Appunti di viaggio

Appunti di viaggio. Corrispondenza da San Pietroburgo. Dezinformatsiya

Buongiorno, da mia cità di Sankt-Peterburg io sempre segue vicende di Italiya su vostre gazety e in televidenie. Ogi fa grandi risa con miei amici di Rossiya per vostra politika chi è molto ridikula e ci molto diverte: noi no può crede chi pregiudicato Burleskon, condanato per frode finansovy (chi in Rossiya è molto gravissimo reato, colpevoli va dritto a campo di lavoro in Sibir’) è ancora libero, e tribunal lui “condana” a cambia panolony in Residence di anziani, e solo 4 ore di setimana! (Legge italianskiy dice: afidamento a servizi sotsialniy è per colpevole chi mostra ravvedimento. Burleskon strilla chi lui innocent, sentenza è ingiusta e magistrati lui perseguita, alora lui è kriminal “raveduto”?). Questa è più buffa komediya chi noi mai visto, pregiudicato perfino fa kampaniya elektoralni per suo partito, fa comizi e parla in televidenie, e condiziona politika e vita publica! In mia cità nesuno capisce come molti genti di Italiya lui segue e vota sua partiya, e tuti noi pensa molto absurdny chi prezident Metyu Renzo fa akordi con lui chi è pregiudicato e con sua partiya di indagati! Io pensa che grande problem di Italiya è sua mediocre politicheskiy klass, chi no afronta strukturalnie problemy di Paese: demagogicheskiy reformy di giovane Metyu Renzo porta solo voti per Yevroparlement a suo partito PD “in caduta libera”. (Mi anche molto meraviglia come giovane Metyu parla e scrive: lui dice suoi aversari è “gufi”e “rosiconi”… cosa è questo? Lui parla come teenager in gita scolastica! Voi imagina Frau Merkel o Mr Cameron o Monsieur Hollande chi parla come liceali?...).
Grave problem di Italiya è anche dezinformatsiya: con pochisime ecezioni, vostra stampa no è indipendent (zhurnalisty di novosti in televidenie è pegio di tuti: loro completamente aserviti e fa solo turetsky baraban - “grancassa” voi dice - di potere) e anche è provintsialniy. Zhurnalisty scrive sempre moltisimo su diskusia e litigi di politicheskiye partii, poco di problemy internatsionalniy e se risveglia solo si acade katastrofy, teremoti, tzunami.
Loro quasi ignora o parla pochissimo di molto gravisimi temi, come teribile guera etnica in Sud Sudan, dificile situatsiya di Mali (dove jihadisti ha uciso ostagio francese), di Siriya, di Egypt. Io ricorda che quando iniziata gravisima crisi di Ukraina, zhurnalisty in televidenie dava come prima novosti… Sorentino vincitore di Oscar! Dunque si io lege o ascolta rasegna di stampa italiana, io muore leteralmente di noia, invece grandi gazety di Germanyia, Anglyia, Frantsiya ecc. ha sempre in prime pagine grandi temi politicheskiy e sotsialniy di tutto il mondo. Oggi in sue prime pagine “NY Times” ha protesta di famiglie di sherpa morti su Everest; Al Jazeera parla di Qatar chi sfruta operai chi lavora per prosimi mondiali; “The Guardian” parla di situatsiya in Pakistan, “The Washington Post” ricorda strage di operai in stabilimento tessile Rana Plaza in Bangladesh un anno fa, BBCNews dice di navi americane in Polonia per krizis di Ukraina, etc… E stampa italianskiy in prima pagina ha… “Letta vede Matteo”, “La sfida di Renzi sul lavoro” “La scure di Renzi”, “Poletti si sfoga con Sacconi”, “Alitalia, le banche frenano”, “Test a medicina, sospetti sui promossi”, etc…
Infine, io domanda a italianskiy zhurnalistiy: posibile nesuno di voi condana come “follia” gigantesco evento di doppia canonizazione di papi a Roma? Come nesuno dice chi è follia 8 o 11 milion di yevro per organisatsiya (e solo 500.000 pagati da Stato di Vatikan!), follia invitare tanti capi di Stato e tuta Roma militarizzata per giorni? Forse i santi ha bisogna di circo mediatico e sfogio di potere e richeze? Forse voi tuti genuflessi, no ha coragio per fare kritika a potente Vatikan e potentisima Chiesa Katolicheskaya?
Papa Bergoglio, chi ama semplicità, povertà, umiltà, poteva lui se afacia di finestra in Sankt Petra e dice - o scrive su feissbuc - : Cari frateli e sorele, questi due papi da ogi sono santi”. Forse loro così sarebe stati meno santi?
Può qualcuno mi risponde? Spasibo.
Do svidaniya.


Sara Josefovskaia


Appunti di viaggio. I colori. Prague Half Marathon

Brillano sotto il cielo di un grigio testardo, i colori: la tavolozza folle dei dodicimilacinquecento runners venuti da ogni dove, il rosa sfrontato delle immense magnolie e il bianco virgineo dei meli in fiore in pieno centro-città (meditiamo, italiani, meditiamo), il verde collinare incoronato dal Castello e dalle guglie di San Vito. Piazza Jan Palach è invasa: le quinte severe - l’asburgico Rudolfinum, l’austera Facoltà di Filosofia, l’Accademia di Belle Arti - sono vecchie signore aristocratiche trascinate in un carnevale di folla, atleti, musica, gazebo, postazioni tecniche, caleidoscopico ambaradan di un’organizzazione gigantesca e perfetta. Allegria contagiosa, ti metteresti a correre anche se non hai mai corso più di un’ora di seguito in vita tua e con andatura da vecchia Trabant. Mezz’ora allo start, atleti stipati dentro le transenne nei settori distinti per lettera, A, B, C, fino alla J e forse oltre, si scaldano, socializzano, aspettano, fibrillano. Nei primi settori quelli “bravi”, col numero di pettorale basso. Davanti alla massa e fuori dalle transenne il gruppo delle star: gli atleti keniani, etiopi, ecc. Sono i favoriti, sanno e sappiamo tutti che vinceranno. Gazzelle metropolitane, farfalle che sfiorano il suolo, protagonisti della simbolica nemesi che alla partenza li colloca davanti a tutti, liberi e fuori dai recinti che ingabbiano il gregge dei “bianchi”. E vinceranno, 21 chilometri in meno di un’ora: figli del vento, keniani come il vincitore Peter Kirui e la vincitrice Joyce Chepkirui, etiopi come gli altri medagliati… forse l’alato Ermes correva così.
Sono le 12 in punto e non immagineresti, nel trentacinquenne col viso da ragazzo che darà lo start, solo e senza arroganti scorte in occhiali scuri e auricolare, il sindaco di tanta città. E’ un istante, lo sparo scioglie tensione e attesa nel lunghissimo fragoroso applaudire: il fiume di gambe scorre, come la Vltava fluisce nel maestoso secondo movimento della sinfonia “Má Vlast” che meravigliosamente accompagna i 12.500. E ancora i colori, adesso è il verde fluo dei runners della RWTTC (Run Whit Those That Can’t, “Corri con chi non può”), organizzazione fondata da studenti della Terza Facoltà di Medicina dell’Università Carlo IV: spingono gli agili “tricicli” dei ragazzi con distrofia muscolare, li sommerge l’entusiasmo di tutti, mai nessuno è stato applaudito così. Tra la partenza festante e la fatica dell’arrivo c’è un fiume di corpi belli, brutti, atletici, improbabili, che attraverseranno strade e quartieri, ascolteranno la folla gridare e applaudire, i complessini suonare e incitare; incroceranno, applaudendoli, i keniani che li doppiano, le gazzelle con le ali ai piedi sono irraggiungibili, sono un giorno avanti. Dal centro alla periferia, sui lungofiume e dappertutto il calore del pubblico è costante, le auto sparite da mezza città, niente automobilisti a sgasare irritati e inveire all’intoppo, non è Milano.
Gli arrivi sono momenti unici: si può essere freschi come fiori di campo o traditi dalle gambe che cedono a cento metri dal traguardo e non c’è modo di rialzarsi, o raggianti come i volontari in verde, imprevedibili come il runner in tenuta da galeotto, affettuosi come Kristynka con la scritta “Auguri mamma, Happy Birthday mum” sulla maglietta….
Il dopo è il coloratissimo frantumarsi dei dodicimilacinquecento in migliaia di rivoli, sul verde dei prati, sotto le magnolie in rosa, presso le postazioni azzurre; solo il cielo è di un grigio coerente ma chi gli dà retta, gli siamo grati del sole di ieri e d’aver camminato in sandali ed esserci sdraiati nei prati. Coi teli argentati sulle spalle gli atleti adesso sono un po’ marziani un po’ eroi dei fumetti: una parte di me li invidia, magari nella prossima vita sarò RedBull e non Trabant, e correrò anch’io.


Sara Di Giuseppe


Appunti di viaggio. Lettera-Corrispondenza da San Pietroburgo. Mercato di vacche

Buongiorno,
di mia cità di Sankt-Peterburg io segue politika di vostra Italiya e io resta veramente incredula e no capisce molte cose.
Diskutsia su elektoralny lege somilia come mercato di Zelenogorsk, dove contadini contratta prezzo di sue vacche: vostri politikeschiy trata premio di maggioranza, 35%, 38%, 37%... proprio come vacche di Zelenogorsk!
Quando io letto chi giovane Metyu Renzo fa akordo con vechio Burleskon, io quasi morta di ridere: io pensava molto ridikulo scherzo di zhurnalisty, come di karnival, ma miei amici di Italiya conferma che tuto vero. Alora io domanda: Burleskon è condanato definitivo da tribunale per molto odioso reato di evasione finansovy, da? Come alora dopo tanti mesi lui no paga sua pena, e invece lui libero, parla in televidenie e ancora condiziona vostra politika e perfino decide nuova lege elektoralny? In mia Rossiya lui subito era in campo di lavoro in Sibir’!
Forse Italyanskiy è mazokhisty? Loro stregati da Metyu chi fa akordo con pregiudicato evasore, e Parlement vota elektoralny lege-truffa chi nasce da quelo akordo fuori di Parlement, e anche aprova decreto-truffa chi fa regali a banky! Questo è molto gravisima cosa, ma io vede che ogi tuti grida, no contro questi skandal, ma contro partiya di oppozitsiya chi denuncia questi skandal e violazione continua di demokratiya: questo a me somilia come Pinokio chi tira martello e spiacica su muro grillo parlante perché lui rimprovera e dice verità! E anche vostre gazety quasi tutte fa “cani da riporto” e strilla di più!
Alora io domanda: perché tutti “guarda dito che indica luna” e tutti strilla contro chi denuncia porcelate, e invece no “guarda luna” che è politikeschiy e dirigentniy klass incapace e korota, chi calpesta demokratiya e fa solo suoi giochi di potere? In mio paese dice: “tu è stupid, se tu guarda dito e no guarda luna”!
Io anche legge statistika chi dice Italiya è paese klassist, dove no è giustizia sotsialny, solo 10% di familie ha 46% di natsionalny riccheza; perfino Consilio di Yevropy condana vostro paese per violazioni di Sotsialnaiya Khartiya (carta sociale voi dice, da?).
Alora io domanda: come voi tolera politicheiskiy klass chi no afronta questi grandi problemi e passa tutti mesi in diskutsiya e porcelate su elektoralny lege e fa kompromiss con chi ha portato vostra Italiya in ruiny? Come Italyanskiy no caccia loro con forcony in suo didietro? Io no capisce. Può qualcuno mi spiega? Spasibo.
Do svidaniya

Povero Pinocchio, mi fai proprio compassione, perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno!” (C.Collodi, Le avventure di Pinocchio, cap.IV)

Sara Josefovkaja


Viaggio nel tempo. Fra Medioevo e Rinascimento: Honorato Matteuccio... Silviuzzo carissimo
[Carteggio segreto fra Matteuccio da Firenze e Silviuzzo da Arcore, prima dell’incontro di Roma]

Firenze
Compare mio caro, non ho avuto maggior dolore di quando intesi voi essere condannato. Duolmi non vi havere potuto aiutare, come meritava la fede che avevate in me, né potervi giovare in cosa alcuna. Ora, compare mio, quello vi ho a dire è che voi facciate buon cuore a questa persecutione, come avete fatto all’altre che vi son sute facte, et che quando sarete liberato dal confino, voglio vegnate a starvi qua a piacere, quel tempo che vorrete. Et dove sarò, o in villa, o in Firenze, o a Roma, sarò, come sono stato, sempre vostro. So bene che niente può il coraggio, o la prudenza, o la forza, o qualunque virtù, se manca la fortuna. A Roma, di questo si vede ogni giorno la prova.
Conosco non pochi, ignobili, illetterati, dappoco, godere di altissima autorità, et con improntitudine et astuzia, più che con ingegno et prudenza, si fanno strada. Et per tutte le cause, et maxime per questa, desidererei essere con voi, et vedere se noi potessimo rassettare questo mondo, et, se non il mondo, almeno questa parte qua.
Sono vostro
Matteuccio da Firenze

Arcore
Magnifice orator, la vostra lettera tanto amorevole mi ha fatto dimenticare tucti gli affanni passati. Et questi miei affanni li ho portati tanto francamente, che io stesso me ne voglio bene. Et se parrà a questi governanti di non lasciarmi a terra, io l’avrò caro; et se non parrà, io mi vivrò come io venni al mondo, che nacqui povero, et imparai prima a stentare che a godere.
La Fortuna ha fatto sì che, non sapendo ragionare né dell’arte della seta et dell’arte della lana, né de’ guadagni né delle perdite, mi conviene ragionare dello Stato et devo votarmi a parlare di questo, oppure a restare zitto. Io sto dunque in villa tra i miei pidocchi, senza trovare uomo che della virtù mia si ricordi; la casa in cui dimoro non si può chiamare cattiva, ma io non la chiamerò mai buona, perché è senza quelle comodità che si ricercano: le stanze sono piccole, le finestre alte, un fondo di torre non è fatto altrimenti; ha innanzi un pratello bitorzoluto, ed è sotterrata tra i monti talmente che la più lunga veduta non passa mezzo miglio.
Cazzus, è impossibile che io possa stare molto così, perché io mi logoro e veggo, se Iddio non mi si mostrerà più favorevole, che io sarò un dì forzato a pormi per precettore, o segretario, o ficcarmi in qualche terra deserta ed insegnare leggere a’ fanciulli, et lasciare qua la mia brigata.
Io non vi scrivo questo perché io voglia che voi prendiate per me disagio o briga, ma solo per sfogarmene, et per non vi scrivere più di questa materia, come odiosa quanto ella può.
Valete
Silviuzzo da Arcore

Firenze
Silviuzzo honorando, quando io leggo i vostri titoli et considero con quanti re, duchi et principi voi havete altre volte negoziato, mi ricordo di Lisandro spartano, a cui dopo tante vittorie e trofei fu data la cura di distribuire la carne a quelli medesimi soldati a cui sì gloriosamente haveva comandato, et dico: vedi che mutati solum i visi delli huomini e i colori estrinseci, le cose medesime tutte ritornano, né vediamo accidente alcuno che in altri tempi non sia stato veduto. Honorabile Silviuzzo, è certo gran cosa a considerare quanto gli huomini siano ciechi nelle cose dove essi peccano, et quanto siano acerrimi persecutori dei vizi che non hanno. I cittadini vorrebbero a governare uno che insegnasse loro la via del Paradiso, et io vorrei trovarne uno che insegnasse loro la via di andare a casa del diavolo; et vorrebbero appresso che fosse huomo prudente, integro, et io ne vorrei trovare uno più astuto del Savonarola. Perché io credo che questo sarebbe il vero modo di andare in Paradiso: imparare la via dello Inferno per fuggirla.
Lo accordo nostro è stato consigliato veduti i comportamenti ambigui e incerti, veduto il poco ordine delle genti nostre, veduti noi di Italia poveri, ambitiosi et vili: ma si intende uno accordo che sia fermo, non dubbio e intrigato, perché uno accordo netto è salutifero, uno intrigato è al tutto pernicioso, et la rovina nostra.
Sempre vostro
Matteuccio da Firenze

Arcore
Voi, compare, con più avvisi dello amor vostro mi havete levato dallo animo infinite molestie. La Fortuna ha voluto che standomi in villa, io abbia corrispondenza d’affetto con una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile che io non potrei laudarla né amarla di più. Avrei a dirvi gli inizi di questo amore, con che reti mi prese, et vedreste che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere: bastivi sapere che, già vicino agli ottant’anni, ogni cosa mi appare piana, né l’oscurità delle notti mi sbigottisce. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi, et tucte si sono convertite in ragionamenti dolci, di che ringrazio Venere e tutta Cipro. Dicovi che ciò che mi fa stare ammirato è avere trovato tanta devozione, perché il più delle volte le femmine sogliono amare la fortuna et non li huomini, et quando essa si muta, mutarsi anchor loro.
Vi scrissi anche che l’otio mi faceva innamorato et così vi confermo, perché ho quasi faccenda nessuna. Non posso molto leggere, a causa della vista per l’età diminuita; non posso ire ai sollazzi se non accompagnato; se mi occupo in pensieri, li più mi arrecano melanchonia; et di necessità bisogna ridursi a pensare a cose piacevoli, né so cosa che dilecti più, a pensare e a farlo, che il fottere, et per quanto gli huomini filosofeggino, questa è la pura verità, sulla quale molti sono d’accordo ma pochi la dicono.
Chi vedesse le nostre lettere, honorando compare, et vedesse le differenze tra quelle, si meraviglierebbe assai, perché gli parrebbe ora che noi fussimi degli huomini gravi, tutti volti a cose grandi, et che ne’ nostri petti non potesse cascare alcun pensiero che non avesse in sé honestà e grandezza. Però di poi, voltando carta, gli parrebbe quelli noi medesimi essere leggeri, incostanti, lascivi, volti a cose vane. Questo modo di procedere, se a qualcuno pare sia vituperoso, a me pare laudabile, perché noi imitiamo la natura, che è varia, et chi imita quella non può esser ripreso.
Io nel mezzo di tutte le mie felicità non ebbi mai cosa che mi dilectasse tanto quanto i ragionamenti vostri, perché da quelli sempre imparavo qualche cosa; pensate dunque, trovandomi ora discosto da ogn’altro bene, quanto mi sia stata grata la lectera vostra, alla quale non manca altro che la vostra presenzia et il suono della viva voce; et mentre la ho lecta, che la ho lecta più volte, ho sempre dimenticato le infelici condizioni mia, et parmi essere ritornato in quelli maneggi, dove io ho invano tante fatiche durate et speso tanto tempo, benché io sia deciso a non pensare più a cose di stato né a ragionarne, come ne fa fede l’essere io venuto in villa. Ma, compare mio caro, ho speranza che non passerà 15 giorni che potremo parlare insieme a Roma di molte cose. Io vi ho a dire questo: che io verrò in ogni modo, né mi può impedire altro che una malattia, che Iddio ne guardi.
Sono vostro
Silviuzzo da Arcore

Fonte saccheggiata ma non tanto:

Niccolò Machiavelli - Lettere a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini (1513-1527)


Viaggio nel tempo. Fra Medioevo e Rinascimento: Ser Berluschetto (*)


Non si maravigli alcuno se nel parlare che io farò degli accadimenti che colpirono l’Italia nell’anno duemilatredici della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio, io addurrò grandissimi essempli: perché, camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, deve uno uomo prudente sempre percorrere vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare.
Dico adunque che in quel tempo l’Italia si trovava abundantissima d’ogni cosa che è necessaria per lo vivere umano, ma tra le maggior felicità che le si possono attribuire, questa credo sia la principale: che da gran tempo essa era dominata da ottimi Signori. Di questo stato di felicità dobbiamo dar merito a uno principe eccellentissimo lo quale, di ricchissimo e gran mercatante cavalier divenuto, nomavasi Messer Silvio Berluschetto. Egli era ritenuto di grandissime possessioni e di gran lunga trapassava le ricchezze di ogni altro ricchissimo cittadino che allora si sapesse in Italia. Di nobil animo ma di non leggiadre fattezze, per ciò che picciolo di persona era e molto assettatuzzo, soleva occultare il suo difforme aspetto, grazie all’ausilio di esperti cortigiani, con espedienti massimamente astuti: per essemplo, indossava calzari con triplo tacco per innalzar la statura, tal che niuno osasse malignamente chiamarlo “nano”; soleva altresì dissimulare la vasta calvizie con segrete misture mai a niuno rivelate. Questi, tra l’altre cose sue lodevoli, nell’aspero sito di Arcore edificò un palazzo, nell’opinione di molti il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva. Quivi eran tutte l’ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizi, così del corpo come dell’animo. E tutto il dì i soavi ragionamenti e l’oneste facezie s’udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, e a tutti nascea nell’animo una summa contentezza ogni qualvolta al suo cospetto si riduceano. E parea che questa fosse una catena che tutti in amor tenesse uniti. Il medesimo era con le donne, con le quali si aveva onestissimo e liberissimo commercio.
Ebbene: manifesta cosa è che gli uomini tutti per natura sono inclinati più al bene che al male; ma è tanto fragile la natura degli uomini e sì spesse nel mondo le occasioni che invitano al male, che gli uomini si lasciano spesso deviare dal bene. Accadde adunque che messer Silvio, per la grande generosità e benevolentia dell’animo suo, fussi turpemente ingannato da omini di malaffare, masnadieri al tutto privi di morale e pudicizia, e fussi trascinato nel fango con ignominia grande e scandalo degli onesti. E avvenne che, pensando tra se medesimo lungamente, portatosi infine al cospetto del Capitano del Popolo, Messer Arrigo Della Letta, a questo tali nobilissimi accenti rivolse : “Io non voglio che voi d’alcuna cosa di me dubitiate nè abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Talchè son pronto a rimettere immantinente ogni mio potere e affare nelle mani vostre”.
Udito che l’ebbe, e molto dolutosi del caso, Messer Arrigo ordinò che venisse appo lui tal Niccolò della Ghedinesca, omo molto di legi esperto, che i più conoscieno come messer Mavalà, il quale molto dilettavasi nel profferir sentenze e volontierissimo applicavasi a sostener le cause perse.
Venuto adunque Messer Silvio, con messer Mavalà qual testimonio, davanti al Capitano del Popolo, quegli costui interrogò: “Or bene tu mi di’, figliuol mio, che se’ stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti? O hai tu peccato in avarizia, desiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti? O hai in lussuria con alcuna femina peccato?”. “Messer no!” rispuose Berluschetto, che pur piagnea forte, “Voi dovete sapere che io son così vergine come io usci’ del corpo della mamma mia. E oltre di questo, per sostentar la vita mia e per potere aiutar i poveri di Cristo, ho fatto mie piccole mercatanzie, e sempre co’ i poveri di Dio ho partito a mezzo quello che ho guadagnato, la mia metà convertendo ne’ miei bisogni, l’altra metà dando a loro: e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato, che io ho sempre di bene in meglio fatto i fatti miei”. E molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità.
E oltre a questo, domandò il buon messer Arrigo molte altre cose, delle quali di tutte rispose a questo modo, e in brieve de’ così fatti ne gli disse molti; ma da ultimo cominciò a sospirare e appresso a piagner forte e “Figliuo mio, che hai tu?” disse il buon Arrigo. “Ohimè, messere, un peccato m’è rimaso, e io ho gran vergogna di doverlo dire, e parmi esser molto certo che Iddio non avrà misericordia di me per questo peccato”.
Dillo sicuramente, chè io prometto di pregar Dio per te”, rispose Arrigo. Disse allora messer Silvio: ”Poscia che mi promettete di pregar Dio per me, io il vi dirò: sappiate che quando io era ancora piccolino, io bestemmiai una volta la madre mia” e ciò detto ricominciò a piagner forte.
Disse messer Arrigo: “O figliuol mio, or ti pare questo così gran peccato? Non piagner, confortati, non credi che Egli perdoni a te questo?” “Ohimè, che dite voi?” disse allora messer Silvio “la mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte, e portommi in collo più di cento volte! Troppo è gran peccato e se voi non pregate Iddio per me, egli non mi sarà mai perdonato!”
Veggendo Messer Arrigo e Messer Mavalà non esser altro restato a dire a Berluschetto, ritennero lui per santissimo uomo, niuna dubitatione avendo delle sue parole, e con grandissima festa e solennità il recarono in chiesa; quindi, radunato in essa il vulgo, persuadettero uomini e donne che con grandissima reverenza e devozione colui si dovesse ricevere. E narrato che ebbero al popolo della sua vita, della sua virginità, de’ suoi digiuni, della sua semplicità e innocenzia e santità meravigliose, mostrarono ser Silvio Berluschetto esser santo uomo. E con la maggior calca del mondo da tutti si andò a baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono indosso stracciati, ritenendosi beato chi pure un poco di quelli potesse avere. E in tanto crebbe la fama della sua santità e la devozione a lui, che quasi niuno era, in alcuna avversità fosse, che ad altri che a lui si votasse. E lui chiamarono e chiamano San Berluschetto.


* Fonti saccheggiate:
G.Boccaccio Decameron, Giornata I, novella I, “Ser Ciappelletto”
B.Castiglione Il libro del Cortegiano, Libro I cap.II
N.Machiavelli Il Principe, cap.VI



Saretta de' Giuseppini


Viaggio nel tempo. Fra Medioevo e Rinascimento: “Utopia” (*)


Alcune pregnanti riflessioni su equità e giustizia sociale in Italia esposte dal primo ministro Enrico Letta al forum economico della Süddeutsche Zeitung il 22 novembre, nel corso della visita istituzionale a Berlino.

E. Letta:
"Sono convinto, a dir il vero, che dovunque si commisura ogni cosa col danaro, non è possibile che tutto si faccia con giustizia e tutto fiorisca per lo Stato. A meno che non pensiate che si agisca con giustizia là dove le cose migliori vanno nelle mani dei peggiori furfanti, o che lo Stato fiorisca dove tutti i beni son distribuiti fra un esiguo numero di cittadini.
E' questo il motivo per cui spesso in cuor mio penso alle istituzioni prudentissime e giustissime degli Italiani, presso i quali lo Stato è regolato così bene e da così poche leggi che non solo vi è onorato e ricompensato il merito, ma anche l'uguaglianza è stabilita in modo che ognuno ha abbondanza di ogni cosa.
Or quando vado fra me considerando questo, giustifico Platone: era facile infatti a quell'uomo sapientissimo antivedere che la sola e unica via di salvezza dello Stato è d'imporre l'uguaglianza, la quale non so se possa mai mantenersi dove molte ricchezze sono proprietà di pochi. Ciascuno infatti, sotto determinati titoli, fa sue quante più cose può, e per quanto grande sia il numero dei beni, pochi son quelli che se li concentran tutti fra loro, lasciando agli altri la miseria.
E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero scambiarsi la propria sorte fra di loro, perché i primi sono rapaci, malvagi e disutilacci, mentre i secondi al contrario sono uomini di moderazione e di cuor semplice, e con la loro attività quotidiana si dimostrano più benèfici allo Stato che a se stessi.
E' evidente che far sparire del tutto la miseria non è possibile; ma ben la si potrebbe alleviare un pochino, bisogna ammetterlo. Evidentemente si potrebbe stabilire che nessuno possegga al di là di una determinata quantità di beni; e fissare per legge la ricchezza in danaro di ognuno; si potrebbe evitare che alcuni uomini siano troppo potenti; e che si aspiri alle cariche per mezzo di brogli o di denaro; o che si rendano necessarie grandi spese a chi occupa grandi cariche pubbliche, giacché diversamente gli si porge occasione a rifarsi economicamente per mezzo di frodi e rapine, e si sente poi il bisogno di dar quelle cariche ai ricchi, mentre dovrebbero esser rivestite dai saggi.
Con tali leggi, allo stesso modo come corpi sfigurati dalle malattie si ristorano per mezzo di continui palliativi, si potrebbero addolcire questi mali e attenuare, ma di guarirli del tutto riducendoli in buona salute, non c'è speranza assolutamente finché non ci sarà una completa uguaglianza sociale. Anzi, mentre si cerca di curare un membro del corpo, si irrita la piaga di un altro, e dal rimedio per uno ha origine la malattia di un altro, per la buona ragione che non si può dar qualcosa a uno senza togliere la stessa a un altro.
Se ritenete che sia impossibile viver bene ed esserci abbondanza di tutto dove non sia di sprone il pensiero del proprio guadagno e dove gli uomini non riconoscono alcuna differenza fra loro, se nessuna idea di uno Stato siffatto conforta il vostro spirito, è perché ne avete un'idea falsa. Se voi foste stati meco in Italia, e aveste osservato coi vostri occhi, dimorando ivi, i costumi e le istituzioni di quel popolo, come ho fatto io, che non me ne vorrei mai allontanare se non allo scopo di far conoscere questo al mondo, confessereste allora di non aver mai trovato in nessun luogo un popolo con una buona costituzione politica, tranne che lì."

Saretta de' Giuseppini

* Fonte saccheggiata:
Tommaso Moro, "Utopia" Libro I, 1516

(T.Fiore, Laterza 1986) 



Viaggio nel tempo fra Medioevo e Rinascimento. Messer Brunetta e li precari: "Elogio del dialogo" (*)


"Non posso dire, miei giovani amici, quanto piacere mi faccia incontrarmi e stare con voi, che per le abitudini, per gli studi comuni, per la vostra devozione per me, prediligo di particolare affetto. In un solo punto, ma importantissimo, io tuttavia meno vi approvo: infatti mentre in tutte le altre cose che riguardano i vostri studi ponete quella cura e quell'attenzione che si convengono, vedo che una cosa invece trascurate, e questa è l'abitudine e la consuetudine della discussione. Che cosa può esservi infatti, in nome degli dèi immortali, di più ragionevole per afferrare a pieno sottili verità, della discussione? Che cosa c'è di meglio dei discorsi scambiati in comune? Che cosa vi può esser di più adatto ad aguzzar l'ingegno, a renderlo abile e sottile, della discussione, quando è necessario applicarsi alla questione, riflettere, esaminare i termini, concludere? E non c'è bisogno di dire quanto tutto ciò raffini il nostro dire, e ci renda pronti e padroni del discorso.
Perciò io, che mi preoccupo del vostro bene e desidero vedervi profittare al massimo dei vostri studi e del vostro lavoro, non a torto mi sdegno con voi perchè voi trascurate questa consuetudine del discutere, da cui derivano tanti vantaggi. A quel modo infatti che conviene biasimare l'agricoltore che, potendo coltivare tutta la sua terra, va arando sterili dirupi e lascia incolta la parte più pingue e più fertile del campo, così bisogna rimproverare chi s'impegna con la massima cura negli studi e nel lavoro e trascura l'esercizio della discussione da cui possono cogliersi tanti e così splendidi frutti.
Mi ricordo che ancor giovanetto, in Bologna, dove [invano] studiavo Grammatica avevo l'abitudine ogni giorno di non lasciar momento in cui non discutessi, ora sfidando i compagni, ora chiedendo ai maestri. Nè quel che facevo da giovanetto [allora ero piccolo...] ho mai tralasciato anche in seguito, col passare degli anni; in nessun momento della mia vita nulla mi fu più gradito, nulla ho cercato di più che l'incontrarmi, quando era possibile, con giovani, precari, lavoratori, fannulloni, bamboccioni ed esporre loro quel che avevo letto e meditato, e su cui avevo dei dubbi, per sentire la loro opinione in proposito."

Saretta de' Giuseppini

* Libero saccheggio da: Leonardo Bruni, Dialogi ad Petrum Paolum Histrum, Libro primo (1401) ed.Ricciardi, 1952


Viaggio nel tempo. Fra Medioevo e Rinascimento: “I miracoli di fra' Silvio Cipolla”

... Dovete adunque sapere ch'egli avviene spesso che sotto turpissime forme d'uomini si truovano maravigliosi ingegni dalla natura riposti. La qual cosa apparve in un de' nostri cittadini de' quali io intendo brevemente ragionarvi.
Arcore è, come voi forse avete potuto udire, un castel posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, di nobili uomini e d'agiati è abitato. Nel quale, poichè buona pastura vi trovava, usò lungo tempo d'andare ogni anno a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de' frati, il cui nome era fra' Silvio Cipolla (per la cagion che quel terreno produce cipolle famose in tutto il contado). Era questo frate, di persona piccolo e isformato, di pelo rado, con viso piatto e ricagnato, ed il miglior brigante del mondo; d'anni già vecchio ma di senno baldanzoso e altiero, di sè ogni cosa presumeva, con suoi modi e costumi tanto sazievole e rincrescevole, che niuna persona era che ben gli volesse. Ed oltre a questo, niuna scienza avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l'avesse, non solamente un gran rettorico l'avrebbe estimato, ma avrebbe detto essere Cicerone medesimo, o forse Quintiliano. Egli, secondo la sua usanza in agosto, essendo tutti gli uomini e le femine da torno venuti alla messa nella canonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse: "Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato in Truffia ed in Buffia, paesi molto abitati e con grandi popoli, e di qui pervenni in terra di Menzogna, ed in brieve tanto andai addentro, che io pervenni infino là dove mi furon mostrate molte sante reliquie: il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e una dell'unghie dei cherubini, e una delle coste del Verbum-caro-fatti-alle-finestre, ed alquanti de' raggi della stella che apparve a' tre Magi in Oriente, e un'ampolla del sudore di san Michele quando combattè col diavolo, e la mascella della Morte di san Lazzero ed altre. E mi fu donato un de' denti della santa croce ed in un'ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell'agnol Gabriello; e financo dei carboni co' quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito. Le quali cose io tutte di qua meco divotamente le recai e, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco. E mi pare esser certo che volontà sia stata d' Iddio che io, col mostrarvi i carboni, raccenda nei vostri animi la divozione. Perciò, figliuoli benedetti, voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è toccato, può viver sicuro da povertà e affanni, acquisterà salute, niuna tassa o balzello lo tormenterà, e sarà pregiato sopra ogni altro, potrà sollazzarsi ogni dì con omini e con femine, e senza alcun ritegno spendere, e niuna pestifera lege gli darà tormento o pena. E poi che così detto ebbe, cantando una lauda mostrò i carboni; e poi che la stolta moltitudine li ebbe con ammirazione reverentemente guardati, tutti con grandissima calca s'appressarono a frate Silvio e dando le migliori offerte ciascuno il pregava che con essi li toccasse.
Per la qual cosa fra' Silvio Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra i lor farsetti e sopra i veli delle donne cominciò a far le maggior croci che vi capevano affermando che quanto essi scemavano a far quelle croci, tanto poi ricrescevano. Ed in cotal guisa avendo tutti crociato i fedeli, fece coloro rimanere scherniti, e poi che partito si fu il vulgo, tanto ebbe riso che s'era creduto smascellare. E tanto crebbe la divozione a lui, che molti miracoli affermavano che Iddio avesse mostrato a chi divotamente a lui si raccomandasse.

Saretta de' Giuseppini

[da: G. Boccaccio, Decameron VI, 10]


Lettera-Corrispondenza da San Pietroburgo. Dom Durakov* [La casa dei matti] e quel volo in Turkmenistan

Buongiorno,
di mia cità di Sankt-Peterburg io sempre segue vicende di Italiya. E io preokupata perché vostro paese a me somilia a “casa di matti” in belisimo film di grande direktor Konçalovskij, chi se titula “Dom Durakov” e raconta di psykiatric hospital in confine russko-checheno abandonato dopo fuga di dotori: lì giovane ragaza Zhanna, shizofrenik, vive fuori di realtà, ignora guera e morte tuto intorno, lei solo suona suo amato akkordeon chi cancela tragediya di sua mente, e lei solo aspeta suo idolo rockstar Bryan Adams venuto di Amerika e sogna lui sposa e porta lei via con sè!
Uguale, vostra politicheskiy klass no vede tragediya di Italiya su orlo di baratro: no è capace di governare, no prende effektivny decizia chi risana ekonomia, e solo discute di poltrone e aleanze. Disokupazia aumenta perché nesuno fa vere riforme; in grandi paesi di Europa, in Germaniya, in Frantsiya, Gran Bretaniya, lavora tuti perché lavora meno ore, con magiore produttività che Italiya. e questi Paesi ogi ha buona ripreza ekonomika. Invece voi no libera posti, vechi continua a lavorare e giovani no entra mai in mercato di lavoro. Bravi ekonomisty dice Italiya sempre più perde sua kompetitivita, e sua recesione è kronicheskiy. Io pensa vostro grande problem è incapacità e korruptsiya di politicheskiy e dirigentiy klass, e no capisce come voi tolera tuto questo: governo nomina ministry chi no ha competenze; deputaty e senatory condannati siede in Parlament e in Yeuroparlament; nesuno mai se dimete neanche dopo grave kazata (come Minster di Giustizia, signora Kantseler); e pregiudicato Burleskon tiene ostagio tutta politika!
Vostro paese perfino premia con liquidazia millioner grandi manager come Kolanin chi manda a putane grandi aziende come aviokompanya Alitalia, e no manda invece loro a campo di lavoro in Sibir’! Oggi nesuno, nemeno mia Rossiya, compra vostra aviakompaniya, quela no vale più niente. Alora io consilia chi voi mette tuta dirigentsia di aviokompanya su aerei Alitalia e porta loro in lontane regioni chi una volta era di Rossiya. Molto bene per loro è grande regione di Turkmenistan, dove aerei può depositare loro in capitale Aşgabat, chi ogi è cità fantasma, e loro può amirare sontuosi edifici disabitati (come faraonov palazi di Alitalia sparsi in tuto il mondo), pasegiare su ampie strade deserte, amirare statue dorate di prezident Gurbanguly Berdimuhammedov, chi impone culto di sua persona come vostro Burleskon. Si loro ha nostalgia di Italiya, loro può se iscrive a PD, Partito Democratico di Turkmenistan chi è unico partito, e non ha imbarazo di scelta. Opure aerei può loro scaricare in vicino Karakum desert (dove è "porta di inferno") e manager può abita con molto ospitali pastori di dromedari e tuti giorni può gustare latte fresco di cammella chi nutre e depura loro organism. Loro deve solo stare un po’ atenti a lucertola zemzen chi se chiama anche “cocodrillo di deserto”, poi a qualchi tarantola, vedova, serpenti. Ma no è grave perikulo, pastori dice che se tu no guardi serpente in suoi ochi, lui te no ucide.
Do svidaniya!

Sara Josefovskaja

*Andrej Konçalovskij, 2002

Viaggio nel tempo. Tra Medioevo e Rinascimento: “Apologia di B.” (*)

“Io non so proprio, o Italioti, quale effetto abbiano prodotto su di voi i miei accusatori, ma poiché Dio mi ha assegnato un posto di combattimento, sarei ben colpevole e sarebbe veramente cosa grave se io, temendo le accuse, disertassi il campo. Giacché - sappiatelo bene - è questo che mi ha comandato Dio, e credo che nessun bene maggiore abbia il nostro Paese che questo mio zelo a servirlo, sollecitando voi, giovani e vecchi, a non prendervi cura né del corpo né delle ricchezze più che dell’anima, giacché non dalla ricchezza deriva la virtù, ma dalla virtù la ricchezza e ogni altro bene ai cittadini e al Paese.
Ascoltatemi dunque bene, o Italioti: mi assolviate o no, state pur certi che io non muterò la mia condotta, dovessi morire molte volte. E sappiate che se mi indurrete alle dimissioni, più che a me recherete danno a voi stessi. Se mi allontanerete, infatti, voi non troverete tanto facilmente un uomo posto da Dio alla tutela del Paese come in groppa ad un cavallo grande e generoso ma incline, per la sua stessa grandezza, alla pigrizia, per cui ha bisogno d’esser stimolato dagli sproni. Questo è l’ufficio a cui Dio mi ha destinato, perché abbia a stimolarvi, ad esortarvi, a correggervi. Un uomo siffatto non lo riavrete più tanto facilmente. E che io sia stato inviato al Paese come un dono di Dio, lo potete desumere dal fatto che ho trascurato per tanti anni i miei interessi personali e quelli della mia famiglia per occuparmi soltanto di voi come un padre o un fratello maggiore affinché coltivaste la virtù. E si potrebbe ancora capire se tutto ciò lo avessi fatto per ricavarne vantaggi personali o qualche remunerazione in denaro; ma voi vedete bene che gli accusatori, pur attribuendomi spudoratamente tante colpe, non sono stati così spudorati da addurre un solo testimone che affermasse d’aver io percepito o chiesto mai denaro. Ma io invece ho un testimonio della verità di ciò che dico: la mia povertà.
E tutta la mia vita, sia nelle funzioni pubbliche che nelle mie private faccende, testimonia che mi sono sempre mostrato tale da non concedere mai a nessuno cosa alcuna contraria alla giustizia, chiunque egli fosse. Quanto a me, ho il dovere di adempiere a questa missione commessami da Dio con vaticini, con sogni e con tutti quei modi di cui un divino volere si serve per ordinare cosa alcuna ad un uomo. Forse penserete che queste mie parole siano dettate da un sentimento di orgoglio. No, o Italioti, non è così! Piuttosto è che io sono persuaso di non aver mai fatto torto ad alcuno e tanto meno, dunque, voglio fare torto a me stesso assegnandomi la pena della rinuncia al governo del Paese. E per quale motivo dovrei fare ciò? Quale vita menerei io a questa età, passando da una città all’altra, sempre d’ogni parte cacciato via? Perché so bene che dovunque andrò io terrò gli stessi discorsi e tutti, come accade qui, mi ascolteranno.
A questo punto qualcuno potrebbe dirmi: - Ma non sei capace, o B, andato che tu sia in esilio, di vivere tranquillo tacendo? - Ecco ciò di cui mi pare veramente difficile persuadere alcuno di voi: se vi dico che ciò per me è disubbidire a Dio e che, di conseguenza, io non posso astenermene, voi non mi credete e pensate che parli con ironia. Tuttavia, o Italioti, questa è la verità, anche se non è facile persuadervene. D’altro canto io non sono capace d’assuefarmi all’idea di rinunciare al governo del Paese e credo fermamente, inoltre, che a colui che è buono non può accadere nulla di male, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte. Per questo non sono affatto in collera con i miei accusatori.
Ma vedo che è tempo ormai di andare, io a comandare, voi ad ubbidire. Chi di noi avrà sorte migliore occulto è a ognuno, tranne che a Dio.”

*Spudorata incursione in: Platone, Apologia di Socrate (IV sec. a.C.) - trad. V.Stazzone. [ Mi perdoni Platone e mi perdoni soprattutto Socrate ]


Saretta De' Giuseppini            

Khaos. Quando la nostra corrispondente da Sankt-Peterburg visitò Roma

Buongiorno. Io chiede scusa che no bene scrive italiano, ma io bisogna di domandare cose di vostro Paese che per me è molto stranisime. Io torna di mia Sankt-Peterburg e vede Roma come cità di terzo mondo: net organizatsyia e tuto khaos per poco di neve! Io domanda come sucede che citadini non manda casa tuta administratsya e responsabili, e no caccia sindaco da Kapitolii o che lui non dà dimisioni come politicheskii fa in paesi civili.
Sindaco Aledanno (così zhurnalisty chiama lui, da?) sbaglia pure in leggere boletini e scambia millimetr (di acqua) con santimetr (di neve); e lui no chiede scusa ma dice a rimskii "andate a spalare vostra neve"! Nesuno sa perchè mezzi publici non ha catene in magazino che tira fuori quando serve: forse pensa che a Roma mai può nevica? Nesuno chiede scusa per centinaia di kilometri di code avtomobilyei, per totale paralisi di cità e genti completamente abandonati! In televidenie sindaco risponde a domande di zhurnalisty e lui fa pesimo spectaculo: lui isterichnyi strilla tuto incazato che Protezione Civile ha sbagliato, e dice pure che zhurnalist lui insulta. Ma zhurnalist fa solo sue domande e sindaco invece dice "cialtrone" e "impresentabile" ad altro chi non pensa come lui. Lui parla pesimo italiano (mi acorgo pure io straniera!) e io perfino pensato che no è lui, ma Croza chi fa imitatsiya e karikatura di lui!
Mia domanda è: come può che genti fatto lui - un fashist - sindaco di importante cità Roma? Come può che lui ancora sta in Kapitolii dopo questo, e anche dopo skandal di parentopoli (così voi dice, come paperopoli, da? Io legge tuto questo in gazety di mia cità di Sankt-Peterburg).
Come può ancora che citadini acetta che lui masacra loro cità: inchiesta di zhurnalist dice che Comune fa "project financing" e dà uno million di metri cubi ai costruttori (palazinari voi dice, da?) in cambio di loro completare linyia B di metro! Questa io pensa che è grande follia!
Forse Aledanno molto potente, perchè anche sua sistra Gabriela confermata da "sobrio" governo Monti a capo di "Agenzia del Territorio" anche si quella fato spese ingiustificabili di più di uno million l'anno in sua administratsya!
Io molto preocupata per italiani chi non trova forza per reagire a tuto questo, come in mio grande Paese fa citadini di Moskva, chi va in piaza Bolotnaya nel gelo a -20° per manifestare contro kandidatura di Putin!

Do svidaniya

Sara Josefovskaja

P.S. Io legge che sindaco fato ordinanza chi dice a tuti chi lasciato auto in raccordo anulare, di andare a riprendersi sua avtomobil. Io domanda: lui ci è o ci fa?...


Viaggio nel tempo. Tra Medioevo e Rinascimento:  “Silvio Degli Onesti, Pier Bersano e la caccia infernale”(*)


Furono adunque un tempo, tra Lombardia e Romagna, assai nobili e gentili uomini, tra’ quali un ricchissimo e gentil cavaliere chiamato Silvio Degli Onesti. Il quale, sì come spesso naturalmente avviene, s’innamorò di tale messere Pier Bersano, cavalier troppo più nobile che esso non era, e prese a sperar, con le sue cortesie e magnificenze, di indurlo ad amar lui. Ma le sue opere quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non gli giovavano, tanto crudele e selvatico gli si mostrava l’amato e, forse per la sua nobiltà, altiero e disdegnoso. La qual cosa era tanto a Silvio gravosa a comportare, che per dolore più volte gli venne in desiderio d’uccidersi. Poi, pur trattenendosene, molte volte si mise in cuore di doverlo del tutto lasciare stare o se potesse averlo in odio come quello aveva lui. Ma invano tale proponimento prendeva, per ciò che pareva che quanto più la speranza mancasse, tanto più si moltiplicasse il suo amore. Ora avvenne che un venerdì, all’inizio di marzo, per più poter pensare a suo piacere al crudel Bersano, comandato a tutta la servitù che solo il lasciasse, se medesimo trasportò, pensando, infino a una pineta. E qui entrato per mezzo miglio, non ricordandosi di mangiare né d’altra cosa, subitamente gli parve di sentire grandissimo pianto e grida altissime, e vide venire un bellissimo giovane ignudo e tutto graffiato dalle frasche e dai pruni, che piagneva e gridava forte mercè; ed oltre a questo gli vide ai fianchi due grandi e feroci mastini li quali spesse volte lo giugnevano e lo mordevano; e dietro a lui vide venire, sopra un corsier nero, un cavaliere bruno con uno stocco in mano che con parole spaventevoli e villane quello di morte minacciava.
Questa cosa spavento e compassione a un tempo mise nell’animo di Silvio, che cercò di liberare il giovine da siffatta angoscia e morte. Ma il cavaliere gli gridò “Silvio, non t’impacciare. Lascia fare ai cani e a me quello che questo giovane ha meritato. Io fui d’una medesima terra teco, e fui tanto innamorato di costui quanto ora tu se’ di messer Bersano; e per la sua crudeltà, con questo stocco che tu ora mi vedi in mano, disperato m’uccisi e sono alle pene eterne dannato. Né passò troppo tempo che costui, il qual della mia morte fu lieto oltre misura, morì, e per lo peccato della sua crudeltà similmente egli fu ed è dannato nelle pene de lo inferno. Così ne fu a lui e a me per pena dato, a lui fuggirmi davanti, e a me che già cotanto l’amai, di seguirlo come mortal nemico e non come amato, e quante volte io lo raggiungo tante con questo stocco, col quale uccisi me, io uccido lui. Né passa poi gran tempo che egli, sì come la giustizia e la potenzia di Dio vuole, come se morto non fosse stato, risurge, e da capo comincia la dolorosa caccia. Ed avviene che ogni venerdì in su questa ora io lo raggiungo qui e ne faccio lo strazio che vedi. Adunque, lasciami la divina giustizia mandare ad esecuzione, né ti volere opporre a quello che tu non potresti contrastare”. Ed egli, finito il suo ragionare, a guisa d’un cane rabbioso, con lo stocco in mano corse incontro al giovane il quale, inginocchiato, e da’ due mastini tenuto forte, gli gridava mercè, e a lui con tutta la forza diede per mezzo il petto e passollo da parte a parte; poi, messo mano a un coltello, quello aprì nelle reni e trattone il cuore e ogni altra cosa da torno, a’ due mastini li gittò li quali affamatissimi incontinente il mangiarono. Né passò gran tempo che il giovane, quasi niuna di queste cose stata fosse, subitamente si levò in piè e cominciò a fuggire, e i cani appresso di lui sempre lacerandolo, e il cavaliere, rimontato a cavallo e ripreso il suo stocco, lo ricominciò a seguitare, e in picciola ora si dileguarono in maniera che più Silvio non li potè vedere. Il quale, gran pezza stette tra il pietoso e il pauroso, e dopo alquanto gli venne nella mente che questa cosa gli dovesse molto poter servire, poi che ogni venerdì avvenia. Così, segnato il luogo, a’ suoi se ne tornò e disse loro: “Vorrei da voi una grazia, che venerdì che viene voi facciate sì che Pier Bersano e i suoi famigliari e lor parenti e altri che vi piacerà, siano qui a desinar con me”. A costor parve cosa molto semplice da fare e quando tempo fu, invitarono coloro i quali Silvio voleva, e benchè cosa molto difficile fosse il potervi condurre anche il superbo amato, infine anche questi vi andò con tutti gli altri insieme. Silvio fece magnificamente apprestar loro da mangiare e fece le tavole mettere sotto i pini dintorno a quel luogo dove aveva veduto lo strazio del crudel giovine; e fatti mettere gli uomini e le donne a tavola, ordinò che appunto il cavalier da lui amato fusse a sedere dirimpetto al luogo dove dovea il fatto avvenire. Essendo dunque venuta già l’ultima vivanda, da tutti fu cominciato a udire il romor disperato del giovane cacciato e, levatisi tutti dritti, videro il giovane e il cavaliere e i cani, e molti per aiutare il giovane si fecero innanzi, ma il cavaliere parlando loro come a Silvio aveva parlato, li spaventò e li riempì di meraviglia facendo quello che altra volta avea fatto. La qual cosa al suo termine giunta, e andati via il giovane e il cavaliere, tutti miseramente piangevano, ma chi tra gli altri più ebbe di spavento fu il crudele Bersano, che ricordandosi della crudeltà da lui usata verso Silvio, e conosciuto che a sé più che ad altri queste cose toccavano, già gli parea fuggire dinanzi da lui adirato e avere i mastini ai fianchi. E tanta fu la paura che di questo gli nacque, che acciò che questo a lui non avvenisse, avendo l’odio in amor tramutato al più presto, un suo fido servo segretamente a Silvio mandò, e lo pregò che andasse da lui perché egli era pronto a fare tutto ciò che fosse piacer di lui. Al qual Silvio fece rispondere che ciò gli era gradito molto ma che, se a lui piacesse, con onor del giovane voleva il suo piacere, e questo era sposandolo. E Pier Bersano gli fece risponder che questo gli piacea, e la domenica seguente messer Silvio e messer Bersano celebrarono le nozze, e insieme a lungo e lietamente vissero.

(*) Libero saccheggio da: G.Boccaccio, Decameron, V, 8 “Nastagio degli Onesti”. Ogni riferimento a fatti e persone della realtà è puramente intenzionale

Saretta de' Giuseppini



La dacia sulla Prospettiva Nevsky. Pryuty (pensiline)


Buongiorno, io arriva di mia Sankt-Peterburg in vostra cità e lege in vostre gazety chi Comune messo fotovoltaiki paneli in quatro piazze di Sankt-Benedikt. Io imaginava questi un poco bruti, ma no credeva a grandissimo kazoto in ochio, che quando io vede fra poco io sviene! Vostra cità veramente somilia ora a Novokuznetsk, cità più brutta di Rusia (io spera che voi no ofende di questo).
Come può chi sindaco Kasparov e suoi admistratori e tekniki fa tute kazaty e citadini no caccia via di loro poltrone? Asesore Kandusky dice chi giunta comunale no ha visto disegni di pensiline, ma come questo posibile? Vostri administratori dà apalti senza vede disegni e proyekty?...
Kandusky dice che dopo sposta pensiline in altri posti di cità, alora io finalmente capisce: pensiline è opera di arte e Comune fa girare per cità così tuti può amirare! Questo è veramente idea di grandi geniy: loro mette paneli su grandi ruote e sposta per tuta Sankt-Benedikt come opera di artist itinerante, e organiza visite guidate per shkoly e studentov. D’estate può metere paneli su spiagia, turistov ammira grande beleza di pilony e queli fa ombra come grandi ombreloni di chalety!
Ma io anche domanda a sindaco Kasparov, assesore Kandusky e a tuti administratori: come voi dà apalto di paneli solari a stessa kompaniya Ciarokki & Trojani (nome come eroi di Iliade, da?) chi messo fotovoltaiki paneli in vostro futbol stadion e chi no ha mai funzionato? In mia Rusia, questa kompaniya veniva spedita a lavori forzati in Sibir’, voi invece premia lei e dà nuovo apalto. Forse voi premia perché lei sempre è sponsor di vostro partito Pidì in elezioni? Voi può mi spiega questo?
Quando stati in Fiera di Rusia voi fatto furbeti, no ha meso in deplianty foto di tralicci di vostre piaze come kazoto in ochio, da? Io pensa che quando turistov russi vede questi, loro viene qui con chiavi inglesi, chi in Rusia è di fero molto robusto!...
Do svidaniya


Sara Josefovskaja


La dacia sulla Prospettiva Nevsky. 
Come vedono l'Italia da San Pietroburgo

Buongiorno, io scrive da mia cità Sankt-Peterburg perchè vuol esprimere mia solidarnost' a voi italyanskij per grave politicheskaya ed ekonomicheska situatsyia. Io lege in gazety chi vostra economia in gravi difikulta: molti genti è molto poveri e pochi genti è molto ricchi, e vostro governo aumenta tassi, e balzeli, e benzin, e autostradi, ma genti ricchi no paga di più per suoi patrimoni e suoi lussi, e lobbies potenti no consente liberalisatsya chi può abasare costi. Lui dice chi questo è per risanamento di Paese, ma come Paese sè risana si genti è in miseria, e economia sta ferma? E questo no io dice, ma Bankitalia.
Governo toglie soldi a kultura, a servizi, però no taglia privilegi di parlamentari e loro spese absurdniy (invece ordina 400 nuovi blu-avtomobil!!), no taglia soldi di finanziamento publico a partiti, no taglia spese militari (invece compra misili di guerra F35 e dice che risparmia solo perchè compra 90 in vece di 120: 30 aerei in meno è "risparmio"? Vostri governanti pensa chi popolo è stupido?). Ministra di lavoro, quella chi piange, dice che riforma di lavoro aiuterà giovani, ma io no capisce come questo aiuta, si lavoro no c'è o si c'è è precario, si aziende chiude e imprenditori sè suicida tuti giorni come in krizis di '29 in Amerika? Ma mia principale impresione è che vostro bol'shoi problema è korruptsiya, e che italyanskij ha pegiore politicheskiĭ klass in Europa. In mia Rusia tuti noi domanda come genti di Italiya vota questi partiti vergognosi, chi nomina figli in cariche publiche e con soldi publici compra oro e brillianty e case e porta soldi in estero, perfino in Tanzaniya!
Questi è malfatori chi quando era in governo - tuti indistintamente - fato legi razisti e ksenofobii contro imigrati, messo reato di klandestinità (chi no esiste in nesuno altro paese), kriminalizato imigrati e fato "respingimenti" in mare, e molti genti morti e scomparsi per questo, e ancora chiude immigrantov in lager fino a 18 mesi, e nesuno si opone! E questi malfatori e ladroni oggi dice "faciamo pulizia in nostro partito"! Questo per me è vero skandalnyi! Situatsiya è molto bruta, in vostra Italiya, io perfino legge chi vende suoi pezzi, come Isole Tremiti! Io prima credeva chi questo è scherzo perchè a italyanskij molto piace di scherzare, poi creduto chi è vero, perchè ogi voi ha nesuna volia di ridere, da?
Io no capisce perchè italyanskij no scende in piaza e no manda a casa con grandi calcioni in suo didietro i grandi trombony di politicheskikh partiĭ. Questi sempre rimane in sua poltrona, parla in televidenie, zhurnalisty fa a loro interv'yu tuti giorni come magiordomi e no tira microfono su loro testa, e genti in strada no tira loro uovi marci. Io anche pensa chi vostra Resistenza no è servita a niente si voi tenete questi genti in partiti e in governo: come può chi voi non cacia via di politika i fashisty chi in vostro 25 Aprel fa dichiarazioni chi ofende e calpesta demokratiya? Ora io vuole, per mia grande solidarnost' con voi, fare mia umile oferta: io mette mia grandisima dacha vicino di Sankt-Peterburg a disposizione di voi italyanskij. Voi porta lì tuti politici trombony e ladroni, e tuti loro mette insieme chiusi dentro. E butta via chiave.
Do svidaniya.


Sara Josefovskaja



Viaggio nei musei (im)possibili. Lo “spezzatino” di Geneviève e un possibile museo delle opere di Lisa Ponti

Ci lavoravano ad intermittenza ma con tigna da mesi, dentro il corpo arrugginito, fino a spolparla. Ultimamente le avevano tranciato di netto la prua, lasciandola sulla banchina a mo’ di trofeo, come una gigantesca testa di pesce. Ancora troppo massiccia per alzarla e spostarla, l’hanno quindi scoperchiata con le seghe, dandole l’aspetto di quei cupi barconi carichi di immigrati che tragicamente si arenano a Pantelleria o sulle coste di Sicilia. Oggi hanno finito la prima parte del lavoro, sollevandone con due immense gru l’opera viva (nessuna ironia: si chiama così lo scafo sotto la linea di galleggiamento) con la grande elica ancora attaccata. Lo “spezzatino” continuerà altrove.
Che finaccia. Alla stoltezza delle rottamazioni di pescherecci di legno eravamo quasi abituati, ma questa quasi-nave, tutta di ferro e neanche tanto vecchia, dopo anni di tira e molla fra teste non-pensanti, speravamo di non vederla spezzettare con tanta violenza e cattiveria davanti a curiosi senza commozione. Dopo averla ovviamente alleggerita dai componenti pericolosi per l’ambiente, abbreviandone pure l’agonia, non si poteva trainarla al largo e lasciarla affondare tutta intera? Sarebbe subito diventata una “casa per pesci”, un prezioso centro riproduttivo di fauna marina. La Geneviève avrebbe avuto una nuova vita, sott'acqua. Senza rischi, si fa in tutto il mondo. Oppure, si sarebbe potuto tirarla in secco e farci qualcosa, una volta puntellata per tenerla dritta. Non necessariamente nell’area portuale avidamente appetita da interessi di saccoccia. Anche in collina, lontano dall’abitato, in un posto di nessuno.
Restaurandone solo l’interno, senza spenderci troppo, sarebbe tornata utile: non per ristoranti o sale giochi o centri shopping - una vera orgia, da queste parti - ma per qualcosa che fosse legato alla cultura, al pensiero, all’arte. Magari di non marinaresco, una volta tanto. Penso ad un museo. Io avrei proposto di realizzarci il Museo delle opere di Lisa Ponti, sono due anni che lei lo desidera e ce lo chiede in tutte le maniere, preferendo fare un regalo a San Benedetto piuttosto che a Parigi Milano NewYork o Berlino.
Ma Geneviève ormai non c’è più.
Fra poco ricominceranno le rottamazioni, meno spettacolari ma ugualmente stupide e dolorose, di pescherecci più tradizionali. Vale la stessa mia proposta: su un vecchio peschereccio di media grandezza destinato alla distruzione, facciamoci il Museo di Lisa Ponti. Questa volta l’ho detto “prima”…

Pier Giorgio Camaioni

Viaggio nell'assurdo dell'Italia distratta (e molto furba). I pini coi calzini

Nel giorno in cui Grottammare (AP), “Perla dell’Adriatico”, viene magnificata nientemeno che in un inserto de “La Repubblica”- con una marchettata da manuale che ne tesse le lodi amministrative e ambientali - nel mio piccolo invito a posare lo sguardo sulla centralissima pinetina di piazza Kursaal, lato sud-ovest. Allego una foto scattata oggi pomeriggio.
Non ci sarebbe nulla da spiegare, ma spiego. I “Pini coi calzini” (bianchi) sono 19, e sono stati così conciati qualche mese fa durante una specie di superstrombazzato EXPO di giardinaggio (“Giardineggiando”) per sensibilizzare all’uso creativo di piante nell’arredo cittadino. Manifestazione patrocinata dal Comune e oltre, ovvio. Così, per motivi di scena, un espositore ha verniciato di bianco 19 pini fino all’altezza di 2 metri e poi li ha circondati con degli asfissianti lenzuoloni di nylon.
Nel generale menefreghismo per questa scelleratezza, a me tapino che chiedevo spiegazioni, veniva risposto (con fastidio) che quel bianco sui tronchi era innocuo e sarebbe “sparito” da solo in pochissimo tempo o alla prima pioggia. In ogni caso avevano tutte le autorizzazioni e i permessi.
Sono passati mesi, è cambiata - senza cambiare - pure l’Amministrazione, ma i “calzini” sono sempre lì. Solo un po’ ingrigiti, oltre a puzzare parecchio… anche ai pini sudano i piedi.
Petrini-Slow Food certo non li ha visti, sennò ne avrebbe parlato nel suo mieloso articolo. Repubblica sarebbe scesa a fotografarli (ma gliele regalo io le foto). Peccato questa dimenticanza, Grottammare avrebbe avuto una “perla” in più, con ‘sta medaglia appiccicata al suo già perseguitato e tormentatissimo verde cittadino. Però, per completezza d’informazione, possono sempre fare un supplemento al servizio, cosa gli costa. Sbrigatevi ragazzi: quel menzionato auto-incensato ristorante sul mare dove si mangia molto bene e bla bla bla, finita la stagione, fra poco chiude…

Pier Giorgio Camaioni


Viaggio nell'assurdo mondo del gioco (d'azzardo) legalizzato. Con Agenzia delle Entrate a fianco


Ma che dico “vicini-vicini”, proprio attaccati! Divisi solo da un muro da 28 a due teste, e forse all’interno perfino “comunicanti” tramite delle porte stagne tipo sommergibile, immagino... Per cui, con tutto il denaro che continuamente (de)fluisce nei due edifici-contenitori (chiamiamoli vasi), l’intuitivo fenomeno naturale descritto nel celebre “Principio dei vasi comunicanti” è qui evidente meglio che in laboratorio: nel travaso-per-sifonamento, il livello, la quota, l’altezza dei soldi nei due “vasi”, a parità di pressione, resta costante. Come accade, nelle periferie di Paperopoli, nei forzieri blu di Paperon de’ Paperoni: parliamo infatti di “liquidi”, cioè di moneta, pecunia, money, argent. Altro che reminiscenze scolastiche: è la fisica, bellezza. C’erano stati già dei precedenti in città, come la grande Sala Bingo ad angolo proprio davanti al Comune. Ma lì non era possibile il travaso diretto di denaro, a causa della strada: la gente, coi soldi in bocca vinti al Jackpot, doveva perigliosamente attraversare via Asiago per portarli… chessò, sopra all’Urbanistica. Quella Sala Bingo adesso mi pare sia chiusa, oppure è lei che hanno spostato di qua verso nord, che alla fine è più pratico: con la crisi dell’edilizia, oggi i soldi che non hai e che se sei fortunato puoi solo vincere al gioco, devi portarli direttamente o da Equi-taglia o all’Ufficio Territoriale dell’Agenzia delle Entrate. Ma mentre a Equi-taglia indugiano ad attrezzarsi, questi hanno fatto prima: soppresso un bar, voilà la luccicosa Sala Giochi Ballarin (Jakpot 500.000 euro) “vicina vicina” anzi attaccata all’Agenzia delle Entrate. Addirittura “comunicante”, forse. Non è che sia senza rischi, eh, l’operazione vinci-e-paghi: se vinci ed esci dalla “Ballarin” dovrai vincere la forte tentazione di bypassare le “Entrate” e come niente fosse squagliartela col bottino. Come ha fatto l’altro giorno quello che, uscito dalla “Ballarin” con un borsello gonfio, ha indugiato, guardato di qua e di là, fatto due passi verso sud ma solo due non gli undici necessari per entrare alle “Entrate”, e poi zac, ha attraversato di slancio, s’è infilato nella Ford Fiesta grigio topo ed è sparito verso Grottammare sgommando, dentro una scia di fumo nero. Che tenerezza…

Pier Giorgio Camaioni

Avventure (semiserie) nel mondo. Viaggio a Ekaterinburg con sindaco annesso

Buongiorno, Sindaco Kasparov! Io saputo che tu è stato in mia Russyia per faticoso viagio di lavoro e io molto felice che tu ama mio Paese. Io solo dispiaciuta chi no potuto incontrare: se io sapeva prima, poteva venire in Moskva dove tu fatto skalo, o di mia Sankt-Peterburg prendere volo direto fino Ekaterinburg e salutare te in aeroport e sventolare bandierablu di Sankt Benedikt! Io spera che tu fatto belisime sauny e mandato tue fotografii e alegrissimi tweet a tuoi citadini chi aspetta ansiosi, e che tu no stancato per tropo bol’shoy lavoro! Ogi io legge in vostre gazety che tu ha voluto di risparmiare, dopo grande spesa di primo viagio a Moskva. Ciò è molto bene, tu bravo citadino chi no vuole pesare su bilancio publiko, alora io vuole te aiutare a risparmiare ancora in tuoi prosimi viagi in mia Russyia: si tu e tua Administratsia viagiate con bol’shoy organizatsiya chi se chiama “Avventure nel mondo”, voi molto risparmia e vi molto divertite, fate lungo camino a piedi in mezzo a natura, mangia poco, e voi torna in Italia magri magri e in belisima forma, come dopo vacanza in beauty farm! Da Ekaterinburg, si tu vuole, in poco camino può passare confine e arriva in vicino Kazakhstan, dove tu può creare relazioni di biznes e anche fare gemelagi di picoli paesi con vostra Sankt Benedikt. Durante percorso tu bisogna adatarti per allogio e cibo: tu può dormire in tenda, chi è molto belo, ti sveglia al matino rumore di mucche chi strappa erba proprio fuori di tua tenda, può sentire pecore chi se sveglia in loro recinto e tosisce tute insieme come vechietti per liberare suoi polmoni dopo notte al freddo; può mangiare prodoti chi loro fa e vende per strade, come il yogurt chi fa con latte di cavalla, e loro chiama kymys, e anche con latte di cammella, chi se chiama shubat. Anche nostro grande trombone Putin viene qui per tenere suo fisico sportivny.
Poi, tu camina ancora e tu passa di Kazakhstan in Tajikstan, dove atraversa valli con miniere di rubini - vostro Marko Polo anche parla di quele - e tu può dormire con pastori in loro yurta: genti è molto ospitali, e loro piace di fare fotografiya con te e tuoi koleghi; poi tu può invita loro a Sankt Benedikt a vendere loro prodoti e yogurt, a fare turizm, a comprare vostri case, aprire banki. E loro può invita genti di Sankt Benedikt a lavorare in miniere di rubini.
Si tu vuoi, io può fare tua interpeter quando questi genti viene in tua cità per fare vacanzi in vostri lusuosi hoteli o a fare acordi komerciali per vendere loro yogurt o latte di cavalla e di cammella, da?
Si tu viaggi così, tu può conoscere molto bene mia Russyia e racontare di quelo quando torna in tua cità; e zhurnalisti può dare informazie geograficheskyi e ekonomicheskyi su mio Paese in sue gazety, senza fare copia-incola da Wikipedia (da noi, si zhurnalisti fa questo, Putin loro manda in Sibir’, da!).
Do svidaniya!

Sara Josefovskaja


Viaggio a Spelonga. La festa bella all'albero (*)

Non è un refuso, è che la festa all’albero gliel’hanno fatta veramente, il 4 agosto, a Spelonga di Arquata del Tronto: per ricordare gli spelongani che in epoca recentissima (1571…) battagliarono a Lepanto (dove contro quella brava gente della Lega Santa quel diavolone di Müezzinzdade Alì Pascià ci lasciò il turbante e, ciò che più conta, la testa che ci stava sotto) segano “un abete rosso lungo circa 30 metri scelto fra i più belli e robusti del bosco” (!) destinato a “stendardo dei festeggiamenti”.
Succede ogni tre anni
Come non rallegrarsene? C’è chi si prende cura dell’ambiente e del comune benessere liberandoci dall'ingombrante presenza di alberi cresciutelli: circa 30 metri ‘sto gigante, pensa un po', a guardare in su ti sloghi una vertebra cervicale.
Eh sì, alberi carissimi, è ora che abbassiate la cresta, chi credete di essere: solo perché “tra i più belli e robusti del bosco”, magari anche un po’ secolari, pensate di poter occupare impunemente il bosco e di essere intoccabili? No, carini, c’è chi vi sistema a dovere, e quale occasione migliore di una “Festa Bella” per farvi la festa? E con tanto di padrini e patrocinatori, orgogliosi di contribuire all’equilibrio ambientale: che come sanno anche i pupi passa per l’indispensabile taglio di alberi, nei boschi, in città, ovunque si voglia (oltre che per l’altrettanto indispensabile caccia che ci libera da tanti animalacci fastidiosi). E sono padrini paccuti: c’è la Provincia di Ascoli Piceno, c’è la Regione, il Comune di Arquata, financo il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Potete scommetterci che c’è la benedizione di Verdi, Forestale, Segambiente, e di chissà quanti personaggioni ancora.
Inutile che cerchiate di piantar casini, insieme magari a qualche esagitato ambientalista: qua hanno tutto in regola e tutto autorizzato, altro che, siete voi che ingombrate i boschi, sporcate le città, fate troppa ombra, e poi vi lamentate se vi segano. Questi sì che sanno come spazzar via in un amen tutto ‘sto verde superfluo: sega e accetta, e vai col liscio. Le istituzioni applaudono, la stampa riporta fedele e giubila.
Ve lo dico io: questi hanno preso lezioni a San Benedetto del Tronto, dal premiato Club della Sega e Motosega i cui membri - tutta l’Amministrazione comunale, Verdi in testa, soci onorari i Comitati di quartiere - vanno alla grande, segano come matti specialmente in città e danno lezioni a tutti, qua intorno, a Grottammare, a Cupramarittima, ecc. E come imparano bene, gli allievi, superano perfino i maestri. Contro gli alberi tolleranza zero. Alberi avvisati…
Non ringraziatemi. Dovere.

Sara Di Giuseppe

*“La manifestazione si svolge durante tutto il mese di agosto; all’inizio dell’estate un gruppo di esperti boscaioli spelongani si reca nel Bosco del Farneto, sui Monti della Laga per scegliere e poi tagliare un grosso albero, della lunghezza di 25/30 m. che diventerà l’albero maestro della nave. Dopo il taglio, l’albero viene ripulito di tutti i suoi rami, squadrato alla base e preparato per il suo trasporto”. [http://www.spelonga.it/la-festa-bella/]


Viaggio in mare con pattino. Come correvano i mosconi

Estinti per estinti, i Pattìni intanto io li ri-chiamerei Mosconi, come una volta. Magari rinascono. Un nome “popolare”, per l’imbarcazione più rappresentativa del turismo balneare italiano. Chi li inventò non era un grezzo, ci capiva, perché erano davvero opere d’ingegneria e di design. Li costruivano in piccoli cantieri di sapienti mastri d’ascia, per lo più dalle parti di Rimini e di Ancona, rigorosamente in legno e tutti della stessa misura, neanche si trattasse di una classe olimpica. Due magri galleggianti (come pàttini da ghiaccio) tenuti insieme da 4 semplici ma solide traverse, che sostenevano la panchetta per il vogatore e il comodo e “fresco” sedile biposto con schienale - tutto a striscioline di legno - per i “passeggeri”; al centro, un’unica comune traversina poggiapiedi (a sezione triangolare). Due temibili scalmi e due lunghi remi. Stop. Colore unico: azzurro-celeste per l’opera viva e i remi, bianco tutto il resto. Bianco anche il nome dello chalet pitturato alla buona sui galleggianti. Erano indistruttibili questi mosconi, bastava ristuccarli e riverniciarli ogni due anni. Anche un po’ pesanti certo, ma a nessuno di noi è venuta un’ernia per sollevarli e trascinarli in due in acqua (ah, le esibizioni di agilità e di muscoli…). Ma poi bastava un colpo d’occhio per scegliere il più leggero. 200 lire l’ora. Per due ore e più li affittavano i ricchi, quando non possedevano quello di famiglia (di un altro colore, già chiamato pattìno, ecco di chi fu la colpa), vigilato che guai a sfiorarlo e a cui toglievano i remi… Di mosconi ce n’erano tanti, più di cento solo a San Benedetto. A Grottammare minimo quaranta. Ma nelle ore topiche dovevi prenotarli, litigare col bagnino e pazientare perché stavano tutti in mare. Un mare pulito col profumo del mare, senza scogliere, dove potevi “navigare” libero in lungo e in largo, dal molo sud a dopo il camping e da riva fino ben oltre la quarta secca, quasi da non veder più gli ombrelloni. Un mare silenzioso e vociante, fitto di mosconi, barchette a vela e a remi, ciambelle gonfiabili e tanta gente che sguazzava nuotava o faceva il morto. Sapevamo nuotare tutti, senza scuole di nuoto, senza piscine-prigioni. In mare, grazie ai mosconi, si “comunicava”: si parlava, si giocava, si amoreggiava, si pescava le cozze, si abbordava, si gareggiava, si dormiva, si leggeva, si litigava, si faceva merenda, si pensava, si faceva pipì. Quando ci si scontrava, scuse sorrisi o vaffanculo. Dei temerari, se di là non c’era Tito sarebbero andati fino in Jugoslavia. Sì, il mare lo si viveva, grazie soprattutto ai mosconi. Solo se volevi affogarti era un problema: c’era sempre uno di loro che ti “salvava”…
Poi, all’improvviso, la mutazione genetica: prima, quel bel panoramico sedile biposto soppiantato da un subdolo materassino rigido (esteticamente schifoso), poi i remi tramutati in pedali (grande offesa per le biciclette), infine la malefica plastica al posto della materia prima legno: e fummo tutti incamiciati nella sua pelle sudaticcia e viscida. Così i mosconi diventarono pattìni. Intanto il mare si era affollato di surf modaioli e di puzzolenti aggeggi a motore, mentre sorgevano, invalicabili, i confini delle scogliere; in acqua si “guidava” come per strada, poveri pedoni-bagnanti! A riva le cose non andavano meglio: sparivano le sdraio di legno e pezza sostituite dai lettinid’alluminio e PVC, gli ombrelloni ingrassati prendevano forme barocche o diventavano gazebo, gli chalet s’incementavano come banche, la spiaggia s’assottigliava e da dorata diventava nera-come-il-carbon. I mosconi (diventati pattìni), dopo le ultime corse, non avendo neanche spazio per riposare, caddero in depressione e ZAC si estinsero. A Grottammare e San Benedetto ce n’è rimasto qualcuno rosso“di salvataggio”: sui cavalletti, con le ragnatele, che non ha voglia di salvare nessuno. In spiaggia o ci s’abbronza, o si consuma, o si muore.
Ma potrebbe ancora succedere che tornassero tra noi, i cari vecchi “mosconi”, se gli dessimo una mano. Basterebbe eliminare le dannose scogliere, pulire il mare, rimetterci i pesci, togliere le sabbie nere e il troppo cemento dagli chalet, non sparare più ad ogni festa i botti, chè li spaventano… Che ci vuole?
Sennò, questo annuale nostalgico “Palio del Pattino”, a qualche maligno sembrerà sempre più simile a un allegro funerale in mare.

Pier Giorgio Camaioni



Appunti per un viaggio in mare. Il fascino della civiltà marinara. L'intervista di Alceo Lucidi a Gabriele Cavezzi

Gabriele Cavezzi è nato a San Benedetto del Tronto il 24 maggio 1933 dove risiede. Ha lavorato in qualità di Capo-Servizio all’Economato-Ufficio Tecnico dell’Ospedale Civile della città per 30 anni, quindi 2 anni in qualità di direttore amministrativo del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica della USL 22 di S. Benedetto. È stato segretario della Scuola Infermieri dello stesso Ente, dove ha insegnato per 10 anni Diritto Amministrativo e tecnologia ospedaliera.
Si occupa di storia del Piceno dal 1985, con particolare riguardo alle vicende legate alle attività marinare e alle emigrazioni. Nel 1991 ha fondato l’Istituto di ricerche delle Fonti per la Storia della Civiltà Marinara Picena di cui è presidente; ha fondato e redige l’organo di stampa dello stesso Istituto, il semestrale “CIMBAS”. In quest’ultima veste ha partecipato a Convegni Nazionali e Internazionali con relazioni sui temi attinenti l’attività dell’Istituto, promuovendo iniziative di scambi culturali e gemellaggi con comunità di emigrati sanbenedettesi, nonché con organismi culturali stranieri. È autore di numerosi lavori scientifici pubblicati, oltre che sulla rivista “CIMBAS”, su organi d’informazione in Italia ed all’estero.

A.L. Da cosa prende spunto il tuo interesse per la storia locale?
G.C. Essendo sempre vissuto a San Benedetto, ho avuto modo di cogliere la sua evoluzione in termini sociali, culturali ed economici. Mi interessava però, particolarmente, andare alla radice di questi fenomeni e quindi cominciai ad indagarne i precedenti storici: le attività economiche ed imprenditoriali al pari delle vicende politiche. Cominciai allora a ricercare, con sistematicità, sia le fonti orali che quelle scritte attraverso i volumi editi da altri, ma, soprattutto, per mezzo dei documenti di archivio. Con il tempo, però, avendo intuito che sarebbe stato difficile ricostruire storiograficamente le complesse dinamiche implicate negli studi di tali eventi, decisi di concentrarmi maggiormente sulla ricostruzione delle fonti della storia della civiltà marinara sanbenedettese. In questo senso, assieme a degli amici, fondai, ormai oltre venti anni fa, un centro di documentazione che si chiamava, dato che ormai può dirsi in via di estinzione, ”Istituto di ricerca per le fonti della storia della civiltà marinara picena”, proprio perché San Benedetto del Tronto aveva rappresentato il fulcro di questa storia e, in quanto tale, andava scelta come luogo privilegiato ed imprescindibile di indagine storiografica. Ricordo importanti convegni internazionali da noi realizzati, di cui due a San Benedetto del Tronto ed altri due a Spalato, in uno spirito largamente internazionale, proprio perché intuimmo che la storia della civiltà marinara picena non era che un frammento di un mosaico complessivo costituito dalla “Koinè” adriatica, se così vogliamo dire, ovvero un sistema più generale di usi, costumi, tradizioni ed appartenenze che comprendeva varie identità locali. Ci siamo occupati anche delle nostre emigrazioni, nel continente americano e a Viareggio, dove si impiantò una folta comunità di sanbenedettesi, od anche in altri contesti, dove i “nostri” si sono recati a lavorare seguendo delle professioni legate al mondo del mare. Abbiamo caldeggiato il gemellaggio con Mar del Plata, per via della presenza di un importante nucleo di conterranei, la famiglia Contessi, che gestisce uno dei più grandi cantieri navali di tutta l’Argentina. A Viareggio sostenemmo il gemellaggio tra le due comunità pubblicando diversi volumi sulle migrazioni dei sanbenedettesi, i quali, tra l’altro, si spinsero fino alla costa ligure. Soprattutto, decidemmo di dare vita ad una rivista specializzata chiamata “Cimbas”, dal latino cimba ossia imbarcazione. La rivista è arrivata fino al quarantaduesimo numero in termini grafici, poi è stata chiusa perché non vi erano più fondi per finanziarla ed è ora disponibile solo in formato elettronico su Internet per amici e conoscenti. Con l’Istituto partecipammo anche a seminari in cui andavamo a confrontarci con storici di altre nazionalità, portando il contributo della nostra memoria che non si riferiva solo alla pesca, ma, ad esempio, al commercio piuttosto che ai rapporti tra le diverse sponde dell’Adriatico - Croazia, Albania, Grecia - od anche ad altre attività collaterali come quelle dei canapini, dei funai, delle retare, dei calafati, della cantieristica. Trattammo anche, ci sembrava doveroso, la questione dei lutti, perché San Benedetto ha pagato un prezzo altissimo di uomini morti in mare.
Continuiamo tuttora, ad ogni modo, nella ricerca delle fonti. Ad esempio, questa mattina, qui alla Biblioteca di San Benedetto, sto consultando alcuni giornali degli anni Cinquanta perché ritengo che vi sono dei periodi della storia di San Benedetto, anche recenti, che restano non sufficienti indagati e per i quali non si dispongono di fonti documentali o storiche di prima mano ma semplicemente di articoli giornalistici. A tal riguardo faccio un appello all’Amministrazione affinché tutti questi materiali di archivio, per la maggior parte quotidiani d’epoca, presenti nella biblioteca civica, vengano rilegati e resi maggiormente fruibili rispetto a quanto non venga fatto oggi.
A.L. Tornando al Museo della Storia della Civiltà Marinara potresti raccontarci più dettagliatamente come è nato ed ha articolato le proprie attività nel tempo?
G.C. Il museo nasce diversi anni fa grazie al “Circolo dei Sanbenedettesi”, un’altra istituzione cittadina fortemente meritoria che ha contributo in misura fondamentale, attraverso i suoi studiosi, alla ricerca storica e documentale locale. Nel periodico dell’associazione, “Lu Campanò”, io stesso ho pubblicato molti interventi prima che nascesse la rivista specialistica “Cimbas”. La nascita del museo cadde anche in un periodo particolare in cui avvenne la donazione alla casa comunale, da parte del dott. Giovanni Perotti, presidente del “Circolo dei Sanbenedettesi”, di una collezione di anfore. Si trattava di oggetti rivenuti da diversi pescatori ed offerti al PerottiA quel tempo l’assessore comunale alla cultura era il prof. Gino Troli, il quale si adoperò immediatamente per fare catalogare questi reperti, assieme a quelli appartenuti all’”Archeclub”, consentendo che venissero poi organizzati ed inseriti all’interno di uno spazio espositivo. Come sede del museo venne individuato un locale sotterraneo dell’attuale Liceo Scientifico Statale cittadino e lì sono rimasti per diverso tempo fino a quando non si decise di assegnare a questo patrimonio archeologico una destinazione scientificamente più consona e dignitosa. Venne trasferita prima la parte riguardante le anfore, poi quella della civiltà marinara, che oggi si trova al Mercato Ittico, per passare, solo di recente, alla definitiva sistemazione dei materiali più propriamente archeologici.
A.L. Tra i tanti interessi storici che hai maturato e sviluppato, da cosa deriva quello riguardante Jack La Bolina?
G.C. Di Jack La Bolina mi sono interessato perché a San Benedetto un po’ di tempo fa venne un comandante di navi, di cui adesso non ricordo il nome, il quale era interessato a fare un convegno per celebrare questo personaggio e mi chiese un contributo che poi a mia volta pubblicai.
Jack La Bolina proveniva da una famiglia fermana, quella dei Vecchi, che fin dai primi del Settecento intraprese la vita dei traffici commerciali con il mare. Successivamente emigrarono e si spostarono ad Ascoli. Da lì in Abruzzo dove questo personaggio eclettico, grande capitano di nave e narratore di storie sul mare, seguì i suoi studi. Il resto della storia è nota ed ampiamente trattata, più di quanto non si possa fare in una breve sintesi. Rimando volentieri a quanto di questo autore esiste presso la Biblioteca comunale “Giuseppe Lesca” che, tra l’altro, dispone, oltre che dei libri di Jack La Bolina, anche di un’ammirevole collezione di volumi sul mare e le sue più diverse espressioni: sociologiche, antropologiche, storico-economiche, letterarie.
A.L. Quali sono le prospettive della moderna ricerca storica a livello locale?
G.C. Le prospettive non sono delle migliori. Nel mio caso, avendo ormai varcato la soglia degli ottant’anni, sicuramente le forze fisiche ed intellettuali cominciano a venire meno. Diciamolo, non esistono in questo settore grandi discendenti e, soprattutto, una nuova generazione di studiosi già formata. Vi è però una persona, che vale la pena ricordare e che continua ancora a misurarsi con la ricerca nell’ambito della storia locale, di ambito marinaro soprattutto, Giuseppe Merlini, il quale, finalmente, verrà insignito del titolo di custode di questo importante patrimonio storiografico. Assieme a lui va doverosamente indicata una schiera di storici, piuttosto invecchiati anche loro, da sempre impegnata in un’operazione continuo di recupero, ricerca e valorizzazione delle fonti documentale del passato sanbenedettese, come, ad esempio, il prof. Ugo Marinangeli, direi un precursore in questi ambiti disciplinari, mio instancabile sostenitore, oppure l’ammiraglio Silvestro di Roma, anch’egli anziano, nonché la signora Maria Perla De Fazi, con tutti i problemi di una donna che lavora e con una famiglia da accudire a carico.
Voglio qui menzionare anche un Federico Olivieri, un Umberto Polidori o un Sandro Sciarra, nonché Gianfranco Marzetti che cura gli aspetti grafici della rivista “Cimbas”, oggi accessibile anche via Internet sul sito www.cimbas.aletrvista.org. Tutte persone, però, che, per un motivo o per l’altro, non hanno molto tempo per dedicarsi pienamente, come andrebbe fatto, alla ricerca.
A.L. A quali studiosi hai fatto maggiormente riferimento nei tuoi lavori di approfondimento e sistemazione di carattere storiografico. Esistono dei capisaldi ai quali ti sei sentito di fare riferimento?
G.C. A dire il vero non mi sento di avere seguito un approccio metodologico attinto da particolari studiosi, tipo un Nepi od un Liburdi. Sono stati più che altro motivo per un confronto di idee e prospettive. La loro era una storiografia divulgativa, mentre io, assieme ai ricercatori a cui ho fatto cenno, mi sono sempre posto nei confronti dei materiali vagliati con un atteggiamento ed un taglio di natura scientifica. Voglio dire che ci siamo mossi negli archivi italiani per verificare le fonti nelle quali ci imbattevamo. Abbiamo tenuto lezioni presso Università, non solo italiane, su queste materie. Venni convocato a più riprese presso l’Università di Spalato per fare lezione sulla storiografia trans-adriatica riferita al Piceno. Sono stato anche insignito di una targa d’oro dal comune di Spalato per il mio rapporto molto stretto con quella comunità e le sue travagliate vicende, soprattutto durante il periodo bellico.
A.L. Quale appello ti sentiresti di lanciare, infine, all’amministrazione pubblica per migliorare lo stato delle cose?
G.C. Abbiamo da poco donato il nostro fondo all’amministrazione di San Benedetto, il quale verrà sistemato presso i locali della biblioteca civica. E’ in corso un importante, meticoloso e delicato lavoro di catalogazione dei materiali da parte del personale interno specializzato. Si tratta dell’unica condizione - quella della classificazione bibliografica - che ho posto per l’allocazione dei volumi ma, come si può immaginare, la sistemazione è resa complessa dal fatto che si tratta di libri che, per una buona parte, provengono dalla Croazia, da Malta, così come dall’Emilia Romagna e da altri contesti, per loro natura, diversi ed eterogenei. Tra non molto, quindi, concluso il lavoro iniziale di identificazione della massa libraria sarà possibile destinare i documenti - per la maggiore parte riviste specialistiche - alla pubblica fruizione. Questo fondo andrà ad aggiungersi alla già cospicua sezione sul mare della Biblioteca a cui si accennava. Questa della “Biblioteca del Mare”, come viene definita, fu una donazione, che a suo tempo favorii, promossa da un altro grosso personaggio di San Benedetto del Tronto, collezionista di testi di questo genere, il sig. Cesare Gobbi. Alla sua morte in effetti, la vedova donò a noi, come istituto, la libreria del marito e pensammo bene di farla avere, a nostra volta, all’amministrazione comunale. Cesare Gobbi ha avuto una grande influenza nella storia, gloriosa, della marineria sanbenedettese e ne ha anche, per alcuni versi, segnato il corso. A questo proposito vorrei prendere posizione contro tutto quel tono stucchevole e melodrammatico che ha da sempre avvolto le vicende riconducibili al mare. Voglio dire che determinate situazioni, che più appartengono al nostro vissuto e alla nostra storia, le sentiamo vicine solo vagamente od in maniera, diremmo, folklorica. Il monumento “Lavorare, lavorare, lavorare: preferisco il rumore del mare” per me è un’offesa a chi il rumore del mare lo ha sofferto perché con esso ha dovuto lavorare. Non esiste un vero monumento ai pescatori, così come non esiste un monumento ai funai, che, nell’ambito della recentissima manifestazione in ricordo della loro storia, mi sono sentito di sollecitare ai poteri pubblici. Speriamo che qualcosa di tutto questo genere accada. Lo dobbiamo alla memoria di chi con il mare e per il mare ha lottato.



Appunti per un viaggio con Murakami Aruki, lo scrittore-fenomeno mondiale

... una cotta bruciante per uno scrittore come te alla mia età? 54 anni.
Eppure eccomi qui col cuore palpitante. Laicamente confesso. Lui è Murakami Haruki. Giapponese (tradotto magistralmente da Giorgio Amitrano).
1Q84, primo e secondo libro, Einaudi. Acquistati casualmente alcuni mesi fa al supermercato, perché ogni volta che ci vado mi propongo di riordinare i libri fuori posto e lo faccio per una decina di minuti. Un pomeriggio questo 1Q84 mi ha detto: "dai prendimi con te". Detto, fatto. E mi ha folgorato. La dimensione enne che non si sa se esiste, in realtà è tanto reale quanto la vita. Ma io lo sento sin da piccola e Haruki: anche lui sa. E siamo diventati amici. Dimensione enne e A. Mica vi dico cosa significa A. Scoprirlo da soli è meglio.
Finito Norwegian wood in vacanza, a mio parere un libro fondamentale per la gioventù, per cercare una consapevolezza con la propria parte interiore (davvero al pari de Il giovane Holden di J. D. Salinger), pensavo che dopo, chiusa l'ultima pagina, tutto il resto da leggere sarebbe stato in salita, almeno per quest'estate. Sono arrivata domenica sera alla stazione di Verona. La Feltrinelli aperta è deserta. Un piano terra, dove cercavo il libro Le cose che non ho di G. Delacourt da regalare, un primo piano con ascensore. Salgo. Vedo il libro nero coi fiori rosa rosso, me lo metto tra le mani. Poi mi guardo attorno. La commessa bionda intenta a riempire gli scaffali, mi sorride. Faccio una panoramica con lo sguardo e vedo una parete di: Giappone. Scritto a caratteri cubitali. Mi avvicino. Le copertine mi guardano. I libri non sono riordinati di costa. Murakami è là di fronte a me. Allora è il suo cognome, se non c'è il nome... Già ci sono arrivata anch'io. Einaudi ha fatto il restyling della collana Super ET. Detesto le Mischung. O tutti vecchia edizione o tutti nuova. Macché, mai riuscita nell'intento...
Copertina nera, cerchio rosso con dentro un uccello bianco che sembra la carica delle vecchie sveglie, quelle che si giravano alla sera prima di coricarsi. Tic tac, che era meglio che contare le pecore in caso di insonnia. Titolo L'uccello che girava le viti del mondo. Aggiungo sulla mano sinistra. Vecchia edizione. Bellissimo.
Copertina bianca, disco di vinile nero e rosso, rotto per metà, ma con maestria grafica forma un volto di profilo. Dance dance dance. Vecchia edizione. Fa compagnia al precedente. Illustrazione di Suzanne Dean. Grazie, che gusto sobrio ed essenziale! Citiamo i copertinari, che fa bene alla forma. Aggiungo sul braccio sempre sinistro. A questo punto decido che li comprerò tutti. Ho il Bancomat e non mi frega niente di quello che spenderò. Pane e cipolla e Murakami. Deciso. Della vecchia edizione c'è Norwegian wood. Letto.
Si passa al restylato. Underground, ovvero l'esperienza della bomba in metropolitana nel 1995. Aggiungo. E La fine del mondo e il paese delle meraviglie? Manca. Mancano anche tutti gli altri. Quelli che non ho. Lo scaffale sotto è di altri scrittori giapponesi. Uffa. Beh, tre è meglio di uno.
Arrivo alla cassa, la signorina bionda, sorridente, batte gli importi. "Anche lei ama Murakami? O si ama o si detesta", dice. "Oh sì, l'ho scoperto da poco, ma lo amo. L'amore accade anche in libreria".
"Mi mandi i suoi amici" dice un po' sconsolata, "i viaggiatori sconfinati". "Ok, tutti quelli che posso, ciao". Le rispondo.
Ieri ero triste. Non capisco più gli anafettivi, gli egoisti, gli ingordi di sé, voglio scrollarmeli dalle spalle del cuore. Una volta per tutte.
Medicina? L'unica che conosco. Un bel libro. Apro Dance dance dance. Grazie uomo pecora, grazie buio, grazie dimensione enne. Le 18.00, le 20.00, le 02.00, mi faccio il caffè. Fuori diluvia e grandina. Io sono al sicuro tra le pagine di un Nobel. Non l'ha ancora ricevuto? Tranquilli, manca poco.

Michaela Menestrina


Cosa non dimenticare in albergo. La storia della penna d'oro.

Fedeli anche quest’anno, da Urbino e Urbania, siamo andati all’Aquila, come giuria del premio di cultura, Ju Zirè d’oro di Mario Narducci. Una giornata splendida che ci ha donato di vedere la Maiella innevata e contenti anche che l’urbinate Germana Duca abbia vinto un premio per la poesia. Riguardo a me, credevo di averla fatta franca e vi dico perché: tutte le volte che esco di casa, mi capita di lasciare qualche cosa in albergo: o un pezzo di pigiama o un pullover o la radiolina… Questa volta è toccato alla penna stilografica. (Sentirete mia moglie!). Ieri ho dovuto ricorrere alla sostituta penna d’oro che avevo infilato nel taschino, perché senza non ci so stare, sempre con il serbatoio a inchiostro, che ha rischiato qualche volta di macchiarmi la camicia. Un oggetto sorpassato, ma che fa scena, però mai pronto all’uso immediato e allora devi sbattere, svitare, spingere la pancetta del serbatoio per inumidire il pennino. Mentre facevo questi movimenti, chiedendo aiuto e in attesa che qualcuno mi portasse una penna a sfera, l’amico che mi era accanto, sorpreso della mia ricchezza aurea, si ricordò di quello che aveva detto un illustre professore a proposito di penne, sic!: “Una volta con penne d’oca si scrivevano parole d’oro, oggi da una penna d’oro si scrivono parole d’oca”. Proprio come capita a me!

Staretz
(Raimondo Rossi)




Un paese del Piceno: Monsampolo del Tronto

La collina si disegna molle nel fitto di querce e olivi, acacie e canne. Sopra il verde cupo della nuova primavera nell’ocra delle foglie che hanno cambiato colore, due campanili. Si scorgono da lontano e modulano il rilievo come pennoni di barche reduci da un viaggio pellegrino lungo questo paesaggio, di alture morbide che si rincorrono sotto il cielo abbracciando tutta una visione che disperde lo sguardo nei giochi delle strade curve lungo le volute dei colli, e la natura è distesa e avvolgente, selvosa e mite. Si disegna un’atmosfera lontana dalle intermittenze frenetiche delle città, un luogo per chi voglia ricordarsi un’altra faccia della vita, il volto della campagna che si dona a fiotti, prezioso a disegnare sagome rotonde di alture dove lo sguardo trova la sua pace, la sua fantasia appagata, come in una festa raccontata nel passato, un sogno fatto a lungo, e a lungo ricordato.
Monsampolo: una torre di pietre scure, mentre il paese si profila, coi suoi acciottolati che rampicano sul dorso della collina , per scandire un percorso che somigli a una conquista, o a una reiterata preghiera. Le vie si diramano irregolari come erbe, e tutte lentamente conducono alla Piazza, dove vive chiuso nelle sue pietre antiche il Palazzo Malaspina, in un silenzio prezioso che misura le distanze, gli angoli, la facciata scabra della chiesa seicentesca, come in una scena in attesa, un nitido porgersi allo sguardo, alla parola, al ricordo. Voci che s’intrecciano tra finestre socchiuse, vasi di geranio davanti alle porte, archi, androni che rinserrano altre porte.
E viene voglia di bussare, di chiedere ospitalità a questa gente del Piceno riservata e umile, alle prime restia ma segretamente disposta al discorso, alla confidenza…E curiosare nelle cucine ordinatissime, catturare qualche antico profumo, e poi calcarle meditando, le strade che guardano al cuore del borgo, rimasto intatto nei lunghi anni delle sue pietre, che si sono accumulate a dar volto ad una civiltà e ad una bellezza decisa ad accompagnarci ancora in un cammino amoroso. Storie lontane rimbalzano alla vista nella prospettiva che circonda, fino ai monti e al mare, lo specchio che accoglie lo sguardo e lo riporta alla rotondità della terra, al mistero per cui siamo vivi, al giorno, al sole disteso sul volto e al passare del tempo.

Enrica Loggi

Curiosità&Note

Nella chiesa di Maria SS. Assunta campeggia la pala d'altare di Pietro Gaia, raffigurante l' Ultima Cena (1596). Notevole anche il Chiostro dell'ex Convento di S. Francesco (sec. XVII).
Il Venerdì santo ha luogo la solenne Processione del Cristo Morto risalente al sec. XVII con bara lignea dell'epoca.
Piatto tipico: gli gnocchi di patate che vengono serviti a ferragosto nell'annuale sagra.
Vini : Produzione locale della Cantina Collevite: Passerina, Pecorino, Falerio, Rosso Piceno Superiore.





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