sabato 19 dicembre 2020

MA SIAMO SICURI?...

        “L’esponente caratteristico delle alte sfere odierne è intellettualmente mediocre, qualche volta in maniera consapevole, ma pur sempre mediocre”
        
(Ch.Wright Mills, 1956)
 
 
        Storicamente accade che nelle grandi famiglie ci sia prima o poi il figlio o l’erede scemo, o più d’uno. Vedi gli Agnelli eccetera. I Guzzini a loro volta furono casalinghi e illuminati, e il loro marchio fu iconico. Poi fatalmente può arrivare il discendente che derazza, anche senza eguagliare le res gestae di un Lapo.
        Senonchè per un curioso fenomeno tutto italiota, la patente d’imbecillità congiunta all’appartenenza a grandi e mercantilmente blasonate famiglie qui fa curriculum e forma carriere.
Così si arriva, come il Guzzino in questione, a ricoprire almeno la presidenza di Confindustria Macerata (per ora). Da qui alla sparata infelice il passo è breve: la voce dal sen fuggita - “Se qualcuno morirà, pazienza” - fa il giro del Belpaese che s’indigna come un sol uomo, e prima che sia riuscito a ingoiarsi la lingua, il Nostro si vede costretto a lasciare la carica, chiedere scusa e bla bla.

        E un po’ forte di certo lo è, uscirsene a dire che pazienza un po’ di morti (più importante salvare l’economia, è il mercato bellezza, questo più o meno l'illuminato guzzinian retro-pensiero).

        Ma siamo sicuri che il guzzino nostro non sia stato solo meno prudente e falso degli altri? Siamo sicuri che quel che lui ha avuto la balordaggine di lasciarsi sfuggire di bocca, gli altri - cioè (quasi) l’intera galassia imprenditoriale, nonchè una certa opinione pubblica qualunquista reazionaria e retriva - non l’abbia sempre pensato?
        Confindustria non poteva far spallucce, la faccia(ta) è tutto in certi ambienti, ma davvero pensiamo che in generale i nostrani imprenditori si lascino impensierire più dal costo in vite umane di questa catastrofe che dal costo della stessa in termini di fatturato?

Sono i meno penalizzati, loro: ristori, dilazioni e casse integrazioni (intascati da molti anche senza averne bisogno) non sono mancati eppure essi sono i primi a frignare (“è poco, non ci basta”) e vien fuori l’anima profonda di un’imprenditoria incapace - non ci sorprende - di guardare oltre il proprio particulare e i conti in banca.
Eccezioni ci sono, ma poche.
 
        Indigeribile è l’ipocrisia degli scandalizzati e degli indignati: anime belle della politica, degli affari, del giornalismo, e non è un caso che il giovin guzzino abbia quasi rubato la “battuta” a compar Toti, sgovernator di Liguria e diretto discendente delle logiche da barattiere del Caimano: anche per Toti, tempo fa, “pazienza i morti”…

        Che tutto ciò possa accadere, e che addirittura una parte dell’opinione pubblica - seppur piccola, speriamo - trovi veniale il peccato (magari perché questi personaggi “danno lavoro”) significa aver smarrito l’unico orizzonte possibile, che veda l’uomo sempre come fine e mai come mezzo; ed essere a un passo da quella “società ottusa” nella quale non più l’uomo è misura di tutte le cose - come nell’antica filosofia - ma sono le cose ad essere misura dell’uomo,
“senza che vi sia un limite al suo essere strumentalizzato e sacrificato in nome delle cose stesse” (P.Ercolani, Figli di un io minore, 2019).
 
 
Sara Di Giuseppe - 18 dicembre 2020

giovedì 17 dicembre 2020

Toponomastica sambenedettese da ridere

Non bastavano i cartelli delle vie scritti da somari patentati e forse laureati, con le iniziali dei nomi in minuscolo e spesso, addirittura, con in minuscolo nome e cognome del personaggio illustre cui s'intitola la via.

San Benedetto ci è abituata, non ci fa più caso, e che sarà mai se Ugo Foscolo lo scriviamo ugo foscolo, l’ignoranza è la nostra orgogliosa bandiera… 

Adesso però cominciano pure a fare la caricatura del nome! Prendi questa:
via m. ncenisio  (foto 21 ottobre 2020)
 
Un’indagine molto accurata ha accertato che, se metà dei cittadini non s’è accorta di niente, l’altra metà però si sganascia dal ridere. 
 
Infatti: attaccato al cartello di via m. ncenisio c’è lo STOP, e lì la gente si ferma, ride, ride ah ah ah e suona il clacson. Un successone, il buonumore fa sempre bene, specie in questi tempi tristi. Forse l’hanno fatto apposta. 

Dunque si pensa anzi si auspica che altre strade cambieranno, così potremo avere:

via   m. ncalieri
via   m. nfalcone
via   m. ntebello
via   m. ntefeltro
via   m. ntello
via   m. ntenero
via   m. nterenzo
via   m. ntessori
via   m. ntevergine
via   m. nterosa
via   m. ntecretaccio
          
………….
 
E  i maligni non dovranno pensare a refusi, sviste, crassa ignoranza, perchè si tratterà invece di una meritoria operazione-buonumore a basso costo e a prova di taccagneria: un cartello metallico nuovo, completo di staffa, costa € 28.50 +IVA, uno autoadesivo 5.95…
 
PGC - 17 dicembre 2020

lunedì 14 dicembre 2020

Caro ambasciatore ti scrivo

Caro ambasciatore ti scrivo
così ti distraggo un po’

e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò…
 
        Caro ambasciatore d’Italia in Egitto Giampaolo Cantini, forse la distraggo un po’, Lei ha tanto da fare… ma poiché la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando, io spero ancora - ma quasi non spero più - che si tratti di una risolutiva svolta nel caso dell’assassinio di Giulio Regeni.
Lei, che vive al Cairo da più di 3 anni, sa meglio di tutti che si tratta di un maledetto imbroglio che “non deve” essere risolto. Da una parte, il presidente dell’Egitto Al Sisi che ci prende in giro fingendo di collaborare quando lui stesso è complice del delitto. Dall’altra, l’Italia che annaspa perchè chiede giustizia con la debolezza di chi non vuole o non può disturbare gli affari - legittimi o loschi - che legano i due Paesi.

Lei sta in mezzo. Ma Lei non è uno qualunque, Lei è importante.
 
        Ecco, in questa vergognosa storia senza fine io mi aspetto un’azione stupefacente proprio da Lei. Questa: faccia i bagagli e vada via di sua iniziativa, prenda il primo aereo per Roma, mandi a quel paese Al Sisi “in memoria di Giulio Regeni”. Noi verremo tutti all’aeroporto ad abbracciarla.
Ieri Corrado Augias, “in memoria di Giulio Regeni”, ha restituito a Macron la Legion d’Onore perché ha insignito della stessa onorificenza proprio quell’Abdel Fattah Al Sisi complice di efferati crimini. Un gesto di protesta inconsueto, ammirevole, coraggioso e forte.
Lei può e deve fare molto di più
, ne ha l’opportunità. Mica s’aspetterà d’esser “richiamato in patria per consultazioni” (ma quali..) come frettolosamente toccò al suo predecessore (campa cavallo, adesso…).
Riguardo al caso Regeni (ma non solo), il nuovo anno potrebbe addirittura essere peggiore di questo, altro che “trasformazione”. Cosa c’è da trattare con un figuro come Al Sisi? Aspettiamo ancora, e quanto?
I passi felpati della diplomazia non sono ammissibili in questo vergognoso affaire. Ci vogliono slanci morali, anche rischiosi, imprevedibili e impensabili, specialmente in un mondo appartato e prestigioso come il Suo. Che rumoroso scatto in più sarebbe, e che eco avrebbe, questo della Sua libera e sdegnosa partenza senza ordini dall’alto! 
I soprusi, i mezzi della Polizia Politica egiziana, gli imbrogli dei suoi governanti, già troppi, continueranno impunemente.
 Lei non può continuare a girare per il campo come un elegante arbitro inutile. STOP. Lei non gioca più.
        Caro ambasciatore Cantini, dia retta: prenda e vada via, dia le dimissioni dall’Egitto, adesso. La Sua categoria, sempre un po’ sotto traccia, risalirà nelle quotazioni e - silenziosamente - Le sarà riconoscente. E gli italiani - non succede spesso, per fondati motivi - penseranno all’utilità e soprattutto all’umanità di un bravo ambasciatore, per una volta fuori dal coro.


Pier Giorgio Camaioni - 14 dicembre 2020


 

CHE COSA È IL JAZZ.

Quando non sai cos'è, allora è jazz! Il jazz è uno di quei generi di cui ti innamori subito, a prescindere. Cominci ad amare quella canzone perché c'è qualcosa nel ritmo che parla di te, che racconta di te, che muove e smuove delle tue sensazioni, i tuoi ricordi, una manciata di pensieri, e nella gran parte dei casi non ha nemmeno bisogno di un accompagnamento vocale. 
È l'esempio di come la musica vada oltre, oltre ogni cosa. Di come la musica si faccia capire benissimo pur essendo solo aria e nell'aria. S'innalza con grinta ed arriva dritto verso la parte più intima di noi stessi, più propensa e vicina all'emozione riprodotta da quel ritmo.
 
Il jazz è amore, tecnica, passione, sperimentazione ed improvvisazione.  
È tra i generi musicali più belli al mondo. È un'arte a sé all'interno del mondo stesso - immenso - delle note. Ha un ritmo incredibile, si è sempre mescolato bene ad ogni tipo di genere musicale già esistente e - soprattutto - moderno.  Credo sia giusto che venga promosso e divulgato.

Negli anni ’70, la Milano non da bere che guardava verso l’Europa, era una fabbrica di alta cultura e si poteva suonare musica di alta qualità. Soprattutto Il jazz perché il jazz aveva bisogno di poco. Il jazz è una musica acustica perciò: sassofono, tromba, piano, qualche volta il vibrafono, una batteria, un amplificatore per il basso e già ci siamo! Quindi era molto più semplice organizzare dei concerti Jazz di alto livello nell’ambito dei locali. 

In quell’epoca i giovani non si dedicavano ad incontrarsi per un “Happy Hour”, ma lo facevano andando ad ascoltare la musica dal vivo! I locali erano pieni di ragazzi che andavano a sentire era il Jazz. I concerti rock, non erano programmati nei locali perché serviva un’attrezzatura tecnica impegnativa. A quell’epoca non c’erano i piccoli amplificatori portatili che ci sono adesso, quindi il rock che ha bisogno di molto volume sonoro rimaneva nell’ambito concertistico.  

Uno dei locali più importanti degli anni ’70 era il “Capolinea”, un capannone in via Ludovico il Moro, piazza Negrelli, in mezzo alla nebbia - perché allora c’era la nebbia. Lo frequentavano musicisti che bazzicavano nell’area milanese.

Al Capolinea i musicisti avevano il palco a disposizione per poter provare nel pomeriggio il repertorio che avrebbero suonato alla sera. Ci si incontrava verso le 16 e si continuava fino all’ora in cui era offerta una piccola cena e si poteva beneficiare delle straordinarie bruschette che nella mia memoria equivalgono ad una sorta di madelaine proustiana. Pane toscano, olio toscano, aglio, aglio, aglio, non so se toscano anch’esso ma sicuramente responsabile di qualche imbarazzo nell’avvicinarsi a persone che non ne avevano fatto uso…e poi una quantità di fumo inimmaginabile oggi, allora si potevano fumare le sigarette nei locali: si tornava a casa con gli abiti così intrisi di fumo che andavano lasciati sul balcone!

Dopo quella stagione preliminare il Capolinea si è allargato, hanno creato una sala grande, un po' fatiscente e creata intorno ad un albero il cui tronco delimitava il palcoscenico che era adeguatamente attrezzato ed è diventato il luogo dove venivano ospitati concerti importanti di jazzisti americani,...una lista lunghissima da Gerry Mulligan ad Art Blakey, da Paul Bley a Jim Hall, da Chet Baker a Charlie Haden, da Elvin Jones a Betty Carter, da Archie Sheep a Tony Scott, da un giovanissimo Wynton Marsalis a Dino Saluzzi e noi del Quintetto Free Jazz. Ma soprattutto il Capolinea organizzava il festival Jazz in Italy con i migliori jazzisti nazionali e con la partecipazione di una nuova generazione di musicisti che sarebbero divenuti illustri protagonisti della scena italiana e che erano già habituè della programmazione corrente del locale: Paolo Pellegatti, Luigi Bonafede, Larry Nocella, Massimo Urbani, Gigi Cifarelli, Michele Bozza, Marco Vaggi, Attilio Zanchi e Lucio Terzano.

Poi c’era il grande Jazz organizzato da Polillo e Maffei nei teatri milanesi, i quali, in quegli anni i grandi del jazz americano, da Duke Ellington a Ella Fitzgerald, da Ray Charles a Dizzy Gillespie, da Charles Mingus a Thelonious Monk, da Miles Davis a John Coltrane, da Ornette Coleman a Albert Ayler e altri ancora, in tournée in Europa facevano tappa a Milano. E ancora l’antologia del jazz dal canto gospel al Dixieland, dal blues al Ragtime, dal bop - bebop, fino al free jazz rappresentato da noi del quintetto free jazz svoltosi in tre giorni all’Università Statale di Milano. L’idea di fondo è stata quella di fornire agli studenti gli strumenti per capire come si è costruita la musica jazz. Quindi non fare della propria musica un non luogo ma il riflesso della propria identità espressiva.

Paul Valery diceva che non c’è nulla che non assomiglia a qualcosa e io sono molto d’accordo; una specie di elogio dello spazio, vale a dire: ascolto cento cose diverse e quando produco la mia cosa, utilizzo quegli elementi che ho selezionato nelle cose che ho ascoltato.

Credo che per la comunità queste riflessioni siano un’esperienza molto importante per aprire ancor di più la mente e capire la musica jazz.


Con tanta cordialità

Tonino Armata - 12 dicembre 2020


 


 

 

 

 

 

sabato 12 dicembre 2020

Cambiamoli di posto, così si calmano

Onorevoli (si fa per dire) deputati e senatori peggio che a scuola. Certo molti di loro mal le frequentarono o mai ci andarono, a giudicare da come si comportano negli austeri emicicli di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.
 
Una rissa al giorno.
Basta una contrarietà perchè dai banchi curvi ad arco e in discesa si scaglino a falange, bavosi e urlanti, come posseduti da Belzebù. Fuori controllo, adulti difettosi che brandiscono parole estreme come armi di confusione di massa.

Superlavoro (peraltro strapagato) per i commessi chiamati a separarli, e questi talvolta sono bravi nel placcarli al volo. Non sempre ce la fanno con le buone - chè quelli là, pure se non hanno il fisico, guizzano scattano e sfondano come rugbisti delle Tonga - e allora gli tocca portarli via di peso a quattro di bastoni.
Sul raffinato pavimento di marmo siciliano restano sconce scie di scarpe spaiate, cravatte, brandelli di camicie, bretelle rotte, pezzi di telefonini, cartacce, mascherine con stemmi di chissachè... Hai voglia a scampanellare, Presidente, una di queste ce le prendi anche tu. È la politica di questi luridi tempi, bellezza.
 
Il fatto è che le postazioni degli onorevoli-si-fa-per-dire sono stabilite all’antica, con criterio geografico, sulla base dell’appartenenza politica “da sinistra a destra”: PD & C. intruppati tutti a sinistra, Lega - Fratelli d’Italia e destrorsi a destra, forzitalioti e frattaglia varia dalle parti del centro, buttati o più di qua o più di là.
 
Ci sono poi, dentro di ogni gruppo, posti privilegiati per i bravi e posti periferici per i somari (come a scuola), posti strategici ad alta visibilità per i caporioni o i presunti leader, posti agevoli per le donne, posti qualunque per mezzecalzette, matricole, gregari.

Ogni partito comunque tiene i suoi ben intruppati e ne deriva un paccuto cameratismo di squadra: si passano i compiti, bisbigliano, ciangottano, borbottano, gracidano, squittiscono, dormicchiano, chattano … pochi stanno attenti con le orecchie appizzate o “lavorano”.
Ma quando parte l’ordine, il branco esplode compatto come un unico corpaccione: s’alzano in piedi tutti all’unisono e strillano s’aizzano s’incazzano scattano (qualcuno sui banchi!) affilano coltelli e menano.
Ognuno “cerca in sé lo scimpanzé” e, garantito, lo trova.

Ed è l’iradiddio. Le scintille accendono i fuochi perché ognuno ha vicini-vicini i propri compari di partito, potenti amplificatori dell’improvvisata protesta - “massa critica”, come è di moda dire oggi a sproposito - che urla e si sbraccia senza, spesso, sapere il perché: importante è far casino a favore di giornali, tivù e scolaresche in visita. 
Con le zaffate di quell’aria schifida che arrivano fino a noi spettatori.
 
        Eppure un rimedio c’è, alla barbara indisciplina dei nostri - ahinoi - rappresentanti. Cambiamoli di posto, così si calmano! Come a scuola, quando si traslocavano ai primi banchi i Franti  (i somari, i ripetenti e i 7 in condotta) e agli ultimi i Garrone (i bravi, i secchioni e i ruffiani).
 
        Si modifichi il vecchio regolamento: dalla prossima Legislatura (ma anche prima, senza aspettare che ne caccino 345) i posti siano assegnati a sorte.

I presidenti di Camera e Senato, bendati, estrarranno i nomi come al Lotto, i commessi - a stipendio ridotto, che è meglio - gireranno la manovella del bussolotto con le palline. Davanti alle tivù, per la trasparenza.
 
Gli onorevoli-si-fa-per-dire verranno così sparpagliati nell’emiciclo, non incasellati secondo l’appartenenza politica ma mischiati a caso, come espulsi da un frullatore.
Così un invertebrato PD potrebbe ritrovarsi a sinistra un neo-primitivo leghista e a destra un velenoso renziano… una vecchia lenza forzitaliota coabiterebbe (all’inizio ringhiando) con un 5Stelle dai grilli in testa… un moribondo LEU verrebbe tenuto in vita dal vicino maramaldo Fratello d’Italia… mentre profughi Verdi, crucchi Volkspartei, valdostani dall’aria francese & spicci sarebbero seminati dove capita, tanto non contano
.
E ogni mese si cambia, altra estrazione. Ma niente premi, nessuno vince.
 
        Voglio vedere. Molti si sentiranno soli e indifesi, nè stringeranno facilmente nuove amicizie del cuore, ma cominceranno - forse - a incivilirsi un po’. 
Potranno soprattutto riflettere, frenarsi istintivamente a vicenda prima di diventare guitti da avanspettacolo, nostri rappresentanti di cui vergognarci.
 
        Va da sé che andrebbero estratti a sorte anche i posti nei Consigli Regionali, Provinciali e Comunali.
 
        Chissà che non diventiamo tutti migliori, a costo zero.
 
 
PGC - 12 dicembre 2020


 

giovedì 3 dicembre 2020

La sicurezza, le telecamere, i primati, le castronerie

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 Questo luogo così poco pittoresco, privo di vegetazione e privo di anima risulta a conti fatti riposante, e alla fine ci si addormenta
 
(
Albert Camus, La peste, 1947)
 
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        È un maledetto periodo questo in cui, nel cercar ristoro dal leggere sempre e solo di Covid, ci capita di cadere dalla padella nella brace e d’imbatterci con implacabile alternanza: 
1) nelle esternazioni della nuova Giunta Regionale i cui membri si esibiscono a mezzo stampa con matematica turnazione; 
2) nei proclami di varia amenità di esponenti assortiti delle istituzioni locali.

Questi e quelle hanno in comune il menar vanto di sé, del proprio operato, del territorio, del partito, di nonna Papera e via lodando.
 
        Spicca fra le amenità ultime scorse il comunicato del Presidente della Provincia di Ascoli (tranquilli, qualunque cosa ci abbiano raccontato sulla loro abolizione, le Province sono vive e lottano con noi), il quale gongola - anche in foto - per essere la provincia di Ascoli ben piazzata in graduatoria per la qualità della vita.
        Senonchè i comunicati bisognerebbe almeno saperli scrivere - indipendentemente dalle castronerie che vi vengono scritte - e se tu leggi che la provincia di Ascoli Piceno conquista il primato nazionale nella graduatoria per reati e sicurezza” (testuale), capisci al di là di ogni ragionevole dubbio che la provincia di Ascoli ha più reati di ogni altra provincia. Cioè un poco commendevole "primato". Con buona pace di quel “sicurezza” messo subito dopo che se non è proprio un ossimoro, fa di sicuro una bella confusione.
Naturalmente il giornalista copia la velina così come gli arriva.
Ma sono i contenuti, più che la (in)capacità comunicativa a colpire.
 
Perché il comunicato è tutto uno sciorinar numeri e percentuali sul primato della provincia di Ascoli nei reati (eddai) e nella sicurezza, e sull’eccellente posizione del Piceno - secondo una graduatoria volante di Italia Oggi - per qualità della vita: dal numero di laureati fino all’immondizia, siamo tra i meglio sulla piazza e di questo il presidente di provincia ringrazia i cittadini, i sindaci, la prefetta Stentella, le forze dell’ordine, le istituzioni e tutto il cucuzzaro.
 
Sgonfiata però l’euforia pettoruta e un filino campanilista nel legger di noi così virtuosi, ecco affacciarsi i soliti fastidiosi dubbi.
 
Del genere: è perché siamo al primo posto per la sicurezza, che San Benedetto va a spendere 930.000 (novecentotrentamila!) euro in telecamere di sorveglianza (e poco meno gli altri Comuni)?
 
È perché siamo tra i primi per qualità della vita che tre Comuni della costa - anche Grottammare e Cupra, come da accordi presi a fine 2019 fra i tre tenori, ops  sindaci, e la prefetta Stentella - istituiscono con gran rullar di tamburi, come cosa di cui vantarsi, i “Gruppi di controllo di vicinato” alias gruppi di spioni, alias ronde, di marca fascioleghista e di sinistre evocazioni?
 
Che orgogliosi sbandierano questa sorta di STASI* del Piceno - o di OVRA per restar nell’orgoglio patrio - senza che né stampa né associazioni benemerite né opinione pubblica né chiesa né benpensanti e bellagente abbiano un moto di disgusto, un sussulto potente di nausea per questa scellerata, perniciosa cretineria istituzionalizzata?
  
È perché siamo ben piazzati per qualità della vita (ma sarà vero?) che tolleriamo politici ignari che sicurezza può essere soltanto civiltà (istruzione, cultura, scuola, legalità, partecipazione, esempio, buon governo…); istituzioni che dimostrano il proprio fallimento quando affidano ordine sociale e moralità pubblica agli spioni, ai “cittadini segnalatori” appostati dietro il buco della serratura, o - apoteosi del tragicomico - a costose telecamere di sicurezza e di sicurissima inutilità (non foss’altro perché non sappiamo nemmeno cambiare le lampadine ai lampioni, figuriamoci far funzionare quelle…)
 
Quando è successo che ci siamo addormentati? che abbiamo accettato come normali anzichè meritevoli di camicia di forza, le scelte dissennate di bande di politici disturbati, ignari non solo di democrazia e civiltà ma anche di comunissimo buon senso?


*la Polizia segreta nell’ex DDR  

 
Sara Di Giuseppe - 3 Dicembre 2020