martedì 2 luglio 2013

Margherita Hack e i gatti di Spoleto. Gli incontri di Pier Giorgio Camaioni al Festival dei 2 Mondi

Non era il solito indolente sonno diurno. Il bel siamese adulto del Teatro Romano in Via delle Terme proprio ci ignorava, acciambellato in posa “invernale” sul suo millenario rudere sicuramente arroventato dal sole pomeridiano. Cercavano di richiamarne l’attenzione, oltre l’inferriata, anche altri spettatori in anticipato avvicinamento al concerto serale dell’Orchestra del “Carlo Felice” di Genova. Lui niente. Finto morto. Solo un occhio aperto - pensoso o triste - puntato su un preciso punto focale visibile solo lui. Non certo una stella, a quell’ora. O forse sì? Prima, in tarda mattinata, accasciato senza eleganza a bordo strada, sulla curva di Piazza Mentana, un giovane gatto delle foreste norvegesi, sofferente e malandato, sembrava volersi far uccidere dalle macchine di passaggio.
Perché? In un primo tempo, normalissimi mi erano invece sembrati i due mici della stretta salita di Via Sant’Agata: la magra tigratina dall’incredibile grigio-rosa (!) e occhi verdi, coccolosa e giocherellona, l’anonimo e sospettoso bianco/grigio adagiato sul complicato tergicristallo della Mercedes classe A metallizzata. Ma, come ad un segnale, quella si faceva seria e s’arrampicava sul muretto guardando il cielo tra le foglie, il maschio schizzava dalla Mercedes inerpicandosi guardingo su per il viottolo parallelo, arrivando quasi alle fauci del finto-minaccioso bulldog di coccio a guardia di niente. Anche qui “il perché non lo so”…
In Piazza del Mercato, con tutta la gente del Festival, figurati se si vedono gatti. Ma perché di colpo allora, pancia bassa, attraversano pericolosamente addirittura in tre dalla “Ricevitoria Cristina” all’incantevole marmorea e inanimata “Macelleria Giovanni Luna - al n°6” [in vendita, sob]? Pure miagolando strano? Qualcuno gli ha detto qualcosa?
Nervosa anche l’intera colonia di Piazza Campello: irrequieta la bianca e marron con un solo orecchio e svariate ferite di guerra, in compulsivo su e giù tra il cespuglio e il Monumento ai Caduti; sospettosa la tigrata rossiccia in continuo cambio di posizione nella retina metallica verde stesa sul vaso; incerta la bianca/nera se rientrare nella sua casetta imbottita al primo piano incastrata tra l’antica inferriata e l’infisso della finestra; mentre il grigione-presidente, sul regale cuscino blu a disegni d’animali protetto da due grossi vasi, poteva sbranarti il braccio se provavi a grattargli il muso tra gli occhi, che di solito gli piace tanto… Attenti, atmosfera tesa…
Insomma, solo il soriano ragazzo (Chicco) de “La Macchia”, la mattina presto, si era comportato come sempre fino a quando avevamo lasciato l’albergo, ronfando intensamente sui 50 decibel, accettando/pretendendo carezze, rotolandosi spudorato sul tiepido cotto del portico o nell’erba umida di rugiada. Forse non era ancora successo. Comunque la televisione era spenta. Anche la radio. E’ che i gatti lo sanno, quando una come loro termina le sue nove vite…


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