domenica 31 gennaio 2016

NICCHIA SECONDA. 23 gennaio - chitarra - M. Antonio Molfetta Università e Nobil Collegio degli orafi ed argentieri dell’alma città di Roma

Li diletti figlioli dell’Università delli Orefici in Roma di costruire ed edificare et di far fabbricare una chiesa, ovvero cappella, sotto detta invocazione di Sant’Eligio, in strada Giulia e in loco che per tale effetto si trovasse più comodo”. (“Breve” di autorizzazione di Papa Giulio II della Rovere).

Il concerto per chitarra di Antonio Molfetta si muove in un ambito armonicamente tradizionale ma è, come il concerto della sera precedente del violinista Paolo Perrone, ugualmente di nicchia e di pregevolissimo spessore, costruito su un impianto programmatico temporalmente logico e musicalmente coerente, con la solare pacatezza di quel meraviglioso strumento che è la chitarra.
Antonio Molfetta è uno di quei musicisti che ama presentare i brani che suonerà; non sembri banale, essendo questo un uso apprezzabilissimo dal quale imparare davvero qualcosa, che tu sia esperto o no; se lo si fa, poi, anche simpaticamente, la condivisione del momento musicale ne guadagna.

Paragonare - come fa il maestro Molfetta - le ariose e mediterranee composizioni di Mauro Giuliani, nella paludata Vienna, ad un terremoto musicale come quello prodotto da Jimi Hendrix nel mondo del rock, denota il musicista intelligente, non dogmatico, curioso ed assolutamente non paludato. Per il suo tramite si entra facilmente in sintonia con quanto suonerà: ed è questo la vera significazione della parola interpretazione.
La Rossiniana n. 1 è infatti questo: un capolavoro assoluto di garbato equilibrio tra i profumi di mare, di frutta, di vino, di festa tra amici, pienamente restituito dal tocco leggero e sicuro del M°. Molfetta.

Dire che la “Frescobalda” (aria con variazioni) è il “solito” Frescobaldi non suoni come bestemmia: è infatti il solito capolavoro innovativo del solito genio rivoluzionario; se Ligeti nella sua Musica Ricercata (XI) volle dedicarla al suo insegnamento fu perché nella sua musica, come in quella di Bach, c’è la purezza del cantar-suonare armonioso che evoca gli affetti degli ascoltatori, e il rigore compositivo di chi padroneggia l’arte di mescolare qualunque elemento musicale. Lo stesso rigore esecutivo e gli stessi affetti che ritroviamo dell’interpretazione del M° Molfetta. Coinvolgente e attenta anche l’interpretazione di Ponce (Sonatina meridional) e Rodrigo (Invocation et dance), con quel tanto di astrazione, paradigmatica del ‘900, e quel “Sabor de Españaimmancabile – e guai se così non fosse - nei compositori iberici: una sorta di contrappunto tra intere forme musicali.
Nel conclusivo “Light frameworks” anche l’ottima mescolanza e sintesi di stili che connotano le composizioni di Jappelli, trovano un’esecuzione di prim’ordine grazie alla delicatezza nel tocco della chitarra e al sentimento di pacatezza che ne promana.

Grande il merito dell’Università degli orafi nell’aver creato, con le serate dedicate alle nicchie, le condizioni per fruire di straordinari momenti musicali, preziosi quanto i lavori di arte orafa esposti nelle vetrine, e di piacevole intimità, odorosa di legno antico, tra interpreti e pubblico.
Due serate, due gioielli d’oro fino come la cornice che li ha incastonati.
D’altra parte, stare a via Giulia da cinquecento anni vorrà dire qualcosa…!

Francesco Di Giuseppe

sabato 30 gennaio 2016

NICCHIA PRIMA. Università e Nobil Collegio degli orafi ed argentieri dell’alma città di Roma. 22 gennaio - violino solo - M. Paolo Perrone

"Da lungo tempo esisteva a Roma la corporazione degli orefici, dapprima associati ai sellai e ai fabbri; separatisi da costoro nel 1509 si costruirono, col beneplacito di Giulio II, la chiesa di S. Eligio in Via Giulia, il cui progetto è di Raffaello". (Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo).

Ci si sente bene ad entrare in luoghi così: si ritrova il profumo del legno antico, un’intimità elegante e discreta che induce a parlare a bassa voce. Ci si sente “leggeri e puliti” come le linee dell’architettura raffaellesca che disegnano la chiesa. Anche gli appellativi delle cariche istituzionali - Console Camerlengo, Console, Probiviri – richiamano l’incomparabile stagione del Rinascimento romano. Poi, si è colti da un fremito di stupore allorché si scopre che lì, da cinquecento anni, si è pensato il Bello, ci si è occupati del Bello (e si continua…): merce sempre più rara ahimè… ahinoi!
Dove se non qui, d’altronde, eseguire musica di altissimo livello, con un musicista di rango come Paolo Perrone al violino?
Egli fruga nella “nicchia” delle composizioni barocche “a violino solo senza basso”, dunque senza l’accompagnamento di clavicembali, violoncelli e altro, tipici del basso-continuo.
Particolarità che Bach consegnò all’empireo della musica con le Sei Sonate e Partite per violino solo BWV 1001÷ 1006 (o come lui le chiamava: Sei Solo a Violino senza Basso accompagnato), e che Telemann, Pisendel e Von Biber, a loro volta, scandagliarono alla ricerca di tutte le “potenzialità polifoniche del violino”*
Opere che sperimentavano strade fuori dal comune comporre dell’epoca: quando, non esistendo il brano per solista, si richiedeva la capacità di ricavare dallo strumento anche le tonalità basse di accompagnamento e sottolineatura normalmente svolte da altri strumenti.
La moda del virtuosismo sfrenato (si privilegiava più l’interprete che il contenuto!) era di là da venire, e ciò rende evidente quanto realmente virtuosi fossero i violinisti dell’epoca.
Paolo Perrone lo dimostra tutto questo con un’esecuzione impeccabile: vi si coglie il primo balenare dello stile definito “classico”, tangibile in alcuni accenti del primo movimento della Fantasia IV di Telemann; ma anche l’asciuttezza astratta (non sfigurerebbe in tante composizioni contemporanee) dell’esecuzione del secondo movimento; e infine, nel terzo, il ritorno all’alternanza contrappuntistica di bassi e alti tipicamente barocca: come i grandi del passato.
Nella Passacaglia in sol min (l’Angelo custode) di Biber, il M°:Perrone legge con esattezza la cifra devozionale impressa dall’autore ad una forma musicale di origine profana e popolare, usata da musicisti girovaghi; del resto chi conosce la profondità religiosa delle sue meravigliose Messe comprende facilmente le motivazioni di tale operazione: è un canto-preghiera accorato e struggente. Le “contaminazioni” - oggi di moda – in fondo hanno già qualche secolo ed autorevoli antenati da Vivaldi a Bach da Liszt a Rachmaminoff: l’importante è saperle fare…
L’esecuzione della Sonata in la maj. di Pisendel sottolinea per intero “l’italianità” delle influenze di Torelli e Vivaldi sull’autore: melodiosità, dolcezza, espressività ed eleganza - in una parola la Cantabilità - pur in un brano cui è sottesa comunque la forma musicale di Bach.
Della Partita n.2 di Bach è superfluo parlare, tale ne è la perfezione, se non per dire che il M° Perrone rende quasi fisicamente palpabile la stratosfera in cui si realizza la musica del genio di Eisenach.
La lezione che discende da un concerto siffatto si può riassumere in un: evviva le nicchie. “Nicchie” musicali che magistralmente guidano a capire a fondo la grandezza di quest’arte, stimolando a “ragionar” di musica e non a subirla e consumarla come genere di svago. Che aiutano a percepirla non come ottuso sottofondo del quotidiano o, peggio, come truce attrattiva da botteghino (la sfrenata e ripetitiva “sinfonimania” così in voga oggi) ma ad elevarla, presso noi limitatissimi mortali, al giusto rango di paradigma etico ed estetico della nostra stessa esistenza.

Francesco Di Giuseppe

*Dal programma di sala

giovedì 28 gennaio 2016

A Fermo, l'appuntamento con la memoria di Antonio Santori. Le parole necessarie, la Poesia incontra la Vita

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho assistito a un evento di grande momento, nel Centro Congressi San Martino a Fermo, nel cuore di una città assonnata nel buio precoce. Ho faticato a trovare il luogo, su e giù per i vicoli del centro che sembrava un quaderno aperto davanti a me e mi lasciava una libertà urgente e legata al sentimento che rincorrevo. L’evento era legato alla grande figura di Antonio Santori, il poeta marchigiano prematuramente scomparso nel 2007, autore di capolavori come il poemetto “Saltata”, un’opera indimenticabile, accanto ad altri, numerosi interventi suoi nel terreno della poesia, come la fondazione del Laboratorio di Poesia a Sant’Elpidio a Mare, che a suo tempo ho in parte frequentato. Lo ricordo con immenso affetto: Antonio ci regalava le sue parole di grande Lettore ed Autore, il suo humour e la disponibilità ad ascoltare ciascuno di noi suoi discepoli e colleghi, mostrandosi come guida delle nostre parole che incrociavano quelle di poeti come Mario Luzi, Piero Bigongiari, Maria Luisa Spaziani solo per citarne alcuni. Ogni volta che andavo in questo luogo eletto che era il suo Laboratorio era come andare a un pellegrinaggio fatto di attese, di tensioni positive, della gioia di chi si sente chiamato a qualcosa che supera la quotidianità ed investe nella parola ogni segno del suo esistere. 
Quello che è accaduto ieri, per l’intervento del critico letterario Irene Mezzaluna e del poeta Davide Rondoni, nella penombra del luogo solenne che fu una chiesa, è stato più di una commemorazione! Irene, che è stata anche allieva di Santori, ha ricordato la figura del Professore-Poeta mettendone in risalto il carisma e la dedizione assoluta alla Poesia come forma fondamentale di Conoscenza e di rapporto autentico con l’Altro, come imprescindibile avventura esistenziale da vivere con sempre rinnovato coraggio. Davide Rondoni ha ripreso questo tema del rischio e dell’azzardo del poeta che deve “scomparire” nella sua ricerca e allo stesso tempo domandare in prima persona il senso della sua comunione con la vita. Quest’ultima, definita da Rondoni come “un’impronta, un pieno, un vivente, un presente che è anche un vuoto…” e nel cui gioco l’essere lascia un segno di sé nonostante tutto, per costruire “un dialogo che è dono e legge organica dell’esistenza“. Quindi il problema essenziale per il poeta e per ognuno di noi è quello di ricreare continuamente uno spazio del dono in cui la poesia fa da ponte e meta del colloquio tra i viventi.
Le parole di Rondoni suonavano anch’esse come un dono che scaturiva da una passione profonda, da un insegnamento e da un legame d’amicizia che ci veniva trasmesso e letteralmente resuscitava la figura di Antonio, che con la sua grande , dolce umanità ci accompagna ancora.
Riportiamo i primi versi del suo poemetto “Saltata”, Edizioni L’Albatro - I Quaderni del Battello Ebbro, 2000.

Enrica Loggi


Saltata. Sono stata
saltata. Una sera
lui parlerà di me,
dirà: peccato non averla
mai incontrata,
e berrà vino di Francia
dimenticando ancora
la mia vita.
Riderà, raccontando
di altri libri e di donne
perdute nell’Oceano.
Non mi rimpiangerà.
Io che potevo cambiarla
la sua vita.
Mi ha semplicemente
ignorata.
Ha scorso veloce
la pagina accanto
(il viso infuriato)
chiudendo di scatto
il libro pregiato
in cui sono nata.

Avrei preferito non esserci
mai stata.
Nel vento che mi apriva
(mi inseguiva)
inseguivo un’altra pagina
(nell’aria)
che diventava, come me,
una cosa inviolata,
non necessaria.


Eppure avrei potuto cambiare
la sua storia. Improvvisarla.
Dentro di me la gioia, l’intesa
sibillina che ci salva,
dentro di me la voglia
dell’attesa (dentro di me)
dentro di me la nostra storia.

Dentro di me.

Dentro di me la gioia,
la strada silenziosa
senza porta.
Non andare. Non andare.
Non c’era una volta…

martedì 19 gennaio 2016

Esce "Gli orfani", primo libro di racconti di Davide Nota, collaboratore di UT



Quasi in sogno un io sepolto da anni di incallimento culturale (soggetto ad acculturazione) mi dettò questo mucchietto di dolci parole di fantasia brucata dai tarli della vita sterminatrice, una sorgente d'acqua spaccava la superficie terrestre reclamando un diritto antico di raccontarsi una favola non compromessa con l'ironia della sterile borghesia nemica della visione, nemica del cattivo gusto, nemica del sacro, nemica del ridicolo, nemica della mia stirpe inferiore fedele ad ogni cosa.



lunedì 18 gennaio 2016

Accademia di Brera: chroniche e coccodrilli, la predilezione per la carta. Incontro con Pino Guzzonato


Il progetto Brera ecosostenibile. Pensieri e pratiche verso la transizione, che propone un ampio e variegato percorso sulle teorie e le pratiche della ecosostenibilità, ospita l'artista Pino Guzzonato, che racconterà la centralità della pratica artigianale della carta – dalla fibra al foglio – nel suo lavoro.
Carta che diventa supporto, impronta e figura, un filo conduttore che collega contaminazioni fra elemento naturale e artefatto, proponendo esperienze sensoriali che stimolano il tatto e la vista, mettendo in gioco la vocazione narrativa e simbolica delle cose.

Lunedi 25 gennaio 2016 ex chiesa S. Carpoforo, Accademia di Brera,via Formentini 10