venerdì 7 dicembre 2018

Italiano diffuso


(Convegno su “Albergo diffuso” a Ripatransone.  Il linguaggio, le veline)

       Che il giornalismo locale accolga acriticamente le veline facendone copia/incolla senza badare a linguaggio, contenuti, errori e orrori, è noto.
       Recente e luminoso esempio, quello di Ripatransone e del suo Convegno su “Albergo Diffuso”, annunciato da gran rullo di tamburi giornalistici, atteso con interesse e curiosità.

       Ben a ragione: l’esperimento, felicemente attuato con intelligenza misura e gusto da quasi vent’anni in Comuni turistici dell’Abruzzo montano - Santo Stefano di Sessanio e dintorni - lascia sperare il meglio.

Finalmente una località pregevole sotto ogni aspetto, come Ripatransone, si adopera per superare l’attuale catalessi.


       Poi se ne legge il resoconto, o meglio  la velina del comunicato ufficiale, dalla stampa locale.

Generare esternalità positive; migliorare l’appeal del brand a Ripatransone; contestuale avvio della roadmap di implementazione del Modello a Ripatransone; presentazione della Case History legata a tale approccio turistico; formazione professionalizzante dei portatori di interesse (portatori d’interesse? come portatori di handicap?): è appena qualche stralcio di questa esemplare forma di comunicazione. Tralasciamo gli errori (che siano refusi o altro, andrebbero almeno “controllati”) e l’andamento sintattico dell’intero comunicato, il periodare più lungo e soffocante d’un boa constrictor. 


       Ci si chiede come possa venire alcunché di buono da amministratori, tecnici, esperti, responsabili economici e politici, decisori a vario titolo, la cui comunicazione si affida a un linguaggio tanto surreale e anti-italiano quanto pacificamente riprodotto sui quotidiani senza un sussulto d’intelligenza.

       E da una stampa che ad un’informazione critica antepone il supino copia/incolla di pompose veline planate dalle stanze dei bottoni e mascherate da cronache, ignare di italiano, farcite di rimasticati anglicismi, astruse nella sostanza e indigeribili nella forma.
Che non avverte la necessità/dovere/professionalità di chiarire ai propri lettori ciò che è del tutto assente nel testo velinato con solerzia: l’esatto significato di “Albergo diffuso”, quali ne siano i precedenti vicini e lontani, le aree geografiche che ne hanno beneficiato, la filosofia e la valenza culturale, come si attui nel concreto (sgombrando magari il campo dai fraintendimenti di chi pensa che Albergo Diffuso sia solo un altro nome della formula B&B).


       Quale educazione può mai venire al lettore comune, ai giovani, ai colti e agli incolti, a chiunque insomma, da un simile giornalismo-megafono?

       Albergo diffuso” rischia allora di essere un’utopia, in tale contesto e con simili premesse, così come qualsiasi buon progetto che non muova da una comunicazione limpida, rispettosa dell’intelligenza e della capacità critica del pubblico, e da un “italiano diffuso”, lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.

Sara Di Giuseppe - 6 Dicembre 2018 




domenica 2 dicembre 2018

Piacerebbe a Fellini

[Ex stadio Ballarin: la nuova immagine di San Benedetto coi pupazzi del carnevale]


         Non solo la forzata demolizione del vecchio stadio BALLARIN è un grattacapo per lAmministrazione: cè anche, non da poco, lo sfratto dei carri del Carnevale dagli orridi capannoni (attaccati alla tribuna del Ballarin) che per decenni hanno immiserito lingresso nord di San Benedetto dal lungomare.

         Oggi, senza quei capannoni e con i carri lì allaperto come una scolaresca in libera uscita, il piazzale non è certo peggiorato, anzi. Dal sembrare una discarica, con le oscene vele pubblicitarie parcheggiate abusivamente sullo sfondo dei capannoni stracciati e il grigiore cementizio intorno, adesso almeno appare allegro e simpaticamente buffo, pur acciaccato bruciacchiato rintronato. 

         Sembra il set di un film di Fellini: vivo, fantasioso, grottesco, paradossale, favolistico, pieno di immaginazione e poesia. Anche se immobile e svaporato, come un pezzo di pellicola sfuggito al rogo [proprio ieri alcuni pupazzi raminghi si son dati fuoco per la depressione].

         Arrivandoci a piedi, in bicicletta o in auto, pur con gli impicci quotidiani in testa, ti viene spontaneamente il sorriso, ti rassereni, vai quasi in ricreazione come se entrassi in un cinema confidenziale dove danno ancora La Strada con la soave Gelsomina e il rozzo Zampanò e i giocolieri e lo sputafuoco Oppure afferri ricordi di carnevali lontani, quando i carri ti divertivano coi loro sberleffi politici e ogni spettacolo ti appariva magico Era un neo-realismo giocoso, luccicante, a colori 

         Propongo di lasciarli lì i carri, allaperto, con tutti i giganti di cartapesta al loro posto. Che siano solo rimessi in ordine, riverniciati, ripuliti da ammaccature, ragnatele, vecchiaia. 

Illuminateli. Saranno per tutti uno spettacolo gratuito inconsueto affettuoso intelligente. 

         E San Benedetto per puro caso avrà, almeno lì, un biglietto da visita migliore.

 PGC - 1 dicembre 2018