venerdì 3 aprile 2020

L'elzeviro ritrovato di Giuseppe Piscopo

Ciao caro Frank,
l'altro giorno mettendo ordine nella cartella di UT ho trovato l'elzeviro mai pubblicato esattamente il numero 63, il tema era la Bestia. Ero solito per non arrivare all'ultimo momento anticiparmi. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere leggerlo. Con un po' di nostalgia.
tuo, pepe

Il 30 marzo scorso Giuseppe mi ha scritto questo, allegando un testo che inoltro a tutti gli amici di UT (sotto in foto) e a chi avrà la 'pazienza' di leggerlo. Un messaggio in bottiglia, preparato al tempo, e per tempo, e poi lasciato nei flutti per un futuro lettore.

Da fine luglio 2017, quando furono comunicati dalla redazione i temi dell'undicesimo anno della rivista, gli autori che avevano una rubrica fissa erano ovviamente liberi di avvantaggiarsi sui temi in programma. 
L'amico Peppe, come mi riesce meglio chiamarlo, aveva l'elzeviro e lo ha fatto senza aspettare fine gennaio 2018, data utile per la preparazione dell'impaginato di stampa con uscita prevista febbraio 2018 (questo elzeviro risale a dicembre 2017). Ma come sapete UT si è fermata, spenta, non è andata "Oltre" il 62° numero (dicembre 2017), e il tema successivo, che non è stato mai redatto e mandato in stampa, sarebbe stato "La bestia", il 63° di UT. 

Ed ecco però che lo troviamo in riva al mare, sulla battigia delle nostre scrivanie virtuali perché Piscopo lo aveva amorevolmente e puntigliosamente scritto e illustrato. Niente di più attuale il suo contenuto - del resto ci è sempre riuscito... - Temi universalmente validi e senza scadenza, hanno permesso alla magica penna di Peppe di esprimersi come pochi sanno fare.

Grazie a GP e a UT, e alla sua prodigiosa battigia piena di pensieri riaffioranti.

Francesco con gli amici di UT  

PS: Pensiamo e intendiamo proseguire, dopo questo ‘ritrovamento’, nella pubblicazione nel blog di altri testi inediti per UT, invitando chi avesse trovato qualcosa (a seguito, magari, delle pulizie straordinarie e 'incoronate' di primavera - come non accadeva da decenni), di battere un colpo inviandoli a: info@letteraturamagazine.org  Senza scadenzario, si capisce.


mercoledì 1 aprile 2020

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

“… Non era cambiata la strategia per combatterla, ieri inefficace e oggi apparentemente vincente. Si aveva solo l’impressione  che la malattia si fosse esaurita da sé, o che si ritirasse, forse, dopo aver centrato tutti gli obiettivi. In un certo senso, il suo ruolo era concluso.”
A. Camus, La peste, 1947

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        Ho un incubo ricorrente (si alterna all’altro, meno frequente, in cui il vicino di casa delatore-psicotico avvisa i CC d’avermi vista sulla soglia di casa... Perché è la parte migliore di noi, quella che scopriamo con l’emergenza…).


L’incubo: in movimento con regolare autodichiarazione, vengo fermata per controlli da anonima “autorità” (auto blu priva di contrassegni per meglio stanare il cittadino furbetto-fino-a-prova-contraria): ahimè, un nuovo modulo è stato emanato nella notte e invalida il mio, avrei dovuto saperlo e stamparlo. Il reato è gravissimo, vengo brutalmente messa in ceppi e condotta verso…
Mi sveglio. Sollievo: i moduli sono lì, in rigoroso ordine di apparizione dal primo al più recente; ho lasciato ampi vuoti per i prossimi, sono previdente, io.
Li conserverò, un giorno mi ricorderanno questo spazio della vita in cui l’inimmaginabile è diventato quotidiano.

L’inimmaginabile sono - anche - quei moduli. Summa di ogni sordo burocratese stratificato in secoli di funzionari asburgici-austroungarici-savoiardi-papalini-borbonici; linguaggio che arriva fino al nostro cupo millennio pandemico immutato nei contorti stilemi, nella grafica compressa e chiaroscurata, nella disumanante afasia.
Ci sono dirigenti, funzionari, impiegati, vertici militari - “persone oltre le cose” - dietro quei moduli, così come dietro i Decreti/Ordinanze Ministerial/Regionali/Comunali i cui articoli (a volte anche solo due) li leggi dopo quattro pagine e lenzuolate a due piazze di visto questo visto quello e visto quell’altro e visto quell’altro ancora…

Ci si chiede cosa di buono possa mai venire, in questo passaggio apocalittico, da apparati pachidermici, mummificati perfino nella comunicazione.
Non è da quelli che verrà la salvezza: questa, se ce ne sarà una, verrà da coloro che oggi, dalle disperate trincee ospedaliere, dalla miriade di postazioni in tutta Italia dove si combatte e si muore, da dentro le impossibili tute marziane, rifiutano di alzare bandiera bianca.

Tutti gli altri sono a vario titolo responsabili del disastro
e ne risponderanno alle proprie disperse coscienze. Mai, temo, al Paese e ai cittadini.

- Sono gli apparati politico-amministrativi delle Regioni, inconcepibilmente privi di piano pandemico regionale, a cominciare dalla fulgida Lombardia.
Che hanno omesso di creare in anticipo strutture dedicate e interventi sul territorio (dopo aver impoverito le strutture pubbliche privilegiando un privato che non poteva essere all’altezza) e “colti di sorpresa” hanno praticato - a cominciare dalla Lombardia - un’ospedalizzazione che è stata benzina sul fuoco dell’epidemia.
[Che in Lombardia hanno omesso di chiudere Alzano, nel bergamasco, dove - presente fin dal 23 febbraio, dopo la zona rossa di Codogno - un focolaio è stato lasciato libero di circolare e diffondersi. (cfr. G. Barbacetto, Il Fatto Quotidiano 30 marzo) ]

- Sono i vertici sanitari nazionali che hanno recepito senza far nulla, quando si era ancora in tempo, le previsioni epidemiologiche della comunità scientifica diffuse da Ministero della Salute già i primi giorni di gennaio; e almeno fino al 21 febbraio hanno trascurato le informazioni dettagliate degli scienziati sulla sintomatologia del virus omettendo perfino di informarne i medici di base. [Senza contare che il Ministero della Salute deve strutturalmente avere - come ogni altro Ministero - piani gia’ predisposti per qualsiasi tipo di emergenza, anche la più catastrofica]. Invece: “siamo stati colti di sorpresa” e, per dirne una, ci si accorge addirittura solo ai primi di marzo che i ventilatori li fabbrica un’azienda italiana…

- Sono i vertici della Protezione Civile riuniti il 31 gennaio nella loro sede romana con burocrati e vertici di tutti i Ministeri, più Croce Rossa, ANCI, funzionari delle Regioni, rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e - va da sé - alti militari di ogni ordine e mostrina: che stabilirono di controllare i voli da e per la e Cina, di misurare la febbre agli sbarcati, di recuperare uno a uno gli italiani dallo Hubei, anche un aereo per ciascuno.
E - simpatici sbadati! - dimenticarono di parlare di capienza degli ospedali, di personale sanitario e di aumenti di organico, di terapie intensive, di protocolli per i soccorsi urgenti, di acquisti di respiratori e mascherine e tamponi e tutto l’ambaradan che ormai sanno pure le pietre.
Preoccupati dei rapporti economico-diplomatici con la Cina e di non creare allarme sociale, e convinti - bontà loro - che ”il sistema italiano reggerà” si offrirono con sorridente ottimismo in favore di telecamere.

 - Sono i componenti del comitato operativo della Protezione Civile, che in continue riunioni a gennaio e a febbraio, e con l’allarme già diffuso da Ministero Salute e OMS, non ritennero di dover effettuare uno straccio di calcolo sulle necessità e dotazioni di cui sopra. Tutto come col terremoto dell’Aquila, tutto déjà-vu, compreso Bertolaso: che la Lombardia chiama, viste le luminose prove offerte in passato, e lui subito qui, dall’Africa a Milano e poi fino ad Ancona a spargere… positività (chiedere a Ceriscioli).

- Sono i responsabili che non hanno ritenuto necessaria la mappatura epidemiologica - ricostruzione dei contatti dei positivi, fattibilissima anche se non siamo Seoul - che avrebbe contenuto il contagio e preservato la categoria più esposta: medici e operatori sanitari. E hanno scelto di considerare solo i sintomatici.

Sono gli stessi che ora nelle varie Regioni corrono ai ripari con interventi tragicamente affannosi e tardivi - ospedali da campo, strutture dedicate ecc. - spacciati ai microfoni dell’informazione compiacente come manifestazioni dell’eccellenza lombarda, lombardo/veneta e di altre fulgenti Regioni.

E saranno santi subito, da scommetterci: lo sarà il Presidente sto-tutti-i-giorni-in-tivù, con la mascherina d’ordinanza e l’abito buono da preghiera col vescovo e la porgimicrofono adorante e genuflessa; lo sarà il fido scudiero (pardon assessore-“andratuttobene”) che già si candida a sindaco della martoriata Milano. Altra calamità in arrivo. Dio aiuti Milano.

Poi ci siamo noi, cittadini-sudditi o popolo bue: trattati tutti - per l’imbecillità di pochi criminal-cialtroni da mettere in gabbia e gettar via la chiave - come irresponsabili/disobbedienti/untori/furbetti fino a prova contraria. Martellati fino alle più remote sinapsi, con una comunicazione da grande fratello orwelliano, dai minacciosi continui offensivi “state a casa”. Come fosse, ciascuno di noi, un minus habens bisognoso di reiterate supponenti istruzioni-raccomandazioni-ordini e, se del caso, anche delle maniere forti.
     
        Come se avessimo voglia, in questa apocalisse, di giocare a dadi con la nostra pelle e con quella del prossimo; come se non ci bastassero tutto il dolore che vediamo e sperimentiamo, tutta la sofferenza e tutta la tristezza di quei morti che se ne vanno soli, senza persone care che possano, per loro, rapire “una scintilla al sole a illuminar la sotterranea notte”.

                          #andratuttobeneuncazzo


Sara Di Giuseppe - 31 Marzo 2020

Foto tratta da "Dire.it"


giovedì 26 marzo 2020

BANDIERE & LIBRERIE

         -  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola - rettangolare o triangolare - la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata. 
I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.
 
Ma noi italiani - primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera - in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato - chiunque egli sia - ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.
Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.
Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

           - C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico - oltre alle lustre bandiere, dicevo - per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d'esotico, più ciaffi vari.
Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.
Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo


PGC - 26 marzo 2020


Foto tratta da "Illibraio.it"

 

lunedì 23 marzo 2020

Tutte le zeppole del presidente

ovvero
Protagonismi e deliri ai tempi del colera
 

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Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio [….]. Napoleon* […] annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. […] In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della  fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. […] Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare “Animali d’Inghilterra” e ricevere ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni”.


*(“Napoleon era un grosso verro [maiale] del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce”)

G. Orwell, La Fattoria degli Animali
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        Dobbiamo aver gravemente peccato, se oltre alla catastrofe globale - piovuta in una manciata di settimane su tutto quest’atomo opaco del male - noi italiani abbiamo avuto in sorte già da molto prima anche le Regioni, e affidato ad esse il Sistema Sanitario Nazionale e, non bastasse ancora, ci ritroviamo certi presidenti e infine certi sindaci.

        Dal lombardo Fontana (quello che si garrotava in diretta armeggiando con la mascherina) al veneto Zaia (quello che i-cinesi-mangiano-topi-vivi-li-ho-visti-io) al marchigiano Ceriscioli (quello che indispettito dall’imminente uscir di scena fa ordinanze a manetta per battere in velocità il Governo così-vedete-chi-sono-io) al campano De Luca (quello che sulle zeppole di San Giuseppe vendute per strada ha visto il virus danzare la rumba): il campionario - qui solo parziale - è ricco e democraticamente spalmato da nord a sud.

        Macchiettismo sconsolante che unisce alcuni presidenti di Regione a sindaci di ogni dove: ecco Emiliano da Bari, che in favore di telecamere insegue agile in spiaggia i feroci untori; ecco Piunti da San Benedetto, che lo copia e gongolante va oggi sulle locandine dei quotidiani; ecco Fioravanti da Ascoli, che in pompa magna consegna in Duomo le chiavi della città al vescovo…

        Un ininterrotto fil-rouge di surreale comicità si dipana, mescolato a pulsioni autoritarie e fascistoidi che l’emergenza sta impudicamente scoperchiando.
A un De Luca furens che ai dementi in festa di laurea manderebbe “i carabinieri col lanciafiamme” (e basterebbe per affidarlo a un TSO d’urgenza) fanno eco sceriffi d’ogni taglia e pezzatura in una sudamericana scomposta voglia di militarizzazione.
Dalle Regioni ai Comuni, è tutto un gridare all’armi! e invocare eserciti. E l’esercito infatti c’è, nelle strade lombarde, a controllare col mitra spianato i criminali che escono a far la spesa…

       Esercito, militari, ronda, maniere forti sono i termini più usati, nella semantica bellicista del momento, culminante nei carri armati che il  sindaco di Ercolano manderebbe per dare una bella ripassata ai cittadini: c’è un nauseante tanfo di caserma nel messaggio politico che ne emerge.
   
        È evidente, allora, che il coronavirus è solo il SECONDO dei nostri problemi; il PRIMO è aver lasciato per decenni che le Regioni governassero e lo facessero attraverso rappresentanti, non dissimili da quelli di oggi, dal tocco distruttivo quanto quello di Medusa; aver lasciato che i territori fossero impunemente depredati e spogliati nei servizi pubblici essenziali a beneficio del privato; che si inseguissero - vedi la Lombardia - modelli di crescita e sviluppo il cui prezzo è altissimo, se infatti questa regione ha oggi più morti che tutta la Cina. Nulla c’è di casuale in questo, nè di fatale. E al primo posto nelle responsabilità ci siamo noi, colpevoli di averli votati, rivotati e lasciati agire indisturbati gli  spudorati che adesso danno a noi la colpa del virus e ci puntano contro i fucili!

        Una gelida sensazione di déjà-vu c’è, alla fine, nelle immagini degli stralunati militari lombardi in mimetica armati di mitraglione, nelle muscolari dichiarazioni dei “governatori”, nel protagonismo bulimico e ignorante di sindaci-sceriffi e di sindaci-Savonarola.
E non basterebbero tutte le “zeppole al coronavirus” del presidente ad addolcirne il sinistro presagio.


Sara Di Giuseppe - 22 marzo 2020



 

 

lunedì 16 marzo 2020

IL COMICO AI TEMPI DEL COLERA

ovvero

I sindaci ai tempi del virus
 
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Si fece un silenzio così diafano, che attraverso il disordine degli uccelli e le sillabe dell’acqua sulla pietra si coglieva il respiro desolato del mare
G. Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, 1985

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        Che le esternazioni dei politici - di quelli locali in special modo - siano per noi sudditi frequente motivo di imbarazzo/costernazione/incredulità, è una consolidata certezza.
Non mancano tuttavia, le stesse, di offrirci gradite occasioni di svago attraverso la comicità, pur involontaria, che rischiara la cupezza emergenziale delle nostre giornate.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta nella piena fluviale di annunci/dichiarazioni/comunicati/esternazioni dei sindaci rivieraschi e collinari in ansia da prestazione.

       Il sempre favorito è Pasqualino-sindaco da San Benedetto, l’Usain Bolt del comico.

       Si parte con le esternazioni sulle passeggiate dei suoi sudditi: “E’ vero che una passeggiata si può fare ma qualcuno sta esagerando” dice, rimanendo serio.
       E noi a fare scommesse (passatempo domestico, dunque lecito) su cosa abbia inteso dire: forse che qualcuno s’è fatto scoppiare le coronarie in una corsa all’ultimo respiro, o che il vecchietto ha eluso la badante per dedicarsi al percorso-vita e chi lo riacchiappa… Non è dato sapere, ma conta il momento di sana comicità che ci è stato gratuitamente offerto.

        Segue a pari merito l’“ordine di non creare assembramenti nei cimiteri” con la minaccia di “prendere provvedimenti restrittivi anche lì”  [già fatto! n.d.a.].
Come non partecipare (da casa, ci mancherebbe) alla costernazione dei cari estinti, privati delle tante occasioni di socialità e aggregazione offerti dal Resort (ops) che li ospita; alla loro indignazione per l’inaccettabile rinuncia al terapeutico tressette col morto fra vicini di loculo… [pure a meno di 1 metro]

        Il must del pregevole cabaret è però l’annuncio dell’apertura della stagione turistica sambenedettese che con ordinanza sindacale slitta, causa contagio, dal 28 marzo al… 4 aprile: è evidente infatti come alle frontiere già premano frementi file di turisti col canottino sul portapacchi e i motori accesi, pronti allo sprint che il 4 aprile li calerà quaggiù come saette spalmandoli festanti sulle spiagge.
Bisogna esser pronti, dunque, a costo di strozzare il virus a mani nude.

         Distanziato appena di poche lunghezze si colloca sindaco Pierre-Gallin da Grottammare: teso a rammentarci che per la cultura come lui non c’è nessuno, eccolo proporre “per non spegnere” la stessa, che ”le case diventino teatri” (più di quanto lo sono già?) con il contributo di chi voglia postare, su fèssbuc o altro, un’esibizione, una poesia un canto ecc.
Dio ci aiuti.

         Derive da protagonismo, sindrome perniciosa che nei soggetti colpiti ottunde finanche la percezione del ridicolo.
E passi se ci facessero solo ridere, ne abbiamo anzi bisogno di 'sti tempi.
È quanto siano dannosi, il problema: quanto lo siano certi Presidenti di Regione che se non scavalcano i decreti del governo non si divertono, e quelli che nel delirio d'onnipotenza fanno più disastri d'un plotone di virus; quanto lo siano i numerosi sindaci che, inconsolabili nel vedersi rubare la scena dal governo che decide per tutti, si passano parola e giù a chiudere parchi e giardini e cimiteri perché secondo loro ci s'aggrega un po’ troppo.

         
Gli fa un baffo ciò che le disposizioni ministeriali chiariscono recependo le linee guida dell’OMS: che parchi e giardini pubblici “possono restare aperti per garantire lo svolgimento di sport e attività motorie (cioè fisiche!) all’aperto, come previsto dall’art.1 comma 3 del dpcm del 9 marzo, a patto che non in gruppo e che si rispetti la distanza interpersonale di un metro”.
Dimenticano che basta ogni tanto un vigile per contenere e controllare l’afflusso ai nostri piccoli parchi (quelli che la furia desertificatrice di tutte le amministrazioni ci ha lasciato, poveri e spelacchiati). 

         Presto, nella foga decisionista vieteranno l’accesso alle spiagge. Qua vinceranno facile: fra la continua linea cementizia  degli chalet-bunker e le private transenne a difesa degli stessi, l’esistenza della spiaggia è già un atto di fede, impedirne la fruizione sarà appena un corollario.

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        “…E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse […] ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, ed il zio il nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito…”
G. Boccaccio, Decameron, Giornata Prima / Introduzione


Sara Di Giuseppe - 15 marzo 2020




"Preghiera durante un'epidemia di colera", National Library Of Medicine

domenica 15 marzo 2020

MassimUT2

Da qualche giorno abbiamo più tempo per pensare... Anche agli amici, di oggi e di ieri.
E allora lo ricordiamo così, Massimo Consorti, come ci riesce meglio. Per il momento.



lunedì 9 marzo 2020

San Benedetto. “Vendesi Torre del Porto del ‘500 con garage”

        L’ignobile “restauro conservativo” (si chiamano così, da ‘ste parti, i più feroci e ignoranti interventi edilizi su strutture di pregio bisognose d’aiuto) della Torre del Porto del 1543 non è ancora finito, né finirà finchè potrà succhiare soldi pubblici: ma un annuncio così attrarrà di certo il rapace compratore di turno, con l’acquolina all’idea di schiaffarci il solito ristorantino d’acchiappo sul mare, pure con garage per SUV ibridi alla moda che non sopportano la salsedine.  
Siamo alla Sentina, Riserva Naturalistica ascolana-sambenedettese, un tempo di ben 180 ettari – oggi togline almeno 50 – assediata da auto, strade, case e cemento, incuria, politica, affari.

        Ci torno per caso dopo tanti anni – l’ultima volta ci andammo all’avventura con Fulco Pratesi, che lo facemmo infangare felice, la Sentina era ancora grande, selvatica, libera, profumata, scomoda – senza immaginare che proprio oggi sabato 7 marzo i giornaloni locali le avrebbero dedicato lunghi articoli radiocomandati imbottiti di elogi e spudorate bugie. Eppure per ristabilire la verità-vera, per vedere plasticamente di quale scempio parliamo, bastano le 3 foto della Torre del Porto scattate nel pomeriggio.

        Stamattina qui in Sentina ci sarebbe pure stata la ripetizione di una delle cicliche gloriose corali passeggiate-che-sensibilizzano-gli-animi-e-promuovono-la-cultura-dell’ambiente-bla-bla-bla promosse dai soliti noti, Enti e Associazioni in odor di santità, non senza il must di simili emozionanti eventi: l’entusiastica raccolta di rifiuti abbandonati, plastica vetro cartucce preservativi…

        Ma a che serve scrivere ancora della perduta Sentina. Bisogna piuttosto andarci e guardarla con occhi  non foderati di salame, sgombri da retoriche furbastre e pelose bugie: potrà venire da piangere o da bestemmiare, o da inseguire coi bastoni chi finora l’ha gestita, chi la gestisce oggi, chi ancora la massacra ricevendone lodi. E giacchè all’improntitudine non c’è limite, per farsi belli misero perfino pesantissime inservibili biciclette pubbliche (io fesso “comprai” la chiave di un lucchetto, la n° BW018, 5€). Erano 10 o 12, ben presto chili di ruggine le ricoprirono, le selle in fila mangiate dai topi rimasero in mostra per anni, ho le foto.

        Nelle 3 foto, pur non tanto accurate (ero troppo depresso), si vede comunque chiaro l’assassinio della Torre del Porto: cioè l’aggiunta, a sud, di quel bubbone, di quel volume spropositato abusivo (garage o cosa?) volgare e intonacato che grida vendetta. Chi l’ha ideato? Chi l’ha progettato? Chi l’ha approvato? Quali ditte sub sub sub-appaltatrici lo stanno costruendo? Chi ci sta mangiando?
Sì lo so, hanno imperversato molti virus, anche i Nuovi Verdi.

       Per fortuna c’è sempre il mare, che continuerà il suo ciclico lavoro pulito, al soldo di nessuno. Avanzerà. Nessuna scogliera potrà fermarlo. Se gli va, con buona parte della Sentina si prenderà pure la nostra Torre del Porto, fa già le prove giocando a circondarla. Ma portandosela sott’acqua, il mare - almeno  lui - la salverà dalle grinfie ottuse dei politici, dall’ignoranza dei costruttori, dall’imbecillità dei cacciatori, dall’oscenità dei falsi ambientalisti, dalla balordaggine dei brocchi passeggiatori della domenica, che invece d’indignarsi per il furto e la distruzione di quest’area unica e preziosa si tengono giulivi per mano.
 


PGC - 7 marzo 2020




giovedì 5 marzo 2020

BRECCIA su tutti

Caro maresciallo Breccia,

sei rimasto sulla breccia fino all’ultimo,
ad operare per le tue idee e per quelle degli altri.


Hai fatto breccia negli animi e nei cuori
con l’ascolto attento, il contrasto garbato, la competenza certa.
Senza l’assillo di convincere a tutti i costi, senza carambole di parole. 


Hai fatto breccia su tutti, caro Vincenzo:
da Bolsena a San Benedetto.


PGC - 5 marzo 2020

domenica 1 marzo 2020

RIAPRIRE LE CHIESE CHIUSE

         Riaprire le chiese chiuse è una sacrosanta questione di tolleranza, libertà, sicurezza e civiltà.

         Regolarizzandole, si capisce: quelle troppo brutte, vecchie cadenti e soprattutto in precarie condizioni igieniche e di sicurezza restino giustamente chiuse; ma quelle moderne, pure loro brutte anzi orride, però pulite ben organizzate e ben frequentate, è peccato mortale non riaprirle: difficile rimanerci infettati da qualsiasi virus, anche se sarà buona norma diluire abbondante amuchina nelle acquasantiere (se si trova). 

Eppoi, le recenti ordinanze regionali emesse a rotta di collo vietano comunque i contatti pericolosamente ravvicinati - compresi i segni di pace - quindi che paura cè?

        Non è soltanto uno spontaneo movimento popolare a sollecitare la riapertura delle chiese chiuse, non è soltanto il TAR a lavorar di notte per prendere una posizione, ma pare che si stiano presentando sullargomento perfino dei DDL (dellopposizione? di una maggioranza? non si sa). Fiduciosi, quindi! Auspichiamo che laffezionata utenza di una certa età possa tornare alle sane abitudini di antica memoria e che i giovani, nella frequentazione assidua delle chiese non più chiuse, si tengano lontani da tentazioni e cattive compagnie, dove si annidano sfruttamento e delinquenza.

        Si torni alle origini. Sui portoni delle chiese riappaiano le bacheche degli orari e i tariffari dei servizi.

       Per i Vescovi lappello finale: intanto disubbidiscano, anzi facciano liradiddio contro queste ordinanze-senza-religione che non vanno incontro ai bisogni primari dei fedeli-cittadini, né aiutano la fratellanza; poi agevolino lordinato afflusso nelle chiese riaperte, facendo installare sulle facciate e sui pinnacoli dei campanili luci rosse (chiesa piena) e luci verdi (avanti cè posto).

         Così sia, anche col famigerato Coronavirus Covid-19. Poi ognuno vada in pace, oh yes!


PGC - 29 febbraio 2020


venerdì 28 febbraio 2020

La Messa streaming

        Cè del comico in questa follia. 

Il comico sono i bus che imbarcano fedeli per inseguir messe nelle chiese aperte del limitrofo Abruzzo, dove la Conferenza Episcopale non ha avuto ordinanze regionali cui scapicollarsi ad obbedire, come nelle Marche.

Il comico è la Messa disponibile in diretta fessbuc su iniziativa di qualche parroco marchigiano: che se uno fessbuc non ce lha, si può organizzare con parenti e amici per visioni collettive. Come quando la tivù ce laveva solo il vicino ricco o il bar della piazza, e allora ci si radunava tutti là il sabato sera a vedere Lascia o raddoppia con Mike Bongiorno.

        Ma cè anche del tragico in questa follia. 

Il tragico è, nelle nostre Regioni,  lessere amministrati (si fa per dire) da gente così. DallAlpi alle Piramidi, o almeno alla Sicilia.

Per così sintende il nordico Fontana in tivù con la mascherina sbagliata indossata al contrario e rinchiusosi in buffa auto-quarantena, tanto per rassicurare i cittadini (NO PANIC - OK, PANIC: come la scritta alternatamente lampeggiante per i passeggeri dellaereo in caduta libera in un indimenticato film, parodia dei disaster movies). 

Per così sintende il nostrano Ceriscioli che sforna ordinanze al ritmo di brioches della panetteria sotto casa e che a uguale velocità è costretto a (ri)mangiarsele. Si ascriverebbe di diritto alla categoria del comico/grottesco anche tutto ciò, se non fosse per le motivazioni e le ricadute delle ordinanze emanate dalla nostra Regione. 

        Le motivazioni, se dettate da sincera sollecitudine per la salute pubblica, farebbero (in parte!) perdonare la scempiaggine (lintelligenza, come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce lha non se la può dare). Ma sappiamo che non di quello, bensì solo di gioco politico trattasi: di sgambetti e rivalità correntizie per cui ad Ancona non par vero fare il gesto dellombrello - tie - alle fazioni regionali dello stesso partito (oddio, partito), col Presidente di Regione che si sfila dalle direttive del governo centrale.

        Le ricadute, drammatiche a livello internazionale, nazionale, locale, sono quelle che tutti sappiamo. Plasticamente rappresentabili, qui da noi - per limitarsi a un solo quadro dellesposizione - nelle frotte di studenti per giorni in libera uscita a San Benedetto come pecore matte, impegnatissimi coi selfie e col consumo di costosi intrugli seduti ai caffè del centro (quelli sì, ben aperti). Con buona pace degli assembramenti Che se sono quelli che si vuol evitare, bastava chiudere non le scuole ma i centri commerciali e lasciare aperti librerie, musei, teatri, biblioteche: non ci sono luoghi più deserti, qua da noi, dovrebbero essere raccomandati dai protocolli del SS.NN.

        Resta che agli ordini stupidi si potrebbe/dovrebbe disobbedire. Si fa perfino nelle caserme e in guerra, qualche volta.

        Dunque compagnie teatrali, formazioni musicali e orchestre, direzioni di teatri e di cinema, tutti costretti a inviare valanghe di newsletters annuncianti cancellazioni e rimborsi; scuole e università scippate delle attività didattiche con conseguenze nefaste sugli studenti se TUTTI INSIEME coordinandosi per categorie, non è difficile - reagissero ad ordinanze emergenziali insensate e dannose con un unanime atto di disobbedienza civile, non sarebbe un bellissimo Tornate a bordo, cazzo! rivolto a se stessi e contro lidiozia al potere?  


Sara Di Giuseppe - 27 febbraio 2020




sabato 22 febbraio 2020

Cristo (non) si è fermato a Eboli

        (Morte sul lavoro a San Benedetto)


        Cristo in realtà - lo sappiamo da sempre - s’è fermato molto prima di Eboli, prima di San Benedetto del Tronto, ben prima dei confini di quest’Italia dove ancora si muore di lavoro. “Si continua a morire come 40-50 anni fa” dice Landini.

        Era di Eboli, come gli altri operai del cantiere, Paolo Guarino, morto schiacciato nei lavori di scavo in Viale dello Sport a San Benedetto, ad un’età in cui dal lavoro usurante si dovrebbe già essere a riposo, in un giorno in cui non doveva lavorare perché aveva la febbre, ma è andato lo stesso perché era capo cantiere.
        La sua morte è ora un numero, nel  tragico conteggio, e per San Benedetto sembra essere ancor meno. Materia per cronache di qualche giorno, per retoriche di circostanza su quotidiani e social, per indignazione a buon mercato esibita dal mondo politico e sindacale. E basta.
        Ma “basta” bisogna dirlo invece a tutto questo: alla disinvolta prassi – legale, va da sé – degli appalti vinti al ribasso e va a sapere a scapito di che cosa (materiali? sicurezza? ambedue certo, e chissà che altro); a quella dei subappalti che pescano imprese a centinaia di chilometri di distanza (e allora il lavoro è per i singoli una sfida quotidiana, lontani dal ristoro di un ritorno a casa la sera, e si lavora male, si lavora come si può) che costano meno e fanno intascare di più.
Ed ecco i Lavori Pubblici fatti a cazzo e di cui è piena la città, di cui è disseminato il territorio, l’una e l’altro sempre più brutti, dissestati, dolorosi, pericolosi. Tanto chi controlla mai: c’era forse chi vigilava sulla sicurezza - e sulla qualità dei lavori - nel cantiere franato sopra Paolo Guarino?

        “Basta” bisogna dirlo alla vuota ritualità che accompagna fatti come questo. Parole e cordoglio, poi il minuto di silenzio, forse, in consiglio comunale o alla partita (lo stadio è proprio lì, magari la Samb giocherà col lutto al braccio), poi il telegramma istituzionale alla famiglia. Poco altro: sfileranno le marionette come nell’ Opera dei Pupi e avranno il ghigno funebre delle grandi occasioni, costa così poco condolersi a favore di telecamera o di microfono a patto che tutto resti com’è.

        Dagli inerti fantasmi dell’Amministrazione Comunale col loro degno sindaco, e da Chiesa, Scuola, Imprenditoria, Associazioni, Categorie professionali (costruttori ecc.), non la concretezza di un’iniziativa che trasformi il cordoglio parolaio in azione, in pratica virtuosa. Come potrebbe essere, chessò, destinare alla famiglia dell’operaio i gettoni di presenza dei consiglieri comunali, o qualche migliaio di euro tolto agli assessorati, o meglio tutta la somma equivalente a quel ribasso d’asta
Dalla cosiddetta società civile non indignazione o rabbia - né scioperi o manifestazioni - contro un sistema dove il profitto importa più della vita e della persona.



        Resta da capire come e quando siamo diventati questo deserto di cinismo e indifferenza. Ineluttabile il peggio, per una comunità anestetizzata o compiacente o rassegnata - complice sempre - che si consegna all’indolenza, all’incuria, al calcolo economico, alla rapacità del mercato, alla malapolitica.

       Ma che volete, in fondo è Carnevale, e San Benedetto ha appena recuperato il suo dopo tanti anni, e la tradizione, e l’identità sambenedettese, e la prua della Geneviève, e bla bla… E inaugurazioni di pseudo monumenti e tagli di nastri con benedizioni ecclesiastiche vanno via come il pane, e una targa-ricordo non si nega a nessuno, ci sarà pure quella all’operaio-caduto-eroe, siamo o non siamo il posto più bello del mondo?
       E allora, Cristo che ti sei fermato chissà dove, annamose a diverti’!


Sara Di Giuseppe - 22 febbraio 2020



venerdì 21 febbraio 2020

“Il Jazz è quel che resta da fare”

Jerome Sabbagh & Greg Tuohey quartet / NO FILTER

Jerome Sabbagh/tenor saxophone   Greg Tuohey/guitar   
Joe Martin/bass   Kush Abadey/drums
Cotton Lab – Ascoli Piceno        14 febbraio 2020  h 21,45

 
Il Jazz è quel che resta da fare*…o da ascoltare         
*Bernard Lubat


        Di questo quartetto non sapevo niente. Sono tornato al Cotton Lab sulla fiducia, guai starne troppo lontani, neanche “per giustificati motivi”. Pena regredire musicalmente. Così anche stavolta ho avuto  la fortuna di conoscere ciò che del jazz ignoro.
Il Jazz è una somma di cose sconosciute, ed è mio compito andarle a scoprire”, dice in un’intervista il polistrumentista Bernard Lubat detto L’improvvisatore (Musica Jazz 1-2017). Addirittura lapidario un suo più recente intervento (Musica Jazz n°830, 1-2020, letto mentre imperversa Sanremo…): “Il Jazz è quel che resta da fare”. Come dire… l’ultima spiaggia.

        Sicchè questi quattro - un po’ francesi, un po’ neozelandesi, un po’ israeliani, un po’ anzi molto americani - ci hanno portato il più avanzato, sperimentale e professionale Jazz di New York. Come nel loro NO FILTER realizzato senza filtri né effetti in una sola mattina, “live in sala d’incisione ma ben curato” dice Emiliano D’Auria: composizioni immaginifiche, “improvvisazioni istantanee”, che non solo materializzano compiutamente il pensiero dell’anziano collega Bernard Lubat (loro sono circa quarantenni), ma ci indicano le sconfinate autostrade che il Jazz ha tuttora davanti. Oggi siamo solo all’inizio.

        Noi, lì ad ascoltare, ci siamo sentiti piccoli e confusi, (in)consapevoli di quanto siamo indietro… Solo i duetti all’unisono sax-chitarra potremmo dirli (appena un po’) prevedibili: di architettura elegante e minimalista, improvvisi ma attesi, mai spettacolari. Brani mediamente irruenti ma con un’energia nascosta, o riflessivi e carezzevoli (n°3 e n°6), perfino con armonie e motivi non evaporabili, nel jazz!
Costruzioni sonore discontinue orecchiabili ma pure sghembe, di note distratte apparentemente casuali (n°7): che potresti inventartele tu fischiettando mentre passeggi col cane o corri la maratona di NY.
Contrabbasso e batteria ricamano altro, vallo a chiamare accompagnamento, o ritmo: trovano angoli segreti, e ti ci portano. Tutto jazz nuovo e sveglio, ipnotico e rilassante, di cui non sai né aspetti la fine: ogni pezzo son quasi costretti a troncarlo “all’antica” (ZAC, o sfumando), ma nella tua testa quella musica continua. Come coi “silenzi” prima e dopo le esecuzioni di brani di musica classica, che tanti non capiscono né rispettano affannandosi goffi ad applaudire, e invece preziosi e indispensabili quanto la musica suonata e pure di più, non si dice che la ECM li “incida” apposta, questi silenzi, nei suoi dischi?

        Notevole ma leggero il “peso specifico” (copyright Emiliano D.) della serata, col numeroso pubblico che ha contribuito alla corale “opera unica” che si crea in questo auditorium-laboratorio di musica da sentire guardare e vivere, unico da queste parti.

        Resta da capire - è ciò che si chiede Lubat nella sua intervista di qualche anno fa - “come mai troppa musica si sia lasciata corrompere dal mercato. Oggi siamo perduti: pensiamo che la musica sia quella che ci propongono la TV e le radio commerciali o i supermercati… Una situazione tragica... La musica è stata completamente deviata dalla sua funzione”.
        Ma chissà, forse il jazz si salva. Non resta che farlo, o come minimo ascoltarlo. Possibilmente dal vivo, in spazi ad hoc, in club come questo, dove sia possibile il contatto diretto tra musicista e spettatore: il jazz è quel che resta da fare.


PGC - 18 febbraio 2020




sabato 15 febbraio 2020

I segnavento di "Messico e nuvole"

ovvero: Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere*

*parafrasando Dario Fo


   Ogni tanto ci si ricorda, a proposito delle stragi di palme e di paesaggio per colpa del famigerato Punteruolo Rosso, che prima di venire un po’ contrastato il fetente coleottero ha potuto per anni imperversare in libertà. Delle povere palme colpite, infettate, morte stecchite e alla fine mandate in discarica si pubblicano statistiche non sempre attendibili, anche perché ciascuno dei 3 Comuni colpiti che ci riguardano – San Benedetto, Grottammare, Cupra – vuole apparire il più bravo ad essere corso ai ripari e ad aver trovato la cura (che non si sa quanto funzioni). Leggiamo percentuali e numeri che spesso non stanno né in cielo né in terra.

   Fatto sta che il Punteruolo Rosso - da qualche tempo un po’ dormiente ma per niente debellato - non solo ci ha danneggiato il patrimonio cui tenevamo di più, ma ha lasciato (va ancora lasciando, man mano che continua il suo lavoro) cadaveri di palme in piedi, soprattutto perché le operazioni di smaltimento di ogni fusto residuo costano “da 400 a 1500 euro” (anche qua, numeri ballerini): così i tre Comuni spesso fanno finta di dimenticarsi di questi tristi totem sparsi qua e là sui lungomari, nei giardini pubblici e privati, nei posti più “turistici”. Quanta pena. E poi, fatta sparire la palma morta, al suo posto ne metto un’altra? Quanto devo ancora spendere? Dove trovo i soldi?

Come ultimi arrivati noi di Messico e nuvole, nel nostro piccolo, siamo quindi a proporre per San Benedetto (ma anche per gli altri due Comuni, spesso fratelli-coltelli) una facile soluzione pseudo-artistica, certo risparmiosa ed economica, per cambiare immagine a questi scomodi indesiderati totem e non farli più apparire avanzi di una tragica quanto necessaria operazione chirurgica ambientale.

Si applichi sulla cima di ogni fusto di palma morta un segnavento artistico: che sia funzionante, ma che al posto del solito scontatissimo gallo abbia la sagoma stilizzata di una delle tante sculture presenti in città. Guardare i rendering allegati: ogni brutto totem diventa bello, col suo segnavento-scultura colorato e personalizzato.
Ci sarebbero: quello con “La retara” di Sergiacomi; quello con ”Il saluto di Ubu” di Baj; quello con “Al gabbiano Jonathan Livingston” di Lupo; quello con “L’elefantino tra le palme” di Salvo; quello con “Al pescatore” di Capponi; quello con “Lavorare lavorare lavorare” di Nespolo; quello con “To see through is not to see into” di Kostabi; quello con “Il Principe” di Consorti; quello con “I sognatori” di Annibali; quello con “Vale & Tino” di Lodola; …

   Questa nostra proposta “Non tutti i Punteruoli Rossi vengono per nuocere”, giocosa ma seria (come “Quelli che il Ballarin” dell’anno scorso, caduta nel dimenticatoio…), potrebbe anche far sorridere i turisti. Vi pare niente?
       

15. 2. 2020     Messico e nuvole    messicoenuvole2@gmail.com


sabato 8 febbraio 2020

Innesti felici

San Benedetto. Dopo la casa dei balconi arancione (2012), 
ecco la villetta gemella che “si ribella”


         Via Monte San Michele una volta non era male. Prima periferia di case a mattoni basse e quiete, diverse fra loro ma omogenee, contornate da giardinetti di reti basse e siepi, vasi di fiori, piante grasse, orti di verdure, alberelli da frutto, vialetti di mattoni avanzati messi inclinati di taglio. Vedevi gatti e bambini  sempre in cerca di giochi accanto ad anziani curvi affaccendati, mai tristi. Una via dritta, semplice, moderatamente tradizionale, piena di sentimento. A mezzogiorno e di sera poche auto accostate, per lo più 600 verdine e 850 color topo. Biciclette. Qualche Lambretta.
Quando a giugno tornavano gli olandesi (o erano tedeschi?) e le tre ragazzette biondissime (che aspettavamo), con la loro sinuosa BMW 501-A blu più i bagagli sul tetto, trovavano sempre parcheggio, di fronte alle due villette gemelle.

        Due villette uguali pulite e graziose: ornate finestre simmetricamente spaziate con persiane, tetto basso, portoncino d’ingresso in legno al centro della facciata, con due rampe di scale esterne. Negli anni si mantenevano fresche all’acqua e sapone, senza trucchi per apparire eterne giovincelle, senza spanciarsi in “balconi abitabili” e orride verande d’alluminio come fan tutti. Invecchiavano insieme, d’amore e d’accordo.

        Fino a ieri. Perché una di loro, penso quella nata 5 minuti prima, decide di colpo di cominciare un’altra vita. E arrivano gru e impalcature e transenne di cantiere, con i terribili cartelli “Ristrutturazione”… che a San Benedetto vuol dire radere al suolo!
Per fortuna non è andata così: la nostra gemella, un po’ ribelle ma saggia, si è affidata allo studio che realizzò la casa dei balconi arancione*, specialista in “innesti felici”.

        E “innesto felice” è stato anche qui: su una base con mattoni a vista rimasta intatta per un piano e mezzo fino al portoncino d’ingresso - con tutte le affettuose caratteristiche di tranquilla villetta familiare a pianta centrale - si è appoggiata una bianchissima grande scatola con volta a botte.
Sembra un piccolo capannone, un’officina volante, una mini-fabbrica piovuta dal cielo. Tre alte e profonde feritoie a nord come per respirare, i fianchi lisci e continui percorsi da pannellature tecniche, e a sud la grande terrazza a sbalzo senza soluzione di continuità con l’interno: aria, sole e luce in quantità industriali.
Due diversissimi volumi sovrapposti e tenuti distinti, anzi il soprastante è sporgente (cappotto termico), come se si potesse alzare o abbassare quando a uno gli va…

        Un sogno in una scatola, una scultura da abitare, anzi una nuova “macchina per abitare” (Bruno Munari). Immagino un interno di volumi aperti con soppalchi simil-loft, altro che l’ennesimo appartamento piccolo-borghese con inutili labirinti di rappresentanza. Sbirciando da fuori si notano travi curve lignee a vista che dilatano ancor di più lo spazio, ma dentro immagino pavimenti in resina che si confrontano con vissute mattonelle di graniglia recuperate, composizioni dinamiche spaesanti ma espressive, librerie in quota, manifesti d’autore, fari da cinema, disimpegni risolti con semplicità, sorridente design, poesia.

        A noi “con gli occhi impastati di cemento e traffico” (E. Jannacci) quest’opera parrà un azzardo estetico, più della casa dei balconi arancione. Troppo in contrasto col circondario e con la stessa villetta gemella, ora rimasta un po’ in disparte. Invece di questi lampi creativi - di questi “innesti felici” - ha urgente bisogno il buio architettonico-edilizio che con la sua desolazione sontuosa soffoca le nostre vite:
ricostruire sul costruito con sensibilità e fantasia, andando contro corrente con garbo, con leggerezza, con raziocinio.

https://faxivostri.wordpress.com//?s=La+casa+dei+balconi+arancione&search=Vai                                                                                                
PGC - 8 febbraio 2020



"Historia de un amor" e Max

Anna Crispino, magica voce napoletana, il 2 febbraio scorso a Roma dedica a Carlo Delle Piane (suo marito, straordinario attore scomparso l'agosto scorso) una serie di canzoni magistralmente accompagnate da prestigiosi musicisti. Il conduttore ricorda anche, oltre gli artisti presenti, che c'è un autore al fondo di questa serata che va omaggiato per il suo enorme contributo giornalistico e narrativo della vita di Carlo e Anna, e da cui l'evento ha attinto a piene mani: Massimo Consorti

Caro Max, come senti e vedi, qualcuno ti tiene sempre nel cuore come nei suoi pensieri. 
Grazie Anna, a nome di tutti i suoi più cari amici.

8 febbraio 2020
Francesco Del Zompo







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Spettacolo “Historia di un amor" con la regia di Mimmo Picardi per omaggiare il grande Carlo Delle Piane alla sala Margana di Roma. Con Il mio amico fraterno Pietro Manetta che ci ha accompagnato delicatamente in questo viaggio. "Paura” di Di Domenico, arrangiamenti piano, fisarmonica con il grande Sergio Colicchio accompagnato da musicisti eccezionale Cristiano Califano, Alessio Mancini e Alessandro Tomei.



martedì 4 febbraio 2020

FACCE DI TOLLA

        [La cittadinanza onoraria di San Benedetto a Liliana Segre]
 

        Nel magnifico documentario italiano “Memoria” di Ruggero Gabbai (selezionato al Festival di Berlino 1997, premiato al Nuremberg Film Festival 1999) c’era anche lei, Liliana Segre: la chioma non ancora candida, la voce pacata e uguale a quella di oggi.

        Sul grigio sfondo di uno scalo ferroviario milanese, raccontava di quel treno che dopo alcuni giorni di prigionia si portò via - insieme a tanti - lei e il padre, mentre i milanesi guardavano da dietro le persiane chiuse; raccontava il suo salutare “il mio papà” - una volta separati uomini/donne - con “piccoli ciao della mano” per cercar di consolare lui “così sofferente, così… disperato d’avermi messo al mondo”. Diceva proprio così, impossibile dimenticare.
Non l’ho rivisto mai più”: solo qui la voce s’incrina, poi il documentario lascia il posto alle altre testimonianze, altri ebrei italiani come lei sopravvissuti ad Auschwitz. 

        Gli studenti più scavezzacollo, al termine, hanno occhi lucidi; l’indomani, ad Oświęcim (Auschwitz)-Birkenau, niente selfie, non ancora inventati, solo silenzio e sgomento.

        Non merita, Liliana Segre, l’ipocrisia di un sindaco – quello di San Benedetto – e di un Comune che con irredimibili facce di tolla le offrono oggi la Cittadinanza Onoraria (accettata, è notizia di questi giorni, dalla Senatrice). 

        Perché questo sindaco - con la sua degna amministrazione in coma percettivo - vieta ogni anno al Corpo Bandistico cittadino di suonare Bella Ciao durante la celebrazione del 25 Aprile. E la Banda  supinamente ubbidisce.

        Perché di questo Comune fanno parte un assessore e due consiglieri (uno dei quali presidente del Consiglio Comunale) partecipanti alla cena fascista svoltasi lo scorso ottobre 2019 ad Acquasanta - provincia della salvinianissima Ascoli - per celebrare la marcia su Roma

        Perché in questo Comune vi è un membro della partecipata Multi Servizi che sui social fa gli auguri per il compleanno (!) di Mussolini, e sul cui ruolo di consigliere il sindaco “non ritiene di dover intervenire”.

        Perché in questo Comune vi è un Vigile urbano che insulta pubblicamente la Senatrice Segre, e il sindaco esprime burocratico sdegno, ma non ha pronunciato una sola ufficiale parola di condanna sul gravissimo episodio della cena fascista.

        Perché questo sindaco proviene dalle file di Alleanza Nazionale, una Destra che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale Italiano. 

        Ora la ghiotta occasione di mettersi in vetrina strumentalizzando la popolarità della signora Segre fa dimenticare al Sindaco Piunti opportunità e decenza: lo spinge a chiedere perfino, con sprezzo del ridicolo, un appuntamento - data l’impossibilità per la senatrice di raggiungere S.Benedetto - per consegnarle lui stesso dove e quando vorrà “la pergamena con cui questo Comune Le concede (sic) la cittadinanza onoraria”.
(Vuoi mettere, una foto con la Segre e la fascia tricolore… quando gli ricapita?)


        Ma ahimè, sindacopiunti, anche il lessico la tradisce: concedere (cfr. Vocabolario Lingua Italiana “lo Zingarelli”, ed.Zanichelli 2004 pag.414) è “elargire, spec. con degnazione indulgente”. E concessione è ciò che viene dato, dunque, dall’alto.

No, sindacopiunti, neanche la più lunga delle scale da pompiere le concederebbe di arrampicarsi all’altezza di una persona come Liliana Segre. Lei, sindaco, non ha proprio nulla da poter “concedere” ad una donna così, ad una vittima della Shoah. 


Studi, piuttosto. A scelta: la Storia, l’Italiano… Meglio se tutti e due
.


[https://www.youtube.com/watch?v=j_RBlqfvGlk  (testimonianza di Liliana Segre dal 30º minuto circa)]


Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l’uso strumentale, la sacralizzazione”.
Moni Ovadia, in Il Nuovo Manifesto, 27.1.2019


Sara Di Giuseppe - 4 Febbraio 2020


SEGRE, Bella ciao

La senatrice Liliana Segre accetta la Cittadinanza Onoraria offerta dal Comune di San Benedetto - “La Cittadinanza Onoraria della città di San Benedetto mi onora” - ma per tanti comprensibili motivi non potrà venire a ritirarla. 
“La segreteria invierà un indirizzo di saluto scritto”

Sicchè sindaco Piunti, testardo e petulante, insiste ringalluzzito e “chiede un incontro nel luogo e nel giorno desiderati per la donazione della pergamena alla senatrice”…

Porterà pure la Banda Cittadina, che alla consegna della pergamena intonerà Bella ciao? Come ogni 25 Aprile da quando c’è lui…


PGC - 3 febbraio 2020

domenica 26 gennaio 2020

“La bravura dei cani”

13ª Coppa Italia di “Caccia con cani da seguita su volpe” 
a Ripatransone (18 e 19 gennaio 2020)
 
“La bravura dei cani”

Il grande errore di ogni etica è stato sinora quello di immaginarsi di avere a che fare soltanto coi rapporti tra uomo e uomo. Invece il vero problema riguarda la sua attitudine verso il mondo e verso tutta la vita che entra nel suo raggio di azione . Un uomo è morale soltanto quando considera sacra la vita come tale, quella delle piante o degli animali altrettanto di quella dei suoi simili
Albert  Schweitzer

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         Fra le dichiarazioni rilasciate dagli organizzatori della nobile manifestazione ripana, la più grottesca e sinistra è quella secondo cui “obiettivo della caccia alla volpe non è uccidere volpi ma testare la bravura dei cani nello stanarle”. Così dicono, rimanendo seri. 
E - se ci fosse rimasto il dubbio d’aver capito male o di stare sognando - così proseguono: Le volpi vengono stanate dai cani, che poi le inseguono, e dai cacciatori. C’è anche la possibilità di uccidere l’animale ma è una scelta che viene fatta in rari  casi.

       S’indignerebbero pure i cani - lo faranno quando sapranno leggere, solo questione di tempo - nel vedersi, come noi, trattati da diversamente intelligenti, ma intanto: qui raccontano ancora la balla spaziale dei cacciatori-tutori dell’ambiente, a cui fingono di credere solo i cacciatori stessi, i politici a caccia (ops) di voti e le numerose categorie variamente interessate all’appetitoso business, con buona pace di civiltà, umanità ed etica, merce con la quale - come con la cultura secondo qualcuno - non si mangia.
  
      Tutti noialtri continuiamo a chiederci se costoro ci sono o ci fanno. Perché a siffatte anime belle – quelli che per fini elettorali, quelli che ci guadagnano, quelli che gli piace tanto tanto sparacchiare – torna comodo ignorare realtà confermate da evidenze scientifiche e da rigorosi studi ambientali ed etologici, e cioè:

1) l’assoluta inutilità del controllo mediante uccisione di alcune specie presuntamente in sovrannumero (cinghiali, volpi ecc.) la cui eliminazione non abbassa minimente il tasso riproduttivo, per un naturale meccanismo auto-regolativo della specie stessa;  
2) l’esistenza e praticabilità di efficaci e incruenti mezzi di contenimento - spostamento in altra sede, sterilizzazione ed altri - alternativi all’uccisione;
3) l’alterazione prodotta dalla riduzione di alcune specie necessarie - come appunto le volpi - all’equilibrio dell’ecosistema; senza contare le tonnellate di piombo rilasciate ogni anno nell’ambiente dalle migliaia di cacciatori  come cacio sui maccheroni.

L’elenco può continuare.
 
       “Colpisce soprattutto la presunzione con cui l’uomo si muove per risolvere problemi all’ambiente creati da lui stesso. Nessun dubbio, né riflessione, sui metodi alternativi alla caccia” (Cristina Franzoni, in Bailador n.42).        
         Eppure, di fronte a così sconsiderata barbarie, nelle polemiche di questi giorni sulla manifestazione ripana sembra che per i responsabili - e per la stampa che generosamente ne accoglie le esternazioni in lenzuolate cubitali e acritiche - tutto il problema consista nella disputa sull’effettivo  numero delle volpi uccise nella due giorni di mattanza: “solo” due secondo gli organizzatori, da quaranta a cinquanta e più secondo altri…  Discutono di due o quaranta, quando anche una volpe ammazzata è una volpe ammazzata di troppo!
E si parlano addosso, con pensoso filosofico ragionare (tipo: è tutto legale, s’è sempre fatto, mbe’?) nella posa plastica dei santimartiri arrostiti sulla graticola dell’odio sociale.

Come se fosse etico, morale, umanamente accettabile, inseguire essi stessi e far inseguire dai cani le volpi terrorizzate, braccarle nella tana coi loro cuccioli, decidere poi se lasciarle sbranare vive dai cani o ammazzarle sparate, o magnanimamente lasciare che muoiano da sé, di terrore.
Come se questa non fosse ferocia legalizzata, al pari di ogni forma di caccia e più ancora perché alla cretineria unisce l’incrudelimento
.
Come se fosse normale l’adesione delle istituzioni a un tale macello, e per il sindaco del luogo partecipare - così affermano i giornali - alla presentazione degli intemerati eroi iscritti alla gara di mattanza, salvo poi lui, il sindaco - ma non il giornale – smentire d’esserci stato.

         La bravura dei cani
- quella vera, fatta della dignità e fierezza che sono inscritte nel loro codice genetico - sarebbe allora quella di ammutinarsi contro i padroni - lo faranno, è questione di tempo  - e, con repentina inversione ad “U” buttarsi, in tutt’uno con le cugine volpi, all’inseguimento degli sparatori, in un elettrizzante dantesco contrappasso. Si apriranno scommesse su chi correrà più veloce.
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“L’uomo tratta questi esseri in cui vivono anima, sensibilità e intelligenza, con tutta l’inimmaginabile ferocia di cui le sue mani sono capaci”.   [G. Ceronetti – “Aquilegia”, 1988]
 
Sara Di Giuseppe - 26 Gennaio 2020


giovedì 23 gennaio 2020

"RIVERBERI"

Giuseppe Franchellucci   Violoncello Solo

FERMO – Terminal Mario Dondero     Sab 18 gennaio 2020  h 18               tam



VIOLONCELLO FOTOGRAFICO                  [foto di Andrea Del Zozzo]



            Non lo vediamo, ma al concerto stasera c’è anche Mario Dondero. Figurati se manca, nella “sua” Fermo, nel “suo” Terminal, invisibile ma presente come in ognuna delle sue 80 foto-reportage di vita ordinaria nel mondo “ritrovate” - ma “segnate” da lui stesso - ben allineate sulla parete di mattoni lunga. Chissà, potrebbe essersi istintivamente nascosto “dentro” quel gruppetto di laboriosi fotografi; tra le file del pubblico (la macchina fotografica sotto la giacca); tra i rari passanti che dall’esterno sbirciano attraverso le magrissime finestre; dietro l’isola curva dell’ingresso, ad osservare non visto chi entra, e magari a fotografarlo… O forse è lui che si diverte laggiù a creare quegli improvvisi rumori d’ambiente – scricchiolii, imbarazzati colpi di tosse, porte o portiere di auto che si aprono/si chiudono – cioè quei “riverberi di scena”… che stasera servono. Insomma Dondero qua c’è di sicuro, ma non cercatelo. Potrebbe, ed è più probabile, che stia proprio “dentro” il violoncello di Giuseppe Franchellucci. Lo si sente.

            Franchellucci e (è) il violoncello. Che lui suona “interagendo e giocando” con il riverbero non trattato di questo originalissimo spazio minimalista, con un’acustica che non è quella di un teatro, ma qui non è un difetto. Perfino il ronzio dell’aria condizionata dentro il lungo tubo sopra le foto si integra a quella sorprendente musica-non-musica. Musica non scritta e non letta. Improvvisata. Fantasiosa. Ardita. E ovviamente preparata, calcolata, studiata, sperimentata. Le dissonanze mai stridenti al posto delle armonie, gli arpeggi saltanti, senza gabbie melodiche: non-suoni di vario registro, mai rumori.
Musica destrutturata, in fuga dai calcoli matematici della classica prevedibilità, non cantabile, più jazz del jazz, più contemporanea del futuro. Quasi sempre senza cadenza né ritmo. Successione di note isolate, anche in acrobazia, vaganti, stirate, striscianti, da meditative a descrittive. Come musica di viaggio per strade poco trafficate, che partono e arrivano in terminal sperduti più finlandesi o canadesi che mediterranei.
Non sai precisare quello che senti, ma immagini paesaggi piatti di laghi con poco vento, o di fiordi nebbiosi, silenzi di ultrasuoni e luci boreali: come quelle, involontarie, che qui in alto si autoproiettano sullo spoglio fondale senza quinte, balletto sospeso di artiche ombre cinesi. Melodie senza melodia. Dalle quattro corde Franchellucci estrae l’anima buona e meno buona, prendendole in ogni maniera, anche a schiaffi (non con l’archetto) fino a quando la corda tocca il legno, e ne escono brividi di frequenze che serpeggiano ed evaporano tra il pubblico disposto per lungo, come in un treno - autobus - aereo, alla cui guida c’è Franchellucci. Toh, finestre solo da un lato… ma siamo ancora al terminal - “luogo di arrivi e partenze”, non staremo mica fermi a Fermo…

           Concerto per violoncello-solo, da ascoltare guardandolo: fiamme di musica immaginifica, multicolore e amichevole, per una volta liberata dall’impiccio di altri strumenti, inventata e prodotta senza tecnicismi, fotografando solo i pensieri, propri e di chi ascolta. Con la complicità di Dondero e di “Riverberi” in libertà, cosa può combinare un violoncello “marca” Franchellucci!


PGC - 21 gennaio 2020