giovedì 2 luglio 2020

La lezione di Bergamo (e quella di San Benedetto)

Rapìan gli amici una scintilla al sole,
A illuminar la sotterranea notte
       [U. Foscolo, Dei Sepolcri, 1807]


       28 giugno 2020. Bergamo, Cimitero monumentale. La Messa da Requiem di Donizetti commemora le vittime del Covid: arriva da un tempo lontano, si posa sul nostro tempo flagellato, sulle ferite di chi è rimasto. Riempie di sé il crepuscolo, canta il dolore dell’uomo, eterno e uguale.

       La mascherina sul volto dei musicisti e dei componenti del Coro colpisce, il suo messaggio ha la “triste maestosità” delle eclettiche architetture che di questa scena sono austero fondale.
       Dove maggiore è stato il lutto, dove il nemico inumano e invisibile si è alleato con umane colpevoli inettitudini perché il dolore non risparmiasse alcuno, dove tutte le ferite sono ancora aperte, qui si distende il dialogo delle voci e degli strumenti, qui si posa la lirica solennità del Kyrie, il vocabolario armonico dell’Ingemisco, del Lacrymosa, dell’Offertorio, del Libera me, e con essi la pietà del compositore che come i suoi concittadini sperimentò su di sè la malattia e il lutto.

       Lezione di compostezza, cui il confuso presente disumanato e carnascialesco ci ha disabituati; e composte sono, di quella tragedia, le immagini che un’attenta sobria regia lascia scorrere con misura: della carezza donata, dall’anonimo/a nel suo marziano scafandro, a chi lascia la vita ed è solo; della fatica senza tregua che spezza l’anima prima che il fisico; del dolore raccolto di chi rimane; e ciascuna immagine è una michelangiolesca Pietà che troppo a lungo si è fatta realtà quotidiana.

       Altra e diversa lezione - solo due giorni prima - dalla passerella di quaggiù, affollata di pagliacci grotteschi, insulto e offesa a quel dolore, a quella fatica, a quei lutti. L’arrivo di Matteo Salvini in tour elettorale a San Benedetto del Tronto è nella sua scomposta sguaiataggine il negativo dell’Italia vista a Bergamo.

       Selfie, strette di mano e abbracci hanno titolato gioiosi i quotidiani locali senz’ombra di critica. Ad accogliere quello che ad incancellabile onta di noi italiani è stato anche Ministro dell’Interno, i degni suoi simpatizzanti: dal sindaco Piunti che gli regala il trito librone di rappresentanza con strette di mano e mascherine abbassate a distanza ravvicinatissima; da gruppi festanti in un carnevale estivo di abbracci e selfie e pacche sulle spalle, e perfino alcuni giovani di colore - non altrimenti spiegabili se non come organizzati o prezzolati - a fare selfie atletici con lo statista che il mondo ci invidia e a dargli la stura per la battutaccia da “fagiano lesso” (cpr. Andrea Scanzi).

      Tutti senza mascherina, si capisce, vicini vicini e droplet libero per tutti.

       Collaudato è il rituale accatta-consensi e sarà vincente, stiamo sereni. Il "Cazzaro verde" è sempre andato col vento in poppa nelle nostre cittadine dalle cene fasciste con tanto di presenze istituzionali, e signoreggia nella leghistissima Ascoli.

       Se questa è l’edificante lezione offertaci dallo squallido teatrino locale - col suo tana libera tutti e via le mascherine e vai con gli abbracci - mentre stampa locale, cittadini, associazioni, benpensanti e bellagente se ne stanno silenti o plaudono compiaciuti ma anche invidiosi - conforta almeno sapere che un’altra Italia c'è e noi l’abbiamo vista, a Bergamo.

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       “Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai un insieme, un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo
       [A. Manzoni, I Promessi Sposi - cap.XXXII]



Sara Di Giuseppe - 1 Luglio 2020



domenica 21 giugno 2020

IL VIRUS SEMPLIFICATO

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“… poiché la follia è del tutto consona alla specie umana
       Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia – 1509

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        Dell’era geologica pre-Covid conoscevamo il 730 semplificato, poi il virus ci ha rivelato i presidenti di Regione semplificati, e dopo ancora ecco la Maturità semplificata (le disgrazie non vengono mai sole); la burocrazia semplificata è attesa per cena.


        Oggi conosciamo, in più, la quarantena semplificata del Calcio, assoluto colpo di genio firmato Figc, Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile e stanze dei bottoni assortite.

        Funziona così: se il contenimento del contagio richiede che per un positivo o malato accertato, plotoni di congiunti-qualunque-cosa-voglia-dire e parenti fino al nono grado e amici, colleghi, conoscenti e la cassiera che t’ha fatto lo scontrino, se ne stiano 14 giorni in quarantena e il gatto di casa pure lui va sorvegliato chè non si sa mai, per un calciatore contagiato invece, solo lui va in quarantena e non la squadra al completo, l’allenatore, la panchina, il tosaerba Ferrari turbo e le gradinate dello stadio.

Semplice, no? Anzi, semplificato.


        Genialata degna del pianeta calcio - fucina di agili intelligenze e vivaio di fulgido pensiero - cui s’accompagna sacrosantamente che Ministero, vertici calcistici del tutto scevri da interessi di bottega, inguaribili politici-tifosi e decisori di rango abbiano riesumato tutti i campionati, lasciando quelle cassandre di medici e immunologi e virologi a stracciarsi le vesti. Dovrebbero sapere, le cassandre, che calciatori e tifosi sono virus-repellenti: su di loro il coronato non attecchisce, Atalanta-Valencia docet (San Siro, 19 febbraio).
Anzi, ciascuno di noi mortali contagiabili dovrebbe munirsi di un tifoso o di un calciatore come del Vape antizanzare o come amuleto, altro che vaccino.


        Va da sé che a campionati riaperti, i tifosi lungamente repressi festeggeranno il festeggiabile: non solo a Napoli, certo, ma in qualunque stadio e città si giochi e si vinca (perfino a San Benedetto, se per la categoria miracoli & affini la Samb vincerà qualcosa). Sono soddisfazioni.

        D’altronde la ripartenza dei campionati si basa sulla ben riposta fiducia nella compostezza austroungarica delle italiche genti, il cui senso civico fa scuola nel mondo.
        E’ vero, qualche animula vagula blandula avrà candidamente pensato che, con la partita napoletana giocata a porte chiuse, i tifosi avrebbero festeggiato a casetta loro intorno al tavolo di cucina con lo spumante, le mascherine e niente abbracci e figurarsi i baci tempestosi, al massimo dai balconi l'Inno di Mameli  a palla. Fesserie.
E poi lo dice pure De Luca – e De Luca è uomo d’onore – che il contagio non c’è più, gli dispiace dover riporre il lanciafiamme.


        Anzi diciamo la cruda verità: il virus non c’è mai stato e non esiste, è solo un complotto ordito dai poteri forti in combutta con Bill Gates, Nonna Abelarda e la Banda Bassotti per dominare le masse.
Sappiamo pure che le lunghe colonne di camion militari con le bare di Brescia e Bergamo erano scene sapientemente girate in studio con sofisticata regia, proprio come il finto sbarco sulla luna nell’ottimo film “Capricorn One” di Hyams. E che le immagini delle sterminate fosse comuni nella brasiliana Manaus, Stato di Amazonas, sono montaggi elaborati da mistificatori senza scrupoli per diffondere il panico.

        Tuttavia, a voler proprio esser previdenti e saggi, perché non si sa mai / non si sa mai / quello che al mondo ci può capitar - cantavano Cochi e Renato - le immagini delle sterminate fosse comuni amazzoniche dovrebbero esser stampate su poster giganti, e issati questi ultimi in bella evidenza dentro e fuori gli stadi di calcio, nonché nelle piazze, e ad ogni angolo di strada delle nostre città, qualcuno in più nei quartieri della movida frequentati dai notturni avvinazzati microcefali. Con funzione di memento mori come le Danze Macabre del tardo Medioevo, gettonatissime durante le periodiche pestilenze. O no?


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       «Un contesto così socialmente aggregante ed empatico come il calcio è l’antitesi dei comportamenti che si devono avere nell’emergenza sociale di un virus. Una minaccia per definizione».
Corriere dello Sport, intervista a Francesco le Foche, immunologo all’Umberto I di Roma.

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Sara Di Giuseppe - 21 Giugno 2020




giovedì 11 giugno 2020

"Una giornata al mare" *

a San Benedetto e Grottammare in tempo di COVID

            *Giorgio Conte e Paolo Conte (1971) - PGC 


Una giornata al mare
solo con la mia mascherina
Sono venuto a guardare quest'acqua e la gente che c'è
col sole che splende più forte la gabbia di 1 metro cos'è

Cerco ragioni e motivi di questo Virus
ma l'epoca mia è fatta di poche ore...
cadon sulla mia testa
i plexiglas degli chalet

      Guardo una petroliera
      non parla è straniera
      Faccio due strilli ad un tizio seduto su un SUV più in là
      un SUV che sa di gasolio, di soldi, di stupidità
      Laggiù sento guardie gridare
      non si può! non si può! non si può!
      Mi fermo a guardare dei droni volare...

            Tu sei rimasta a casa
            tanto io non lavoro
            Nelle ombre di un sogno, forse in una birreria lontano dal mare
            con solo una multa e un mattone

            Una giornata al mare
            di sicuro per morire
            Nelle ombre di un sogno, forse in una birreria lontano dal mare
            con solo una multa e un mattone.


PGC - 10.6.2020






lunedì 8 giugno 2020

Astronavi al tempo del colera


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«I've seen things you people wouldn't believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate.

All those moments will be lost in time,
like tears in rain.

Time to die.»

(Blade Runner,1982)

 
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       Ho visto cose che noi umani non avremmo immaginato, nel nostro tempo sconvolto dal contagio. Ho visto corpi militari extramondo presidiare città e contado. Ho visto cacciatori di taglie inseguire fuggitivi tra le dune sabbiose delle spiagge, disperdere con lanciafiamme torme di untori; ho visto droni intelligenti perlustrare foreste e campagne, elicotteri in assetto mimetico braccare ogni forma di vita in movimento.
Ho visto androidi organici - in tutto simili agli umani, ma con gravi difetti di fabbricazione - governare le Regioni, parlare uno slang sconosciuto - detto cityspeak - e, sottoposti a test, tradire nei tempi di reazione anomali e dissociati la loro natura aliena.

       E ho visto astronavi scendere fra noi - a Milano, a Civitanova Marche - in realtà urbane confuse e distopiche, dalle quali chi ha potuto è da tempo fuggito riparando nelle colonie extramondo.

       Poco si conosce di queste forme di vita galattica finite qui alla deriva: si favoleggia di equipaggi composti di androidi che avrebbero perso memoria dello scopo originario della missione e dell’esistenza stessa di un mondo esterno. All’occhio umano, nelle loro raggelanti geometrie esse appaiono disabitate; non si esclude tuttavia che gli occupanti siano mantenuti in uno stato di ibernazione o di animazione sospesa.

       Gli scienziati ritengono trattarsi, con ragionevole certezza, di macchine autoreplicanti che sfrutterebbero le risorse trovate nel sistema di destinazione per creare copie di sé stesse e riprodursi all’infinito. Due intanto, le “Bertolase” - in gergo tecnico - già replicate.
La ciurma delle Bertolase risulta composta da un comandante eponimo e da un insieme eterogeneo di replicanti umanoidi: frutto di ingegneria genetica che ha dato loro sembianze di presidenti, sindaci, assessori, funzionari, tecnici regionali, essi sono privi dell’esperienza di vita vissuta che caratterizza invece gli umani e sono per ciò stesso incapaci di relazionarsi con la vita reale.

       Del comandante eponimo - l’androide “Bertolaso” - si sa soprattutto che scompare a tratti per ricomparire in altri luoghi al comando di nuove formazioni aliene: progettato dall’ingegneria genetica per rispondere a compiti disparati, è come ogni replicante dotato di competenze artificialmente innestate e di una fallace consapevolezza di sé.

       Le due astronavi, monumento all’ambizione senza freni e ad inconfessati interessi, col loro tragico pallido scheletro inutilizzato sono destinate a fare i conti con realtà che sfuggono pericolosamente al loro controllo, e probabilmente a gravitare per sempre nel vuoto come l’antica astronave Anomalia, scomparsa da tempo nel sistema solare con tutta la sua ciurma.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire


Sara Di Giuseppe - 7 Giugno 2020




sabato 6 giugno 2020

Scuola Curzi adieu! (2)

  
TUTTI ASSENTI MENO UNO: ASSENTI


            A pochi giorni dall’indisturbato feroce abbattimento della povera nostra scuola, vengono sradicati oggi anche tutti i grandi alberi intorno che la facevano respirare.


    Pure stavolta, quelli che potevano e dovevano opporsi erano (quasi) tutti assenti:


-         La FORESTALE (da quando l’hanno carabinierizzata è grigia come il cemento)

-         I POLITICI-parolai dell’opposizione consiliare (in lockdown permanente)

-         I vecchi-VERDI (estinti) e i nuovi-VERDI (impresentabili)

-         SEGAMBIENTE

-  Il Comitato di Quartiere (figuriamoci gli altri 15 CdQ della città, che addirittura   minacciavano “azioni eclatanti” tipo le dimissioni in blocco, ah ah ah)

        
  E manco c’erano “liberi” cittadini sufficientemente incazzati (insegnanti, professionisti, commercianti, imprenditori, pescatori, sindacalisti, pensionati, albergatori, preti, poeti, scrittori, studenti…)

    Tutti prudentemente assenti, oh yes!

    Meno uno: Assenti



PGC - 4 giugno 2020



lunedì 1 giugno 2020

Come prima, più di prima


1)    Lottizzazione di Via del Cacciatore

2)    Lottizzazione di Via Mare

3)    Lottizzazione di Area Brancadoro



                    Tre Varianti Urbanistiche futuristiche, previdenti, furbone.


                    Il cacciatore che andrà a Brancadoro passando per Via Mare
                   
camminerà sempre su case e palazzi senza scendere mai.


                    In caso di COVID, come se non uscisse mai di casa.


PGC - 31 maggio 2020



mercoledì 27 maggio 2020

Le 3 piramidi (poco faraoniche) di San Benedetto

Costruite anch’esse dai gatti come quelle egiziane, 
ma dai nostri gatti del Porto.


Sono i discendenti di quelli, e abitano nei cunicoli e negli anfratti lì intorno:

-          L’anziano striato di scuro, zoppo e con un occhio solo

-          La bianca e nera sempre incinta attorniata dai suoi ex piccoli, 

           ormai indipendenti

-          La pezzatina superforastica dal pelo dritto

-          Il nero-tinta-unita contemplativo

-          L’altro nero con la macchia bianca, miagolante e affamato cronico

-          Il tigrato dagli occhi verde oliva, la coda arricciata e l’aspetto acrobatico

-          …

           Nessun gatto Sphynx, che sarà pure aristocratico ed egiziano ma è senza pelo: i nostri ruspantoni non ci tengono a essere chiamati "spelacchiatoni".

           I nostri gatti del porto sono ovviamente bravissimi a costruire piramidi, ma non di pietra, le fanno di cemento. Niente massi da trasportare, niente schiavi egiziani nè architetti tra i piedi: basta uno stampo e una colata di cemento. Tutto più facile e veloce, alla fine le piramidi sono pure più belle.

           Poi qua il cemento abbonda: basta rubarne un po’ nei tristi crateri di scuole e alberghi e cinema abbattuti, dove al posto di quelli nasceranno cubi di cemento stupidi e kitsch da vendere a banditi e pollastri.

           Insomma le 3 piramidine di San Benedetto (foto non-Baffoni allegata), le uniche al mondo bagnate dal mare, meritano una visita.

Per la Sfinge (di cemento) c’è invece da pazientare, i nostri gatti sono pigri, non gli piace sudare, le loro 12 vibrisse ne soffrono…
 


PGC - 26 maggio 2020



sabato 23 maggio 2020

SCUOLA “CURZI” ADIEU

Ti hanno venduta e abbattuta per mancanza di alunni, erano sempre Assenti

Ma gli Assenti son tornati, in visita a congiunti/parenti/cugini. Nella Fase-2 si puo’.
      
Scesi indisturbati in città già nella Fase-1 (ma anche prima) i Lupi erano pronti.
Avevano preparato il terreno, l’azione, i tempi. E oggi, sfoltita la “foresta” intorno, ZAC, ti hanno attaccata e sbranata. WOW…
Senza che nessun cacciatore del Comune lì a due passi sparasse un colpo.
E senza un pianto di Piunti, si capisce.

Eppure tutti erano stati informati, tutti sapevano, tutti aspettavano.
Già, i Lupi fanno paura… ma pure gli Assenti sono così potenti?

Comunque adieu, cara amica Curzi [a scuola ci si chiamava col cognome]
Diventerai un cubo di appartamenti vuoti e somari. Scrivono CUBE invece di cubo…



 PGC - San Benedetto, 22 maggio 2020




venerdì 22 maggio 2020

La lingua del contagio

ovvero
L’Italiano al tempo del colera
   
“Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”
(Pasquale Villari, 1866)

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       C’è qualcosa d’importante che la catastrofe del contagio ha messo a nudo in questi mesi nel nostro Paese, oltre al bubbone di una Sanità pubblica tragicamente nelle grinfie delle Regioni. Riguarda la nostra lingua, la sua condizione di malata terminale che l’elefantiasi dell’intero sistema dell’informazione mette ogni giorno sotto i riflettori, insieme con i tratti meno lusinghieri della cosiddetta identità nazionale.

       Se la lingua “esprime chi siamo veramente”, la nostra dice oggi ciò che siamo diventati in qualche decennio di malgoverni e impoverimento culturale (da sempre fisiologicamente a braccetto); di disinvestimenti in conoscenza, furbescamente sacrificata al totem della “crescita”; di populismi al grido di “carmina non dant panem”. Strategie vincenti nella trasformazione, da cittadini che (un po’) eravamo, in sudditi, e a cui dobbiamo gli ultimi posti europei nelle graduatorie OCSE in fatto di literacy (competenze linguistiche) e numeracy (competenze matematiche).

       Così, nella Babele pandemica del terzo millennio, mentre ci scopriamo tutti scienziati da bar con solide competenze virologiche infettivologiche epidemiologiche declinate in salsa anglofona, ci tocca come aggravio di pena l’ascolto coatto - quasi orwelliano - di politici dal bagaglio lessicale di 100 vocaboli ad esser generosi, di giornalisti in affanno di sintassi, di mezzibusti televisivi dimenantisi tra le rapide di una lingua che non controllano, risucchiati dal vortice di parole ed espressioni decentrate di senso.

       Più facile comunicare per slogan, questo si preferisce fare e si fa. Viene in aiuto il pescare a casaccio, come dentro il baule in soffitta, nel disordine di tutti i possibili linguaggi settoriali che tornino utili alla bisogna; di ognuno si sceglie il peggio e se ne spalma ogni sorta d’informazione e comunicazione: dai giornali alla tivù, dai social alla conversazione privata, al cicaleccio da bar dopo-riapertura.
I campi semantici fra cui spaziare abbondano, dalla guerra agli sport in genere, ma quello militaresco la fa da padrone, per antica e mai perduta vocazione italiota dall’Impero romano in su.

      Così di siamo in guerra - siamo in trincea - vinceremo - vinciamo - abbiamo/non abbiamo vinto grondano le cronache, la pubblicità, gli ispirati discorsi petto in fuori di chiunque abbia un microfono davanti alla mascherina (con una solida ricaduta comportamentale: i soldatini veri in tenuta mimetica e mitra caricati e spianati a controllare/sanzionare - come dimenticarlo? - i pensionati in gita di piacere al supermercato).
     Siamo un popolo di patrioti, che volete farci, inno di Mameli - bandiera a portata di finestra o balcone - mano sul cuore - tricolore pure sulla museruola.

     E se alla preistoria del contagio il mantra ”Io sto a casa”, duplicato nelle varianti “Restate a casa” e “Rimanete in casa” ha segato i nervi anche alle anime pazienti e pie, indotto qualche espressione greve pure in quelle in odor di santità, sollecitato legittime pulsioni omicide nella gente comune - non meno dell’Andrà tutto bene, dell’Insieme ce la faremo (facoltativo “un cazzo” nel finale), dei canti patriottardo/condominiali - più avanti nel tempo, poi, verbi a trazione anteriore come ripartire, locuzioni come rimettere in moto, o addirittura il mistico risorgere - più adatto alle note circostanze - hanno rubato la scena e le pagine e i palinsesti, sono dilagati nelle veline giornalistiche, hanno scatenato orgasmi collettivi in conduttori e conduttrici di talk show.

    Così dopo il lockdown (il più inquietante “confinamento”, nella nostra lingua ormai straniera) è il momento dell’orgia: non quella delle movide ritornate e dei funerali oceanici e delle benedette feste mafio-religiose che in questo gioco dell’oca ci rimanderanno tutti alla casella di partenza, bensì l’orgia linguistica dell' “abbassare la guardia” col suo contrario “non abbassare la guardia”. La cui accezione - evocatrice di ludi pugilatori e scintillii di spade - pur inefficace contro le aggregazioni di cui sopra, è musica per la parte migliore di noi, quella che non vede l’ora di unirsi a coorte e schierarsi in occhiute ronde di quartiere per stanare gli indisciplinati e gli irresponsabili e giacchè ci siamo pure il vicino di casa che sempre m’è stato antipatico.
     
      Il meglio dei prodigi linguistici da analfabetismo di ritorno l’abbiamo avuto  nelle interviste e nelle dirette televisive: dalla (s)grammatica creativa di Bonaccini con un suo raccapricciante “chiedavamo”, al fine eloquio di un sindaco qui vicino che intervistato sui provvedimenti anti-covid parla dei “sistemi migliori che meglio si calzano (sic) nel nostro territorio”… E  avanti tutta a infilar perle…

       Siamo un grande popolo, lo dicono anche i giornaloni e i presidenti-(s)governatori di Regione, cosicchè nulla abbiamo da temere, e metteremo in fuga il virus guardandolo fisso negli occhi e battendo con forza il manganello sugli scudi come nelle cariche di alleggerimento.
Ci manca un po’ di linguaggio, è vero, ma non si può avere tutto; e poi per arringar le folle non serve la Treccani, basta qualche slogan dal costrutto elementare, fa niente se sgarrupato, piazzato nelle zone erogene e le contagiate folle saranno tue.

      Se poi qualcuno vorrà proprio fare il saputo, lo si rimetterà severamente al suo posto: come Mike Bongiorno, quando al concorrente che incauto aveva sparato un’espressione latina disse perentorio “No no, qui niente lingue straniere!”.


Sara Di Giuseppe - 21 maggio 2020



mercoledì 6 maggio 2020

QUELLO CHE CI MANCAVA

ovvero
Gli sceriffi, i Savonarola, i Bertolaso, al tempo della Fase 2


        È stato bello, il nostro 4 maggio di riconquistata parziale libertà. Ancor più perché allietato dai nostrani campioni del comico che mai in quest’infinita quarantena si sono risparmiati per tener su il nostro morale  stremato.
Stavolta il momento del buonumore è il furgone della Protezione Civile (egià) che il 4 maggio batte le strade di San Benedetto diffondendo il nuovo messaggio alla cittadinanza dell’imperdibile performer Sindacopiunti.

        Lunghetto il testo, per essere itinerante: calcolando durata della fonica e andatura del mezzo, i fortunati cittadini incrociati lungo il percorso ne avranno ascoltato chi la prima parte, chi quella centrale, altri ancora soltanto quella finale. Con effetti esilaranti se nel ricostruirlo volenterosamente a posteriori ne avranno mescolato i passaggi, o perfino invertito l’ordine.

        Non per questo ne sarà sfuggito l’alto contenuto morale. Perché il testo, in una vertigine di registri da montagne russe, alterna il bastone alla carota: e se prosaicamente addita nel lavar le mani e indossar mascherine e guanti i baluardi della salute di questo medioevo ritornato, s’innalza poi a vette di lirismo nell’evocar gli “spazi di libertà che a prezzo di grandi sacrifici ci siamo riconquistati” (è la Festa della Liberazione ad aver suggestionato, molto suo malgrado, Sindacopiunti?); scende quindi a precipizio a fustigar severo “chi non rispetterà le regole” - per quegli sciagurati “non ci saranno sconti”!  -  e ancora su, fino all’acme emotivo di quel “grazie ancora per quello che state facendo” (qualunque cosa abbia voluto dire).

        Non basta. Appena il giorno dopo ecco il nostro Savonarola arringare la desertissima spiaggia sambenedettese con un audio-sermone diffuso da Pubblicentro: modalità e contenuti che sarebbero inquietanti se non fosse che il riso vince di prepotenza.

        È quello che ci mancava, nella tetraggine del presente.

Costretti, i Sindaci-Sceriffi, ad accantonare lo sceriffismo degli ultimi mesi (ah, quei corroboranti inseguimenti in spiaggia per acciuffar camminatori solitari e runners!), ecco pronti i Sindaci-Savonarola a rampognar le folle, a un passo dal “Ricordati che devi morire” seguito dal “Sì sì mo me lo segno” dell’indimenticato Troisi.

        È quello che ci mancava, anche, nel surreale smarrimento di ogni normalità, la prosa d’arte di questi sermoni in overdose di gerundi e in deficit di consecutio e sintassi…
   
      Ma li capiamo, l’occasione per i protagonismi delle starlettes locali è troppo ghiotta perché se la lascino sfuggire.

Così:  là un sindaco tuona che il lungomare di Sant’Elpidio “troppo pieno, è un disastro”;  qua, un comitato di quartiere vuol chiudere (sic) le spiagge a San Benedetto di sabato e domenica “per i troppi visitatori” (visitatori?!); più in là, il sindaco di Acquaviva Picena comunica che i “Volontari del Gruppo Comunale” insieme a quelli di Radio Club Piceno faranno ronde per intercettare i “cittadini che male hanno interpretato gli ultimi decreti” (sic); al Cimitero sambenedettese si entra coi numeri come al supermarket poi i numeri finiscono e rimane il custode a contare gli ingressi col pallottoliere, finché i congiunti (!) dei cari estinti cominciano a entrare di soppiatto dal retro, “dalla zona dove insistono gli uffici” (insistono?!).

        Detiene però sempre saldamente la maglia rosa, tappa dopo tappa, il Presidente sforna-ordinanze, che oggi dalla Regione finalmente consente la raccolta di funghi e asparagi selvatici - come potevamo farne a meno? – mentre purtroppo per salire in moto in due bisogna essere conviventi (duro colpo al sogno di molti di saltare sul sellino della prima moto di passaggio e agganciarsi allo sconosciuto conducente); ma soprattutto  consente, vivaddio, la toelettatura dei cani: magnifica orwelliana inversione di ruoli che vedrà animali gioiosamente freschi di parrucchiere accompagnare umani dalle chiome incolte e dal folto pelame (e pure con la museruola igienica).

        E’ quello che ci mancava.

E tuttavia non è il peggio che ci capita: il peggio è veder planare ancora una volta sulle nostre disgrazie - come su quelle milanesi - il Guido Bertolaso che ha attraversato anni e governi e catastrofi a cavalcioni della sua palla di cannone come il barone di Mϋnchhausen; il Bertolaso dio dei terremoti, dei rifiuti, degli incendi, dei G8, dei siluri nucleari nel Golfo di Napoli, della SARS, dei Mondiali di ciclismo, del Giubileo, del post-terremoto di Haiti, dei Paesi africani in via di Sviluppo e, oggi, delle pandemie; il Bertolaso che tanto meritò a capo della Protezione Civile nei tempi lucrosi del pregiudicato Berlusconi e del terremoto dell’Aquila. 
        Il peggio è assistere, ancora e sempre impotenti, all’opaca tela tessuta oggi dalla Regione Marche intorno all’erigendo Fiera Hospital di Civitanova - con Bertolaso padrino - uguale a quello partorito - padrino ancora Bertolaso - dalla Regione Lombardia, in Fiera pure quello, guarda un po’: inutili costosi dannosi “provvisori” Ospedali Covid-19; plateale sintesi, ambedue, di errori e orrori, incapacità e arroganza e - va da sé - robusti interessi politici e di saccoccia
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        “Si vedevano gli uomini più qualificati senza cappa né mantello […], negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature […] per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno di loro…”

A.Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXIV
 


SaraDi Giuseppe - 6 Maggio 2020





martedì 5 maggio 2020

Per tutti quelli... (fase 2)

[lettera ricevuta da amici di Verona, domenica 3 maggio 2020]


Per tutti quelli che sento lamentarsi da ieri sera (compresa la CEI), per una fase 2 simile alla fase 1 propongo:

60 giorni dentro tute ermetiche, occhiali, visiere, notti insonni, colleghi sclerati, bipolarismo estremo, psiche sotto stress, morti in corsia, colleghi e amici che diventano pazienti, medici che al posto di visitare diventano anch'essi pazienti, pazienti a cui muoiono figli e non riescono a vedere il loro corpo e salutarlo, case di riposo e nonni ammazzati… 

Ecco, a voi tutti che vi lamentate da giorni, in trepida attesa della Minchia di tintarella, pensate solamente a una cosa. 
Secondo voi, alla ripresa dei contagi, la Sanità pubblica ripartirà e reagirà con la stessa forza d'animo? 

Avete idea delle ore trascorse vestiti da astronauti? (e non è ancora estate…)

Avete idea dello stress che ci portiamo al ritorno nelle nostre case? 

Avete idea di come andiamo al lavoro, ogni santissimo giorno, con la paura del contagio? 

Avete idea di quanti sono stati e saranno i tamponi cui veniamo sottoposti? 

Avete idea delle distanze a cui siamo obbligati noi lavoratori nei reparti COVID?

Allora se non avete una cazzo di idea, ascoltate quel povero Conte con umiltà, ed eliminate le ideologie di Salvini e Meloni che consentitemi, non si possono più né ascoltare né vedere… 

Tacete, poiché siete ignoranti in materia e pregate (a casa) che non ci siano ricadute perché noi tutti, intendo noi che lavoriamo con la pandemia (con tutto rispetto per chi è a casa con i propri cari da 2 mesi) siamo stanchi di questo virus, e delle minchiate che vengono dette.

Scusate per lo sfogo e per la parola MINCHIA ripetitiva... ma è un intercalare voluto e dovuto.

Amen.

Dottoressa Francesca La Paglia
del Reparto COVID ospedale di Enna


sabato 18 aprile 2020

La partigiana Carolina

La ricchezza delle partigiane
della guerra pandemica
sono macchine da cucire
ben oliate sui tavoli e usate a testa bassa.
A tempo indeterminato.
Aghi e fili, stoffe multicolori
artistiche che cambiano destinazione.
Archiviate coperte quiltate e arazzi per mostre
di là da venire, si passa alle mascherine, sì quelle
che le case di riposo non hanno.
Nell’RSA ci abitano i vecchi dimenticati
dalla sanità, esposti a loro insaputa
alla loro vita a termine. Oggi. 
Ma il termine l’hanno decretato le priorità, 
le disattenzioni, la mala organizzazione,
l’incapacità e la sottovalutazione dei potenti
di turno, quelli che abbiamo votato, 
non il tempo propizio a lasciare la vita terrena.
Questi signori responsabili 
potranno dormire sonni tranquilli, impuniti
hanno regalato a piene mani sonni eterni
anticipati e solitari a nonni e nonne italiani.
Due generazioni spazzate via.
Tamponi, sanificazione, mascherine,
guanti sono la nuova ricchezza.
Agli ultimi la ricchezza non è mai appartenuta.
E le donne, che ricche non sono mai state
ma infinite sì, assemblano nascoste in ritirata.
E si espongono di coraggio.
Organizzazione senza infrangere le regole:
ciascuna fa non più di 200 metri,
inforca una bicicletta o corre con zaino
in spalla; scambio veloce di aghi, perché 
si rompono, fili, perché finiscono,
elastici, anche quelli da mutande
dei tempi andati,
modelli di mascherina triplo strato
per campione, così i destinatari
potranno inserire un pezzo di carta forno
che è meglio di niente, o un assorbente
con la parte adesiva da mettere all’esterno.

Luci accese anche di notte nelle case delle partigiane
perché le richieste sono esagerate.
Migliaia di pezzi. Da confezionare per ieri.
Problemi? Nessuno.
La rete delle forniture si apre
di generosità, le pezze di stoffe
scendono dagli scaffali di negozi chiusi
perché certe chiusure si possono infrangere.
Eccome.
Le partigiane moderne sono figlie e nipoti
di quelle dimenticate negli ospizi.
Alle donne coraggiose senza camici e protezione
spetta la consegna di un pezzo di vita indispensabile.
Anche questa volta. E i pacchi giungono puntuali
a chi rimane vivo per miracolo. Voilà.
Grazie di cuore partigiana Carolina, sei per me simbolo
di ogni Nobel della vita. Di tutte le donne nutrienti come te.



Michaela Menestrina - 17 aprile 2020


Nuovo look al tempo del Covid19-20-21...

Guardo i pantaloni della tuta
divenuta ormai divisa condivisa dai più 
dietro troppi vetri chiusi, occupati
da sguardi più delusi che speranzosi
di Pierrot impregnati di lacrime calde.
Ma di nuovo supponenti di diritti. 
Troppo presto, abbiamo solo fretta.
Sono macchiate di rosa le tute
non seguono una texture
si formano casualmente
spruzzo dopo spruzzo da
miscela salvifica d’acqua e candeggina.
Fragranze orientaleggianti esclusive
hanno lasciato posto
all’acre odore della sopravvivenza
che disinfetta maniglie, chiavi, tavoli,
scarpe, bagni, cucine insieme
a una variegata massa di tutorial
ogni giorno, più volte al giorno.
Le macchie casuali sono nuova geografia,
ci ricordano grafici, cluster, morti 
che non vogliamo decodificare seriamente.
Noi a comporre i prossimi centomila? 
Quanti alla fine, perché fine non è! 
La fine è nelle mani dell’invisibile.
Fase un, due, tre, un due, tre.
Abbiamo paura, una fottuta paura
di annoverarci tra questo sgradito
contributo storico del secondo millennio.
Siamo vittime in attesa di questa guerra
silenziosa, eppur talmente assordante
perché ci toglie il fiato...
E allora spruzziamo finché ce n’è.
E corriamo dietro a noi stessi, 
ai nostri comportamenti smascherati.
Le macchie non volano caro Sepulveda,
non hanno coraggio. Si posano e
lasciano il segno, come pezze al sedere
nell’anima. Ma ci regalano memoria:
ci ricordano che libertà è pari a felicità:
attimi che abbiamo sprecato invano.


Michaela Menestrina - 17 aprile 2020

martedì 14 aprile 2020

EFFETTO COLLATERALE

 ovvero
La divisa ai tempi del colera
 
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        “Queste medesime parole, Vediamo come va […] furono pronunciate dal Ministro che in seguito precisò il proprio pensiero, Volevo dire che potrebbero essere quaranta giorni, ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant’anni, bisogna però che non escano”.

J.Saramago, Cecità, 1995

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     Diffusa a livello nazionale e più ancora locale, la “Sindrome da Divisa” - endemica nel Belpaese di provata vocazione destrorsa e fascistoide - si acutizza quale effetto collaterale di situazioni particolarmente gravi o addirittura emergenziali, inducendo nelle categorie e nei soggetti colpiti una mutazione psicofisica del tipo L’incredibile Hulk (esclusa la colorazione verdastra).

        Dopo i bidelli scolastici dei bei tempi andati, con le loro strisce dorate e rosso-viola sul colletto della giacca e che incutevano terrore pure al preside, oggi la vertigine della divisa è più che mai trasversale, che tu sia nei corpi militari o civili, e ti dice che dall’alto di quella tu puoi controllare, indagare, accusare, sanzionare, sentirti Minosse che avvolge la coda intorno a sé più volte e il disgraziato va giù di altrettanti gironi d’Inferno.
E non basta, poserai in parata con sindaci e autorità, e gazzelle e volanti, e droni ed elicotteri in minaccioso volteggiare sopra i berretti.  Sono soddisfazioni.

       
Vedi per dirne una, sabato 11 aprile vigilia di Pasqua-al-gusto-covid. Schierati per la foto di gruppo come in gita scolastica, le Polizie locali di Grottammare e di Cupra Marittima - in divisa, of course! - e i rispettivi sindaci Pierre-Gallin e Pierre-Simon (separati alla nascita, i due?): “soddisfatti di questa unione di forze […] per monitorare insieme i due territori a tutela dei cittadini” (sic) in irresponsabile assembramento (ma con mascherine, eh!): roba da sanzione immediata e conseguenze penali.

Manca, o ce lo siamo perso, il numero dell’equilibrio in piedi sulla moto in corsa, ma qualche lezione ci giunge comunque chiara dalle performance circensi gentilmente offerte.

        Per esempio, un certo modo di intendere l’esercizio del potere, sintetizzabile nella filosofia del Marchese del Grillo, il noto io-so’-io-e-voi-nun-siete-un-cazzo: per il quale il controllore può violare, e passarla liscia, le stesse norme sul rispetto delle quali è tenuto a vigilare. I sudditi intendano e si adeguino.

        Segue nella pratica, a mo’ di corollario, un esercizio dell’autorità che vede il tutore della legge esibirsi in prove muscolari con sacrificio di sé e sprezzo del pericolo, meglio se su obiettivo piccolo e insignificante perché lì si vince facile.
Così ecco “l’autorità” nella sua schematica divisa da poliziotto inseguire sulla spiaggia il runner ma quello corre di più, è più leggero e meglio (s)vestito e se la squaglia veloce e all’autorità le fanno la respirazione bocca a bocca.
Ecco “l’autorità” sanzionare il tizio intercettato mentre sta a 300 metri da casa propria invece che a 200 - ogni sindaco decide qual è per lui il metraggio lecito, vuoi mettere che gusto - con una supermulta che neanche al sequestrato Force Blue di Briatore. (A proposito, ci sono percentuali, sulle multe? chessò, per incentivare e motivare i tutori dell’ordine...).
Ecco, ancora, “l’autorità” perlustrare in elicottero il deserto intorno e, incurante di sperpero di pubbliche risorse, con quello abbassarsi rombante sul camminatore solitario (un untore di certo, che altro sennò?).
      
       Ciò che conta insomma è sentirsi più in alto del miserando mortale sulla rampa di lancio del potere. Dove al gradino più basso, in attesa di decollo, ci sono i delatori, gli spioni del vicinato: se non proprio l’orwelliano “fanciullo eroe” che denuncia i genitori, è certo il “vicino eroe” che dalle serrandine abbassate vigila occhiuto e denuncia. 
Quindi via via innalzandosi, ecco le “orrendamente belle” divise, le mostrine, gli alamari, le medaglie, i cappelli a due piani che non entrano nelle automobili, ecco i gradi - li vedremo presto cuciti sulle mascherine! - ed ecco i sindaci (le enormi fasce tricolori col batacchio dorato abbagliano meglio delle divise) e più su ancora, ecco i “governatori” cosiddetti: ah! l’ineffabile godimento del proprio nome dato a un’ordinanza, a una circolare più severa... Ci sono cose che non si possono comprare…
Più si sale, più il cipiglio è fiero, feroce il ghigno, minaccioso il dito puntato contro di te che, diosolosa come, tramavi contro la salute pubblica…

       In questa Pasqua di bontà farlocca, di retoriche a buon mercato, di andratuttobene al mulino bianco, di tricolori e inni patriottardi che col contagio c’entrano come la mia gatta Pippi, di volemosebbene alla nutella da farsi venire una carie al giorno, una sensazione si affaccia chiara, fastidiosa e tenace: che l’accanimento censorio e sanzionatorio, lo zelo autoritario e non autorevole che si propaga per li rami dei poteri locali medi, piccoli e piccolissimi, non sia da parte di tutti questi che unvendicarsi” sul cittadino-suddito delle proprie colpevoli inettitudini, frutti malati di un potere coltivato come fine a se stesso, ignaro della nozione di bene pubblico, e che nell’autoreferenzialità ha il proprio marchio di fabbrica e il proprio peccato originale. 


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        “Disgraziatamente […] le aspettative del Governo e le previsioni della comunità scientifica andarono semplicemente a rotoli”.
J.Saramago, Cecità.

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Sara Di Giuseppe - 13 Aprile 2020



mercoledì 8 aprile 2020

Lu Mamò

"Agli inizi del secolo scorso, a Pescara del Tronto, durante la processione in onore della Madonna del Soccorso, un bimbo piangeva in braccio alla madre affacciato ad una finestra mentre si accingeva a transitare un grande crocifisso sorretto da un membro della Confraternita. Stanco ed infastidito dagli stremiti del fanciullo, il vecchio portantino alzò il volto del crocifisso all'altezza del viso del bambino piangente esclamando: " tatte zitte! Sennò te facce magnè da lù Mamò". Il bambino tacque ma non sappiamo quale trauma si portò dietro per il resto della sua vita." 

Questo era uno dei racconti preferiti da mio nonno che spesso mi narrava episodi grotteschi ed esilaranti accaduti nell'eterna sfida a colpi di sberleffi tra il mio paese e quello di Pescara del Tronto. Prima di andare a letto ripensavo alle sue storie e fantasticamente cercavo di farmi un'idea di come poteva veramente essere fatto "Lù Mamò", questo mitologico personaggio delle sue favole, bestiale e gigantesco, fino a quel caldo mattino d'estate in cui... io, un bimbetto gracilino di otto anni che girovagava spesso fra i boschi, sovrastanti il mio piccolo paese di montagna, imboccai un sentiero sconosciuto che attraversava un fitto bosco di querce. 
Non sapevo bene dove conducesse quella mulattiera ma non avevo la minima paura di perdermi tanta era la voglia di esplorare nuovi territori. Attraversato diagonalmente un ripido pendio mi ritrovai perso in uno scenario fantastico; si aprii ai miei occhi una piccola valle che si snodava serpeggiando a ridosso di un ruscello verso i picchi dei Monti della Laga. Presi una stradella sul pendio destro al lato del ruscello che nel suo corso tortuoso, formava di tanto in tanto delle cascatelle con piccole piscine naturali. Sentii di colpo uno strano crepitio, mi girai di soprassalto e vidi in uno spiazzo nero al lato della strada, una specie di cono piramidale alto più o meno tre metri, tutto ricoperto di terra e muschio con un grande pennacchio di fumo nero sulla cima mentre tutt'intorno c'erano tizzoni neri spezzati e un'enorme quantità di cenere. Ed ecco apparire all'improvviso tra il fumo ed i rami un'enorme gigante, un mostro tutto nero con gli occhi cerchiati di bianco che avanzava con passo pesante verso di me. Il suo sguardò mi bloccò, trattenni il fiato deglutendo e pensai subito: "Lu Mamò!" iniziando a correre a perdifiato verso casa. 
Mia madre notò subito la mia pallidezza e la mia agitazione chiedendomi il motivo del mio malessere. In silenzio ascoltò il mio racconto esplodendo in una risata: "Ti rendi conto di quanto può essere ingannevole la tua piccola mente fantasiosa, l'uomo che hai visto dietro le "Macchie" era Pietro Santolini il carbonaio di Colle che ha affittato il bosco di Augusto per fare il carbone di legna. 

E così scoprii che quel giorno non avevo incontrato "il mitico Mamò" ma uno degli ultimi carbonai. Persone speciali che sanno ancora parlare con gli alberi e domare il fuoco, sanno capire il vento e rispettare i ritmi delle stagioni e della natura con gesti, movimenti ed espressioni inalterati da secoli, che rivelano un'armonia ed un'antica sapienza tramandata da generazione in generazione, che vive e si rinnova ad ogni rituale di creazione del carbone di legna.


Vittorio Camacci - 5 gennaio 2018 

per UT 63 "La bestia" (numero non pubblicato)


martedì 7 aprile 2020

Un posto al sole (considerazioni a fior di pelle)

Certe esperienze che viviamo in prima persona, ci danno il senso vero di come vanno e potranno evolvere le cose, da oggi in avanti. O in che modo riusciremo veramente a superare questo periodo. Di come cioè ci ritroveremo a vivere una volta ripresa la 'normalità'. Si dice molto che tante cose cambieranno, dai rapporti personali a quelli lavorativi. Ma vorrei non illudermi e anzi vorrei già da ora vestirmi di una giusta 'corazza' che protegga i miei nervi dalle disillusioni. La sensazione è che le differenze aumenteranno (non solo tra ricchi e poveri, ma tra forti e deboli, tra tutelati e non protetti, tra "salvati e sommersi"), e che le aspettative create da uno Stato 'materno' e rassicurante a parole, più vicino ai deboli e meritevoli, avranno un effetto boomerang. "Nessuno sarà lasciato solo; Non ci scorderemo di nessuno; Tutti gli italiani avranno i mezzi per sostenersi…". 

Moltissima gente rimarrà delusa, a cominciare da chi ha vissuto e vive il dramma della perdita, sia dei propri cari che di possibilità economiche e lavorative. Non illudiamoci insomma. Sarà una guerra giorno per giorno, per la sopravvivenza e l'affermazione delle singole esistenze. Ognuno penserà a sé stesso, ai propri stretti familiari forse più di prima del coronavirus. Chi ha maggiori mezzi, è già fuori dalla mischia. Come se non bastasse molti verranno mortificati dalla burocrazia, e non solo da quella statale, ma anche da quella stratificata nella storia italiana del XX secolo, cresciuta fuori misura negli 'scaffali' di ogni ente. Tutti gli altri sgomiteranno per guadagnarsi "un posto al sole". 
L'Aquila, Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata e tantissimi work in progress materiali e immateriali, doceo.

Francesco Del Zompo - 7 aprile 2020


lunedì 6 aprile 2020

Franco Toselli e Lisa Ponti

Un saluto per Lisa da Franco; era il 9 di aprile...

La vera anima di Lisa è la matita
Santa Matita è un suo disegno.
Non sono un artista lo diceva sempre
è vero non ne aveva bisogno
aveva tutti i doni delle fate
e dopo aver dormito mezzo secolo
a 70 anni ha preso la matita e le stampelle,
le Sorelle Grimm erano in attesa
così è nato il mondo di Lisa Ponti
l'infanzia per sempre come Mozart
nel disegno di Lisa il tempo è sospeso
il flauto magico è una matita
e i disegni sono le prime note di una dolce vita
con l'orso al violino l'asino che beve la luna
Leone buono e rosa Carmen.
Lisa ha l'azzurro nello sguardo
e il pensiero verde di una rana.
Dopo una sequenza di undici starnuti
la matita scorre sul foglio come una carezza
Lisa chiede aiuto alla neve
e si nasconde sotto una foglia
i disegni volano come aerei di carta
gli amici aspettano con le finestre aperte,
il postino è il vento di primavera
la sua matita prende ordini dall'alto
Gio Ponti è al settimo cielo...

Franco Toselli - 6 aprile 2020

Lisa Ponti, per UT 34 L’indiscrezione, matita e pennarelli su carta A4, 2012

venerdì 3 aprile 2020

L'elzeviro ritrovato di Giuseppe Piscopo

Ciao caro Frank,
l'altro giorno mettendo ordine nella cartella di UT ho trovato l'elzeviro mai pubblicato esattamente il numero 63, il tema era la Bestia. Ero solito per non arrivare all'ultimo momento anticiparmi. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere leggerlo. Con un po' di nostalgia.
tuo, pepe

Il 30 marzo scorso Giuseppe mi ha scritto questo, allegando un testo che inoltro a tutti gli amici di UT (sotto in foto) e a chi avrà la 'pazienza' di leggerlo. Un messaggio in bottiglia, preparato al tempo, e per tempo, e poi lasciato nei flutti per un futuro lettore.

Da fine luglio 2017, quando furono comunicati dalla redazione i temi dell'undicesimo anno della rivista, gli autori che avevano una rubrica fissa erano ovviamente liberi di avvantaggiarsi sui temi in programma. 
L'amico Peppe, come mi riesce meglio chiamarlo, aveva l'elzeviro e lo ha fatto senza aspettare fine gennaio 2018, data utile per la preparazione dell'impaginato di stampa con uscita prevista febbraio 2018 (questo elzeviro risale a dicembre 2017). Ma come sapete UT si è fermata, spenta, non è andata "Oltre" il 62° numero (dicembre 2017), e il tema successivo, che non è stato mai redatto e mandato in stampa, sarebbe stato "La bestia", il 63° di UT. 

Ed ecco però che lo troviamo in riva al mare, sulla battigia delle nostre scrivanie virtuali perché Piscopo lo aveva amorevolmente e puntigliosamente scritto e illustrato. Niente di più attuale il suo contenuto - del resto ci è sempre riuscito... - Temi universalmente validi e senza scadenza, hanno permesso alla magica penna di Peppe di esprimersi come pochi sanno fare.

Grazie a GP e a UT, e alla sua prodigiosa battigia piena di pensieri riaffioranti.

Francesco con gli amici di UT  

PS: Pensiamo e intendiamo proseguire, dopo questo ‘ritrovamento’, nella pubblicazione nel blog di altri testi inediti per UT, invitando chi avesse trovato qualcosa (a seguito, magari, delle pulizie straordinarie e 'incoronate' di primavera - come non accadeva da decenni), di battere un colpo inviandoli a: info@letteraturamagazine.org  Senza scadenzario, si capisce.


mercoledì 1 aprile 2020

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

“… Non era cambiata la strategia per combatterla, ieri inefficace e oggi apparentemente vincente. Si aveva solo l’impressione  che la malattia si fosse esaurita da sé, o che si ritirasse, forse, dopo aver centrato tutti gli obiettivi. In un certo senso, il suo ruolo era concluso.”
A. Camus, La peste, 1947

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        Ho un incubo ricorrente (si alterna all’altro, meno frequente, in cui il vicino di casa delatore-psicotico avvisa i CC d’avermi vista sulla soglia di casa... Perché è la parte migliore di noi, quella che scopriamo con l’emergenza…).


L’incubo: in movimento con regolare autodichiarazione, vengo fermata per controlli da anonima “autorità” (auto blu priva di contrassegni per meglio stanare il cittadino furbetto-fino-a-prova-contraria): ahimè, un nuovo modulo è stato emanato nella notte e invalida il mio, avrei dovuto saperlo e stamparlo. Il reato è gravissimo, vengo brutalmente messa in ceppi e condotta verso…
Mi sveglio. Sollievo: i moduli sono lì, in rigoroso ordine di apparizione dal primo al più recente; ho lasciato ampi vuoti per i prossimi, sono previdente, io.
Li conserverò, un giorno mi ricorderanno questo spazio della vita in cui l’inimmaginabile è diventato quotidiano.

L’inimmaginabile sono - anche - quei moduli. Summa di ogni sordo burocratese stratificato in secoli di funzionari asburgici-austroungarici-savoiardi-papalini-borbonici; linguaggio che arriva fino al nostro cupo millennio pandemico immutato nei contorti stilemi, nella grafica compressa e chiaroscurata, nella disumanante afasia.
Ci sono dirigenti, funzionari, impiegati, vertici militari - “persone oltre le cose” - dietro quei moduli, così come dietro i Decreti/Ordinanze Ministerial/Regionali/Comunali i cui articoli (a volte anche solo due) li leggi dopo quattro pagine e lenzuolate a due piazze di visto questo visto quello e visto quell’altro e visto quell’altro ancora…

Ci si chiede cosa di buono possa mai venire, in questo passaggio apocalittico, da apparati pachidermici, mummificati perfino nella comunicazione.
Non è da quelli che verrà la salvezza: questa, se ce ne sarà una, verrà da coloro che oggi, dalle disperate trincee ospedaliere, dalla miriade di postazioni in tutta Italia dove si combatte e si muore, da dentro le impossibili tute marziane, rifiutano di alzare bandiera bianca.

Tutti gli altri sono a vario titolo responsabili del disastro
e ne risponderanno alle proprie disperse coscienze. Mai, temo, al Paese e ai cittadini.

- Sono gli apparati politico-amministrativi delle Regioni, inconcepibilmente privi di piano pandemico regionale, a cominciare dalla fulgida Lombardia.
Che hanno omesso di creare in anticipo strutture dedicate e interventi sul territorio (dopo aver impoverito le strutture pubbliche privilegiando un privato che non poteva essere all’altezza) e “colti di sorpresa” hanno praticato - a cominciare dalla Lombardia - un’ospedalizzazione che è stata benzina sul fuoco dell’epidemia.
[Che in Lombardia hanno omesso di chiudere Alzano, nel bergamasco, dove - presente fin dal 23 febbraio, dopo la zona rossa di Codogno - un focolaio è stato lasciato libero di circolare e diffondersi. (cfr. G. Barbacetto, Il Fatto Quotidiano 30 marzo) ]

- Sono i vertici sanitari nazionali che hanno recepito senza far nulla, quando si era ancora in tempo, le previsioni epidemiologiche della comunità scientifica diffuse da Ministero della Salute già i primi giorni di gennaio; e almeno fino al 21 febbraio hanno trascurato le informazioni dettagliate degli scienziati sulla sintomatologia del virus omettendo perfino di informarne i medici di base. [Senza contare che il Ministero della Salute deve strutturalmente avere - come ogni altro Ministero - piani gia’ predisposti per qualsiasi tipo di emergenza, anche la più catastrofica]. Invece: “siamo stati colti di sorpresa” e, per dirne una, ci si accorge addirittura solo ai primi di marzo che i ventilatori li fabbrica un’azienda italiana…

- Sono i vertici della Protezione Civile riuniti il 31 gennaio nella loro sede romana con burocrati e vertici di tutti i Ministeri, più Croce Rossa, ANCI, funzionari delle Regioni, rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e - va da sé - alti militari di ogni ordine e mostrina: che stabilirono di controllare i voli da e per la e Cina, di misurare la febbre agli sbarcati, di recuperare uno a uno gli italiani dallo Hubei, anche un aereo per ciascuno.
E - simpatici sbadati! - dimenticarono di parlare di capienza degli ospedali, di personale sanitario e di aumenti di organico, di terapie intensive, di protocolli per i soccorsi urgenti, di acquisti di respiratori e mascherine e tamponi e tutto l’ambaradan che ormai sanno pure le pietre.
Preoccupati dei rapporti economico-diplomatici con la Cina e di non creare allarme sociale, e convinti - bontà loro - che ”il sistema italiano reggerà” si offrirono con sorridente ottimismo in favore di telecamere.

 - Sono i componenti del comitato operativo della Protezione Civile, che in continue riunioni a gennaio e a febbraio, e con l’allarme già diffuso da Ministero Salute e OMS, non ritennero di dover effettuare uno straccio di calcolo sulle necessità e dotazioni di cui sopra. Tutto come col terremoto dell’Aquila, tutto déjà-vu, compreso Bertolaso: che la Lombardia chiama, viste le luminose prove offerte in passato, e lui subito qui, dall’Africa a Milano e poi fino ad Ancona a spargere… positività (chiedere a Ceriscioli).

- Sono i responsabili che non hanno ritenuto necessaria la mappatura epidemiologica - ricostruzione dei contatti dei positivi, fattibilissima anche se non siamo Seoul - che avrebbe contenuto il contagio e preservato la categoria più esposta: medici e operatori sanitari. E hanno scelto di considerare solo i sintomatici.

Sono gli stessi che ora nelle varie Regioni corrono ai ripari con interventi tragicamente affannosi e tardivi - ospedali da campo, strutture dedicate ecc. - spacciati ai microfoni dell’informazione compiacente come manifestazioni dell’eccellenza lombarda, lombardo/veneta e di altre fulgenti Regioni.

E saranno santi subito, da scommetterci: lo sarà il Presidente sto-tutti-i-giorni-in-tivù, con la mascherina d’ordinanza e l’abito buono da preghiera col vescovo e la porgimicrofono adorante e genuflessa; lo sarà il fido scudiero (pardon assessore-“andratuttobene”) che già si candida a sindaco della martoriata Milano. Altra calamità in arrivo. Dio aiuti Milano.

Poi ci siamo noi, cittadini-sudditi o popolo bue: trattati tutti - per l’imbecillità di pochi criminal-cialtroni da mettere in gabbia e gettar via la chiave - come irresponsabili/disobbedienti/untori/furbetti fino a prova contraria. Martellati fino alle più remote sinapsi, con una comunicazione da grande fratello orwelliano, dai minacciosi continui offensivi “state a casa”. Come fosse, ciascuno di noi, un minus habens bisognoso di reiterate supponenti istruzioni-raccomandazioni-ordini e, se del caso, anche delle maniere forti.
     
        Come se avessimo voglia, in questa apocalisse, di giocare a dadi con la nostra pelle e con quella del prossimo; come se non ci bastassero tutto il dolore che vediamo e sperimentiamo, tutta la sofferenza e tutta la tristezza di quei morti che se ne vanno soli, senza persone care che possano, per loro, rapire “una scintilla al sole a illuminar la sotterranea notte”.

                          #andratuttobeneuncazzo


Sara Di Giuseppe - 31 Marzo 2020

Foto tratta da "Dire.it"


giovedì 26 marzo 2020

BANDIERE & LIBRERIE

         -  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola - rettangolare o triangolare - la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata. 
I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.
 
Ma noi italiani - primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera - in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato - chiunque egli sia - ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.
Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.
Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

           - C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico - oltre alle lustre bandiere, dicevo - per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d'esotico, più ciaffi vari.
Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.
Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo


PGC - 26 marzo 2020


Foto tratta da "Illibraio.it"

 

lunedì 23 marzo 2020

Tutte le zeppole del presidente

ovvero
Protagonismi e deliri ai tempi del colera
 

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Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio [….]. Napoleon* […] annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. […] In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della  fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. […] Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare “Animali d’Inghilterra” e ricevere ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni”.


*(“Napoleon era un grosso verro [maiale] del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce”)

G. Orwell, La Fattoria degli Animali
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        Dobbiamo aver gravemente peccato, se oltre alla catastrofe globale - piovuta in una manciata di settimane su tutto quest’atomo opaco del male - noi italiani abbiamo avuto in sorte già da molto prima anche le Regioni, e affidato ad esse il Sistema Sanitario Nazionale e, non bastasse ancora, ci ritroviamo certi presidenti e infine certi sindaci.

        Dal lombardo Fontana (quello che si garrotava in diretta armeggiando con la mascherina) al veneto Zaia (quello che i-cinesi-mangiano-topi-vivi-li-ho-visti-io) al marchigiano Ceriscioli (quello che indispettito dall’imminente uscir di scena fa ordinanze a manetta per battere in velocità il Governo così-vedete-chi-sono-io) al campano De Luca (quello che sulle zeppole di San Giuseppe vendute per strada ha visto il virus danzare la rumba): il campionario - qui solo parziale - è ricco e democraticamente spalmato da nord a sud.

        Macchiettismo sconsolante che unisce alcuni presidenti di Regione a sindaci di ogni dove: ecco Emiliano da Bari, che in favore di telecamere insegue agile in spiaggia i feroci untori; ecco Piunti da San Benedetto, che lo copia e gongolante va oggi sulle locandine dei quotidiani; ecco Fioravanti da Ascoli, che in pompa magna consegna in Duomo le chiavi della città al vescovo…

        Un ininterrotto fil-rouge di surreale comicità si dipana, mescolato a pulsioni autoritarie e fascistoidi che l’emergenza sta impudicamente scoperchiando.
A un De Luca furens che ai dementi in festa di laurea manderebbe “i carabinieri col lanciafiamme” (e basterebbe per affidarlo a un TSO d’urgenza) fanno eco sceriffi d’ogni taglia e pezzatura in una sudamericana scomposta voglia di militarizzazione.
Dalle Regioni ai Comuni, è tutto un gridare all’armi! e invocare eserciti. E l’esercito infatti c’è, nelle strade lombarde, a controllare col mitra spianato i criminali che escono a far la spesa…

       Esercito, militari, ronda, maniere forti sono i termini più usati, nella semantica bellicista del momento, culminante nei carri armati che il  sindaco di Ercolano manderebbe per dare una bella ripassata ai cittadini: c’è un nauseante tanfo di caserma nel messaggio politico che ne emerge.
   
        È evidente, allora, che il coronavirus è solo il SECONDO dei nostri problemi; il PRIMO è aver lasciato per decenni che le Regioni governassero e lo facessero attraverso rappresentanti, non dissimili da quelli di oggi, dal tocco distruttivo quanto quello di Medusa; aver lasciato che i territori fossero impunemente depredati e spogliati nei servizi pubblici essenziali a beneficio del privato; che si inseguissero - vedi la Lombardia - modelli di crescita e sviluppo il cui prezzo è altissimo, se infatti questa regione ha oggi più morti che tutta la Cina. Nulla c’è di casuale in questo, nè di fatale. E al primo posto nelle responsabilità ci siamo noi, colpevoli di averli votati, rivotati e lasciati agire indisturbati gli  spudorati che adesso danno a noi la colpa del virus e ci puntano contro i fucili!

        Una gelida sensazione di déjà-vu c’è, alla fine, nelle immagini degli stralunati militari lombardi in mimetica armati di mitraglione, nelle muscolari dichiarazioni dei “governatori”, nel protagonismo bulimico e ignorante di sindaci-sceriffi e di sindaci-Savonarola.
E non basterebbero tutte le “zeppole al coronavirus” del presidente ad addolcirne il sinistro presagio.


Sara Di Giuseppe - 22 marzo 2020