domenica 29 novembre 2020

“LE VITE DEGLI ALTRI”, ma non è un film

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"A ciascun pianerottolo (...) il cartello con la faccia enorme riguardava dalla parete. Era una di quelle fotografie prese in modo che gli occhi vi seguono mentre vi muovete. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta appostavi sotto."

(G.Orwell, "1984")
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Era una minaccia vera il “Controllo di Vicinato”, infatti adesso ce l’abbiamo e San Benedetto diventa un popolo di spioni. Perché un “popolo”? 

Spiego:
 
-    La città viene divisa in 13 aree (o “Gruppi di Controllo di Vicinato”).
 
-    In ognuna di esse sono stati individuati 25 Coordinatori, per un totale di 325.
 
-    Ogni Coordinatore è l’interfaccia tra i “cittadini segnalatori” e le Forze di Polizia. Quindi: se mediamente in ogni area ogni coordinatore ha anche solo 5 cittadini-segnalatori avremo un totale di 1625 spie
Se mediamente ne ha 8, saranno 2600 spie3900 se mediamente ne ha 12. E così via.
La crescita diventa esponenziale (altro che quella del Covid). Proprio un popolo.


Poiché qui a San Benedetto ogni area grossomodo corrisponderà a un popoloso quartiere, verosimilmente non saranno pochissimi i cittadini benpensanti che correranno ad arruolarsi nei rispettivi “Controlli di Vicinato”, occhiuti organi di sicurezza comunali che presteranno attenzione a quello che avviene nella propria area di competenza nella vita quotidiana.

Avremo chissà quanti cittadini-segnalatori a controllare “le vite degli altri”, dei vicini, degli amici e dei nemici, “per favorire la coesione sociale e la partecipazione” (sic). Quando uno di loro, secondo la sua coccia, vede o sente qualcosa di sospetto, fa la spia, fotografa, filma, ZAC, avverte il superiore. Col telefonino, mica siamo ai tempi della STASI. Come sotto le armi, ma qui il superiore si chiama coordinatore. In pratica i “Controlli di Vicinato”, peggio delle Ronde che almeno le vedi, terranno la popolazione sotto il giogo subdolo di un controllo reciproco che soffocherà la libertà di ognuno.
 
Se non fossimo in democrazia (lo siamo?) potremmo parlare, anche gerarchicamente, di unità terrestri paramilitari. A capo dei - per ora disarmati - 325 coordinatori (quasi un Battaglione) ci sarebbe un paraMaggiore, a capo delle migliaia di spie semplici (quasi o più di un Reggimento) un paraTenente Colonnello o un paraColonnello, nelle città grandi addirittura un paraGenerale.


    A proposito, perché le vere Forze dell’Ordine non dicono niente? Perché tollerano che gli si affianchino intere marmaglie “cooperanti” di spioni abusivi e non vanno invece ad arrestare i politici che partoriscono impuniti queste pensate pericolose?
 
Sarebbero paraculi se fossero complici...

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 "...A sei anni (...) era entrato a far parte delle Spie, a nove comandava il suo plotone. A undici aveva denunciato uno zio alla Psicopolizia perchè l'aveva sorpreso a parlare di certe cose che gli erano parse tradire una tendenza criminale".

(G.Orwell, "1984")
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PGC - 29 novembre 2020

 

mercoledì 25 novembre 2020

BERTOLASO RELOADED

E tanto crebbe la fama della sua santità e la divozione a lui che quasi niuno era che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si votasse;  […] e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui”.
 
G. Boccaccio, Decameron – Giornata 1ª, Novella 1ª: “Ser Ciappelletto
 
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    Rieccolo dunque: Bertolaso reloaded, il Barone di Münchhausen de noantri, a cavalcioni della sua palla di cannone che torna ad attraversare regioni e calamità per posarsi dove può fare più disastri di quelli che domineddio ci manda di suo.

Fulgido consulente operativo per l’emergenza Covid-19 in Lombardia, Marche e oggi anche Umbria: disgrazia supplementare, che quando a noi italici ne piomba una tra capo e collo - sia terremoto, alluvione o pandemia, Salvini o Meloni - dobbiamo sempre, per quanto sembri impossibile, aspettarci il peggio. Cioè “lui”.
Che oggi vuole traslocare malati e medici, armi e bagagli e masserizie, dall’Umbria a Civitanova Marche nella “sua” (e di Ceriscioli) Astronave fantasma, il Covid Hospital da 18 milioni di euro aperto e chiuso a giugno, riaperto a ottobre, come faremmo senza…

Eventuali perdite di pazienti sballottati lungo i 150 chilometri e passa - scavalcando gli Appennini - tra Perugia e Civitanova saranno ascritte a danno collaterale: siamo in guerra, bellezza.
 
Tuttavia l’assessore marchigiano-ex poliziotto prestato alla Sanità regionale (Marchigiani, state sereni…) ha tanticchia storto il naso: tra un inno e l’altro all’idrossiclorochina, intonato per settimane a tonsille spiegate e fanfara della stampa maggiordoma, ha avuto un sobbalzo e ha esternato. Per attrezzare il modulo, ha detto con lungimiranza e acume, “dovremmo sottrarre medici, internisti e anestesisti da (voleva dire ad) altri nostri reparti”. Apperò.
 
Argomento deboluccio, confrontato all’altruistica motivazione del “consulente volontario” Berty von Münchhausen, di dar senso ai 18 milioni dell’astronave fantasma da lui battezzata mesi fa in amoroso tandem con Ceriscioli; astronave gemella di quella milanese - le Bertolase, si chiamano - voluta e inaugurata con quell’altro spostato di (s)governatore lombardo.
 
E se Terni e Perugia hanno - ce l’hanno! - strutture pubbliche che aspettano solo d’essere riconvertite per aggiungersi rapidamente ed efficacemente a quelle già funzionanti, senza che ci si debba muovere di centinaia di chilometri? Bubbole. Una genialata come questa fa curriculum, per il forse candidato sindaco di Roma (ahi Roma, vituperio delle genti, non pensavi che ti potesse andare peggio, eh?).
 
Lui però lavora gratis - per passione, dice - e lui è uomo d’onore, bisogna credergli. Così è stato sempre, dalle emergenze rifiuti, incendi, Sars, siluri nucleari, giubilei, terremoti (nazionali e non), G8, Africa- in-via-di-sviluppo… per non dire dei bei tempi della spensierata banda del Caimano (quelli eran giorni, sì, ci si divertiva davvero).

E intanto - perché non si sa mai, non si sa mai, e bisogna pur pensare alla vecchiaia - è consigliere di Milanosesto Spa, società che riqualificherà Sesto San Giovanni - 1,5 milioni di mq - e gestirà “il più grande business immobiliare d’Italia”*

Lombardia, sta’ serena.

*(Il Fatto Quotidiano, 22.11.’20)
 
 
Sara Di Giuseppe - 25.11.2020


 

lunedì 16 novembre 2020

Da Aylan a Joseph...

Cinque anni son trascorsi
da Lesbo al mare di mezzo
grigio piombo
lurido profondo cimitero
senza pace
dove bambini senza futuro
vengono a morire al freddo e
al gelo dell’indifferenza
collettiva. Postuma.
I lose my baby
un grido di dolore solitario
senza utopia di risoluzione.
Piccolo Joseph
figlio putativo
senza padre celeste
sei nato
vissuto e morto
senza alcun risorgimento
in una bara adeguata di fretta
decorata dal cuscino
della nostra vergogna.
Quale vergogna?


Michaela Menestrina

 

N.d.R.  
Il link di seguito è a descrizione del fatto di cronaca trattato dalla poesia di Michaela:
https://dilei.it/editoriali/mi-chiamavo-joseph-avevo-sei-mesi-e-ieri-sono-morto/758182/ 
 

 


giovedì 12 novembre 2020

L’Assessore alla Idrossiclorochina

        Era nell’aria, che la “felliniana surreale parade” a mezzo stampa dei nuovi destrorsi assessori regionali marchigiani non sarebbe finita presto. E infatti.

        Dopo l’Assessore alla Coturnice 59-a-14, dopo l’Assessora-Istruzione-e-Cultura in deficit di congiuntivi e sindrome da esterno ergo sum, è il turno dell’Assessore all’Idrossiclorochina, ovvero Assessore alla Sanità.
        Giunto all’incarico regionale da luminosa carriera nella Polizia di Stato e nell’ambito investigativo - in ambedue com’è noto si acquisiscono solide competenze medico-scientifiche, preziose per il Servizio Sanitario Pubblico - e forte di curriculum extralarge (sindaco di Cingoli, senatore forzista marchigiano eletto in… Sardegna, docente universitario, e via largheggiando), giusto qualche giorno fa il Nostro esterna (ergo est) la volontà di chiedere all'AIFA la validazione dell’idrossiclorochina, nonché dell’ozono (e del plasma dei guariti dal virus) come protocolli anti-Covid: bocciatissime, tanto l’idrossieccetera quanto l’ozonoterapia, da numerosi autorevoli studi internazionali e bloccate dall’ OMS come non solo “inutili ma per molti aspetti anche dannose nella profilassi anti Coronavirus”
[A quando l'infuso di prezzemolo fra i protocolli anti-Covid?]
       Si dichiara, il Nostro, seguace di Trump, e convinto della validità della profilassi anti-virus propagandata dallo psicopatico, che infatti poi è stato ricoverato per Covid.
 
        E dunque. Questa nostra sciagura istituzionalizzata che sono le Regioni, dagli strapoteri ampliati e consolidati nei decenni, la cui catastrofica indegnità la pandemia ha messo impietosamente a nudo (ma che nessuno, anche in passato, poteva fingere di non vedere) si arricchisce oggi nelle Marche di nuovi soggetti, abili strateghi nella distribuzione di poteri e cariche da dove le mani possano posarsi ovunque,  mentre competenze, qualità, intelligenze sono ingombranti optionals.


Potrebbero farci sganasciare dal ridere, questi personaggi con le loro esternazioni ergo sunt, se di ridere avessimo ancora una qualche voglia.
D’altronde neanche il papero(ne) americano - di cui qualcuno tra questi si proclama seguace – diverte nessuno, col suo gatto morto e giallo in testa, con la diagnosticata sindrome psicotica del “narcisista perverso”, con la sua licenza di sparacchiare ovunque e comunque.
 
        Ci ammaleremo, è probabile, di sconforto e tristezza: per la qualità delle nostre vite mortificata dalle scelte di politici locali - eletti, va detto con stupore e inquietudine, da una maggioranza di votanti! - che affidano qualcosa di sacro come la res publica, di costituzionalmente inviolabile come il diritto alla salute, a meccanismi da intramontato manuale Cencelli; i cui risultati sono proprio come Trump, anche lui con i suoi allarmanti 71 milioni di voti: una barzelletta macabra che non fa ridere nessuno.
 
 
Sara Di Giuseppe - 11
Novembre 2020


sabato 7 novembre 2020

VETRINE & VETRINE


          Evviva, dopo l’assessore regionale caccia-e-pesca-sportiva che legifera sulle coturnici da ammazzare 59 a 14  (59 gli eroici sparatori, 14 le crudeli coturnici); dopo altre regionali esternazioni da cui è arduo estrapolare alcunchè di utile sulle magnifiche sorti e progressive del territorio, ecco l’ascolana leghista assessora-all’istruzione-e-altro reclamare la vetrina con un comunicato-stampa che muterà le sorti e la storia dell’universo scolastico marchigiano.
Chiede, l’assessora fresca di manicure, che “si faccia chiarezza(bella espressione, non s’era mai sentita) sull’obbligo delle mascherine nella scuola primaria sancito dal DPCM del 3 novembre: si dice allarmata, (epperò!) da quella norma generica e poco comprensibile (a lei).

Ma subito dopo si spara sui piedi quando, con evidente incongruenza, osserva - lei stessa! - che “d’altra parte il Ministero dell’Istruzione specifica: La mascherina può essere rimossa in condizioni di staticità (bambini seduti al banco) e con la distanza di almeno un metro…” ecc.
 
Dunque è chiaro anche al mio gatto: i bambini devono portare la mascherina, ma seduti al banco e alla giusta distanza possono levarsela. Il Decreto del Governo sancisce un obbligo ragionevole, il competente Ministero ne definisce poi condizioni, circostanze e limiti che consentono, legittimamente e in sicurezza, la possibilità di deroga. E fine.
 
Ciononostante: Ritengo del tutto sbagliato imporre ai bambini l’obbligo delle mascherine anche al banco!”, tuona e s’accora l’assessora. E dajie!
 
Cosicchè, delle due l’una:
 
- l’ assessora-istruzione-e-cultura non è in grado di leggere, comprendendolo, un testo semplice - come è, una volta tanto, la nota del Ministero collegata al DPCM - 
Fenomeno largamente diffuso, che non ci rassicura in nessun esponente pubblico, figuriamoci in una responsabile regionale di Istruzione e Cultura;
 
- l’assessora soffre di ansia da vetrina, patologia comune a numerose infestanti categorie di esponenti pubblici; i soggetti che ne sono colpiti esternano compulsivamente sul nulla a favore di microfono e  manifestano durevole compromissione delle sinapsi preposte alla percezione del ridicolo.
 
Per il caso in questione non si esclude la presenza concomitante di ambedue le sindromi.
 
          Certo si è che la stampa potrebbe educatamente, prima di scapicollarsi a pubblicare, far notare all’autore/autrice le palesi incongruenze/scempiaggini ed equipollenti. No, eh?  
 
          Intanto: chissà se sarà conclusa qui la felliniana surreale parade di personaggi da “esterno ergo sum”. È lecito dubitarne, l’Assemblea Regionale è numerosa.

 
Sara Di Giuseppe - 7 Novembre 2020

 La foto appartiene al legittimo proprietario ed è utilizzata al solo scopo di corredare il testo

 

mercoledì 4 novembre 2020

IL POST “SPORCO”


        Anna Casini, consigliera regionale, sulla stampa locale: “Perché continuare a “sporcare” entrambi gli ospedali? (Ascoli e San Benedetto, n.d.a.) Non perdiamo tempo, San Benedetto torni ad essere Ospedale Covid”.

 
Evidentemente, consigliera Casini, lei vive in quella fantastica marziana nuova astronave che vuol continuare a tenere “pulita”, mentre vuole (ancora) “sporcare” l’Ospedale di San Benedetto e mai quello di Ascoli.
 
Bel linguaggio, bel pensiero, bel carattere, bella scelta, bella politica. E la spara anche grossa, senza vergogna.
 
        Adesso non faccia come il ligure Toti (e come fan tutti quelli come voi), non dica che il suo post è stato frainteso, che un “collaboratore” ha scelto male le parole…
Non scusi se stessa, non accusi noi di aver capito male, perché lei è stata chiarissima. Post sporco non si lava.
 
 
PGC - 3 Novembre 2020

lunedì 2 novembre 2020

Gigi Proietti uno splendido Signore

 

E si è infilato nella lista, senza avvisarci, uno splendido Signore: 
Gigi Proietti.
 
Nel 2011, all’università di Verona, ci fu una serata in cui ci raccontò un po’ della sua vita. Lui è sempre stato grande e modesto, bello e rassicurante, probabilmente non si prendeva sul serio, ma professionalmente parlando lo era eccome, serio e bravo e maestro per chi voleva intraprendere la sua professione di mattatore a tutto tondo.

Poteva e ha potuto insegnare a tutti, suo è stato un dono, un privilegio che ha restituito senza risparmiarsi soprattutto ai giovani. Il teatro Tenda a Roma: con il suo sorriso sornione che accusava, senza pronunciarsi direttamente, la mancanza di muri avvolgenti e solidi per il teatro. Ha accettato un tendone e ne è diventato il re.
Un mattatore sempre provvisorio, al pari dell’esistere, al ludibrio dei guizzi del tempo culturale sospeso, ma indispensabile, pieno di dignità e naturalmente positivo.
 
Grazie Gigi, sono felice di averti conosciuto. Eravamo in molto più di mille e ci hai fatto ridere, sensazione magnifica, ci hai fatto riflettere, sensazione indispensabile, ci hai fatto provare consapevolezza, sensazione che si allontana sempre più.

Ma tu hai un posto speciale nel mio cuore.
Per sempre.

Buon viaggio a Te.


2 novembre 2020 - Michaela Menestrina


 

giovedì 29 ottobre 2020

La Regione e la coturnice

“… E a forza di sterminare animali, s'era capito che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.”
        [Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509]


        Ci s’è impegnata, la nuova Giunta Regionale Marchigiana. Comunicatone-stampa di questi giorni per informare la popolazione in trepida attesa che la temibile coturnice* ha i giorni contati.

“Presenza stimata di 315 capi in epoca post-riproduttiva” - recita il comunicatone - dei quali si prevede il “prelievo” (sic), dal 31 ottobre al 29 novembre, di 14 capi (sic) nell’Ambito territoriale di caccia Val di Chienti, essendo in quello pesarese “la caccia alla specie già vietata dal calendario venatorio”.
Ben 59 (letto bene: non cinque, non nove, ma cinquantanove) i cacciatori selezionati, esaminati, autorizzati - dopo aver pure partecipato a un corso! - alla caccia grossa. Con cani, perché molti di loro - prosegue il comunicatone - “sono appassionati cinofili” (qui il lettore è sopraffatto dall’emozione).
 
Considerazioni.

Com’è noto, le disgrazie non vengono mai sole (vedi il terremoto e Bertolaso, vedi il Covid e Bertolaso). 
Così non solo noi italici dobbiamo tenerci questa grossa disgrazia a cielo aperto che sono le Regioni, ma ci imbattiamo pure in figure surreali come un “Assessore alla caccia e pesca” (sic): che sembra un film di Woody Allen invece è vero.

Ed ecco che la luminosa Nuova Giunta Marchigiana sforna per suo tramite questo adrenalinico Piano Annuale per la gestione della coturnice grazie al quale - dal/al - 59 eroici sparatori, selezionati per comprovate doti di coraggio e sprezzo del pericolo, possono ammazzare sparati 14 “capi”.
Ci dice altresì che la coturnice
è “specie cacciabile con particolari precauzioni” (sono soddisfazioni, per le bestiole); e poi - pensa! - il Piano dell’ATC–MC2 è approvato pure dall’ISPRA, me cojioni!
Poi impacchetta il tutto e spedisce alla stampa locale che più veloce dell’alato Mercurio, diffonde la buona novella.
 
Insomma, che vogliamo di più dalla vita. Abbiamo questo mega organismo legislativo che è l’Assemblea Regionale, a cui paghiamo stipendi spropositati, che ci ammorba di campagna elettorale nei mesi preziosi che avrebbe dovuto utilizzare - e come quasi tutte le altre Regioni non l’ha fatto - per approntare/potenziare/razionalizzare le difese anti Covid. E che partorisce l’inimmaginabile: un “assessore alla caccia e pesca” (sic) che a sua volta, assistito amorevolmente dalla Giunta commossa, dà alla luce con doglia l'atteso primogenito, il Piano Annuale per la gestione della coturnice.

 C’è di che esser fieri e di che star tranquilli: con Regioni così e con politici così, non temeremo alcun male.
 
Intanto voi, coturnici marchigiane, steteve accuorte! Il 31 ottobre è vicino.
 
 
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La vecchia Europa è l’unico luogo dove vive e nidifica la coturnice. Lunga circa 35 cm per un’apertura alare nell’ordine del mezzo metro, questa specie presenta un piumaggio particolarmente ricco di tonalità cromatiche. La coturnice è pure bella.
Le femmine depongono fino a 15 uova in luoghi protetti, solitamente cespugli o anfratti nella roccia, mentre i pulcini vengono alimentati prevalentemente con gemme, bacche, germogli – in pratica tutta la vegetazione commestibile d’alta quota – oltre a insetti e larve.
In grado, secondo gli antichi greci, di tenere alla larga maghi e spiriti maligni, la coturnice si trova a proprio agio in pendii soleggiati e pietrosi. Per secoli in simbiosi con agricoltori e pastori, resiste sulle montagne italiane in quel che resta del proprio habitat originario. Agile e piuttosto combattiva di solito si muove sul terreno, ma non trova difficoltà a rifugiarsi sulle cime degli alberi in caso di imminente pericolo.



 
Sara Di Giuseppe - 29 ottobre 2020

 La foto appartiene al legittimo proprietario ed è utilizzata al solo scopo di corredare il testo

mercoledì 21 ottobre 2020

Ispettore Callaghan, il caso Geneviève è tuo

ovvero
Lo strano caso della targa sparita

 
       Si tinge di giallo la vicenda-Geneviève. Sparisce nottetempo la targa appiccicata sul moncone del fu motopeschereccio, recante i nomi dei Sette Santi Fondatori, pardon, dei Sette Amministratori Comunali - dal sindaco in giù - che fortemente hanno voluto il fasullo costoso monumento e tanto si sono adoprati  perché anche di loro medesimi resti imperitura memoria.
 
       Sugli autori della sparizione gli investigatori non escludono, al momento, alcuna pista. Tuttavia, pur trovandosi ormai vicini alla soluzione data la consistenza degli indizi, hanno deciso di affidare la conclusione delle indagini al rude Ispettore Callaghan, del quale sono noti i metodi a volte poco ortodossi ma sempre risolutivi.

Perché il tempo stringe, e i sospetti che gravano sui sette amministratori autocitati/autocelebrati, a cominciare dal sindaco, gettano un’ombra sinistra su questo peraltro fulgido Comune.
   
Gli indizi a carico dei Nostri sono pesanti, ahiloro, e la pista sembra condurre dritta proprio in Comune. C’era il movente e c’era il modo.

       Il movente, intanto: accortisi, per averlo letto in giro (improbabile ci siano arrivati da soli), che la monumentale cazzata li ha coperti di ridicolo (non che mancassero corposi precedenti, eh) i sette nani pardon amministratori, potrebbero aver goffamente tentato di rimediarvi facendo sparire la targa incriminata
       Potrebbero infatti aver scoperto, con attonito stupore, che autocitarsi su una targa-ricordo appiccicata (da loro) su un “monumento” (si fa per dire) non è solo il Guinness della vana-gloria, ma che – per un più di ridicolo - la targa appariva, più che celebrativa di loro medesimi, commemorativa di cari estinti (essi stessi? copertisi di glorie marinare? immolatisi in eroico naufragio?).
Via dunque la targa, avanti un’altra: al posto della prima, un temino di ringraziamento da terza elementare di scolari del maestro D’Orta. Come sempre risultando la toppa peggiore del buco, la risata stavolta è oceanica come la pesca che si sta celebrando.
 
       Il modo, poi: gli autori di sì audace blitz hanno agito sicuri, e chi più dei Nostri poteva farlo, nella certezza che non sarebbero stati “disturbati” dai tutori dell'ordine?
 
       Insomma gli indizi sono pesanti e occorre fare chiarezza, Callaghan dovrà sbrigarsi.
 
       Perchè, oltretutto, quella targa ormai è preziosa e ambita, forse ha già preso il volo, abbiamo due aeroporti vicini, anche se sono della mutua… E quella targa è unica, nessun Comune ha mai fatto una cazzata del genere.
Già le sue quotazioni sul Bolaffi salgono di giorno in giorno, e c’è chi pagherebbe qualsiasi cifra per averla: un collezionista, un Museo degli Orrori, Sotheby’s a Londra, il Banco dei Pegni, il Vaticano… 
Addirittura, se è nelle mani di ladri senza scrupoli, potremmo trovarci a dover pagare riscatti milionari!                         
 
Insomma sbrigarsi.  Dài ispettore Callaghan: il caso Geneviève è tuo.

 

Sara Di Giuseppe - 21 ottobre 2020

Lunedì 19 ottobre ore 19:32 (ph Isp. Callaghan)

 
 

 
 
 

lunedì 19 ottobre 2020

Nuovo Cinema Geneviève

         Si chiama Nuovo Cinema Geneviève, il “nostro” Cinema Paradiso sambenedettese sul mare, però funziona solo di notte e danno sempre lo stesso film: una triste sfilza di nomi di barche morte proiettata su uno “schermo” di ferro sghembo blu-scuro. Niente immagini, niente movimento, muto. Per lo spettacolo non si paga biglietto né occorre essere sedia-muniti, si sta in piedi, dura come un “corto”… Se piove, ti bagni, se dalla strada un SUV imbizzarrito sbanda e ti accoppa, amen.

         Una genialata: al moncone di prua di un ingombrante rugginoso barcone da pesca mezzo-rottamato/mezzo-salvato, aggiungi un luccicoso involucro di soldi pubblici e di sponsor santi subito, infiocchettalo con metrate di appiccicosa retorica sempre a portata di microfono et voilà, il pacco è pronto: il Monumento che mancava. Appena inaugurato in pompa magna - e in tempi di Covid! - Nuovo Cinema Geneviève è già un successo. Con il costruendo adiacente mini-anfiteatro sarà pure teatro. Clap – Clap.

          Ma è un film fasullo, come il suo Cinema. Questa Geneviève non è rappresentativa dell’autentico mondo peschereccio sambenedettese. La sua storia è corta e debole, a tratti oscura. Gli stessi nomi delle barche di quella gloriosa epopea sono sbagliati, alcuni; altri sono abusivi; altri mancano del tutto. Come se un Alfredo locale, scimmiottando l’Alfredo di “Nuovo Cinema Paradiso”, avesse fatto dei “tagli”, per paura o per ignoranza o per tutte e due.
 
  Così è improbabile che i tenaci superstiti del negletto popolo dei pescatori sambenedettesi, trovandosi casualmente - non invitati - in platea, si emozionino, si commuovano, si inorgogliscano al ricordo del loro tempo faticato, malamente e goffamente riavvolto “come di un film la pellicola”, pure senza rispetto e senza poesia.
 
    Solo la “Produzione” e il “Regista” del film, involontariamente ispirati dalla vicina - e a loro indigesta - “Scultura di parole “ di Ugo Nespolo, potranno saccheggiandola mormorare:
 

LAVORARE
LAVORARE
LAVORARE
PREFERISCO
IL NUOVO CINEMA
GENEVIÈVE  


PGC - 19 ottobre 2020


 

venerdì 16 ottobre 2020

"Immuni"

Scarica immuni e (forse) ti salvi

 

Quasi nessun Comune-Provincia-Regione (senza il quasi?) si è impegnato a comunicare la possibile utilità di immuni.

Avrebbero potuto e dovuto farlo. Magari solo con degli adesivi, a costo zero. Invece fanno spallucce, dicono che immuni non serve, che non funziona, che ruba la privacy, che scarica la batteria…

Non si sono neanche attrezzati per farla funzionare. Ignoranza, presunzione, diffidenza, indolenza. 


Ah, i politici! 


PGC - 16 ottobre 2020



giovedì 15 ottobre 2020

La (mancata) sbronza di GENEVIEVE

        L’hanno fatta bere pochissimo, la povera Geneviève. Due le bottigliette di spumante dello sponsor, altro che champagne, ma per lei solo qualche impacciato spruzzo sulla vernice fresca del moncone restaurato. Di solito, ai vari delle navi e delle barche è una festa fracassare la bottiglia (una magnum almeno) lanciandola con forza sulla prua. Qua invece c’è paura e ignoranza.

        Il fatto è che questi ben poco sanno di mare, ancor meno di storia, sono politicucci, sindacucci, assessorucci, lustri militarucci, albergatorucci, pretucci, forse non sanno neanche nuotare. 

Per loro l’importante è spettacolarizzando inaugurare, radunare popolo (anche in tempi di Covid, chi se ne frega, basta far finta di distanziarsi), una cerimonia vale l’altra, capacissimi di inaugurare in pompa magna pure un solo metro di marciapiede, sempre evento memorabile è. Fondamentale mostrarsi in favore di telecamere e giornalisti, sorridenti, eleganti, sicuri e soddisfatti, raccontare con paroloni quanto hanno lottato e “fortemente voluto” e sono stati bravi, non mancando mai di ammonire col sopracciglio alzato o irridere chi la pensa diversamente. Poi, ma anche prima, mandano veline ai giornali. Controlleranno che abbiano ben ubbidito, ovvio.

       Un pezzo di Geneviève è stato salvato dal diventare “tondini di ferro”, e va bene. Ma morta lì: non può diventare, Geneviève, il simbolo della pesca oceanica della marineria sambenedettese perché la storia non è così.

        La sua è piccola storia, a tratti ingloriosa, a tratti poco edificante, a tratti penosa per gli opachi traffici che l’hanno vista ignara protagonista (altro che simbolo di marineria): se i Nostri avessero non dico studiato ma solo chiesto in giro, lo saprebbero.
 
E la sua vicenda successiva parla anche di ottuso sperpero di denaro pubblico.
 
(I pescherecci, quelli “veri” e gloriosi, e di legno, li hanno invece lucrosamente rottamati e/o usati per fochere!)

Perciò Geneviève non può proprio diventare monumento, e parcheggiarsi (fuori contesto) in mezzo al traffico vacanziero quasi sulle strisce blu (e dopo aver scacciato i cani dal proprio legittimo spazio). E’ volgare e offensivo, come quasi tutte le scelte di questo Comune.
 
Anche Geneviève lo sa, lei non ha colpa. Anzi, per la tristezza voleva prendersi una sbronza.

Manco quella. 
 
 

PGC - 15 ottobre 2020 


 

martedì 6 ottobre 2020

SULLA VIA DEL TRAMONTO

Non è un film e neanche il titolo di un libro 'rosa' dai risvolti drammatici, ma un report visivo di una mia passeggiata all'imbrunire (oggi 6 ott. 2020), in compagnia di Balù. Lui annusava il terreno, io osservavo lo stesso, ma dall'alto. Quello che vedevo mi ha sollecitato e ho preso lo smartphone. Questo è il piccolo album fotografico dopo circa un'ora e mezza di cammino. 

Credo che 'l'inizio inchiesta' sia promettente, e anche se fossero lo zero virgola per cento i cittadini poco 'accorti', faranno sempre migliaia di pezzine verdi in giro per la città e in acqua e altrettanti 'burini' in circolo. 

Aggiungo una cosa soltanto, che è più una precisazione: l'avrei raccolte tutte queste mascherine, solo se fossi stato equipaggiato con dei sacchettini (anche a mani nude), ma non li avevo. Sarà per il prossimo giro. 

Un'altra cosa: a Sben è più facile imbattersi con le colonnine dell'Enel, del gas, del telefono, dei pedaggi e delle cassette postali che con dei cestini porta rifiuti. Devo dire che spesso incenso di puzza il percorso che va dalla merda del mio cane al primo cestino disponibile segna-miglio. 

A seguito di queste piccole e modestissime osservazioni, ho pensato che alle prossime consultazioni comunali presenterò / proporrò una lista civica: la CDS, Cura ambientale, Decoro urbano, Senso civico. Credo che per una città turistica come Sben basti questo progetto, e poco più, per far vivere meglio i cittadini e far arrivare, e tornare, i preziosi 'bagnanti' che tanta economia sostengono. Il 'poco più', di cui sopra, è riferito alla gestione di qualche stipendio pubblico e carriera politica. Cose di poco conto... e poca fatica. 

Bene! Voglio essere ottimista sul numero di mascherine che si troveranno a terra, perché penso che l'un percento di noi (cittadini burini) può essere scovato e ripreso con la vigilanza dei vicini e soprattutto dei congiunti. 

Comunque, anche oltre questo recente fenomeno dei DP dispersi in ogni dove, la CITTA' è veramente sempre più SPORCA. Ma do' stanno 'sti spazzini operatori ecologici? Forse saranno più dirigenti in P.A. che responsabili del decoro urbano?! Intere strade e aree pubbliche da mesi lasciate a "fratello Sole e sorella Luna" con l'aiuto di Eolo e Giove. Mi sa che in Comune abbiamo dei grandi santoni che non sanno neanche pregare... 

 

PS: Ci sono due foto che non comprendono mascherine: una è il panorama serale in spiaggia e l'altra è un... Forse levato in acqua perché fastidioso? 

 

Francesco Del Zompo 


 

sabato 26 settembre 2020

Avec le temps… Juliette aussi s’en va

 

Seguendo le tracce (mai sbiadite) dei passati Festival Ferré 

tra i manifesti scoppiettanti di colori forse il più bello è il suo.

Di qua Lei, smagliante menhir con gli occhi da gatta,

e di là un’esplosione di note musicali da combattimento

che cantano la vita e la morte

con malinconica poesia, vibrante politica, ossigenante utopia ed eleganza francese.

Festeggiammo insieme i suoi “giovanissimi” quatre-vingts

incredibilmente a San Benedetto! 

Quando c’era ancora il Ferré, e c’era il Calabresi,

il “nostro” Theatre de la Ville di Parigi 

dove JULIETTE GRECO ha cantato per l’ultima volta…   

Però col tempo sai  / col tempo tutto se ne va 

e anche Juliette s’en va 

Tout va (pas) bien     

 

PGC - 24 settembre 2020


 

lunedì 14 settembre 2020

Tanta di quella Forza Pubblica...


Tanta di quella Forza Pubblica da mandarci tutti all’OSPEDALE

     San Benedetto, Rotonda Giorgini, sabato 12 settembre, ore 18,30 circa: sul palco, una sparuta rappresentanza ibrida di Candidati Regionali; in basso - distanziato a casaccio e avaro di mascherine - il “folto pubblico” (forse così ai giornali è stato ordinato di dire e così dicono) di un’ottantina di anime, tra precettati, inconsapevoli passanti e cotti turisti.  
Per accattare voti si dibatte di OSPEDALI (urca!): dei due “vecchi” (Ascoli Piceno, San Benedetto) e dell’ipotetico “nuovo” (a Centobuchi? a Pagliare? sulla costa ‘ndo cojo cojo? magari su ruote per spostarlo dove si vuole?) che quasi nessuno dei colti oratori - disorientati anche dalle sonore fischiate - dice con chiarezza di volere ancora, ma fino a ieri eccome se lo volevano.

      Un prudente comizietto, insomma, modestissimo non solo nei numeri... Ma blindato da matti.
Sì perché impressionante ed eccessiva - sempre che non fosse una mascherata teatrale con comparse ben truccate e addestrate - è la cornice di Forze dell’Ordine parcheggiate ai bordi della Rotonda, schierate in minacciosa evidenza, armate fino ai denti che nemmeno la temibile Gendarmerie di Macron contro les gilets jaunes.
Polizia, Carabinieri, Finanza, Guardia Costiera, Vigili urbani… e poi, va da sé, i “protettori civili” dalle divise fluorescenti taglia 4XL, non mancano mai.

     Hanno tutti il cipiglio da grandi grossi e cattivi, ti guardano, ti osservano, ti soppesano. Gente anche venuta da fuori in trasferta, poi piangono che non hanno i soldi per la benzina. Perfino 2 potenti furgoni blindati, con reti di ferro alle finestre, da riempire di gente menata e ammanettata.
      Quando s’alzano i fischi drizzano le orecchie, quando serpeggiano i mormorii fanno un passo avanti buttando la sigaretta: pronti e scattanti (si fa per dire). Se comandati a cazzo, interverrebbero anche con le cattive - mica sono venuti a fare le belle statuine - per mandarci tutti all’Ospedale, cioè ai 2 Ospedali che ci sono, buoni e dignitosi pur se cronicamente in affanno nei Pronto Soccorso, si sa.

          Per questo i nostri politici vorrebbero un nuovo Ospedale? O piatto ricco mi ci ficco? La seconda.
 


PGC - 13 settembre 2020

Immagine a puro scopo illustrativo

lunedì 7 settembre 2020

Un altro MAGRITTE a RIPATRANSONE


         Il primo Magritte-cappello di agosto si era improvvisamente volatilizzato  -  un colpo di vento, o era stato rubato - ma è subito arrivato il Figlio, che si è sistemato sullo stesso alberello del Padre. All’ingresso del Duomo. Anche lui non in bombetta ma con un informale “panama” - marchigiano? - abbastanza vissuto, poco elegante per quel nastro bicolore proprio stonato, e pure un po’ spavaldo per l’assetto troppo sulle ventitré. Ma l’importante è che Ripa non sia rimasta senza un Magritte, accontentiamoci.

         Il parroco ancora non se ne cura (forse sta cercando un bravo regista per filmarlo), mentre i tiepidi “messaroli” già si sono abituati a questa abusiva presenza davanti alla loro casa, al massimo gli buttano sguardi compassionevoli senza fargli la carità. In compenso, il nostro “figlio di Magritte” riscuote grande successo tra i testardi turisti che finalmente hanno qualcosa da fotografare, e anche tra gli sfatti ciclisti prima dello svenimento, che lo prendono per una Visione anche se non mistica; alcuni maturi olandesoni arancione col bel logo stilizzato 076 sulle magliette, dopo svariate birre, quasi volevano portarselo al museo di Amsterdam per piazzarlo vicino alla “Pipa che non è una pipa”… 


         In questi tempi di volo basso, lo puntano con sguardo avido perfino i Candidati Consiglieri alla Regione che negli orari giusti pattugliano la piazza in formazione compatta, indecisi se stendergli il santino col nome e la foto: bisognerà dirglielo, a questi, che il saggio Magritte non vota…
Ma soprattutto diverte da matti i bambini,che anzi lo amano: titubanti gli s’avvicinano, lo sfiorano, lo accarezzano, ci parlano! e ridono ridono…

Mi sa che gli unici successi dell’estate ripana sono questi due Magritte-di-Chiesa: Padre e Figlio.
Saremo famosi.



PGC - 7 settembre 2020


venerdì 4 settembre 2020

Philippe Daverio inascoltato a San Benedetto


    Saremo stati più di 500 all’Auditorium comunale di San Benedetto, anche in piedi, il 18 giugno di 10 anni fa ad ascoltare la “Lectio Magistralis” di Philippe Daverio. Pubblico vario delle grandi occasioni. Tra gli immancabili sfaccendati attirati solo dal nome illustre, c’erano anche fior di amministratori, politici, tecnici, professori, intellettuali, professionisti… oltre a una sparuta rappresentanza di architetti in erba della facoltà di Ascoli organizzatrice dell’evento.

      Daverio, al solito, fu splendido. Ma letteralmente ci bastonò, ce ne disse di tutti i colori, di come avevamo ridotto il nostro bel territorio, l’ambiente, le case, le strade, i luoghi pubblici, gli alberghi… “L’architettura qui non esiste”. Ci diede tutti voti negativi, più che negativi. Bocciatura solenne. Abbiamo applaudito sorridenti.

      Il giorno dopo relazionai intitolando “Che è successo a San Benedetto?”, le precise parole di Daverio.*
      Adesso Philippe Daverio ci ha lasciato. [Se ne vanno i migliori, i peggiori restano. Anche nel suo campo]
Noi oggi guardiamoci intorno e ammettiamolo: Daverio qui è passato invano, non l’abbiamo né ascoltato né capito.
     
      Siamo perfino peggiorati, di brutto. Altro che Passepartout.

PGC - 3 settembre 2020         


***

* “Che è successo a San Benedetto?”

*BID  Biennale Int. del Design   PHILIPPE DAVERIO: Conferenza   18. 6.10 h 17.30   Auditorium S. Benedetto Tr.


       Non gli perdono, almeno io, l’ora di ritardo [mi dicono che Daverio c’è abituato, ad arrivare ore dopo]: se non altro perché, costringendomi nell’attesa a ri­-osservare automaticamente l’architettura del posto, ancor più m’irrito e mi deprimo. E qua parlano di Design...
Né mi consolo quando lui quasi subito, ad inizio conferenza ci mette il carico stroncando l’estetica del nostro relativamente nuovo Palazzo di Giustizia. Per nostra/sua sfortuna c’è passato davanti poco prima d’arrivar qui. Inizia così, con un violento e raffinatissimo affondo contro la nostrana urbanistica fluida - “dove è caduta è caduta” - senza grammatica, in piena rottura di linguaggio nel suo rapporto col paesaggio.
 

       “Che è successo a San Benedetto? ” se ne esce accorato, dopo 5 ore di  macchina da Firenze.
 E’ vero che la Toscana l’hanno troppo e leziosamente ricostruita che pare finita ieri sera, ma un po’ di cipressi ancora resistono. E’ vero che l’Umbria l’hanno saccheggiata a colpi di voluttuosi Bed & Breakfast e di spaventosi Centri Commerciali, ma le Marche almeno all’interno sembravano un po’ salvarsi, con alcuni passaggi esaltanti, tra colline parallele e spontanee, inseminate di non troppe case simil-coloniche rimesse a posto con sufficiente garbo e rispetto. Quasi come certo sud della Francia o certe lande tra Svizzera Austria e Baviera. Dai guai della moderna trasformazione post-bellica Daverio, dell’Europa, salva poco, pochissimo dell’Italia. Forse esagera. Certo non salva nulla di qua, della Riviera. E a ragione.

       Dovrebbe parlare di Design, Daverio. Ma come se ne può parlare, se prima non si rimette mano al paesaggio, riordinandolo - “il paesaggio non è Dio, ma l’Uomo” - e non se ne riscoprono con umiltà la Grammatica e la Poesia?  E’ una serissima questione sanitaria. Vivendo nel degrado visivo (oltre che sociale, politico, economico ecc.), magari tra mobili Aiazzone o, peggio, tra specchi e arredi finto-Luigi14, non puoi né pensare né concepire il bello. Ti abitui al brutto, cosa che col bello non succede:  al bello non ci s’abitua, al brutto sì. E pure senza dolore.
Quindi, prima devi togliere le brutture, “magari col tritolo”. Solo dopo puoi riprogettare e ridisegnare, ma ricorda: la creatività si forma sul linguaggio, il linguaggio sulla grammatica.
Il Design viene dopo, è altra cosa. E’capacità di progetto sano e semplice che affonda sì nel talento, ma che oggi necessita anche di tecnologia, di comunicazione efficace, di ricerca… e di mercato. E poi basta con questo fallimentare Capitalismo da Concessione, si passi al Capitalismo Competitivo, si superino le vetuste contraddizioni tra Industria e Artigianato.

      Per compiere in fretta (non c’è più tempo!) tutto questo processo serve una RIVOLUZIONE . Punto.

      Certo che si può fare. Oggi, nel pianeta, noi-Italia siamo una micronicchia, che per risorgere ha bisogno “solo” di un’altra micronicchia. L’1% che cerca un altro 1%. Non serve conquistare la Cina. Ma dobbiamo essere rigorosi, concentrati, implacabili, fino - magari fosse - alla confisca dei beni dei colpevoli (che conosciamo e sono tra noi) del massacro architettonico, ambientale, abitativo ecc. Cambiar registro.

      Dopo Cesare Augusto, dopo Cosimo il Vecchio, ci può essere una 3ª volta in cui noi italiani (Daverio non lo è, lui è mezzo francese, per forza ama poco Dante Tasso e Leopardi, ma poi non ci credo, a lui piace giocare e provocare, ma che classe…), dalla formidabile e unica eredità culturale, ci riprendiamo la posizione di leader per campare meglio di adesso e meglio degli altri, che hanno altri DNA.

       Grande Daverio…davvero. Doveva parlare di Design e ha parlato invece di Grammatica e di Linguaggio. Non di Poesia, non di Arte. Ha parlato di vita, di politica. No alla Repubblica Presidenziale e SI alla “Rivoluzione”. NO al capitalismo da concessione e SI a quello da competizione. SI all’Eredità Culturale e NO al Bene Culturale. SI al Museo di città diffusa, vivo, con strumenti che suonano e non mummificati (S. Cristina di Bologna), NO a Biennali imbarazzanti o a Maxxi di malefiche quanto furbe archistar…

       Quanti PASSEPARTOUT, per guarire i guai. Poi ci sarebbe il Design, si capisce. Ma è un’altra storia.


PGC - 19 giugno 2010




domenica 23 agosto 2020

Ognuno ha il MURO che merita


        Cosa non si fa per coccolarsi un muro littorio del ventennio, se per molti è un muro maestro!


        All’ex stadio Ballarin di San Benedetto, per esempio, prima di far qualcosa per finalmente rivitalizzare - reinventandola - l’intera area, si buttano con fascistica rapidità qualcosa come 250.000 euro per ripristinare le vestigia (si fa per dire) di uno spezzone di muro definito littorio - ma di normalissimi vecchi mattoni - che ne delimita(va) il lato ovest.
Ovviamente con la complicità della Soprintendenza Regionale (e locale), che non si sa se è più ignorante o nostalgica.

Dopo la cura da cavallo, questo muraccio disadorno e cadente, senza alcun pregio né storico né artistico né architettonico (né sportivo), è diventato un’assurdamente attraente ma inutile stecca bianca lunga circa 100 metri, con solo qualche inserto in mattoni (quelli littorii, dell’epoca) talmente ripuliti che sembrano nuovi o lavati con Ace. Parlino le foto. E parli pure la scanzonata vignetta che ne prefigura l’imminente inaugurazione: il destrorso sindaco che dopo essersi arrampicato su una scala volante ci cammina sopra - forbici in resta, con sprezzo del pericolo - mentre sotto di lui la Soprintendente applaude commossa, quattro musicanti in grande uniforme e stendardo percorrono la via Morosini, e le Frecce Tricolori passano a volo radente sulle sterpaglie da steppa kazaka del desolato Ballarin.


        Questo nostro non orgoglioso muro-del-pianto, si dice, costituirà il muro divisorio delle due carreggiate di via Morosini. A mo’ di guard-rail: geniale. Ma prima, lungo, bianco e liscio com’è, diventerà anche irresistibile calamita per i nostrani incoercibili imbratta-muri sempre in gara con Banksy.
Anzi non è escluso che a Banksy in persona gli giri di farci un blitz in incognito, giacchè è in mostra qua a Ferrara fino al 27 settembre. Intanto avvisiamolo, e suggeriamogli come tema il fascismo sambenedettese…


  PGC - 23 agosto 2020




lunedì 17 agosto 2020

Il Cinema è in debito

ZéRO de CONDUITE
Il Cinema è in debito



       
Lo è con Gabriele Brancatelli, che lo ha amato dedicandogli tutta la vita, senza esserne corrisposto: il Cinema si è fatto pagare, selezionare, catalogare, vendere, affittare, ovviamente guardare. Niente più di questo, e Gabriele, senza troppo darlo a vedere ne era dispiaciuto e deluso: perchè di questa sua passione aveva fatto un lavoro, la sua videoteca “Night and Day” al centro di San Benedetto era sempre la più fornita di film, attuali e d’antan, appena usciti o introvabili e rari.

Anche quando il Cinema cominciava a decadere a colpi di mode e di tecnologia, di televisioni, di devianze commerciali e di mattanze di sale cinematografiche, il Gàbri restava incrollabile punto di riferimento.
Si era fatto i “suoi” personali cataloghi con i Registri Buffetti, il “suo” archivio con le putrelle di ferro di Malavolta, aveva le sue collezioni, le sue rarità. Di Cinema sapeva tutto, era lui l’enciclopedia, altro che internet.  Aveva tutto in testa. E sapeva raccontartelo, il Cinema: quel mondo in gran parte perduto di grandi registi, attori, poeti, teatranti, artisti, comparse, montatori, fotografi… quasi te li recitava uno ad uno. Con quel suo resistente slang morbidamente milanese ma simpatico, senza picchi di volume, con quel sorriso a volte preoccupato, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così
E anche con quei guizzi di cabaret, l’altra sua antica passione.


        A Milàn, infatti, se da bambino quasi di nascosto s’era nutrito nel cinemetto sotto casa di traballanti pellicole in bianco e nero o a colori slavati, da ragazzo era entrato per caso nell’orbita del cabaret primordiale delle taverne dei Navigli, o al Giambellino, e poi al “Derby”.
Conobbe bene quel mondo, e lo frequentò:  i Cochi-e-Renato, i Gaber, i Boldi e Teocoli, gli Andreasi, i Lauzi, gli Jannacci, i Patruno, gli Svampa… la Milano degli anni ’70/’80, Barbera e Champagne
Ancora fino all’altro ieri gli capitava di nominarli, questi personaggi, di cui tirava fuori le intimità, le anime, le debolezze, le passioni; Gabriele poteva essere uno di loro, ma la vita gira come le pare, e gli ha “lasciato” il Cinema.
Che non si è comportato bene, non l’ha aiutato nei momenti bui, non gli è stato amico.
Come quelli di noi che, adoperandosi per salvare il suo immenso patrimonio di cassette e DVD che per disgrazia sarebbe finito nella cassaforte di uno spietato creditore, durante la sottoscrizione pubblica durata mesi non hanno mai parlato di chi quel tesoro l’aveva creato, e nei comunicati Gabriele Brancatelli è divenuto semplicemente "un privato".

Dicono il suo nome solo adesso che è morto. 


E non basta: il ricordo istituzionale “dimentica”, in mezzo ai retorici svolazzi, di averne avvilito per anni la straordinaria competenza e la leale professionalità riducendolo a noleggiar cassette e dvd in due inadeguate anguste stanzette della Biblioteca Comunale, pomposamente definite “Mediateca Comunale”, con quel materiale prezioso e raro ammucchiato alla meno peggio.

E con la faccia contrita non trascura di ricordare che oggi “la collezione di Gabriele, un tesoro di oltre 10.000 titoli è proprietà dell’Associazione Blow up”.

“Zéro de conduite”, appunto.


PGC - 17 agosto 2020




domenica 16 agosto 2020

“LA VITA È UN CIRCO”…

Civitanova Danza 2020

Monica Casadei / Artemis Danza
I BISLACCHI
omaggio a Fellini
Teatro Rossini – Civitanova Marche
11 Agosto 2020   h 21.30



“LA VITA È UN CIRCO”…
 
        … Così diceva Fellini, ed oggi è la danza a farsi circense, nell’omaggio di una coreografia sapiente all’ineguagliato “poeta del cinema e del circo”.

         Si veste degli arabeschi della danza e dell’eleganza dei corpi quest’universo felliniano che il tessuto musicale - le armonie di Nino Rota - frammenta nel colorato esplodere di quadri in movimento. Narrazione in cui il reale, il fantastico, l’onirico convergono e paiono essere tutt’uno con quel circo che è la vita, di cui sembriamo noi stessi i clown, goffi o disinvolti, allegri o disperati. E zampilla d’irriverente ironia, la danza, trascolora dalla sensualità al dramma all’elegia, ricompone e ricrea scenari e atmosfere, figure e trame di intramontate favole felliniane.

        La “spudorata voglia di raccontare” da cui nasceva quel cinema si esalta nella lingua di una danza che di quella narrazione ricrea il barocco, la coralità, il vitalismo: quella visione del mondo, insomma, che in Fellini era soprattutto sguardo interiore. Ed ecco gli scampoli di storie sciorinati sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiati nei colori e nei suoni di un danzare fastoso che all’eleganza dei corpi unisce la talentuosa espressività di mimi dei sei danzatori.

       Qui sentiamo che è forse, la danza, la forma di ricomposizione del pianeta felliniano che meglio si avvicina - nella leggerezza, nella poesia, nella visionaria creatività - all’immaginario geniale del regista, a quella sua certezza che se anche “siamo fatti della sostanza di cui son fatti sogni”, è pur vero che “ È una festa, la vita ” come dice Guido/Snaporaz in Fellini 8⅟₂ .
        Di quella “festa”, il circo è componente centrale. “Presepi alla rovescia”, i circhi, arabeschi di meraviglie e sarabanda di “bislacchi”: creature stravaganti, artisti improbabili, donne bellissime e maghi. E di clowns, soprattutto - emblema della duplicità della natura umana - che l’immaginario felliniano tramuta in arte e incolla indelebili al cuore di ognuno: come l’elegia del “minicirco zingaresco” di Gelsomina, di Zampanò, del Matto, di quegli universi di solitudini e di silenzio che la grazia della danza disegna e sublima.
     Con la stessa forza evocativa delle sensuali atmosfere della prima parte, i danzatori si fanno clowns, e mimi e macchiette straordinarie, per disegnare un buffo anarchico colorato microcosmo di caos apparente che la rigorosa tecnica di ogni singolo movimento riesce a far sembrare gioco facile e scanzonato. 

        Non solo un magnifico spettacolo: anche affettuoso, colto, trascinante omaggio di artisti all’artista che ha attraversato la nostra storia con la leggerezza dei geni, l’umorismo sottile e  la bonomia dei grandi; che nel suo “sciamanesimo misterioso” - così lo definisce Andrea Zanzotto - ci ricorda ancora che ogni sogno è possibile. Come quello di ricominciare da qui, dalla entusiasta, contagiosa (ops), professionale caparbietà dei danzatori, dalla tenace resistenza di questo teatro-a-metà, al 50% - forse ancor meno - dei posti .

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Debbo fare una confessione imbarazzante”, amava dire Fellini: “Io sul circo non so niente; mi sento l’ultimo al mondo a poterne parlare con conoscenza di storia, di fatti, di notizie. E, d’altra parte, perché no? Anche se non so niente, io so tutto del circo, dei suoi ripostigli, delle luci, degli odori e anche degli aspetti della sua vita più segreta. Lo so, l’ho sempre saputo. Fin dalla prima volta si è manifestata subito una totale adesione a quel frastuono, a quelle musiche assordanti, a quelle apparizioni inquietanti, a quelle minacce di morte
      [Claudio Monti, “Fellini, il mondo visto con gli occhi del clown”, 2011]

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Sara Di Giuseppe - 15 agosto 2020
 


 Le immagini presenti nell'articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo
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giovedì 13 agosto 2020

“Questo non è un cappello”


[MAGRITTE a Ripatransone]

      Quest’evento si son dimenticati di sbandierarlo, ma l’inafferrabile Magritte è con noi. Tutti già lo ammirano con sguardi interrogativi e lieti, da circa una settimana si è insediato proprio all’ingresso del Duomo, su un basso alberello senza storia. Dati i tempi, invece della elegantissima bombetta, ha però adoperato un più disinvolto cappello “estivo”, forse made in Italy (in quel di Montappone), o forse in China…


      I visitatori, a frotte, fanno mille congetture. Di chi sarà mai?...

-         di un turista frastornato dalle bellezze di Ripa?

-         di un fedele convinto, confusosi nell’indossare la mascherina?

-         di un infedele pentito?

-         di un contadino alla ricerca del Museo della Civiltà Contadina?

-         di un “passeggiatore solitario” in vena di surrealismo?

-         di un enigmatico pensatore che voleva grattarsi la testa in libertà?

-         di un malinconico cliente del Bar Centrale che cercava un bistrot?

-         di un poeta-filosofo stregato dai tramonti di Ripa dietro al Duomo?

-         di un disperato candidato alla Regione entrato a pregare?

-         o è solo il “cappello di paglia di Firenze” di Narciso Parigi*?

      Mistero. Però l’alberello sotto al cappello sorride, sta diventando famoso…


      Mentre Ripa, con i suoi musei quasi sempre chiusi, è come se si ritrovasse gratis un museo all’aperto sempre aperto, con un unico pezzo pregiato, un simil-Magritte!  Un gustoso paradosso (surrealista) da diventar famosi.


Pensaci parroco, prima di mandare il “nostro” cappello all’Ufficio Oggetti Smarriti.


* https://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%20%3Chttps://www.youtube.com/watch?v=qnResR5gaGA&list=RDz37BWHSqJjA&index=2%3E

PGC - 13 agosto 2020


martedì 11 agosto 2020

VOTARE IN CHIESA


     A settembre dove andremo (dove andrete) a votare?           

     Se non si potranno utilizzare le scuole, per i noti motivi, dove allestiranno i seggi? Mica è facile trovare migliaia di sedi alternative “giuste”. Infatti tutti le cercano, pochi o nessuno le trovano. I sindaci stanno impazzendo.    
       
     Invece è facile: utilizziamo le chiese.             

     Sono dappertutto, sono spaziose (hanno pure i banchi, come le scuole). Tutti sanno come andarci. Se vanno bene per messe, matrimoni e funerali, andranno bene pure per votare. “Sono a norma”. Istruzioni facilissime: il tuo seggio è la chiesa di San Francesco, o di San Giuseppe, o della Madonna della Marina, di Santa Chiara, del Duomo, di Santa Rita, dei Frati… 

Raccomandazioni (oltre al distanziamento e alla mascherina): oggi vietato pregare e vietato cantare, come anche inginocchiarsi davanti al candidato, che ovviamente non dovrà fare “prediche”, neanche fuori della chiesa.           

     ZAC, votare in chiesa! Magari ti viene l’ispirazione… e prendi i voti.           

     Votate Fratres! ____________    Quasi quasi…               


PGC - 10 agosto 2020