mercoledì 13 novembre 2019

IL DIO DELLO STREPITO

 COMPAGNIA DELL’ACCADEMIA
studio da
LE BACCANTI
di
Euripide
trad. Edoardo Saguineti
regia Emma Dante

San Benedetto del Tronto – Teatro Concordia
9 Novembre 2019  h 20.45


IL DIO DELLO STREPITO


“… portami laggiù, dio dello strepito, dio dello strepito
 euòi! Tu che guidi i baccanali…


         Modernissimo Euripide, che “come tutte le avanguardie rigenera il teatro uscendo dal teatro” e paga di persona: con l’insuccesso, con l’autoesilio da un’Atene senza redenzione, da una società che non lo ama e gli tributerà omaggio tardivo e postumo, forse ipocrita. 


         Tragedia totale viene definita Le baccanti, e ultima stagione del teatro politico: al tragediografo greco - così vicino al teatro moderno - sarebbe certo piaciuta la geniale regia di Emma Dante, il suo teatro che rilegge la classicità attualizzandola e i cui archetipi spesso utilizza nella denuncia sociale che è nerbo della sua produzione.
         L’arcaismo tragico delle Baccanti le è congeniale - qui esaltato dalla luminosa traduzione di Sanguineti - e il palco popolato di giovani donne e giovani uomini, martellato da musiche pop e luci psichedeliche nulla toglie alla perfezione del meccanismo teatrale euripideo, alla violenza di un intreccio - la fantasia dei Greci è spesso truce - che fu anche atto di accusa verso un corpo sociale, quello ateniese, disgregato così come smembrato è il corpo fisico del tiranno Penteo.

         Ci sono tutti, i temi eversivi di un Euripide cui Atene preferì sempre gli altri tragici: ci sono le donne, invasate dal dio e perciò libere - pur solo nell’ebbrezza dionisiaca - da un giogo sociale maschilista e opprimente, non lontano da quello che la regista rintraccia nell’humus socio-culturale della natia Sicilia; c’è il dio dalla collera vindice rivolta contro Tebe che non riconosce - unica fra le città - la sua divinità frutto della ierogamia fra Zeus e la mortale Semele; c’è il confronto col tiranno - il suo doppio - che irride il sacro e segna in questo il proprio destino tragico.
La vendetta di Dioniso - qui sdoppiato in un corpo maschile e in uno femminile - eccede la giusta misura ma non cerca giustificazione, né la natura divina può essere discussa: le principesse cadmee e con esse tutte le donne di Tebe, possedute dall’estro dionisiaco - l’oistros, l’incontenibile follia - saranno il suo braccio armato, e ciò che il dio ha spietatamente stabilito si compirà.
         Alle sue menadi asiatiche e alle baccanti tebane il dio dello strepito infonde così il grido di vittorioso furore nella perdita totale di sé, mentre l’azione converge verso il suo acme: lo sparagmòs, l’orribile smembramento di Penteo ad opera dalla stessa sua madre Agave, che nella follia bacchica lo crede un cucciolo di leone.

         Con il taglio della parte finale - l'esodo e il ritorno di Agave in sé, con la  terrificante coscienza dello scempio e il canto di trionfo che diviene lamento funebre - la regia sceglie una messa in scena dominata dalla dirompente bacchica sensualità dell'elemento femminile: qui musica, canto, danza disegnano geometrie convulse ed esplosioni di colore, e gli oggetti anche macabri - le teste mozzate penzolanti dalla graticcia, la croce a un certo punto innalzata - sono grumi simbolici che inchiodano l’attenzione e rendono lo spettatore parte dell’incantesimo collettivo.

         Le figure più caricaturali - l’effeminato Penteo, eroe (o antieroe) della miscredenza, il saggio Tiresia, il tremebondo vecchio re Cadmo - spinti dal dio al travestimento femminile per mescolarsi ai riti bacchici - non muovono il riso, amplificano anzi il connotato tragico, la ferocia collettiva indotta dalla follia divina. Nella nitidezza della costruzione euripidea Atene non poteva non riconoscere le dinamiche stesse della propria disfatta politica e morale (il predominio degli affari, le lotte intestine, la disgregazione della società e dell’individuo… Ci ricorda qualcosa?).

         La Compagnia dell’Accademia e i suoi giovani eccellenti interpreti - “bravi da matti” - imprimono alla scena una carica passionale che è cifra del teatro di Emma Dante, sempre di attualissima denuncia. Per ricordarci, insieme con Euripide e duemilacinquecento anni dopo di lui, che per incenerire le case degli uomini, per "abbattere questa società putrescente non serve certo un dio, bastiamo noi” (L.Billi).


Sara Di Giuseppe - 12 Novembre 2019 





sabato 9 novembre 2019

Alì Babà e i quaranta palloni

            Istruzioni per la lettura (cfr. stampa locale):
-          Rubati quaranta palloni alla squadra di calcio Sambenedettese. Si cercano i ladroni, forse quaranta. Come acciuffarli, prima che ne rubino ancora? [Furto gravissimo ma “affettuoso” e creativo: senza palloni non giochi, se non giochi non perdi]

-          A San Benedetto, Grottammare e Cupramarittima si stanno costituendo legalmente - su iniziativa dei 3 sindaci e benedizione della Prefetta - i “GRUPPI DI VICINATO”. In pratica: RONDE DI CITTADINI SPIONI, “con 8 coordinatori già individuati(sic). Stiamo sereni.

Alì Babà e i quaranta palloni, dicevo, ma che c’entra? 

      E’ che ci vorrebbe un Alì Babà per ritrovare i quaranta palloni trafugati dai ladroni: e potrebbe riuscirci uno degli “8 coordinatori appena individuati” dall’Amministrazione di Grottammare, o qualche agente-scelto della relativa squadraccia. 

       Impresa non difficile - non si tratta di ori e gioielli persiani… - e perfetta come allenamento per i “Gruppi di vicinato”: basterà che questi scagnozzi girino con ostentata nonchalance per i campetti di calcio del “perimetro di competenza concordato” e osservino con cannocchialetti sapientemente mimetizzati i palloni con cui giocano i ragazzi; buttino l’occhio vigile sul vicino che d’improvviso palleggia con la moglie in giardino; controllino se la vetrina del negozio di fiducia di articoli sportivi ha troppi palloni in sconto… 
Oppure bussino direttamente alle porte del proprio quartiere (“Apriti Sesamo” e ogni porta si aprirà) e… ”quanti palloni avete in casa?” Se ce n’è più d’uno, ZAC, subito avvertiranno i Carabinieri a mezzo whatsapp, come gli hanno insegnato negli “incontri formativi” e come sta scritto nel “Protocollo d’intesa con la Prefettura”. Per il vicino saranno cazzi, ma questo è il Progetto sociale che favorisce la rinascita e il consolidamento dei rapporti e la reciproca assistenza tra vicini (sembra una barzelletta ma proprio così dice Pierre-Gallin, e i giornalisti da riporto riportano).

        Ulteriore missione degli Alì Babà nostrani sarà scovare chi in casa accende forni e camini contravvenendo all’ordinanza sindacale che lo vieta severamente ma con deroga: “salvo che per cucinare salsicce alla brace e grigliate” (pare una barzelletta ma proprio così scrive sindacopiunti nell’ordinanza).
Svariati Alì Babà in borghese, pertanto, perlustreranno il quartiere di riferimento col naso in su, guardando i comignoli e annusando l’aria come i bravi di don Rodrigo, e al minimo sospetto ti entreranno in casa (con o senza la formula magica “Apriti Sesamo”) puntandoti addosso non la pistolona, per ora, ma lo smartphone: per il vicino saranno cazzi, se sorpreso senza la salsiccia in bocca.
 
        I “Gruppi di vicinato appena istituiti, dunque: comitati di controllo o ronde, comunque li si voglia chiamare, altro non saranno che la STASI de noantri. Giusto 30 anni fa la mandavano finalmente al diavolo, la terribile Polizia Segreta della DDR, che aveva la sua forza nell’immensa rete di collaboratori più o meno segreti adescati tra i cittadini.
 
Per l’anniversario la resuscitiamo noi, proprio nei giorni in cui dappertutto viene ricordato ciò che fu quel fetente regime poliziesco caduto con ignominia, a furor di popolo; che cosa fu lo spietato controllo di ogni atto, di ogni respiro dei suoi cittadini. “Le vite degli altri” fatte a pezzi.
 
        I 3 sindaci invece già si appuntano la medaglia, nell’assordante silenzio di opinione pubblica e mezzi d’informazione: non un lamento, un soprassalto di preoccupazione, un moto d’indignazione da parte di cittadini comuni, di sedicenti intellettuali, politici sinistrorsi militanti o a riposo, giornalisti e porgimicrofono, presenzialisti di professione, finte opposizioni politiche, associazioni asservite, preti vescovi e chiesa tutta, artisti, opinionisti e bellagente.
Non un fiato da nessuno di costoro, non una parola, non un pensiero, non una riga per denunciare questa deriva pericolosa, moralmente distorta, militaresca e fascistoide; per lanciare l’allarme sul cupo spionaggio istituzionalizzato e astutamente mascherato da “reciproca assistenza tra vicini”. Nessun “dissidente”. Indifferenza, apatia, viltà, silenzio.

        Un’opinione pubblica che supinamente accetta scelte come queste, lesive di libertà, dignità, decenza, prodromi di derive impensabili, è irreparabilmente lobotomizzata, anestetizzata fino alla paralisi, e allora tutto può succedere. Nella storia recente è già successo.

        Oppure, e chissà qual è l’ipotesi peggiore, silenziosamente condivide queste politiche, se ne compiace, si sente al sicuro, tutelata da un grande fratello occhiuto e prepotente, che con l’alibi della solidarietà e partecipazione sguinzaglia i suoi spioni a controllare il modo in cui vivi.
        E i sindaci continueranno a gonfiarsi come i palloni della Samb, santi subito saranno acclamati da stampa, da cittadini adoranti e complici, da nani e ballerine: santi degli spioni, patroni del buco della serratura.
        E pensare che gli è bastato cominciare con dei piccoli ma fedeli Alì Babà che corrono dietro a 40 palloni rubati…
 
 
PGC - 9 novembre 2019




sabato 2 novembre 2019

PEGGIO DI DRESDA

       “Il Consiglio Comunale di Dresda approva a maggioranza (Verdi, Post-comunisti [Linke], Liberali [Fdp] e Socialdemocratici [Spd] a favore, Cristianodemocratici [Cdv] angelikamente contro) una delibera che proclama in città l’Allerta Nazista, dopo i ripetuti atteggiamenti e atti antidemocratici, antipluralisti, contrari all’umanità e di estrema destra che arrivano fino alla violenza. Dresda ha un problema: se non vuol diventare la capitale del nuovo nazismo deve opporsi energicamente a questa destra estrema radicalizzata, difficile da individuare e mescolata con la borghesia conservatrice”  (cfr.”La Repubblica” del 1.11.’19)
 
       Premesso che il Piceno non è la Sassonia e che qui i nazisti non ci sono (o piuttosto, non si vedono) e che abbiamo “solo” una forte DESTRA, noi siamo messi peggio di Dresda.
Nel senso che, mentre la nostra destra/centrodestra cresce elettoralmente e si fa sempre più invadente, arrogante, invasiva, ma anche subdola, sorridente, convincente, dispensatrice di convenienti promesse, non c’è chi la contrasti. Questa nostra destra casereccia prospera alla luce del sole, non si nasconde, non si vergogna: anzi si mostra amichevole, religiosa, con l’abito buono della festa. Si mescola agevolmente fra noi, che storicamente l’abbiamo già nel DNA. Si annida perfino nella nostra sminuzzata sinistra/centrosinistra; oltre che tra intellettuali, operai, dirigenti, disoccupati, evasori fiscali, giornalisti, medici, commercianti, imprenditori, artisti, avvocati, militari, insegnanti, studenti. Donne uomini bambini, il DNA dicevo. Si fa chiamare in tanti modi: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Casa Pound… Amministra quasi dappertutto, anche dove è in finta minoranza.
       Basta guardare qualche fatto degli ultimi 5 giorni:

-      I sindaci di San Benedetto, Grottammare e Cupra Marittima (destra e sinistra) firmano davanti alla Prefetta di Ascoli l’impegno ad istituire le RONDE (le chiamano “Gruppi di vicinato”, oh quanto sono creativi, ma sono peggio delle Ronde, torneremo alla famigerata STASI della DDR). La notizia  - cioè la velina - esce liscia come una carezza, nessuna indignazione o quasi. ”Mummie che tacciono”.
-      Al ristorante “Terme” di Acquasanta, per i festeggiamenti dell’Anniversario della Marcia su Roma, si riuniscono a banchetto amministratori ascolani e sambenedettesi sotto l’egida del Duce. La notizia scandalizza tiepidamente i giornaloni locali, poi appena un po’ di sputtanamento su quotidiani e tigì nazionali, poi tutto tende a sgonfiarsi: il Fratello d’Italia sindaco-ragazzo-maratoneta di Ascoli ci ha dato a bere che non aveva visto il menu (!) - talmente fascista che quello di casa-Mussolini gli fa un baffo -. Gli altri Fratelli hanno minimizzato, i leghisti hanno fatto embè?. Nessuno si è dimesso. Solo un gregario finto-capo si è scusato a bassa voce. Certo, dopo il fattaccio la sinistra ha strillato, ma come per contratto. Strillato. Déjà vu.

Ma l’elenco delle decisioni destrorse folli e pericolose come e più di quelle nazionali è lungo, lunghissimo: lo è così tanto che, almeno nei Consigli Comunali se non anche nella cosiddetta “società civile” si sarebbe dovuto fare uno scatto, tipo Dresda.

Ma quando mai, se siamo ormai inquinati fino al midollo.
 
-      L’opinione pubblica è silente, ciascuno cura col massimo interesse il proprio orticello o il proprio ombelico, né mostra di accorgersi di nulla. Come i contadini polacchi quando sulla ferrovia che correva accanto ai loro campi di cavolfiori gli passavano davanti certi convogli…
-      Le classi dirigenti capaci di “gestire con saggezza” le crisi strutturali e le crisi contingenti sono sempre più rare o addirittura scomparse.
-      La sinistra ormai sbriciolata come biscotti secchi, non sente più la propria responsabilità principale: quella di “tentare di contrastare gli innati bassi istinti della parte destra di noi tutti e di tenerli a bada” (Altan). 

       Quindi nessuno dei nostri pavidi, inerti, neghittosi Consigli Comunali, incapaci di prospettiva politica ma anche di pensare semplicemente controvento, voterà mai una delibera che, dichiarando l’evidente pericolosità di questa deriva - antipluralista, antidemocratica, antiumanitaria quando non addirittura violenta - impegni il Comune, i Comuni, la Provincia, la Regione ad opporsi energicamente e a combattere una destra estrema e arcigna, radicalizzata ovunque, facile da individuare benché spesso mimetizzata nei ranghi della borghesia conservatrice e reazionaria.

Siamo messi male. Peggio di Dresda. E il Piceno è già la capitale della peggiore destra, che si evolve con fascistica rapidità.


PGC - 2 novembre 2019


venerdì 1 novembre 2019

Silvano non suona più

Tra noi, era quello che più amava la musica. Ma la suonava di meno.
Lui la “cantava”, dentro.


Quando lo guardavi pensieroso (e forse lui non ti vedeva), sta’ sicuro che aveva un motivo in testa, spesso ripetitivo, che ripassava in continuazione, arrangiandolo alla sua maniera, smontandolo, rimontandolo, arricchendolo di note nuove, per noi misteriose.

Da ragazzo, con noi formò i Leaders, poi studiò e insegnò musica, a Ripa fu maestro di banda, nel suo defilato affettuoso negozio vendette chitarre, clarinetti, sax, piani, batterie, spartiti, mute di corde…

Ci si ritrovava, ogni tanto. Tra noi, suonare significava parlare. Impacciati magari, non ricordando bene motivi e accordi, provando, riprovando…

In ultimo, da solo, chissà cosa cantava. Ma sembrava sereno.

Noi speriamo così.

1 novembre 2019                Gli amici di musica