venerdì 27 gennaio 2017

L’odore del gas (“…eppure giocavano a bocce”). Vincenzo Di Bonaventura in Gerstein-Il Vicario di Rolf Hochhuth


 Facile per noi, stasera, entrare - e restarci - nel clima di quella Berlino del 1942, che immaginiamo gelida (pur se la vicenda si colloca in agosto) perché gelida è la temperatura nello squallido ex deposito della Stazione Ferroviaria, spazio che il Comune di Grottammare e il suo sindaco-presunto-poeta concedono per la cultura, che qui è figlia di un dio minore.
 Non bastasse la tristezza del locale, dove sediamo al gelo su sedie di plastica impilate due a due se no si spaccano, c’è anche il sinistro sferragliare dei treni-merci là fuori: l’immedesimazione è totale.
       Mancano energie alla dotta Amministrazione per tener aperto il Teatro delle Energie; e l’Arancio è solo un albero, chè il Teatro omonimo dorme sonno profondo, e la Sala Kursaal con le sue precarie poltrone indurrebbe forse diseducanti mollezze, e la sala conferenze della Biblioteca Comunale vive nelle intermittenze del coma. In cotanta bellezza, i Nostri fluttuano con sprezzo del ridicolo nell’annoso onirico vaneggiare di A.N.I.M.A.-e-Grandi-Opere. Invano, per fortuna.
       Eppure ci scalda, stasera, il percorso che - con Di Bonaventura attore solista - prosegue e si addentra nei destini di un secolo e delle sue guerre. Teatro testimoniale, “bocca fiammante che trangugia il mondo”; teatro spesso perseguitato perchè testimone; perché – come il dramma di Hochhuth – illumina fatti politico-storici e (scrive Erwin Piscator nella sua Nota al “Vicario”) ricorda a tutti gli interessati che era data loro la possibilità di scegliere, e che in realtà hanno scelto anche quando hanno creduto di non scegliere.
       Nel materiale documentario di Hochhuth “trattato scientificamente in forma artistica, il teatro ritrova un suo compito, diventa necessario” (Piscator); e l’attore-solista stasera è il giullare, il testimone - scomodo com’erano un tempo i giullari - che dà voce e gesti ad un testo epico, scientifico, documentario e politico. Così devierà spesso come fanno i giullari - ci avverte - “in derive grottesche e satiriche” nel suo trasformistico calarsi nei molti personaggi del dramma.


       Si fronteggianonella scena prima, Cesare Orsenigo – Nunzio Apostolico a Berlino per l’intero periodo hitleriano – e il giovane gesuita Riccardo Fontana - rielaborazione drammaturgica di Bernhard Lichtenberg, prevosto del Duomo di Berlino che di sua volontà condivise il destino degli ebrei a Dachau.
Il serrato dialogo disegna una mappa e una cronistoria di eventi che schiacciano, la cui eco sinistra scuote i severi arredi della Nunziatura.
       Denunciare il Concordato della Curia con Hitler è l’accorata perorazione del gesuita, cui il Nunzio oppone “il neutro e altezzoso gergo diplomatico” di chi, pur testimone di deportazioni e persecuzioni, offre alla sua coscienza alibi e assoluzione - Come Nunzio non ne ho l’autorità… Non è di mia pertinenza… Potrei anche intervenire per gli ebrei, ma solo per i battezzati… Ah ecco il nostro bravo padre che ci porta il tè, bravo, grazie, e un po’ di torta non c’è? -  
Il tratto magistrale dell’attore ne accentua la cordialità vigorosa di uomo di mondo, trascolorante dalla bonomia alla freddezza e dalla prudenza alla collera: il prelato conosce i massacri, e “Il Papa deve decidere cosa vuole, o la pace a tutti i costi con Hitler o darmi la libertà, che possa intervenire in modo risoluto… Londra parla di settecentomila ebrei, solo in Polonia… Lei sa come in Polonia si uccidono anche i preti… E Roma cosa aspetta, caro amico?...”.
Denunciare il Concordato dunque? Oh no, al contrario caro amico, Hitler ci teme, non ha torto un capello al vescovo Galen che pure ha tuonato dal pulpito contro l’eliminazione dei malati di mente! Dunque calma, calma, giovane amico. Più saggio è affidarsi al “genio della vecchia Europa”, e la resistenza scaturirà “dalle più profonde sorgenti della vita come sempre avviene in Occidente, quando un qualsiasi principio tenda a dominare in assoluto”. Più saggio, anche, è confidare nella inevitabilità per Hitler di “venire a termini per forza, sarà lui a volerlo”. Dovrà fare i conti con la forza dei cattolici, dovrà capire quello che i suoi amici, il signor Franco e il signor Mussolini, hanno capito da tempo: solo con noi, solo con la Chiesa, non contro di noi, il fascismo è invincibile.
       I diplomatici equilibri della Nunziatura vacillano all’irruzione di Gerstein. L’Obersturmführer delle SS Kurt Gerstein (figura reale, “personaggio misterioso, ambiguo e abissale”, il cui nome è iscritto sul monumento alle vittime del fascismo per volere della comunità israelita di Parigi), ha la voce rotta e il parlare convulso. Ha per il Vaticano un messaggio urgentissimo, Eccellenza, un messaggio che non può più attendere, nemmeno per un giorno, nemmeno per un ‘oraEccellenza torno ora dalla Polonia, da Belzec e Treblinka, ogni giorno diecimila ebrei, più di diecimila, Eccellenza, vengono uccisi, gasati…
       Allo scandalizzato inquieto Orsenigo - Vada via, vada a dirle al signor Hitler, queste cose, il governo tedesco ha dichiarato che non è di mia pertinenza intervenire - l’Obersturmführer oppone l’ostinata passione che scardina i silenzi - “Voi rappresentate il Vicario di Cristo qui a Berlino, e siete capace di chiudere gli occhi, voi tacete, mentre ogni ora… Vedo giungere trasporti dall’Europa intera in queste fabbriche di morte, il Vaticano deve intervenire, Eccellenza! Solo il Vaticano ha oggi il potere di fare qualcosa! Ogni ora, Eccellenza, ogni ora nuove vittime: sono fabbriche, dove si uccide. Fabbriche, capite finalmente! -


       E’ un fiume in piena, Gerstein: le sue competenze di ingegnere e medico esperto di disinfezione gli sono valse l’incarico di procurare un metodo di morte più rapido del gas di scarico dei motori Diesel, poco pratico (i generatori si spengono continuamente) e troppo lento; impiegano anche venticinque minuti a morire, qualcuno prega, altri piangono, o stanno zitti, i più sanno già tutto, l’ODORE DEL GAS
Eccellenza, il Vaticano scende a patti con Hitler… Se non parliamo, questo sangue ricadrà su di noi.
Invano mostra - ha già perduto - guardi qui, le prove! Gli ordini di Belzec e Treblinka per la consegna di idrocianuro; l’acido prussico vogliono da me, io appartengo ai reparti sanitari delle SS… Guardi… E’ ormai solo, e ha perso: il Nunzio ha lasciato frettolosamente la sala “…Sono intervenuto già nel ’39, mi è stato imposto d’ufficio d’evitare ogni motivo di conflitto tra Roma e il suo governo… Iddio la benedica, Iddio l’aiuti, pregherò per le vittime”.
       La Taverna dei cacciatori a Falkensee, Berlino, è surreale cornice della scena seconda: accoglie nel tempo libero e al riparo dai bombardamenti gli alti gradi delle SS e della polizia tedesca. Figure - i tratti caricaturalmente accentuati dall’attore solista - che realmente “idearono, organizzarono, commisero il più grande eccidio della storia”. Conversano, sbocconcellano panini al prosciutto, giocano a bocce… (sono il male assoluto eppure giocano a boccedirà l’attore). Il clima è cordiale e bonario.
       Vi è Eichmann, il più zelante infallibile spedizioniere che sia mai stato al servizio della morte e - così lo descrive Hochhuth - “un pedante cordialone” (diverso dall’ossessivo-compulsivo automa del processori Gerusalemme, nel filmato dell’Istituto Luce).
       Vi sono esponenti dell’aristocrazia industriale della Ruhr; vi è il medico anatomista Hirt, collezionista di crani dell’Università di Straburgo (non sarà mai arrestato); e il Consigliere del Ministero per i territori occupati (“con i baffetti alla Hitler, piccolo e dimesso come un comodino da notte”); vi è il “Dottore”, col suo bastoncino di canna che usa per le selezioni ad Auschwitz, dotato di quell’affascinante cordialità che “gli faceva promettere ai bambini un pudding prima di essere gasati” (un demonio che ricavava dal suo lavoro il massimo piacere…). Si conversa con gioviale cameratismo di strategia bellica e di astuzia politica, di rivalità interne e di grandi affari, e di musica, e di tecniche per velocizzare la soluzione finale.
        Dalla rilevanza scientifica delle comparazioni anatomiche dei crani condotte dall’accademico Hirt (…i nostri discendenti dovranno un giorno sapere perchè la soluzione del problema ebraico fosse anche dal punto di vista scientifico assolutamente necessaria), all’elogio del Concordato concluso da Pacelli - elemento d’inestimabile importanza quando abbiamo preso il potere - al rammarico che, per “quel miserabile pretaccio” (il vescovo Galen), il Führer abbia dovuto rinunciare all’eutanasia per i minorati psichici. Dialogano il conciliante Eichmann “…Prima o poi si capirà che si vuol solo liberare dai patimenti i minorati: ma abbiamo tempo e non ci costa nulla”, e l’ Incalzante industriale Rutta “Oh, signor Eichmann, costa e quanto, al governo, dover continuare a nutrire i minorati psichici”.
        Si parla di grande musica (Ah la Messa in Si minore, è gioia trasfigurata!) col sensibile dottor Fritsche, lo Sturmbannführer che Hirt esorta a portargli vivi “gli esemplari per la mia collezione - le dovranno pur capitare dei crani interessanti - dopo che avrò fatto le fotografie e le misurazioni li liquideremo a Strasburgo.”
       Ancora un equilibrio rotto dall’arrivo di Gerstein, in divisa grigia di ufficiale SS, affannato e in ritardo (viene dalla tempestosa sconvolgente visita alla Nunziatura).  
Il suo rapporto sulla lentezza del monossido di carbonio per le camere a gas scandalizza, accende il dibattito fra Hirt (“Ma è orrendo, ragazzi, fate le cose più umanamente! Perché non sparate nel mucchio come in Russia?”) ed Eichmann (Provi lei a sparare su quaranta carri merci di gente nuda che grida. Anzi non gridano quasi più… Un simile spettacolo – anche se ha in corpo il novanta per cento d’alcool – rende insonni e impotenti, Professore, e noi qui in Europa ne dobbiamo lavorare buoni otto milioni), e poi l’impaziente  curiosità: Com’è andato, Gerstein, il tentativo col cianuro?”
        La menzogna disperata dell’Obersturmführer  (l’esperimento non s’è potuto effettuare, il cianuro era già andato a male, non avrebbe funzionato, è stato seppellito sotto i miei occhi…) è accolta da un incredulo EichmannCurioso, Gerstein, curioso, lo Zyclon B è stato provato sotto i miei occhi su seicento russi… è vero, il pomeriggio dopo alcuni russi erano ancora in vita, ma era la prima volta, son cose che non s’improvvisano con una magia, la stanza era piena zeppa come un secchio di aringhe… Oh non metto in dubbio il suo rapporto, il chimico è lei.
       E’ ancora su Gerstein che si apre la scena terza - il mattino dopo - e su Riccardo Fontana: questi solo per un soffio non ha incontrato il Dottore, poco prima in visita a Gerstein, insospettito dalla strana relazione dell’ufficiale sul cianuro (“Lei s’è imbattuto nell’angelo della morte di Auschwitz”).
        L’incontro con alla Nunziatura ha colpito profondamente il gesuita: la sua convinta passione (“Il Vaticano l’aiuterà. Lei e le vittime di Hitler”) si confronta col lucido disincanto del tedesco (“Da quando Londra ha dato la notizia sono passati due mesi buoni, senza che il Papa sia comunque intervenuto… Il governo polacco in esilio avrà già pensato ad avvertire il Papa direttamente… Il Generale dei Gesuiti a Roma da anni viene informato da agenti polacchi, da anni!”).
        Fontana è figlio di uno dei più alti funzionari laici presso il soglio, è dunque l’ultima speranza (Signor Gerstein io le garantisco che il Pontefice protesterà). A quella speranza si aggrappa Gerstein (S’adoperi, intervenga, vada a Roma): sa che lui stesso non sopravviverà al suo compito (…di questi tempi un cristiano, se è coerente, non sopravvive), ma occorre fomentare la ribellione contro gli assassini (Sono in gioco anche le anime di quelli che sanno, e tacciono), perché ovunque - in Francia, Ungheria, Olanda - la polizia collabora con zelo ad arrestare ebrei; gli Ucraini fucilano essi stessi i loro ebrei, e dopo il massacro di diciassettemila ebrei a Majdanek hanno festeggiato ubriacandosi; in Polonia i vicini consegnano per denaro gli ebrei ai tedeschi. “I tedeschi sono i maggiori responsabili; il loro capo ha creato il progetto, ma gli altri popoli non sono migliori di questo”.
Come può Roma tacere?...
        Si chiude qui la seconda delle tre parti in cui Di Bonaventura ha diviso e sintetizzato l’epico e massiccio lavoro di Hochhut. Richiederebbe ore ed ore l’integrale messa in scena di questo “testo totale, troppo vasto per le limitate possibilità del pubblico”: così lo definisce Pastorin, primo regista a credere strenuamente nella capacità, per questo  “dramma storico nel senso schilleriano del termine”, di dare un senso al nostro passato, di esercitare la sua influenza oltre che nella sfera artistica, “soprattutto e finalmente in quella che parla alla vita, che trasforma la vita”.
       Torneremo [martedì 7 febbraio, sempre in questo frigorifero] col nostro attore-solista a rivivere nella terza parte l’evolversi e il compiersi del dramma, a interrogarci ancora - così Carlo Bo nella prefazione - “su quale debba essere l’atteggiamento dell’uomo libero, dell’uomo intero, nei confronti del male”.

APPENDICE
Suggella la serata il commosso  affettuoso omaggio del nostro poeta Giarmando Dimarti ad Athos Fileni, amico e uomo di teatro appena scomparso. I versi di Dimarti, dalla raccolta poetica Overdose per la voce del nostro attore-solista, sono il più intenso devoto saluto che il teatro e la poesia possano dare a un vero uomo di teatro e di poesia.

Sara Di Giuseppe




domenica 15 gennaio 2017

I Quaderni di UT. Un progetto editoriale



Il 29 dicembre Enrica Loggi ha presentato la sua nuova raccolta di poesie, inaugurando il1° quaderno di UT, in una biblioteca zeppa di auditori, tanto che la direttrice ha dovuto 'rispolverare' decine di altre sedie per dar modo ai tanti pervenuti, di seguire con più attenzione la presentazione e il coinvolgente reading.

La collana "I Quaderni di UT", si svilupperà con l'apporto dei vari scrittori che vorranno cogliere la particolarità dell'edizione, e potrà racchiudere sia testi pubblicati su UT, che testi inediti.




Invitiamo tutti, in primo luogo voi scrittori, poeti e artisti di UT, a voler proseguire questo bel progetto autoprodotto, richiedendo informazioni al presente indirizzo. Negli esempi allegati (escluso il primo, sono tutti fac-simili, con nomi di pura invenzione), si prefigurano i primi 7 generi dei quaderni, contraddistinti da un numero progressivo e un fondino grafico esclusivo.



Alcuni dati tecnici: formato cm 15x21; 48 pagine; stampa digitale in b/n; carta Palatina 120 g per l'interno; copertina con risvolti in cartoncino nero Murillo 260 g, con stampa in tinta più bianco serigrafico. All'occorrenza si possono richiedere più pagine in multipli di 8, eventualmente anche a colori.
Il numero di copie necessario per l’avvio stampa è ragionevolmente basso (a partire da 50). La prova digitale di copertina e delle prime pagine sarà compresa nel prezzo.

Precisiamo che la personalizzazione si concorderà, per ragioni pratico-tecniche, con lo staff di UT, per mantenere la coerenza formale della collana. Tra gli esempi è anche visualizzata una soluzione con nome diffuso in tinta. Insomma, personalizzazione massima.


Ricordiamo che per aderire o chiedere informazioni su “I Quaderni di UT”, scrivete a: redazione@letteraturamagazine.org o contattateci al profilo Facebookhttps://www.facebook.com/UTmagazine/
Per l’acquisto del numero 1, fate come sopra o scrivete direttamente all'autrice:enricaeroberto@alice.it

Fiduciosi di poter accogliere molti di voi in questo originale progetto editoriale, vi auguriamo un fecondo 2017.

La redazione

Nota di lettura su “Fratelli” di Guido Garufi




In questa poesia come in grani d’un rosario, le parole scandiscono una ad una il loro viaggio, animandosi dentro il proprio suono, ripetendo a voce alta anche quello che è un sussurro.
E così esse sbocciano da un lungo desiderio, scivolano sulla pagina evocando l’origine di quel che fu e di quello che ancora dev’essere. Così la Poesia s’innalza fino al limitare della notte, in quello che la mente e i sensi rincorrono dentro un crepuscolo, nella voce che ignara dice cose di sé e si traveste, sotto un manto di rimembranze. Offre a chi legge la sua mano nuda, china tra i fogli a raccontare, ad immergere l’inchiostro delle parole nel tremore e nel sogno di ogni giorno. Guido trascrive ciò che “ditta dentro”, dove la saggezza affronta il limite dell’ingenuità, e disciolta si offre al lettore lungo tutti i suoi giorni, che come fiammelle tralucono eternità e dolore, gioia senza una terra in cui posarsi, volo d’ali nel cielo del proprio avvenire, e del presente profilo docile d’appartenenza.
Un pellegrinaggio dentro le giornate di un verbo onnipresente, una magia che si ripete e si traduce ogni volta. Si alternano le innumerevoli definizioni di quello che fu ed è la poesia, piccola grande Arca contro il diluvio, colomba incandescente che scrive il suo tragitto, le sue orme nella sete d’Assoluto, e riesce a stamparsi nell’immaginario di chi legge come un disegno a china, o un origami delicato e trasmesso all’intelligenza, in questa che è una storia di verità e amore.
Così si passa attraverso un diario costante, un interrogativo nudo, purissimo nel sentimento comune che affratella e si trascende in infiniti rimandi, giochi e segni che il volo e l’agone di Guido trascrivono su sabbie e acque, silenzi, stagioni e argini.
Si levano i versi a tradurre un’innocenza struggente, oltre che un verbo lucido, infinito, dove si nasconde l’angelo della Poesia, e il suo tremore di perla che si teme perduta, e invece è un sempre più vigile segnale di bellezza, di bontà e amore.
Non smetterò di leggere, tornerò, nella culla di questi pronunciamenti carichi di inedito splendore, a cercare altri indizi, disegni, culle, straordinarie ellissi, carambole di un verso padroneggiato al millesimo e per questo, vago, indimenticabile.
Enrica Loggi

UNA STORIA

Ma tu portami tra aspre luci o stelle
tra i fiammanti monti dove dormi
tra l’erba a tarda sera dove un poco
ti riposi insieme ad ogni lettera del mondo.

Ti scrivo da qui, da questo tavolo remoto
su questi fogli simili al solco del tuo cuore
dove il tempo polveroso ha sua dimora
e tu riposi un po’, mia ombra, mia dolce
amica che sembri oscillare al lume
di candela, sul bianco chiarore della luna…

Ma portami tu altrove o più lontano
raccogli quella foglia e di questa prendi
leggerezza e trasparenza e donala
a chi sai, a quelli che di te desiderano un cenno…

E poi ritorna ma non voltarti più sulla tua strada
ma di questa segna le mappe ordina la bussola
in questo viaggio perplesso…

Tu lo dichiari forte, lo annunci come un canto
tra le costellazioni che lontane splendono
dall’alto di ogni luce che penetra nei luoghi
più riposti, cantine e nicchie della nostra storia.


Guido Garufi, “Fratelli” (Nino Aragno Editore, 2016) 

Enrica Loggi

mercoledì 4 gennaio 2017

"Chiesa o Auditorium?" Il concerto di Capodanno con trio di chitarre [Agostinelli, Di Ienno, Caronna] a Ripatransone


         Può un’ austera e linda Chiesa dell’Ottocento diventare Auditorium solo sbaraccando l’altare e qualche statua? No. Può diventare qualsiasi cosa, meno un luogo dedicato alla buona musica e ai concerti.
Andrà benissimo come libreria, cantina, studio fotografico, mensa, granaio, loft, garage, spazio per mostre… ma per farne un Auditorium (nome pomposo quanto abusato, vedi l’A. di San Benedetto inventato nel bunker antiatomico del Comune) bisogna ripensarla daccapo. Paradossalmente, non disturberebbero né l’altare, né le statue, né gli altri simboli religiosi: potrebbero felicemente restare al loro posto.

        E’ che il peggior nemico delle chiese è l’Acustica. Arduo trovarne una dove soltanto siano intellegibili le parole di chi predica, dove si distinguano decentemente le note dell’organo, dove i cori, che pure fanno a gara per esibirvisi, non sembrino tutti uguali. Parole e voci che si impastano, suoni che annegano rimbalzano e si mescolano, capricciose distorsioni, echi impazziti e beffardi, il temibile riverbero (di svariati secondi, mentre dovrebbe stare sotto ai 2!) che si tramuta in rimbombo, strumenti musicali in lotta tra loro che si cannibalizzano… Gli infiniti elementi architettonici che peggiorano la qualità del suono nella chiesa ci sono tutti.

     Tra l’altro - nell’avventuroso cambio di destinazione - è quasi impossibile intervenire con correttivi efficaci, comunque costosi e di difficile calcolo. Mica puoi giocare a spostare i muri (per eliminare qualche parallelismo), ad abbassare/alzare tetti e soffitti (per variare i volumi), a “defocalizzare” empiricamente cupole a absidi, a foderare marmi e pietre che, incolpevoli, riflettono come specchi acustici deformanti. Un buon ascolto dipende anche dalla temperatura,e le chiese sono tutte fredde. Ovvio però che vi si possono accettabilmente ascoltare le “musiche da chiesa”: abbastanza calme, rassicuranti, schematiche, per lo più monostrumentali, melodie “concepite apposta” qualcuno dice. 

     Insomma, qualsiasi chiesa sottoposta ad analisi acustica sarebbe bocciata. Sbagliato soprattutto farci suonare (insieme) strumenti a percussione, pianoforti, chitarre… così-così violini e fiati. Portarci orchestre è una cattiveria. Per cui io proprio non ci farei concerti, specie se, come a “Ripa”, esiste l’alternativa di un pregiato teatrino “antico” ben restaurato e agibile (terremoto permettendo), dall’acustica perfetta, accogliente, centrale, libero e di proprietà comunale.

       Ma è giusto ringraziare le generose Suore Domenicane - alle quali vogliamo tanto bene - proprietarie di questa (ex) chiesa di S.Antonio/S.Caterina, che sennò il concerto non si poteva fare, dice la musicistaClementina Perozzi, valido pilastro su cui si regge la cultura concertistica del nostro territorio. Come gradiamo, si capisce, la presenza dell’assessore, ma se anziché “portare i saluti del sindaco” portava le chiavi del teatro, era meglio.  
         Il concerto. Intanto, 3 chitarre acustiche nude, senza ombra di amplificazione (in chiesa sarebbe un macello), che fanno Classica dell’800 “alla pari”, è raro. A Capodanno, avrebbero potuto indugiare su cose facili, orecchiabili, quasi canzonette, roba nota o almeno non oscura. Chi gli avrebbe detto niente. Invece no, nel programma ti infilano autori come Von Call, Haydn, Velasco, Cottin, Iparraguirre, Mertz
Coraggiosi. E bravi.

         Abbiamo faticato a sintonizzarci sui primi pezzi (Andante-Minuetto-Adagio di Von Call, e su parte di Haydn): sì, fatica d’ascolto. Per colpa della chiesa, come da pistolotto iniziale. Le nostre povere orecchie han dovuto prima azzerarsi, poi abituarsi all’ambiente, infine riprogrammarsi su altri parametri: ovvio, lo hanno fatto in automatico, ma c’è voluto il suo tempo, e pazienza, per iniziare a “vedere” la provenienza dei suoni, e dei silenzi. [In un vero Auditorium questo non succede, il concerto lo godi prima che cominci]

         Dopo è stato tutto in discesa, con la chiesa/auditorium mezza-piena (non mezza/vuota) e un paio di gradi Celsius in più l’acustica è migliorata, e abbiamo percorso il bel concerto con gusto crescente culminato in quella seconda parte, in quelle musiche “arrangiate” per chitarra [per 3 chitarre], forse con meno tecnica e meno elaborazioni rispetto ai brani classici, ma più calde; motivi semplici dall’architettura inconsueta, evocativi (di pampas d’Argentina, delle ballate dei futuri Brassens e Fabrizio de Andrè…), popolari, eleganti. Alla nostra portata, eppure per noi è tutto nuovo.

        Poi, le “spiegazioni” di Caronna e Agostinelli: indispensabili ad inquadrare storicamente e geograficamente i pezzi, quindi a capire meglio, ma ci confermano soprattutto il livello del concerto. Perché questo è un trio, anche, di studiosi, ricercatori, docenti, oltre che di musicisti carichi di passione e con l’esperienza di centinaia di concerti. 
Il loro sobrio ma ricco e piacevole linguaggio verbale è almeno pari alla bravura esecutiva/interpretativa, priva di inutili enfasi. Il variegato pubblico de la “Ripa” (senza giovani, al solito) ha sinceramente apprezzato. Anche se questo spazio è sembrato più un’oasi provvisoria, spersa nella decadenza…

         La lettura di “una delle 345 Cenerentole esistenti nel mondo” - per la voce di Clementina Perozzi - ha disegnato con grazia, negli intervalli tra i brani, una cornice di insolita poesia: versione araba della fiaba, vi è invocato Allah, vi sono una dolce Salima e un’invidiosa Amira,  un magico pesce rosso e un giovane principe, e zoccoletti d’oro…
        Ci ricorda che universale e senza barriere, come quello della musica, è il linguaggio della poesia e della fantasia, e se la ride dei tristi muri che ferocemente innalziamo.

PGC