giovedì 11 luglio 2013

Popsophia Festival del Contemporaneo: “Eroi e Antieroi”. Umberto (Curi) & Umberto (Galimberti)

Sul palco del Festival si trovano inaspettatamente in contemporanea, i due Umberti: slitta la presenza di Matteo Renzi e per effetto domino si tira dietro (così che per un attimo mi diventa addirittura simpatico il Renzi) il gradevolissimo imprevisto dei due filosofi in coppia, a parlarci di Eroi e Antieroi, nel giorno penultimo del brillante Festival in cui “La filosofia indaga il pop e il pop racconta la filosofia”. Di eroine antiche ci parla Curi, e di misoginia anch’essa antica: che Tiresia l’indovino fosse mutato in donna per… punizione, la dice lunga sulla forza del pregiudizio anche nella luminosa democratica Atene.
Sospiro di sollievo (tutto interiore) di metà del pubblico, quella maschile (“beh, se perfino loro…"). Sospiro di consapevolezza della metà femminile (“c’era da scommetterci, che ’sta storia viene da lontano…”). Da Senofonte (“…Le donne devono vedere meno cose possibili, capirne il meno possibile, porre meno domande possibili”) a Esiodo (“Zeus che tuona nelle nuvole, per la grande disgrazia degli uomini mortali ha creato le donne.”) l’attitudine misogina del mondo antico è radicata nel reale e si rispecchia nel mito. A partire da quello esiodeo di Pandora, fondatrice della genia delle donne, il génos gynaikôn, cui Afrodite ispira su comando di Zeus “un sentire impudente e un’indole scaltra”; Pandora “si serve della sua acconciatura e della sua maschera per giocare un gioco di seduzione e di scompiglio in un consorzio sociale pre-umano in cui è l'estranea”, portatrice di ambivalenza nell’aspetto soave di vergine casta che nasconde la lascivia e il “carattere di cagna” peculiare della donna.
E’ sul terreno del tragico che invece si stagliano, potenti ed emblematiche, figure di eroine in contrasto col misoginismo antico: esempi di eroismo tradizionale o di grandezza nella dimensione del male, tutte sono legate alla morte, all’oblazione di sé. Antigone ne è l’archetipo, nella straordinaria coerenza con valori a lei sacri: la sua dissidenza, tanto più imperdonabile perché femminile, sfida non soltanto il νόμος δεσπότης, la legge del sovrano Creonte, ma l’intero sistema di convenzioni sociali. Portatrice del messaggio tragico e alto che per vincere è necessario immolare, rinunciare, dunque, alla “felicità” è l’euripidea Macarìa, figlia di Eracle, che ne “Gli Eraclidi”, immola la propria giovanissima vita al volere degli dei perché i fratelli e gli Ateniesi possano salvarsi e vincere. Nel suo nome è già il suo destino: Macarìa, non a caso significa “felicità”.
Eroine, pur se nel male, l’eschilea Clitennestra, e Medea che di quest’ultima è riconoscibile erede: la loro grandezza è lo “specchio riducente” di chi sta loro intorno; sono figure “scandalose” il cui protagonismo assoluto relega le figure maschili a ruoli convenzionali fino alla mediocrità. Come di fronte ad Antigone si disegna la debole identità di Creonte, così la figura di Medea sottolinea per contrasto l’identità convenzionale e opportunista di Giasone (faremmo tutte la ola, in platea…). Il loro ruolo è strettamente connesso con quello materno, le donne sono coloro che generano, e la capacità generatrice può molto più della forza tutta maschile esercitata sul campo di battaglia: generazione è ciò che avviene nel corpo ma è anche generazione intellettuale. Scopriamo allora che il mondo antico al di là della misoginia riconosce nella donna questa potenza generatrice e la teme: perché generazione intellettuale è anche ricerca e scoperta della verità, è conoscenza; non è un caso se nel mondo antico gli indovini sono donne, le uniche in possesso di un’autentica conoscenza del futuro…
La metà femminile della platea è ormai decisa ad ascoltare Curi ancora per ore, magari a portarlo in trionfo… Ma i minuti volano, tra palco e platea, nel fluire dei temi che Curi dipana sapiente sfidando la tirannia del tempo contingentato. Il rammarico di abbandonare quelle fascinose e inquietanti evocazioni è compensato dall’altrettanto coinvolgente argomentare di GalimbertiDirompente l’assunto da cui il secondo (solo in ordine temporale) Umberto muove: sono eroi coloro che credono, perché la fede è follia. Essa crede senza conoscere, crede dunque l’indimostrabile ed è questo a renderla tollerante, poiché “il dialogo è possibile solo se ritengo che colui col quale dialogo abbia un gradiente di verità superiore al mio”. Intollerante è, al contrario, chi ritiene di possedere la verità assoluta. Ecco dunque la “follia” del Cristianesimo: esso ha “vinto” in Occidente perché l’ottimismo del cristianesimo è aver promesso all’uomo che non morirà, aver collocato in quel futuro la sua speranza. La sua vittoria, è la vittoria della follia sulla ragione, là dove il paganesimo era moderazione e misura nella consapevolezza della finitezza umana. Ricordando Cartesio – dio è al di sopra del principio di ragione – ribadisce che il dio, in quanto è follia è al di là delle leggi morali: queste sono la pratica della ragione, per questo la Chiesa ha tradito il suo ruolo nel momento in cui ha preteso di essere agenzia etica. L’etica non è religione.
Agitazione sulle sedie - non proprio delle Frau… - ma siamo in finale, e un intervento di Curi riconduce il ragionamento a contatto con le nostre realtà: ancora qualche scambio di battute, un pacato pessimistico excursus del Galimberti nel nostro vivere odierno, nell’assenza di scopo dei giovani che sentono di non avere un futuro e ai quali sappiamo solo dire speriamo, auspichiamo… E’ la rassegnazione nella passività.
L’incontro termina, appena il tempo di preparare il palco per i “Jazzismi” a seguire. Sì, il presente non è davvero granché, ma fa bene sentirselo confermare con intelligenza e ironia. Grazie, Umberto & Umberto!

Sara Di Giuseppe


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