sabato 31 marzo 2018

"La mia arte sei tu"

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 MARTA MIA, CARO MAESTRO
Carteggio tra Marta Abba e Luigi Pirandello

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto
27 marzo 2018  h21.15



       Sono trascorse più o meno due ore, quando a malincuore torniamo alla realtà e alloggi, dopo aver fatto un giro completo intorno al nostro asse: Di Bonaventura e la sua voce ci hanno trasportato lontano lanima e i sensi, ai primi decenni di un Novecento europeo e italiano di passione intellettuale, innovatore nel costume, nella cultura, nel teatro.


       Pirandello, la sua vicenda umana e artistica, la sua rivoluzionaria drammaturgia: tutto questo ci viene incontro attraverso la voce attoriale, con la forza abbagliante del documento privato che svela luomo e illumina il genio, e con uguale chiarezza traccia sullo sfondo il disegno di unepoca che è anche mito, e della Storia  che la contiene.

       LEpistolario Pirandello-Abba è il corpus del Recital: dallo straripante carteggio fra i due artisti nasce il lavoro realizzato a più mani dallo stesso Di Bonaventura nel periodo veneziano (or sono 25 anni), dal regista  Giuseppe Emiliani - premio internazionale Flaiano - e da altri studiosi pirandelliani, rappresentato allepoca davanti a platee affollatissime; oggi a Grottammare davanti a spettatori circa venti

       In novanta minuti di densa tesissima lettura, si raggrumano le parti salienti di una storia di anime, centinaia di lettere nelle quali il drammaturgo apriva il vecchio cuore alla giovane Marta, musa venerata con disperata passione.

       Sulla parete le immagini della diva, foto depoca di lei e di un Pirandellosessantino- così lo chiamerebbe il conterraneo Camilleri - che dimostra più degli anni che ha. Come per lepistolario Duse-DAnnunzio, la voce attoriale si sdoppia, è alternatamente Pirandello e Abba, e un filo musicale - le composizioni del giovane Fabio Capponi - ne accompagna la trama. 

       Alle oltre cinquecento lettere che lungo circa un decennio (1925-1936) lartista scrive a Marta Abba, lattrice non risponde che per la metà.

 In una sorta di salto funzionale fra i due epistolari, due diversi discorsi vi si snodano, quello di un amore a senso unico, bruciante e impossibile, e quello di un argomentare tutto informativo e pratico, quasi ragionieristico, della musa che risponde al pur venerato interlocutore. Il quale così la descrive: È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa

       Non lattrazione voyeuristica per il privato di grandi personaggi è il fascino dellepistolario: lo è piuttosto la luce gettata dallinterno sulla parabola di un periodo intenso e tragico il fascismo, i venti di guerra, il ruolo degli intellettuali e di una cultura in fervente trasformazione, che soprattutto nel teatro cercava strade nuove e sperimentava rivoluzionari percorsi. 

       DAnnunzio e Pirandello, e in Europa - di poco precedenti - Ibsen, Čekov, Strindberg (la lezione dei quali, pur nella tradizione, anticipava già il nuovo e la dissoluzione della forma drammatica): della linfa di personaggi giganteschi si nutriva lepoca, e perfino Mussolini - pur nelle sue scelte masnade, dirà Di Bonaventura - apprezzava il progetto di una riforma del  teatro. 

Tuttavia lillusione che lappoggio statale potesse offrire allItalia il grande teatro che avrebbe unito la nazione - e in questa chiave ladesione dello scrittore al fascismo assume una luce particolare - non fa i conti con la diffidenza suscitata dai temi dei suoi drammi - scomodi, trasgressivi, inquietanti - che gli meriteranno - Pirandello non lo saprà mai - la sorveglianza dellOVRA.

      Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio, e una coi capelli dargento, il pizzetto bianco, piuttosto curva, così lattrice narra lalba di una carriera e di un sodalizio artistico che cesserà solo con la morte del Maestro: gioco di reciproco rispecchiamento - nel più puro stile pirandelliano - in cui ciascuno vede riflesso nellaltro ciò che lo completa e che ama.

       Se amore è parola che quasi mai compare nel carteggio, amore e passione sono in ogni riga indirizzata a lei da Pirandello, per il quale non esisteva ormai che la statua tremenda di MartaLa mia arte non è stata mai così piena, così varia e imprevista () E scrivo con gli occhi della mente fissi a Te. 

       Ma quella voce a tratti esaltata - Finalmente oggi mi è arrivata la tua lettera estrosa e volante. () E stata la boccata daria di cui avevo proprio bisogno - quasi sempre disperata, sembra non raggiungerla mai; lattrice si sottrae, a volte con irritazione, alla pressione di quel sentimento: tratta questioni pratiche, contratti, compensi, impresari, successi e insuccessi, si preoccupa - frettolosamente - della salute del Maestro (Stia a letto un po, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera...).

       Questi scrive per lei i suoi drammi (Tutta la mia vita sei tu, la mia Arte sei tu, senza il tuo respiro, muore), a lei sono dedicati il teatro, le storie, i personaggi (che perfino, a volte, si chiamano col nome di lei).

       E quando più tardi sinasprisce il risentimento per unItalia che avversa i suoi progetti di rinascita del teatro, la scelta di trasferire altrove la propria vita artistica include naturalmente Marta. 

      Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dallItalia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver bisogno di nessuno. () Qui è un dilaniarsi continuo () La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, lintrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia sè fatta irrespirabile. Fuori! Fuori! Lontano! Lontano!: così le scrive nellestate del 28 (sembra oggi) e nellautunno saranno in Germania ambedue. Non riesco più a stare fermo, andrò ancora fuggendo, e il più lontano possibile dallItalia scrive ad Ugo Ojetti.


       Berlino, con la sua vivacissima temperie culturale, può favorire - ritiene Pirandello - successi tali da poter tornare in patria senza dipendere da alcuno (col grande Max Reinhardt, regista e demiurgo della scena teatrale dellepoca, direttore del Deutsches Theater, allestirà fra laltro la prima di Sei personaggi in cerca dautore). 

Ammiro il teatro tedesco per la sua disciplina e i mezzi perfetti di cui dispone (), ma la tecnica portata alla massima perfezione sta finendo per uccidere il teatro. () Io col mio dramma nuovo intendo reagire a questa tendenza: così confida a Corrado Alvaro (corrispondente in quel periodo da Berlino per La Stampa).

       Ma il distacco da Marta lo annienta, quando dopo soli cinque mesi lattrice deciderà di rientrare in Italia per proseguire qui la sua carriera. 

Te ne  sei andata, la mia vita è finita [] Credimi, Marta, per me lunico viaggio da fare sarebbe quello da cui non si torna più

Continua tuttavia a frequentare traduttori, editori, registi, e le sue lettere a Marta - una al giorno, a volte più - tracciano anche una topografia pirandelliana della città, crocevia di culture dal quale nonostante i brontolii allarmanti che provengono dallo stomaco tedesco, i sospetti di dittatura e razzismo gli appaiono lontani. Ma langoscia della distanza è insostenibile: Muojo perché non so più che farmene della vita () In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo..

       Di nuovo in Italia al termine del fecondo biennio berlinese - dopo un amaro insuccesso al Lessing Theater e violente contestazioni orchestrate dai suoi nemici  (Questa è Berlino. Mè parso jer sera dessere in Italia Gli odii minseguono da per tutto ) - sarà poco più tardi a Parigi, poi in America contattato dalle major cinematografiche per trasporre i suoi drammi in film parlanti: fumo negli occhi, lo capisce subito e lo scrive alla sua Marta: Ne ho la nausea fino alla gola. Daltrondeil cinema era per lui la più grave minaccia per lavvenire del teatro (N. Borsellino). 

       Su tutto, resta fermo lobiettivo di garantire alla sua musa la fama sopranazionale che merita: Io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei unEletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza.

Ma sempre, da ovunque partano le sue lettere a Marta, la sua è inevasa richiesta damore; per lei, al contrario, egli resta il Pigmalione da idolatrare e dal quale ricevere vita artistica: non lo chiamerà mai altro che Maestro, mentre per lui - protagonista tragico e assoluto del suo dramma personale - sarà sempre disperatamente Marta mia.

       Unagonia  - Se Tu potessi sentire quanto soffro, son sicuro che avresti un po di pietà per me. Tu non mi parli più di Te, io non Ti vedo più nelle Tue lettere  - che i trionfi americani di Marta compensano - Io sono cosi felice di non essermi ingannato sulla potenza delle sue ali e daver combattuto contro chi voleva tenergliele chiuse, perche le aprisse sempre a più grandi voli.

       Mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway, il 14 dicembre 1936 Marta riceve lultima lettera del Maestro, Pirandello si era spento il 10. La lettera è datata 4 dicembre: Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nellatroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro.

       Un crollo psicologico che per lattrice segna il definitivo addio alle scene. Per la musa che ha scrupolosamente difeso la distanza di sicurezza dal suo Pigmalione, quella sicurezza è perduta ora che la distanza è definitiva e irreparabile. Il miglior Pirandello non avrebbe potuto concepire trama più pirandelliana.



Sara di Giuseppe - 30 Marzo 2018


martedì 27 marzo 2018

La nuova raccolta differenziata

[ San Benedetto, zona porto: MATTATOIO di pescherecci ]

       Cè del gusto sadico o almeno della sana cattiveria, nel demolire spezzettandole senza cuore queste grandi barche, vecchie ma certo non decrepite. Come nel fare polpette quadrate di auto anziane o fuori moda spremendone sangue nero. Come nellabbattere col pendolo nuovi ruderi di case e scheletri di palazzi. Come nel far collassare con un click ciminiere fabbriche e grattacieli ritenuti inservibili

       Se Gillo Dorfles disse (provocatoriamente) che labbattimento delle Torri Gemelle era stato uno spettacolo bello, sono belle anche queste assurde demolizioni. Attirano infatti - sono gratis - non solo la gioiosa curiosità di pensionati, di passanti e di una stilosa scuola a due passi, ma soprattutto linteresse più ampio di unintera comunità.

       Sono soldi che girano, bellezza. Tutta qui, la morale.

       Per ri-cominciare, stamattina 2 demolizioni vicine e in contemporanea. Mentre lartiglio dei Leviathan/caterpillar in mezzo a clangori stereofonici tritava legni, torceva tubi e ferri, sminuzzava attrezzature e arredi intimi di innocenti pescherecci, centinaia di migliaia di euro traslavano silenziosamente in conti correnti famelici. Per legge, si badi, non come proventi di future vendite di montagne di rifiuti mal differenziati. 

       Come se nelle nostre cassette postali, per ogni sacco giallo/blu/nero di rifiuti da noi coscienziosamente differenziati e conferiti ad orario nei cassonetti, generose mani di politici infilassero rotoli di banconote. Mica succede. Anzi, noi ingenui tapini ci illudiamo pure che diventeranno preziosa seconda materia prima

       Riciclare, recuperare, valorizzare lesistente, restaurare lantico: necessità per il nostro sgraziato presente, antidoti alla cultura delleffimero 

       Macchè. Ecco la gloriosa marineria da pesca, fulcro di uneconomia locale che è (era) anche identità, tradizione, bellezza, distrutta con caparbietà e metodo da scelte politiche arraffa-consensi. Robusti assegni - non certo trenta denari, anche se è Pasqua - in cambio della demolizione di pescherecci annosi, carichi di storia e di storie, contenitori di saperi e sapienza come lo scudo dAchille. 

       Le carene di quelle barche (v.foto) dicono chiaro che non sono obsolete e inservibili; dicono che il nuovo che avanza ha il colore dei soldi, tanti e facili e subito, coi quali scambiare a cuor leggero i valori, i costumi, i tratti di unidentità comune saldamente disegnata nel tempo con dignità e sacrificio.

       Vengano, i giovani dalla scuola lì presso, vedano e imparino la lezione, ci guadagneranno. 

Se un uomo rinuncia ai suoi tradizionali sistemi di vita e ripudia le buone costumanze, dovrebbe prima accertarsi di poterli sostituire con qualcosa che vale

(proverbio dei Basuto del Lesotho, in Qualcosa che vale, Robert Ruark, 1954)

PGC - 26 marzo 2018 

domenica 25 marzo 2018

Massimo e i giornalisti

Non sapeva più come difenderla, la "sua" categoria.
Ne era (ancora) inguaribilmente orgoglioso.
Litigavamo.


PGC - 24 marzo 2018


sabato 24 marzo 2018

Massimo e il treno

Lo usava spesso, per tratti brevissimi, 4 minuti, 15 minuti, 18...
Come noi l'automobile.

PGC - 22 marzo 2018


venerdì 23 marzo 2018

Massimo e il cinema

Gli dispiaceva, non esser riuscito a sviluppare come desiderava
la sua prima passione - di cui gli riconoscevano grande competenza.
Forse in UT avremmo potuto impegnarci meglio, fare un filmUT...


PGC - 22 marzo 2018

Massimo e lo sport

"Lo sport fa male", diceva.


PGC - 22 marzo 2018

giovedì 22 marzo 2018

Massimo e UT

Vi siete fermati a 62.
Anche tu, Max, volevi andare oltre.


PGC - 21 marzo 2018


Massimo e i politici

Ne stava alla larga
[non abbastanza, gli dicevo...]
      Invece l'ha fatto benissimo.
      Anche quando, in ultimo, non avrebbe potuto cacciarli.
      Eh, non si son fatti vedere.
      Sono soddisfazioni.


PGC - 21 marzo 2018


mercoledì 21 marzo 2018

Massimo e la pineta

Praticamente, un pezzettino era "suo".
Quella panchina a sinistra del Pino Bar
rivolta a est.
Da maggio a settembre. Dalle 9 alle 11.
In mano un libro, o lo smartphone.
     Quando arrivavo io in bicicletta
     li metteva via.
     Due passi.
     "a doma'..."   "a doma'..."


PGC - 21 marzo 2018


Massimo e il jazz

Ne capiva più di me.
Al Cotton Club ci piazzavamo in prima fila
e stava più attento di me.
Nel viaggio di ritorno
discutendo
ognuno scriveva a mente il suo pezzo.
Lui, aspettando una sigaretta
Io, armeggiando coi fari.


PGC - 20 marzo 2018


"In memoria del direttore Consorti" di Marco Iaconetti

Gentile Francesco, cara redazione di UT,

questo articolo è stato scritto per la rivista IRS - HERITAGE del Governo azero, con cui collaboro.
Appena arrivato il cartaceo e ritirato in ambasciata, mi ero fatto dare una copia in più per consegnarlo al direttore Massimo, per renderlo orgoglioso del mio operato, dato che ha avuto sempre fiducia in me, tanto che mi ha lasciato sempre libero nei soggetti da me proposti.

Mi aveva insegnato l'arte della scrittura, dicendomi sempre che gli articoli devono essere un vortice di emozioni, sottolineandomi:
"Marco quando parli di un luogo descrivi le strade, i colori della campagna, la gente che incontri e i loro volti, il tuo rapporto con loro, anche il panino che mangi, altrimenti invece del patentino ti faccio fare la guida turistica".

Ci eravamo scritti qualche giorno prima della terribile notizia e mi aveva detto che ci saremmo rivisti a breve insieme a Emanuela.

Questo mi fa più amarezza, volevo dare il giornale a Veronica, ma non ci sono riuscito, mi sembrava fuori luogo.

Questo pezzo se pur indirettamente era dedicato a quello che rimarrà per sempre il mio direttore, la faccia genuina del giornalismo, che oggigiorno ha ceduto il posto a tanti influencer, blogger e politici che sono solo dei vanitosi persi tre le spire di un Like.

Ti allego il link.

Grazie di tutto Francesco




martedì 20 marzo 2018

"Mon ami", Patrizia Tocci per Massimo Consorti

Ci eravamo ritrovati da poco, a causa dei miei tanti traslochi e cambi di indirizzi. 
Proprio il web ci aveva fatto incontrare di nuovo con tanta stima reciproca.. ciao, Gentile amico mio. Conservo UT dal suo terzo anno. Lo riapro e trovo un tuo scritto che comincia così: “È solo un volo mister Jonathan". Forse è così, forse no, non ne sappiamo nulla davvero. Ma in ogni caso buon volo, mon ami.


Patrizia Tocci - 17 marzo 2018


Pensiero per Massimo, da Vittoria

Non voglio fare uno di quei soliti discorsi scontati o memorial banali... perché Massimo sicuramente non era né una persona scontata né sicuramente banale.
Massimo era una di quelle persone più uniche che rare: un uomo sprintoso, sempre pronto a battersi per la causa, pronto a dare tutto se stesso incondizionatamente. Stare con lui non era mai noioso, sapeva sempre strapparti un sorriso con i suoi racconti e le sue risate contagiose: insomma, la sua presenza era sempre un dono speciale. Poi di persone puntuali e meticolose come Massimo se ne incontrano davvero poche, come del resto era raro il suo talento con le parole... eh si, Massimo con le sue parole ti faceva volare, scriveva con una facilità che può nascere solo da uno spirito libero come lui. E proprio la libertà era il suo canto di battaglia. E lui questa libertà la nominava spesso, soprattutto quando parlava del suo caro Jacopo e della sua band: diceva che si rivedeva tanto in lui... E poi quando parlava della sua Veronica, che dire! La sua dolce splendida figlia, che di recente gli ha fatto davvero un inaspettato e magico regalo: una bellissima nipotina... aveva paura di non riuscire ad affrontare questo cambiamento, ma quando è nata ha detto “ma quanto è bella!”.
Per quanto mi riguarda, caro Massimo, tu sei stato per me un maestro, un idolo della letteratura e della scrittura. Fin da quando ero piccola ti ho sempre chiesto consigli e tu mi hai regalato vere e proprie perle di saggezza... l’ammirazione che provo per te è indescrivibile. Mi ricordo di quando ti feci leggere la mia tesina di terza media, o di quando mi desti i primi consigli di lettura... e ora quei libri che mi hai regalato valgono per me più dell’oro.
Ma ormai la scrittura non era più il tuo solo interesse: ti sei tuffato a pieno nel mondo dell’arte insieme a nonno e nonna, cosa che ti faceva venire in mente sempre tuo padre... avevi raggiunto a pieno quella sensibilità artistica rarissima, avevi capito tutto... e poi quanti lavori fatti insieme, quanti libri, quanti racconti su sculture e dipinti, quante cose!
Ormai per noi era la quotidianità vederti lì allo studio con i miei nonni a lavorare e progettare idee fantastiche... per loro eri un punto fermo, un amico prezioso, qualcuno con cui confidarsi e scherzare, per loro ci sei sempre stato e il rapporto che vi legava era indescrivibile...
E poi come dimenticare gli ultimi viaggi, come quello a Urbino: eri così felice di rivedere il luogo in cui hai trascorso anni bellissimi e spensierati, la tua adorata università, il cortile in cui giocavate a palle di neve quando nevicava, la cattedrale in cui sei entrato solo una volta finiti gli studi, perché dicevi che altrimenti avrebbe portato sfortuna.

Ma poi il primo colpo al cuore è arrivato il 5 di febbraio con questa tua email in cui ci aggiornavi sullo stato della piccola nipotina, poi ho scritto:

“Veronica ovviamente sta ad Ancona e io sono attaccato al telefono, cosa che mi ricorda fatti che credevo fossero sepolti nella memoria.
Tanto è... certo che questo 2018 ha avuto un inizio sfolgorante e non sono convinto sia finita qui.
Il Maestro si è rimesso? Del giovanotto non si potrebbe proprio fare a meno.
Spero di riprendere presto la mia quotidianità visto che non riesco a scrivere un articolo manco sotto tortura.
Un abbraccio grande a Marisa e a presto, spero.
Massimo”


Oh Massimo... mi sembra che tutto questo non sia reale, mi pare come se tu avessi voluto scrivere un racconto sulla tua ipotetica scomparsa... Già ti immagino a dire : “Sicuramente sulla locandina ci deve stare una mia foto mentre fumo, e poi, io non posso che essere vestito con bretelle e cappellino!”. Caro Massimo, come vorrei che fosse così, come vorrei fosse stato tutto un brutto sogno o uno scherzo orrendo... non sai quante volte mi sono detta “Ma ti sembra giusto andarsene così? Che modo è questo?”... Il punto è che senza di te niente sarà più come prima, ormai facevi parte della nostra quotidianità, e non vederti più lì allo studio seduto vicino a nonno e nonna mentre scherzate e lavorate al computer, per me sarà un’enorme sofferenza. Tu ci manchi, Massimo, sei parte di noi, non riesco a immaginare che ci siamo dovuti salutare, che non potrò più farti domande, non potremo scambiarci i libri o concludere tutti i meravigliosi progetti... ma come hai scritto tu stesso nel tuo ultimo post “Inizia un’altra fase, magari la più difficile. Importante però è andare avanti...”. Ti voglio bene Massimo.



Vittoria Amadio - 5 marzo 2018


Marisa Marconi, Massimo Consorti, Vittorio Amadio

Massimo e le sigarette

Se le faceva da solo.
Quand'era ora - era sempre ora - 
estraeva, in sequenza,
tutto l'armamentario dal tascapane
e la costruiva con gesti da orologiaio.
Con calma, in un attimo.
Mica mi sarei sorpreso
se invece della sigaretta (un po' acciaccata)
fosse sbocciato un giovane piccione.

PGC - 19 marzo 2018


lunedì 19 marzo 2018

"Bourbon" una poesia per Massimo di Luca Olivieri

Mi stupì di vedervi là dietro,
acquattati intorno a un tavolino
a discorrere di vita

in un buco
che casa non mi sembrava più da tempo

ma voi,
i vostri sorrisi
la vostra attenzione sincera

mi dicesti pochi cose
ma con il cuore pieno

mi suggeristi
un buon bourbon
ad allisciarmi la voce.

Ci conoscevamo poco
ma non sembrava importarti,
si sentiva la tua direzione.

Mi dicesti:
hai quel tempo,

facci quello che ti pare.



Massimo in Mercedes

Massimo in Mercedes non l'avevo mai visto
Lui bazzicava vecchie Punto e Twingo
Kia a gas
Smart 1°serie di Castel di Lama
Opel sbattutelle.
asmatiche Renault
furgonacci rossi...
       Le Mercedes (metallizzate) proprio non gli piacevano.
       Invece ci ha dovuto mettere anche la fotografia.

PGC - 18 marzo 2018

domenica 18 marzo 2018

“A Eleonora Duse dalle belle mani”

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 ELEONORA E GABRIELE

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto
13 marzo 2018  h21.15


        Nel Marzo che istituzioni associazioni circoli e bocciofile dedicano alla donna per facilmente tacitare le coscienze su “uno dei rapporti di potere che oggi più che in passato appare scopertamente la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto” *, lasciamo che le mimose restino sugli alberi, che l’orecchio fugga dalla retorica finto progressista, dalla fanfara mediatica che - in un’indistinta caccia all’audience - bulimizza violenza di genere e celebrazioni rituali.

        E ascoltiamo invece il nostro attore-solista ridar vita stasera, fuori da ridondanti mitologie, a quella tragica Eleonora dal volto austero, “musa velata” sorprendente come le donne sanno essere. Perché è lei che giganteggia nel rapporto a due: “la più dotata”, come è in natura l’esemplare femminile di qualsiasi specie, umana e animale. 

       Le foto della diva dall’archivio del conte Primoli sono sullo sfondo, le musiche del compositore Fabio Capponi seguono la voce solista, che è Gabriele e si sdoppia in Eleonora: piccola magia tecnologica di un vocoder  Roland carico d’anni.

        “Se lo avessi amato come crede, avrei dovuto morire quando ci siamo lasciati, e invece sono sopravvissuta…” scrive la Duse all’amica Matilde Serao, a diciott’anni dalla fine del tormentato amore col vate e appena due anni prima di morire.

         È Eleonora a respingere la “sete di vita gioiosa” rivendicata da Gabriele - che della fedeltà ha un’idea tutta sua - come alibi ai propri tradimenti: lei, che si commuove “davanti alla fame di un animale o alla sforzo di una pianta per superare un muro triste” potrà forse colpevolizzarlo per questo bisogno? le chiede il poeta. Ma “quale amore potrai tu trovare, degno e profondo, che vive solo di gaudio?” è la risposta fulminante di lei.

       Che si siano amati è certo, nessuno resiste per anni a tormentarsi così se non si ama, anche se lei lo chiama il “poeta infernale” e per lui la conquista della “célèbre tragédienne” - così il parigino Figaro - è soprattutto indispensabile all’intesa artistica che punta a rivoluzionare il teatro tragico e a realizzare il sogno di una Bayreuth latina (come Wagner ha fatto con la sua cittadella dello spettacolo musicale).

        La penna inimitabile del poeta ha dunque bisogno della favola bella di Eleonora, la cui solennità tragica, - affrancatasi dal repertorio “boulevardier” - si affina man mano attraverso la pittura, così come attraverso musica, filosofia, psicologia. “Ella ha imparato la pieghevolezza molle e ricca del corpo dalle divinità di Tintoretto” scrive il vate. E le sue interpretazioni sono spesso una “divinazione”, capace di portare allo scoperto risvolti dei personaggi ignoti allo stesso autore.

          Per lei il poeta scrive la Città morta  - “Nell’Argolide sitibonda” - e poi La Gioconda (con la dedica “A Eleonora Duse dalle belle mani”) in un crescendo di dipendenza dalla sua musa che lo rende nomade al suo seguito o angosciato nella solitudine di Settignano (“Mi sembra che allungando la mano potrei afferrare qualcosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza come un fanciullo tira la corda di un aquilone…”).

          I successi di Eleonora, cubitali su giornali di tutta Europa, l’allontanano dal poeta (L’altezza di ieri sera  - fui bella e perfetta - forse non la raggiungerò più, scrive all’amato). 

Ma la vita erratica ha il suo prezzo. “Parto, le poche ore di sosta son passate. Melanconia. Ieri è già oggi, Gabriele, e oggi sarà domani. […] Non chiudo più gli occhi, e la melanconia d’andare avanti è ormai una cosa immobile davanti a me”; nomade per tournée che - dice lei stessa - la rovesciano all’orlo della carta geografica, Eleonora trova conforto nelle lettere del poeta, date alle fiamme quasi tutte dopo la morte di lei: fantasmagorie, poemi sicuramente, gioielli che non leggeremo mai e forse “erano lì alcune fra le pagine più belle della nostra e di tutte le letterature” **       

        Eleonora ne trae linfa per interpretazioni ai limiti dell’umano, in una tensione emotiva da mattatrice in trance risvegliata solo dal boato degli applausi…” Più che uno spettacolo, si è svolta in scena una seduta spiritica” ***

       I trionfi la fanno irresistibile: strabilianti e remuneratissimi quelli berlinesi del Lessing Theater, escludono l’alleato, lo trasformano in controparte, rendono rivali i due amanti. 

Ecco allora “Il Fuoco”: Eleonora è impietosamente ritratta nella Foscarina, ombrosa figura di età sinodale (ma la Duse ha solo 41 anni!) contrapposta alla rivale, avvenente vergine “dai fianchi fecondi”, la Donatella che Stelio preferisce nel romanzo alla matura amante, opposizione che è anche allegoria di quella tra vecchio e nuovo teatro, vecchio e nuovo repertorio. Ne esce distrutta nella reputazione, la diva, ma è così generosa da scrivere che “un’opera d’arte vale più della sofferenza di una creatura umana”. D’Annunzio riparerà, e sarà lei nel più bel libro Laudi, creatura terrestre / che hai nome / Ermione.  

       “La figlia di Iorio” li dividerà per sempre, tragedia composta “con l’anima ansante”: Mila è personaggio a lei consacrato, ma sarà la giovane Irma Gramatica a interpretarlo.  

Hai donato La figlia di Iorio, l’ho donata io pure, per te, per la tua bella sorte, e che il core se ne vada a pezzetti non conta”: ha perdonato gli innumerevoli tradimenti amorosi, Eleonora, non può perdonare il tradimento artistico, il secondo dopo quello della Città morta “ che ha visto Sarah Bernhardt nel ruolo di Anna .

     “Mi fu tolta la mia ghirlanda dal capo”. E lo scontro diviene lacerazione definitiva: “ Non essendo necessità di me (…) desidero soltanto sparire”. Alla nuova amante di lui, Alessandra Di Rudinì, Eleonora scriverà per chiederle, e capire, se sia pronta ad amare Gabriele come l’ha amato lei: "Io so ciò che il mio amore valga e valse per lui, ditemi il vostro", perché “qualsiasi sia il volo de l’anima sua, ha diritto d’amore, ne è degno”. Ma al fedifrago aveva già scritto Da oggi (…) fa’ conto che io sia morta veramente per te (…).

       “Sono bella quando voglio” diceva di sè Eleonora (“La sua gola è ferma e morbida come quella di una ragazza, il profilo spiritualmente diafano…” scrive il NY Times nel 1902). Bella lo sarà ancora quando a 51 anni lascerà le scene. È sconfitta, ha trascinato il corpo malato di tubercolosi sui palcoscenici di mezza Europa, ma nell’uscita definitiva dalla comune in quel 21 aprile 1924 l’accompagnano le parole del poeta : “Nessuno saprà mai quanto fosse grande l’animo della Duse. Di tutte le donne che ho amato, ella solo ha sorretto la mia vita”.

       Due anni prima, incontrandola ancora una volta a Milano, “Quanto mi avete amato!”  le aveva gridato il vate inginocchiato - dicono - davanti a lei che, aiutandolo ad alzarsi: “Ma non potete immaginare quanto vi abbia dimenticato”. 

        Impareggiabile Eleonora dalle belle mani, cui una planetaria ola giunga da tutte noi donne, ovunque ella sia.


*    Lea Melandri, Contro l’8 Marzo”, in Internazionale, Marzo 2018
**   Franca Minnucci in “Come il mare io ti parlo”, Bompiani 2014
*** ibidem


In ricordo di Massimo Consorti. Amico. Direttore di UT, Rivista d’Arte e di Letteraturamagazine.org. 


Sara Di Giuseppe - 15 marzo 2018 


Omaggio a Mario Castelnuovo-Tedesco [Romancero Gitano op.152]

Claudio Marcotulli (chitarra) / Coro del Teatro “Ventidio Basso” di Ascoli Piceno, dir. Giovanni Farina
Fermo – Teatro dell’Aquila
11 marzo 2018  h 17

Chitarra: (sta a) Marcotulli = (come) Lorca: (sta a) Castelnuovo-Tedesco 


       Due concerti in uno. Nella prima parte, sul maestoso palcoscenico del Teatro dell’Aquila, Claudio Marcotulli è solo con la sua chitarra e le composizioni di E. Sainz de la Maza, J. Turina, J. Rodrigo, I. Albeniz. Nella seconda – circa trenta, fra coristi, direttore e ancora Marcotulli - irresistibili aleggeranno il Poema del Cante Jondo di Garcia Lorca  e il Romancero Gitano op.152 di Mario Castelnuovo-Tedesco che ne ha musicato i versi. 

       Del “primo” concerto diremmo d’esser rimasti sedotti, se non ci prendesse il cruccio di non saper poi dire ancor meglio del “secondo”. 

Fluisce tanta musica da quel solo strumento di sole 6 corde da sembrare - a noi poco avvezzi - che siano almeno due le chitarre. Costruita in un paesello qua vicino, la superclassica elegante chitarra di Marcotulli sopravanza perfino, all’occorrenza, il volume di suono e di note di un’arpa di quelle altissime (non celtica quindi) percorsa da una moltitudine di mani brave. Un’orchestra. Con tutte le coloriture possibili, dal piano pianissimo morbido-romantico all’irruenza della più caliente España. 

     Tecnica sublime ma “invisibile”, quella di Marcotulli: niente prove muscolari, acrobazie, effetti speciali… non lo vedi muovere un muscolo. Dipana il percorso musicale con naturalezza e apparente facilità, a dispetto dei frequenti cambi d’accordatura tra un pezzo e l’altro. 

Composizioni, anche le meno conosciute, che trascinano comunicano coinvolgono, pure in questo per noi “primo ascolto”: ci sorprende - pur conoscendo l’acustica perfetta dell’Aquila (Teatro) - poter captare l’anima chiara di ogni suono, anche quando la melodia non c’è, anche quando l’impianto musicale è per noi arduo, o quando affiora ed esplode il criptico carattere “contemporaneo” di questi strani autori novecenteschi di Spagna. 

       Al “secondo” concerto la visuale si complica e si moltiplica. Un coro è scenografico per definizione, e qui l’efficace disposizione ad arco consente d’individuare ogni voce, non solo dei solisti. 

       Un coro è un’orchestra strana: di legni di metalli e di carne, le sue voci possono saettare, sferzare, spaventare; i coristi sono come strumenti musicali veri (a corda, a percussione, a fiato…) comandati da tasti, pizzicati da dita, percossi da bacchette…  Il tenore è un sax, il basso è un contrabbasso, il contralto è un violino… quello fa “veramente” il pianoforte, quell’altro fa “davvero” la tromba, o la chitarra… Con la voce! 

      Questo Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, quasi unico, non è una “corale” - che dalle nostre parti ne abbiamo tante, con tutto il rispetto – Una corale, penso, non avrebbe potuto affrontare neanche la più facile delle opere di Castelnuovo-Tedesco, figurati questa. 

       Lui, italiano “affezionato per forza” all’America, compagno di Stravinskij e Toscanini, amico di Pirandello e Segovia, compositore inarrestabile e fluviale, non poteva non abbracciare la poesia di Garcia Lorca musicandola proprio per chitarra, moderna lira simbolo di poesia e strumento principe del cantare andaluso. 

Ne ha fatto un impressionante “Romancero Gitano”, che è un’opera ed è un poema. Di ascolto pensoso sofisticato e inebriante, da flâneur.

E questo Coro, il suo direttore Farina, la chitarra di Marcotulli, han dato stasera con dolcezza e irruenza, perfino a noi un po’ digiuni del ramo, il senso della poesia combattente e paesaggistica che fu quella di Garcia Lorca (“la poesia è un fuoco”, diceva).


Cuando yo me muera,

enterradme con mi guitarra 

bajo la arena

                         [F. Garcia Lorca, Memento]


PGC - 14 marzo 2018 



sabato 17 marzo 2018

Giuseppe Piscopo e Massimo

Il 23 giugno 2017 Massimo Consorti commentava così una mia vignetta: "Solo chi mi conosce bene può concepire una immagine simile. Giuseppe Piscopo e io collaboriamo da anni e sappiamo chi siamo, cosa facciamo e dove andiamo (!). E così, come l'altro Giuseppe, Giuseppe Aquino, non a caso anche lui di Napoli, l'unico in grado di fotografare la mia anima, Piscopo riesce a darmi la sola dimensione esistenziale alla quale aspiro: un maggiolino, una chitarra e un viaggio senza fine lungo la Route 66 in mezzo a un campo di papaveri".
Oggi ti rimando la stessa vignetta. Senza colore, senza suoni, senza odori, un'istantanea senza tempo. Oggi rivedo la tua dimensione esistenziale, la tua strada preferita e quel campo di papaveri innaffiato solo da lacrime, le mie.

Buon viaggio Massimo [...]


Poesia dedicata al mio "AMICO" Massimo

PERCHE' NON MI HAI ASPETTATO...

Perché non hai aspettato la primavera...

quando i rami del pesco si riempiono di tenui petali rosa.

quando s'ode l'allegro scampanio del mattino pasquale.

quando il profumo del rosmarino raggiunge la riva del mare.

quando il dolce vento in un giorno di sole accarezza con un brivido caldo la pelle.

No! Non dare la vile pecunia a Caronte, non attraversare il nero Stige.

Ti prego riapri di nuovo gli occhi e vola con ali di gabbiano

verso quella porta aperta sul dorato orizzonte

laddove il mare si sposa col cielo

per sempre nella tua San Benedetto.




Vittorio Camacci


Ciao, Direttore

Domani quando mi sveglio
mi sembrerà di aver sognato un incubo.
Invece Massimo è morto davvero.
Un unico colpo di cassa.
Nessuna traccia di swing.


PGC - 15 marzo 2018


lunedì 5 marzo 2018

Il racconto impossibile

Etienne Mbappe & The Prophets
Ascoli Piceno – Cotton Lab    2 marzo 2018  h 21,45

        Se solo sapessi descrivere come nel finale hanno suonato quella milonga di Piazzolla, forse potrei azzardarlo, un racconto dell’incredibile serata. 

Ma è un “racconto impossibile”. A tale livello di esosfera non è più “soltanto musica”, è tutte le arti messe insieme. 

        Quando Gillo Dorfles - fino all’altro ieri esploratore dei pianeti dell’arte più di chiunque altro - afferma(va) che “la musica non può essere circoscritta all’ascolto, ma si estende ad altri parametri della nostra sensorialità: alla dinamica corporea, alle associazioni visive e cinestetiche… non è soltanto ricezione passiva d’un tessuto sonoro, ma partecipazione attiva di tutto l’organismo…”, penso si riferisse proprio ad un Jazz come questo, non ad uno “qualsiasi”; magari l’ha scritto [in IRRITAZIONI, 1997] dopo aver anche lui ascoltato nel futuro, in qualche parte del mondo, un concerto di Etienne Mbappe & The Prophets… 

       Jazz planetario. Sofisticato e comprensibile, difficile e decifrabile, imprevedibile e vario. Di poderosa sincronicità; luccicante, a tratti romantico. Niente note corsare, mai carambole di accordi, sovrapposizioni oziose. Questi magnifici sette “Profeti” distendono melodie che non t’aspetti, accelerano col vigore adrenalinico di un 12 cilindri Ferrari, inventano coloriture di gusto vintage. Con assoli (o duo o trio…) da minimalisti e silenziosi a pirotecnici e tempestosi. Ritmi e suoni costruiti con grazia e rigore architettonici. Atmosfere d’Africa e d’Americhe, tracce di Francia, sapori esotici ma anche metallici. Musiche “ritrovate”, anche se non le hai mai sentite.

       Lui, Etienne Mbappe, suona il basso con guanti di seta neri, e forse materializza la metafora di un “Jazz-coi-guanti”. Poetabile ed elegante, ma anche energico e vincente (guantoni da boxe, allora…). 

       Cotton Lab delle grandi occasioni, gremito di musicisti con occhi e orecchie da combattimento. Serata quasi di lavoro per loro, da prendere appunti, e un po’ da deprimersi. Ho visto nel popolo dei bassisti quelli che… le lacrime nascoste, nel popolo dei batteristi quelli che… compriamoci le bacchette verdi, nei popoli dei pianisti violinisti chitarristi trombettisti e sassofonisti quelli che… poveri i loro strumenti. Però tutti, in piedi alla fine, a dire “grazie mille” a Etienne Mbappe & C. 

       Ma anche in questo, nessuno a dirlo affettuosamente e musicalmente bene come lui…        

PGC - 4 marzo 2018

foto Barbara Di Cretico

domenica 4 marzo 2018

L'omaggio di Giuseppe Piscopo a Gillo Dorfles

In questo caso commentare è superfluo, possiamo solo ringraziare la sensibilità e il talento dell'autore Piscopo, stimolato e guidato dal Gigante appena scomparso... girando 'l'angolo' della nostra irrealtà.

sabato 3 marzo 2018

Un caffè con Dorfles

“… Senta, mi aiuti a togliermi di torno questi giornalisti… mi stia vicino… 
magari prendiamoci un caffè…” 


      Così, nei pressi del Caffè Meletti, si rivolse a me che dopo la conferenza a Palazzo dei Capitani [Biennale Int. del Design] l’avevo inseguito per caso nell’avventurosa visita al Battistero di Ascoli. Correva l’anno 2010.

[https://faxivostri.wordpress.com/2010/05/07/a-spasso-con-dorfles/#more-652]

       Non feci in tempo ad “aiutarlo”, e non prendemmo neppure il caffè: come temeva, lo incastrarono per un rituale aperitivo al ventoso tavolo nord-esterno-d’angolo del Meletti, e giù mitraglia di domande sulla sua salute di ferro, quasi cent’anni, allora: ovvio, mica su questioni d’arte...

       Mi torna quest’affettuoso ricordo. Pochi giorni fa, in una TV di notte fonda ero anche incappato in una gustosa intervista a casa sua. Forse l’ultima. Un monumento, quasi 108 anni, un record che l’inorgogliva e l’irritava… “ho tanto ancora da fare…” e “presto, veniamo al sodo…”.

       Della sua morte oggi hanno detto en passant, dopo le notizie (notizie?) sulle venefiche elezioni, dopo i sensazionalismi sul maltempo (insolito, in inverno, no?) e dopo le ultimissime del calcio “implacabile e mortale” (G.D.). Stitico riassuntino di un “coccodrillo” stantio, certo preparato da decenni, forse se l’erano pure dimenticato o perso, data la tenacia di quel grande a restar vivo. Dunque due parole due: sull’età (ti pareva…),107, e sul sottotitolo - Critico d’arte - un po’ misterioso pure per la scappereccia semianalfabeta giornalista. STOP. Pubblicità.

      Ma da domani tutti di corsa a sparare aneddoti, storie, interviste, articoli, libri, mostre, fulminazioni… Redazioni col fiatone a barcamenarsi fra i conteggi di votanti/non votanti e l’oceanica mole di notizie su Dorfles. Ne verrà fuori un calderone inutile e kitsch, che però lo avrebbe divertito: ci avrebbe giocato, con curiosità e passione, menando fendenti a destra e sinistra, sempre con classe ed eleganza si capisce.

       Non poteva scegliere momento migliore, per ritirarsi dal “turbine sociale” che gli piaceva tanto.

Peccato non averci preso il caffè insieme. Mi restano le sue due tazzine disegnate per Illy.

[https://faxivostri.wordpress.com/2011/09/10/in-chiesa-con-dorfles/#more-1703]

PGC - 14 febbraio 2018