mercoledì 27 maggio 2020

Le 3 piramidi (poco faraoniche) di San Benedetto

Costruite anch’esse dai gatti come quelle egiziane, 
ma dai nostri gatti del Porto.


Sono i discendenti di quelli, e abitano nei cunicoli e negli anfratti lì intorno:

-          L’anziano striato di scuro, zoppo e con un occhio solo

-          La bianca e nera sempre incinta attorniata dai suoi ex piccoli, 

           ormai indipendenti

-          La pezzatina superforastica dal pelo dritto

-          Il nero-tinta-unita contemplativo

-          L’altro nero con la macchia bianca, miagolante e affamato cronico

-          Il tigrato dagli occhi verde oliva, la coda arricciata e l’aspetto acrobatico

-          …

           Nessun gatto Sphynx, che sarà pure aristocratico ed egiziano ma è senza pelo: i nostri ruspantoni non ci tengono a essere chiamati "spelacchiatoni".

           I nostri gatti del porto sono ovviamente bravissimi a costruire piramidi, ma non di pietra, le fanno di cemento. Niente massi da trasportare, niente schiavi egiziani nè architetti tra i piedi: basta uno stampo e una colata di cemento. Tutto più facile e veloce, alla fine le piramidi sono pure più belle.

           Poi qua il cemento abbonda: basta rubarne un po’ nei tristi crateri di scuole e alberghi e cinema abbattuti, dove al posto di quelli nasceranno cubi di cemento stupidi e kitsch da vendere a banditi e pollastri.

           Insomma le 3 piramidine di San Benedetto (foto non-Baffoni allegata), le uniche al mondo bagnate dal mare, meritano una visita.

Per la Sfinge (di cemento) c’è invece da pazientare, i nostri gatti sono pigri, non gli piace sudare, le loro 12 vibrisse ne soffrono…
 


PGC - 26 maggio 2020



sabato 23 maggio 2020

SCUOLA “CURZI” ADIEU

Ti hanno venduta e abbattuta per mancanza di alunni, erano sempre Assenti

Ma gli Assenti son tornati, in visita a congiunti/parenti/cugini. Nella Fase-2 si puo’.
      
Scesi indisturbati in città già nella Fase-1 (ma anche prima) i Lupi erano pronti.
Avevano preparato il terreno, l’azione, i tempi. E oggi, sfoltita la “foresta” intorno, ZAC, ti hanno attaccata e sbranata. WOW…
Senza che nessun cacciatore del Comune lì a due passi sparasse un colpo.
E senza un pianto di Piunti, si capisce.

Eppure tutti erano stati informati, tutti sapevano, tutti aspettavano.
Già, i Lupi fanno paura… ma pure gli Assenti sono così potenti?

Comunque adieu, cara amica Curzi [a scuola ci si chiamava col cognome]
Diventerai un cubo di appartamenti vuoti e somari. Scrivono CUBE invece di cubo…



 PGC - San Benedetto, 22 maggio 2020




venerdì 22 maggio 2020

La lingua del contagio

ovvero
L’Italiano al tempo del colera
   
“Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”
(Pasquale Villari, 1866)

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       C’è qualcosa d’importante che la catastrofe del contagio ha messo a nudo in questi mesi nel nostro Paese, oltre al bubbone di una Sanità pubblica tragicamente nelle grinfie delle Regioni. Riguarda la nostra lingua, la sua condizione di malata terminale che l’elefantiasi dell’intero sistema dell’informazione mette ogni giorno sotto i riflettori, insieme con i tratti meno lusinghieri della cosiddetta identità nazionale.

       Se la lingua “esprime chi siamo veramente”, la nostra dice oggi ciò che siamo diventati in qualche decennio di malgoverni e impoverimento culturale (da sempre fisiologicamente a braccetto); di disinvestimenti in conoscenza, furbescamente sacrificata al totem della “crescita”; di populismi al grido di “carmina non dant panem”. Strategie vincenti nella trasformazione, da cittadini che (un po’) eravamo, in sudditi, e a cui dobbiamo gli ultimi posti europei nelle graduatorie OCSE in fatto di literacy (competenze linguistiche) e numeracy (competenze matematiche).

       Così, nella Babele pandemica del terzo millennio, mentre ci scopriamo tutti scienziati da bar con solide competenze virologiche infettivologiche epidemiologiche declinate in salsa anglofona, ci tocca come aggravio di pena l’ascolto coatto - quasi orwelliano - di politici dal bagaglio lessicale di 100 vocaboli ad esser generosi, di giornalisti in affanno di sintassi, di mezzibusti televisivi dimenantisi tra le rapide di una lingua che non controllano, risucchiati dal vortice di parole ed espressioni decentrate di senso.

       Più facile comunicare per slogan, questo si preferisce fare e si fa. Viene in aiuto il pescare a casaccio, come dentro il baule in soffitta, nel disordine di tutti i possibili linguaggi settoriali che tornino utili alla bisogna; di ognuno si sceglie il peggio e se ne spalma ogni sorta d’informazione e comunicazione: dai giornali alla tivù, dai social alla conversazione privata, al cicaleccio da bar dopo-riapertura.
I campi semantici fra cui spaziare abbondano, dalla guerra agli sport in genere, ma quello militaresco la fa da padrone, per antica e mai perduta vocazione italiota dall’Impero romano in su.

      Così di siamo in guerra - siamo in trincea - vinceremo - vinciamo - abbiamo/non abbiamo vinto grondano le cronache, la pubblicità, gli ispirati discorsi petto in fuori di chiunque abbia un microfono davanti alla mascherina (con una solida ricaduta comportamentale: i soldatini veri in tenuta mimetica e mitra caricati e spianati a controllare/sanzionare - come dimenticarlo? - i pensionati in gita di piacere al supermercato).
     Siamo un popolo di patrioti, che volete farci, inno di Mameli - bandiera a portata di finestra o balcone - mano sul cuore - tricolore pure sulla museruola.

     E se alla preistoria del contagio il mantra ”Io sto a casa”, duplicato nelle varianti “Restate a casa” e “Rimanete in casa” ha segato i nervi anche alle anime pazienti e pie, indotto qualche espressione greve pure in quelle in odor di santità, sollecitato legittime pulsioni omicide nella gente comune - non meno dell’Andrà tutto bene, dell’Insieme ce la faremo (facoltativo “un cazzo” nel finale), dei canti patriottardo/condominiali - più avanti nel tempo, poi, verbi a trazione anteriore come ripartire, locuzioni come rimettere in moto, o addirittura il mistico risorgere - più adatto alle note circostanze - hanno rubato la scena e le pagine e i palinsesti, sono dilagati nelle veline giornalistiche, hanno scatenato orgasmi collettivi in conduttori e conduttrici di talk show.

    Così dopo il lockdown (il più inquietante “confinamento”, nella nostra lingua ormai straniera) è il momento dell’orgia: non quella delle movide ritornate e dei funerali oceanici e delle benedette feste mafio-religiose che in questo gioco dell’oca ci rimanderanno tutti alla casella di partenza, bensì l’orgia linguistica dell' “abbassare la guardia” col suo contrario “non abbassare la guardia”. La cui accezione - evocatrice di ludi pugilatori e scintillii di spade - pur inefficace contro le aggregazioni di cui sopra, è musica per la parte migliore di noi, quella che non vede l’ora di unirsi a coorte e schierarsi in occhiute ronde di quartiere per stanare gli indisciplinati e gli irresponsabili e giacchè ci siamo pure il vicino di casa che sempre m’è stato antipatico.
     
      Il meglio dei prodigi linguistici da analfabetismo di ritorno l’abbiamo avuto  nelle interviste e nelle dirette televisive: dalla (s)grammatica creativa di Bonaccini con un suo raccapricciante “chiedavamo”, al fine eloquio di un sindaco qui vicino che intervistato sui provvedimenti anti-covid parla dei “sistemi migliori che meglio si calzano (sic) nel nostro territorio”… E  avanti tutta a infilar perle…

       Siamo un grande popolo, lo dicono anche i giornaloni e i presidenti-(s)governatori di Regione, cosicchè nulla abbiamo da temere, e metteremo in fuga il virus guardandolo fisso negli occhi e battendo con forza il manganello sugli scudi come nelle cariche di alleggerimento.
Ci manca un po’ di linguaggio, è vero, ma non si può avere tutto; e poi per arringar le folle non serve la Treccani, basta qualche slogan dal costrutto elementare, fa niente se sgarrupato, piazzato nelle zone erogene e le contagiate folle saranno tue.

      Se poi qualcuno vorrà proprio fare il saputo, lo si rimetterà severamente al suo posto: come Mike Bongiorno, quando al concorrente che incauto aveva sparato un’espressione latina disse perentorio “No no, qui niente lingue straniere!”.


Sara Di Giuseppe - 21 maggio 2020



mercoledì 6 maggio 2020

QUELLO CHE CI MANCAVA

ovvero
Gli sceriffi, i Savonarola, i Bertolaso, al tempo della Fase 2


        È stato bello, il nostro 4 maggio di riconquistata parziale libertà. Ancor più perché allietato dai nostrani campioni del comico che mai in quest’infinita quarantena si sono risparmiati per tener su il nostro morale  stremato.
Stavolta il momento del buonumore è il furgone della Protezione Civile (egià) che il 4 maggio batte le strade di San Benedetto diffondendo il nuovo messaggio alla cittadinanza dell’imperdibile performer Sindacopiunti.

        Lunghetto il testo, per essere itinerante: calcolando durata della fonica e andatura del mezzo, i fortunati cittadini incrociati lungo il percorso ne avranno ascoltato chi la prima parte, chi quella centrale, altri ancora soltanto quella finale. Con effetti esilaranti se nel ricostruirlo volenterosamente a posteriori ne avranno mescolato i passaggi, o perfino invertito l’ordine.

        Non per questo ne sarà sfuggito l’alto contenuto morale. Perché il testo, in una vertigine di registri da montagne russe, alterna il bastone alla carota: e se prosaicamente addita nel lavar le mani e indossar mascherine e guanti i baluardi della salute di questo medioevo ritornato, s’innalza poi a vette di lirismo nell’evocar gli “spazi di libertà che a prezzo di grandi sacrifici ci siamo riconquistati” (è la Festa della Liberazione ad aver suggestionato, molto suo malgrado, Sindacopiunti?); scende quindi a precipizio a fustigar severo “chi non rispetterà le regole” - per quegli sciagurati “non ci saranno sconti”!  -  e ancora su, fino all’acme emotivo di quel “grazie ancora per quello che state facendo” (qualunque cosa abbia voluto dire).

        Non basta. Appena il giorno dopo ecco il nostro Savonarola arringare la desertissima spiaggia sambenedettese con un audio-sermone diffuso da Pubblicentro: modalità e contenuti che sarebbero inquietanti se non fosse che il riso vince di prepotenza.

        È quello che ci mancava, nella tetraggine del presente.

Costretti, i Sindaci-Sceriffi, ad accantonare lo sceriffismo degli ultimi mesi (ah, quei corroboranti inseguimenti in spiaggia per acciuffar camminatori solitari e runners!), ecco pronti i Sindaci-Savonarola a rampognar le folle, a un passo dal “Ricordati che devi morire” seguito dal “Sì sì mo me lo segno” dell’indimenticato Troisi.

        È quello che ci mancava, anche, nel surreale smarrimento di ogni normalità, la prosa d’arte di questi sermoni in overdose di gerundi e in deficit di consecutio e sintassi…
   
      Ma li capiamo, l’occasione per i protagonismi delle starlettes locali è troppo ghiotta perché se la lascino sfuggire.

Così:  là un sindaco tuona che il lungomare di Sant’Elpidio “troppo pieno, è un disastro”;  qua, un comitato di quartiere vuol chiudere (sic) le spiagge a San Benedetto di sabato e domenica “per i troppi visitatori” (visitatori?!); più in là, il sindaco di Acquaviva Picena comunica che i “Volontari del Gruppo Comunale” insieme a quelli di Radio Club Piceno faranno ronde per intercettare i “cittadini che male hanno interpretato gli ultimi decreti” (sic); al Cimitero sambenedettese si entra coi numeri come al supermarket poi i numeri finiscono e rimane il custode a contare gli ingressi col pallottoliere, finché i congiunti (!) dei cari estinti cominciano a entrare di soppiatto dal retro, “dalla zona dove insistono gli uffici” (insistono?!).

        Detiene però sempre saldamente la maglia rosa, tappa dopo tappa, il Presidente sforna-ordinanze, che oggi dalla Regione finalmente consente la raccolta di funghi e asparagi selvatici - come potevamo farne a meno? – mentre purtroppo per salire in moto in due bisogna essere conviventi (duro colpo al sogno di molti di saltare sul sellino della prima moto di passaggio e agganciarsi allo sconosciuto conducente); ma soprattutto  consente, vivaddio, la toelettatura dei cani: magnifica orwelliana inversione di ruoli che vedrà animali gioiosamente freschi di parrucchiere accompagnare umani dalle chiome incolte e dal folto pelame (e pure con la museruola igienica).

        E’ quello che ci mancava.

E tuttavia non è il peggio che ci capita: il peggio è veder planare ancora una volta sulle nostre disgrazie - come su quelle milanesi - il Guido Bertolaso che ha attraversato anni e governi e catastrofi a cavalcioni della sua palla di cannone come il barone di Mϋnchhausen; il Bertolaso dio dei terremoti, dei rifiuti, degli incendi, dei G8, dei siluri nucleari nel Golfo di Napoli, della SARS, dei Mondiali di ciclismo, del Giubileo, del post-terremoto di Haiti, dei Paesi africani in via di Sviluppo e, oggi, delle pandemie; il Bertolaso che tanto meritò a capo della Protezione Civile nei tempi lucrosi del pregiudicato Berlusconi e del terremoto dell’Aquila. 
        Il peggio è assistere, ancora e sempre impotenti, all’opaca tela tessuta oggi dalla Regione Marche intorno all’erigendo Fiera Hospital di Civitanova - con Bertolaso padrino - uguale a quello partorito - padrino ancora Bertolaso - dalla Regione Lombardia, in Fiera pure quello, guarda un po’: inutili costosi dannosi “provvisori” Ospedali Covid-19; plateale sintesi, ambedue, di errori e orrori, incapacità e arroganza e - va da sé - robusti interessi politici e di saccoccia
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        “Si vedevano gli uomini più qualificati senza cappa né mantello […], negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature […] per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno di loro…”

A.Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXIV
 


SaraDi Giuseppe - 6 Maggio 2020





martedì 5 maggio 2020

Per tutti quelli... (fase 2)

[lettera ricevuta da amici di Verona, domenica 3 maggio 2020]


Per tutti quelli che sento lamentarsi da ieri sera (compresa la CEI), per una fase 2 simile alla fase 1 propongo:

60 giorni dentro tute ermetiche, occhiali, visiere, notti insonni, colleghi sclerati, bipolarismo estremo, psiche sotto stress, morti in corsia, colleghi e amici che diventano pazienti, medici che al posto di visitare diventano anch'essi pazienti, pazienti a cui muoiono figli e non riescono a vedere il loro corpo e salutarlo, case di riposo e nonni ammazzati… 

Ecco, a voi tutti che vi lamentate da giorni, in trepida attesa della Minchia di tintarella, pensate solamente a una cosa. 
Secondo voi, alla ripresa dei contagi, la Sanità pubblica ripartirà e reagirà con la stessa forza d'animo? 

Avete idea delle ore trascorse vestiti da astronauti? (e non è ancora estate…)

Avete idea dello stress che ci portiamo al ritorno nelle nostre case? 

Avete idea di come andiamo al lavoro, ogni santissimo giorno, con la paura del contagio? 

Avete idea di quanti sono stati e saranno i tamponi cui veniamo sottoposti? 

Avete idea delle distanze a cui siamo obbligati noi lavoratori nei reparti COVID?

Allora se non avete una cazzo di idea, ascoltate quel povero Conte con umiltà, ed eliminate le ideologie di Salvini e Meloni che consentitemi, non si possono più né ascoltare né vedere… 

Tacete, poiché siete ignoranti in materia e pregate (a casa) che non ci siano ricadute perché noi tutti, intendo noi che lavoriamo con la pandemia (con tutto rispetto per chi è a casa con i propri cari da 2 mesi) siamo stanchi di questo virus, e delle minchiate che vengono dette.

Scusate per lo sfogo e per la parola MINCHIA ripetitiva... ma è un intercalare voluto e dovuto.

Amen.

Dottoressa Francesca La Paglia
del Reparto COVID ospedale di Enna