mercoledì 7 novembre 2018

Mancava il 7° Cavalleggeri

San Benedetto, con un’azione di forza sgomberate
le “Palazzine SANTARELLI.


        Ci dormivano abusivamente - neppure dentro, ma in un paio di sgangherati container all’esterno - ben 4 (quattro) stranieri neri, che avevano pure allestito un gabinetto (non proprio di design) in giardino. Ma nel perimetro delle “palazzine” - trapela dagli inquirenti - bivaccavano addirittura in sei o sette. Impressionante: un vero esercito [immigrati, cui imputare alcune malefatte locali rimaste in sospeso, torneranno comodo…].


        È stato un “blitz in grande stile” - recitano le entusiastiche apologetiche veline - “un’azione congiunta di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, più due Dirigenti Comunali [Urbanistica e Lavori Pubblici], alcuni Funzionari Comunali e i potenti mezzi di PicenAmbiente.

        Mancava solo il Settimo Cavalleggeri, insomma. Peccato, perché “Major General” Custer lui sì che ci sapeva fare coi “ribelli”. Anche se i nemici di oggi non si chiamano Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Coda Chiazzata, Coltello Insanguinato e non difendono coi denti il proprio territorio sacro; sono vite senza nome, umanità scartata bisognosa di un tetto, poveracci rifugiatisi in un non-luogo che l’intoccabilità di disinvolti imprenditori e l’imbecillità servile e collusa delle amministrazioni ha eretto a monumento cittadino di inciviltà e degrado.
 

        Le “Palazzine Santarelli”, dunque: nome leggiadro e improprio per il monstrum cementizio che la bassa politica della città ha finto d’ignorare per decenni. Salvo intavolare ciclicamente trattative-di-scambio col costruttore (variante sofisticata del plebeo criminoso voto-di-scambio): c’è il mirabolante Piano del Porto da approvare, il vetusto stadio Ballarin adiacente da riqualificare o abbattere, un risarcitorio stiloso Museo-dello-Sport da inventare, un Centro Commerciale che tira sempre, senza dimenticare svariati nuovi rombanti localoni per la movida? Al creativo genio degli amministratori sambenedettesi l’imprenditore padrone delle palazzine si mostrava sempre gentilmente pronto a “collaborare”, in cambio di qualcosa si capisce, chessò… una licenza a tirar su un grattacielo di 16 piani (non se ne fece niente, per fortuna).
E gli spazi per i Servizi al Porto, i locali per gli Uffici Finanziari a sevizio della città, cui il manufatto era in un primo tempo destinato? Bubbole: l’Agenzia delle Entrate sta benissimo lì di fronte, attigua alla Sala Giochi e Scommesse, un'ideona!
  

        Senonché, dato l’invalicabile divieto di edilizia residenziale in quella zona (meno male), per anni l’illuminato imprenditore lascia l’enorme scheletro così com’è, sporco e occupato, e arrangiatevi voi. Con anche gli amministratori a guardare senza muover paglia, e con loro tutta l’Invincibile Armata di CARABINIERI, POLIZIA, GUARDIA di FINANZA, CAPITANERIA di PORTO, POLIZIA MUNICIPALE, PicenAmbiente, Dirigenti e Funzionari Comunali.
 

        Ma siccome c’è del metodo anche nella furfanteria, ecco che sapientemente la proprietà, poff, in un amen ti diventa una inafferrabile holding inglese, e l’imprenditore felice e contento, ritrovata la verginità perduta, può nuovamente concorrere al titolo di santo dell’anno. 

        Sarà dunque per questo che dopo tanto tempo, non più frenata dalla reverente devozione per santi(arelli) e martiri - ‘sta holding chi la conosce, devono essersi detti i capitani coraggiosi guardandosi virilmente negli occhi - l’Invincibile Armata una mattina s’è svegliata e ha trovato l’invasor. E ZAC, il blitz in grande stile.
 

        Peccato che nella foga dell’impresa non hanno avvisato il Salvini-Ministro: quello, casco integrale di pompiere e mascherato da Protezione Civile, si precipitava con le ruspe e le tivvù e i giornalisti scodinzolanti.

        O forse non hanno voluto creargli imbarazzo: anche se a far la voce grossa con un gruppetto di “clandestini” quel lumbàrd ci faceva un figurone da dio, è pur vero che non stava bene demolire teatralmente un manufatto che, Fondo Immobiliare inglese finchè ti pare, c’entra parecchio con la famiglia di una sua diletta deputata... e quel debito di 116 milioni di euro – quisquilie, che paghiamo noi – che ha mandato per aria BancaMarche e con quella un sacco di gente.
      
        Ma il 7°Cavalleggeri potrà sempre farcela una capatina alle palazzine Santarelli, via un altro blitz, Carnevale s’avvicina, la mascherata è pronta.


 PGC - 6 novembre 2018


sabato 3 novembre 2018

Piovono nuvole, a Ripa

Vanno
Vengono
Ogni tanto si fermano
E quando si fermano    
Sono nere come il corvo
Sembra che ti guardano con malocchio… 



Vanno
Vengono
Ogni tanto cadono
E quando cadono
Sono bianche come agnelli
Sembra che guardano con vergogna... (PGC)


                                                                                          
        Fabrizio De André - e Mauro Pagani - che di nuvole s’intendevano, chissà come le avrebbero raccontate, le nuvole di Ripa di questi giorni. Anziché far piovere pioggia, piovono loro stesse.


        Si sdraiano sulle colline, ruzzolano morbide senza sporcarsi, s’incastrano ovattate negli alberi ma non ci giocano. Sbattono soft sull’insalata e i finocchi, pettinano le vigne invecchiandole. Scivolano al ralenti dai muri. Interrompono le strade senza sporcare. Visitano il cimitero senza portare fiori, accoccolandosi tra le tombe…


        Non prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia… Hanno forme edilizie gonfiate, quando scannerizzano il costruito. Sono fatte di niente, ma sanno nasconderti il cespuglio improvviso, tu ci inciampi e ti fai male lo stesso.


        Il paesaggio è capovolto, ma l’immagine è senza fantasia, né ti viene in mente Magritte. Troppo facile veder galleggiare paesi colline e montagne in un mare artico mosso e stagnante. Indecise sul da farsi, non consultano vento. Così non sono molto originali quando, per valli fossi boschi e agricole contrade, accompagnate dalle gazze, scendono bradipe verso mare. Senza arrivarci. Indugiano a giocare con cinghiali e caprioli, li proteggono nascondendoli alle bande di cacciatori…


        Quando gli va di piovere così, le nuvole di Ripa lo fanno in silenzio, non ti avvisano con rumore, né la terra si trema. Ti accerchiano quatte, come gli indiani. E ti ritrovi ancor più condizionato negli impicci della vita, ti vietano di vedere, di capire… ti sembra di non conoscere più il posto dove stai… Le “nuvole piovute” di Ripa non sono solo apparenza, sono pericolose. Lo diceva anche Aristofane, anche se non guidava…

        Sanno pure di mistico. Siamo a Ripa, bellezza.

PGC - 3 novembre 2018



        

mercoledì 31 ottobre 2018

“Reattività molecolare”

OFFICINA TEATRALE
GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Sotto lerba dei campi da golf
da un testo Fabio Cavalli

Riscrittura scenica di   
Vincenzo Di Bonaventura

con 
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
28 ottobre 2018  h17


Reattività molecolare


        È così che Di Bonaventura definisce, conversando col suo pubblico, il flusso di energia attoriale che procedendo dal bravissimo Simone a se stesso, e viceversa, plasma in solo poche ore di preparazione una messa in scena in cui lattore ri-crea il testo - il testo è lattore, per Carmelo Bene  e dis-apprendendolo dopo averlo appreso mette in gioco la propria capacità di creatore. Attori/artefici che oggi, su una scena pressoché nuda, lontani da ufficialità e mode, navigano a proprio rischio e sono essi stessi teatro, infinita rappresentabilità ogni volta nuova e diversa.

        La scommessa è ardita, perché gli attori agiscono un lavoro teatrale mai edito, la geniale creazione di Fabio Cavalli scrittore-attore-drammaturgo-scenografo: quel Sotto l'erba dei campi da golf che vide la luce su Hystrio, autorevole rivista di settore, e fu vincitore del premio Manerba Teatro e Scienza 1994.

        Rappresentato per la prima volta un decennio fa da Di Bonaventura nel glorioso Teatrlaboratorium Aikot 27 di via Fileni a San Benedetto - con la presenza dellautore - eccolo ora di nuovo, per noi. Le prossime repliche - promette Vincenzo - saranno a casa mia, 14 posti a sedere, cane compreso. [Ed è anche oggi fra il pubblico, la dolce sapiente Toffee].

        Federico De Andrade (Vincenzo) tecnico informatico, il prof. Allen Bachman (Simone) paleografo, un laboratorio universitario, un venerdì sera; le unità di tempo (la notte) e di luogo (il claustrofobico laboratorio) che circoscrivono lazione si dilatano ben presto nelluniverso - sotterraneo, forse fantascientifico, certo misterioso - evocato nel febbrile dialogo/scontro tra i due.

        Il sottosuolo del laboratorio, percorso dai cavi telematici di cui De Andrade è tecnico responsabile, è solo parte infinitesima di un labirintico mondo di sotto, da lui incessantemente esplorato e scavato (Tutta la vita ho dedicato a questo Non ho fatto altro che scavare…”) con lossessione di una certezza: che il mondo di sopra non è il solo reale; che un altro ce nè, di sotto, altrettanto esteso, infinitamente replicato per antri e cunicoli. 

Una Città del Buio, ramificata sotto le nostre città e metropoli, sotto lerba dei nostri campi da golf, sotto la terra che calpestiamo; dove unumanità del sottosuolo vive da millenni ad un livello altissimo di organizzazione e di felicità. Milioni dindividui che hanno rinunciato alla luce, ma capaci di gioia e di canto, di allegria e di amore; protetti dalla propria cecità (la vista è il più ingannevole dei sensi) e dalla lingua indecifrata e misteriosa che li rende inconoscibili al mondo di sopra. Sono liberi e felici. Sono immuni da violenza. E ci stanno aspettando, è la rivelazione di De Andrade a Bachman.

        La chiave daccesso allutopica città del buio, forse Annelise - compagna del professore, paleografa e conoscitrice del sanscrito - laveva trovata: nellunica epigrafe bilingue, in sanscrito e nella lingua del mondo di sotto. Per questo è morta. Loro lhanno espulsa era incontrollabile sono superiori, lhanno espulsa perché temono che qualcuno scopra il loro mondo: è ciò che De Andrade rivela al professore - sequestrato nel suo laboratorio, nella notte in cui nessuno lo cercherà - mentre gli consegna la metà dellepigrafe, la chiave a lungo cercata. Bachman tuttavia non ha dubbi, è lo stesso De Andrade ad aver ucciso (Avevate trovato la pietra, tu e Annelise; lei voleva condividere la scoperta, tu no, ed eri pronto a tutto).   

Ma nel teatro che supera il testo, qui e ora il finale resta aperto: De Andrade è sognatore e - dice Vincenzo - un sognatore non può uccidere 

        Distrutta l'epigrafe, la chiave daccesso è perduta: è lo stesso Bachman a frantumare i reperti che la contengono, e lUtopia di quel mondo altro e diverso, sotterraneo e cieco, liricamente felice, sarà irraggiungibile per millenni ancora, o per sempre Distruggi un sogno, è la disperata conclusione per De Andrade.

        Dramma visionario e geniale, che attraversa i generi: è thriller, che avvince con lo svelarsi di dinamiche altre e segrete; è giallo, indagine e sfida intorno ad un crimine; è fantascienza e scienza, è archeologia e geologia, forse teologia La riscrittura scenica di Vincenzo ne fa climax di irrisolvibile tensione, concitato gioco di registri che procedono dal colloquiale al sarcastico, dal lirico allapocalittico. Su tutto, a dispetto del titolo ambiguamente leggero (Cavalli), lopera tocca corde profonde, dilemmi antichi. 

        Perché il mondo sotterraneo popolato di angeli ribelli e felici riconduce la coscienza alla più ancestrale delle verità: il nostro essere figli della scelta di Caino, segnati dallanecessità della colpa - il fratricidio necessario - da cui discendiamo e da cui discende la storia; tormentati come Caino dallinvidia per la limpida purezza di Abele, coscienti della nostra asimmetria nellarmonia delluniverso, umanità zoppa destinata alla nostalgia di ciò che, prima della scelta ineluttabile, eravamo e che ancora possiamo e cerchiamo di essere quando nellUtopia scorgiamo orizzonti di dignità e bellezza.

Il Signore disse a Caino: «Dovè Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?».  Genesi 4, 9


Sara Di Giuseppe - 31 ottobre 2018 


venerdì 26 ottobre 2018

GENEVIÈVE, l’hanno sentita abbaiare

        San Benedetto. Si mette definitivamente male per la rugginosa prua della povera Geneviève, entro maggio la mureranno al Parco Bau. Sindaco e assessore raggianti, hanno sbaragliato l’Armata Brancaleone di chi trovava più coerente una sua sistemazione dalle parti del Molo Nord, nel vero mondo peschereccio sambenedettese. Non che fosse logico, la retorica sa sempre di muffa, i monumenti sono sempre i peggiori simboli della Storia.

        Insomma Piunti e Olivieri hanno vinto. Avessi tra le mani una foto di loro due gioiosamente abbracciati, la diffonderei volentieri. Certo verrei querelato, come l’ex consigliere Primavera e come l’avvocato De Scrilli, poi vincerei: non c’è due senza tre, e dopo le ben 2 (due) costose batoste ricevute dal Tribunale, il Sindaco vorrà completare la terna. Alè.


        Però l’incolpevole Geneviève andrebbe ancora difesa, lei al Parco Bau non ci vuole andare. Non ci sta, a essere strumentalizzata come meschina contrapposizione alla Scultura di parole di Nespolo -“Lavorare Lavorare Lavorare Preferisco il Rumore del Mare” - odiata dalla destra, dai fascisti e dagli ignoranti, contro la quale anni fa un ringhioso Piunti-in-carriera inscenò con sprezzo del ridicolo una raccolta di firme per rimuoverla in quanto (udite udite) “offensiva”. 


        E adesso l’esosa follia che costerà pure 200.000 euro.

        All’arrogante insipienza di questi decisori si oppone… il silenzio sepolcrale della città. I cittadini sono stati coinvolti nella scelta? Che ne pensano? Le associazioni - sempre sotto traccia e adesso anche di più - sono state interrogate? Conoscendole - specie le più grandi - sappiamo che non farebbero una piega. Uno sciocco monumento in più fa sempre bene, è l’illuminato pensiero. E poi perchè disturbare il manovratore.

        Così la Geneviève di notte abbaia forte - molte le testimonianze, da via Morosini, da via Andrea Doria… - per solidale simbiosi coi frequentatori del Parco Bau che dovranno sloggiare. E scommetto che fra poco morderà pure, per vendicarsi. 

Piunti e Olivieri attenti! Se passate vicino al Ballarin la Geneviève vi moccica il culo.

PGC - 26 ottobre 2018

FdZ - Pixel art

martedì 23 ottobre 2018

Col terremoto solo le Chiese non restano indietro

        Piangono ancora sulle macerie, decine e decine di paesi distrutti dal terremoto 2016, non riescono a rimettersi in piedi, arrivano pochi fondi, i lavori vanno a rilento e l’economia non riprende. Solo le Chiese sono un miracolo di efficienza.

        Per Natale coi fondi del Ministero dei Beni Culturali Italiano saranno tutte ristrutturate e riaperte, le 13 chiese del territorio diocesano danneggiate.

        Comincia San Benedetto, e riapre in pompa magna la Cattedrale-Basilica-Duomo della Marina, che non aveva subito crolli ma solo pensose crepe dalle parti della navata.

        Spesi magistralmente i 300.000 euro donati dallo Stato: ritinteggiatura totale, moderna illuminazione con 58 risparmiosi faretti a led, impianto di video-sorveglianza (!), posizionamento in quota della statua della “Madonna-delle-scale”, grande scritta “in italiano” (il latino è una lingua straniera, come disse Mike Bongiorno) sulla trabeazione interna, restauro di alcuni altari laterali e altre cosucce.
Diocesi e Parrocchia hanno però dovuto aggiungerci 100.000 euro dei loro per la vergognosa tirchiaggine del Ministero, pensa un po’. Pare nuovo adesso, il chiesone nè bello nè antico (ha solo 150 anni, e la spianata lunare di abbacinante travertino che ha davanti era prima una piazza affettuosa, sorridente di verde e di alberi…).

I lavori di restauro sono stati progettati ed eseguiti in soli 5 mesi, con la fattiva collaborazione  - precisano le solerti veline - del Vescovo più volte avvistato sulle impalcature a 20 metri d’altezza, intento a controllare, e i fedeli sotto a pregare che non cadesse…


        Sembra una barzelletta: le chiese tutte già riparate mentre case e fabbriche e stalle e scuole e strade languono ancora nell’attesa. Riparate con soldi nostri, come se la Chiesa fosse povera. Sembra una barzelletta l’orgoglioso festeggiamento di San Benedetto, dove il terremoto si è appena avvertito e per fortuna non ha prodotto morti né feriti né danni consistenti, a parte qualche crepa sui muri.        
        Ma non è una barzelletta, e se lo fosse non farebbe ridere. È piuttosto l’ennesimo schiaffo a chi ha avuto davvero lutti e danni, tanti e irreparabili; a chi ha perso tutto e forse anche la speranza, perché se mai verrà indennizzato lo sarà tardi e male.
      
      A meno di non nominare un Vescovo come Commissario Straordinario del terremoto.



PGC - 21 ottobre 2018


domenica 7 ottobre 2018

Se Aznavour fosse venuto al “Ferré”

Avevo quasi supplicato Gennari di provarci.


         Costa tanto? E noi non lo paghiamo per niente. Ha troppi impegni? Facciamo il Ferré nella data che decide lui. L’orchestra? Niente orchestra, basta lui.  (…)

         Avremmo potuto provarci: collega, e soprattutto “testimone” di Léo, ormai c’era rimasto soltanto lui. I testimoni sono importanti. Avremmo dovuto provarci con i “suoi” metodi: niente intermediari, niente diplomazia, niente trattative. Basando tutto sulla sorpresa, e sul concetto lapalissiano che se l’unico Festival Ferré non poteva farsi mancare Aznavour, Aznavour non poteva farsi mancare il Ferré. Puntando dunque anche noi solo sulla “ardita ragionevolezza, intelligente cocciutaggine, provocatoria umanità, candida irriverenza, affettuosa incoscienza…”: sue “armi” pacifiche ma temibili e vincenti nell’estenuante e mai sospeso suo impegno politico e sociale. Oltre le canzoni, la musica, l’arte.

        In fondo, gli avremmo chiesto solo “quello che era possibile”, di venire qua a San Benedetto a riconfermarci quello che diceva sempre: “Léo Ferré vale quanto Baudelaire”.

        E se ci avesse amabilmente risposto che “aveva da fare in campagna con il suo olio, che già gli dava tante soddisfazioni…”, lo avremmo tentato col nostro, di olio, e con quello di Marie-Christine Ferré.


PGC - 5 ottobre 2018




giovedì 4 ottobre 2018

WILLIAM SCALABRONI

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        Coperta da un sacco nero dell’immondizia, questa era in realtà la targa  realizzata dalla Città di Ascoli in onore (!) di WILLIAM SCALABRONI.


        Ma all’ultimo istante qualcuno ha “rimediato” mettendo una “P” davanti ad “artigiano”, mentre spariva “della qualità”…


        Quindi il divano 3 posti fintapelle [acquistato prima di domenica con l’irripetibile sconto del 70% come nell’asfissiante pubblicità] nel giardino non ce lo porteranno più.
     
Resta solo il fango.


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PGC - 4 ottobre 2018


NEO DI BELLEZZA

[Ascoli e il Partigiano che diviene “Artigiano”]
 

       Per certa stampa locale è stato un ”unico neo” in una cerimonia altrimenti “perfetta” (Cronachepicene.it, 2 ottobre) il fatto che all’inaugurazione del giardino a lui dedicato, il grande Partigiano ascolano William Scalabroni sia divenuto Artigiano sulla targa commemorativa. A questo si potrà porre rimedio in poche ore, chiosa sorridente il gaio giornalista (magari, com’è stato fatto, con una P aggiunta a pennarello da un volenteroso, v.foto).
       Con solo qualche eccezione (es.,Picenooggi) la stampa s’è allineata sul peccatuccio veniale; al più, curioso incidente a suo modo pittoresco; imbarazzante, okkei, ma niente di che.

       Riflettiamo. “Unico neo” poteva essere un imprevisto scroscio di pioggia giù dall’immancabile nuvola di Fantozzi, o uno dei notabili che fosse inciampato e cascato lungo nel momento solenne.
Non una castroneria oltraggiosa e grottesca, impietoso segno di tempi superficiali e ignoranti, irredimibili.

       Perché quella targa non si è prodotta in un amen: è stata attraversata da stuoli di mani, pur sapienti nel mestiere; ha subito procedimenti lunghi, complessi, numerosi, attenti, prima di finire su quel palo in giardino (coperta, fino al momento topico, da inqualificabile sacco nero immondizia-style).


       Quella P mancante NON è un refuso: questo può sì passare inosservato alla più attenta revisione, non quell’Artigiano. Che è coerente con gli ossimori di un sindaco Castelli che celebra un grandissimo Partigiano, e di una Ascoli fresca di plebiscitario leghismo che commemora con strombazzamento mediatico la battaglia partigiana di Colle San Marco del 3 ottobre ’43.

       Quel “neo” tutt’altro che di bellezza sulla faccia(ta) di una delle nostre province più reazionarie, dice anche del naufragio del nostro anestetizzato presente, privato di coscienza storica e critica, accecato da imbonitori d’ogni risma, assordato dal frastuono di grancasse politiche e mediatiche: così tanto da scambiare, con triste coglionaggine, un grande Partigiano per un…“artigiano della qualità”.
 


Sara Di Giuseppe - 4 Ottobre 2018




martedì 2 ottobre 2018

AZNAVOUR alla “Cavallerizza”

( ovvero l’Aznavour che non t’aspetti )
[ Mantova \ Festivaletteratura 2010   
Charles Aznavour con Valerio Pellizzari Evento n°157 ]
11. 9. ’10  –  Palazzo Ducale – Cortile della Cavallerizza
Pensavo sarebbe stato per lui più adatto un Teatro Bibiena invece del Cortile della Cavallerizza, per di più violentato dall’algido tendone bianco pur necessario a contenere la moltitudine dei festivaletteraturieri.
Osservavo il rigore architettonico del meraviglioso spazio con scorci sul Mincio, le semioscurate colonne attorcigliate, il severo bugnato a macchie rosa; pensavo all’Aznavour artista-attore-cantante, al libro “A voce bassa” che indugiavo ad acquistare dal banchetto. Con in testa la sua “Come è triste Venezia”, mescolata – chissà perché – a “Venezia è un imbroglio” di Guccini. Un’ora abbondante di fila e adesso ancora dieci minuti per “problemi di traffico”, l’occhio sullo sponsor ENI (cultura dell’energia, energia della cultura – splendido ma bugiardo pay-off), il posto che si riempie come una clessidra, i fotografi che si accovacciano come fucilieri sui più vantaggiosi punti di fuoco, il barboncino bianco che fa prove di transito davanti al palco (dopo vi transiterà irriverente ma affettuoso 3 – 4 volte…)        (…)
Eccolo. Buffo, direi. Abito intero grigio-fesso, polo arancio (!), e tutte e quattro le colorate tratto-pen di festivaletteratura allineate col cappuccio fuori dal taschino sinistro: sembrano decorazioni o nastrini della Legione Straniera. E zac, occhialoni da sole, impressionanti.
Di rado mi sono addormentato senza un libro in mano”, per Mantova basterebbe questo. Ma il piccolo francese di origine armena ci apparirà subito grande per la sua statura politica, altro che per le canzoni, altro che per i film. Forte e impervia missione diplomatica vissuta con cocciutaggine, fuori dagli schemi, quasi senza diplomazia, “approfittando” della planetaria notorietà artistica e di una personalità “capace di farsi ascoltare” per umanità, candore, intelligenza, simpatia, ragionevolezza. Tra le innumerevoli regioni del mondo offese, smembrate, straziate, l’Armenia si è almeno ritrovata un “ambasciatore” che non s’arrende mai; anche quando sembra si proceda come in un tango-alla-rovescia: un passo avanti e due indietro. Anche quando gli tocca ripetersi (come in quel concerto a Mosca: 5 volte a richiesta la stessa canzone, forse perché quelli non trovavano i suoi dischi…); anche quando deve incazzarsi col governo francese che troppe volte “ha chiuso gli occhi”; anche quando, insistendo fuori da ogni protocollo (in un incontro politico non si fa mai! gli spiegano i russi imbarazzati ) su questioni già sollevate ma irrisolte, riesce infine a far liberare 12 imprigionati su 13, piombando in aereo in un Cremino che non prometteva nulla di buono. Chiedendo solo quello che era possibile(!) l’ottiene.
Certo, il mestiere di attore gli ha insegnato molto. Certo mai ha abbassato la testa, che si trattasse di colonnelli incapaci, o di governi “che non capiscono”, o di cattivi politici di grandi imperi che per fortuna non vanno più di moda… Infaticabile ottantaseienne Aznavour, insostituibile protagonista in politica da non-professionista, goliardico compagnone in cene lunghe più di 10 ore e cimiteri di bottiglie scolate e sfilze infinite di brindisi, “ragazzo” entusiasta con un futuro esaltante e fantasioso, dove “lavorerà meno possibile sulle scene, curerà di persona il suo giardino che già gli dà un olio fantastico, viaggerà molto per piacere personale e non andrà mai in “retraite” (pensione) ma in un buon “retrait” (ritiro…ah, le sfumature del francese).
Cantando, con slancio da cavallerizzo, la Marsigliese, bien sûr! (“odio il mio modo di cantare in armeno…”)
PGC 11 settembre 2010 / 02 ottobre 2018


domenica 23 settembre 2018

L’OSPEDALE CON RUOTE

        Premessa

        Anziché pensare a spendere subito e bene i soldi necessari a far funzionare decentemente i due storici ospedali di Ascoli e San Benedetto [hanno talmente bisogno di cure, che se ne scappano disperati perfino i medici] i nostri politici, amministratori, tecnici e responsabili a vario titolo si accapigliano come ragazzini tignosi alle prese col meccano per stabilire dove costruirne uno o due - grandi costosissimi nuovi di zecca - declassando o rottamando i vecchi. 

        Piatto ricco mi ci ficco, presidenti sindaci assessori consiglieri in fibrillazione, altro che campagna elettorale! Il nuovo Ospedale Unico sia nel mio Comune! ennò, devessere nel mio! manco per sogno, è meglio nel mio! devessere sulla costa; no, nella valle; no, lungo il fiume; tra campagna e collina ci sta da dio ; e giù motivazioni deliranti, ciascuno giurando su chilometri e minuti e secondi necessari al proprio suddito malato per arrivarci, a sto nuovo ospedalone. 

        Fingono di non sapere che nel nostro esiguo territorio affettato di strade è demenziale parlare di minuti di spostamento, quando muori perché lambulanza non può entrare nella casbah del mercato, affoghi perché i bagnini sono in pausa-caffè, schiatti perché il Pronto Soccorso è intasato o senza personale, o perché larresto cardiaco può non aspettare che per portarti in barella con lascensore al piano di sopra arrivi da fuori la Croce Verde (!). È successo.

E le liste dattesa a babbo morto?

        Comunque sia, sembrava avessero deciso per il territorio di Spinetoli/Pagliare. Ma adesso non va bene più: eletto il nuovo Capo di Area Vasta tutto può ricominciare, faranno ancora assemblee, incontri, finti accordi, cene Lintrigo sinfittisce.

        Per cui ecco la mia proposta seria, più seria di tutte quelle che veline e giornali-da-riporto ci infliggono di continuo. Placherà i politici e accontenterà tutti i 10-20 sindaci che ora si azzuffano per avere il nuovo ospedalone sotto casa loro. Perché dovrà essere un OSPEDALE CON RUOTE: sembrerà un treno, quindi mai immobile, da muovere sui binari del tratto di ferrovia adriatica che ci riguarda e lungo la Ascoli-San Benedetto. Che si sposta ad orario ma anche a chiamata, che si ferma in qualsiasi posto per raccogliere o dimettere quasi a domicilio i malati. Che non sia di nessun sindaco ma di tutti.

        Carrozze attrezzatissime (disegnate da unarchistar): reparti, sale operatorie allavanguardia, camere, Pronto Soccorso, CUP, ambulatori, reparti analisi, cappella, sale dattesa I binari ci sono già, non bisogna comprarli; le stazioni pure, anzi quelle lungo la valle del Tronto, deserte o sottoutilizzate, prenderebbero nuova vita (salvo lasciare un binario morto per le, ahinoi, estreme necessità); ci sono pure i parcheggi. E tutto pronto, non bisogna costruire niente.

        LOSPEDALE CON RUOTE è la soluzione giusta: flessibile, duttile, economica, pacificatrice. Si tolgono o si aggiungono carrozze secondo le esigenze e le stagioni. E per i paesi privi di ferrovia, per quelli collinari e di montagna, ecco in aggiunta ospedali mobili con ruote di gomma anziché di ferro: pullman bianchi a due piani attrezzati con tanto di medici e infermieri, che fanno la spola con le stazioni.

        Non sarà più triste andare in ospedale: ti curi e viaggi, non ti annoi, guardi il panorama che cambia, incontri gente, impari i dialetti Tu guarirai prima e la Regione risparmierà. Peccato, la dirigente scaduta Capocasa aveva pure il nome giusto, bastava cambiare casa con treno. Con il fresco Milani è più difficile. Ma lo vedo bene, paletta e fischietto, dare ordini con un pittoresco berretto bianco-nero o rosso-blu. 


PGC - 22 settembre 2018


sabato 15 settembre 2018

“… previa definizione della destinazione d’uso”

[ Lundici settembre del PINO BAR continua ]


         San Benedetto, 11 settembre. Sullo sgangherato foglio A4  [contornato di firme e timbri minacciosi - scritto a mano, neanche la dignità di una stampa! - appiccicato con strati di scotch alla serranda del PINO BAR ] evidentemente non centrava; ma sulla stampa cartacea e on-line, a chiusura di un diabetico e tombale comunicato comunale in burocratese alla Azzeccagarbugli, compare anche quella frase sibillina ma chiara (il furbastro latinorum di Don Abbondio non inganna ilpovero Renzo, oggi come allora).

     Quel “… nuovo affidamento previa definizione della destinazione duso, al di là del contorsionismo linguistico, svela il barbatrucco amministrativo necessario per avere le mani libere PRIMA (previa) della nuova asta di affidamento di gestione.

      Facile il percorso per il Comune: per ottimizzare il rendimento di questa come delle sue altre proprietà, basta cambiare la destinazione duso e adattarla al mercato. 

     Cosa importa se il PINO BAR è ufficialmente locale storico; se ha vincoli storico/architettonici [anche linsegna BAR GELATERIA e il bancone sono originali, ma la Soprintendenza dimenticherà pure che questo Chioschetto in stile Liberty fu progettato dalling. Onorati come la vicina Palazzina Azzurra, lo storico Lungomare, la Rotonda con la fontana]; se è stato gestito, rispettato e conservato integro per decenni da una famiglia che ora viene cacciata in malo modo e messa alla gogna; se i sambenedettesi-doc amano questo luogo rimasto miracolosamente intatto e ci si rifugiano anche solo per pensare; se perfino i turisti vorrebbero continuare a frequentarlo così comè, tanto da aver contribuito alla spontanea raccolta di firme diresistenza, arrivate a quasi 2.500.

        Storia di ordinaria prepotenza-e-ingiustizia-secondo-le-leggi come le tante di cui il nostro territorio è prodigo. Sempre secondo le norme, va da sé: basta giocare con astuzia le carte giuste, truccarle quanto basta per restare nella legge interpretandola, salvando la facciata così che le anime candide si convincano che va bene così perché è tutto in regola

         Il Comune potrebbe ancora, dopo la carta della definizione della destinazione duso, calarne altre sul tavolo degli speculatori: e il futuro e mai sazio gestore - ma chi sarà mai, si chiedono gli ingenui - avrà mano libera per realizzarci il suo spettacolare rapace localone. Altro che un piccolo affettuoso bar. 

         Soddisfatti, benpensanti e bellagente. Basta con le brutture del PINO BAR! schiamazzano in coro mentre segano il ramo (di pino) su cui stanno seduti.


PGC - 14 settembre 2018


Caro Max


A tutti noi piace ricordarlo così Massimo Consorti, come nella foto, a sei mesi dal suo definitivo saluto. Col sorriso e la voglia di 'giocare', direi spesso coinvolgendoci testardamente. Abbiamo riso insieme, ma anche sofferto per le molti disillusioni. Abbiamo lavorato insieme, ma ci siamo anche compiaciuti delle numerose escursioni nel tempo 'libero', libero da orari ma non certo da progetti. Abbiamo mangiato e bevuto sempre con moderazione ma abbiamo goduto del gusto di una sana 'cucina'. Abbiamo esposto le nostre idee in molte occasioni, confrontandoci con le sue che facevano da carburante alla comune voglia di fare e fare bene. Siamo stati un gruppo di amici, capaci di aprirci senza pregiudizi. L'unica intolleranza era alla banalità. Tutto e le tante cose dovevano sfiorare la perfezione, anche se solo muniti di cacciavite e martello. 
Gli strumenti, come i mezzi, spesso erano limiti trascurabili per la nostra sana e incontenibile follia, come per la nostra UT. Quella di tUTti noi. Un'esperienza indimenticabile, che ci unisce ancora oggi nel ricordarti. 

Ciao, caro Max





martedì 11 settembre 2018

IL COMUN' DEMOLITORE, l'11 settembre del Pino Bar

Non c'è solo la crisi che falcidia il lavoro e le imprese connesse. 
Non ci sono solo i terremoti che sconvolgono case, negozi e capannoni. 
Non ci sono solo alluvioni e ponti che crollano a spazzare famiglie intere e attività economiche. 
Non ci sono solo decreti e falsi miti a far decidere di non intraprendere nuovi investimenti. 

Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) anche Comuni che decretano la chiusura di attività libere e apprezzate, floride e storiche, belle e fatte da gente che ci spende una vita intera. 
Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) anche vigili urbani che chiedono ai 5 astanti: "documenti prego", per prevenire sommosse degli stessi gestori, armati di aghi di pino peraltro numerosissimi e a portata di Picena Ambiente, e mai rimossi. 
Ci sono date da rimembrare che ci angustiano da 17 anni, e per questo il Comun' demolitore (per i residenti "Sammenedette bill' mine") ha deciso di gemellare la tragica ricorrenza dell'11 settembre d'oltre oceano (così dicono, ma non ci credo), con l'imposta chiusura di un'attività commerciale al servizio del turismo, della socialità nonché reddito per le giovani donne che ci hanno lavorato per oltre 30 anni.
Ci sono (così dicono, ma io non ci credo) oltre 2.000 persone che hanno dato la loro solidarietà firmando l'unico registro posto all'ingresso del bar-gelateria.

Da ora in avanti, assieme alla tragedia delle Torri Gemelle, celebreremo la drammatica e misteriosa chiusura con ordinanza comunale del Locale Storico delle Marche 'Pino Bar'. 

Amen


PS: Il tutto è partito da un 'istanza' anni fa, fatta dal Comune di San Benedetto del Tronto. La nuova amministrazione, come diversamente per molti altri settori, non ha fatto valere il proprio slogan: discontinuità. In questo caso c'è stata perfetta continuità e ingiustificato accanimento. Chissà se i 'locali poteri forti' non abbiano permeato perfettamente il Pubblico? Così dicono, ma io non ci credo.

Francesco Del Zompo - 11 settembre 2018



mercoledì 5 settembre 2018

La Via della Seta è fatta di gas

        In questi giorni, nel tardo pomeriggio, dallalta circonvallazione di Ripatransone (AP) lo si vede bene. Specie quando luccica di pioggia al tramonto scavalcando le colline: le provvisorie fettucce di plastica arancione che lo delimitano ti sembrano quasi fatte di seta, ma la poesia finisce qui. Quello che si snoda laggiù è il famigerato gasdotto in costruzione. Alla fine sarà lungo anchesso migliaia di km,  ma solo in questo e in nientaltro potrà evocare la fascinosa Via della Seta di Marco Polo, unione di mondi tra Oriente e Occidente, ponte fra civiltà contrapposte, tragitto di arditi commerci; profumava di spezie e davventura, la percorrevano idee e religioni 

        Questaltra invece, che pare uno stupido stradone (anzi unautostrada dei Benetton) è solo un trucco: sparirà fra poco, giusto il tempo di interrarci ad almeno 2 metri un infinito spaventoso cordone ombelicale dentro cui scorrerà per sempre se non si rompe il gas puzzolente cui saremo condannati a star attaccati per tutta la vita.

        Così si incidono colline coltivate, calanchi inviolati, boschi. A zig-zag, per lasciare le case a 20 metri per parte (un po di più le chiese, le fabbriche, i cimiteri), dopo aver con-trattato gli indennizzi di legge come si fa al mercato, ma senza irrigidirsi sul prezzo: vuoi di più? non cè problema, ti pago quanto vuoi basta che mi fai passare, anzi eccoti i soldi subito. Tanto lemissario anticipa soltanto, a pagare - con gli interessi - saremo tutti noi con le bollette, per servizi di cui non usufruiremo

        I danni al territorio (popolazione, edifici, imprese, beni culturali), la potenziale pericolosità delle infrastrutture (questa è zona sismica), laumento del dissesto idrogeologico (è già a rischio oltre il 90% dei Comuni di Marche-Abruzzo, Rapporto ISPRA 2018), linquinamento, la violenza al paesaggio tutte balle degli ambientalisti. Quando tutto verrà ricoperto - come sulla scena del crimine - e torneranno vigne e alberi e prati nuovi di zecca, solo dai satelliti si vedranno le ferite. Pazienza se non appariranno affascinanti come i geoglifi nazca del Perù.

        Anzi, finitosto gasdotto tranquilli che ne faranno un altro, altrettanto superfluo [magari lo chiameranno spudoratamente Via della Seta], raccontando ancora la favola per gonzi della crescente fame di energia pulita  - crescente non è vero, pulita poi - e a basso prezzo (falso: il gas è sempre più caro nonostante i nuovi gasdotti). 

        Se lItalia è già una infinita ragnatela di tubi, è perché la madre dei tubi è sempre incinta e lindustria facile degli scavi spesso a matrice mafiosa non può né vuole fermarsi, dunque dobbiamo pur foraggiarla questa gente. 

        Meno male che il nostro bravo Tullio Pericoli le disegnò per tempo queste nostre colline, quando erano intatte. Oggi non avrebbe potuto. 


PGC - 4 settembre 2018


lunedì 3 settembre 2018

Crollata la Galleria di Cupra

         In realtà i locali sullAdriatica ci sono ancora, ma la Galleria Marconi di Cupramarittima da circa un mese non cè più.

         Si può dire che a Cupra è crollata unistituzione.

          Decenni di mostre darte contemporanea ai più alti livelli, inesauribile centro di incontri e di eventi culturali, punto di aggregazione e piccola fabbrica di artisti emergenti, luminoso esempio di coinvolgimento di passioni e progetti, di conoscenze e sensibilità, luogo espositivo libero e democratico, casa del design e del bello, ma anche della simpatia, dellaccoglienza Galleria Marconi a Cupra era proprio un Bene Comune. E ne arricchiva il paesaggio, ci buttavano un occhio fuggitivo anche le auto e i camion spazientiti della Statale16.

         Adesso il paesaggio è cambiato, anzi non è più paesaggio. E rimasto un piatto uniforme impersonale grigio muro di case brutte, con un vuoto al posto di quello spiraglio di luce mentale che aiutava a pensare.

         Cupra ha perso la sua Galleria Marconi e non lo capisce, neanche se ne rende conto. Non ha saputo amarla, tenersela gelosamente, trattenerla, trovarle magari un altro spazio. Ha fatto solo finta, poi ha preferito lasciarla crollare, come una galleria qualsiasi, un ponte Morandi, una San Giuseppe dei Falegnami 

         Nessuna meraviglia se al suo posto spunterà una sala giochi per minori, o una rapinosa immobiliare, o una miracolosa agenzia di pullman a due piani, o un immarcescibile TIM-Vodafone Noi, le vere vittime del crollo della Galleria Marconi, saremo i loro spaesati clienti.


PGC - 2 settembre 2018 

Ingresso sulla Statale 16 - Opera di Giovanni Alfano, anche lui tra i mille validissimi artisti proposti da Franco Marconi

giovedì 30 agosto 2018

MEGLIO TARDI CHE MAI

[In un amen svuota la Diciotti, si accolla 100 migranti e ne piazza 20 in Irlanda e 20 in Albania]


        Forse ha indugiato troppo, Francesco, ma almeno cè riuscito. Chissà che fatica convincere la CEI  quanti Salvini, in Vaticano!  però alla fine il Papa è sempre il Papa. Voilà: 100 migranti a Caritas e diocesi (chissà se se li contenderanno, Rocca di Papa già non li vuole); 20 in Irlanda come regalo-di-visita obbligatorio (la Chiesa dIrlanda si sarebbe presa pure qualche minorenne, ma erano finiti); e 20 addirittura in Albania, che schiaffo morale ci siamo presi sui denti!

         Bravo Francesco, quindi.

         Questa sola dovrebbe essere la Politica della Chiesa, non quella che le è invece abituale, di entrare a gamba tesa e inopportunamente in questioni di ordine civile che anche tecnicamente non la riguardano. Compiere autonomamente la “buona azione, dare lesempio. Con coraggio. Senza calcoli nè mediazioni. 

Questo ha fatto - in Italia e altrove - negli anni bui della storia, riscattando la grave compromissione dei suoi vertici con tutte le devianze del potere. 

Oggi il suo silenzio è stato pesante, e occorrevano invece scomuniche ad alto livello: a cattolici/cristiani che non aiutano o non accolgono o cacciano altri esseri umani, a cattolici/cristiani che perseguitano chi porge aiuto, a governanti cattolici/cristiani che danno ordini sbagliati e a chi con zelo obbedisce. 

Per quel che vale una scomunica, a un credente dovrebbe dar fastidio no? 

         Anche senza intendersi di religioni, di loro statuti e costituzioni, non è peregrino pensare che tante altre Chiese avrebbero dovuto battere un colpo contro la folle esibizione muscolare giocata sulla pelle di migranti. Invece di guardarsi lombelico e, pregando, aspettare che passi. Almeno un paio di queste religioni avrebbero potuto/dovuto affiancare il collega Francesco, invece di starsene prudentemente zitte alla larga, quiete e altezzose ad aspettare la sua visita epocale. Che prima o poi arriva, basta preparargli la spianata per bagno di folla e bandierine. 

         Loccasione si ripresenterà prestissimo, alla prossima Diciotti


PGC - 28 agosto 2018 


martedì 21 agosto 2018

sabato 18 agosto 2018

PINO TAR

[Respinto dal T.A.R. il ricorso di sopravvivenza del PINO BAR. 
IL COMUNE ESULTA] 


          La tempestiva incontenibile soddisfazione del sindaco di San Benedetto, Pasqualino Piunti: Con questa sentenza viene restituita alla collettività una zona di rilevanza storica, collocata a servizio di unarea verde centralissima, come patrimonio comunale indisponibile

          Ma che stai a di, Pasquali: “… restituita alla collettività

Forse il PINO BAR è un manufatto inagibile, chiuso, fatiscente, schifido come tanti in città (dei quali invece non ti occupi)?

Forse non è stato per decenni ed è tuttora, gestito, mantenuto, curato con dignità, attenzione, gusto, passione, rispetto? 

Forse non è lultima oasi di benessere e di pensiero rimasta nellottusa fracassoneria di un centro urbano votato allacchiappo del turismo più becero? 

Forse non è lunico piccolo bar privo di furbe pedane e dehors che invadono spazi pubblici tanto sfrontatamente quanto bonariamente tollerati dal Comune, con reverenza direttamente proporzionale al potere e allinfluenza dei suoi gestori? 

Forse la Resistenza del PINO BAR non è sostenuta democraticamente da migliaia di cittadini e turisti con firme che continuano ad aggiungersi ogni giorno alla petizione, mai chiusa, contro la funesta modernizzazione, incombente qualora gli attuali gestori venissero cacciati?

          Ma che stai a di, Pasquali: “… zona di rilevanza storica?

Pino Bar non è una zona: il lessico non è unopinione, e una zona è uno spazio, unarea, un posto qualsiasi; può essere anche indistinta, abbandonata, perfino una discarica è una zona; può essere una terra di nessuno, un non-luogoecc.

PINO BAR non puoi chiamarlo zona come fosse un posto qualsiasi: è un manufatto, unopera concepita, progettata, realizzata da umani dei tempi sobri; una realtà che resiste e che per estetica, dignità, funzionalità, respiro, armonizzazione con ambiente e paesaggio ha indiscussa rilevanza testimoniale, storica, sociale.

          Ma che stai a di, Pasquali: “… patrimonio comunale indisponibile?

Forse che lo gestirà il Comune? Forse che in questa maniera con la farsa di un regolare appalto pubblico per tacitare i gonzi non sarà invece saziato qualche appetito-morsicatore neanche tanto nascosto? 

          Ma tutto questo il TAR (come Alice) non lo sa


PGC - 18 agosto 2018


venerdì 17 agosto 2018

Inafferrabile Mario

Ricordi, ricordi, pochi ma indelebili tracce scolpite nella mente come nelle ossa, cresciute per alcuni anni insieme.

Carissimo Mario, mi hai lasciato di stucco, senza un 'cenno', senza poterti rivedere ancora una volta. Ma tu eri così, inafferrabile, spesso lontano da questi luoghi di stretta e angusta periferia. Quasi fosse un riscatto dal nobile paesino che ti ha visto nascere, Montefiore, per allontanartene definitivamente fino a oggi. 

Ti ricordo come un talentoso artista prim'ancora che amico. Sì, perché tu sapevi esserlo con tanti e con nessuno, con l'accezione positiva di quanti sanno di essere persone speciali e la loro strada è determinata se non da sé, da pochi altri vincoli affettivi e materiali. Insomma, credo che tu, anche nella tortuosità dell'esistenza, sia stato sempre convinto nel perseguire gli ideali di libertà, di indipendenza nella vita come nell'arte con la tua generosa e creativa progettualità. L'acutezza dei tuoi pensieri si leggeva nel tuo sguardo, fiero, irriverente, sicuro ma felicemente 'leggero'. La tua vita, come la tua carriera lo testimoniano. Così come la tua giovane famiglia, che ben ti ha rappresentato nell'ultimo pubblico saluto. Sono stato colpito dalle loro parole, grandi e amorevoli. Per te e tua moglie Marina non c'è premio più grande. 

Appena ventenne sei riuscito a saltare su vari continenti, da solo, magari in compagnia di un reduce 'cappello da prete' che testimoniava la tua ironica diversità rispetto a un mondo pieno di ipocrisie. 
I tuoi genitori, Erminio e Giuliana, come la carissima sorella Daniela, erano spesso costretti a rincorrerti idealmente in terre lontane, con la preoccupazione, e forse anche l'orgoglio, di avere un Gianburrasca cresciuto in fretta e voglioso di scoprire o magari conquistare il mondo. Gli USA, la Cina e non so quanti altri paesi da te 'navigati' poco più che ventenne. Poi il Venezuela, con la bellissima nuova compagna di vita, dove grazie ad un tuo progetto intrecciasti collaborazioni internazionali con eventi e mostre d'arte. Nel contempo l'insegnamento, professione che, conoscendoti, certamente amavi e dove trasferivi il tuo talento in modo che crescesse il loro, quello dei tuo ragazzi, futuri donne e uomini più che alunni.

Le arti, in toto, sono state il tuo pane quotidiano, come l'amore per l'avventura e la sfida con sé stessi. Sfida che ti ha portato a sottovalutare il tempo, quello che non rispecchia i nostri pensieri e fa scempio insindacabile della volontà e necessità di vivere… ancora un po'.

Caro amico di studi e di esperienze comuni, degli scambi di parole ad arte, del "ci sentiamo presto" dopo l'ultima collaborazione in UT del 2010, La Curiosità (giustappunto, quale miglior tema?); mi mancherà l'attesa che mi portava sempre a sperare di rivederti prima o poi, anche solo di saperti in giro a progettare 'qualcosa' di vitale, di importante, di immaginifico. Ma questo tuo ultimo viaggio nessuno lo aveva previsto. Inarrivabile Mario… e la tua grande vivace umanità.

La tua frase, riportata in tuo ricordo, testimonia ciò che è stato grande in te, un pensiero alto e laico: "Non piangete, io continuerò ad amarvi al di là della vita. L'amore è l'anima e l'anima non muore". Da parte mia mi impegnerò a rispettare questa tua esortazione. Ma per la tua promessa, fa sì che si estenda dalle 'mie parti' e mi folgori da qui in avanti.

Francesco Del Zompo - 16 agosto 2018
(Omaggio a Mario De Carolis, scomparso il 12 agosto 2018)

Opera di Mario De Carolis per UT "La Curiosità", settembre 2010

mercoledì 15 agosto 2018

“Dilaniato dai versi”


Fondazione DiversoInverso

"MINUTI ILLIMITATI di... GIARDINO" 
Giardino de La Rosa Scarlatta - Monterubbiano


La Cantoria del Buon Cantore
di
GIARMANDO DIMARTI

Percorso lirico poetico omniano a cura di 

Vincenzo di Bonaventura
11 agosto 2018  h21.30



“Dilaniato dai versi”

 

       Sono dilaniato dai versi, posseduto fino a “pensare in poesia”, dice di sé Di Bonaventura. A possederlo stasera è la grande poesia di Giarmando Dimarti (“Uno dei più grandi poeti del nostro tempo, e di cui mi onoro di essere amico”): vissuta, cantata, agita da Vincenzo, essa è la nostra rosa scarlatta in questo giardino senza età, di scale impervie, di silenzio e di stelle.
       Vi aleggia il genio eclettico e raffinato di Euro Teodori, che Giarmando ricorda commosso nei saluti; lo rischiara la presenza luminosa solida e lieve di Stefania. E noi vibriamo in tutt’uno con questi alberi antichi e liberi, con questo cielo profondo, con Vincenzo che si fa aoidos dei versi poderosi, e quella poesia percepiamo in ogni cellula - in modo primitivo e primigenio - coi sensi più profondi.

       Per voce sola e djembe ci assale titanico il canto in necessario / accessorio del poeta. Nel mondo disumanato, nel “chiassato silenzio” del tempo che ci siamo dati*, la poesia non ha - montalianamente -  lingua o parola che salvi – “Taci il tuo ciancio cantare / poeta (…) cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce (…) la terra veleggia l’universo / anche senza le tue balorde sfioccate bandiere sonore

       Frantumato, destrutturato, sperimentale eppure antichissimo e dotto, il verso dimartiano irrompe nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano; perfora il conformismo delle parole ormai vuote di senso con la densità di una lingua spregiudicata e squisita, apocalittica e aspra, che impietosa squarcia il velo opaco delle cose e a un tempo si piega dolente - con un cuore appena ricucito - sulla pena di una terra erranea sdraiata fraudolenta.

       La voce attoriale se ne fa canto, tambureggiare di djembe, grido poderoso, lamento dissotterrato da affogate memorie. Percorre l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta; evoca presaga il cieco precipitare della nostra vita in disarmo - dove “è tutto sotto controllo”* - verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi saremo nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.

       Implacabile esplora la rabbia della fame infame sete di chi ha attinto acqua da crepe deserte (…) dato quello che avevo per un recinto d’aria; scava la pena delle labbra incollate dai digiuni nel disperato j’accuse: “a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni?”

       Evoca l’amore - amaro amore errante - che ritorna dopo il tempo di un lungo deserto, e l’anima roca per nebbie disfatte si affaccia nuovamente nel giorno: non fu cosa facile / non lo è mai quando il cuore decide la sua storia.
       Si piega dolente sulla tragedia dell’amico suicida, ed è interrogarsi per capire e capirsi, e non poter altro che amare ormai lontano quel cuore in ritardo per un giorno senza rive, quell’anima in cerca di un’alba di là da tutto / senza più paura.
       Ed è canto dell’uomo fatto solo (“nella moltitudine che incrocia il tempo della storia / trovo te uomo fatto solo…”) che svende i suoi giorni nel quotidiano frastuono dove la sua profonda esserità è smarrita, è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena  / dell’uomo.
       Nel viaggio che si conclude calchiamo con Dimarti l’orma adrianea nello struggente Animula vagula blandula: il dolore esistenziale - non mitigato, solo più pietoso - si libera in quel “Anima mia / batti come un timpano sordo”. Ti percepisco, e in quella percezione profonda - ripetuta, insistita - si ricompone l’unità perduta (“riconduco in te la mia sparsa origine”) tra la propria umana essenza e il tutto.

       Resteranno a lungo, vibreranno ancora fra gli alberi e le stelle, il respiro epico della poesia di Dimarti,  il brivido del suo amore errante, e la voce aedica che nel cantarli ci restituisce alla nostra “sopravvissuta umanità”, ci richiama indietro - fosse anche per una sera - dallo schiamazzo ebete del giorno, dalla stoltezza mascherata di inutili libertà.

* Il tempo che ci siamo dati     G.Dimarti, 2016
* È tutto sotto controllo            G.Dimarti, 2009



Sara Di Giuseppe - 13 agosto 2018



foto di Sara Di Giuseppe e Antonello Andreani