sabato 19 gennaio 2019

EVVIVA IL TERREMOTO

        Ascoli Piceno 15 gennaio 19, sindaco Castelli: Se riusciremo a dimostrare il rapporto causa-effetto, con i fondi del sisma sistemeremo la Curva Sud dello Stadio Del Duca: con 5 milioni si potrebbe rifare anche la copertura della Tribuna Ovest. E farò appello al Commissario per ottenere fondi del sisma anche per le chiese comunali, quelle della diocesi li hanno già avuti. (sic)

        La notizia, raccolta con soddisfazione dai sudditi e diffusa dalla stampa ai quattro venti, ha fatto - come si dice - il giro del mondo. Senza un soprassalto di sdegno, un battito di ciglia, una timida obiezione, unombra di perplessità, un fremito di vergogna. 

Nessuno - giornali (e figurati), comuni cittadini, chiesa, enti, istituzioni, circoli, associazioni, bocciofile - che abbia obiettato (con garbo ma anche no) su questa intenzione scellerata di dilapidare i fondi stanziati per il terremoto, già cronicamente insufficienti, sfilandoli con destrezza a chi ne ha vitale necessità e urgenza. 

        Ascoli per sua fortuna è stata solo sfiorata: scosse tante, ma danni relativamente pochi da un sisma che nella montagna vicina ha cancellato paesi e comunità; tragedia della quale ciò che resta è ancora colpevolmente affogato nelle macerie; abitanti divenuti profughi erranti o sardine in scatola, in lager di casette tardive e pericolose, inospitali e malsane (eppur pagate come ville perché non sia mai che in Italia non si lucri sulle disgrazie).

        Ma certo Castelli per mestiere deve curarsi della sua Ascoli, e abbellirla, migliorarla: quindi perché non sventolare scale Richter per rastrellare agilmente denari e denari da buttarci su? 

        Ed essendo fuor di dubbio che lo stadio (in manutenzione perenne) ha vibrato per il terremoto - e proprio la Curva Sud e il tetto della Tribuna Ovest, pensa tu -  così come è certo che le chiese comunali si sono crepate spaventando i santi, ora basterà solo dimostrare il rapporto causa-effetto e giù milioni a cascata per gli interventi indispensabili irrinunciabili urgenti al grido di dio-lo-vuole e il-calcio-lo-vuole. Tutto secondo le regole, si capisce.

        Poi ad Ascoli, dove lelettorato C.& C. (Calcio & Cattolici) ha la maggioranza, si vota. E quale migliore Campagna Elettorale, che rifare lo Stadio e qualche chiesa? Meglio ancora se con furba enfasi mediatica. 
Evviva il terremoto.


PGC -  18 gennaio 2019


giovedì 10 gennaio 2019

Fatti più in là, fatti più in là, fatti più in la – a – a

        Non ci sono più le patriottiche Sorelle Bandiera di Renzo Arbore, ma laltra domenica mi è sembrato di sentire tanti, ripani e non, ri-canticchiarla (come anche in tutti gli altri giorni) quellallegra canzonetta, passeggiando o parcheggiando in Piazza Donna Bianca de Tharolis a Ripatransone

       Si riferivano al brutto monumento ai caduti della prima guerra mondiale - completo di arrugginito cannone asburgico come un giocattolone ai suoi piedi - campeggiante al centro della piazza, tanto invasivo e ingombrante quanto stonato nellarmonia delle quinte architettoniche delle costruzioni circostanti. Da tempo si pensa di spostarlo un po più in là ma non si fa, e non se ne capisce il motivo.

        Eppure non è difficile immaginare quanto diversa e migliore sarebbe, questa storica grande bella piazza, senza il monumento in mezzo. Nessun altro paese qui intorno tranne, forse, Offida può vantarne una allo stesso livello: ma qui non ce ne curiamo, anzi la maltrattiamo usandola quotidianamente come disordinato parcheggio e saltuariamente per disagevoli fiere-mercato.

        La sua posizione di indiscussa centralità rispetto al paese; la mirabile forma poligonale-circolare, contornata dai pregevoli edifici storici del Municipio, del Palazzo del Podestà, dellantico Teatro Mercantini e dalle tipiche basse case ripane; il pavimento senza asfalto ma in pietra con disegni geometrici a raggera, dalla dolce inclinazione naturale che ne farebbe una meravigliosa platea di teatro allaperto (anche lacustica non dovrebbe tradire): ce nè quanto basta per considerare un delitto lasciarla ancora decadere così a causa dellimpiccio di quel monumento.

Il quale, nulla togliendo alla sua rispettabilità, potrebbe facilmente essere traslato solo di una quarantina di metri in altro spazio libero che non solo cè già ma pare fatto apposta. E che si valorizzerebbe da solo, diventando unestensione panoramica della piazza verso ovest, con tanto di monumento ai caduti - benché brutto - e cannone cecoslovacco inoffensivamente puntato verso i Monti Sibillini. 

        Invece tutto è congelato: nonostante tutti sembrino daccordo - addirittura cè anche il progetto - non si fa nulla, al grido ormai logoro Il Comune non ha una lira, dal suono stonato di un disco rotto. Ma non abbiamo una Banca? Eddài!

Eddài, che poi per linaugurazione chiamiamo Renzo Arbore & C. che ci suonano Fatti più in là


PGC -  10 gennaio 2019


giovedì 3 gennaio 2019

La mia sete


OFFICINA TEATRALE 2018/19

Più che l’amore
da Gabriele D’Annunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura, Simone Cameli
e il Gruppo Aeoidos

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  30 Dicembre 2018  h17

LA MIA SETE

        “La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar”: le parole di Corrado al fraterno amico Virginio dicono la febbre bruciante di conoscenza e scoperta, la rivolta contro “l’ordine che mi opprime”, contro le “risposte ambigue, i sorrisi prudenti e vili” che l’Italietta dei burocrati e dei ministeri oppone alla sua ansia di volo.

        Vive ancora stasera, con il gruppo Aeoidos (ed è riscrittura scenica ogni volta diversa, testo dis-fatto e ri-creato dalla macchina attoriale), la tragedia dannunziana dal destino più ingrato, la meno rappresentata tra quelle dell’artista il cui “teatro di poesia” fu tuttavia la folgore destinata a scuotere dal profondo i codici drammaturgici della tradizione. 

        Sono al di là di noi, i poeti, dice Di Bonaventura, sono malati di speranza: D’Annunzio - come Ibsen, come Strindberg – ha lo sguardo rivolto al ‘900, come loro addita allo smarrimento dell’uomo d’oggi un ideale o una realtà possibile; ma la tristizia dei contemporanei volle vedere, nell’Ulisside protagonista, la ferocia del colonialismo e non piuttosto – in Corrado Brando - l’antitesi del superuomo, l’eroe inconciliabile col modello societario che lo ingabbia, destinato alla sconfitta dall’improponibilità del suo stesso sogno. 
“Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole - scrive D’Annunzio a Vincenzo Morello - egli ha già su di sé l’ombra di un’ala, che non è quella della Vittoria”; e lo paragona all’Aiace sofocleo, già perduto al suo apparire sulla scena, “disperato di vivere, già dato al Buio”. 
        
        L’attrazione dell’inesplorato, il perpetuo desio della terra incognita che è nei Caboto d’ogni tempo (“Sono della razza dei Caboto” dice Corrado all’amico), utopia di un mondo altro e diverso, è il fil rouge che dall’antieroe dannunziano giunge all’oggi lungo il percorso del secolo breve. 
E  Corrado Brando non è lontano se non per cronologia dall’informatico De Andrade che “sotto l’erba dei campi da golf” (Fabio Cavalli, 1993) esplora incessantemente i meandri del sottosuolo nella certezza di un “mondo di sotto” popolato da un’umanità ribelle e felice: universo utopico alla cui conoscenza lo spinge l’insofferenza per la disarmonia di cui è parte, stirpe di Caino come l’intera specie umana destinata alla nostalgia dell’innocenza perduta, e che nell’Utopia cerca orizzonti di virtù e bellezza.

        “Cerco la mia libertà” dice Corrado, nella vita che “per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento” ma anche ”necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un’idea, una riva, un essere caro”. Non è la gloria il suo orizzonte, ma la lontananza, la “vocazione d’oltremare”, toccare il suolo di “quelle regioni incognite ove l’uomo crede di sentire sotto di sé la totalità della Terra”.

         Balenano alla memoria le cicogne in volo sull’ Uèbi, ancora gli par di sentire il fischio dell’aquila pescatrice: nel tormento febbrile, nella frenesia quasi dionisiaca di Corrado, i due amici rivedono se stessi davanti al Mosè michelangiolesco che da studenti ogni giorno visitavano nella penombra di San Pietro in Vincoli; “…Mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra”, su quel marmo in cui Michelangelo aveva imprigionato tutta la tempesta, gli scrosci e i turbini dell’anima. 
E il ricordo è già commemorazione di ciò che non può più essere raggiunto, né la sete dell’eroe potrà estinguersi ai pozzi di Aubàcar: è un ritmo funebre quello che accompagna Corrado come un’ala silente.

        “Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa”: a Corrado non bastano la devozione dell’amico Virginio, la limpida forza del suo intelletto, i gesti e le parole della consuetudine, il legame fraterno; nè lo trattiene Maria nel dono totale di sé (Ella torna come Alcesti dal regno profondo), il suo fremito di leonessa ferita e l’annuncio della nuova vita che nasce in lei: Corrado è già “oltre l’amore e oltre la morte”, il crimine commesso - come la follia di Aiace - rende la morte “necessaria”. 
L’errore immobile che legge nei suoi occhi conferma a Maria il presagio del sogno (Pareva venuto non so che autunno di sotterra…), imprime eco profetica alle parole del libro offertole dall’amico Marco Dalio: “Io piango perché l’Amore non è amato…”

        È al sardo Rudu, il devoto servo isolano partecipe come un Coro greco della solitudine dell’eroe, che questi rivolge l’ultima preghiera “In ogni primavera (…) accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe, e non mi dimenticare nei tuoi canti”. E nulla più ormai - per “il vincitore di Olda”come per Aiace – potrà “interrompere la corsa dell’eroe verso la tenebra”.


Sara Di Giuseppe - 2 Gennaio 2019











mercoledì 2 gennaio 2019

Metti un tigre nel Comune

Mostra di Mario Vespasiani Le cinque tigri mistiche 

Ripatransone 
One Lab Contemporary
23.12.18 20.1.19


         Chissà se balena anche nellimmaginario pop di qualcun altro, ma come entro in Galleria [One Lab Contemporary] mi torna in mente in un flash quel famoso e fortunato slogan della Esso anni 60. Certo, una tigre a Ripa te la puoi immaginare al massimo incontrando un solitario gattone fra la sterpaglia delle Fonti”… Figurati cinque. Qui non è il loro ambiente.

        Per Mario Vespasiani invece è facile: lui le tigri, con sprezzo del pericolo, le dipinge. Nel suo studio ne ha addirittura cinque, in questi giorni. Niente gabbie o sbarre o stupidi giochi al grido del domatore. Le cinque tigri se ne stanno buone ma vigili lungo i muri, pensose. Ti guardano con insistenza, con quella faccia un po così, quellespressione un po così

Magnifiche come lo sono tutte le tigri, ma queste di più, mica sono fotografie. Le senti vive, quasi fossi in Africa. Ti sposti e loro ti seguono con lo sguardo, e se provi a sostenerlo i tuoi occhi vanno in tilt, quasi in fuori-fuoco. Non trovi neanche strano che alcune di loro abbiano doppi occhi!

        Mario attinge alla fantasia come farebbe un bambino ma con ispirazione e mestiere dartista: così ecco i due occhi in più, e quei musi di tigre (meglio sarebbe dire volti) irradiano allinfinito forza e poesia, passione e mistero, amore e timore, paura e sogno

      Tecnicamente si potrebbe dire che lartista ha prodotto un immagine aumentata. Ed è linvenzione che caratterizza la mostra, ti avvicina al misticismo di cui la tigre è portatrice ab antico, al simbolismo delle cinque tigri mistiche protettrici dellordine spaziale e dominatrici del caos.

        E comunque la tigre non devi spiegarla, anche un neonato sa cosè. Metafora universale e vincente, lo era perfino in quellindimenticata pubblicità di Carosello, bucava lo schermo, piaceva anche alla tua macchina. 

        E piacerebbe a quella del Comune, qui a Ripa, bisognoso con urgenza di un tigre nel suo motore.


PGC - 31 dicembre 2018