giovedì 20 dicembre 2018

L'oboe Sommerso

[Oboe, questo sconosciuto]

Berlin Philarmonic Oboe Quartet
Musiche di Mozart, Schubert, Francaix, Halvorsen
Teatro “La Perla” – Montegranaro
16 Dicembre 2018  h 17,30
 

(…)
Un òboe gelido risillaba
gioie di foglie perenni,
non mie, e smemora
;
(…)

[S. Quasimodo - Òboe Sommerso]

 
        L’oboe è strano e lo si conosce poco. Nell’orchestra quasi non lo distingui. Mescolato agli altri fiati di legno neri, quando tira fuori la voce non è che ti entusiasmi, aspetti che passi: un suono leggero come di campagna, senza vibrato, asprigno, perforante, di lunga gittata ma tutt’altro che forte. Ermetico, ecco.
 
        Sembra fuori luogo accanto all’elegante pattuglia di violini viole e violoncelli. Difatti sta in disparte, in seconda-terza fila. Tanti direttori, quando serve un solista, più praticamente gli preferiscono un secondo primo-violino, un flauto, un clarinetto…
Perfino difficile, oggi, trovare oboisti convinti. Mettici anche la fatica nel suonarlo: a dispetto della sua “vocina” labile e strozzata (e neanche tanto estesa), l’oboe pare sempre assetato d’aria. Richiede tanto fiato, polmoni capaci, quindi ci vuole il fisico. [Eppure qui Christoph Hartmann, oboista-di-Germania, un gigante non è, se non in bravura…].
        Forse uno strumento troppo antico l’oboe, un optional nella musica moderna, se non c’è non muore nessuno [perciò pare sommerso]. Il Jazz non lo vuole.

        Ma stasera il protagonista principale è lui. Nulla togliendo ai suoi tre superlativi compagni di viaggio - viola, violino, violoncello - tutti nientemenoche Berliner Philarmoniker. Compagni di viaggio si fa per dire: il Dir. Art. Francesco Di Rosa - montegranarese oboe solista alla Scala e a Santa Cecilia, WOW… - ci racconta, nell’intervallo, del loro arrivo in ordine sparso, di corsa e in maniera quasi rocambolesca: chi da Bruxelles, chi da Monaco via Ancona (ci vuole coraggio…), chi da Roma, in aereo, in treno, in macchina… e dopo questo concerto ripartiranno radialmente per destinazioni diverse, come se niente fosse.

        Repertorio: Settecento e dintorni, Mozart e Schubert (più una passacaglia per violino e viola di Johan Halvorsen, forse non indispensabile ma graditissima). Cose da oboe, ovvio. Ma da dove spunta questo novecentesco semisconosciuto pianista-compositore Jean Francaix? Niente paura, per una volta è un programma di sala ben fatto a illuminarci sull’eccezionale autore di innumerevoli originalissime composizioni non solo cameristiche, che prevedono anche un nuovo strumento: il corno inglese. Voilà. 
        Chi, tapino come me, credeva che il corno inglese fosse quella specie di tondeggiante strano corno da caccia - dorato o argentato - che si suona tenendo una mano “dentro” l’ampia campana, era in errore. Come me era rimasto a Bach, o a troppi film con cacce alla volpe…

        No invece: il corno inglese è sempre un oboe ma “contralto”, stranamente somigliante al primo ma più grande e pesante, con la campana inferiore dalla buffa forma “a cipolla” che pare un campanile austriaco capovolto. “Suona una quinta sotto e ha un’estensione più grave” – ci dice De Rosa, e lo sentiamo – ed è ancora più faticoso da suonare. Ma Hartmann non fa una piega, anzi sorride di più…

        Un concerto raffinato, piacevole, istruttivo. Grazie a dio non natalizio. In un bel teatro, accogliente (sarebbe perfetto con un po’ di caldo in più…) e con pubblico preparato.
Sorprendente e arioso anche fuori, questo “La Perla”: il fresco enorme mural / trompe-l’oeil che ne arreda e ritma l’intera facciata mette di buon umore, scaccia il freddo, ingentilisce il formidabile paesaggio collinare a 270 gradi… Ah, ce ne vorrebbero molti altri di bei murales, a mitigare l’orrore edilizio della Montegranaro “moderna”.


PGC - 19 dicembre 2018


lunedì 17 dicembre 2018

"Mozzacchio" ®

Da Spelacchio a Mozzacchio: la triste sorte degli Alberi di Natale


     Può un nostro giovane albero finir peggio di uno di quegli abeti rossi della Val di Fiemme stroncati a migliaia dal vento elefante? (per dirla con Paolo Conte)

     Cerrrto che può, se capita nelle grinfie di Babbo Natale a San Benedetto.

     Non solo il tronco mozzato malamente. Ma pure brutalizzato con cunei battuti a martellate per tenerlo in piedi morto, impalato in piazza su un cubo di cemento, con le lucine cinesi - più tristi di quelle del cimitero - buttate a casaccio fra i rami. 

     Lhanno subito chiamato Mozzacchio ®. Gli piangono accanto i salici-piangenti scelleratamente segati a novembre
       
     Un posto allegro, Piazza Matteotti.

     Nessuno si meraviglierà se la giostrona finto-ottocento che per tre mesi (!) ci delizierà a pagamento, vorrà ogni tanto intonare una marcia funebre.


PGC - 16 dicembre 2018 


sabato 15 dicembre 2018

Personale viaggio in "Elegie scalze" di Giorgio Voltattorni M.

La mia ultima raccolta, breve sequenza poetica, “Bestiario umano” (da cui, grazie all’ormai scomparso Marcello Centini, nacquero un CD musicale e un recital) è del 1991. 
Dunque sono trascorsi ben 27 anni: un’eternità quasi, una mezza esistenza. Da allora sono successe tante cose, sia sul piano personale che collettivo. 
Il Mondo, sotto molti aspetti, è completamente diverso e neppure io sono quello di prima; quell’assetto geo-politico è destinato a non riproporsi mai più, ma le spinte contrastanti di oggi non lo rendono affatto più pacifico e ordinato. Non so se la poesia ha gli strumenti adeguati per restituire tanta complessità e inquietudine. Sarebbe già molto se riuscisse a gettare un po’ di luce in qualche angolo buio della nostra vita. Ecco, la vita. (...)

Così scrive nelle sue prime righe di presentazione della raccolta poetica Giorgio Voltattorni M. Quindi, dopo molti anni di 'meditazione' inespressa in stampa (a parte i diversi suoi saggi e critiche d'arte pubblicate su autori importanti come Carlo Marchetti, Nazzareno Agostini, Valeriano Trubbiani e di numerosissimi testi sparsi nel web), Giorgio, così come l'ho sempre chiamato, ritorna a raccontarci della sua vita, con i suoi dolori e le gioie, mettendo tutto nero su bianco. Poetando, come pochi che conosco, quando, attraverso il testo, ci restituisce il suo mondo, fatto di acute osservazioni che ci riguardano, ci coinvolgono, condito di affetti, di amori perduti e di nuovi conquistati. Omaggi, lutti e ricordi nitidi, ancora capaci di farlo e farci riflettere.

In tre sezioni, L'araldo clandestino, Rime facili ed Elegie scalze (che ne dà il titolo), Giorgio Voltattorni squarcia il tempo trascorso creandone un insieme, come nel 'diario' della vita, dove ogni pensiero si lega e segue l'altro, e ogni emozione ne viene compresa.

"Elegie scalze", ai profani come me, potrà sembrare una sorta di ironica sottolineatura dell'abbandono malinconico o del ritrovarsi a riconsiderare la propria esistenza sotto un occhio più scanzonato e leggero. Però ho l'impressione che la 'nudità' di queste poesie sia un segno nel voler ri-provare e ri-leggere i propri ricordi sotto un'emozione diversa, a nudo, scarni di eccessive trepidazioni, rivedendo il proprio passato sotto una luce meno intensa ma sempre scaldata dalla parola, la sua, abilmente evocativa ed emozionante.

Giorgio si chiede a proposito del Mondo (che sta per la vita - n.d.r.): "se la poesia ha gli strumenti adeguati per restituire tanta complessità e inquietudine." Forse qualche filosofo o grande intellettuale potrebbe azzardare una risposta convincente. Impossibile per me rispondere. Di certo, senza, non ne capiremmo la bellezza.

Non resta che provare a farne un personale viaggio, aprendone le pagine e tuffarsi nella lettura.

Francesco Del Zompo - 15 dicembre 2018

Elegie scalze, di Giorgio Voltattorni M.
Con brevi contributi e dichiarazioni di: Palo Annibali, Luciano Bruni, Giorgio Carini, Marco Fazzini, Enrica Loggi, Piero Marconi, Filippo Massacci, Tullo Pigrile, Lorenzo Spurio, Valeriano Trubbiani.Cura editoriale: Francesco Del Zompo, Ediland Edizioni per info: voltattorni.giorgio@gmail.com




L'amore è uno stregone

PAOLO CONTE
Cinquantanni di azzurro

Teatro Europaditorium Bologna
11 dicembre 2018    h21

Lamore è uno stregone

… l’amore è uno stregone un fuoco
isterico magnifico
carezza di una mano che semplifica
           (“Elegia”- P. Conte, 2004)


       La vecchiaia può portare anche un po di follia, dice in unintervista recente. Vero, se come la sua - classe 37 - è abitata dal genio; se vi troviamo intatti la poesia e lironia, la fantasia e il realismo magico di un indomito novecentista errante per il quale il tempo forse non esiste; se quella sua musica distilla ancora sullattualità frettolosa melodie e ritmi saldamente radicati nellidentità culturale europea del ventesimo secolo. 

        I suoi 50 Anni di Azzurro sono anche qui, condensati in questora e mezza, nel teatro al completo, nella voce sghemba dello chansonnier, fra il pubblico che alla prima nota riconosce ogni brano nei geniali arrangiamenti e si abbandona alle sue vibrazioni o lappoggia a momenti del proprio vissuto.

        E tutto il meglio è già qui, in quel percorrere stili e generi e ricomporli in lampi di prestigiatore. Forse perché è anche pittore, Conte disegna in testi e in note il suo reale e il nostro: sciabolate di luce, ellissi di parole, abbozzi che aprono allimmaginario e sembrano piantarti lì in sospeso, come certi gatti o certi uomini / svaniti in una nebbia / o in una tappezzeria; lascoltatore è servito, a quel filo può agganciare la sua toponomastica privata, srotolarne un capo e riavvolgerlo a piacimento, ritrovarvi commozioni e allegrie, un tempo fatto di  attimi / e settimane enigmistiche

        Sul grande palco niente effetti speciali, niente dei barocchismi con cui i mediocri di successo farciscono il nulla. La sobria sapienza delle luci basta a dar risalto ai musicisti superlativi alle sue spalle, ai solisti che a turno lo affiancano in preziosismi senza ostentazione; lui, è il maestro che sembra suonare in un club per pochi amici, la voce ruvida e scoscesa che conosciamo, trascolorante dal recitativo al canto e viceversa, lo sberleffo gracchiante ma elegante del kazoo (il buffo strumento che dopotutto è rimasto la mia orchestra preferita); e lorchestrazione sontuosa che nel conclusivo Diavolo Rosso si dilata in una frenesia di percussioni e corde, in superbi assolo di sax e poi di violino e poi di fisarmonica ad evocare voci dal sole e altre voci altri abissi di luce / e di terra e di anima 

Musicisti talmente storici e in tale simbiosi che non stupirebbe se oltre a suonare vivessero anche insieme, e che in quindici formano un orchestra vera e completa.

        Le parole dondolano pigre tra poesia e prosa, sublime e quotidiano, o rapide volteggiano nel recuperare il cielo ad alta quota, maliziose occhieggiano dietro la porta del pomeriggio

La musica le contiene in tanghi e milonghe dalleleganza di zebra, in blues che virano in tango, rumba oallegria del tango, e in jazz naturalmente (Sono un ragazzo del dopoguerra, la generazione degli amanti del jazz); ne fonde il meglio in accordi, arrangiamenti, tempi e risonanze, evoca più che descrivere, e sempre va a smuoverci qualcosa nel profondo. 

        Poesia allo stato puro, è stato detto della musica di Conte; ma anche che non cè bisogno di chiamarlo poeta e di dargli questa pesante aureola in più  E certo non servono etichette al multiforme troviere che in musica disegna il colore di unepoca, e di questa il quotidiano e laltrove, il tinello marron e le palme inquietanti e inquiete, la provincia universale coi suoi umori e i suoi miraggi devasione, dove i ballerini aspettan su una gamba / lultima carità di unaltra rumba

        Che siano enigmatici ed ellittici o realisticamente ancorati allo spazio fisico - un tram, un albergo, un taxi più un telefono più una piazza - nei testi affiorano memorie e attese, il duplice binario del sogno e del quotidiano su cui la vita corre, deragliando a volte. 

        Ci si incontra - ci si ama forse - ma  sempre lamore balena come distanza da colmare, viaggio da intraprendere o fuga - Via via, vieni via di qui / niente più ti lega a questi luoghi - È gioco dazzardo - perché volersi e desiderarsi / facendo finta dessersi persi - è sogno o intuizione come la notte, come il Mocambo; lamore è uno stregone: cerca rifugio nella lontananza, lo sovrasta il presagio della delusione - certe parole sanno di pianto / sono salate, sanno di mare E latto damore è un eros effimero, lampo fuggitivo senza storia.

        È sobrio e caldo il congedo di Conte dal suo pubblico che in piedi lo applaude; una comunicazione intima e profonda ha pervaso tutto il concerto, ogni parola in più sarebbe di troppo. Bisognerebbe tutelarlo come patrimonio dellumanità un incontro così, assaporato nello spazio accogliente e arioso di un teatro, in composto entusiasmo senza scalmanati chiassosi feedback da star a pubblico.

        Ci resta quella musica, la sua, quei cinquantanni di azzurro chepuoi portarti in tutti i viaggi come un libro prediletto di poesie.

Sara Di Giuseppe - 13 dicembre 2018


venerdì 7 dicembre 2018

Italiano diffuso


(Convegno su “Albergo diffuso” a Ripatransone.  Il linguaggio, le veline)

       Che il giornalismo locale accolga acriticamente le veline facendone copia/incolla senza badare a linguaggio, contenuti, errori e orrori, è noto.
       Recente e luminoso esempio, quello di Ripatransone e del suo Convegno su “Albergo Diffuso”, annunciato da gran rullo di tamburi giornalistici, atteso con interesse e curiosità.

       Ben a ragione: l’esperimento, felicemente attuato con intelligenza misura e gusto da quasi vent’anni in Comuni turistici dell’Abruzzo montano - Santo Stefano di Sessanio e dintorni - lascia sperare il meglio.

Finalmente una località pregevole sotto ogni aspetto, come Ripatransone, si adopera per superare l’attuale catalessi.


       Poi se ne legge il resoconto, o meglio  la velina del comunicato ufficiale, dalla stampa locale.

Generare esternalità positive; migliorare l’appeal del brand a Ripatransone; contestuale avvio della roadmap di implementazione del Modello a Ripatransone; presentazione della Case History legata a tale approccio turistico; formazione professionalizzante dei portatori di interesse (portatori d’interesse? come portatori di handicap?): è appena qualche stralcio di questa esemplare forma di comunicazione. Tralasciamo gli errori (che siano refusi o altro, andrebbero almeno “controllati”) e l’andamento sintattico dell’intero comunicato, il periodare più lungo e soffocante d’un boa constrictor. 


       Ci si chiede come possa venire alcunché di buono da amministratori, tecnici, esperti, responsabili economici e politici, decisori a vario titolo, la cui comunicazione si affida a un linguaggio tanto surreale e anti-italiano quanto pacificamente riprodotto sui quotidiani senza un sussulto d’intelligenza.

       E da una stampa che ad un’informazione critica antepone il supino copia/incolla di pompose veline planate dalle stanze dei bottoni e mascherate da cronache, ignare di italiano, farcite di rimasticati anglicismi, astruse nella sostanza e indigeribili nella forma.
Che non avverte la necessità/dovere/professionalità di chiarire ai propri lettori ciò che è del tutto assente nel testo velinato con solerzia: l’esatto significato di “Albergo diffuso”, quali ne siano i precedenti vicini e lontani, le aree geografiche che ne hanno beneficiato, la filosofia e la valenza culturale, come si attui nel concreto (sgombrando magari il campo dai fraintendimenti di chi pensa che Albergo Diffuso sia solo un altro nome della formula B&B).


       Quale educazione può mai venire al lettore comune, ai giovani, ai colti e agli incolti, a chiunque insomma, da un simile giornalismo-megafono?

       Albergo diffuso” rischia allora di essere un’utopia, in tale contesto e con simili premesse, così come qualsiasi buon progetto che non muova da una comunicazione limpida, rispettosa dell’intelligenza e della capacità critica del pubblico, e da un “italiano diffuso”, lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.

Sara Di Giuseppe - 6 Dicembre 2018 




domenica 2 dicembre 2018

Piacerebbe a Fellini

[Ex stadio Ballarin: la nuova immagine di San Benedetto coi pupazzi del carnevale]


         Non solo la forzata demolizione del vecchio stadio BALLARIN è un grattacapo per lAmministrazione: cè anche, non da poco, lo sfratto dei carri del Carnevale dagli orridi capannoni (attaccati alla tribuna del Ballarin) che per decenni hanno immiserito lingresso nord di San Benedetto dal lungomare.

         Oggi, senza quei capannoni e con i carri lì allaperto come una scolaresca in libera uscita, il piazzale non è certo peggiorato, anzi. Dal sembrare una discarica, con le oscene vele pubblicitarie parcheggiate abusivamente sullo sfondo dei capannoni stracciati e il grigiore cementizio intorno, adesso almeno appare allegro e simpaticamente buffo, pur acciaccato bruciacchiato rintronato. 

         Sembra il set di un film di Fellini: vivo, fantasioso, grottesco, paradossale, favolistico, pieno di immaginazione e poesia. Anche se immobile e svaporato, come un pezzo di pellicola sfuggito al rogo [proprio ieri alcuni pupazzi raminghi si son dati fuoco per la depressione].

         Arrivandoci a piedi, in bicicletta o in auto, pur con gli impicci quotidiani in testa, ti viene spontaneamente il sorriso, ti rassereni, vai quasi in ricreazione come se entrassi in un cinema confidenziale dove danno ancora La Strada con la soave Gelsomina e il rozzo Zampanò e i giocolieri e lo sputafuoco Oppure afferri ricordi di carnevali lontani, quando i carri ti divertivano coi loro sberleffi politici e ogni spettacolo ti appariva magico Era un neo-realismo giocoso, luccicante, a colori 

         Propongo di lasciarli lì i carri, allaperto, con tutti i giganti di cartapesta al loro posto. Che siano solo rimessi in ordine, riverniciati, ripuliti da ammaccature, ragnatele, vecchiaia. 

Illuminateli. Saranno per tutti uno spettacolo gratuito inconsueto affettuoso intelligente. 

         E San Benedetto per puro caso avrà, almeno lì, un biglietto da visita migliore.

 PGC - 1 dicembre 2018 

mercoledì 28 novembre 2018

Perdere la testa

OFFICINA TEATRALE
GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Salomè

da un testo di 
Oscar Wilde

Riscrittura scenica di   
Vincenzo Di Bonaventura

con 
Vincenzo Di Bonaventura - Simone Cameli
e il gruppo teatrale Aeoidos

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
25 Novembre 2018  h17

 PERDERE LA TESTA

       Comè buio laggiù Somiglia a una tomba: è forse lunico momento, nel dramma di Wilde, in cui Salomè sembra un essere umano e non la mantide perversa, lunare e macabra, la bête monstrueuse dipinta da Moreau. 

È vertiginosa, la tenebra di quella cisterna-prigione dalla cui profondità la voce del profeta Iokanaan grida poderosa e incompresa. E nellopera che Strauss compose sul testo di Wilde (grazie a dio senza adattamenti librettistici) è il tuono di cinque contrabbassi allunisono, che ne trema lorchestra, a suggellare il brivido di Salomè.

       Di questo discorre Di Bonaventura col suo pubblico prima dello spettacolo, e di altro ancora: della versione cinematografica di Carmelo Bene (1972), per esempio  - catarifrangente e allucinata (M.Vignolo Gargini) - che a Venezia suscitò un putiferio (I veneziani in frac mi sputavano addosso Evitai il linciaggio, narrava lo stesso Bene).

Non era andata molto meglio a Wilde, nellInghilterra vittoriana e bacchettona - poco dissimile da certe italiche atmosfere, non solo di ieri - se il suo dramma (1891) si potè lì rappresentare per la prima volta solo nel 1931. 

        È rassicurante la chiave di lettura che lega al clima decadente di un preciso periodo storico la ripresa nellarte, e in molteplici forme, di un personaggio - Salomè - che appare piuttosto come figura archetipica e dunque universale, compendio di fantasie e immagini custodite nellinconscio collettivo più di quanto si sia disposti ad ammettere, e che solo la grande arte col suo potere catartico può metterci in grado di affrontare. 

Forse per questo Salomè - misto dangelo inviolato e sfinge antica per dirla con Baudelaire - ha attraversato tempi e culture, sperimentato ogni forma artistica, percorso tutte le sensibilità, fino ad esplodere nellarte del XIX secolo come vera ossessione maschile

Da perderci la testa. Ed è quella di Iokanaan il profeta, ad esser servita realmente su un vassoio dargento, immolata allerotismo degenere, alla perfidia, allinfantile collera di Salomè. 

        Nella riscrittura odierna la scena, già scarna in Wilde - Unampia terrazza nel palazzo di Erode - è solo uno spazio vuoto: si direbbe occupato unicamente dalle traiettorie degli sguardi - di Narraboth e del Capitano delle guardie, di Erodiade e dello stesso Erode - rivolti alla luna e da questa a Salomè: ciascuno in modo diverso stabilisce unidentificazione tra Salomè e la luna, premessa ad una sorta di legame dionisiaco e misterico che avrà nella danza il suo epilogo, come un rito pagano che esiga il suo finale tributo di sangue.

        Fulcro della dinamica centripeta che converge su di lei attraverso gli sguardi, ancor prima che ella compaia fisicamente in scena, Salomè è figura lunare e insieme sepolcrale (per Narraboth, suicida per amore di lei, la luna sembra una principessa dai piedi dargento ma è anche come una donna morta, si muove così lenta), e linsistito simbolismo selenico richiama miti antichi e timori ancestrali (pure nellOtello shakespeariano È colpa della luna, quando più savvicina alla terra, rende gli uomini folli ). 

E Salomè, che per Iokanaan ha perso la testa (lei sì, solo in metafora) e ne è resa quasi folle, di lui dice Certamente è casto come la luna.

        La posta del gioco erotico e perverso è comunque il potere: quello per il quale Erodiade plaude alla richiesta scellerata della figlia che la libererà dun pericoloso antagonista e implacabile accusatore; quello soprattutto, spietato, che Salomè è conscia di esercitare su chi le è intorno (Non mi hai voluta, Iokanaan. Mi hai respinta. Mi hai detto cose infami. Mi hai trattata come una cortigiana, come una prostituta, io, Salomé, figlia di Erodiade, principessa di Giudea! Guarda, Iokanaan, io sono ancora viva, ma tu sei morto e la tua testa è mia). 

Per questo è tragedia materialistica del desiderio la sua, e non tragedia d'amore.

        Quella luna che sera fatta rossa (Guardate la luna!  ... È diventata rosso sangue!) si spegne sullordine di Erode, Uccidete quella donna, dopo aver posato il suo ultimo raggio su una Salomè sanguinaria e mostruosa e sul suo folle Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca

      Ed è forse un riscatto, o solo linsostenibilità dellorrore, il gesto conclusivo del tetrarca di Giudea, cui Di Bonaventura ha offerto tutti i colori e le sfumature di una personalità ambigua, contraddittoria, spesso grottesca, sintesi d'ogni fosca tirannide: il ghigno lussurioso e la petulanza ridanciana, la miope arroganza (Non ho paura di lui, non ho paura di nessuno Non lautorizzo a risuscitare i morti...) e il confuso isterico sgomento (Sento nellaria come un battito dali, un battito dali gigantesche). 

        Tra la Salomè dei Vangeli, adolescente vittima delle istigazioni materne, e la fredda incantatrice lunare, Wilde sceglie questultima. Che appartenga allesasperata sensibilità decadente di unepoca o che getti una luce universale sugli abissi dellinconscio umano, è anche nella voce di questa tragedia che ritroviamo - su questa scena ammaliante e ipnotica - il Wilde artista geniale che cambiòla mente degli uomini e il colore delle cose risvegliando limmaginazione del suo secolo; e lesteta prodigioso, soave nella coerenza del proprio sentire, che alla miseria dei legulei incalzanti perché rispondesse alle accuse infamanti, oppose il suo gigantesco inimitabile: Non so rispondere a prescindere dallarte.


E ogni uomo uccide la cosa che ama, 
tutti lo devono sapere

O.Wilde, La ballata del carcere di Reading


Sara Di Giuseppe - 28 novembre 2018


martedì 20 novembre 2018

La sostanza dei sogni

William Shakespeare

Sogno di una notte di mezza estate
(Sen Čarovné Noci)

 Regia Daniel Spinař

Národní Divadlo
(Teatro Nazionale)
PRAGA   10 novembre 2018   h 19


 La sostanza dei sogni

e alla sommità del mio amore mi sembra di cadere
schiacciato sotto il peso della sua potenza

Shakespeare, Sonetto 23


      Devessersi infine abituato, il barbaro non privo dingegno, alle riscritture del carismatico suo Sogno, innumerevoli nel tempo. Ne sarà stato anche compiaciuto, quando i manipolatori si sono chiamati Granville-Barker, o Reinhardt, o Brook; certo se nè incuriosito, quando il cinema e perfino il fumetto se ne sono appropriati.

     Ma capitando oggi a Praga potrebbe avere una robusta crisi didentità fino a chiedersi restando in tema - sogno o son desto? 

Perchè la pirotecnica versione del regista Daniel Spinař per il Národní Divadlo (Teatro Nazionale) non solo riduce al minimo il testo originale (come dicono sia abitudine del regista) e dunque a poco più di metà le canoniche tre ore, ma di peso trasferisce il classico in una modernità quasi psichedelica, e il dramma comico diviene esplosione di forza vitale, girandola di virtuosismi, danze, effetti visivi, comicità, spettacolarità: roba da 21° secolo.

Chi non conoscesse lopera - già complicata di suo - faticherebbe a raccapezzarcisi, e certo resta sorpreso chi non si aspetta una riscrittura scenica così audace; lo spettatore della poltrona accanto sembra aver ingoiato cemento, tanto è rigido, ma dopo la prima mezzora giurerei daverlo visto sorridere 

       E se poco è conservato della poetica e delle atmosfere magiche del testo originale, di allegria ce nè davvero tanta in questa notte pazza e moderna: fin dallapparire, nel prologo, delle due coppie Ermia e Lisandro, Elena e Demetrio vestite (sì, anche gli uomini) in uguale bianchissimo romantico abito da sposa, corredato da marcia nuziale di Mendelsshon. 

Caduta ogni ambientazione tradizionale, niente palazzo né bosco incantato, nella scenografia di Henrich Boráros, ma a delimitare lo spazio solo unalta tribuna da cui scendere e salire, pannelli bianchi attraverso i quali entrare e uscire di scena e, dominante in quella che dovrebbe essere la foresta fatata, un enorme circense trampolino elastico

      I tre piani narrativi della commedia - le imminenti nozze fra Teseo principe di Atene e Ippolita regina delle Amazzoni, la confusione amorosa nel bosco popolato di fate e folletti, le prove degli artigiani/artisti per il loro volenteroso sgangherato Piramo e Tisbe - nei soli 100 minuti dello spettacolo subiscono unaccelerazione vertiginosa che mette alla prova lenergia fisica e le doti acrobatiche degli interpreti e certo non induce cadute dattenzione nel pubblico; gran parte del quale avrà intanto rintuzzato le iniziali perplessità per godersi lo spettacolo e lindubbio talento degli interpreti (gli applausi finali e le numerose uscite lo testimonieranno).

       Il repertorio degli equivoci indotti dalla scombicchierata magia del folletto malandrino, i conseguenti cambiamenti di attitudine reciproca dei quattro innamorati, tutto è declinato nel ritmo caotico, parossistico degli inseguimenti: su e giù da una ripida scala, dentro e fuori improbabili sacchi a pelo, perfino saltellanti sullattrezzo elastico. 

Opposto alle atmosfere pop che inquadrano i giovani amanti e quasi a spegnerne i bollori, è lintermittente apparire del microcosmo fatato di Oberon, grande tessitore dincantesimi, e di Titania regina delle fate: intorno a Oberon dal volto coperto da una maschera dorata, intorno alla leggiadra aerea Titania la cui chilometrica chioma è sostenuta da muscolosi danzatori caricaturalmente effeminati, si ricrea quel mondo al confine fra materiale e immaginario questo sì, vicino alloriginale - che esteticamente richiama quello fantastico delle allegorie rinascimentali.

     Agli eccessi visivi e caricaturali si torna con la bizzarra famiglia di artigiani/attori, fasciati in aderenti tutine rosso fuoco e infilati in giganteschi cuori di peluche - rossi, va da sé - modello Festa di San Valentino. 

     Grottesco oltre lumano nei suoi mutandoni ad altezza variabile, e orecchie come Yoda di Guerre Stellari, ma vero mattatore della scena, è il folletto Puck (strepitoso talento il suo interprete, Michal Kern): è lui, con lintreccio folle e spesso crudele dei suoi equivoci, a rappresentare lingovernabile causalità con cui gli umani si incontrano e si amano senza possibilità di controllo. 

       Se sostanza ideologica e filosofica del Sogno è il grande interrogativo su ciò che abitualmente definiamo realtà e su quale valore di verità possiamo attribuire ad essa, qui lazione scenica si delinea più marcatamente come teorema dellamore che in un mondo in disordine può essere la chiave per rimettere tutto a posto (Tim Robbins), a dispetto della sua precarietà e intima vulnerabilità.

      Sappiamo che il gioioso finale shakespeariano, mentre scioglie la condizione di confusa illusorietà in cui i personaggi hanno giocato il proprio ruolo, lascia in loro tuttavia il dubbio se ciò che hanno vissuto sia stato sogno o esperienza reale. A noi, dubbiosi e divertiti, non resta che affidarci allinaffidabile spirito folletto, al mentitore e ribaldo Puck, e credere alle parole - forse vere forse no - del suo commiato: Perché questa storia dogni logica è fuori / noi altro non voffrimmo che un sogno.

"Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti 
i sogni, e la nostra vita è circondata dal sonno"

W. Shakespeare


Sara Di Giuseppe - 18 novembre 2018


venerdì 16 novembre 2018

“SLOVANSKÝ TEMPERAMENT ”

DumkaCoreografia, Ondřej Vinklát
Aspects: Coreografia, Katarzyna Kozielska
Perfect example: Coreografia, Andrej Kajdanovskij


Nová Scéna - Národní Divadlo


PRAGA   
9 Novembre 2018  h 20

TEMPERAMENTO SLAVO
 
         Affianca le linee neorinascimentali del Teatro Nazionale, la sagoma d’ispirazione cubista della “Nova Scena” che di quell’ottocentesco Teatro, patrimonio Unesco, è parte aggiunta e pienamente integrata.
I 4000 mattoni in vetro soffiato dell’involucro esterno sono la “lanterna magica” che riproduce all’infinito il pullulare di vita lì fuori e sono, insieme, metafora della modernità del suo repertorio, contrappeso armonico – sorta di concordia discors - alla solida tradizione culturale e identitaria del magnifico Teatro lì presso.

         Così anche “Temperamento slavo” (Slovanský Temperament) è coreografia che genialmente contempera storia e presente, introspezione e dinamiche collettive, enfasi e minimalismo. Le tre diverse creazioni - di altrettanti giovani, affermati coreografi - convergono per traiettorie distinte verso il nucleo tematico che le aggrega: la “slavitudine”, felice amalgama di fermenti culturali e radici identitarie, tradizione e modernità.

         Dumka, Aspects, Perfect Example: i tre quadri in cui lo spettacolo declina il tema dato, disegnano percorsi di emozioni e umori, di sentimenti e passioni rapidamente cangianti dall’ironia allo struggimento, dalla solitudine alla coralità, su un tessuto musicale che trascorre dal lirismo classico alle sequenze ritmiche di musica elettronica ad alto tasso di decibel.

         Dumka - dall’ucraino duma (in origine “pensiero”) - è passaggio musicale che soprattutto in Dvořak enfatizza l’alternanza malinconia/euforia: qui è flusso melodico che inquadra le geometrie dei corpi, i movimenti ora lineari ora spezzati, i repentini cambi di direzione, lo scomparire e il trasparire dei ballerini dietro i cinque specchi mobili sulla scena, in un tempo convulso che non ha spazio per la continuità e l’armonia.

        La coreografia minimalista e introspettiva di Aspects  - su musiche di M. Richter, E. Bosso, N. Frahm, H. Górecki, A. Korzeniowski - disegna un paesaggio dell’anima che gradualmente si fa narrazione, e il solipsismo della danzatrice chiusa in lirico assolo si scioglie nell’abbraccio dei corpi che ritmicamente si affollano su di lei quasi a sommergerla.

        “Politico” è l’impianto di Perfect Example, nella prospettiva storica e insieme universale della manipolazione e del potere, della facile sottomissione a un obiettivo di “perfezione” imposta e irraggiungibile.
I ballerini sono una collettività di grigi automi, umanità indifferente e depersonalizzata: in una coreografia che molto ricorda Pina Bausch, e anche Kylián, su una scena nuda che scopre le apparecchiature teatrali, “espressionisticamente fasciati in una bendatura cerebrale”, essi rispondono con moti incontrollati agli impulsi sonori e alle scariche elettriche che li paralizzano.
L’appoggiarsi all’altro è il lampo di umanità che a tratti balena per subito richiudersi nell’apatia; è solo nel riconoscimento della lingua, elemento imprescindibile di libertà e identità - nodo centrale della cultura slava - che avviene il riscatto, e il finale si espande in una coralità luminosa ed emozionante.

         Declinabile in gran varietà di modi e contesti, il tema del “Temperamento slavo” incrocia qui il punto di vista e il talento dei tre straordinari coreografi - rispettivamente ceco, polacca, russo - ed è ripensato, ad altissimo livello di progettazione e di esecuzione, con ironia, consapevolezza, profondità.

         E certo è anche ”temperamento slavo” - meglio sarebbe dire “civiltà” - il bel teatro gremito di pubblico motivato: adulti di ogni età e molti giovani; la puntualità cronometrica di inizio e fine (anche nell’intervallo); l’assenza di poltrone di prima fila riservate ad “autorità” non paganti, e di autopromozionali discorsi di sindaci e assessori; l’acquisto a distanza del biglietto al prezzo netto, senza ladreschi “diritti di prevendita”…

          Altro “temperamento”, altra cultura, altro pianeta.


Sara Di Giuseppe - 15 novembre 2018





mercoledì 7 novembre 2018

Mancava il 7° Cavalleggeri

San Benedetto, con un’azione di forza sgomberate
le “Palazzine SANTARELLI.


        Ci dormivano abusivamente - neppure dentro, ma in un paio di sgangherati container all’esterno - ben 4 (quattro) stranieri neri, che avevano pure allestito un gabinetto (non proprio di design) in giardino. Ma nel perimetro delle “palazzine” - trapela dagli inquirenti - bivaccavano addirittura in sei o sette. Impressionante: un vero esercito [immigrati, cui imputare alcune malefatte locali rimaste in sospeso, torneranno comodo…].


        È stato un “blitz in grande stile” - recitano le entusiastiche apologetiche veline - “un’azione congiunta di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, più due Dirigenti Comunali [Urbanistica e Lavori Pubblici], alcuni Funzionari Comunali e i potenti mezzi di PicenAmbiente.

        Mancava solo il Settimo Cavalleggeri, insomma. Peccato, perché “Major General” Custer lui sì che ci sapeva fare coi “ribelli”. Anche se i nemici di oggi non si chiamano Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Coda Chiazzata, Coltello Insanguinato e non difendono coi denti il proprio territorio sacro; sono vite senza nome, umanità scartata bisognosa di un tetto, poveracci rifugiatisi in un non-luogo che l’intoccabilità di disinvolti imprenditori e l’imbecillità servile e collusa delle amministrazioni ha eretto a monumento cittadino di inciviltà e degrado.
 

        Le “Palazzine Santarelli”, dunque: nome leggiadro e improprio per il monstrum cementizio che la bassa politica della città ha finto d’ignorare per decenni. Salvo intavolare ciclicamente trattative-di-scambio col costruttore (variante sofisticata del plebeo criminoso voto-di-scambio): c’è il mirabolante Piano del Porto da approvare, il vetusto stadio Ballarin adiacente da riqualificare o abbattere, un risarcitorio stiloso Museo-dello-Sport da inventare, un Centro Commerciale che tira sempre, senza dimenticare svariati nuovi rombanti localoni per la movida? Al creativo genio degli amministratori sambenedettesi l’imprenditore padrone delle palazzine si mostrava sempre gentilmente pronto a “collaborare”, in cambio di qualcosa si capisce, chessò… una licenza a tirar su un grattacielo di 16 piani (non se ne fece niente, per fortuna).
E gli spazi per i Servizi al Porto, i locali per gli Uffici Finanziari a sevizio della città, cui il manufatto era in un primo tempo destinato? Bubbole: l’Agenzia delle Entrate sta benissimo lì di fronte, attigua alla Sala Giochi e Scommesse, un'ideona!
  

        Senonché, dato l’invalicabile divieto di edilizia residenziale in quella zona (meno male), per anni l’illuminato imprenditore lascia l’enorme scheletro così com’è, sporco e occupato, e arrangiatevi voi. Con anche gli amministratori a guardare senza muover paglia, e con loro tutta l’Invincibile Armata di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, PicenAmbiente, Dirigenti e Funzionari Comunali.
 

        Ma siccome c’è del metodo anche nella furfanteria, ecco che sapientemente la proprietà, poff, in un amen ti diventa una inafferrabile holding inglese, e l’imprenditore felice e contento, ritrovata la verginità perduta, può nuovamente concorrere al titolo di santo dell’anno. 

        Sarà dunque per questo che dopo tanto tempo, non più frenata dalla reverente devozione per santi(arelli) e martiri - ‘sta holding chi la conosce, devono essersi detti i capitani coraggiosi guardandosi virilmente negli occhi - l’Invincibile Armata una mattina s’è svegliata e ha trovato l’invasor. E ZAC, il blitz in grande stile.
 

        Peccato che nella foga dell’impresa non hanno avvisato il Salvini-Ministro: quello, casco integrale di pompiere e mascherato da Protezione Civile, si precipitava con le ruspe e le tivvù e i giornalisti scodinzolanti.

        O forse non hanno voluto creargli imbarazzo: anche se a far la voce grossa con un gruppetto di “clandestini” quel lumbàrd ci faceva un figurone da dio, è pur vero che non stava bene demolire teatralmente un manufatto che, Fondo Immobiliare inglese finchè ti pare, c’entra parecchio con la famiglia di una sua diletta deputata... e quel debito di 116 milioni di euro – quisquilie, che paghiamo noi – che ha mandato per aria BancaMarche e con quella un sacco di gente.
      
        Ma il 7°Cavalleggeri potrà sempre farcela una capatina alle palazzine Santarelli, via un altro blitz, Carnevale s’avvicina, la mascherata è pronta.


 PGC - 6 novembre 2018


sabato 3 novembre 2018

Piovono nuvole, a Ripa

Vanno
Vengono
Ogni tanto si fermano
E quando si fermano    
Sono nere come il corvo
Sembra che ti guardano con malocchio… 



Vanno
Vengono
Ogni tanto cadono
E quando cadono
Sono bianche come agnelli
Sembra che guardano con vergogna... (PGC)


                                                                                          
        Fabrizio De André - e Mauro Pagani - che di nuvole s’intendevano, chissà come le avrebbero raccontate, le nuvole di Ripa di questi giorni. Anziché far piovere pioggia, piovono loro stesse.


        Si sdraiano sulle colline, ruzzolano morbide senza sporcarsi, s’incastrano ovattate negli alberi ma non ci giocano. Sbattono soft sull’insalata e i finocchi, pettinano le vigne invecchiandole. Scivolano al ralenti dai muri. Interrompono le strade senza sporcare. Visitano il cimitero senza portare fiori, accoccolandosi tra le tombe…


        Non prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia… Hanno forme edilizie gonfiate, quando scannerizzano il costruito. Sono fatte di niente, ma sanno nasconderti il cespuglio improvviso, tu ci inciampi e ti fai male lo stesso.


        Il paesaggio è capovolto, ma l’immagine è senza fantasia, né ti viene in mente Magritte. Troppo facile veder galleggiare paesi colline e montagne in un mare artico mosso e stagnante. Indecise sul da farsi, non consultano vento. Così non sono molto originali quando, per valli fossi boschi e agricole contrade, accompagnate dalle gazze, scendono bradipe verso mare. Senza arrivarci. Indugiano a giocare con cinghiali e caprioli, li proteggono nascondendoli alle bande di cacciatori…


        Quando gli va di piovere così, le nuvole di Ripa lo fanno in silenzio, non ti avvisano con rumore, né la terra si trema. Ti accerchiano quatte, come gli indiani. E ti ritrovi ancor più condizionato negli impicci della vita, ti vietano di vedere, di capire… ti sembra di non conoscere più il posto dove stai… Le “nuvole piovute” di Ripa non sono solo apparenza, sono pericolose. Lo diceva anche Aristofane, anche se non guidava…

        Sanno pure di mistico. Siamo a Ripa, bellezza.

PGC - 3 novembre 2018



        

mercoledì 31 ottobre 2018

“Reattività molecolare”

OFFICINA TEATRALE
GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Sotto lerba dei campi da golf
da un testo Fabio Cavalli

Riscrittura scenica di   
Vincenzo Di Bonaventura

con 
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
28 ottobre 2018  h17


Reattività molecolare


        È così che Di Bonaventura definisce, conversando col suo pubblico, il flusso di energia attoriale che procedendo dal bravissimo Simone a se stesso, e viceversa, plasma in solo poche ore di preparazione una messa in scena in cui lattore ri-crea il testo - il testo è lattore, per Carmelo Bene  e dis-apprendendolo dopo averlo appreso mette in gioco la propria capacità di creatore. Attori/artefici che oggi, su una scena pressoché nuda, lontani da ufficialità e mode, navigano a proprio rischio e sono essi stessi teatro, infinita rappresentabilità ogni volta nuova e diversa.

        La scommessa è ardita, perché gli attori agiscono un lavoro teatrale mai edito, la geniale creazione di Fabio Cavalli scrittore-attore-drammaturgo-scenografo: quel Sotto l'erba dei campi da golf che vide la luce su Hystrio, autorevole rivista di settore, e fu vincitore del premio Manerba Teatro e Scienza 1994.

        Rappresentato per la prima volta un decennio fa da Di Bonaventura nel glorioso Teatrlaboratorium Aikot 27 di via Fileni a San Benedetto - con la presenza dellautore - eccolo ora di nuovo, per noi. Le prossime repliche - promette Vincenzo - saranno a casa mia, 14 posti a sedere, cane compreso. [Ed è anche oggi fra il pubblico, la dolce sapiente Toffee].

        Federico De Andrade (Vincenzo) tecnico informatico, il prof. Allen Bachman (Simone) paleografo, un laboratorio universitario, un venerdì sera; le unità di tempo (la notte) e di luogo (il claustrofobico laboratorio) che circoscrivono lazione si dilatano ben presto nelluniverso - sotterraneo, forse fantascientifico, certo misterioso - evocato nel febbrile dialogo/scontro tra i due.

        Il sottosuolo del laboratorio, percorso dai cavi telematici di cui De Andrade è tecnico responsabile, è solo parte infinitesima di un labirintico mondo di sotto, da lui incessantemente esplorato e scavato (Tutta la vita ho dedicato a questo Non ho fatto altro che scavare…”) con lossessione di una certezza: che il mondo di sopra non è il solo reale; che un altro ce nè, di sotto, altrettanto esteso, infinitamente replicato per antri e cunicoli. 

Una Città del Buio, ramificata sotto le nostre città e metropoli, sotto lerba dei nostri campi da golf, sotto la terra che calpestiamo; dove unumanità del sottosuolo vive da millenni ad un livello altissimo di organizzazione e di felicità. Milioni dindividui che hanno rinunciato alla luce, ma capaci di gioia e di canto, di allegria e di amore; protetti dalla propria cecità (la vista è il più ingannevole dei sensi) e dalla lingua indecifrata e misteriosa che li rende inconoscibili al mondo di sopra. Sono liberi e felici. Sono immuni da violenza. E ci stanno aspettando, è la rivelazione di De Andrade a Bachman.

        La chiave daccesso allutopica città del buio, forse Annelise - compagna del professore, paleografa e conoscitrice del sanscrito - laveva trovata: nellunica epigrafe bilingue, in sanscrito e nella lingua del mondo di sotto. Per questo è morta. Loro lhanno espulsa era incontrollabile sono superiori, lhanno espulsa perché temono che qualcuno scopra il loro mondo: è ciò che De Andrade rivela al professore - sequestrato nel suo laboratorio, nella notte in cui nessuno lo cercherà - mentre gli consegna la metà dellepigrafe, la chiave a lungo cercata. Bachman tuttavia non ha dubbi, è lo stesso De Andrade ad aver ucciso (Avevate trovato la pietra, tu e Annelise; lei voleva condividere la scoperta, tu no, ed eri pronto a tutto).   

Ma nel teatro che supera il testo, qui e ora il finale resta aperto: De Andrade è sognatore e - dice Vincenzo - un sognatore non può uccidere 

        Distrutta l'epigrafe, la chiave daccesso è perduta: è lo stesso Bachman a frantumare i reperti che la contengono, e lUtopia di quel mondo altro e diverso, sotterraneo e cieco, liricamente felice, sarà irraggiungibile per millenni ancora, o per sempre Distruggi un sogno, è la disperata conclusione per De Andrade.

        Dramma visionario e geniale, che attraversa i generi: è thriller, che avvince con lo svelarsi di dinamiche altre e segrete; è giallo, indagine e sfida intorno ad un crimine; è fantascienza e scienza, è archeologia e geologia, forse teologia La riscrittura scenica di Vincenzo ne fa climax di irrisolvibile tensione, concitato gioco di registri che procedono dal colloquiale al sarcastico, dal lirico allapocalittico. Su tutto, a dispetto del titolo ambiguamente leggero (Cavalli), lopera tocca corde profonde, dilemmi antichi. 

        Perché il mondo sotterraneo popolato di angeli ribelli e felici riconduce la coscienza alla più ancestrale delle verità: il nostro essere figli della scelta di Caino, segnati dallanecessità della colpa - il fratricidio necessario - da cui discendiamo e da cui discende la storia; tormentati come Caino dallinvidia per la limpida purezza di Abele, coscienti della nostra asimmetria nellarmonia delluniverso, umanità zoppa destinata alla nostalgia di ciò che, prima della scelta ineluttabile, eravamo e che ancora possiamo e cerchiamo di essere quando nellUtopia scorgiamo orizzonti di dignità e bellezza.

Il Signore disse a Caino: «Dovè Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?».  Genesi 4, 9


Sara Di Giuseppe - 31 ottobre 2018 


venerdì 26 ottobre 2018

GENEVIÈVE, l’hanno sentita abbaiare

        San Benedetto. Si mette definitivamente male per la rugginosa prua della povera Geneviève, entro maggio la mureranno al Parco Bau. Sindaco e assessore raggianti, hanno sbaragliato l’Armata Brancaleone di chi trovava più coerente una sua sistemazione dalle parti del Molo Nord, nel vero mondo peschereccio sambenedettese. Non che fosse logico, la retorica sa sempre di muffa, i monumenti sono sempre i peggiori simboli della Storia.

        Insomma Piunti e Olivieri hanno vinto. Avessi tra le mani una foto di loro due gioiosamente abbracciati, la diffonderei volentieri. Certo verrei querelato, come l’ex consigliere Primavera e come l’avvocato De Scrilli, poi vincerei: non c’è due senza tre, e dopo le ben 2 (due) costose batoste ricevute dal Tribunale, il Sindaco vorrà completare la terna. Alè.


        Però l’incolpevole Geneviève andrebbe ancora difesa, lei al Parco Bau non ci vuole andare. Non ci sta, a essere strumentalizzata come meschina contrapposizione alla Scultura di parole di Nespolo -“Lavorare Lavorare Lavorare Preferisco il Rumore del Mare” - odiata dalla destra, dai fascisti e dagli ignoranti, contro la quale anni fa un ringhioso Piunti-in-carriera inscenò con sprezzo del ridicolo una raccolta di firme per rimuoverla in quanto (udite udite) “offensiva”. 


        E adesso l’esosa follia che costerà pure 200.000 euro.

        All’arrogante insipienza di questi decisori si oppone… il silenzio sepolcrale della città. I cittadini sono stati coinvolti nella scelta? Che ne pensano? Le associazioni - sempre sotto traccia e adesso anche di più - sono state interrogate? Conoscendole - specie le più grandi - sappiamo che non farebbero una piega. Uno sciocco monumento in più fa sempre bene, è l’illuminato pensiero. E poi perchè disturbare il manovratore.

        Così la Geneviève di notte abbaia forte - molte le testimonianze, da via Morosini, da via Andrea Doria… - per solidale simbiosi coi frequentatori del Parco Bau che dovranno sloggiare. E scommetto che fra poco morderà pure, per vendicarsi. 

Piunti e Olivieri attenti! Se passate vicino al Ballarin la Geneviève vi moccica il culo.

PGC - 26 ottobre 2018

FdZ - Pixel art

martedì 23 ottobre 2018

Col terremoto solo le Chiese non restano indietro

        Piangono ancora sulle macerie, decine e decine di paesi distrutti dal terremoto 2016, non riescono a rimettersi in piedi, arrivano pochi fondi, i lavori vanno a rilento e l’economia non riprende. Solo le Chiese sono un miracolo di efficienza.

        Per Natale coi fondi del Ministero dei Beni Culturali Italiano saranno tutte ristrutturate e riaperte, le 13 chiese del territorio diocesano danneggiate.

        Comincia San Benedetto, e riapre in pompa magna la Cattedrale-Basilica-Duomo della Marina, che non aveva subito crolli ma solo pensose crepe dalle parti della navata.

        Spesi magistralmente i 300.000 euro donati dallo Stato: ritinteggiatura totale, moderna illuminazione con 58 risparmiosi faretti a led, impianto di video-sorveglianza (!), posizionamento in quota della statua della “Madonna-delle-scale”, grande scritta “in italiano” (il latino è una lingua straniera, come disse Mike Bongiorno) sulla trabeazione interna, restauro di alcuni altari laterali e altre cosucce.
Diocesi e Parrocchia hanno però dovuto aggiungerci 100.000 euro dei loro per la vergognosa tirchiaggine del Ministero, pensa un po’. Pare nuovo adesso, il chiesone nè bello nè antico (ha solo 150 anni, e la spianata lunare di abbacinante travertino che ha davanti era prima una piazza affettuosa, sorridente di verde e di alberi…).

I lavori di restauro sono stati progettati ed eseguiti in soli 5 mesi, con la fattiva collaborazione  - precisano le solerti veline - del Vescovo più volte avvistato sulle impalcature a 20 metri d’altezza, intento a controllare, e i fedeli sotto a pregare che non cadesse…


        Sembra una barzelletta: le chiese tutte già riparate mentre case e fabbriche e stalle e scuole e strade languono ancora nell’attesa. Riparate con soldi nostri, come se la Chiesa fosse povera. Sembra una barzelletta l’orgoglioso festeggiamento di San Benedetto, dove il terremoto si è appena avvertito e per fortuna non ha prodotto morti né feriti né danni consistenti, a parte qualche crepa sui muri.        
        Ma non è una barzelletta, e se lo fosse non farebbe ridere. È piuttosto l’ennesimo schiaffo a chi ha avuto davvero lutti e danni, tanti e irreparabili; a chi ha perso tutto e forse anche la speranza, perché se mai verrà indennizzato lo sarà tardi e male.
      
      A meno di non nominare un Vescovo come Commissario Straordinario del terremoto.



PGC - 21 ottobre 2018


domenica 7 ottobre 2018

Se Aznavour fosse venuto al “Ferré”

Avevo quasi supplicato Gennari di provarci.


         Costa tanto? E noi non lo paghiamo per niente. Ha troppi impegni? Facciamo il Ferré nella data che decide lui. L’orchestra? Niente orchestra, basta lui.  (…)

         Avremmo potuto provarci: collega, e soprattutto “testimone” di Léo, ormai c’era rimasto soltanto lui. I testimoni sono importanti. Avremmo dovuto provarci con i “suoi” metodi: niente intermediari, niente diplomazia, niente trattative. Basando tutto sulla sorpresa, e sul concetto lapalissiano che se l’unico Festival Ferré non poteva farsi mancare Aznavour, Aznavour non poteva farsi mancare il Ferré. Puntando dunque anche noi solo sulla “ardita ragionevolezza, intelligente cocciutaggine, provocatoria umanità, candida irriverenza, affettuosa incoscienza…”: sue “armi” pacifiche ma temibili e vincenti nell’estenuante e mai sospeso suo impegno politico e sociale. Oltre le canzoni, la musica, l’arte.

        In fondo, gli avremmo chiesto solo “quello che era possibile”, di venire qua a San Benedetto a riconfermarci quello che diceva sempre: “Léo Ferré vale quanto Baudelaire”.

        E se ci avesse amabilmente risposto che “aveva da fare in campagna con il suo olio, che già gli dava tante soddisfazioni…”, lo avremmo tentato col nostro, di olio, e con quello di Marie-Christine Ferré.


PGC - 5 ottobre 2018




giovedì 4 ottobre 2018

WILLIAM SCALABRONI

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        Coperta da un sacco nero dell’immondizia, questa era in realtà la targa  realizzata dalla Città di Ascoli in onore (!) di WILLIAM SCALABRONI.


        Ma all’ultimo istante qualcuno ha “rimediato” mettendo una “P” davanti ad “artigiano”, mentre spariva “della qualità”…


        Quindi il divano 3 posti fintapelle [acquistato prima di domenica con l’irripetibile sconto del 70% come nell’asfissiante pubblicità] nel giardino non ce lo porteranno più.
     
Resta solo il fango.


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PGC - 4 ottobre 2018


NEO DI BELLEZZA

[Ascoli e il Partigiano che diviene “Artigiano”]
 

       Per certa stampa locale è stato un ”unico neo” in una cerimonia altrimenti “perfetta” (Cronachepicene.it, 2 ottobre) il fatto che all’inaugurazione del giardino a lui dedicato, il grande Partigiano ascolano William Scalabroni sia divenuto Artigiano sulla targa commemorativa. A questo si potrà porre rimedio in poche ore, chiosa sorridente il gaio giornalista (magari, com’è stato fatto, con una P aggiunta a pennarello da un volenteroso, v.foto).
       Con solo qualche eccezione (es.,Picenooggi) la stampa s’è allineata sul peccatuccio veniale; al più, curioso incidente a suo modo pittoresco; imbarazzante, okkei, ma niente di che.

       Riflettiamo. “Unico neo” poteva essere un imprevisto scroscio di pioggia giù dall’immancabile nuvola di Fantozzi, o uno dei notabili che fosse inciampato e cascato lungo nel momento solenne.
Non una castroneria oltraggiosa e grottesca, impietoso segno di tempi superficiali e ignoranti, irredimibili.

       Perché quella targa non si è prodotta in un amen: è stata attraversata da stuoli di mani, pur sapienti nel mestiere; ha subito procedimenti lunghi, complessi, numerosi, attenti, prima di finire su quel palo in giardino (coperta, fino al momento topico, da inqualificabile sacco nero immondizia-style).


       Quella P mancante NON è un refuso: questo può sì passare inosservato alla più attenta revisione, non quell’Artigiano. Che è coerente con gli ossimori di un sindaco Castelli che celebra un grandissimo Partigiano, e di una Ascoli fresca di plebiscitario leghismo che commemora con strombazzamento mediatico la battaglia partigiana di Colle San Marco del 3 ottobre ’43.

       Quel “neo” tutt’altro che di bellezza sulla faccia(ta) di una delle nostre province più reazionarie, dice anche del naufragio del nostro anestetizzato presente, privato di coscienza storica e critica, accecato da imbonitori d’ogni risma, assordato dal frastuono di grancasse politiche e mediatiche: così tanto da scambiare, con triste coglionaggine, un grande Partigiano per un…“artigiano della qualità”.
 


Sara Di Giuseppe - 4 Ottobre 2018