sabato 20 luglio 2013

Mikhail Baryshnikov e Willem Dafoe al Festival dei 2 Mondi: The Old Woman

Vertiginosi: così li vedo, Baryshnikov e Dafoe, mentre il teatro viene giù dagli applausi e loro corrono da parte a parte con agilità di adolescenti, 123 anni in due. C’è qualcosa di irresistibile in questa regia che adatta i testi fulminanti di un artista tra i più trasgressivi del ‘900 russo: Daniil Kharms (uno dei nom de plume di Daniil Jvanovic Juvačëv), surrealista, scrittore e poeta fondatore del movimento avanguardista Oberiu, perseguitato dal potere, condannato ai lavori forzati e all’esilio, internato nel ’41 in una clinica psichiatrica detentiva e qui morto (“morto di stalinismo, di guerra e di fame”) nel ’42, a 37 anni.
Sul palco del Menotti va in scena un travolgente spettacolo “a quadri”, intreccio di trame incongrue come tutte quelle di Kharms, testi “iperkafkiani” al cui confronto “le versioni occidentali dell’assurdo appaiono timide” (R.Guarini); allo sberleffo e allo sfrenato immaginario di Kharms danno voce e movenze, con trucco feroce e clownesco, “accordati” a sapienti scelte musicali, gli incontenibili Baryshnikov e Dafoe. Filo conduttore i tentativi dell’io narrante di comporre qualcosa (“Sento in me una forza terribile, ci ho pensato tutto ieri, è la storia di uno che sa fare miracoli… Sakerdon Mikhailovich scoppierà d’invidia”…) ma il proposito deve contendere spazi a situazioni in bilico tra sogno e follia. (Nel cortile c’è una vecchia, regge in mano un orologio da parete….”Che ore sono?” “Guardi lei stesso” ribatte la vecchia. “Non ci sono le lancette” dico io. La vecchia guarda l’orologio e mi dice “Sono le tre meno un quarto”.) I bambini strepitano in strada. (“Si sentono le grida dei monelli giù in strada. Resto sdraiato e immagino modi per punirli. Il mio preferito sarebbe quello di infettarli tutti con il tetano, in modo che improvvisamente smettano di muoversi”.
Cos’è peggio, Sakerton, i bambini o i morti?” - “Non sopporto la gente morta e i bambini.” - “Ma cosa pensi sia peggio: i morti o i bambini?” - ho chiesto. - “I bambini sono forse peggio, li incontriamo più spesso”)
Una vecchia è morta nella mia camera”: imbarazzante presenza, la sua dentiera irrompe in scena, enorme e fragorosa…(“Sì, bisogna stare all’erta, coi morti”- “Sciocchezze, i morti non possono muoversi” - “Un morto è strisciato via dalla camera mortuaria; è strisciato fino alla disinfezione e ha divorato la biancheria…ha raggiunto i reparto maternità spaventando le partorienti…”). La “potenza della cazzata di Kharms” dilaga con la forza sovversiva della risata, si trasferisce nella forza comunicativa dei due interpreti, nell’iterazione infinita del medesimo racconto: Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è sporta dalla finestra, è piombata di sotto ed è andata in mille pezzi. Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, è precipitata anche lei dalla finestra e s’è frantumata in squisiti pezzetti. Poi dalla finestra è precipitata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta. Quando è precipitata la sesta vecchia ero stufo di osservare e sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano…
I “quadri” si animano in una scenografia allucinata almeno quanto i dialoghi: finestre sghembe, che scendono e risalgono; enormi sedie, stilizzate e sghembe anch’esse; un letto impossibile piegato ad angolo; alberi con silhouette di chiome aguzze: l’essenzialità degli elementi evoca e definisce lo spazio più e meglio di qualsiasi ridondante suppellettile. Sapiente regia che fa piovere dall’alto la luce e con essa il colore che, modificandosi, modifica gli oggetti e il senso stesso della scena. Nessun dettaglio, benché minimo, è casuale: dal colpo sonoro come di martello che scandisce ogni cesura tra le parti, alla gestualità studiatamente rigida degli addetti ai cambi di scena, quasi attori anch’essi, allo sfrontato ricciolone orizzontale nell’improbabile calotta-capigliatura dei due interpreti, piegato l’uno a destra l’altro a sinistra. Un’impresa, ritrovare nel ghigno di gesso di Dafoe la tormentata faccia del sergente Elias in “Platoon”; irriconoscibili dietro la maschera i bei lineamenti russi di Baryshnikov, ma trapela la grazia del danzatore in movenze che non potrebbero appartenere ad altri…
Prima che il boato del pubblico segni il trionfo dello spettacolo e dei suoi impareggiabili interpreti, scendono sulla sala le note di Randy Newman, una struggente versione che non conosco di I’ll Be Home; il buio e le note riconducono nell’ombra i fantasmi e le allucinazioni di Kharms, poderoso interprete delle contraddizioni di un tempo ferito e claustrofobico, nel quale “unica via di fuga resta la parola e, soprattutto, la lettera, il segno” (L.Piccolo, in eSamizdat 2007, V).
Bisogna scrivere versi tali che a gettare una poesia contro la finestra il vetro si deve rompere” (Daniil Kharms)


Sara Di Giuseppe

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