giovedì 30 agosto 2018

MEGLIO TARDI CHE MAI

[In un amen svuota la Diciotti, si accolla 100 migranti e ne piazza 20 in Irlanda e 20 in Albania]


        Forse ha indugiato troppo, Francesco, ma almeno cè riuscito. Chissà che fatica convincere la CEI  quanti Salvini, in Vaticano!  però alla fine il Papa è sempre il Papa. Voilà: 100 migranti a Caritas e diocesi (chissà se se li contenderanno, Rocca di Papa già non li vuole); 20 in Irlanda come regalo-di-visita obbligatorio (la Chiesa dIrlanda si sarebbe presa pure qualche minorenne, ma erano finiti); e 20 addirittura in Albania, che schiaffo morale ci siamo presi sui denti!

         Bravo Francesco, quindi.

         Questa sola dovrebbe essere la Politica della Chiesa, non quella che le è invece abituale, di entrare a gamba tesa e inopportunamente in questioni di ordine civile che anche tecnicamente non la riguardano. Compiere autonomamente la “buona azione, dare lesempio. Con coraggio. Senza calcoli nè mediazioni. 

Questo ha fatto - in Italia e altrove - negli anni bui della storia, riscattando la grave compromissione dei suoi vertici con tutte le devianze del potere. 

Oggi il suo silenzio è stato pesante, e occorrevano invece scomuniche ad alto livello: a cattolici/cristiani che non aiutano o non accolgono o cacciano altri esseri umani, a cattolici/cristiani che perseguitano chi porge aiuto, a governanti cattolici/cristiani che danno ordini sbagliati e a chi con zelo obbedisce. 

Per quel che vale una scomunica, a un credente dovrebbe dar fastidio no? 

         Anche senza intendersi di religioni, di loro statuti e costituzioni, non è peregrino pensare che tante altre Chiese avrebbero dovuto battere un colpo contro la folle esibizione muscolare giocata sulla pelle di migranti. Invece di guardarsi lombelico e, pregando, aspettare che passi. Almeno un paio di queste religioni avrebbero potuto/dovuto affiancare il collega Francesco, invece di starsene prudentemente zitte alla larga, quiete e altezzose ad aspettare la sua visita epocale. Che prima o poi arriva, basta preparargli la spianata per bagno di folla e bandierine. 

         Loccasione si ripresenterà prestissimo, alla prossima Diciotti


PGC - 28 agosto 2018 


martedì 21 agosto 2018

sabato 18 agosto 2018

PINO TAR

[Respinto dal T.A.R. il ricorso di sopravvivenza del PINO BAR. 
IL COMUNE ESULTA] 


          La tempestiva incontenibile soddisfazione del sindaco di San Benedetto, Pasqualino Piunti: Con questa sentenza viene restituita alla collettività una zona di rilevanza storica, collocata a servizio di unarea verde centralissima, come patrimonio comunale indisponibile

          Ma che stai a di, Pasquali: “… restituita alla collettività

Forse il PINO BAR è un manufatto inagibile, chiuso, fatiscente, schifido come tanti in città (dei quali invece non ti occupi)?

Forse non è stato per decenni ed è tuttora, gestito, mantenuto, curato con dignità, attenzione, gusto, passione, rispetto? 

Forse non è lultima oasi di benessere e di pensiero rimasta nellottusa fracassoneria di un centro urbano votato allacchiappo del turismo più becero? 

Forse non è lunico piccolo bar privo di furbe pedane e dehors che invadono spazi pubblici tanto sfrontatamente quanto bonariamente tollerati dal Comune, con reverenza direttamente proporzionale al potere e allinfluenza dei suoi gestori? 

Forse la Resistenza del PINO BAR non è sostenuta democraticamente da migliaia di cittadini e turisti con firme che continuano ad aggiungersi ogni giorno alla petizione, mai chiusa, contro la funesta modernizzazione, incombente qualora gli attuali gestori venissero cacciati?

          Ma che stai a di, Pasquali: “… zona di rilevanza storica?

Pino Bar non è una zona: il lessico non è unopinione, e una zona è uno spazio, unarea, un posto qualsiasi; può essere anche indistinta, abbandonata, perfino una discarica è una zona; può essere una terra di nessuno, un non-luogoecc.

PINO BAR non puoi chiamarlo zona come fosse un posto qualsiasi: è un manufatto, unopera concepita, progettata, realizzata da umani dei tempi sobri; una realtà che resiste e che per estetica, dignità, funzionalità, respiro, armonizzazione con ambiente e paesaggio ha indiscussa rilevanza testimoniale, storica, sociale.

          Ma che stai a di, Pasquali: “… patrimonio comunale indisponibile?

Forse che lo gestirà il Comune? Forse che in questa maniera con la farsa di un regolare appalto pubblico per tacitare i gonzi non sarà invece saziato qualche appetito-morsicatore neanche tanto nascosto? 

          Ma tutto questo il TAR (come Alice) non lo sa


PGC - 18 agosto 2018


venerdì 17 agosto 2018

Inafferrabile Mario

Ricordi, ricordi, pochi ma indelebili tracce scolpite nella mente come nelle ossa, cresciute per alcuni anni insieme.

Carissimo Mario, mi hai lasciato di stucco, senza un 'cenno', senza poterti rivedere ancora una volta. Ma tu eri così, inafferrabile, spesso lontano da questi luoghi di stretta e angusta periferia. Quasi fosse un riscatto dal nobile paesino che ti ha visto nascere, Montefiore, per allontanartene definitivamente fino a oggi. 

Ti ricordo come un talentoso artista prim'ancora che amico. Sì, perché tu sapevi esserlo con tanti e con nessuno, con l'accezione positiva di quanti sanno di essere persone speciali e la loro strada è determinata se non da sé, da pochi altri vincoli affettivi e materiali. Insomma, credo che tu, anche nella tortuosità dell'esistenza, sia stato sempre convinto nel perseguire gli ideali di libertà, di indipendenza nella vita come nell'arte con la tua generosa e creativa progettualità. L'acutezza dei tuoi pensieri si leggeva nel tuo sguardo, fiero, irriverente, sicuro ma felicemente 'leggero'. La tua vita, come la tua carriera lo testimoniano. Così come la tua giovane famiglia, che ben ti ha rappresentato nell'ultimo pubblico saluto. Sono stato colpito dalle loro parole, grandi e amorevoli. Per te e tua moglie Marina non c'è premio più grande. 

Appena ventenne sei riuscito a saltare su vari continenti, da solo, magari in compagnia di un reduce 'cappello da prete' che testimoniava la tua ironica diversità rispetto a un mondo pieno di ipocrisie. 
I tuoi genitori, Erminio e Giuliana, come la carissima sorella Daniela, erano spesso costretti a rincorrerti idealmente in terre lontane, con la preoccupazione, e forse anche l'orgoglio, di avere un Gianburrasca cresciuto in fretta e voglioso di scoprire o magari conquistare il mondo. Gli USA, la Cina e non so quanti altri paesi da te 'navigati' poco più che ventenne. Poi il Venezuela, con la bellissima nuova compagna di vita, dove grazie ad un tuo progetto intrecciasti collaborazioni internazionali con eventi e mostre d'arte. Nel contempo l'insegnamento, professione che, conoscendoti, certamente amavi e dove trasferivi il tuo talento in modo che crescesse il loro, quello dei tuo ragazzi, futuri donne e uomini più che alunni.

Le arti, in toto, sono state il tuo pane quotidiano, come l'amore per l'avventura e la sfida con sé stessi. Sfida che ti ha portato a sottovalutare il tempo, quello che non rispecchia i nostri pensieri e fa scempio insindacabile della volontà e necessità di vivere… ancora un po'.

Caro amico di studi e di esperienze comuni, degli scambi di parole ad arte, del "ci sentiamo presto" dopo l'ultima collaborazione in UT del 2010, La Curiosità (giustappunto, quale miglior tema?); mi mancherà l'attesa che mi portava sempre a sperare di rivederti prima o poi, anche solo di saperti in giro a progettare 'qualcosa' di vitale, di importante, di immaginifico. Ma questo tuo ultimo viaggio nessuno lo aveva previsto. Inarrivabile Mario… e la tua grande vivace umanità.

La tua frase, riportata in tuo ricordo, testimonia ciò che è stato grande in te, un pensiero alto e laico: "Non piangete, io continuerò ad amarvi al di là della vita. L'amore è l'anima e l'anima non muore". Da parte mia mi impegnerò a rispettare questa tua esortazione. Ma per la tua promessa, fa sì che si estenda dalle 'mie parti' e mi folgori da qui in avanti.

Francesco Del Zompo - 16 agosto 2018
(Omaggio a Mario De Carolis, scomparso il 12 agosto 2018)

Opera di Mario De Carolis per UT "La Curiosità", settembre 2010

mercoledì 15 agosto 2018

“Dilaniato dai versi”


Fondazione DiversoInverso

"MINUTI ILLIMITATI di... GIARDINO" 
Giardino de La Rosa Scarlatta - Monterubbiano


La Cantoria del Buon Cantore
di
GIARMANDO DIMARTI

Percorso lirico poetico omniano a cura di 

Vincenzo di Bonaventura
11 agosto 2018  h21.30



“Dilaniato dai versi”

 

       Sono dilaniato dai versi, posseduto fino a “pensare in poesia”, dice di sé Di Bonaventura. A possederlo stasera è la grande poesia di Giarmando Dimarti (“Uno dei più grandi poeti del nostro tempo, e di cui mi onoro di essere amico”): vissuta, cantata, agita da Vincenzo, essa è la nostra rosa scarlatta in questo giardino senza età, di scale impervie, di silenzio e di stelle.
       Vi aleggia il genio eclettico e raffinato di Euro Teodori, che Giarmando ricorda commosso nei saluti; lo rischiara la presenza luminosa solida e lieve di Stefania. E noi vibriamo in tutt’uno con questi alberi antichi e liberi, con questo cielo profondo, con Vincenzo che si fa aoidos dei versi poderosi, e quella poesia percepiamo in ogni cellula - in modo primitivo e primigenio - coi sensi più profondi.

       Per voce sola e djembe ci assale titanico il canto in necessario / accessorio del poeta. Nel mondo disumanato, nel “chiassato silenzio” del tempo che ci siamo dati*, la poesia non ha - montalianamente -  lingua o parola che salvi – “Taci il tuo ciancio cantare / poeta (…) cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce (…) la terra veleggia l’universo / anche senza le tue balorde sfioccate bandiere sonore

       Frantumato, destrutturato, sperimentale eppure antichissimo e dotto, il verso dimartiano irrompe nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano; perfora il conformismo delle parole ormai vuote di senso con la densità di una lingua spregiudicata e squisita, apocalittica e aspra, che impietosa squarcia il velo opaco delle cose e a un tempo si piega dolente - con un cuore appena ricucito - sulla pena di una terra erranea sdraiata fraudolenta.

       La voce attoriale se ne fa canto, tambureggiare di djembe, grido poderoso, lamento dissotterrato da affogate memorie. Percorre l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta; evoca presaga il cieco precipitare della nostra vita in disarmo - dove “è tutto sotto controllo”* - verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi saremo nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.

       Implacabile esplora la rabbia della fame infame sete di chi ha attinto acqua da crepe deserte (…) dato quello che avevo per un recinto d’aria; scava la pena delle labbra incollate dai digiuni nel disperato j’accuse: “a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni?”

       Evoca l’amore - amaro amore errante - che ritorna dopo il tempo di un lungo deserto, e l’anima roca per nebbie disfatte si affaccia nuovamente nel giorno: non fu cosa facile / non lo è mai quando il cuore decide la sua storia.
       Si piega dolente sulla tragedia dell’amico suicida, ed è interrogarsi per capire e capirsi, e non poter altro che amare ormai lontano quel cuore in ritardo per un giorno senza rive, quell’anima in cerca di un’alba di là da tutto / senza più paura.
       Ed è canto dell’uomo fatto solo (“nella moltitudine che incrocia il tempo della storia / trovo te uomo fatto solo…”) che svende i suoi giorni nel quotidiano frastuono dove la sua profonda esserità è smarrita, è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena  / dell’uomo.
       Nel viaggio che si conclude calchiamo con Dimarti l’orma adrianea nello struggente Animula vagula blandula: il dolore esistenziale - non mitigato, solo più pietoso - si libera in quel “Anima mia / batti come un timpano sordo”. Ti percepisco, e in quella percezione profonda - ripetuta, insistita - si ricompone l’unità perduta (“riconduco in te la mia sparsa origine”) tra la propria umana essenza e il tutto.

       Resteranno a lungo, vibreranno ancora fra gli alberi e le stelle, il respiro epico della poesia di Dimarti,  il brivido del suo amore errante, e la voce aedica che nel cantarli ci restituisce alla nostra “sopravvissuta umanità”, ci richiama indietro - fosse anche per una sera - dallo schiamazzo ebete del giorno, dalla stoltezza mascherata di inutili libertà.

* Il tempo che ci siamo dati     G.Dimarti, 2016
* È tutto sotto controllo            G.Dimarti, 2009



Sara Di Giuseppe - 13 agosto 2018



foto di Sara Di Giuseppe e Antonello Andreani

domenica 12 agosto 2018

I passi dell’ombra, i passi del sole

        È bello passeggiare per le strade di Ripa - tra storia architettura e religione - anche se è tutto un salire-scendere-scalinare che davvero ci vuole il fisico. Destate quanti turisti incontri ammirati ma stanchi, sudati come turchi: rasentano muri in cerca dombra, abbracciano alberi, cercano acqua Dinverno, al contrario, rifuggendo lombra, passeggiando infagottati e veloci, appena possono si offrono al sole come lucertole, cercano dintiepidirsi, daccumulare calore, di ripararsi dal vento siberiano che non si sappia in giro è fabbricato proprio qui, a Ripa.

        Normale che sia così. Ma a Ripa, dalla rugosa morfologia ondulata irregolare e tutta curve, senza strade dritte o a 90° che diano unorientata, il volenteroso turista-camminatore estivo non può sapere se passeggiando troverà conforto nellombra pedinatrice, o rinsecchirà come un baccalà sotto il sole implacabile da traversata del Ténéré. E anche nelle uscite fuori dal centro storico, avventurandosi per le agricole contrade, quanto gli sarebbe utile sapere se in certe ore laiuterà lamica ombra a conoscere/esplorare il territorio, e gustarlo per magari rimanerci un po’… O se, per non rischiare linsolazione, dovrà mettere in moto e via.

        Un rimedio ci sarebbe, e nelle stanze di bottoni lavrebbero già tirato fuori dal cilindro se fosse un sacco costoso, se desse visibilità e gloria, se per sbandierarlo dovessero chiamare archistar, se per benedirlo arrivassero vescovi e generali, e bande cittadine a suonar grancasse e bombardini.

        Purtroppo sarebbe invece a costo quasi zero il mio strano pieghevole dal titolo I passi dellombra, i passi del sole. In sostanza, sul fronte A ci sarebbe la mappa della parte passeggiabile di Ripa-paese con in bella evidenza le zone dombra in 3 diverse fasce orarie nei circa 100 giorni estivi; sul retro B, le mappe delle parti passeggiabili delle contrade adiacenti, con disegnate le ombre nelle stesse fasce orarie. Ma non solo: adoperando la simbologia internazionale, lungo gli (ombrosi) percorsi non dovrebbero mancare le freccette orientate delle pendenze (salita o discesa), i dati sulla pavimentazione urbana e del fondo stradale, i simboli dei gradini o delle rampe, le quote altimetriche ravvicinate, i punti dacqua o di ristoro, i luoghi mirati di particolare interesse panoramico/paesaggistico con indicate, in uno specchietto, le temperature e le precipitazioni medie degli ultimi 5 anni in quei 100 giorni.

       Questo pratico e robusto pieghevole avrebbe, da chiuso, dimensioni e forma di uno smartphone (circa cm.7X14); aperto, diventerebbe in un lampo circa 56X42. Necessariamente bilingue (italiano non autoreferenziale / inglese non allamatriciana). Se organizzato come si deve, avrebbe spazio per innumerevoli altre informazioni utili se non indispensabili, colpevolmente assenti nella totalità dei materiali informativi del territorio. 

Per tecnica dei materiali, linguaggio, grafica e lettering, disegni, immagine, I passi dellombra, i passi del sole - oltre allidea originale che già da sé perforerebbe il sistema comunicativo/pubblicitario - è un progetto innovativo complesso che non si può improvvisare. Ma si può ignorare.


PGC - 11 agosto 2018 


Due polente e una Traviata

        Ripatransone. LUfficio Turistico / Museo Archeologico / Biblioteca Comunale si apre al piano terra del Palazzo Municipale. Fai dieci passi, giri langolo e hai la scalinata della Civica Residenza, nelle cui stanze fervono le intelligenze, vibrano le sinapsi, si forgiano le magnifiche sorti e progressive della città. 

        Strano che così vicino e in così denso svolazzar di neuroni (appena rinnovati), nessuno abbia  fatto caso a quei cartelloni abbattutisi allingresso dellindifeso UfficioTuristico. Eppure sembrano esser stati lanciati da unauto in corsa, forse da buontemponi in vena di zingarata alla Amici miei di Monicelli. Di certo sono atterrati male, e lì sono rimasti.

        Altro modo non cè, di capire come - nel luogo più qualificante della città - possano convivere polenta e Traviata, polenta e NovArie, pappardelle e Rassegna Concertistica in unassurda ammucchiata cartellonistica che guarda pure, impudente e beffarda, lincredibile meraviglia del  Palazzo del Podestà proprio lì di fronte. 

        Ovvio che - con tutti i problemi che una città può avere - non si starebbe qui a parlare di sette cartelloni buttati alla come viene a imbruttire un luogo cittadino di rara bellezza e istituzionalmente rappresentativo, se il decoro urbano non fosse - ma lo è - un misuratore imprescindibile di quella civiltà che comincia dal rispetto dei luoghi e diviene transitivamente rispetto di sè e degli altri; se lassenza di quel decoro non fosse impietoso segnale di ulteriori preoccupanti deficit

        Intanto i visitatori guardano incuriositi - gli stranieri soprattutto - il Concerto di Gala dellOpera sposare senza imbarazzo la Festa della polenta, Debussy sotto-stare alle pappardelle di farro al ragù, Giuseppe Verdi contendere spazio alla passatella: e forse ci osservano con linteresse dellentomologo che studia al microscopio le specie rare.

        Di certo, sui cartelloni di Ripa polenta batte Traviata due a uno. 
Vittoria netta.


Sara Di Giuseppe - 9 agosto 2018


mercoledì 8 agosto 2018

QUI

QUI è un docu-film di quattro anni fa, visto e recensito allora sembra opportuno riproporlo oggi perché la questione di cui tratta è più che mai aperta e per aggiornamenti basta cercare in rete. Il dibattito politico pro e contro è ancora in atto, le ragioni della protesta sono sempre attuali, la disinformazione è grande e il disinteresse dell’opinione pubblica pure. Aggiungere un piccolo tassello servendosi di un film forse aiuta, si spera!

“Tu che ne pensi delle ragioni di chi protesta in Val di Susa?”.

Inizia così il film di Daniele Gaglianone, vincitore del premio Gli Occhiali di Gandhi al TFF 32. E’ in didascalia ed è tratto dal dialogo del regista con un funzionario di polizia durante le riprese, ma la domanda dovrebbe essere rivolta ad un pubblico molto più ampio, a tutti noi, cittadini di un’Italia mal informata e mal messa, che di questa piccola valle alpina, poco conosciuta e poco frequentata, sa ben poco che non sia la disinformazione sistematica propinata quotidianamente dai media.

Eppure questa popolazione, circa sessantamila valligiani sparsi nei vari centri del territorio, lotta da decenni e sta scontando sulla sua pelle le conseguenze della protesta.

Stiamo parlando del NO TAV, movimento che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione e dei suoi piccoli eroi del quotidiano, gente qualsiasi, massaie e impiegati, ragazzi e contadini, che lottano da anni per salvare la propria terra, la casa, la qualità della vita contro la giustizia ingiusta che scatena interi plotoni di polizia in tenuta anti sommossa a lanciare lacrimogeni e fare addirittura prigionieri.

Non sembri esagerato e di parte, bisogna seguire per due ore Gaglianone e il suo modo onesto di condurci sui posti, di far parlare la gente qualsiasi, fuori da ogni retorica, senza toni tribunizi, semplicemente registrando il cosiddetto stato dell’arte in un territorio condannato a morte. Ci si convince ancora una volta di quanto l’informazione e la partecipazione politica siano dovere civile, non optional o, peggio, occasione per perder tempo.

Dieci abitanti della Val Susa sono stati scelti a campione, il regista li ha fatti parlare riprendendoli a casa o sui luoghi della discordia, e il variegato mosaico di questa lunga storia si è man mano ricomposto. Ognuno ha una storia da raccontare, la sua, ma diventa ben presto storia collettiva e, insieme, parte di un collage da cui affiorano le piaghe ben note di un Paese vissuto per decenni sull’impunità e il malgoverno.

Appalti truccati e dossier spaventosi sull’impatto ambientale delle cosiddette Grandi Opere, studi di settore che dichiarano il traffico passeggeri e merci in forte calo lì dove s’investono milioni di euro per un’alta velocità che non serve, anzi, farebbe danni enormi all’ecosistema e alla gente, esproprio di terreni, taglio di boschi, dissesto idrogeologico, sorgenti disseccate, alluvioni periodiche e frane,c’è di tutto nei racconti della gente.

Sfilano davanti all’obiettivo persone semplici e tranquille che un bel giorno, per caso, han dovuto vedere sul plastico, esposto da qualche parte, la propria abitazione prossima ad essere chiusa in una morsa fra autostrada e ferrovia; passano simpatiche massaie che, mentre fanno il caffè, raccontano di quella volta in cui si sono incatenate ai cancelli del cantiere e sono state lì per ore; giovani impiegate, studentesse, operaie raccontano di posti di blocco dove, per passare, bisognava mostrare i documenti, ogni volta, anche i bambini diretti a scuola.

Medio Oriente? Gaza? No, Val di Susa.

E poi le cariche della polizia, il capitolo più agghiacciante, incomprensibile affronto alla protesta non violenta di un popolo che lotta per i propri diritti. Fino alla detenzione di Chiara, Niccolò, Claudio e Mattia, accusati di terrorismo e in carcere dal 9 dicembre 2013, per cui sono stati chiesti dalla procura 9 anni e 6 mesi per un atto di sabotaggio, avendo incendiato un compressore.

Fare una sintesi di tutto l’orrore che emerge da queste videoriprese che hanno il sapore vero delle riprese amatoriali è impossibile. Video caricati su you tube soccorrono dove è utile documentare dal vivo, ma l’impatto forte è proprio nei volti, nelle parole, nei racconti di queste persone.

QUI accade, qui è la parola che sentiamo ripetere continuamente, qui è dove siamo tutti noi.

La motivazione del premio al regista non poteva essere più pertinente:

Per aver saputo raccontare in modo onesto e diretto come una comunità stia portando avanti da tempo una lotta per i diritti e i beni comuni con molteplici strumenti nonviolenti. Una riflessione sulla democrazia che rovescia gli stereotipi della politica e dell’informazione.


Paola Di Giuseppe - 7 AGOSTO 2018 
articolo tratto da http://www.paoladigiuseppe.it/qui/ 

martedì 7 agosto 2018

RECORD MONDIALE

            A Ripatransone, la Biblioteca Comunale rimane chiusa dal 1° Luglio al 15 Settembre: due mesi e mezzo di vacanza. Negli altri mesi dellanno lavora - a mezzegiornate alterne - 13 (tredici) ore alla settimana, salvo le feste. In pratica, è aperta e fruibile per meno di 500 (cinquecento) ore lanno: unora e un quarto al giorno.  RECORD MONDIALE. 

Alla nuova Amministrazione Comunale (il cui Assessore alla Cultura si è premurato di far affiggere bene in vista allingresso della Biblioteca il cartello di chiusura), in ambasce per le Ristrettezze di Bilancio [chissà perché in campagna elettorale dicevano il contrario], propongo allora di chiuderla definitivamente sta Biblioteca Comunale, visto che non serve. 

Come non servono il teatro chiuso, le chiese chiuse, i musei e i palazzi storici chiusi, il Museo della Civiltà Contadina chiuso, il Circolo Anziani chiuso 

Servono le sagre, quelle sì sempre aperte, con quelle si mangia e con la cultura no. 

E alla Biblioteca Comunale realizzarci, spendendo niente, un parcheggio coperto per motociclette-scooter-biciclette per turisti (piano strada) e stanziali (sottopiano). Altro RECORD MONDIALE.


PGC - 6 agosto 2018


venerdì 3 agosto 2018

L'anima dei paesaggi

Paesaggi dellanima

Acquerelli di Eugenio Cellini

Cripta di San Giovanni Evangelista
Ripatransone     
16 Luglio  15 Agosto 2018


       Per noi assuefatti o in preda allaccidia, ormai talmente abituati ai nostri paesaggi che nemmeno li guardiamo più, tornano puntuali gli acquerelli di Eugenio Cellini a raccontarceli nel profondo. Fin nellanima.

        E stavolta si sono accasati proprio nellanima di Ripa, nel suo baricentro, sotto il chiesone del centro storico. Nellantica cripta nascosta che pare scavata nei mattoni di una fornace, ubbidiente a unarchitettura sobria solida e sacra, perfetta per larte e la musica. Uno spazio severo di silenzio e di luce (specie di pomeriggio) con già tutti i colori della terra però senzacqua. Dunque erano attesi gli acquerelli: eccone più di 120!

        Eugenio ne ha fatte tante di mostre, e ne fa. E con lui sempre presente, per forza i visitatori  del posto o di fuori  gli fanno domande: chi ri-conosce il soggetto dellacquerello e va bene; chi no, e curioso vuol saperne le coordinate; chi gli pare quel posto ma se lo ricorda un po diverso; chi  vedendolo per la prima volta lo trova familiare come ci fosse già stato, magari in una vita precedente

         Paesaggi (secondari) senza persone e auto, senza velocità, eppure animati da invisibili presenze che muovono la scena: vedi e senti il vento da est che fruscia tra gli alberi e il rosmarino, ti sembra che le nuvole si spostino, segui il lento traslare dellombra chiara del mezzogiorno e quello più lesto delle ombre lunghe serali, vedi sfilacciarsi le scie di schiuma mentre le barche disegnano facili traiettorie, e le campane dei campanili non stanno ferme

        Sono le anime del paesaggio, che si palesano perchè Eugenio sa esprimerle tutte con solo un po dacqua per diluire i colori. 

In piccoli viaggi, in reportage minimi, ne coglie le allucinazioni, le dinamiche, le vibrazioni, i profumi, le rughe mobili, il cuore letterario [vengono in mente certe narrazioni di Franco Arminio]. Dipinge il freddo e il caldo, le stagioni, la vita. Nulla è fermo per chi guarda, quegli acquerelli più che quadri sono commedia, cinema, teatro Sono storie. E sono testimonianza.

        Non guardiamoli soltanto, questi Paesaggi dellAnima: dei paesaggi reali che raccontano possiamo sentire la voce, ci ricordano che sono là da sempre, solo non ce ne siamo accorti, o li abbiamo dimenticati. Occupati a brandire discorsi e retoriche - difesa, conservazione, tutela del paesaggio e bla e bla - mai divenuti sostanza, abbiamo trascurato di viverli, di proteggerli come si fa con le persone che amiamo: rispettandone lanima, occupandoci di loro, accantonando egoismi e interessi. 


PGC - 2 agosto 2018