lunedì 14 settembre 2020

Tanta di quella Forza Pubblica...


Tanta di quella Forza Pubblica da mandarci tutti all’OSPEDALE

     San Benedetto, Rotonda Giorgini, sabato 12 settembre, ore 18,30 circa: sul palco, una sparuta rappresentanza ibrida di Candidati Regionali; in basso - distanziato a casaccio e avaro di mascherine - il “folto pubblico” (forse così ai giornali è stato ordinato di dire e così dicono) di un’ottantina di anime, tra precettati, inconsapevoli passanti e cotti turisti.  
Per accattare voti si dibatte di OSPEDALI (urca!): dei due “vecchi” (Ascoli Piceno, San Benedetto) e dell’ipotetico “nuovo” (a Centobuchi? a Pagliare? sulla costa ‘ndo cojo cojo? magari su ruote per spostarlo dove si vuole?) che quasi nessuno dei colti oratori - disorientati anche dalle sonore fischiate - dice con chiarezza di volere ancora, ma fino a ieri eccome se lo volevano.

      Un prudente comizietto, insomma, modestissimo non solo nei numeri... Ma blindato da matti.
Sì perché impressionante ed eccessiva - sempre che non fosse una mascherata teatrale con comparse ben truccate e addestrate - è la cornice di Forze dell’Ordine parcheggiate ai bordi della Rotonda, schierate in minacciosa evidenza, armate fino ai denti che nemmeno la temibile Gendarmerie di Macron contro les gilets jaunes.
Polizia, Carabinieri, Finanza, Guardia Costiera, Vigili urbani… e poi, va da sé, i “protettori civili” dalle divise fluorescenti taglia 4XL, non mancano mai.

     Hanno tutti il cipiglio da grandi grossi e cattivi, ti guardano, ti osservano, ti soppesano. Gente anche venuta da fuori in trasferta, poi piangono che non hanno i soldi per la benzina. Perfino 2 potenti furgoni blindati, con reti di ferro alle finestre, da riempire di gente menata e ammanettata.
      Quando s’alzano i fischi drizzano le orecchie, quando serpeggiano i mormorii fanno un passo avanti buttando la sigaretta: pronti e scattanti (si fa per dire). Se comandati a cazzo, interverrebbero anche con le cattive - mica sono venuti a fare le belle statuine - per mandarci tutti all’Ospedale, cioè ai 2 Ospedali che ci sono, buoni e dignitosi pur se cronicamente in affanno nei Pronto Soccorso, si sa.

          Per questo i nostri politici vorrebbero un nuovo Ospedale? O piatto ricco mi ci ficco? La seconda.
 


PGC - 13 settembre 2020

Immagine a puro scopo illustrativo

lunedì 7 settembre 2020

Un altro MAGRITTE a RIPATRANSONE


         Il primo Magritte-cappello di agosto si era improvvisamente volatilizzato  -  un colpo di vento, o era stato rubato - ma è subito arrivato il Figlio, che si è sistemato sullo stesso alberello del Padre. All’ingresso del Duomo. Anche lui non in bombetta ma con un informale “panama” - marchigiano? - abbastanza vissuto, poco elegante per quel nastro bicolore proprio stonato, e pure un po’ spavaldo per l’assetto troppo sulle ventitré. Ma l’importante è che Ripa non sia rimasta senza un Magritte, accontentiamoci.

         Il parroco ancora non se ne cura (forse sta cercando un bravo regista per filmarlo), mentre i tiepidi “messaroli” già si sono abituati a questa abusiva presenza davanti alla loro casa, al massimo gli buttano sguardi compassionevoli senza fargli la carità. In compenso, il nostro “figlio di Magritte” riscuote grande successo tra i testardi turisti che finalmente hanno qualcosa da fotografare, e anche tra gli sfatti ciclisti prima dello svenimento, che lo prendono per una Visione anche se non mistica; alcuni maturi olandesoni arancione col bel logo stilizzato 076 sulle magliette, dopo svariate birre, quasi volevano portarselo al museo di Amsterdam per piazzarlo vicino alla “Pipa che non è una pipa”… 


         In questi tempi di volo basso, lo puntano con sguardo avido perfino i Candidati Consiglieri alla Regione che negli orari giusti pattugliano la piazza in formazione compatta, indecisi se stendergli il santino col nome e la foto: bisognerà dirglielo, a questi, che il saggio Magritte non vota…
Ma soprattutto diverte da matti i bambini,che anzi lo amano: titubanti gli s’avvicinano, lo sfiorano, lo accarezzano, ci parlano! e ridono ridono…

Mi sa che gli unici successi dell’estate ripana sono questi due Magritte-di-Chiesa: Padre e Figlio.
Saremo famosi.



PGC - 7 settembre 2020


venerdì 4 settembre 2020

Philippe Daverio inascoltato a San Benedetto


    Saremo stati più di 500 all’Auditorium comunale di San Benedetto, anche in piedi, il 18 giugno di 10 anni fa ad ascoltare la “Lectio Magistralis” di Philippe Daverio. Pubblico vario delle grandi occasioni. Tra gli immancabili sfaccendati attirati solo dal nome illustre, c’erano anche fior di amministratori, politici, tecnici, professori, intellettuali, professionisti… oltre a una sparuta rappresentanza di architetti in erba della facoltà di Ascoli organizzatrice dell’evento.

      Daverio, al solito, fu splendido. Ma letteralmente ci bastonò, ce ne disse di tutti i colori, di come avevamo ridotto il nostro bel territorio, l’ambiente, le case, le strade, i luoghi pubblici, gli alberghi… “L’architettura qui non esiste”. Ci diede tutti voti negativi, più che negativi. Bocciatura solenne. Abbiamo applaudito sorridenti.

      Il giorno dopo relazionai intitolando “Che è successo a San Benedetto?”, le precise parole di Daverio.*
      Adesso Philippe Daverio ci ha lasciato. [Se ne vanno i migliori, i peggiori restano. Anche nel suo campo]
Noi oggi guardiamoci intorno e ammettiamolo: Daverio qui è passato invano, non l’abbiamo né ascoltato né capito.
     
      Siamo perfino peggiorati, di brutto. Altro che Passepartout.

PGC - 3 settembre 2020         


***

* “Che è successo a San Benedetto?”

*BID  Biennale Int. del Design   PHILIPPE DAVERIO: Conferenza   18. 6.10 h 17.30   Auditorium S. Benedetto Tr.


       Non gli perdono, almeno io, l’ora di ritardo [mi dicono che Daverio c’è abituato, ad arrivare ore dopo]: se non altro perché, costringendomi nell’attesa a ri­-osservare automaticamente l’architettura del posto, ancor più m’irrito e mi deprimo. E qua parlano di Design...
Né mi consolo quando lui quasi subito, ad inizio conferenza ci mette il carico stroncando l’estetica del nostro relativamente nuovo Palazzo di Giustizia. Per nostra/sua sfortuna c’è passato davanti poco prima d’arrivar qui. Inizia così, con un violento e raffinatissimo affondo contro la nostrana urbanistica fluida - “dove è caduta è caduta” - senza grammatica, in piena rottura di linguaggio nel suo rapporto col paesaggio.
 

       “Che è successo a San Benedetto? ” se ne esce accorato, dopo 5 ore di  macchina da Firenze.
 E’ vero che la Toscana l’hanno troppo e leziosamente ricostruita che pare finita ieri sera, ma un po’ di cipressi ancora resistono. E’ vero che l’Umbria l’hanno saccheggiata a colpi di voluttuosi Bed & Breakfast e di spaventosi Centri Commerciali, ma le Marche almeno all’interno sembravano un po’ salvarsi, con alcuni passaggi esaltanti, tra colline parallele e spontanee, inseminate di non troppe case simil-coloniche rimesse a posto con sufficiente garbo e rispetto. Quasi come certo sud della Francia o certe lande tra Svizzera Austria e Baviera. Dai guai della moderna trasformazione post-bellica Daverio, dell’Europa, salva poco, pochissimo dell’Italia. Forse esagera. Certo non salva nulla di qua, della Riviera. E a ragione.

       Dovrebbe parlare di Design, Daverio. Ma come se ne può parlare, se prima non si rimette mano al paesaggio, riordinandolo - “il paesaggio non è Dio, ma l’Uomo” - e non se ne riscoprono con umiltà la Grammatica e la Poesia?  E’ una serissima questione sanitaria. Vivendo nel degrado visivo (oltre che sociale, politico, economico ecc.), magari tra mobili Aiazzone o, peggio, tra specchi e arredi finto-Luigi14, non puoi né pensare né concepire il bello. Ti abitui al brutto, cosa che col bello non succede:  al bello non ci s’abitua, al brutto sì. E pure senza dolore.
Quindi, prima devi togliere le brutture, “magari col tritolo”. Solo dopo puoi riprogettare e ridisegnare, ma ricorda: la creatività si forma sul linguaggio, il linguaggio sulla grammatica.
Il Design viene dopo, è altra cosa. E’capacità di progetto sano e semplice che affonda sì nel talento, ma che oggi necessita anche di tecnologia, di comunicazione efficace, di ricerca… e di mercato. E poi basta con questo fallimentare Capitalismo da Concessione, si passi al Capitalismo Competitivo, si superino le vetuste contraddizioni tra Industria e Artigianato.

      Per compiere in fretta (non c’è più tempo!) tutto questo processo serve una RIVOLUZIONE . Punto.

      Certo che si può fare. Oggi, nel pianeta, noi-Italia siamo una micronicchia, che per risorgere ha bisogno “solo” di un’altra micronicchia. L’1% che cerca un altro 1%. Non serve conquistare la Cina. Ma dobbiamo essere rigorosi, concentrati, implacabili, fino - magari fosse - alla confisca dei beni dei colpevoli (che conosciamo e sono tra noi) del massacro architettonico, ambientale, abitativo ecc. Cambiar registro.

      Dopo Cesare Augusto, dopo Cosimo il Vecchio, ci può essere una 3ª volta in cui noi italiani (Daverio non lo è, lui è mezzo francese, per forza ama poco Dante Tasso e Leopardi, ma poi non ci credo, a lui piace giocare e provocare, ma che classe…), dalla formidabile e unica eredità culturale, ci riprendiamo la posizione di leader per campare meglio di adesso e meglio degli altri, che hanno altri DNA.

       Grande Daverio…davvero. Doveva parlare di Design e ha parlato invece di Grammatica e di Linguaggio. Non di Poesia, non di Arte. Ha parlato di vita, di politica. No alla Repubblica Presidenziale e SI alla “Rivoluzione”. NO al capitalismo da concessione e SI a quello da competizione. SI all’Eredità Culturale e NO al Bene Culturale. SI al Museo di città diffusa, vivo, con strumenti che suonano e non mummificati (S. Cristina di Bologna), NO a Biennali imbarazzanti o a Maxxi di malefiche quanto furbe archistar…

       Quanti PASSEPARTOUT, per guarire i guai. Poi ci sarebbe il Design, si capisce. Ma è un’altra storia.


PGC - 19 giugno 2010




domenica 23 agosto 2020

Ognuno ha il MURO che merita


        Cosa non si fa per coccolarsi un muro littorio del ventennio, se per molti è un muro maestro!


        All’ex stadio Ballarin di San Benedetto, per esempio, prima di far qualcosa per finalmente rivitalizzare - reinventandola - l’intera area, si buttano con fascistica rapidità qualcosa come 250.000 euro per ripristinare le vestigia (si fa per dire) di uno spezzone di muro definito littorio - ma di normalissimi vecchi mattoni - che ne delimita(va) il lato ovest.
Ovviamente con la complicità della Soprintendenza Regionale (e locale), che non si sa se è più ignorante o nostalgica.

Dopo la cura da cavallo, questo muraccio disadorno e cadente, senza alcun pregio né storico né artistico né architettonico (né sportivo), è diventato un’assurdamente attraente ma inutile stecca bianca lunga circa 100 metri, con solo qualche inserto in mattoni (quelli littorii, dell’epoca) talmente ripuliti che sembrano nuovi o lavati con Ace. Parlino le foto. E parli pure la scanzonata vignetta che ne prefigura l’imminente inaugurazione: il destrorso sindaco che dopo essersi arrampicato su una scala volante ci cammina sopra - forbici in resta, con sprezzo del pericolo - mentre sotto di lui la Soprintendente applaude commossa, quattro musicanti in grande uniforme e stendardo percorrono la via Morosini, e le Frecce Tricolori passano a volo radente sulle sterpaglie da steppa kazaka del desolato Ballarin.


        Questo nostro non orgoglioso muro-del-pianto, si dice, costituirà il muro divisorio delle due carreggiate di via Morosini. A mo’ di guard-rail: geniale. Ma prima, lungo, bianco e liscio com’è, diventerà anche irresistibile calamita per i nostrani incoercibili imbratta-muri sempre in gara con Banksy.
Anzi non è escluso che a Banksy in persona gli giri di farci un blitz in incognito, giacchè è in mostra qua a Ferrara fino al 27 settembre. Intanto avvisiamolo, e suggeriamogli come tema il fascismo sambenedettese…


  PGC - 23 agosto 2020




lunedì 17 agosto 2020

Il Cinema è in debito

ZéRO de CONDUITE
Il Cinema è in debito



       
Lo è con Gabriele Brancatelli, che lo ha amato dedicandogli tutta la vita, senza esserne corrisposto: il Cinema si è fatto pagare, selezionare, catalogare, vendere, affittare, ovviamente guardare. Niente più di questo, e Gabriele, senza troppo darlo a vedere ne era dispiaciuto e deluso: perchè di questa sua passione aveva fatto un lavoro, la sua videoteca “Night and Day” al centro di San Benedetto era sempre la più fornita di film, attuali e d’antan, appena usciti o introvabili e rari.

Anche quando il Cinema cominciava a decadere a colpi di mode e di tecnologia, di televisioni, di devianze commerciali e di mattanze di sale cinematografiche, il Gàbri restava incrollabile punto di riferimento.
Si era fatto i “suoi” personali cataloghi con i Registri Buffetti, il “suo” archivio con le putrelle di ferro di Malavolta, aveva le sue collezioni, le sue rarità. Di Cinema sapeva tutto, era lui l’enciclopedia, altro che internet.  Aveva tutto in testa. E sapeva raccontartelo, il Cinema: quel mondo in gran parte perduto di grandi registi, attori, poeti, teatranti, artisti, comparse, montatori, fotografi… quasi te li recitava uno ad uno. Con quel suo resistente slang morbidamente milanese ma simpatico, senza picchi di volume, con quel sorriso a volte preoccupato, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così
E anche con quei guizzi di cabaret, l’altra sua antica passione.


        A Milàn, infatti, se da bambino quasi di nascosto s’era nutrito nel cinemetto sotto casa di traballanti pellicole in bianco e nero o a colori slavati, da ragazzo era entrato per caso nell’orbita del cabaret primordiale delle taverne dei Navigli, o al Giambellino, e poi al “Derby”.
Conobbe bene quel mondo, e lo frequentò:  i Cochi-e-Renato, i Gaber, i Boldi e Teocoli, gli Andreasi, i Lauzi, gli Jannacci, i Patruno, gli Svampa… la Milano degli anni ’70/’80, Barbera e Champagne
Ancora fino all’altro ieri gli capitava di nominarli, questi personaggi, di cui tirava fuori le intimità, le anime, le debolezze, le passioni; Gabriele poteva essere uno di loro, ma la vita gira come le pare, e gli ha “lasciato” il Cinema.
Che non si è comportato bene, non l’ha aiutato nei momenti bui, non gli è stato amico.
Come quelli di noi che, adoperandosi per salvare il suo immenso patrimonio di cassette e DVD che per disgrazia sarebbe finito nella cassaforte di uno spietato creditore, durante la sottoscrizione pubblica durata mesi non hanno mai parlato di chi quel tesoro l’aveva creato, e nei comunicati Gabriele Brancatelli è divenuto semplicemente "un privato".

Dicono il suo nome solo adesso che è morto. 


E non basta: il ricordo istituzionale “dimentica”, in mezzo ai retorici svolazzi, di averne avvilito per anni la straordinaria competenza e la leale professionalità riducendolo a noleggiar cassette e dvd in due inadeguate anguste stanzette della Biblioteca Comunale, pomposamente definite “Mediateca Comunale”, con quel materiale prezioso e raro ammucchiato alla meno peggio.

E con la faccia contrita non trascura di ricordare che oggi “la collezione di Gabriele, un tesoro di oltre 10.000 titoli è proprietà dell’Associazione Blow up”.

“Zéro de conduite”, appunto.


PGC - 17 agosto 2020




domenica 16 agosto 2020

“LA VITA È UN CIRCO”…

Civitanova Danza 2020

Monica Casadei / Artemis Danza
I BISLACCHI
omaggio a Fellini
Teatro Rossini – Civitanova Marche
11 Agosto 2020   h 21.30



“LA VITA È UN CIRCO”…
 
        … Così diceva Fellini, ed oggi è la danza a farsi circense, nell’omaggio di una coreografia sapiente all’ineguagliato “poeta del cinema e del circo”.

         Si veste degli arabeschi della danza e dell’eleganza dei corpi quest’universo felliniano che il tessuto musicale - le armonie di Nino Rota - frammenta nel colorato esplodere di quadri in movimento. Narrazione in cui il reale, il fantastico, l’onirico convergono e paiono essere tutt’uno con quel circo che è la vita, di cui sembriamo noi stessi i clown, goffi o disinvolti, allegri o disperati. E zampilla d’irriverente ironia, la danza, trascolora dalla sensualità al dramma all’elegia, ricompone e ricrea scenari e atmosfere, figure e trame di intramontate favole felliniane.

        La “spudorata voglia di raccontare” da cui nasceva quel cinema si esalta nella lingua di una danza che di quella narrazione ricrea il barocco, la coralità, il vitalismo: quella visione del mondo, insomma, che in Fellini era soprattutto sguardo interiore. Ed ecco gli scampoli di storie sciorinati sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiati nei colori e nei suoni di un danzare fastoso che all’eleganza dei corpi unisce la talentuosa espressività di mimi dei sei danzatori.

       Qui sentiamo che è forse, la danza, la forma di ricomposizione del pianeta felliniano che meglio si avvicina - nella leggerezza, nella poesia, nella visionaria creatività - all’immaginario geniale del regista, a quella sua certezza che se anche “siamo fatti della sostanza di cui son fatti sogni”, è pur vero che “ È una festa, la vita ” come dice Guido/Snaporaz in Fellini 8⅟₂ .
        Di quella “festa”, il circo è componente centrale. “Presepi alla rovescia”, i circhi, arabeschi di meraviglie e sarabanda di “bislacchi”: creature stravaganti, artisti improbabili, donne bellissime e maghi. E di clowns, soprattutto - emblema della duplicità della natura umana - che l’immaginario felliniano tramuta in arte e incolla indelebili al cuore di ognuno: come l’elegia del “minicirco zingaresco” di Gelsomina, di Zampanò, del Matto, di quegli universi di solitudini e di silenzio che la grazia della danza disegna e sublima.
     Con la stessa forza evocativa delle sensuali atmosfere della prima parte, i danzatori si fanno clowns, e mimi e macchiette straordinarie, per disegnare un buffo anarchico colorato microcosmo di caos apparente che la rigorosa tecnica di ogni singolo movimento riesce a far sembrare gioco facile e scanzonato. 

        Non solo un magnifico spettacolo: anche affettuoso, colto, trascinante omaggio di artisti all’artista che ha attraversato la nostra storia con la leggerezza dei geni, l’umorismo sottile e  la bonomia dei grandi; che nel suo “sciamanesimo misterioso” - così lo definisce Andrea Zanzotto - ci ricorda ancora che ogni sogno è possibile. Come quello di ricominciare da qui, dalla entusiasta, contagiosa (ops), professionale caparbietà dei danzatori, dalla tenace resistenza di questo teatro-a-metà, al 50% - forse ancor meno - dei posti .

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Debbo fare una confessione imbarazzante”, amava dire Fellini: “Io sul circo non so niente; mi sento l’ultimo al mondo a poterne parlare con conoscenza di storia, di fatti, di notizie. E, d’altra parte, perché no? Anche se non so niente, io so tutto del circo, dei suoi ripostigli, delle luci, degli odori e anche degli aspetti della sua vita più segreta. Lo so, l’ho sempre saputo. Fin dalla prima volta si è manifestata subito una totale adesione a quel frastuono, a quelle musiche assordanti, a quelle apparizioni inquietanti, a quelle minacce di morte
      [Claudio Monti, “Fellini, il mondo visto con gli occhi del clown”, 2011]

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Sara Di Giuseppe - 15 agosto 2020
 


 Le immagini presenti nell'articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo
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giovedì 13 agosto 2020

“Questo non è un cappello”


[MAGRITTE a Ripatransone]

      Quest’evento si son dimenticati di sbandierarlo, ma l’inafferrabile Magritte è con noi. Tutti già lo ammirano con sguardi interrogativi e lieti, da circa una settimana si è insediato proprio all’ingresso del Duomo, su un basso alberello senza storia. Dati i tempi, invece della elegantissima bombetta, ha però adoperato un più disinvolto cappello “estivo”, forse made in Italy (in quel di Montappone), o forse in China…


      I visitatori, a frotte, fanno mille congetture. Di chi sarà mai?...

-         di un turista frastornato dalle bellezze di Ripa?

-         di un fedele convinto, confusosi nell’indossare la mascherina?

-         di un infedele pentito?

-         di un contadino alla ricerca del Museo della Civiltà Contadina?

-         di un “passeggiatore solitario” in vena di surrealismo?

-         di un enigmatico pensatore che voleva grattarsi la testa in libertà?

-         di un malinconico cliente del Bar Centrale che cercava un bistrot?

-         di un poeta-filosofo stregato dai tramonti di Ripa dietro al Duomo?

-         di un disperato candidato alla Regione entrato a pregare?

-         o è solo il “cappello di paglia di Firenze” di Narciso Parigi*?

      Mistero. Però l’alberello sotto al cappello sorride, sta diventando famoso…


      Mentre Ripa, con i suoi musei quasi sempre chiusi, è come se si ritrovasse gratis un museo all’aperto sempre aperto, con un unico pezzo pregiato, un simil-Magritte!  Un gustoso paradosso (surrealista) da diventar famosi.


Pensaci parroco, prima di mandare il “nostro” cappello all’Ufficio Oggetti Smarriti.


* https://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%20%3Chttps://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%3E

PGC - 13 agosto 2020


martedì 11 agosto 2020

VOTARE IN CHIESA


     A settembre dove andremo (dove andrete) a votare?           

     Se non si potranno utilizzare le scuole, per i noti motivi, dove allestiranno i seggi? Mica è facile trovare migliaia di sedi alternative “giuste”. Infatti tutti le cercano, pochi o nessuno le trovano. I sindaci stanno impazzendo.    
       
     Invece è facile: utilizziamo le chiese.             

     Sono dappertutto, sono spaziose (hanno pure i banchi, come le scuole). Tutti sanno come andarci. Se vanno bene per messe, matrimoni e funerali, andranno bene pure per votare. “Sono a norma”. Istruzioni facilissime: il tuo seggio è la chiesa di San Francesco, o di San Giuseppe, o della Madonna della Marina, di Santa Chiara, del Duomo, di Santa Rita, dei Frati… 

Raccomandazioni (oltre al distanziamento e alla mascherina): oggi vietato pregare e vietato cantare, come anche inginocchiarsi davanti al candidato, che ovviamente non dovrà fare “prediche”, neanche fuori della chiesa.           

     ZAC, votare in chiesa! Magari ti viene l’ispirazione… e prendi i voti.           

     Votate Fratres! ____________    Quasi quasi…               


PGC - 10 agosto 2020


mercoledì 5 agosto 2020

“Amleto non si farà”

Autoctophonia Festival 2020
Memorial Leonardo Alecci


A cura di
TEATRLABORATORIUMAIKOT27
con
Vincenzo Di Bonaventura
Loredana Maxia
Patrizia Sciarroni

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“Amleto non si farà”
Prova aperta per:
NON SVEGLIATE LA SIGNORA
(NE RÉVEILLEZ PAS MADAME)
di
Jean Anouilh

San Benedetto T. -  Paese Alto       1 Agosto 2020  h21.30




        Ha viaggiato ancora, il carro di Tespi e inerpicatosi fino al Paese Alto ha salito le antiche scale di casa Di Bonaventura – oggi casa/teatro “AOIDOS” – per regalarci con Vincenzo, Loredana, Patrizia, (e Toffee, che scondinzola consapevole) questa ri-scrittura scenica della pièce di Anouilh,  “Ne réveillez pas madame”, in prova aperta.

        Le pareti di pietra, le massicce travi al soffitto che per curiosa avventura non divennero ferroviarie traversine, le nodose panche di legno sudamericano pensate per antri ciclopici, il leggio di legno come di Barbalbero della foresta di Tolkien, gli oggetti di scena accumulati da scene trascorse come in un museo: è il wonderland che accoglie gli amici spettatori per un’immersione nel teatro totale (“La teatralità esige la totalità dell’esistenza” diceva Carmelo Bene).

      Qui è lo spazio quotidiano a farsi palcoscenico della pièce di Anouilh, dramma che mette in scena le prove  per l’allestimento del pirandelliano “L’amica delle mogli”.
Metateatro all’ennesima potenza (oltre che freudiano scavo giù per gli irrisolti garbugli dell’esistenza e del cuore umano), perchè a quelle prove il capocomico Julien Paluche sovrappone di continuo le altre, quelle del progetto dal quale è ossessionato: rappresentare un “Amleto” - che forse mai si farà  (“Amleto annoia tutti, a Parigi”) - del quale lo assilla soprattutto quell’Atto III, il confronto durissimo fra il principe e la regina sua madre… “Cessa dal torcerti le mani […] lascia che sia io invece a torcerti il cuore” - in quella scena che è “la più serrata, la più forte di tutti i tempi”: Hai commesso una tale azione che sconcia la grazia e il rossore della modestia…[…] Il volto stesso del cielo arrossisce
      
        Tradito dalla madre che ha sposato l’indegno fratello del marito morto (Ma non andare nel letto di mio zio. Simula la virtù, se pur non l’hai), l’amore-odio di Amleto ossessiona l’inconscio di Julien: vi ritrova, di sé, l’inquieto legame con la madre che egli è incapace di vedere anche come donna; perché “restiamo bambini - dice Vincenzo - e vorremmo che le madri restassero tali, che non fossero donne”.
Ex attrice, lei, frivola irriducibile farfalla anche dopo la morte del marito, che ha avuto molti uomini, che ha amato sempre teneramente quel suo bambino Julien mai davvero cresciuto, il quale la odia e la ama e ne ha bisogno anche ora che è adulto.

        Ideale perfetto e irraggiungibile è, nel dramma che dovrà andare in scena, anche l’altra donna, quella Marta pirandelliana -  “L’amica delle mogli” – che è figura altissima, simulacro femminile perfetto e irraggiungibile - “Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciati sfuggire! - tanto da aver bisogno il protagonista, l’infelice Francesco Venzi, di “pensarla cattiva, perché io l’amo”: e il sentimento ambiguo che da lei inconsapevole si origina è al tempo stesso il reagente che svela le profondità più inquietanti dell’Io.

        Ed è la memoria di Julien, o forse il sogno, ad evocare sulla scena quella sua madre ingombrante e fatua, come fissata su una lontana pellicola - “mamma, anche tu sei rimasta una bambina…” - che al figlio chiede di farle recitare ancora una parte, “sono ancora una donna, un po’ civetta, ho l’età per fare parti da madre, sono famosa…”. Che gli chiede perfino una parte per un suo giovane protetto, è l’ultimo uomo della mia vita, lo prometto; fa il macellaio, ha certe mani, da strangolatore… Che gli ricorda come, da bambino, stringeva forte il cuscino di lei quando lei non c’era. Che gli chiede soldi, e al rifiuto oppone l'esplosione di collera, “questo mio figlio è proprio un cretino!... ho lavorato con gente che fa del teatro, io, non avanguardia da quattro soldi!...”.

        Ciao mamma. Mi facevi sempre dire alla cameriera: soprattutto non svegliate la signora.
        Non ti sveglierò, mamma.

        Mia madre è morta stamattina… - lo dice sommesso, Julien, al regista e amico Fessard nella pausa delle prove, nessuno in teatro, loro due soltanto - …no, non dire niente, non c’è niente da dire… è rimasta là nel suo letto come una bambina… non sono stato molto buono con lei, ho esagerato… non è il caso di piangere… qui si può piangere solo Desdemona…
E’ rimasta là, mia madre. Anche lei ha fatto al meglio il suo tema, con un piede nel dovere e un piede nel desiderio, zoppicante come tutti noi… Restano bambine, e noi vogliamo che restino sempre le nostre madri… Mamma, non ti sveglierò.

       “Spegni tutto, Tonton, Amleto non si farà. D’altronde, di Amleto si parla sempre e non si fa mai…”

        Hanno in comune l’assenza, i personaggi sulla scena e quelli che tutti siamo nella realtà, quel vuoto che si cerca di riempire senza riuscirci, quegli scompensi delle passioni, quella mancanza che ci fa essere tutta la vita alla ricerca del seno materno.
        Non resta che recitare… ”A fare sul serio si comincia qui la sera, con lo spettacolo. È l’unica salvezza che io ho, che do agli attori. Avrei voluto diventare uomo, e basta”, dice Julien.

        Mamma, non ti sveglierò. E Amleto non si farà.


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“Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data”


[P.P.Pasolini  Supplica a mia madre]



Sara Di Giuseppe - 4 agosto 2020



lunedì 3 agosto 2020

LA PANTERA VUOLE SALVINI

     La pantera vuole Salvini e Salvini l’accontenta: quando giovedì 6 agosto verrà a Cupra, “farà un giro anche fuori paese”… 


     La pantera nera, avvistata nelle agricole contrade di Ripatransone e Cupramarittima, mica è stupida.

Sa che ci sono le elezioni regionali, che le campagne pullulano di politici in pena (come i Testimoni di Geova, ma distribuiscono bigliettini, non Torri di Guardia): lei quindi vuol darci una mano, mangiarsene qualcuno, a cominciare dal più pericoloso.


     Non c’è chi non l’abbia vista, l’amica pantera nera: “mi ha d’improvviso attraversato la strada… era tremendamente bella… stava ferma, emetteva fumo dalle orecchie, nera, ma luccicava come un non so che… mi ha guardato, poi con un balzo si è infilata nel bosco… con in bocca un capriolo!

    Tranquilli, fra poco la vedremo - le fauci schioccanti - con Salvini in bocca.


Occhio ai selfie…


PGC - 2 agosto 2020


martedì 28 luglio 2020

Tracciati RAPidi - Roberto Chessa


presentano

con
Tracciati RAPidi

opere
Roberto Chessa

a cura di
Nikla Cingolani

Roberto Chessa, Intergalactic mind, 2020 – acrilico su tela, 80 x 100 cm
  

Inaugurazione sabato 1° agosto 2020 - ore 17.00 
Sala Ipogei "Galleria Marconi"
Monsampolo del Tronto

INGRESSO LIBERO
La mostra termina il 30 settembre 2020


A Monsampolo del Tronto riparte l’Arte contemporanea. Sabato 1° agosto 2020 alle 17.00, Sala Ipogei “Galleria Marconi” propone “Tracciati RAPidi”, mostra personale di Roberto Chessa. La mostra, a cura di Nikla Cingolani, è organizzata dal Comune di Monsampolo del Tronto da Galleria Marconi e da Marche Centro d'Arte
Il giorno dell’inaugurazione Roberto Chessa farà una performance pittorica in diretta su un pannello di m 3,00 x 1,20.
La mostra si conclude il 30 settembre 2020

Durante la mostra sarà possibile vedere anche le opere di Giovanni Alfano e Josephine Sassu ospitate nel Museo della Cripta e le sculture di Franco Anzelmo nello spazio adiacente la Galleria.

Nel corso dell’inaugurazione l’artista svolgerà una live performance pittorica su una grande superficie. Roberto Chessa proviene, infatti, dal mondo culturale dell’Hip Hop che va dalla musica rap all’arte dei graffiti, dalla breakdance alla Street Art.
Come scrive nel testo critico la curatrice Nikla Cingolani “Oggi Chessa è un pittore ma, pur essendo passato dalla strada allo studio, è ancora un b-boy e un writer che non ha abbandonato del tutto la voglia di segnare il territorio con i suoi tag, e continua a ballare insegnando la breakdance ai ragazzi. La sua arte, perciò, ha uno stretto legame con questa particolare urban dance in cui caratteristiche come improvvisazione, ritmo, controllo, equilibrio e velocità nei movimenti, corrispondono alle qualità che mette in campo quando dipinge…Chessa definisce le sue opere “Intuizioni Geometriche” e come tali sono libere espressioni, frutto di un’evoluzione dal grande potere espressivo, in tensione tra istinto e controllo creativo. I soggetti, solidi e compatti, si sviluppano come strutture geometriche colorate e interconnesse a blocchi poligonali delineati con tratti spigolosi ed essenziali.


L'iniziativa rientra nello sviluppo del progetto del Sistema Museale Piceno teso alla valorizzazione del più vasto comprensorio comunale ed in particolare del vecchio incasato, dei suoi musei e della rete dei 58 musei del territorio piceno sostenuta dal BIM Tronto.
Sala Ipogei “Galleria Marconi”, chesi trova in via Fratelli Kennedy nel borgo di Monsampolo del Tronto, nasce come ideale prosecuzione dell’esperienza ventennale della Galleria Marconi di Cupra Marittima, e per non disperdere la qualità della ricerca artistica e culturale portata avanti in tanti anni di lavoro del suo direttore artistico Franco Marconi.

“L’emergenza Covid ha rimesso in discussione molte cose e ha reso necessario ripensare il modo nel quale si propone arte. Nel giro di pochi giorni tutto si è fermato per mesi, mettendo in evidenza tutta l fragilità umana e il suo sistema di vita. Mi occupo da anni di arte e in questa occasione vivrò un vernissage diverso. In questo periodo per me la cosa più difficile da affrontare è stata l’impossibilità di abbracciare le persone a cui voglio bene. Spero che presto tutto questo passi presto, per tutti. Tracciati RAPidi è il quarto appuntamento che è ospitato dentro Sala Ipogei “Galleria Marconi”. Voglio ringraziare ancora una volta il sostegno e la fiducia del Comune di Monsampolo del Tronto, del Sindaco Massimo Narcisi e di Mario Plebani, di Marche Centro d’Arte e di Lino Rosetti, insostituibile nella sua attività e come amico. Voglio mandare loro un abbraccio, perché è un gesto che dà fiducia e speranza nel domani, voglio abbracciare tutti i miei amici, quelli vicini, ma anche quelli che sono nelle zone del mondo che ora sono in emergenza Covid. Voglio mandare un abbraccio a tutti. Ripartiamo dall’arte e dalla cultura, perché è un buon modo per marcare quanto di positivo hanno gli esseri umani.” (Franco Marconi)


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Informazioni per una visita in sicurezza
Per poter garantire la miglior tutela dei visitatori ed evitare al massimo il rischio di contagio, il Comune di Monsampolo del Tronto ha attivato le necessarie misure di sicurezza per il contenimento del COVID-19
L’accesso e la permanenza all’interno di tutte le sedi dell’Istituzione è facilitato dalla presenza di alcuni ausili, quali una segnaletica specifica, anche direzionale, e cartelli informativi

Si riportano di seguito alcune informazioni utili alla visita:
- chiunque accede ai musei civici e mostre dovrà obbligatoriamente indossare la mascherina, anche per i bambini di età superiore a 6 anni e devono igienizzare le mani con il gel disinfettante
- durante la visita, per l’intero periodo di permanenza all’interno della struttura è necessario mantenere sempre la distanza di sicurezza interpersonale evitando affollamenti
- per l’accesso alle sale espositive è previsto un numero massimo di persone, secondo slot calcolati su metrature e logistica degli spazi
- all’interno del Museo la visita potrà essere svolta sempre lungo il percorso indicato dalla segnaletica e/o dal personale del museo

Si ricorda inoltre che all’interno dei Musei Civici
- sono a disposizione i gel igienizzanti
- nelle sale espositive della mostra temporanea l’accesso è consentito ad un massimo di 6 visitatori contemporaneamente
- eventuale materiale cartaceo (depliant, mappe ecc…) non deve essere abbandonato negli spazi museali; si pregano i visitatori di conservarlo o gettarlo negli appositi cestini
- non è possibile utilizzare il guardaroba; i visitatori sono pertanto pregati di presentarsi con il minimo di accessori personali, evitando bagagli, nonché zaini e borse voluminosi


Tracciati RAPidi
Info e Contatti
artista: Roberto Chessa
curatrice: Nikla Cingolani

comunicazione: Dario Ciferri
fotografia: Catia Panciera
allestimenti: Pasquale Fanelli – Sabatino Polce

dal 1° agosto al 30 settembre 2019

Orari e modalità di prenotazione:
VISITE SOLO SU PRENOTAZIONE
Per l’inaugurazione (all’aperto) si dovranno rispettare le distanze di sicurezza ed evitare assembramenti sarà opportuno prevedere degli scaglionamenti (massimo 20 persone per volta), nella sala massimo 6 visitatori per volta.

ORARI:
10,00 – 13,00 / 16,00 – 19,00
Il martedì dalle 21,00 alle 24,00 passeggiata per il borgo con visita al Museo della cripta, chiesa Maria Ss. Assunta e Sala ipogei galleria MARCONI Mostra “Tracciati rapidi”

Punto informativo e prenotazioni: Museo della Cripta, Chiesa Maria Ss. Assunta, Tel. 377 1500858

Spazi Ipogei Galleria Marconi
Via Fratelli Kennedy
63077 Monsampolo del Tronto
e-mail galleriamarconi@outlook.it

domenica 26 luglio 2020

Per il 40° de "Il Flauto Magico", Sala da tè - 1980/2020


Quattro amici al Flauto Magico          
          

          Eravamo quattro amici al bar*          
          che volevano cambiare il mondo
          destinati a qualche cosa in più
          che a una donna e un impiego in banca
          Si parlava con profondità di anarchia e di libertà
          Tra un bicchiere di vino ed un caffè
          tiravi fuori i tuoi perché
          e proponevi i tuoi farò…  …                  *Gino Paoli, 1991


          Così Settimio, Maurizio e Rossella, e io
          giusto 40 anni fa ci mettemmo in testa di aprire una Sala da Tè.
          Noi, per niente del ramo (ma Rossella era brava a fare i dolci)
          Con poche lire, ma tante idee.
          Inventammo tutto, e copiammo pure, ma nei bistrot di Parigi
          Imparammo il tè. Insegnammo il tè.
                    Solo uno di noi è ancora qua.
                    Ma noialtri tre gli siamo sempre vicino.
                    Quarant’anni non bastano per separarsi.


Domenica 26 luglio 2020                        giorgio

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Non solo tè


Noi tutti invecchiamo aggiungendo al medagliere della vita i segni della battaglia. Sommiamo cicatrici, perdiamo fili e fili dalla testa, tonicità e forza dei nostri muscoli, lucidità di pensiero. Ma certi luoghi non invecchiano mai. Anzi, aumentano di fascino, e più avanzano negli anni maggiore diventa il loro carisma.

Entrano a far parte della nostra memoria. Luoghi di incontri a volte speciali che vedono scorrere vite, generazioni. Loro sì che cambiano! Forse nelle mode, nel portamento, ma non nella formula dell'incontro. Chi ci trova una fine, chi un inizio, ma quasi tutti ci trovano un rifugio di convivialità in sana e corroborante amicizia.

Quarant'anni fa non conoscevo quasi nessuno della mia città, oltre a pochi compagni di studi e di passioni. Alcuni erano fuori come spesso lo ero io. Per nulla vivevo queste strade e di certo non ho prestato caso alla Sala da tè che apriva. Lei nasceva quando per me il tè era una bevanda sconosciuta. Ancora adesso lo è.
Non conoscevo i loro fondatori, e per lunghissimo tempo non c'ho messo piede. Se l'ho fatto un giorno è per l'ospitalità offerta alla nostra rivista UT. Una scoperta vera. Indimenticabili serate a discutere di cose più o meno di senso. Temi, suoni e voci che solo lì abbiamo espresso, in simbiosi e in armonia con le calde pareti del Flauto.

Grazie alla sala da tè Il Flauto Magico di via Custoza ho riscoperto il punch al mandarino, della buona birra e dell'ottimo vino accompagnati dalle note di Tamino.

Grazie anche a Maurizio, Rossella, Marisa, Clara, Giorgio e Settimio… oltre ai tanti che vi fanno capolino.


Francesco (detto Frank) - 26 luglio 2020
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https://www.facebook.com/Il-flauto-Magico-207377399346701/?ref=page_internal



mercoledì 22 luglio 2020

La "dismisura"

 Autoctophonia Festival 2020
Teatro - Danza - Recital    [8 luglio - 30 agosto]
Memorial Leonardo Alecci

A cura di
TEATRLABORATORIUMAIKOT27
con
Vincenzo Di Bonaventura


Martinsicuro – Parco La Pineta


“EDIPO”
18 Luglio 2020   h 21.30
 

LA DISMISURA

 “Oh razza dei mortali
  Quanto simile sei
  Nella tua vita al nulla”
        [Sofocle, Edipo re – circa 425 a.C.]


       Torna ad essere attore-solista, Di Bonaventura, nella serata dedicata all’Edipo sofocleo. Attrezzi di scena, il palco in legno di larice e una sedia in plastica blu, modello bar-stazione, serigrafata Pepsi Cola: non per sedersi, quando mai una sedia serve a quello… funge invece da tamburo, sostituisce il fido djembè e la percussione accompagna gli stasimi del Coro (se un mister Pepsi vedesse, Vincenzo sarebbe milionario).

        Si fa in quattro e oltre, l’attore-solista, per la tragedia che avrà forma abbreviata a causa - in questa sera di luglio - del “freddo taciturno di un dicembre ascoso e passeggero” (Di B.): ed è Edipo e Tiresia, è Creonte ed è Giocasta, è lo sciamano e il pastore, ed è il Coro.
        Demolisce, Di Bonaventura, il teatro declamatorio qual è per eccellenza quello classico, fino a introdurre nel Prologo, quale antefatto, la contorta grottesca maschera dello sciamano (il mago, l’indovino, il sacerdote…): in giullaresca mescolanza di onomatopee e dialetti simil-meridionali, questi prescrive ai popolani ciò che è necessario perché si allontani la peste che sta decimando la loro città, come anche la vicina Tebe: occorre il sacrificio, occorre il "capro espiatorio". E il sacrificio si compie, la città è dunque libera.
 
       Ma non lo è Tebe, devastata ancora dal morbo, e attende la salvezza dal suo re, da Edipo sapiente e saggio, che già la liberò in passato dalla sanguinaria Sfinge.
      “La mia anima piange per tutta la città, per me stesso, per voi parimenti …”. E la salvezza è possibile, è nel responso inequivocabile di Apollo Pizio: occorre cercare e punire chi uccise il vecchio re Laio, sul cui trono siede ora Edipo, e l'espiazione scioglierà il maleficio che causa la pestilenza. Il cieco indovino Tiresia, chiamato su proposta di Creonte, aiuterà anzi ad abbreviare i tempi, lui certo svelerà tempestivamente il colpevole.

      Ma Tiresia è reticente: sa e non vuol dire - “Ahimè ahimè, terribile cosa è il sapere, se non giova a colui che sa!” - si esprime per enigmi, suscita la collera di Edipo, è accusato di complottare con Creonte.
Dovrà infine cedere e parlare “… Sei tu l’empio che contamina questo paese” e, incalzato, ribadire: “Dico che l’assassino di Laio, che cerchi di scoprire, sei tu” .
      
      Ha in sè i meccanismi di una modernissima detective’s story questa “tragedia perfetta”, che vede Edipo al tempo stesso investigatore e colpevole. Ed è tragedia dell’ira, dove ciascuno rigetta da sé la colpa, rabbiosamente scagliandola sull’altro; solo l’elemento femminile, e in quanto tale il più dotato, la tragica Giocasta, saprà ricomporre gli animi e riportarli alla ragione.

     Nel percorso a ritroso verso la verità, nella volontà generosa e leale di far luce risalendo ogni gradino dell’oscura sua origine, Edipo - il più infelice degli uomini - scoprirà che il vaticinio antico s’è compiuto inesorabile e s’è beffato dei miserevoli destini umani; e saprà di essere lui stesso l’empio, causa ignara e involontaria del maleficio tebano.
       Uccisore del proprio padre, figlio e marito della propria madre, padre e fratello dei suoi stessi figli, egli condanna sè stesso a vivere accecato ed esule [Luce, ch’io ti veda per l’ultima volta, perché io nacqui da chi non dovevo, mi congiunsi con chi non dovevo, chi non dovevo uccisi].

      È dunque la dismisura - superbia, tracotanza, hybris - che oltraggiando gli dei e le leggi naturali genera la catastrofe; nella tragedia sofoclea solo l’espiazione - del parricidio e dell’incesto - guarirà la città dalla peste.

     C’è, nel nostro oggi contaminato, un Edipo che espiando la colpa liberi noi, come Tebe, dal morbo che ci sovrasta? No certo. Né sciamani giungeranno danzando a prescrivere sacrifici: perchè la dismisura appartiene a tutti noi, è cifra del nostro presente globale dissonante e distopico, in fuga dalla ragione, e porta con sé il male più estremo.
      Né ci salveranno i narcisismi patologici, gli europei litigi da cortile, nè alcuna tragica Giocasta verrà a chieder loro “Perchè mai, infelici, suscitate una contesa che non ha senso? Non vi vergognate, mentre la patria è nell’angoscia, di rimestare nei vostri guai privati?” 



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La dismisura genera i tiranni.
La dismisura, se di troppe cose
non convenienti, inutili,
vanamente si sazia
e sale su precipiti dirupi
strapiomba tosto
nel gorgo della necessità,
né saldo piede l’aiuta...

             Sofocle, Edipo re (Coro, terzo stasimo)


Sara Di Giuseppe - 21 Luglio 2020




sabato 18 luglio 2020

Leopardi è un brand

Autoctophonia Festival 2020
Teatro - Danza - Recital   [8 luglio - 30 agosto]
Memorial Leonardo Alecci

A cura di
TEATRLABORATORIUMAIKOT27
con
Vincenzo Di Bonaventura
Loredana Maxia
Patrizia Sciarroni
e il Gruppo teatrale Aoidos

Martinsicuro – Parco La Pineta
 

“I Fiori del Deserto”
Giacomo Leopardi
Mercoledì 15/07  h21.30

 
LEOPARDI È UN BRAND*


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“Perché in sostanza il genere umano crede sempre non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo.”


G. Leopardi, Operette morali - Dialogo di Tristano e di un Amico, 1832

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        Nel Belpaese che tutto celebra specie se ci guadagna, il 2019 dell’era pre-Covid ha perfino festeggiato il bicentenario de “L’Infinito” leopardiano (!). S’è scoperto così che Leopardi è unbrand”, batte in volata Catullo e Verga ed è “valore aggiunto” per l’economia recanatese e marchigiana.

Ci avresti pensato, Giacomino? Soddisfazioni, eh?

      Sarà stupito perciò, l’immenso Giacomo main sponsor delle Marche, se stasera non fa guadagnare un euro a nessuno e sotto le stelle del Parco risuonano solo la gigantesca sua poesia, la grandezza del pensiero, la profondità della sua filosofia.

     “Contemplatori dell’eterno” sono i poeti, dobbiamo leggerli “con furore”, disse tempo fa Vincenzo. E come tutto il cartellone di “Autoctophonia” - corpus variegato, tessuto  su una trama di autorevoli studi accademici, ricerche, riscritture sceniche, esperienze testimoniali di teatro - questa storia di un’anima per aghi di pino e voci sole - di Patrizia, di Loredana, di Vincenzo - frantuma tenaci stereotipi e scolastiche semplificazioni.
Non ne scalfisce l’incanto neppure l’eco raccapricciante, dalla festa vicina, del Reginella Campagnola strimpellata in do e sol.

       “Sono così stordito dal niente che mi circonda…”: così, del borgo selvaggio che oggi lo onora e va all’incasso, scriveva il giovane recanatese all’amico Giordani, dopo esser stato riacciuffato dal tentativo di fuga e riportato per le orecchie a casetta (si fa per dire) sua.
Ne odiava il soffocante bigottismo, il clima reazionario, la ristrettezza culturale, tanto da fuggirne appena possibile: “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, subito ch’io possa“ scrive ad Adelaide Maestri; e all’amata sorella Paolina, da Firenze: “… i Recanatesi veggano con gli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo di Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo, dove  Recanati non è conosciuto pur di nome”.

        Oggi fuggirebbe ancora: da Recanati e da quella “orribile e detestata dimora” di certo, ma anche da questo presente che tutto mercifica.
        Eppure sparisce alla vista, stasera, il deserto di pensiero delle nostre satolle cittadine, qui nel giardino incantato dove per mille e una notte vorremmo ascoltare le voci che re-inventano poesia, scuotono  e - come fa il sisma - ridisegnano geografie e percorsi che credevamo di conoscere.

        Leopardi canta alla luna, alla morte, alla condizione umana – dice Vincenzo – da quel palazzo patrizio che aveva intorno solo galline a razzolare - non ancora ciclo-turisti a fare selfie lì davanti - e come  conforto unico e tormentoso lo studio matto e disperatissimo nella sterminata biblioteca paterna.

        “Sono un tronco che sente e pena”, scriverà da Firenze agli amici toscani pochi anni prima di morire: ma il pensiero che anima quel “tronco” è fulgido come un diamante, l’esperienza personale del dolore è formidabile strumento conoscitivo, la sua filosofia è consapevolezza del proprio mondo interiore e slancio pietoso verso un’umanità utopisticamente consorziata contro la comune infelicità: “La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”.

          La morte lo attrae, la fine è invocata [“Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”] ma è saldo lo sguardo che contempla, accanto all’infelicità propria, quella eterna e irreparabile dell’uomo, radicale la rivolta contro lo spiritualismo provvidenzialistico e consolatorio del “secol superbo e sciocco”, implacabile l’invettiva contro le mistificazioni antropocentriche di questo.
      “..Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? […] Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me n’avvedrei ” è la risposta della Natura alle accuse dell’Islandese, la dichiarazione di assoluta indifferenza di questa alle sorti umane: il “perpetuo circuito di produzione e distruzione” con cui l’universo garantisce la propria conservazione prescinde dal destino di felicità o infelicità dell’uomo.

    E tuttavia ineliminabile è la tensione dell’animo al piacere, la spinta al “naufragare” dell’immaginazione oltre i limiti del presente fisico; feroce è l’ansia di vita, e l’Amore, attività vitale dei sensi connaturata e incoercibile, “Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente, ne è  l’espressione più intensa: ma è anche inganno estremo e sua definitiva disillusione.

      “Nudo e potente” risuona il verso stasera: nel sussurro e nel grido, nella materia intima e dolente dei ricordi, nell’ironia sdegnata, nell’ansia d’infinito e nel fervore di vita, nel traboccare di speranze.
       E sotto il cielo notturno e profondo, queste voci “necessarie e testimoniali” ri-creano una parola poetica che ci appare nata oggi: sconvolgente nella sua incompresa modernità, titanica nella convinzione d’infelicità che è quasi fiera e non cerca risarcimenti,  nel rifiuto sdegnoso delle “superbe fole”,  nella “forza eroica di chi ha raggiunto il completo possesso di sé”.
E tanto vicina alla nostra disperata fragilità quanto lontana dallo strepito di un oggi che senza imbarazzo vaneggia di brand e nulla sa di “Infinito” se non che è un marchio e produce reddito.


un brand da 1,4 miliardi. A tanto ammonta – secondo uno studio della Camera di Commercio di Monza e della Brianza, che ha analizzato il peso dei grandi della letteratura – il valore aggiunto generato da Giacomo Leopardi, non solo per Recanati ma per tutta la regione
[Il Sole24ore, 8 novembre 2019]


Sara Di Giuseppe - 18 Luglio 2020 



Ripatransone: L’Area Camper diventa “Terra di Nessuno” *


 *Niente foto, così potete illudervi che è tutto inventato

        Aspettando la guerra Ripa si attrezza a difendersi, ma lo fa meglio dei borghi vicini, disponendo di amministratori dai cervelli che friggono sapere e furbizia. Infatti, spendendo niente, trasforma la dimenticata Area Camper, giù ad est fuori le mura, in provvidenziale “Terra di Nessuno”, dove i nemici invasori, dal mare in risalita su per le colline, saranno ingannati e ci resteranno secchi, decimati dall’artiglieria, dai fucilieri nascosti nella boscaglia circostante, dalle frecce incendiarie scoccate con traiettoria discendente dall’alto del paese...

       Intanto però oggi a restarci secchi sono gli affaticati camperisti che risalgono fiduciosi la “Cuprense” (scansando avventurosamente i nostrani piloti che - impuniti - qui corrono come matti): dell’Area Camper di Ripa infatti - segnalata su ogni cartina-PleinAir e annunciata dai navigatori - i poveretti ignorano il (segreto) “cambio di destinazione”. Potrebbero solo sospettare qualche perfido trucco all’ingresso: là dentro, nell’angolo in fondo, s’intravede quel camper (civetta?) solitario, quasi mummificato come il corpo della signora Bates in Psyco…
Non un’anima viva intorno…

       Poi tutto appare chiaro: il brutto cancello ruotante che basta una spinta per aprirlo, la fatiscente palizzata in legno che pare finta (apposta per essere facilmente scavalcabile dagli invasori nemici) ormai ingoiata da rovi e sterpaglie, il pozzetto di scarico affondato e probabilmente defunto, le colonnine elettriche pericolose (fatiscenti, storte, avvolte dalle erbacce), le prese d’acqua asciutte da anni… Al centro, l’arida radura per indiani persi dall’erba secca facilmente incendiabile giusta per arrostire i nemici, meno per il camperista lumbard smanioso di frescura. Ai bordi occorre il macete. Ah, ci saranno abbastanza topi vipere cinghiali lupi… le gioie dei camperisti? Qua di notte sarà buio pesto?


       Ma le cose non sono mai come sembrano. Infatti, che dell’ex  Area Camper Ripana restino solo abbandono e cartelli di ruggine è solo una ben calcolata finzione teatrale: serve a mascherare questa Terra di Nessuno che oggi si limita a scacciare i troppo parsimoniosi camperisti e domani, finalmente, adescherà i temibili nemici di Ripa in una trappola perfetta.


PGC - 16 luglio 2020

domenica 12 luglio 2020

“Dove un tempo maturammo sogni”

Autoctophonia Festival 2020
Teatro - Danza - Recital
Memorial Leonardo Alecci

A cura di
TEATRLABORATORIUMAIKOT27
con
Vincenzo Di Bonaventura
Loredana Maxia
Patrizia Sciarroni
e
Gruppo Teatro AOIDOS
8 luglio – 30 Agosto
Martinsicuro – Parco La Pineta

Mercoledì 8 luglio, h21.30 
Sentimento del vivere (Gabriele D’Annunzio)


“Dove un tempo maturammo sogni”

“Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà sempre com’era;
e a te verrà leggera
come vien l’acqua al cavo della mano”
                    
[G.D’Annunzio,  “Consolazione” - Poema paradisiaco, 1891]



        Sono, questi, i luoghi dove un tempo maturammo sogni, dice Vincenzo: oggi teatro a cielo aperto, fatto di alberi e stelle profonde e attrezzi di scena d’antan, carro di Tespi che una stagione dopo l’altra lui, attore-autore-regista-scenografo-tecnico del suono, trasporta ovunque ci sia da poter montare il suo palco in legno di larice.

        “Appartengo alla vecchia categoria dei teatranti che migrano”, disse una volta. E nel suo migrare a strascico restano impigliate presenze indelebili, ricordi di luoghi e persone: di maestri - come Carmelo Bene  - e di indimenticati compagni di viaggio. Come quel Leonardo (“Dino”) Alecci amico e collega, e quel veneziano “Teatromodo” diretto da Giuseppe Emiliani, gruppo di sognanti-lavoratori intenzionati a divulgare poesia, meglio se fuori dai luoghi istituzionalizzati, presenze con le quali Vincenzo ha condiviso anni ed entusiasmi.

      Saranno dunque - in gran parte - lavori allestiti insieme in quei tempi di leggenda, gli spettacoli del nuovo Autoctophonia Festival 2020 dedicato a lui, a Leonardo Alecci detto Dino, che un incidente d’auto si portò via troppo presto.
      E Vincenzo non è attore-solista, in questa serata d’esordio, ma unito alle “due voci con le timbriche più belle che abbia mai sentito”: Loredana Maxia e Patrizia Sciarroni, “sue” attrici-testimoni preziose e tenaci, incrollabili come il maestro, interpreti di rara efficacia fin da quel lontano affettuoso e folle Teatrodue Aikot da 27 posti in via Fileni a San Benedetto.

        Diapositive sciabolano la penombra, immagini che hanno consegnato il D'Annunzio tribuno e vate all’aneddotica e agli stereotipi del mito; stride la fissità teatrale e sgranata di quelle pose con l’altezza visionaria della parola poetica che le tre voci attoriali attraversano e ri-creano nuova. S’avvicendano e s’inseguono, quelle voci, si sovrappongono, si contrappuntano come strumenti in un’orchestra; si fanno canto, e di quell’arte lussureggiante e sontuosa percorrono ogni intonazione e variazione timbrica, mentre  il nostro circoscritto spazio di pini e cielo si dilata nel “jazz lirico” per tromba e bandoneon di Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, tessuto musicale di misticismo austero e mediterraneo calore.

        Esiguo il pubblico, come sempre, ma invisibili nel bosco o seduti qui intorno ci sono loro: i poeti, gli scrittori, i maestri, dice Vincenzo.
D’Annunzio e Hikmet, Leopardi e Majakovskij, Fo e Baudelaire, Dante e De Cervantes, e Montale, e Dimarti, e Pennacchi e Bene e gli altri: sono tutti qui, le sedie  - distanziate - non basterebbero.

        E noi ri-conosciamo in quell’arte dannunziana “poliedrica come un diamante”, diversa e nuova questa sera, il trascorrere dal solare giovanile vitalismo alla matura sensualità fino alle esplorazioni d’ombra del dolente Notturno  - “commentario della tenebra” lo definì il poeta – col suo cupo senso del finire delle cose.
Versi e prose che disegnano i chiaroscuri di un’anima inconsapevolmente pirandelliana - “V’è un acerbo piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto” - nascosta dalle maschere innumerevoli del suo personaggio ma che al “Libro segreto” (confessione, memoria, laica Via Crucis) affida la trama irrisolta dei conflitti interiori, il peso dei ricordi, il “disperato coraggio” e la certezza che soltanto nella morte “avrò il viso che m’era destinato” (Credete che la mia vera maschera carnale sia questa?).
Svelano la poderosa unicità di un’arte che “ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo” (Montale) e nel farlo ha plasmato figure inimitabili - possenti e tolstoiane, o barbaricamente tragiche, o liriche e umanissime - per trovare tregua nel ripiegamento deluso, nell’esperienza del dolore, nel ricordo dolente (Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca).

    
Sembrano assorti anche i pini di Aleppo, ora, al tacere delle voci e della musica; e i pavoni lì presso hanno sospeso per tutto il tempo il loro grido aspro, per ascoltare attenti.
Ma abbiamo “maturato sogni” anche noi, stasera, come gli alberi e gli animali, come l’oscurità intorno pullulante di creature e di vita, mentre la Luna è prossima alle soglie / cerule: potremmo restare l’intera notte e non saremmo stanchi, e vorremmo percorrerlo ancora e ancora, quel sentiere, e ogni volta ci sembrerà novo.

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“… su le scene non può aver vita se non un mondo ideale. Il Carro di Tespi, come la barca d’Acheronte, è così lieve da non poter sopportare se non il peso delle ombre o delle immagini umane”.
[G.D’Annunzio, Il fuoco, 1900]


Sara Di Giuseppe - 10 Luglio 2020