venerdì 12 luglio 2013

Il solipsismo di Vincenzo Di Bonaventura. “La storia della tigre” di Dario Fo. Ieri. A San Benedetto del Tronto. Chalet La Bussola. Di fronte al mare

Quando siamo arrivati, lui, Vincenzo Di Bonaventura, era già nella sala della Bussola, curvo sui cavi, i microfoni e i bonghi da collocare e tarare per lo spettacolo.
Via via, sono arrivati gli altri spettatori, a gruppetti, attratti dalla qualità degli spettacoli proposti da Note di Colore. Si sono salutati e, con un sottile senso di spaesamento, si sono seduti compostamente per l’imminente cena di vongole e pesce fritto (annaffiata con un delicato vino in brocca). Lui, Vincenzo, allestito il suo “spazio essenziale”, si è appartato per rientrare poco dopo in sala, nel suo abito nero di scena, ed è venuto a sedersi al nostro tavolo,
conversando del solipsismo, secondo cui “le leggi provengono dagli strati più interni dell’individuo, pertanto hanno una credenza e una validità molto più veritiere di tutte quelle regole che altri individui avrebbero stabilito per conto nostro” (fonte: Wikipedia). Infatti, nella vita, come nel teatro, Vincenzo Di Bonaventura dà espressione alla voce più profonda e intima di se stesso. Il suo è un processo antico di autenticazione di sé, ma anche di ricerca meticolosa delle tecniche vocali, mimiche e gestuali più consone al suo modo di essere e di fare teatro. I suoi maestri d’ispirazione infatti sono Jacques Lecoq, Dario Fo e Carmelo Bene. I risultati di questo lungo, quotidiano lavoro sono eccellenti.
Giunto al microfono, Vincenzo ha fornito una breve spiegazione dell’opera di Fo: l’autore, durante un viaggio in Cina, ha sentito che c’erano delle assonanze tra la lingua cinese e il dialetto lombardo-veneto e, affascinato dalla figura della tigre, ha scritto il testo che racconta dell’incontro tra un guerriero e una tigre. Il guerriero è costretto a fermarsi e abbandonare l’armata cinese perché ferito ad una gamba; la tigre, anziché sbranarlo, lo guarisce a furia di leccate sulla parte lesa. Vincenzo Di Bonaventura ha utilizzato non il dialetto lombardo-veneto, ma il grammelot marchigiano-abruzzese, e ha interpretato tutti i personaggi del testo di Fo, passando agevolmente dall’uno all’altro. Dialetto e italiano insieme, toni e timbri deformati al limite del possibile, ruggiti di animali, contorsioni della bocca e del volto, gestualità, il tutto per creare un sapiente effetto caricaturale ed espressivo in un ritmo sostenuto, per un’intera ora. Uno spettacolo pirotecnico ed esilarante. Tutt’altro che noioso, a dimostrazione del fatto che la profondità di un testo si può sposare con il divertimento. Morale della favola? La tigre è la forza di ciascuno di noi, la forza interiore che può guarire anche dal più mortifero dei mali. Come dire: guarda in te, guarda nel profondo di te stesso, sii solipsistico e troverai non solo la forza, ma anche occhi adatti per assaporare la bellezza.
Vincenzo Di Bonaventura, in scena, ha fatto tutto da solo e, da solo, dopo aver caricato gli attrezzi del “mestiere dell'attore” nel suo furgoncino, se ne è ripartito, come il protagonista di La Strada di Federico Fellini, per un altro viaggio della vita e del teatro.
Lo abbiamo salutato insieme al mare, un po’ meno composti e un po’ più forti della forza della tigre.


Maria Teresa Urbanelli

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