venerdì 24 febbraio 2017

Isabel Allende e "Afrodita". Serata conversazionale con Vincenzo Di Bonaventura


 “Conversazionale” lo è sempre, una serata con Di Bonaventura: che disegni le stagioni tragiche di un secolo ferito attraversandone poesia e teatro e romanzo, o che trascorra con leggerezza fra pagine di erotismo e appetito frizzanti come un “rondò capriccioso”, sempre la conversazione dell’attore-solista è raccordo e dialogo col suo pubblico, sollecitazione, aneddoto, illuminazione.
       Il Teatro dell’Arancio, piccolo gioiello del paese antico, di lontano buon restauro e di negletta manutenzione e dimenticato utilizzo, vive stasera come per miracolo, avvolgente affettuoso malinconico: potrebbe risplendere tutto l’anno, affidato che fosse alla dedizione e sapienza di questo “testimone”. Accadrebbe, se ci fosse intorno altra realtà: altro paese, altro territorio, altra amministrazione, altra politica, altra visuale.
    Oggi l’attore veste idealmente panni femminili, per questa “Afrodita” nata dalla penna di Isabel Allende e dal suo viaggio dei sensi “là dove i confini tra l’amore e l’appetito sono talmente labili da confondersi completamente”.
       Con la femminilità dell’autrice - e, peculiari della donna, la sensibilità l’ironia il cinismo - si amalgama senza sforzo, ci dice Vincenzo, quella “parte femminile” che è complemento inscindibile della sua personalità di uomo. “A 12 anni sembravo una bambina”, ricorda, tanto da doversi difendere a suon di botte dal bullismo dei compagni; picchiò forte, alla fine, non senza aver prima raccolto intorno a sé la claque dei bulli (“ero già un circense, volevo il pubblico”): salvo piangerne a dirotto dopo, a scazzottata vinta. “Poi a 18 anni mi innamorai di Silvia, la figlia del preside, dalle fattezze amabili”, con decisiva conferma - fra un tripudio di versi leopardiani - della propria identità sessuale.
       Il suo occhio è dunque stasera di attore-testimone ma anche “di madre”, guidato da quella “tenerezza aspra” che attinge alla tradizione dei saggi, ai valori alti della vita e dell’essere.



    Dalla scoperta che “ogni mio ricordo è legato ai sensi” - scrive la Allende - nasce quest’esigenza di esplorazione della “memoria sensuale”, contenitore che accoglie ricordi infantili, come l’aroma di violetta magicamente legato alle pastiglie della zia Teresa, “quella che si trasformò in angelo e quando morì aveva germogli di ali sulle spalle”; o l’afrore dei ricci di mare legato al suo primo acerbo affacciarsi alla sensualità. E dove albergano memorie adulte: una disordinata stanza parigina e un uomo, proustianamente emergenti dall’odore di baguette, prosciutto, formaggio francese e vino del Reno; e altri aromi e altri cibi evocanti ciascuno un fantasma desiderato “a infondere una certa luce malandrina alla mia età matura”.
     Non posso separare l’erotismo dal cibo e non vedo nessun buon motivo per farlo, scrive Isabel (e “il vincolo tra cibo e piacere sessuale è la prima cosa che impariamo quando nasciamo”).
       Muove da qui l’avventuroso ironico immaginifico viaggio tra cibo ed eros, fascinosa indagine intorno a sostanze, trucchi, magie esplorati dall’umanità in un’infinità di percorsi dalla notte dei tempi per dare alimento al desiderio amoroso.
     Ricerca degli afrodisiaci nella storia, nelle culture, nell’immaginario che fa di questo libro, con le sue ricette “erotizzanti”, solo in piccola parte un ricettario di piatti e ingredienti erotizzanti (ma nel sambenedettese supermarket - sedicente libreria - l’hanno piazzato alla voce… Cucina!).
      Gli “afrodisiaci”, dunque: tenuti in gran conto nelle società patriarcali e in tutte le fallocrazie, funzionanti per analogia o per immaginazione  –  “l’immaginazione è un demone tenace”  –  talvolta sostenuti da basi scientifiche, sono “il ponte gettato tra gola e lussuria”, così come la relazione tra cibo e sesso è associazione inevitabile in tutte le culture.
       E se a nessuno oggi viene in mente di impastare pinne di pescecane e testicoli di babbuino, zampe di koala e polvere di scarafaggio in un teschio d’impiccato - d’incerta reperibilità e poi “se perdiamo tempo ed energie nell’elaborare afrodisiaci e sostanze orgiastiche difficilmente potremo goderne i frutti” - è pur vero che “viviamo ossessionati da un instancabile appetito di sensazioni […] e nella fretta di divorare tutto abbiamo interrotto il collegamento tra anima e corpo”.
       Questa sera non c’è dunque, come in altri Marte-dì, un romanzo che si fa teatro - un azzardo per chiunque, non per il nostro attore solista - ma un libro di “Racconti, ricette e altri afrodisiaci” che diviene narrazione, curiosità, riflessione e ironia, storia e tradizione, in una mimesi totale dell’attore con l’io narrante: non ci stupirebbe sentirlo parlare con voce femminile.
         E potremmo cominciare a mordicchiarci le orecchie l’un l’altro, se è vero - e lo è - che il più potente afrodisiaco è il racconto. Lo sapeva Shahrazàd, che con la sua abilità affabulatrice salvò se stessa dal feroce sultano e raggiunse l’immortalità. Lo sapeva Cyrano, “il famoso uomo brutto attaccato a un naso” capace di innamorare una donna con la magia della parola (perché ne godesse un altro) ma, maschilmente ahilui poco accorto, non capì che se avesse mormorato i suoi versi all’orecchio della fanciulla, quel naso sarebbe apparso a lei come un simbolo erotico…
       Se appetito e sesso “sono i grandi motori della storia”, e provocano guerre e informano le religioni, la legge e l’arte, la conclusione del viaggio “dopo aver fatto un paio di giri completi nel mondo degli afrodisiaci” è la conferma che l’afrodisiaco vero, unico, indistruttibile, è l’Amore. E, con esso, tutto ciò che è bello sublime sano.
       Ed è forse perché le donne posseggono più dei maschi il senso del ridicolo, che l’autrice - prima di tuffarsi di testa in eccitanti ricette di Calamari luculliani e Crèpes del sibaritaCharlotte degli amanti e Gallinella romantica, Tentazioni di salmone e via erotizzando - conclude il suo viaggio - e l’attore solista il suo racconto - narrando di Colomba, nome fittizio di una reale, prosperosa fanciulla sua amica, dalle “natiche turbolente e dalle rubiconde braccia da valchiria” (quasi una burrosa Eve di Botero) e della passione suscitata da quella prorompente fisicità nel maturo professore di Storia dell’Arte all’Università.
       Di come questi, tra descrizioni del Bacio di Rodin e delle Bagnanti di Renoir e letture ad alta voce de L’amante di lady Chatterly,riuscisse a condurre l’amata in  un picnic nel bosco a base di saporite prelibatezze e ghiottonerie e bevande afrodisiache, a bordo della Due Cavalli, una macchina di latta “che sembrava un incrocio fra una scatola di biscotti e una sedia a rotelle”  
      Di come nel giro di poco, Colomba si trovasse priva dei suoi veli, immantinente seguita dal professore… ma, incapace di trattenere il riso di fronte ad un “omino magro e peloso con un cetriolo tanto gagliardo”, liberatasi dal goffo abbraccio si mettesse a correre, provocandolo e ridendo come quelle mitologiche creature dei boschi che appaiono sempre accompagnate dai fauni.
     Di come infine, tornati ansanti e nudi al luogo del picnic, scoprissero che vestiti e Deux Chevaux erano stati rubati, e tutto ciò che restava era il cappello di paglia italiana di Colomba vicino al salice piangente…


“… sognai che posizionavo Antonio Banderas
  nudo su una tortilla messicana,
  lo condivo con guacamole e salsa piccante,
  lo arrotolavo e me lo mangiavo con avidità.
  Mi svegliai terrorizzata”
  I.Allende,  Afrodita, 1997

Sara Di Giuseppe


martedì 21 febbraio 2017

"Come un uovo". La Parsons Dance a Civitanova Danza


           E' come un uovo, contenitore in natura pieno per oltre il 98% del suo spazio, il Teatro Rossini di Civitanova questo sabato sera E si capisce perché: si vince facile con Parsons Dance, la richiestissima compagnia di fama mondiale, leader nella danza post-moderna a marchio USA.
      Danza ad alto tasso vitaminico, interpreti dall’acrobatica vitalità unita a solida preparazione tecnica, coreografie di accattivante virtuosismo. Non occorre essere pubblico specializzato, né cultori della Danza nella sua dimensione più alta, per godere con franco piacere di quest’ora e mezza di puro spettacolo.
      Ma è proprio l’uovo, pardon, il contenitore Rossini a privare la serata di una fetta abbondante della sua potenziale godibilità.
      L’inadeguatezza di questo teatro ad ospitare degnamente spettacoli pur di ottimo livello è percezione non nuova benché stavolta più acuta anche per via del folto pubblico.
      Comincia dalla struttura stessa della platea: malamente progettata, ideale a far sì che da una fila all’altra ci si copra vicendevolmente la piena visuale del palco (e vorresti che quelli delle file davanti avessero lasciato a casa le teste).
      Prosegue con la tortura di strette poltrone sprofondate a terra: essere piccoli non aiuta, ma non vedi per intero il palco neanche se sei una stanga (e se lo sei quello dietro ti ghigliottinerebbe volentieri).
       Si resta increduli per l’assenza di guardaroba, che se c’è non è aperto, non è segnalato e nessuno l’ha visto: si rimane intrappolati nelle strette basse poltrone con le masserizie invernali addosso come sfollati, cercando di non affogare sotto cappotti sciarpe cappelli tuoi e del vicinato.
       Si soffre l’assenza di un pur minimo controllo di sala: ad orario di inizio (qui da noi sempre teorico) già superato, il pubblico vagola tra file e poltrone, a passeggio i maleducati, in cerca del posto gli smarriti, la confusione aumenta anziché scemare.
       Immancabili invece i Vigili del Fuoco: fra tante “assenze” spiccano - onnipresenti chissà perché - nelle pittoresche divise: figure bonarie e inerti, certo richieste dal regolamento, ma d’imprecisata utilità. Comunque meno inquietanti delle coppie di Carabinieri di una volta.
       Fanno il resto l’arretrata gestione dei biglietti (chi li ha acquistati on line - con sovrapprezzo! - non può stamparli da casa, e va ad allungare la fila al botteghino), e il circuito vizioso per il quale ogni nostro teatro si adegua, di conseguenza avallandola, alla mala-educazione di chi vede nel rispetto dell'orario un ingombrante optional: nei pianeti civili dove le cose cominciano con puntualità, troverebbero chiuse le porte del teatro e sciò, filare a casa.
       Si fa buio in sala quando la speranza sembra perduta. Che la festa cominci. E festa è davvero l’ariosa presenza scenica dei danzatori, capaci di attrazione mimetica che ti trasporta idealmente in scena e ti fa quasi muovere con loro.
       Le sei performances recitano linguaggi variegati in effervescente mescolanza di generi e stili. E’ la pura espressività corporea di Finding Center, vitalissimo intreccio e comunicazione di moti immersi in una sonorità percussiva e martellante. E’ la pulsante Union che pare fondere in onirica lentezza i corpi fino a tradurli in “unico organismo pulsante”. Sono gli spunti drammaturgici trascoloranti nella contenuta intensa sensualità diUnexpected Together. E’ la forsennata vitalità del conclusivo In The End. E’ il generoso allegrissimo bis di questi incredibili mai stanchi ballerini, perfino più scatenati alla fine che all’inizio, nell’offrire ancora un breve ri-assaggio del gioco di buio e luce dei danzatori in aria. 
       La luce, già: protagonista anch’essa della scena quasi al pari dei ballerini, ancor più quando si fa assenza, e nel buio di Hand Dance mani e braccia si muovono luminose, pennellando forme disegni fantasie che ricordano le suggestioni del Teatro Nero; o quando, nella modalità stroboscopica di Caught, segue l’assolo della danzatrice trascorrente dal buio agli improvvisi flash in cui sembra danzare sospesa nell’aria: genialità creativa unita al virtuosismo della bravissima prima ballerina, che è anche la sola italiana del gruppo e strappa ovazioni a scena aperta e strilli fuori controllo stile pubblico-di-Amici.  
       Spettacolo brillante, ricco, comunicativo: missione riuscita, quella di David Parsons che nel creare la sua Compagnia nel 1987 intese portare la danza moderna al più ampio pubblico possibile, attraverso un’attraente miscela di sapienza coreografica, energia, teatralità.
        La DANZA, poi, quella che si ama, che entra dentro, che emoziona e sconvolge, che non si dimentica…quella è un’altra storia.

Sara Di Giuseppe

giovedì 16 febbraio 2017

Gran Galà Armonie della sera dedicato a Johann Sebastian Bach Sette pianisti per sette Concerti di Bach, accompagnati da I Solisti Aquilani, al Teatro dell’Aquila di Fermo per l’evento musicale dell’anno


I tempi per l’Arte e la Musica nelle Marche, dopo le gravi calamità naturali, non sembrano dei più favorevoli e l'appuntamento inizialmente previsto per lo scorso 3 dicembre e poi rinviato a causa degli eventi sismici, è stato riprogrammato per domenica 19 febbraio, alle ore 21.00. Una grande serata al Teatro dell’Aquila di Fermo con il ritorno, per il terzo anno consecutivo, del Gran Galà armonie della sera, dedicato in questa occasione a Johann Sebastian Bach. Inserito come finestra del festival armonie della sera – Winter edition, volto a valorizzare “La Grande Musica nei teatri storici delle Marche” per affiancare il celebre omonimo festival estivo giunto alla tredicesima edizione ed attento a valorizzare, con i concerti di musica da camera, alcuni tra i più suggestivi luoghi delle Marche. Un modo per far meglio conoscere anche i magnifici teatri marchigiani e la Grande Musica. Un'arte che a quanto pare spaventa ancora molti giovani e non nella nostra regione che pur ha dato i natali ad alcuni tra i più grandi compositori degli ultimi tre secoli.
La serata fermana, ideata dal pianista e direttore artistico Marco Sollini, prevede l’esecuzione integrale dei Concerti per tastiera e orchestra di Bach con la prestigiosa collaborazione dell’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, istituzione del settore tra le più accreditate a livello mondiale.


I tre giovanissimi pianisti allievi dell’Accademia di Imola Federico Ercoli, Nicola Losito (vincitore, tra l’altro, del Concorso “Coppa Pianisti” di Osimo del 2015) e Francesco Grano affiancheranno quattro pianisti marchigiani dalla consolidata carriera quali Cecilia Airaghi, Gianluca Luisi (vincitore del Concorso Bach di Saarbrucken nel 2001), Salvatore Barbatano e Marco Sollini che aprirà la maratona” bachiana col celebre Concerto in re minore BWV 1052; il duo Sollini-Barbatano aveva già nel 2009 dedicato un CD all’incisione integrale dei Concerti di Bach per due tastiere e orchestra, pubblicato dalla rivista “Amadeus.
Al Teatro dell’Aquila di Fermo si succederanno uno dopo l’altro sette pianisti per due ore di musica che vedrà, ad accompagnare i pianisti solisti, la celebre orchestra da camera de I Solisti Aquilani, diretta in questa occasione dalla marchigiana Cinzia Pennesi.
Un’opportunità unica per ascoltare tutti in una volta i Concerti bachiani, summa dell’arte compositiva classico-barocca, musica davvero immensa e la cui profondità si rivela terapeutica e tranquillizzante, note celestiali che guardano al supremo, per apprezzare la bellezza di un teatro storico dalla magnifica acustica.
Iniziate le prevendite, presso la biglietteria del Teatro dell’Aquila a Fermo, per quello che si preannuncia davvero come l’evento musicale dell’anno nella provincia fermana e non solo. Una serata che richiede molti sforzi all’Associazione Marche Musica che organizza il concerto, in collaborazione con il Comune di Fermo, e che non mancherà di richiamare estimatori da tutta la regione.

lunedì 6 febbraio 2017

Nota di lettura su “Un punto di biacca” di Anna Elisa De Gregorio


In questa nuova raccolta di poesie Anna Elisa si racconta e ci racconta un presente che oscilla tra dimensioni mobili passate e future, e si dipinge attraverso un tessuto di parole e richiami, rimandi tra di esse. Un verso armonico, leggiadro e veritiero ci restituisce, in mezzo a svariate descrizioni, citazioni pittoriche, da Vermeer a De Chirico, il ritratto minuzioso che Anna Elisa lascia di sé: una poetessa che sa come darci il suo profilo, la sua eleganza e novità attraverso un fraseggio composito e denso di significazioni. La vicenda personale vive rispecchiata in locuzioni molteplici, che illustrano, dai dipinti alla traduzione delle minute esperienze quotidiane, l’aspetto interiore, il rispecchiamento, che Anna Elisa ci porge in maniera originale, unica. Ne consegue uno speciale ritornare sulle proprie parole che maturano via via, nel cuore del verso che diventa per chi legge esperienza millimetrale che si diffonde e conquista a poco a poco.
Il “punto di biacca” è l’emblema di un’espressione pittorica, che culmina in una dimensione infinita, sia per l’arte che per la poesia: è il dolce suggerimento che Anna Elisa semina di sé, perché il lettore conosca le sue orme e arrivi fino a lei, che tratteggia il diario della sua e della nostra vita con estrema filosofia. Viene invocato Eraclito in esergo, e tutto ciò che passa e fugge in mezzo e a causa dell’armonioso disordine del nostro esistere. E’ da questo assioma che la poetessa parte, come da una tela di Penelope che lei tesse per il ritorno di chi può amarla, obbedendo a una proposta discreta e suggestiva, a un’immagine in cui lei che scrive si riflette e chiama a raccolta le voci della poesia. Una poesia che è una filigrana, una doratura continua, un rinvio all’espressione a volte furtiva e anche ironica che ci rivela la trama di un’arte che il tempo non può spegnere, e a cui la vita non rinuncia.

Enrica Loggi


L’acqua ha strisce di blu
che a scuola di disegno
si chiamava “oltremare”,
nel suo andare indolente
becchetta un sasso bianco
il solito gabbiano.
E’ così che comincia
l’incendio nella macchia:
un pennacchio benevolo,
che è quasi una domanda.
Da battistrada il vento
sulle ginestre ardenti
e, di seguito, l’alba
infettata dal fumo.
Mai rassegnata torna
l’estate dopo un anno.
Come una migrazione
folle, mille farfalle
(sembrano margherite)
ripetono la vita
sopra i greppi anneriti.

Anna Elisa De Gregorio, “Un punto di biacca” (La Vita Felice, 2016)