al computer come alla cocaina, copiano quello che guardano e stop, ma adesso compaiono in diretta gli inviati speciali fatti precipitosamente rientrare dall’Afganistan, da Cernobbio, dagli stadi… che, dopo essersi accasati in Via Materdei (sì, tutt’attaccato) davanti all’elegante tabaccheria scena del crimine, intercettano l’avvocato di strada del “presunto” qualcosa che da sotto la mascherina lamenta: “Il mio assistito credo abbia una malattia psichiatrica”“ma è pentito e chiede scusa”… e comunque “non ricorda quel che ha fatto”.

Così depresso, il brav’uomo, che se ne stava partendo per le Canarie “perché gli piace la bella vita” e “io a Napoli non mi sento sicuro”. Non prima, of course, d’aver chiesto all’anziana “il 50% di tangente”: 250.000 euro e amici come prima. Naturalmente era anche andato in banca, e poi in chiesa a chiedere perdono.
In attesa di nuotare al caldo, è momentaneamente ospite del carcere di Santa Maria Capua Vetere: “furto pluriaggravato e tentata estorsione”. Mica ha ammazzato nessuno.
       Di Gaetano Scutellaro, diventato di colpo - grazie all’imbecillità del sistema mediatico e della informazione (si fa per dire) italiota - più famoso del Papa e del Re e anche del papa-re, non si sono accorti ancora (ma ci arriveranno) che ha tutti i requisiti giusti per entrare in politica: è un pregiudicato, e già basta e avanza per garantirgli un ricco futuro in questo o quel partito, nelle Istituzioni, negli Enti Pubblici. È un ladro sorpreso col sorcio in bocca (non me ne vogliano, i mei onestissimi gatti); è un estorsore; non conosce vergogna e ha una utilissima faccia di bronzo: con un curriculum così, chi non gli offre un posto in lista - minimo come capolista - nelle elezioni amministrative di ottobre?

Chi più di lui può attrarre i voti allo sbando e garantire una politica fedele alle promesse e alle aspettative? Ha ben dimostrato le capacità che servono - assenza di scrupoli, etica à la carte, tempismo, furbizia, calcolo, passeggero cattolico pentimento - per vincere qualsiasi battaglia per Consigliere, Assessore, Sindaco e oltre. Non solo a Napoli (con già 6.000 candidati) o a Roma (22 candidati sindaci, 39 liste e 7.000 candidati) ma anche qua a San Benedetto del Tronto.

Angelini, Bottiglieri, Canducci, Spazzafumo, daje, chiamatelo, candidatelo prima che ve lo freghino!     
 
PGC - 9 settembre 2021


 

venerdì 3 settembre 2021

PAOLO CONTE È UN DOGMA

 
 Paolo Conte
"50 anni di Azzurro"
Mantova
Esedra di Palazzo Te 
29 Agosto 2021 h 21.30 
 

Paolo Conte è un dogma, come l’Immacolata Concezione: è obbligatorio e non si tocca.

Tu lo sai e accetti tutto.

- Anche il viaggiare sugli Intercity di Trenitalia da quaggiù a Mantova, che se prendi la Transiberiana e passi per la Russia fai prima. 

- Anche la coda all’ingresso, un chilometro prima in due file ordinate come le anime penitenti nelle incisioni dantesche di Doré. 

- Anche il bracciale verde “green pass” che sarà repertato dagli archeologi di domani come lo sono oggi le armille dell’età del ferro.

- Anche il martirio, prima del concerto: Radio Bruno che imperversa dai due schermi laterali con pubblicità e musicaccia (che è come qui da noi Radio Azzurra al
  supermercato, per intenderci).

- Anche le sedie posizionate così che la testa lì davanti la ghigliottineresti all’istante: anche all’asilo capiscono che va usata la diagonale, o metterle proprio storte, le sedie,
  se ancora non si sa di geometria.
 
Paolo Conte è al di là della miseria irredimibile dei “tempi nuovi”, come lo è la magnifica Esedra di Palazzo Te che è grande come l’Alsazia-Lorena e dove un Gonzaga mai avrebbe immaginato di ospitare Radio Bruno.
 
Perciò metabolizziamo tutto, e durante e dopo il concerto ci sentiremo redenti: per aver creduto ancora una volta nell’impossibile, come nel dogma; e per aver dimenticato i tempi tristi, per aver ritrovato la Bellezza, quella che dalla vista e dall’udito passa al cuore e t’innamori come dicevano gli stilnovisti e pure Dante che era del ramo.
T’innamori di Paolo Conte a cui gli anni aggiungono magia, della sua band superlativa, di quell’elegante esedra alle loro spalle che passa dal rosso al violetto all’azzurro: che è il colore di quei suoi “50 anni di Azzurro” i cui brani ascolti stasera e da decenni e non sono mai uguali. 
Come uguale non è mai la sua voce, anche se qualcuno scrive che è la stessa: quando mai, è sempre diversa, è voce di orchestra che precipita, voce che ti strappa un sorriso di tregua ad ogni accordo
Così come mai uguali sono i contrappunti e diversa è ogni volta la sorpresa delle evoluzioni acrobatiche, quelle del violino e del sassofono soprattutto ma poi di tutta l’orchestra e sei in un vortice di suoni che ti porta lontano, nell’altrove misterioso eppure quotidiano delle milonghe dall’eleganza di zebra, dei Mocambo e dei tinelli marron, dentro fuggitivi valzer di vento e di paglia.
Squarci di poesia distesi dentro melodie di rigorosa struttura compositiva; parole e musica compenetrate in preciso equilibrio; “poesia sonora” dove la musica dice quasi più delle parole, e queste sono giochi di linguaggio; e quella sua voce sghemba, sempre disarmante, a tratti ruvida, che procede funambolica, ponte fra testo e melodia. 
E ci trascina, questo “novecentista errante”, a ritrovare nella sua musica il nostro reale e il nostro immaginario, il quotidiano e il sublime, l’allegria e la delusione, e il gioco d’azzardo che è l’amore.
Tutto il meglio è già qui: tutti li percorriamo, da Ratafià a Dancing, a Madeleine, a Max, a Via con me, giù fino al Diavolo rosso che ci guida al congedo, ed è delirio lunghissimo di suoni, frenesia di superbi virtuosismi: del piano, del sax, delle chitarre, del violinista imbizzarrito in variazioni balcaniche e ungheresi.
Per ultimo, il sofisticato francese di Le charme e le chic, poi la standing ovation e Messico e nuvole per il bis e ancora standing ovation, poi… il saluto caldo e amichevole dice al suo pubblico che basta così.
Defluiamo rincuorati, sotto questo blu profondo bardato di stelle: recuperiamo il cielo ad alta quota, sappiamo che il maestro è nell’anima e che il dogma è intatto, non scalfito dal chiasso effimero dei “Tempi nuovi”.
 
“… La musica di Conte non può non incontrarsi con le nostre toponomastiche private, coi depositi di languori che giacciono nella nostra ferma malinconia di uomini crepuscolari”
(Vito Riviello)

Sara Di Giuseppe - 2 Settembre 2021 
 


 

martedì 31 agosto 2021

VALE MENO DI DUE BAIOCCHI DI FOLIGNO

San Benedetto.

 
Ne ha combinata un'altra delle sue: nell’alto ruolo di assessora alle Pari Opportunità, alle Politiche dell'Integrazione e dell'Inclusione e alle Politiche della Pace, baiocchia nostra torna sul luogo del delitto e straccia i 41 nastri e i 41 manifesti di donne vittime quest'anno di femminicidio.      
["Femminicidi, Italia sotto la media europea", LIBERO, 29.8, ah beh, allora...] 
 
       Quanto può valere un’assessora così? È come se un assessore al Commercio facesse chiudere tutti i negozi, come se un assessore alla Sanità trasformasse gli ospedali in concessionarie d'auto, come se un assessore al Turismo cacciasse tutti i turisti…
 
       I baiocchi non valevano granchè neanche al tempo dei papi, ce ne volevano almeno 77 per 1 ducato papale. Pur di diversi conii - di Foligno, di Ancona, di Fermo, della Repubblica Romana - per lo scarso valore d'acquisto praticamente non li voleva nessuno. Quasi tutti avevano su una faccia il fascio littorio (appunto...).
 
Quindi non c'è da meravigliarsi se, dopo quest’ultima performance in tema di femminicidio, una baiocchia di San Benedetto vale davvero poco, addirittura meno di due baiocchi di Foligno
 
 
PGC - 31 agosto 2021



giovedì 26 agosto 2021

Non ci resta che la pasta all’amatriciana

        Amatrice. Col raduno di tutti i draghi del cucuzzaro, si è festeggiato in pompa magna anche il 5° compleanno del terremoto
Presidenti, governatori, parlamentari, consiglieri regionali e anche meno, sindaci, commissari, questori, prefetti, alte medie e basse cariche militari, capi di ogni risma, pompieri, vescovi, preti e cotillons. 
Cerimoniale ineccepibile: i rintocchi di campana a morto, la tromba che suonicchia il silenzio, la corona d’alloro sfiorata da ben addestrate mani tremanti, il coro in nero che attacca - come viene, viene - con l’Alleluia, la messa allo stadio con predica a tutte maiuscole, la folla di bandiere appena stirate con pure quella europea, i medagliati stendardi e gonfaloni dei Comuni, la commovente veglia con fiaccolata… più giornalisti, fotografi e televisioni come il sale, ovvio. 
E di qua, industriali, progettisti, costruttori e (im)prenditori attentissimi, “adesso i soldi ci sono”, “non mancano i capitali, quando si tratta di spenderli male” (G. Ceronetti).
Poi il paterno colloquio con i superstiti e i familiari dei morti [“Lo Stato vi sarà sempre vicino”, notare il futuro…], le reboanti promesse declamate con quelle facce un po’ così, quelle espressioni un po’ così… (se dovessi commentarle, sarebbero tutti omissis), le cifre tonde a molti zeri della ricostruzione e della rinascita sparate senza vergogna o allungamenti di nasi.
Ma incredibilmente, ad Amatrice ancora ci credono. Battezzano ogni cosa col nome “Rinascita”, Ponte della Rinascita, Bar Rinascita, Ristorante Rinascita, magari si ritroverà ‘sto nome pure qualche incolpevole neonata. 
Ma quale rinascita: della farmacia rimane solo una cassettiera con ancora i farmaci (scaduti) e una confezione di pannolini, sul pavimento sfondato di una casa di anziani distrutta resta solo una macchinetta per misurare la pressione, di una Opel Corsa, come di altre auto, non hanno rimosso neanche le carcasse… Hanno solo sgombrato le macerie, se le sono vendute - letteralmente, pietra dopo pietra - prima che finissero di mangiarsele le sterpaglie. L’antica torre civica, inclinata, puntellata e irriconoscibile, con quel provvisorio-definitivo sgarbato tetto rosso di ferro, è l’offesa bruciante simbolo della disonestà politica della “rinascita” di Amatrice-dimenticatoio-d’Italia.
Per il resto, a parte qualche (non indispensabile) opera pubblica frutto di donazioni private e la teatrale PRIMA - e unica - PIETRA inaugurata l’altro giorno (dopo 5 anni!) da Zingaretti, “UNA SOLA GRU E CANTIERI DESERTI”, “DOPO 5 ANNI LA RINASCITA NON C’E”. Anzi, tira ovunque un’aria macabra, da 5 anni!  
Fra un anno, il sesto compleanno sarà uguale. Però l’entusiasta sindaco Bufacchi pensa già al glorioso decennale, al 24 agosto 2026, quando gli incapaci, gli incompetenti, i furbi, i chiacchieroni e i la… (omissis) di oggi e di domani completeranno (dice lui) l’opera - in tutta evidenza mai iniziata - di ricostruzione di Amatrice. Alè!
      Eppure ci vorrebbe poco per interrompere questi indecenti Festival dei Disperati. Basterebbe educatamente sabotarli. Per esempio disertarli in massa, noi gente comune, noi vittime, noi familiari, noi spettatori solo all’apparenza non paganti. Lasciarli, i politici e gli alti papaveri, soli soletti. A guardarsi tra loro stupiti perché i loro ubbidienti sudditi-votanti non ci sono. Costretti a dirsi la messa da soli, a suonarsi il silenzio e l’Alleluia, a sparlare al vento, a spromettere, a non sorridere agli applausi a comando che non ci sono. Certo che qualche paura gli verrebbe, di venire assaliti dalle colline intorno da gente incazzata coi forconi, di essere inseguiti dai lupi intelligenti, dai cani selettivamente feroci dei pastori… cose così. Ad Amatrice (anche ad Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto…) non sarebbe impossibile.
Ma non succederà. Non faremo niente, tutto continuerà come sempre. Anche dopo che loro si saranno mangiato tutto e a noi non resterà che la pasta all’amatriciana.  
 

PGC - 25 agosto 2021

 

martedì 17 agosto 2021

RIPA - Gli acquerelli con le ruote

 

È successo che gli acquerelli di Eugenio Cellini hanno messo le ruote e si sono spostati, ma non gli è servito il motore. Casa nuova l’han trovata facendo neanche 100 metri in discesa, uno storico palazzo in mattoni del Corso, un po’ trascurato che adesso pare rinato.
       Ogni anno dei suoi acquerelli di successo Eugenio faceva almeno una mostra, ma era “a tempo”. Dopo un mesetto li riportava nel suo studio-loft, tranne quelli che incantando chi li guardava prendevano altre strade. Ed Eugenio, riarmati i cavalletti, con tutto l’ambaradan di matite, pennelli e colori (più un po’ d’acqua per carburante) li rimpiazzava dipingendone altri, quasi uguali ma sempre diversi, col suo stile garbato, preciso, quieto, rassicurante.
Sicchè gli acquerelli devono avergli detto che erano stufi di fare così le loro ferie. Ogni volta due traslochi. Eugenio doveva trovargli uno spazio fisso, che fosse solo per loro, una seconda casa non di vacanza ma stabile, dove occupare comodi i muri per tutto il tempo, dove farsi guardare a tutte le ore, e soprattutto senza dover rifare i bagagli e rimettersi in viaggio finito il tempo della mostra.
Fatto.

       Finalmente gli acquerelli di Eugenio si sentono meno precari, più tranquilli, sereni, sicuri. Loro stessi lo dicono. Dalle due porte-vetrine d’epoca possono guardare le auto e la gente che passa, che già è meno scappereccia, e dar loro un motivo per fermarsi, per entrare a fare un giro tra più di cento paesaggi dipinti, respirare l’atmosfera e la musica di quei colori pre-romantici, dei pennelli, degli attrezzi d’architetto ben ordinati sui tavoli tecnici, innamorarsi dei plastici, del modello trasparente di quella barca a vela unica… Nulla dovrà essere re-impacchettato, la mostra qui rimane.
Insomma gli acquerelli di Cellini che avevano messo le ruote possono definitivamente toglierle. Anche perché, per tornare su nello studio-loft dove son nati gli occorrerebbe davvero un motore per rifare i 100 metri di salita… e non se ne parla. Quelli che usciranno da qui lo faranno per cominciare  un’altra vita in un altro posto. Vicino o lontano.
 
[Potevo dirlo meglio ma pazienza]
 

PGC - 16 agosto 2021



domenica 15 agosto 2021

Altro che “oltraggio a Bach”


CARASSAX

Festival di musica moderna e creativa per saxofono
Mario Marzi – Achille Succi 
(Bach con elementi di improvvisazione)
CARASSAI – Giardino Comunale – Sabato 8 agosto h 21


Altro che “oltraggio a Bach” - come scherzosamente Achille Succi definisce questo loro “omaggio”...


Bach li avrebbe abbracciati. Anzi, avrebbe inventato lui stesso il saxofono un paio di cento anni prima del belga Antoine J. Sax, arrangiando e trascrivendo per sax di sua mano, anche in chiave simil-jazz.
Mentre Carassai - per tre giorni d’agosto gustosamente ribattezzata Carassax - potrebbe diventare famosa quasi come quella Dinant dove Sax è nato, vista la qualità di questo Festival un po’ in sordina, ma stupefacente.
 
Marzi e Succi arrivano al Giardino puntuali come due viandanti della Francigena. Prima di aprire i loro bagagli ci guardano… è qui che si suona? Tastano la ghiaietta (scricchiola un po’), toh ci sono i leggii, le aste, i microfoni, un faro, hanno dimenticato il palco… Tanto Bach non s’incazza… quindi tirano fuori i loro 3 - 4 sax (veramente uno è un clarinetto basso color argento vecchio, più buffo del sax con quella pipetta, ma con ben 5 ottave di estensione, sarà terrificante) e attaccano subito con assaggi di musica rinascimentale e di gregoriana, tanto per prepararci alla comprensione dell’inimmaginabile che combineranno con Bach.
E infatti nelle architetture perfette di Bach innestano altre loro architetture, con fraseggi, mascheramenti, acrobazie, sovrapposizioni, inseguimenti, invenzioni sincopate e ritmiche sorprendenti. Bach pare nascondersi, talvolta quasi non lo ri-conosci. Sax che si guardano come due ciclisti in fuga su una salita, o che si inseguono perfettamente sincronizzati come quelli in pista. Di Bach saranno preludi, suite, sarabande che si trasformano ballate - che da veloci diventano lente - delicatamente.
Niente di serioso però. Marzi e Succi, che con successo suonano insieme da anni, che causa Covid devono far le prove a distanza con internet, sono due mattacchioni educati e divertenti, mica turnisti di filarmonica.
Suonano difficile, complicato, ma senza ansia, quasi giocano: fingono di andare ognuno per conto proprio, Marzi che se ne esce - in slang sanmarinese - con “questo pezzo è bello ma a me non piace…” e Succi - in modenese - “ah, c’è da spostare una BMW, targa…” e Marzi “ma sì, facciamo questo pezzo qua, lui (Mario) ci tiene…”  
L’ultimo pezzo “sacrilego” - che “potrebbe essere un oltraggio, non un omaggio a Bach” - fanno finta di non sapere o di non ricordare come finirlo,  infatti lo allungano un po’ - è una specie di ballata con l’inaspettato stranissimo accordo conclusivo detto di “tierce” o di “quarta di Piccardia” (dopo me lo son fatto spiegare, ma non sono sicuro di aver capito): dissonanza ottenuta aggiungendo una nota ibrida, che - ZAC - Bach ogni tanto usava per finire in maggiore un accordo minore, per dare un po’ di allegria… (questo l’ho letto)


PGC - 14 agosto 2021


 

venerdì 13 agosto 2021

Nicola era bravo

A 10 – 12 anni io ero già una schiappa al calcio. Nicola invece era già bravo, molto bravo.
Dopo la scuola, con la nostra banda, andavamo a giocare a pallo’ nei gibbosi campetti in fondo a via Sabotino, tra i mattoni e i mucchi di ghiaia dei cantieri. Con palle o palloni rimediati, rubati, d’emergenza, troppo pesanti, troppo leggeri, troppo sgonfi, poco rotondi, toccava accontentarci di qualsiasi corpo rotondeggiante. Ci si faceva pure male.
Ma un giorno, non ricordo come né da chi, ricevo in regalo un vero pallone di cuoio, con tanto di camera d’aria, coi lacci come le scarpe. Color cuoio grezzo, pure un po’ peloso, giacchè era nuovo.
Nicola, oh Nicola, cosa non fece: palleggi, tiri di destro e di sinistro, colpi di tacco, di testa, rovesciate, stop di piede, di petto, tiri d’effetto, a giro, a rientrare, tunnel, discese, traversoni…
Noi incantati. Io al solito in porta, tra due sassi. Bombardato.
Si fa notte e vado a riprendermi il mio pallone per pulirlo e portarlo a casa. Nicola mi guarda, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così… e noo, lu pallo’…
Succede tutto in un attimo: un baratto, il mio pallone diventa di Nicola.
Ci furono altre partite, tutte con quel pallone. Poi i ricordi si spengono. Con Nicola siamo rimasti strani amici: sorridenti ciao e basta. Ma amici veri. Ad ogni ciao io tornavo a quel felice momento del baratto, e penso anche lui.
Oggi ho rivisto ancora Nicola su quel campetto, mi faceva gol.
Ciao Nico’
                     
Gio’
 

12 agosto 2021 

 

giovedì 12 agosto 2021

ILLACRIMOR, ERGO SUM / Piango, dunque sono

 
Perché un tempo - a scuola, in collegio, al militare, nella vita - i piagnoni li si guardava storto?

Maschi “pappemolli”, “piangono le femmine”, era l’assioma. Piangere - senza esagerare e raramente a dirotto - era tollerabile solo per un lutto stretto e per faccende gravissime: tirar su col naso e poi girarsi di spalle, respirare forte, ingoiare, cercare aiuto al fazzoletto (di stoffa a righe o a quadri, di carta ancora non c’erano) per finalmente risorgere nuovo come prima… “mica piangevo”… Senza andare dallo psicologo che non c’era, eravamo come allenati a non piangere. Specie in pubblico. Si piangeva - segretamente - quando si era tristi, sofferenti, disperati, distrutti da un evento improvviso, bocciatura, tradimento, morte del gatto (io per la mia gallina nera). Si piangeva al buio, leggendo “il libro della giungla”, al cinema, nelle cabine telefoniche… C’era poca tivvù.

Poi ci siamo evoluti, con sempre più tivvù.
Cosicchè, dopo i fluviali pianti di gioia (!) delle Olimpiadi - dove ci siamo convinti che almeno quelli sul podio avevano i condotti lacrimali possenti come acquedotti romani, dove abbiamo visto mascherine zuppe e non pioveva, e non era morto nessuno - ci è toccato Messi
Messi, il Messia del calcio. Poveretto quanto ha pianto l’altro giorno il Messi, al pensiero di dover emigrare per campare, di lasciare in lutto gli amici inconsolabili, di costringere famiglia e figli allevati tra gli stenti ad abbandonare Barcellona per Parigi… E come non piangere anche noi, a quella gloriosa conferenza stampa mondiale a reti unificate, che neanche l’eterna telenovela spagnola “Anche i ricchi piangono” ci riusciva alla milionesima puntata.
       Oggi Messi già ride, meno male, che consolazione. L’usignolo-del-calcio che piangeva frignando come un usignolo, adesso festeggia e ride senza una lacrima con la nuova maglia n.30 sventolando il nuovo contratto milionario. Ma lui, dicono trionfanti i giornali in un’alluvione di saliva, è il più forte proprio perché nella sventura non ha avuto paura di piangere in diretta, senza nascondersi, senza vergogna (sic). Che uomo! ILLACRIMOR, ERGO SUM / Piango, dunque sono. Tiè!
Voi no, voi perdenti no, voi se piangete non vale. Avete presente “io so’ io e voi non siete un cazzo”?


PGC - 11 agosto 2021                   

sabato 7 agosto 2021

“CATRAME E CEMENTO”


 
Le “Fonti” di Ripa peggio della Via Gluck
 
Non siamo nella Milano del 1966 in preda a quella comprensibile ansia di costruire.
Ma Questa è la storia: non del Ragazzo della via Gluck, bensì del nostro paese quaggiù, che continua a farsi male da solo. 
Sono gli stessi ripani che violentano le loro “Fonti”, sono i politici e gli amministratori ripani che “restaurandole” (e facendole “belle”, c’è pure chi lo dice!) le massacrano, dopo aver lasciato per decenni nel più assoluto degrado il loro gioiello cinto di mura del XV sec.
Oggi, grazie a questa gente qua, ammiriamo:
 - Le lunghe gradinate in mattoni del teatro all’aperto affogate con tonnellate di cemento (verniciato al quarzo color merda, oh yes). Così l’acustica va a farsi benedire per sempre.
 - Le belle recinzioni di legno - che mai conobbero manutenzione - sostituite da ringhierine di ferro (color merda, oh yes) tenute su con degli “stop”
-  La rigogliosa vegetazione circostante rasa al suolo o massacrata con cattiveria, quando bastava di tanto in tanto saperla potare.
- E adesso, l’ultimo scempio: l’affettuosa strada brecciata che scende alle Fonti malamente sbrodolata d’asfalto, quando bastava pulirla. Un fiume nero, solidificato, che “alimenta” le Fonti.
Lavori effettuati - come sempre nel nostro territorio - con ignoranza, incompetenza e arruffoneria, rastrellando soldi pubblici e senza infrangere nessuna legge, si capisce. Perfino con l’approvazione dell’occhiuta Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche che anche lei verrà a pavoneggiarsi all’inaugurazione, a respirare catrame e cemento. Ma per una volta non morirà. Mentre noi…

E no, se andiamo avanti così, chissà /come si farà /chissà /chissà / come si farà… *

*A.Celentano, Il ragazzo della via Gluck, 1966
 
PGC - 7 agosto 2021

“For me, Formidable”

For me, Formidable *

“La vie en rose… BOLERO”
Balletto di Milano
Musiche di Ravel e Autori Vari
Coreografie Adriana Mortelliti

Villa Vitali – Fermo     2 Agosto 2021  h21.30

Viens voir les comédiens
Voir les musiciens
Voir les magiciens
Qui arrivent...
       Ch.Aznavour ,”Les Comédiens”



For me, Formidablequesto Balletto di Milano che ci scaraventa piacevolmente fuori dal tempo e dallo spazio: siamo nella Parigi della Rive Gauche e siamo nel secolo scorso e intorno ci sono loro, i mostri sacri, gli chansonniers che li ascolti ed è subito Francia. 
 
È come mettere il pilota automatico e ti ritrovi in un altrove e in un clima culturale ancora vividi, emozionanti, tra quelle voci del secolo breve a cui la danza presta il suo sortilegio e un sovrappiù di grazia divertente e ironica mescolando i toni e i registri più diversi, ma con la devozione affettuosa che si deve ai grandi.
 
Che sia l’urticante Brel che dà dei “maiali” a les bourgeois - i borghesi, ces gents-là - o canta la festa di avere vent’anni mentre la danza sul palco si fa vorticosa disegnando une valse à mille temps”; o la Piaf con la sua anima frantumata e quella voce da leggenda, o Montand che lo ascolti e t’innamori all’istante; o che sia il gigantesco Aznavour - che ti arriva dritto e forte al cuore e basta, anche se sai che è perfino “Eroe nazionale dell’Armenia”, sempre le traiettorie dei danzatori su quelle melodie disegnano un’emozione, un sogno, una solitudine, ma anche il poliforme spettacolo della vita reale che pulsa intorno.  
 
Così il rimpianto, il dialogo muto della coppia, la commozione, la ribellione aperta, l’implorazione, si stemperano ogni volta appena prima dell’acme, e una vitalissima coralità vi si sostituisce, e disegna trame narrative freschissime e leggere.
E sono tenere come il ricordo della dolce guida russa Nathalie nella voce calda di Bécaud - …elle avait le cheveux blond mon guide, Nathalie - e nella danza si affacciano, trascinati e ironiche, le danze del folclore sovietico; o sono nostalgiche come la bohème dei vent’anni e dei sogni nella voce di Aznavour e quella bohème e quei sogni significavano semplicemente, e non lo si sapeva, che si era felici, on était heureux... 
 
Formidables dunque, questi interpreti, e contagiosamente espressivi: di alto livello accademico, versatili nel fluire dall'intensità drammatica di un assolo alla sensualità della passione, dalla scanzonata ironia alla schermaglia sentimentale, allo scherzo cameratesco.


E capaci di affrontare nella seconda parte, con uguale naturalezza, quel Bolero di Ravel che una coreografia originalissima sottrae agli stereotipi pur suggestivi della danza per la quale la composizione era nata.
La ripetizione ipnotica dei due soli temi appoggiati su una base ritmica ossessiva, l’intensità sonora creata dal variare degli strumenti, dall’aggiunta e sottrazione di questi - ottoni, legni, archi, perfino il sax-tenore “prestato” dal jazz - tutto converge nel fluire ininterrotto dei corpi, nel loro incontrarsi, sovrapporsi, sostituirsi. 
Trama coreografica sensualissima che disegna le eterne e mai uguali dinamiche d’incontro e seduzione e nell’imponente crescendo esalta la solida fisicità dei danzatori, la millimetrica coordinazione, la forza primitiva del movimento.
 
Il saluto finale della Compagnia al pubblico è un’apoteosi di brio e simpatia, i ballerini sono di nuovo figure reali e non più personaggi, sono scanzonati e allegri, ci ricordano che tornare a danzare è - più che mai in questo presente difficile e ingiusto - obbedire con gioia al precetto di Pina Bausch: Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti.”
 


*Ch. Aznavour

” Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti, ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più cosa fare. A questo punto comincia la danza.”
     (Pina Bausch)
 

Sara Di Giuseppe - 5 agosto 2021



domenica 1 agosto 2021

Astor è un aeroporto


 
“ASTOR”

UN SECOLO DI TANGO

CONCERTO DI DANZA
 
Balletto di Roma

Coreografia: Valerio Longo
Bandoneon e fisarmonica: Mario Stefano Pietrodarchi
Musica: Astor Piazzolla
Arrangiamenti e musiche originali: Luca Salvadori
Voce recitante Carlos Branca

Regia: Carlos Branca

Anteprima nazionale
Teatro Rossini – Civitanova Marche
29 Luglio 2021   
h21.30
 
 
…..
                                                  .....
Vivono nelle corde e nella musica           En la música están, en el cordaje
della tenace chitarra operosa                 de la terca guitarra trabajos
che concerta in milonghe fortunate        
que trama en la milonga venturosa 
la festa e l’innocenza del coraggio          la fiesta y la inocencia del coraje.                                
…..                                                      ......
                                                          (Jorge Luis Borges, “El Tango”)

 
 

        L’aeroporto Astor Piazzolla è quello internazionale di Mar del Plata, intitolato al rivoluzionario genio musicale che a Mar del Plata era nato: cent’anni oggi sono passati da quel 1921, e non è un caso che la sapiente regia del “Concerto di danza” racconti anche questo, stasera.
Perché è l’aeroporto, oggi - come il piroscafo degli antichi migranti - la summa di ogni volo e di ogni esilio, paradigma di ogni viaggio e di ogni ritorno, e la musica di Astor è tutto questo: memoria e narrazione, impeto e struggimento, inquietudine che diventa elegia, è il tango fatto di polvere e tempo e “negli accordi ci sono antiche cose / l’altro cortile e la nascosta orditura” (Borges).
È soprattutto, in Piazzolla, il fondersi fecondo di tradizione e innovazione, è reinvenzione di un genere musicale antico e intoccabile - il tango-milonga delle origini, la sua “spavalderia un po’ malandrina”, pura sfacciataggine e pura spudoratezza nelle parole di J.L.Borges, - che si fa erudito e sensuale, si contamina con musica colta e jazz: è il tango nuevo che affonda lontano le sue radici, al modo stesso di un luminoso sfaccettato diamante.
 
Otto valentissimi danzatori, un magistrale bandoneon dal vivo, una voce recitante fuori campo: lo strumento è personaggio esso stesso e respira, procede sinuoso in tutt’uno col musicista sul palco, pare decollare e posarsi, funambolico sostiene il moto dei corpi, l’intrecciarsi e sciogliersi di questi e insieme narrano lo struggimento e la rabbia, l’amore e la forza, la speranza e il coraggio. La voce fuori campo - ascolteremo, poi, anche quella di Borges - è confessione e narrazione, dichiarazione d’amore per la sua terra, nostalgia “di quanto è stato perso e ritrovato”.
 
Della vicenda umana e della parabola artistica di Astor la danza disegna con devozione geografie e percorsi, incontri e passioni, tutto quello che - diceva lui stesso - “si ritrova nella mia musica, come nella mia vita, nel mio comportamento, nelle mie relazioni”.
Ed è viaggio vertiginoso, questa coreografia, tra continenti e culture: è il barrio violento e il suburbio porteño con la sua litigiosità e la fame, è Parigi ed è New York, è Glenn Miller e Gershwin; ed è Bach, perfino - un cardine delle rivoluzione musicale di Piazzolla - a cui la danza presta uno dei movimenti più belli della serata; è, infine, caleidoscopio di linguaggi e culture, fiume di suoni e di vita che nella fisicità degli otto danzatori in stato di grazia scorre impetuoso e spumeggia, straripa per poi raccogliersi in sé.
L’incontrarsi e il fondersi, dei corpi l’un l’altro e di questi con la musica e col respiro dell’Oceano, tutto su questa scena diviene narrazione: di amori e solitudini, di memorie e distacchi; di quel nostro essere tutti migranti: se non nello spazio geografico di certo nel tempo, al quale affidiamo il passato e il presente per ricomporre la nostra identità.
 
Taccuino di viaggio, nella centrata definizione del musicista Salvadori, quello di stasera è una creazione artistica a tutto campo: Concerto di danza che unisce tecnica rigorosa e suggestione evocativa, che plasma sulla scena la concretezza di una vita, quella di Astor, che in prodigioso tutt’uno con la sua musica parla ancora, cent’anni dopo, di un viaggio che è di tutti noi, oggi come ieri migranti in cerca di approdo.
 
Prezioso spettacolo, ricco di promesse in questa sua anteprima nazionale.
 
[Peccato questa direzione del Teatro. Incapace di comprendere (e non da adesso) che non è civile ritardare di quasi mezz’ora l’inizio per compiacere quella parte cafona di pubblico che d’abitudine arriva all’ultimo momento con nonchalance (non li vedi certo affannati, i poverini!) pur sapendo di dover fare la coda al botteghino, sottoporsi ai controlli di rito, prendere posto ecc. Intanto chi è dentro, arrivato con ragionevole anticipo, inganna l’attesa dando a sè stesso del cretino…
È elementare “educazione allo spettacolo” quella che impone, ai responsabili di un teatro o altra struttura, di rispettare l’orario stabilito (accade nei paesi civili), oltre il quale e senza deroghe i ritardatari cronici se ne andranno a casetta loro e sarà un vantaggio per tutti].
 
Sara Di Giuseppe - 1 Agosto 2021
 


lunedì 26 luglio 2021

(82) UOMINI CON IL MARE DENTRO [NESSUNA DONNA]

 Francesca Marchetti – Mostra fotografica al porto di San Benedetto


 
Adesso aspetto che Francesca faccia un’altra mostra bella come questa con (82) DONNE CON IL MARE “FUORI”.


Mogli, madri, compagne, sorelle, fidanzate, separate, vedove… Donne che faticano col mare quanto i loro uomini, solo che stanno a terra,
“FUORI” dal mare. Ma il mare lo guardano, lo annusano, lo amano e lo temono, come se anche loro lo avessero “dentro”.
Donne importanti come gli uomini, ma che restano in secondo piano, invisibili, quasi nel dimenticatoio.


Quasi sempre anche il mare se ne dimentica.
 
 
PGC - 26 luglio 2021

Fotografie di Francesca Marchetti

 

"Prospettiva" Danctis

 Inferna Danctis Orkestra

di e con
Vincenzo Di Bonaventura
Parco Arena Sisto V – Grottammare
23 Luglio 2021   h 21
 

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Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi
(Dante, Inf. XIII)
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È la poesia in musica di Battiato scelta dall’attore solista, a intrattenerci prima che il Concerto inizi, anche se niente è più lontano di questo mediterraneo parco d’ulivi divenuto “arena” dall’innevata Prospettiva Nevskij, né certo vedremo stasera un film di Eisenstein sulla rivoluzione.
Di rivoluzionario c’è molto tuttavia in quest’ora-e-mezza-quasi-due con Di Bonaventura: evento sismico che rovescia canoni e convenzioni di paludati recital; attoriale memoria “metabolica” che scaglia noi, pubblico, dentro “la più alta architettura linguistica che dal Trecento in qua mente umana abbia innalzato”(Di B.); macchina narrante e concertante che sposa il duttile endecasillabo alla sonorità percussiva del djembe e la partitura che ne nasce è tutt’uno col respiro possente del metro dantesco.
Sarà che “Hai l’Inferno dentro”, diceva all’allora giovane attore italiano – ma anche ehi, italiano, mafioso! … – l’insegnante britannico alla Scuola Internazionale di Teatro di Londra; sarà che a lui tredici/quattordicenne s’era impressa nella mente quella prof che si commuoveva nel leggere Dante in classe e piangeva, perfino, sulle parole di Francesca: sarà per questo - e certo per molto altro - che l’epica dantesca è stata poi magnifica ossessione per l’attore-solista e l’Inferno in Concerto ne ha punteggiato l’intera carriera artistica, sempre diverso, sempre unico, avanguardia già allora, trenta o vent’anni fa, come adesso, come stasera.
 
E stasera scorrono, i Canti infernali, dal primo al terzo e poi oltre, fino al settimo, all’ottavo, al nono… perché il pubblico inchiodato – dolorante - alle scomode sedie non ci pensa per niente ad andarsene, così lui continua, e con lui rischiamo di vedere l’alba dentro l’imbrunire, mentre la luna che dall’orizzonte s’alzava lenta è diventata gialla da rossa che era e ora illumina il mare giù in basso.
 
È un crescendo, il Concerto, e trascorre nell’oltremondo infernale dalla tonalità calda e sospesa dell’incontro con Virgilio al ribollente digrignante magma dei dannati che la pena sfigura; e sempre vi è, personaggio e narratore, il poeta: testimone che trasporta nell’aldilà la propria sostanza umana, la politica e la storia, l’irriducibile concretezza del reale e - in continuo trapasso dal particolare all’universale, nell’inesausta ricerca di significati assoluti - il poderoso messaggio umano e morale del poema.
Il djembe segue il verso o lo precede, lo avvolge e lo incastona nella sua ipnotica trama sonora e Di Bonaventura diviene ciascuna delle ombre cui la voce si contorce e si deforma nella pena: si fa roca e scoscesa in Francesca, dannata in eterno per quell’amore che a nullo amato amar perdona; s’inarca nel grido rabbioso o nell’invettiva furente, si fa sommessa nella richiesta dolente di Ciacco Ma quando tu sarai nel dolce mondo / priegoti ch’a la mente altrui mi rechi, s’innalza nella tragica profezia sul destino di quella sua Firenze dilaniata da corruzione e discordie; stride aspra e grottesca negli accenti irosi delle creature infernali, demoni e figure del mito antico e dei bestiari medievali.

Quasi due ore sono trascorse e dalla “più grande opera fra cielo e terra” e dal suo “testimone” ci congediamo infine a malincuore; la piccolissima Aurora balla ancora silenziosa ai piedi del palco, al ritmo del djembe e di chissà quale musica misteriosa che le canta dentro.
 
E noi: per quest’ora e mezza quasi due, con Di Bonaventura e il suo Dante abbiamo (quasi) dimenticato l’orrido palco, che li fanno grandi così per il raduno nazionale delle bande o per la festa della trebbiatura con gara di liscio; abbiamo potuto (quasi) non vedere quel suo perimetro di sbarre carcerarie coi manifesti appiccicati davanti - disomogenei e a casaccio - come alla sagra del boccolotto al ragù; l’infilata di “bandiere blu 2021” appese alle transenne, vanagloriose e stridenti con l’incuria del vialetto d’accesso; le plasticose sedie scolorite e stanche, pensate per peccatori in vena d'espiazione. 
Perfino la luna, innalzandosi, ha preferito tenersi di lato, dietro gli ulivi, ai margini di questo parco benedetto dalla natura e affidato alla sciatteria comunale che sbaglia anche il nome: quel supponente “arena”, semanticamente inappropriato a una dolcemente digradante distesa di ulivi, ed evocatore piuttosto di muscolari ludi gladiatorii.
 

 
Sara Di Giuseppe - 25 Luglio 2021


 

domenica 25 luglio 2021

"Uomini con il mare dentro" e tanto altro

 

A San Benedetto in festa, tra spettacoli di cover band e musica a palla, tra street food e processioni per uomini da spiaggia più che di mare, finalmente vedo qualcosa di degno. Sobria ma originale formula espositiva e artistica all'interno della "Festa della Marina":
 
Francesca Marchetti che interpreta con la fotografia "Uomini con il mare dentro". Il luogo e l'allestimento sono già un segno di sensibilità e progettualità non comuni. Fotografie 70x100 non poste al chiuso di strutture più o meno accessibili, con orari e condizionamenti sanitari, ma all'aperto, h24, su grate esistenti di protezione dell'area da diporto, e proprio a due passi da quelli stessi volti che si muovono e che partono per la pesca tutti i giorni che gli concedono le leggi terrene e ambientali.
 
Leggendo fugacemente il motivo di questa ricerca di Francesca (82 primissimi piani di pescatori in carne e ossa, 'solari' da invidia, senza stress come da scrivania accade), ho comunque potuto apprezzare molto il suo tributo a questi uomini di mare di oggi! contemporanei! visi e colori del mestiere, lavoro nobile e primitivo che ha fatto nascere la nostra comunità. 
 
Bella l'idea, professionale la realizzazione, creativa la location... come oggi si dice. Piazzale Pinguino, area Porto (a sud, vicino ai cantieri navali di San Benedetto del Tronto).
Spero che esca o ci sia già una pur piccola pubblicazione. Lo meritano, l'autrice come la marineria rappresentata.
 
PS: Bello che non ci siano i nomi dei marinai ma solo l'appartenenza alla 'motopesca'; meno bello che le poesie in vernacolo, a intervalli tra i ritratti, non vi siano state stampate a fianco le traduzioni in lingua italiana. Il dialetto parlato è quasi incomprensibile; scritto è ancora peggio (come una lingua straniera), anche per me. Figuriamoci per un milanese.
 
Francesco Del Zompo - 24 luglio 2021 
 
Francesca Marchetti, Uomini con il mare dentro, 23 luglio 2021


 

sabato 24 luglio 2021

UNITED COLORS OF SAN BENEDETTON


        In tutto il mondo gli spazi di lavoro e di servizio dei pescatori, come pure le loro casette vicino al mare, sono sempre pitturate di colori pastello: rosso, verde, giallo, blu, viola, rosa, celeste… colori di alta luminosità eppur rilassanti e rinfrescanti, che favoriscono la meditazione. Da Reine (Norvegia) a Cadillero (Asturie – Spagna), da Aveiro (Portogallo) alle Cinque Terre, da Valparaiso (Cile) a Burano, da Muralla Roja (Spagna) a Klima (Milos – Grecia)… I turisti corrono a vederle, perché hanno quel fascino romantico e mettono allegria.

A San Benedetto no. Le fanno nuove e tutte marron: NO UNITED COLORS.

Più di 400.000 euro per un arzigogolato caseggiato a schiera fatto di avanzi di legno e cemento, incastrato tra uno stradone a scorrimento veloce in curva e una rovente spianata d’asfalto buona per una messa papale. E tutto di un tristanzuolo marron scuro, agghiacciante come le baracche di Auschwitz ma senza filo spinato. Di certo sull’ingresso non incomberà la scritta FARBE MACHT FREI.      [Farbe = colore]
 

PGC - 24 luglio 2021


martedì 20 luglio 2021

4 architetti e 1 ingegnere per “quattro balaustre rotte”

San Benedetto T. – Lungomare centro. 
      4 architetti e 1 ingegnere (!) per riparare “quattro balaustre rotte” del lungomare e 4 mesi di lavori [6 aprile / 4 agosto], ma a metà luglio hanno appena iniziato impacchettando di bianco solo le prime vicino all’Albula. Pare un’opera di Christo.

Adesso sospenderanno per l’estate, passeranno agosto, settembre, ottobre… arriverà l’inverno. Se ne riparlerà forse a primavera, ci penserà la prossima amministrazione. Con comodo, si capisce.
 
180.000 euro ribassati a 135.000, l’impresa appaltatrice che come da collaudato (mal)costume passa al sub-appalto e la sub-appaltata che se nel frattempo non fallisce terminerà i lavori a babbo morto.
Tapini i 4 architetti, l’ingegnere e l’occhiuta
SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA, BELLE ARTI E PAESAGGIO DELLE MARCHE, che finora hanno pensato, studiato e lavorato per niente. Oddio, per niente no: come dipendenti/funzionari/dirigenti pubblici di Comuni e Regione, non hanno quei superstipendi rimpinguati annualmente da superpremi di migliaia di euro extra, come raccontano senza sdegno i giornali?
Insomma, le nostre belle e malandate balaustre liberty - protette dall’occhiuta Soprintendenza - meritavano certo attenzione affettuosa e saggia, non tutto questo vanaglorioso e mastodontico ambaradan di super-tecnici blasonati e imprese quasi straniere specializzate in sub-sub-sub-appalti.

       Ah, se le avessimo affidate a uno dei nostri vecchi ma bravi e coscienziosi muratori in pensione (dell’età circa delle balaustre, ce ne sarà ancora qualcuno) non ce la saremmo cavata con dieci/venti/venticinquemila euro e qualche birra? Oltre che molto più economico, sarebbe stato sicuramente anche un lavoro celere e ben fatto, di cui andare orgogliosi noi e il muratore. Altro che ‘ste ditte X e Y, che se lavorano male e se si sputtanano non gliene può fregare di meno.
Ma certe cose facili il Comune non le fa - e sappiamo perché - mentre la Soprintendenza non ci vede.
 
 
PGC - 19 luglio 2021