giovedì 29 agosto 2013

70^ Mostra di Venezia. Al via il Concorso con “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante

Via Castellana Bandiera è il primo film italiano in Concorso. Co-produzione Italia-Svizzera-Francia, è diretto da Emma Dante e interpretato da Elena Cotta, Alba Rohrwacher e la stessa Emma Dante.
È una domenica pomeriggio. Lo scirocco soffia senza pietà su Palermo quando due donne, Rosa Clara,

mercoledì 28 agosto 2013

Gravity di Alfonso Cuarón con Sandra Bullock e George Clooney è il film di apertura della 70^ Mostra di Venezia

Gravity, il nuovo, atteso film diretto da Alfonso Cuarón, interpretato da Sandra Bullock e George Clooney, aprirà oggi (Fuori Concorso) la 70. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (28 agosto – 7 settembre 2013), diretta da Alberto Barbera

lunedì 26 agosto 2013

70 Mostra del Cinema di Venezia. Alberto Barbera: "Il perché di un festival"

Sostengono alcuni che "la storia corre, il cinema cammina, i festival segnano il passo". La sintesi, crudele, riassume una certa insofferenza diffusa nei confronti del cinema contemporaneo e di quelli che, fino a poco tempo, erano giudicati appuntamenti irrinunciabili per promuovere i nuovi film e fare la conoscenza dei nuovi autori. Ci sono sfumature maggiori nell’annotazione di Paul Schrader, secondo il quale “è un mondo che cambia. I festival sono nello stesso tempo più e meno potenti di un tempo. Lo sono di più, perché si presentano come i nuovi curatori di musei e gallerie. Di meno, perché i nuovi canali di distribuzione diretta indeboliscono l’esclusività della partecipazione festivaliera”. Chi non si fa troppi problemi è invece il pubblico, presenza fedele e costante in migliaia di festival grandi e piccoli che continuano a sbocciare qui e là, spesso rimpiazzando eventi giunti a conclusione del proprio ciclo

sabato 24 agosto 2013

Oltre il Blu JazzFest. La qualità vince sempre: Neko e Jano Quartet, due serate sold-out

Sono quattro anni che Note di Colore propone jazz di altissima qualità. Chi vuole l'usuale sceglie altre piazze, altre situazioni, altri interpreti. Chi invece preferisce l'inusuale, la sperimentazione garbata,

giovedì 22 agosto 2013

Oltre il blu 2013. Il concerto dei Neko: ci vorrebbe un commento JaZZzz

Affinché sia jazz dev’esserci poesia, affinché sia poesia dev’esserci jazz. Ancor meglio se per quinta di palcoscenico c’è la nostra affettuosa conchigliona mezzo a bagno nella fontana, e per platea l’antica pista da ballo ovale stile liberty coi mosaici “restaurati” da Adelchi. Ma poi, stasera, ci sono anche Mirò, Chagall, Folon, Picasso, Dalì, De Chirico, Cézanne, Magritte, Ray, Manzù & Co., che guardano

mercoledì 21 agosto 2013

Cuore di violino. Intervista con il maestro Luca Marziali, violinista e concertista

a.l. Inizio con una considerazione di carattere generale: quella ossia della percezione della musica da parte degli osservatori esterni e dei non addetti ai lavori come di un modo ovattato e al di sopra delle nostre più scontate realtà, un universo di incommensurabile e quasi irraggiungibile Bellezza (la B maiuscola è di Muti) eppure così decisivo nella formazione del gusto etico ed estetico di una nazione. Come la vede oggi, Luca Marziali, la musica intesa come strumento di educazione?

l.m. Sono troppo di parte. Io imporrei l’ascolto della musica classica sin dal nido e lo studio di uno strumento obbligatorio dalla scuola elementare. L’indirizzo musicale introdotto nelle scuole medie è stata indubbiamente una buona cosa. Nei conservatori Italiani siamo chiamati ad una preparazione solistica ma spesso dimentichiamo che la quasi totalità dei

venerdì 16 agosto 2013

Il suonatore di bottiglie 7 anni fa. I corsi e ricorsi storici di un osservatore non-per-caso di tutto ciò che fa cultura

L’ha mandato l’Amat di Troli? Forse è un ritardatario dei Taraf da Metropulitana, quell’aria un po‘ balcanica, che sa di musica... Primordiale e straordinario il suo “strumento”, un calcolatissimo ma leggero traliccio di ferro su ruote di bicicletta, con tanti fili: lui al posto di comando tipo Barone Rosso. Non fosse per le trenta bottiglie appese agli spaghi, l’attrezzo parrebbe un

Il suonatore di bottiglie. Dalibor Mateša: concerto per bottiglie ben temperate

Quando lo saluto mi fa quasi l’inchino, ci siamo riconosciuti. Il suo primo concerto qui fu il 2 settembre 2006, il secondo nel 2010 -‘11, il terzo ieri sera. Stesso posto stessa ora. Sempre con le 25 bottiglie-ben-temperate, anche se un paio di quelle da 33cl. ex birra Tuborg le ha sostituite con altre neutre… no, non è questione di sponsor. Senza bisogno dell’orologio, alle 18.30 in punto master Mateša si siede serissimo al centro del suo marchingegno e inizia, dopo un ammonitore sguardo panoramico alle sue bottiglie come fa un direttore ai propri orchestrali mentre alza le bacchette (martelletti, in questo caso). In repertorio Rossini, Mozart, Verdi, Offenbach, Bizet, Strauss… e Bach si capisce, l’inventore della scala “temperata” (il diesis=bemolle della nota dopo per contratto, non più o meno, ma non è così semplice, ci sono di mezzo i logaritmi). Brani classici noti e meno noti, qualcuno dai e dai fa ormai parte del nostro dna. Ma non è certo un po’ di musica colta - seppur accessibile – ad attrarre lo sfatto popolo di ferragosto, e neppure quell’insolito artigianale strumento apparentemente elementare, chi non ha giocato a casa e in pizzeria con coltello e bicchiere, o tintinnato pensoso sulla bottiglia del vino che svuotandosi via via manda suoni sempre più acuti? Temperare bene – cioè accordare a 440 hertz - 25 bottiglie però non dev’essere facile, come anche se ne rompi una mica è come cambiare una corda alla chitarra…
Secondo me, stavolta ci sono almeno altri due ingredienti magici. Il primo è l’involontario design di quest’ultima serie dello strumento: 2 semplici archi (neri) di bottiglie (colorate) appese come tasti di due ottave di pianoforte, retti da tre esilissimi supporti che sembrano disegnati. Un’installazione minimalista, una scultura teatrale, un’opera d’arte “viva” che vibra mandando suoni di vetro e d’acqua, chiari, freschi, puri. Lì accanto, il nuovissimo carrellino tecnico su ruote di bicicletta per l’attrezzatura audio, è molto professionale ma come “invisibile”: il fuoco dell’attenzione non si stacca dal maestro e dalle sue bottiglie.
Il secondo è lui, l’artista, il musicista, il creatore di quello strumento con dignità da Steinway. Personaggio di spiccata ma sobria personalità, di innati eleganza e rigore. Di studi ed educazione asburgici (penso). Certo viaggiatore per necessità e per scelta, ma altruista e riservato, istintivo, fantasioso, metodico, coraggioso. Anche quando non suona, tutto questo trasmette. Quando invece suona, concentratissimo, non si astrae del tutto,partecipa al contesto; si vede dallo sguardo, dall’espressione, dal linguaggio del corpo, dall’energia sotto controllo, dalla serenità, dal buon umore che infonde. Chi ascolta avverte questa elettricità e rallenta, si ferma, ascolta rapito, lascia una moneta nel buffo sacchetto da curato di campagna proteso a prua, e applaude convinto. Magari fuori tempo o al momento sbagliato, come in Italia spesso succede anche nei più celebrati teatri col pubblico borghese che si dà le arie… Fa niente. Dalibor sorride. Tanto la pausa tra un brano e l’altro è calcolata al secondo.

Vecchi cristalli tintinnano
nel trasandato hotel…

(Pesce veloce del Baltico - medium waltz - Paolo Conte - 1992)

Pier Giorgio Camaioni


martedì 13 agosto 2013

Notte di pizzica. Note di Colore. Una serata da ritmo convulso allo Chalet “La bussola” con la compagnia "Core meu"

Gli amici di Note di Colore ci invitano a “pizzica” e noi andiamo. Diciamolo, lo scopo di questa serata allo chalet "La Bussola", era soprattutto quello di capire il motivo per il quale il maggior esperto mondiale di pizzica, Massimo Bray, è diventato ministro della cultura del governo Letta. Poi però, non solo è cambiato l'obiettivo, ma il ministro Bray ce lo siamo proprio dimenticato. Merito del gruppo danzante (Core meu), merito della compagnia di amici e dei ricordi salentini di PiGi, ma la musica e soprattutto la danza, a un certo punto hanno iniziato a farci uno strano effetto, quasi una liberazione. Accelerata nel ritmo, la pizzica si trasformava tanto tempo fa in taranta, e assumeva le connotazioni classiche del rito etnocoreutico con il quale le tarantolate (chissà perché erano solo donne), si liberavano dal veleno del morso del ragno. La dea Arakne (e la sua storia nella mitologia greca), con tutto ciò c'entra parecchio. A parte l'incazzatura di Pallade perché la fanciulla aveva tessuto un drappo più bello del suo e quindi, per ripicca tutta declinata al femminile, l'aveva trasformata in ragno, l'impressione che si ha nel vedere muovere i passi del ballo è proprio quella di un ragno che saltella arrampicandosi sulla sua stessa tela. Il drappo tessuto da Arakne oggi è diventato un fazzoletto con il quale le ballerine catturano e avvicinano a sé il prescelto, oltre che un oggetto coreografico di indubbia grazia e gentilezza. Il ritmo è sempre lo stesso... dum, dum, dum-dum-dum, cambia l'armonia e cambiano gli strumenti solisti (ciaramella, violino, fisarmonica, chitarra, cupa cupa) ma l'effetto d'insieme è straordinario. Le canzoni narrano storie e i ballerini hanno il compito di interpretare i personaggi più diversi: la principessa, il principe, la ruffiana, l'innamorata, la pettegola e perfino la morte, la fortuna e la speranza. La pizzica è un sano tourbillon di piedi, di gambe e di gonne al vento. In alcuni momenti c'è perfino una dose di sensualità che la frenesia dei movimenti tende a nascondere ma, soprattutto nelle ballerine più tecnicamente dotate, esce fuori anche da un passo, un sorriso, uno sguardo. Fino a questa sera di pizzica non capivamo una maz... nulla. In mente avevamo l'internazionale tarantella e il più locale saltarello. Oddio, documentari, cinema e qualche servizio televisivo ce l'aveva fatta conoscere, ma osservarla dal vivo e soprattutto spogliandosi di qualche pre-giudizio (e di parecchia puzza sotto il naso), la serata è stata davvero godibile e lo sforzo del pubblico presente di tuffarsi nel mondo del ballo di san Vito, meritevole di maggiori fortune. Poco lontano, e lungo la strada del ritorno, tanto dum dum dum ma senza il dum-dum-dum. È proprio vero, noi con la dance c'entriamo come il maestro Allevi con la musica: praticamente nulla.

Massimo Consorti 

Castel Basso. Renato Minore sulla scena della letteratura

Renato Minore è uomo dai mille tratti e volti: un caleidoscopico abitante di cangianti mondi letterari che attraversa, con la consumata autorevolezza e la vorace curiosità, presto trasformata in raro acume critico, del viaggiatore dotto e consapevole. Abruzzese di nascita, anche se romano d’adozione, la Città Eterna ne ha seguito la parabola crescente sia come studioso di letteratura, che come saggista, scrittore, poeta, giornalista a capo della terza pagina nazionale de “Il Messaggero” e docente esperto di questioni vicine alla comunicazione mass-mediatica.
La serata, nell’incontaminato palcoscenico di Castel Basso, delizioso paesino del teramano ancora bagnato dal fascino intatto e sereno dei borghi italiani (in cui Minore ha fatto un viaggio - assieme al giornalista Simone Gambarcorta e alla scrittrice Lucilla Sergiacomo - all’interno del suo universo di uomo di lettere) ha messo in risalto proprio questa sua tangibile e prioritaria vocazione all’eclettismo di genere. Minore non ne fa un mistero; né lo riduce ad un eccesso di protagonismo, a lui indifferente. La poliedricità intellettuale è un fatto connaturato alla sua dimensione di indagatore e “speleologo”, direbbe lo scrittore richiamando Caproni, nel senso di chi misura, interpreta, scandaglia e plasma gli svariati materiali di studio per farne un unico denso grumo di senso. Questo vulnus fondamentale lo ritroviamo in uno dei due grandi filoni che caratterizzano la sua produzione - intendiamo la carriera da recensore o critico letterario - visto che l’esegesi dei testi non si risolve certo, per Renato, nel racconto o la produzione di emozioni generate spontaneamente dalle suggestioni di un incontro fugace ma procede per un lavoro di indagazione ed ascolto che, maturando nel tempo, offre squarci nuovi ed orizzonti di senso vivificanti: ovvero un surplus di interpretazione che affonda le proprie radici tanto in una dimensione esteriore - la forma più evidente - quanto in quella interiore dell’opera - le strutture portanti che la innervano.
La poesia in fondo - l’altra direttrice del discorso autoriale - conferma Minore nell’ansia di ricerca sempre rinnovata da parte di chi si accredita, per dirla con Starobinsky, munito di un provvidente “diritto di sguardo”, così da restituirci i profili di una realtà finalmente disvelata, portata ad un grado di luce diverso da un “intelletto creativo”, quello del critico, mosso unicamente dal bisogno di mettere il lettore all’interno dei molteplici movimenti di illustrazione della realtà da parte della letteratura. Dallo spirito “ungarettiano” delle origini, la metà degli anni Sessanta, alle poesie più sperimentali degli anni Settanta ed Ottanta, con “Non ne so più di prima” ad esempio, trascorre un tempo che vede Minore impegnato in un discorso variegato e poliedrico, portato su direzioni diverse anche se centrato attorno ad un disegno di fondo unitario ed omogeneo: il confronto serrato con la realtà attraverso il rapporto mutevole tra il sé e l’altro. Non a caso i suoi poeti di riferimento risultano le voci problematiche e sofferte del Novecento che hanno avvertito l’imminenza e l’incombenza dei cambiamenti e li hanno adattati al dettato poetico, sottoposto a continui processi di ristrutturazione tanto stilistica quanto concettuale. E’ il caso di Andrea Zanzotto, per Minore uno dei più complessi e dotti poeti del Novecento italiano, eppure capace di rivelarsi con una maggiore immediatezza di toni e sentimenti. Un manipolatore di generi e registri che ha saputo condensare, nelle incandescenze di una lingua destrutturata ed implosiva, gli scenari inquietanti di un’umanità lacerata, convulsa, segnata da profondi rivolgimenti. Ugualmente potrebbe dirsi di Giorgio Caproni, il cantore di liriche appassionate e, assieme, delle aporie del moderno in uno stile rivisitato, prosasticamente spigoloso ed aspro nella modulazione di una sintassi poetica dalle cadenze sorprendentemente innovative.
In fondo come mi diceva lo stesso Renato, la poesia è il banco di prova della sua carriera di scrittore, il laboratorio incessante delle idee, il cantiere con i materiali finemente abbozzati da assembrale, la spina dorsale del suo versante più avanzato di ricercatore irrimediabilmente ammalato di cupio scribendi. Ecco allora le esigenti scommesse, il tono sempre ravvivato dalla felicità della parola che, nel momento stesso in cui si enuncia e rischiara, brucia veloce la sua fiamma per lasciare i bagliori di un logos rigenerante. Come la barchetta di Flaiano, l’amico confidente, nel suo ultimo documentario Oceano Canada, tratta dalla carta strappata di un taccuino di viaggio e presto abbandonata ai flutti di una cascata d’acqua. Insomma, lo stesso intatto candore, lo stesso preciso, pervadente senso di friabilità ravvivato dalla coscienza della scrittura come atto di potenziamento dell’essere, slittamento di possibilità verso una verità ricomposta e suggerita, coltivati nel silenzio e nel lavoro paziente di scavo.
In fondo le sue opere romanzate per eccellenza sulle vite dei poeti (Il Leopardi del 1987 - finalista al Premio Strega, vincitore dei premi Castiglioncello e Capri assieme al “Rimbaud” del 1991 - premio Selezione Campiello) vogliono trasferire su un piano narrativo ora più carezzevole - come per l’usignolo di Recanati - ora più spezzato - come per il ribelle di Roche - le cadenze di “illuminazioni” rinascenti, il gioco chiaroscurale dell’animo umano finalmente riscattato. “Bugie di poeti” per sfuggire alla girandola del tempo riconoscendo intatta dignità al valore dei ricordi e alla purezza del sentimento.

Alceo Lucidi

domenica 11 agosto 2013

-70% (2). Libreria Mondadori: giustizia è fatta. Sì, col microscopio

Proprio vero, da queste parti: basta che l’ultimo dei sudditi denunci ai sovrani una piccola anomalia, che quelli prontamente intervengono e ristabiliscono l’ordine. L’ingiustizia viene sanata alla fonte. Chiunque sia il trasgressore, non si guarda in faccia a nessuno. Così quel timoroso suddito si sente compreso e utile, non un semplice gregario da spennare, non un numero, o peggio un votante. Quando 6 giorni fa scrivevo che la titanica MONDADORI, con quella aggressiva moltitudine di cartelli -70% che foderavano esterno e interno del negozio, poteva involontariamente ingannare i clienti, perchè la monnezza oggetto di quel fantastico ribasso giaceva solo nei suoi paurosi sotterranei senza finestre, francamente non credevo che mi dessero retta. Invece è successo!

venerdì 9 agosto 2013

I “nostri” artisti di strada: Malassortiti Gypsy Jazz Band e un Concerto Volante con... le barbe

Non hanno niente dei Blues Brothers, eppure mi ricordano loro. Non hanno abiti neri cappelli e occhiali da sole, ma graziosi berretti di Provenza e barbe geometriche tinta unita. E certo non sono usciti di prigione, né vanno suonando in giro a raccoglier fondi per salvare dalla chiusura qualche orfanotrofio di Chicago. Se sono fratelli, improbabile che si chiamino Jake e Elwood. Uno tiene sempre in bocca un mozzicone di sigaretta, o un piccolo sigaro (tabacco marca Lucky Strike), l’altro no. Suonano belle ma strane chitarre acustiche dal rosone ovale - “a spalla mancante” o cutaway, mi suggerisce l’esperto Max von UT - e il piano della cassa acustica del chitarrista non fumatore è leggermente a diedro.

mercoledì 7 agosto 2013

Se a Benigni (il Roberto premio Oscar), "Piace UT"...

Sarà anche una sciocchezza, però ci ha fatto piacere. Roberto Benigni ha cliccato "mi piace" sulla nostra pagina di FB. Uno dice: "Sì, va beh, allora?" Allora niente, resta il piccolo fatto che per gli uttiani sempre sensibili alla poesia e a un certo tipo di mondo, l'apprezzamento di Benigni significa molto. Insieme agli altri 312 amici, estimatori, collaboratori e fan sparsi in ogni parte del mondo (qualcuno anche su Marte), il clic di un premio Oscar forse qualche significato ce l'ha. Inutile, fra poeti e amanti della poesia, la distanza è davvero una piuma al vento e una nota nell'aria.

Ingegno e Poesia (2) [Giuliano R. - “Carriola a motore” / Parcheggiata al circolo velico “Amici del Mare” - Grottammare]


Giuliano l’ho sorpreso a parlarci, con la sua carriola-a-motore. Il vecchio motore non ne voleva sapere, hai voglia a tirare la leva. Come si diceva in questi casi ai tempi di babbo, dopo aver scalciato all’infinito peggio di un mulo,s arà lu carburatò, s’ha ‘ngolfàt, s’ha spurcàt lu ciclè… Smanettamenti vari, altri tentativi inutili, macchè, non parte. E parole, parole, parole, e spurghi, e soffiate sul ciclè (forse cicler, dal francese?), finchè all’ultimo disperato tentativo, d’improvviso, Tun Tun Tu-Tu-Tun… Giuliano mi guarda e sorride, la bacerebbe la sua carriola. Provala, mi fa. Che emozione, come guidare una dondolante 2CV a Londra al tempo dei Beatles, quel macchinoso cambio contromano con le 3 marce non sincronizzate che non entravano mai…
Poi la sua creatura me la faccio “raccontare”, e ci sarebbe da scrivere un libro. Come l’ha pensata, dove ha scovato i vari pezzi, come li ha modificati, adattati, mescolati, il tempo “perso” per costruirsi la felicità.

Luca Farina al Salone Sartarelli. La mostra dell'Angelo dai mille volti

Scrive Alessandra Morelli sulla cartolina che accompagna la “piccola” esposizione di Luca Farina: “Il legno come supporto epidermico e levigato. La carta come fibra e trama tattile dell'immagine fotografica. Il colore come contaminazione sciamanica e rivelazione. Il senso della materia è completo e mobile. È un equilibrio vibrante di spinte e reazioni di bellezza alchemica e concettuale. L'artista punta lo sguardo e poi schiude col corpo la sua prospettiva di compasso, aperta, circolare, protagonista nell'opera come le linee, le colle, le polveri”. La “piccola” mostra di Luca Farina ha una location inusuale: il salone di una parrucchieria, la Sartarelli di via Laberinto. Per la cronaca, una delle vie più vecchie di San Benedetto del Tronto. La via dei marinai e dei pescatori, con le case basse, piccole, un piano-una stanza, una appoggiata all'altra per risparmiare un muro e per dare il senso di una collettività solidale unita, nel bene e nel male nella festa e nei lutti, dal mare. Non c'è neppure una locandina che segnali l'evento. Però basta dare un'occhiata dentro, attraverso i riflessi della vetrina, per vedere le opere di Luca Farina sistemate negli spazi disponibili.

martedì 6 agosto 2013

Sesso. Istruzioni di volo. Alessandra Faiella e “Sesso, grazie, tanto per gradire”, monologo di Jacopo Fo, Franca Rame e Dario Fo

Un tavolo da cucina, gli ingredienti per il minestrone (sedano, cipolla, pomodoro e cetriolo), una grossa radio all’angolo e lei, Alessandra Faiella, seduta al tavolo, tagliuzza e addenta qualcosa, per noia, o disperazione, come avrebbe fatto ogni casalinga di cinquant’anni fa dentro un abitino stinto. E, nell’assemblare gli ingredienti, l’espressività di voce e di corpo di cui è largamente dotata, la circonfondono di splendore e simpatia tali da conferire giustizia a una bellezza senza tempo. Non solo, ma anche la causa alla quale si è votata: divulgare i contenuti dell’atto unico scritto da tutti e tre i componenti la famiglia Rame-Fo, di cui lo spettatore più accorto può distinguere il linguaggio funambolico e originalissimo proprio di Dario Fo e le riflessioni di Franca Rame sul tema. Il testo, che è anche un manuale per il “buon uso”, entra subito in medias res, procede e si conclude senza allusioni o infingimenti, con lo scopo di arrivare subito al punto. Dopo secoli di oscurantismo in materia, qualcuno ha rotto il muro dei tabù, usando le armi dell’ironia e della comicità. Infatti il pubblico, abbastanza numeroso in sala, comunque mai abbastanza per eventi di tale portata, ha riso alle lacrime, come è accaduto ogni volta che lo spettacolo è stato replicato.

sabato 3 agosto 2013

Futura Festival “Burrocrazia”. Roberto Ippolito: “Ignoranti”

Torrido questo pomeriggio di luglio africano al tramonto, ma Ippolito non sembra accusare stress da afa, nel suo casual di scarpe da tennis rétro, giacca e camicia (nera, quest’ultima: “il lutto per la cultura”, scherza, ma non tanto). Si apre in leggerezza: alcuni brani iniziali del suo “Ignoranti” strappano risate pur se amare, e ci si vergogna un po’ per ortografia e grammatica saccheggiate da candidati a concorsi pubblici (laureati) con vocazione al raddoppio consonantico (ddu’ consonant is megl che uan?): così se la parola burocrazia scatena angosce nell’immaginario dell’italiano medio, burrocrazia evoca certo scenari più morbidi; così “spazi” divenuto spazzi rivela forse nell’io profondo del candidato un bisogno di spazio e… pulizia.
Casi esilaranti e raccapriccianti, spie di ignoranza crassa e profonda, democratica perché non risparmia i “dotti” cui si demanda la stesura di prove concorsuali o di maturità, i quali possono “scambiare” Quasimodo per Montale, o impostare tracce di prove scritte su un’errata interpretazione di versi montaliani (Maturità 2008).