lunedì 26 aprile 2021

IL 25 APRILE È MORTO DI COVID?…

   … Nelle Marche parrebbe di sì, almeno per certe istituzioni e per la stampa locale. Alle quali non sembra vero poter celebrare lo sbrigativo funerale della Festa della Liberazione, non vedevano l’ora.

        Da Acquaroli presidente di Regione, che nel miserello comunicato da stipsi acuta (contro quelli diarroici su come loro sono bravi e belli, che da quelle stanze usano velinare ad ogni soffio di vento) parla del “valore intramontabile dei principi di libertà”; passando per l’intera stampa locale cartacea e on line (come il quotidiano che titola: “Il Comune di San Benedetto ricorda i caduti per la libertà”), è tutto un avvitarsi in doppi e tripli salti carpiati per parlare il meno possibile del 25 Aprile e, dovendolo proprio fare, per evitare di chiamare alcune cose col nome di battesimo, per esempio “Liberazione” e “Resistenza”.
Svetta su tutto il comunicato del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale che si rivolge agli studenti parlando del “25 aprile 1945, data scelta per festeggiare la fine della seconda guerra mondiale in Italia” (sic) - finge di ignorare, o a scuola davvero non l’ha studiato, che invece si festeggia la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo - e continua parlando di “un’Italia che si è fronteggiata per le rispettive ragioni, i rispettivi sogni di cui era carica” (!) ed auspica il “superamento delle antitesi disperate, delle demonizzazioni reciproche, il riconoscimento per tutti nella propria storia….” (!) tanto che il Ministro dell’Istruzione ha annunciato una richiesta di chiarimenti al sullodato (non nuovo ad amenità del genere).
       In anni sciagurati (e ancora alitanti un fiato fetido sul presente) ci provò il pregiudicato Berlusconi a proporre di chiamare il 25 Aprile “Festa della Libertà”. Qualche anticorpo circolava ancora, e fu zittito come lo scemo del villaggio. Oggi ci riprovano: nostalgici, fascisti, qualunquisti, opportunisti, ignoranti, e gli torna utilissimo il Covid.
      “E quando mi ricapita?” deve essersi detto il sindaco di San Benedetto, con un sospirone di sollievo. Grazie al Covid non gli tocca vietare alla banda cittadina di suonare Bella Ciao (non che abbia dovuto sforzarsi per farsi ubbidire, negli anni scorsi); e grazie al Covid può infarcire il discorsetto annuale di sgangherate facezie come paragonare la ripresa dell’Italia di allora a quella dell’Itali(etta) post-covid (“il nemico non ha una divisa ma occupa ugualmente le nostre terre, entra nelle case, nelle scuole, in tutti i luoghi della socializzazione, semina ugualmente morte e dolore.” (Pasqualino, stai scherzando, vero?).
   
        Vanno capiti: ai fascisti dispiace dover celebrare la fine del regime, e i trascorsi politici, le attuali appartenenze, gli atteggiamenti di certi uomini di potere - locali e non - e di certa opinione pubblica non lasciano nulla alla fantasia quanto a pulsioni e nostalgie neppur tanto represse. E se non riaprono per bene i ristoranti neanche una benedetta cena celebrativa della marcia su Roma con menu fascistissimo si potrà fare, perbacco.
      Tuttavia è chiaro che il Covid ha preso a spallate il 25 Aprile pure in chi non te l’aspetti: pure il presidente Mattarella parla fuori luogo di “unità, coesione, riconciliazione” e accosta la ricostruzione del Dopoguerra al “superamento della crisi determinata dalla pandemia”.
 
Nossignori. Che diavolo c’entra il Covid. C’entra fin troppo nelle vite nostre e in quelle del pianeta tutto.
Ma il 25 Aprile in Italia bisognava parlare del 25 Aprile
. Bisognava per un giorno non metterci di mezzo il Covid, che è responsabile di tutto ma non dei vuoti di memoria.
Bisognava che il “fascismo eterno” che Umberto Eco diagnosticò come male endemico d’Italia, per un giorno tacesse.
 

Bisognava che ricordassimo. Bisognerà che lo facciamo.

O la Festa della Liberazione sarà veramente morta: non di Covid, ma di “terapia dell’oblio”.


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Il fascismo è un corpo estraneo nell’Italia liberata, in cui non può avere alcun ruolo, come la mafia. Il fascismo non è un’opinione. È un reato grave. Oggi è il giorno per dirlo”.
(Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2021)

Sara Di Giuseppe - 26 aprile 2021 


 

 

venerdì 23 aprile 2021

UT e la "Visione" di Francesco Scarabicchi


Una grande Personalità ci ha lasciati, o per meglio dire, 
noi l'abbiamo persa e troppo presto. 
 
Per la nostra piccola rivista UT scrisse diverse poesie a tema. 
Ci teneva in considerazione e presenziò in più di una occasione. 
Mangiammo insieme dolci, pizze e parole. La sua cultura era enorme. 
Un poeta, velatamente sofferente, con un animo dolce 
e profondamente modesto, come lo è chi è davvero grande:  
Francesco Scarabicchi.

Questi i suoi versi per UT "L'Oblio", maggio 2012

LA VISIONE
(a Matteo Thun)

Se una memoria d’aria resta,
dopo tanto, non sai dire,
vetro intatto alle soglie del sonno,
immaginaria o vera dentro gli anni,
degli anni più dolente quando appare,
per poco, la visione in un frangente
che sfuma, involontaria,
sulla beltà del dono che si perde
nell’infinito anonimo del nome.

Francesco Scarabicchi
 
ndr, 22 aprile 2021


 

venerdì 16 aprile 2021

Neolingua e “sicurezza partecipata”

ovvero 

“Controllo di vicinato” e spioni di quartiere

La neolingua […] guadagnava costantemente campo con tutti i membri del Partito che giorno dopo giorno tendevano a usare sempre più le parole e le costruzioni della neolingua nel loro parlare quotidiano”.
[ G.Orwell,  “1984” - Appendice. I principi della neolingua, 1947 ]
 
“Mi fa piacere che tutti abbiano preso a cuore il concetto di sicurezza partecipata” dice a San Benedetto il presidente di qualcosa.
Spiegata al popolo e alle scuole significa che tre amministrazioni della riviera - San Benedetto, Grottammare, Cupra Marittima - più un certo numero di comitati di quartiere, più un’associazione dal nome sinistramente evocativo “Occhio amico”, più Prefettura benedicente, pensano e dicono – restando seri – che con l’istituzione del “Controllo di vicinato”, grazie a volontari cittadini-spioni all’uopo reclutati, addestrati, gerarchizzati, ci si può fare l’un l’altro la spia tra vicini di casa e di quartiere, segnalando  - secondo il proprio pregiudizio, va da sé -  “situazioni di potenziale rischio per la sicurezza urbana” (qualunque cosa voglia dire).
 
Insomma, diventando volontari membri della STASI de noantri - Kundschafter des Friedens o “cittadini della pacesi chiamavano i solerti cittadini-spioni nell’ex DDR - sconfiggeremo la criminalità locale e tutto andrà ben madama la marchesa. E perfino gli anziani (cioè quasi tutti noi), che “di solito non denunciano perchè hanno timore e vergogna” (sic), troveranno il coraggio di farlo. Apperò.
 
Dunque: esattamente come nell’orwelliana neolingua si usano parole capaci di “indurre un’attitudine mentale desiderabile in chi le usa”, nella bassa neolingua politica delle amministrazioni sambenedettesi, grottammaresi, cuprensi, e dei presidenti di comitati di quartiere e di associazione, ogni sorta di prefisso, suffisso, locuzione, aggettivo - come l’ambiguo “partecipata“ - si può furbescamente appiccicare a “SICUREZZA” variandone e distorcendone a piacimento la già ampia area semantica.
E si può, col tipico ghirigoro politico-linguistico che Calvino definiva “antilingua”, indicare come “Progetto sociale che favorisce la rinascita e il consolidamento dei rapporti e la reciproca assistenza tra vicini” (Pierre Gallin dixit) quella che è deriva militaresca e fascistoide di una travisata idea di sicurezza.
 
Oggi l’evento - megafonato a manetta dalla stampa locale - è che a San Benedetto sono stati apposti, agli ingressi della città e “in alcuni punti definiti sensibili”, cartelli di indiscusso pregio estetico (osservare per credere) “realizzati dagli uffici comunali” (mecojoni!) per segnalare che in città “è attuato il progetto di controllo del vicinato quale strumento di prevenzione della criminalità”.
 
È appena un dettaglio che secondo la Costituzione (chi era costei?) spetti solo allo Stato, e per esso alle forze di Polizia, l’attività di prevenzione e repressione dei reati (materia che la legge definisce “sicurezza primaria”); che con tali motivazioni una sentenza della Consulta del novembre 2020 abbia esemplarmente dichiarato incostituzionale la legge della Regione Veneto sul “Controllo di vicinato”; che - sempre tra le suddette motivazioni - alle istituzioni locali spetti invece il promuovere la cosiddetta “sicurezza secondaria” consolidando la cultura della legalità e rimuovendo “le condizioni in cui possono svilupparsi fenomeni di criminalità”.
 
Ma per i nostrani amministratori, per buona parte dell’opinione pubblica, per benpensanti e bellagente, per la stampa locale che velinando tace, queste sono ubbie e vanno lasciate a quegli sconsiderati buontemponi che scrissero la Costituzione. In fondo quella ha più di settant’anni, e gli anziani, si sa, sono una palla al piede.
 


Nella nostra epoca la scrittura e i discorsi politici sono consacrati in massima parte alla difesa dell’indifendibile 
“ [La lingua] diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi  

[ G.Orwell - La neolingua della politica, 1946 ]

Sara Di Giuseppe - 16 aprile 2021

giovedì 8 aprile 2021

Vaccini: Accelerare o frenare? “That is the question”

 
Vaccini: Accelerare o frenare? “That is the question

        L’ordine è (era) accelerare, ma le Regioni continuano imperterrite a frenare, a battere la fiacca. Non obbediscono ai Draghi e neanche al Figliuolo Generale. Vaccinazioni del 4 aprile: Umbria 14, Sardegna 39, Molise 252, Basilicata 530, Valle d’Aosta 569, Liguria 620, Abruzzo 1625, Calabria 1735… 370 mila in 3 giorni.
Altro che 500.000 al giorno…
        Se in guerra poteva essere saggio - ogni tanto - disobbedire ai baffuti generali per evitare macelli e disastri; se in tempi di naja disobbedire - ogni tanto - a generali colonnelli maggiori capitani tenenti marescialli sergenti era segno d’intelligente ribellione (era pure divertente, ma quelli si divertivano di più a punirti); se oggi, a certi imperiosi comandi militari strillati con tutte maiuscole lasci perdere ed è difficile non mettersi a ridere… stavolta a questo qua con la bianca piuma sul cappello bisognava onestamente obbedirgli. 

Intanto, rispondendo subito e forte “Presente”, “Comandi”, “Signorsì”. Poi - secondo il pittoresco militarese del medagliatissimo - “cambiare passo” nel senso di andar davvero più veloci, anziché fare solo quel goffo saltello sulla stessa gamba per allineare il passo (che è poi il significato letterale della frase); “dar fiato alle trombe” invece di brontolare; “far fuoco con tutte le polveri” invece di nascondere le polveri sotto il tappeto. Cioè - metaforicamente, capisco - “premere con forza l’acceleratore della Campagna Vaccinale”. “Per battere il nemico”, invece di frenare sul bagnato per andare a sbattere.

500.000 punturine tonde al giorno era la missione. Wow! Cominciando rigorosamente da chi ne ha più bisogno, dai più anziani, dai più esposti al contagio. Non da chi pretende un abusivo diritto di precedenza, non dalle arroganti lobby, non dai raccomandati, non dai furbi che saltano la fila. E non battendo la fiacca.  
Ma sta ancora andando che, se non si “accelera” e “avanti marsch”, anzi “di-corsa” come bersaglieri - mica lenti come alpini coi muli su per i monti - saranno circa 500.000 vaccinazioni alla settimana, altro che al giorno. Sono frenate, quasi un “dietro-front”. E il nostro militare supremo sbaglia pure i conti, non sa fare le divisioni: a parte disubbidienze, inefficienze, reciproche invidie, favoritismi, capricci e virus politici delle Regioni, sono anche le zoppicanti consegne dei vaccini a monte che non consentono i ritmi da lui stabiliti.
La questione, il problema, il dilemma, il dramma è piuttosto, e fondamentalmente, un altro: i militari, meglio lasciarli giocare coi militari. 
Al di là di slang, comicità e povertà di linguaggio, abbigliamento fuori luogo, medaglie, nastrini colorati, stellette, pistole e cannoni… e magari anche pinne fucili ed occhiali quando il mare è una tavola blu. Per affrontare con efficacia un Piano Nazionale Vaccini a cosa ti serve aver soggiornato nello steppico altopiano iranico dell’Afghanistan a guadagnarti chili di gradi fingendo di portare la pace? Perché ti presenti nelle riunioni nei palazzi romani sempre in “divisa di servizio” (tuta mimetica) - cappello e piuma incorporati - manco dovessi “mimetizzarti” nei cespugli dietro i tendaggi e i quadri? E soprattutto, cosa ne sai di vaccini, di scienza, di ospedali, di malati, di vita normale o tribolata, non finta, cioè militare? Mettiti almeno in borghese, scendi in abiti civili tra noi civili (anche se proprio civili non siamo). Per mettersi al par tuo, non costringere i colleghi politici a piantarla col blu istituzionale e a comprarsi pure loro la “mimetica” dai cinesi di Porta Portese! Magari non hanno neanche fatto il militare…
        A meno che tu non sia il primo di tanti altri militari pluristellati che i Draghi chiameranno a corte per governarci come si deve, mascella quadrata e petto in fuori: a guardare in giro per il mondo, pare che la cosa vada per la maggiore… È questo il problema? “Is that the question”?
 
 
PGC - 8 aprile 2021