sabato 22 febbraio 2020

Cristo (non) si è fermato a Eboli

        (Morte sul lavoro a San Benedetto)


        Cristo in realtà - lo sappiamo da sempre - s’è fermato molto prima di Eboli, prima di San Benedetto del Tronto, ben prima dei confini di quest’Italia dove ancora si muore di lavoro. “Si continua a morire come 40-50 anni fa” dice Landini.

        Era di Eboli, come gli altri operai del cantiere, Paolo Guarino, morto schiacciato nei lavori di scavo in Viale dello Sport a San Benedetto, ad un’età in cui dal lavoro usurante si dovrebbe già essere a riposo, in un giorno in cui non doveva lavorare perché aveva la febbre, ma è andato lo stesso perché era capo cantiere.
        La sua morte è ora un numero, nel  tragico conteggio, e per San Benedetto sembra essere ancor meno. Materia per cronache di qualche giorno, per retoriche di circostanza su quotidiani e social, per indignazione a buon mercato esibita dal mondo politico e sindacale. E basta.
        Ma “basta” bisogna dirlo invece a tutto questo: alla disinvolta prassi – legale, va da sé – degli appalti vinti al ribasso e va a sapere a scapito di che cosa (materiali? sicurezza? ambedue certo, e chissà che altro); a quella dei subappalti che pescano imprese a centinaia di chilometri di distanza (e allora il lavoro è per i singoli una sfida quotidiana, lontani dal ristoro di un ritorno a casa la sera, e si lavora male, si lavora come si può) che costano meno e fanno intascare di più.
Ed ecco i Lavori Pubblici fatti a cazzo e di cui è piena la città, di cui è disseminato il territorio, l’una e l’altro sempre più brutti, dissestati, dolorosi, pericolosi. Tanto chi controlla mai: c’era forse chi vigilava sulla sicurezza - e sulla qualità dei lavori - nel cantiere franato sopra Paolo Guarino?

        “Basta” bisogna dirlo alla vuota ritualità che accompagna fatti come questo. Parole e cordoglio, poi il minuto di silenzio, forse, in consiglio comunale o alla partita (lo stadio è proprio lì, magari la Samb giocherà col lutto al braccio), poi il telegramma istituzionale alla famiglia. Poco altro: sfileranno le marionette come nell’ Opera dei Pupi e avranno il ghigno funebre delle grandi occasioni, costa così poco condolersi a favore di telecamera o di microfono a patto che tutto resti com’è.

        Dagli inerti fantasmi dell’Amministrazione Comunale col loro degno sindaco, e da Chiesa, Scuola, Imprenditoria, Associazioni, Categorie professionali (costruttori ecc.), non la concretezza di un’iniziativa che trasformi il cordoglio parolaio in azione, in pratica virtuosa. Come potrebbe essere, chessò, destinare alla famiglia dell’operaio i gettoni di presenza dei consiglieri comunali, o qualche migliaio di euro tolto agli assessorati, o meglio tutta la somma equivalente a quel ribasso d’asta
Dalla cosiddetta società civile non indignazione o rabbia - né scioperi o manifestazioni - contro un sistema dove il profitto importa più della vita e della persona.



        Resta da capire come e quando siamo diventati questo deserto di cinismo e indifferenza. Ineluttabile il peggio, per una comunità anestetizzata o compiacente o rassegnata - complice sempre - che si consegna all’indolenza, all’incuria, al calcolo economico, alla rapacità del mercato, alla malapolitica.

       Ma che volete, in fondo è Carnevale, e San Benedetto ha appena recuperato il suo dopo tanti anni, e la tradizione, e l’identità sambenedettese, e la prua della Geneviève, e bla bla… E inaugurazioni di pseudo monumenti e tagli di nastri con benedizioni ecclesiastiche vanno via come il pane, e una targa-ricordo non si nega a nessuno, ci sarà pure quella all’operaio-caduto-eroe, siamo o non siamo il posto più bello del mondo?
       E allora, Cristo che ti sei fermato chissà dove, annamose a diverti’!


Sara Di Giuseppe - 22 febbraio 2020



venerdì 21 febbraio 2020

“Il Jazz è quel che resta da fare”

Jerome Sabbagh & Greg Tuohey quartet / NO FILTER

Jerome Sabbagh/tenor saxophone   Greg Tuohey/guitar   
Joe Martin/bass   Kush Abadey/drums
Cotton Lab – Ascoli Piceno        14 febbraio 2020  h 21,45

 
Il Jazz è quel che resta da fare*…o da ascoltare         
*Bernard Lubat


        Di questo quartetto non sapevo niente. Sono tornato al Cotton Lab sulla fiducia, guai starne troppo lontani, neanche “per giustificati motivi”. Pena regredire musicalmente. Così anche stavolta ho avuto  la fortuna di conoscere ciò che del jazz ignoro.
Il Jazz è una somma di cose sconosciute, ed è mio compito andarle a scoprire”, dice in un’intervista il polistrumentista Bernard Lubat detto L’improvvisatore (Musica Jazz 1-2017). Addirittura lapidario un suo più recente intervento (Musica Jazz n°830, 1-2020, letto mentre imperversa Sanremo…): “Il Jazz è quel che resta da fare”. Come dire… l’ultima spiaggia.

        Sicchè questi quattro - un po’ francesi, un po’ neozelandesi, un po’ israeliani, un po’ anzi molto americani - ci hanno portato il più avanzato, sperimentale e professionale Jazz di New York. Come nel loro NO FILTER realizzato senza filtri né effetti in una sola mattina, “live in sala d’incisione ma ben curato” dice Emiliano D’Auria: composizioni immaginifiche, “improvvisazioni istantanee”, che non solo materializzano compiutamente il pensiero dell’anziano collega Bernard Lubat (loro sono circa quarantenni), ma ci indicano le sconfinate autostrade che il Jazz ha tuttora davanti. Oggi siamo solo all’inizio.

        Noi, lì ad ascoltare, ci siamo sentiti piccoli e confusi, (in)consapevoli di quanto siamo indietro… Solo i duetti all’unisono sax-chitarra potremmo dirli (appena un po’) prevedibili: di architettura elegante e minimalista, improvvisi ma attesi, mai spettacolari. Brani mediamente irruenti ma con un’energia nascosta, o riflessivi e carezzevoli (n°3 e n°6), perfino con armonie e motivi non evaporabili, nel jazz!
Costruzioni sonore discontinue orecchiabili ma pure sghembe, di note distratte apparentemente casuali (n°7): che potresti inventartele tu fischiettando mentre passeggi col cane o corri la maratona di NY.
Contrabbasso e batteria ricamano altro, vallo a chiamare accompagnamento, o ritmo: trovano angoli segreti, e ti ci portano. Tutto jazz nuovo e sveglio, ipnotico e rilassante, di cui non sai né aspetti la fine: ogni pezzo son quasi costretti a troncarlo “all’antica” (ZAC, o sfumando), ma nella tua testa quella musica continua. Come coi “silenzi” prima e dopo le esecuzioni di brani di musica classica, che tanti non capiscono né rispettano affannandosi goffi ad applaudire, e invece preziosi e indispensabili quanto la musica suonata e pure di più, non si dice che la ECM li “incida” apposta, questi silenzi, nei suoi dischi?

        Notevole ma leggero il “peso specifico” (copyright Emiliano D.) della serata, col numeroso pubblico che ha contribuito alla corale “opera unica” che si crea in questo auditorium-laboratorio di musica da sentire guardare e vivere, unico da queste parti.

        Resta da capire - è ciò che si chiede Lubat nella sua intervista di qualche anno fa - “come mai troppa musica si sia lasciata corrompere dal mercato. Oggi siamo perduti: pensiamo che la musica sia quella che ci propongono la TV e le radio commerciali o i supermercati… Una situazione tragica... La musica è stata completamente deviata dalla sua funzione”.
        Ma chissà, forse il jazz si salva. Non resta che farlo, o come minimo ascoltarlo. Possibilmente dal vivo, in spazi ad hoc, in club come questo, dove sia possibile il contatto diretto tra musicista e spettatore: il jazz è quel che resta da fare.


PGC - 18 febbraio 2020




sabato 15 febbraio 2020

I segnavento di "Messico e nuvole"

ovvero: Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere*

*parafrasando Dario Fo


   Ogni tanto ci si ricorda, a proposito delle stragi di palme e di paesaggio per colpa del famigerato Punteruolo Rosso, che prima di venire un po’ contrastato il fetente coleottero ha potuto per anni imperversare in libertà. Delle povere palme colpite, infettate, morte stecchite e alla fine mandate in discarica si pubblicano statistiche non sempre attendibili, anche perché ciascuno dei 3 Comuni colpiti che ci riguardano – San Benedetto, Grottammare, Cupra – vuole apparire il più bravo ad essere corso ai ripari e ad aver trovato la cura (che non si sa quanto funzioni). Leggiamo percentuali e numeri che spesso non stanno né in cielo né in terra.

   Fatto sta che il Punteruolo Rosso - da qualche tempo un po’ dormiente ma per niente debellato - non solo ci ha danneggiato il patrimonio cui tenevamo di più, ma ha lasciato (va ancora lasciando, man mano che continua il suo lavoro) cadaveri di palme in piedi, soprattutto perché le operazioni di smaltimento di ogni fusto residuo costano “da 400 a 1500 euro” (anche qua, numeri ballerini): così i tre Comuni spesso fanno finta di dimenticarsi di questi tristi totem sparsi qua e là sui lungomari, nei giardini pubblici e privati, nei posti più “turistici”. Quanta pena. E poi, fatta sparire la palma morta, al suo posto ne metto un’altra? Quanto devo ancora spendere? Dove trovo i soldi?

Come ultimi arrivati noi di Messico e nuvole, nel nostro piccolo, siamo quindi a proporre per San Benedetto (ma anche per gli altri due Comuni, spesso fratelli-coltelli) una facile soluzione pseudo-artistica, certo risparmiosa ed economica, per cambiare immagine a questi scomodi indesiderati totem e non farli più apparire avanzi di una tragica quanto necessaria operazione chirurgica ambientale.

Si applichi sulla cima di ogni fusto di palma morta un segnavento artistico: che sia funzionante, ma che al posto del solito scontatissimo gallo abbia la sagoma stilizzata di una delle tante sculture presenti in città. Guardare i rendering allegati: ogni brutto totem diventa bello, col suo segnavento-scultura colorato e personalizzato.
Ci sarebbero: quello con “La retara” di Sergiacomi; quello con ”Il saluto di Ubu” di Baj; quello con “Al gabbiano Jonathan Livingston” di Lupo; quello con “L’elefantino tra le palme” di Salvo; quello con “Al pescatore” di Capponi; quello con “Lavorare lavorare lavorare” di Nespolo; quello con “To see through is not to see into” di Kostabi; quello con “Il Principe” di Consorti; quello con “I sognatori” di Annibali; quello con “Vale & Tino” di Lodola; …

   Questa nostra proposta “Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere”, giocosa ma seria (come “Quelli che il Ballarin” dell’anno scorso, caduta nel dimenticatoio…), potrebbe anche far sorridere i turisti. Vi pare niente?
       

15. 2. 2020     Messico e nuvole    messicoenuvole2@gmail.com


sabato 8 febbraio 2020

Innesti felici

San Benedetto. Dopo la casa dei balconi arancione (2012), 
ecco la villetta gemella che “si ribella”


         Via Monte San Michele una volta non era male. Prima periferia di case a mattoni basse e quiete, diverse fra loro ma omogenee, contornate da giardinetti di reti basse e siepi, vasi di fiori, piante grasse, orti di verdure, alberelli da frutto, vialetti di mattoni avanzati messi inclinati di taglio. Vedevi gatti e bambini  sempre in cerca di giochi accanto ad anziani curvi affaccendati, mai tristi. Una via dritta, semplice, moderatamente tradizionale, piena di sentimento. A mezzogiorno e di sera poche auto accostate, per lo più 600 verdine e 850 color topo. Biciclette. Qualche Lambretta.
Quando a giugno tornavano gli olandesi (o erano tedeschi?) e le tre ragazzette biondissime (che aspettavamo), con la loro sinuosa BMW 501-A blu più i bagagli sul tetto, trovavano sempre parcheggio, di fronte alle due villette gemelle.

        Due villette uguali pulite e graziose: ornate finestre simmetricamente spaziate con persiane, tetto basso, portoncino d’ingresso in legno al centro della facciata, con due rampe di scale esterne. Negli anni si mantenevano fresche all’acqua e sapone, senza trucchi per apparire eterne giovincelle, senza spanciarsi in “balconi abitabili” e orride verande d’alluminio come fan tutti. Invecchiavano insieme, d’amore e d’accordo.

        Fino a ieri. Perché una di loro, penso quella nata 5 minuti prima, decide di colpo di cominciare un’altra vita. E arrivano gru e impalcature e transenne di cantiere, con i terribili cartelli “Ristrutturazione”… che a San Benedetto vuol dire radere al suolo!
Per fortuna non è andata così: la nostra gemella, un po’ ribelle ma saggia, si è affidata allo studio che realizzò la casa dei balconi arancione*, specialista in “innesti felici”.

        E “innesto felice” è stato anche qui: su una base con mattoni a vista rimasta intatta per un piano e mezzo fino al portoncino d’ingresso - con tutte le affettuose caratteristiche di tranquilla villetta familiare a pianta centrale - si è appoggiata una bianchissima grande scatola con volta a botte.
Sembra un piccolo capannone, un’officina volante, una mini-fabbrica piovuta dal cielo. Tre alte e profonde feritoie a nord come per respirare, i fianchi lisci e continui percorsi da pannellature tecniche, e a sud la grande terrazza a sbalzo senza soluzione di continuità con l’interno: aria, sole e luce in quantità industriali.
Due diversissimi volumi sovrapposti e tenuti distinti, anzi il soprastante è sporgente (cappotto termico), come se si potesse alzare o abbassare quando a uno gli va…

        Un sogno in una scatola, una scultura da abitare, anzi una nuova “macchina per abitare” (Bruno Munari). Immagino un interno di volumi aperti con soppalchi simil-loft, altro che l’ennesimo appartamento piccolo-borghese con inutili labirinti di rappresentanza. Sbirciando da fuori si notano travi curve lignee a vista che dilatano ancor di più lo spazio, ma dentro immagino pavimenti in resina che si confrontano con vissute mattonelle di graniglia recuperate, composizioni dinamiche spaesanti ma espressive, librerie in quota, manifesti d’autore, fari da cinema, disimpegni risolti con semplicità, sorridente design, poesia.

        A noi “con gli occhi impastati di cemento e traffico” (E. Jannacci) quest’opera parrà un azzardo estetico, più della casa dei balconi arancione. Troppo in contrasto col circondario e con la stessa villetta gemella, ora rimasta un po’ in disparte. Invece di questi lampi creativi - di questi “innesti felici” - ha urgente bisogno il buio architettonico-edilizio che con la sua desolazione sontuosa soffoca le nostre vite:
ricostruire sul costruito con sensibilità e fantasia, andando contro corrente con garbo, con leggerezza, con raziocinio.

https://faxivostri.wordpress.com//?s=La+casa+dei+balconi+arancione&search=Vai                                                                                                
PGC - 8 febbraio 2020



"Historia de un amor" e Max

Anna Crispino, magica voce napoletana, il 2 febbraio scorso a Roma dedica a Carlo Delle Piane (suo marito, straordinario attore scomparso l'agosto scorso) una serie di canzoni magistralmente accompagnate da prestigiosi musicisti. Il conduttore ricorda anche, oltre gli artisti presenti, che c'è un autore al fondo di questa serata che va omaggiato per il suo enorme contributo giornalistico e narrativo della vita di Carlo e Anna, e da cui l'evento ha attinto a piene mani: Massimo Consorti

Caro Max, come senti e vedi, qualcuno ti tiene sempre nel cuore come nei suoi pensieri. 
Grazie Anna, a nome di tutti i suoi più cari amici.

8 febbraio 2020
Francesco Del Zompo







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Spettacolo “Historia di un amor" con la regia di Mimmo Picardi per omaggiare il grande Carlo Delle Piane alla sala Margana di Roma. Con Il mio amico fraterno Pietro Manetta che ci ha accompagnato delicatamente in questo viaggio. "Paura” di Di Domenico, arrangiamenti piano, fisarmonica con il grande Sergio Colicchio accompagnato da musicisti eccezionale Cristiano Califano, Alessio Mancini e Alessandro Tomei.



martedì 4 febbraio 2020

FACCE DI TOLLA

        [La cittadinanza onoraria di San Benedetto a Liliana Segre]
 

        Nel magnifico documentario italiano “Memoria” di Ruggero Gabbai (selezionato al Festival di Berlino 1997, premiato al Nuremberg Film Festival 1999) c’era anche lei, Liliana Segre: la chioma non ancora candida, la voce pacata e uguale a quella di oggi.

        Sul grigio sfondo di uno scalo ferroviario milanese, raccontava di quel treno che dopo alcuni giorni di prigionia si portò via - insieme a tanti - lei e il padre, mentre i milanesi guardavano da dietro le persiane chiuse; raccontava il suo salutare “il mio papà” - una volta separati uomini/donne - con “piccoli ciao della mano” per cercar di consolare lui “così sofferente, così… disperato d’avermi messo al mondo”. Diceva proprio così, impossibile dimenticare.
Non l’ho rivisto mai più”: solo qui la voce s’incrina, poi il documentario lascia il posto alle altre testimonianze, altri ebrei italiani come lei sopravvissuti ad Auschwitz. 

        Gli studenti più scavezzacollo, al termine, hanno occhi lucidi; l’indomani, ad Oświęcim (Auschwitz)-Birkenau, niente selfie, non ancora inventati, solo silenzio e sgomento.

        Non merita, Liliana Segre, l’ipocrisia di un sindaco – quello di San Benedetto – e di un Comune che con irredimibili facce di tolla le offrono oggi la Cittadinanza Onoraria (accettata, è notizia di questi giorni, dalla Senatrice). 

        Perché questo sindaco - con la sua degna amministrazione in coma percettivo - vieta ogni anno al Corpo Bandistico cittadino di suonare Bella Ciao durante la celebrazione del 25 Aprile. E la Banda  supinamente ubbidisce.

        Perché di questo Comune fanno parte un assessore e due consiglieri (uno dei quali presidente del Consiglio Comunale) partecipanti alla cena fascista svoltasi lo scorso ottobre 2019 ad Acquasanta - provincia della salvinianissima Ascoli - per celebrare la marcia su Roma

        Perché in questo Comune vi è un membro della partecipata Multi Servizi che sui social fa gli auguri per il compleanno (!) di Mussolini, e sul cui ruolo di consigliere il sindaco “non ritiene di dover intervenire”.

        Perché in questo Comune vi è un Vigile urbano che insulta pubblicamente la Senatrice Segre, e il sindaco esprime burocratico sdegno, ma non ha pronunciato una sola ufficiale parola di condanna sul gravissimo episodio della cena fascista.

        Perché questo sindaco proviene dalle file di Alleanza Nazionale, una Destra che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale Italiano. 

        Ora la ghiotta occasione di mettersi in vetrina strumentalizzando la popolarità della signora Segre fa dimenticare al Sindaco Piunti opportunità e decenza: lo spinge a chiedere perfino, con sprezzo del ridicolo, un appuntamento - data l’impossibilità per la senatrice di raggiungere S.Benedetto - per consegnarle lui stesso dove e quando vorrà “la pergamena con cui questo Comune Le concede (sic) la cittadinanza onoraria”.
(Vuoi mettere, una foto con la Segre e la fascia tricolore… quando gli ricapita?)


        Ma ahimè, sindacopiunti, anche il lessico la tradisce: concedere (cfr. Vocabolario Lingua Italiana “lo Zingarelli”, ed.Zanichelli 2004 pag.414) è “elargire, spec. con degnazione indulgente”. E concessione è ciò che viene dato, dunque, dall’alto.

No, sindacopiunti, neanche la più lunga delle scale da pompiere le concederebbe di arrampicarsi all’altezza di una persona come Liliana Segre. Lei, sindaco, non ha proprio nulla da poter “concedere” ad una donna così, ad una vittima della Shoah. 


Studi, piuttosto. A scelta: la Storia, l’Italiano… Meglio se tutti e due
.


[https://www.youtube.com/watch?v=j_RBlqfvGlk  (testimonianza di Liliana Segre dal 30º minuto circa)]


Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l’uso strumentale, la sacralizzazione”.
Moni Ovadia, in Il Nuovo Manifesto, 27.1.2019


Sara Di Giuseppe - 4 Febbraio 2020


SEGRE, Bella ciao

La senatrice Liliana Segre accetta la Cittadinanza Onoraria offerta dal Comune di San Benedetto - “La Cittadinanza Onoraria della città di San Benedetto mi onora” - ma per tanti comprensibili motivi non potrà venire a ritirarla. 
“La segreteria invierà un indirizzo di saluto scritto”

Sicchè sindaco Piunti, testardo e petulante, insiste ringalluzzito e “chiede un incontro nel luogo e nel giorno desiderati per la donazione della pergamena alla senatrice”…

Porterà pure la Banda Cittadina, che alla consegna della pergamena intonerà Bella ciao? Come ogni 25 Aprile da quando c’è lui…


PGC - 3 febbraio 2020