martedì 31 luglio 2018

Spoleto alle erbe

[ Di stupefacente non cè solo il Festival dei 2Mondi ]


       Meno male questo posticino in Via dei Gesuiti scovato per caso -  La Piazzetta delle Erbe / Ass.Cult. Semi di Zucca - dove ti salvi dallesoso (e disorganizzato) stupefacente Festival che o compri i biglietti o mangi.

       Meno male questangolo di quasi silenzio, dallatmosfera confidenziale di locanda di paese: arredi liberi senzombra di design, faticati, scorticati, pitturati come viene viene; portelloni di legno di chissà quali finestre coi menu scritti a gessetto in bella diligente grafia; sedie fantasy spaiate ma comode; tavoli di una volta: cassetto per le posate - gambe a punta - piano in fòrmica; il grande specchio tutto curve di romantico controbuffet addossato al muro; il bancone di artigiano dalle molte vite; lingresso/vetrina quasi da officina che non ti fa promesse col trucco. Legno, poca plastica, zero tecnologia. Nellaria spinta dal ventilatore depoca unaria leggera di Jazz

       Come entri ti avvolge subito labbraccio aromatico di erbe ortaggi e frutta, profumi di fresca campagna umbra: vengono dalla piccola cucina nascosta sul retro e da quelle cassette di legno impilate in vista nellangolo, zeppe di zucchine cetrioli melanzane peperoni sedani più erbe varie. E, come nei Topolino che non leggi più, timmagini la comparsa di un ballon a pennacchio con più punte che - sniff sniff - esalano dai posti più impensati.

       Fuori di qui, questi profumi derbe non ci sono. Spoleto di questi giorni è una festa per gli occhi, un concentrato darte, architettura, eventi imperdibili e unici; ma è purtroppo anche un market a rimorchio del Festival, che ha smarrito negli anni il legame prezioso con lautenticità del suo territorio. Troppa moda, troppa aria fritta, troppa supponenza, troppa vana-gloria. E troppi costi uniti a disorganizzazione, specie per noi tapini che facciamo chilometri.

       Fortuna allora questa Piazzetta delle Erbe: luogo che respira di suo, che emana poesia senza dirlo, che ti incita ricordi estinti e ti ristora con quel poco che è tanto, per chi ha bisogno solo di un posto franco dove ricrearsi e rigenerarsi naturalmente. Il Festival qui non cè. Anche se qua vengono a gruppetti alcuni suoi artisti attori musicisti che sono umani anche loro cercano come noi unoasi, unisola, un mare riparato più piccolo e più amico, un luogo intimo 

       Eri venuto solo per mangiare, quasi te ne sei dimenticato ma quei due dallo sguardo lieto e il parlare familiare fra poco ti porteranno senza ansia quello che hai scelto (ma che non avevi ben capito): gusterai allora erbe & C pensose e buone, mescolate con sapienza antica e fantasia. Per niente care, vedrai alla fine. Poi, se vuoi, un fidato dolce davvero appena fatto e caffè con la napoletana, cui non devi metter fretta.

       Sì, fuori cè il Festival che ti reclama, ah se anche quello - e Spoleto - fossero un po alle erbe


PGC - 30 luglio 2018


martedì 24 luglio 2018

Carissimo Pier Paolo Ruffinengo

Ieri, lunedì 23 luglio, ci ha salutato Pier Paolo Ruffinengo. Sì perché per un credente come Padre Pier Paolo (bianco nell'anima come nell'abito) è come andare in un luogo 'altro', e che il suo sia soltanto un arrivederci. Ma i suoi studi, i suoi libri, i suo aneddoti, le sue poesie, i suoi racconti, le sue preghiere resteranno con noi.

L'ultima sua riflessione fatta per UT "I Segreti", marzo 2017, guarda caso affronta un mistero, forse il Mistero che occorre preservare…

Ciao Carissimo Amico

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IL PICCOLO SASSO MISTERIOSO

Pier Paolo Ruffinengo

Un sasso, piccolo, poco più di una noce, rotondo. Incuriosito, il bambino lo prende in mano e sente che risuona, come fosse vuoto con qualcosa dentro che rotola. Lo scuote, osservandolo con attenzione: si presenta integro da ogni parte, senza fessure. Cosa potrebbe essere, così ben rotondo! E con questa cosa dentro che rotola? Come può un sasso, bene intero, essere vuoto dentro con qualcosa che ci rotola? E’ forse entrata da qualche parte, e come, questa cosa che rotola, rotonda essa pure come il sasso! E il tutto, poco più di una noce! Un piccolo mistero. Il bambino ne è affascinato! Vorrebbe capire, ma dovrebbe rompere il sasso. Sciuperebbe il mistero! Se fosse una scoperta meravigliosa come quelle dei grandi scienziati che la maestra sta spiegando a scuola? E se non fosse così? E’ indeciso il bambino, lì sotto i noccioli sulla stradina davanti casa. Tiene in mano il suo sasso, lo guarda, lo scuote per sentirci ancora rotolare dentro quella cosa rotonda. Che strano! E che bello! E sarebbe anche più bello scoprire che cos’è…! Non sa cosa fare. Vorrebbe confidarsi con qualcuno, ma con chi? I genitori sono un po’ severi, esigenti, da bravi contadini piemontesi con i piedi per terra: come reagirebbero? Penserebbero che hanno un figlio predestinato!? Forse lo rimprovererebbero! Lo zio e il fratello sicuramente lo prenderebbero in giro. La sorella? Con lei sì, potrebbe confidarsi. Ma poi? E’ una cosa tanto più grande di tutti e due. In ogni caso, per capire di cosa si tratta, bisognerebbe aprirlo; cioè romperlo! E se alla fine risultasse una grande delusione? Ma potrebbe anche contenere qualcosa di grande. Meglio conservare il segreto del piccolo mistero con le due possibilità. Il bambino decide di non dire niente a nessuno e tenendo il sasso ben stretto nella mano prende la mira e lo getta in mezzo ai rovi e ai pruni giù giù nella scarpata, lontano, che nessuno lo possa trovare! 
Così il segreto del piccolo sasso non sarà mai svelato, perché il bambino lo ha gettato lontano, lontanissimo, nel cespuglio più intricato dei rovi e dei pruni più spinosi. Nessuno riuscirà a recuperarlo per aprirlo.


domenica 22 luglio 2018

IL VENTESIMO

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 LA CADUTA 
di Albert Camus

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
19 luglio 2018  h21.30


IL VENTESIMO


       Venti gli incontri con Di Bonaventura e il suo teatro, quattro le stagioni trascorse dallinizio del Viaggio Cosmico-Letterario. Come astronauti al rientro, ci riadatteremo alla forza di gravità ma - come loro - ciò che abbiamo visto e ascoltato ci ha cambiati e luniverso per noi si è dilatato, terribilmente e meravigliosamente.

       Lo spettacolo autentico che è il teatro - nella definizione di Artaud - ha trasmesso le sue vibrazioni, fatto dellarte scenica iniziazione capace di travolgerci e possederci. 

Da Leopardi a Nietzsche, da Pasolini a Campana, da Pirandello a Ionesco - sono solo alcuni - ogni Recital ha esplorato tutte le possibilità dellesistenza, dis-fatto teatro e testimoniato poesia, tolto di scena (direbbe Carmelo Bene) più che messo in scena; ha usato lo spazio (il freddo non-luogo dellOspitale) e lassenza di scenografie, quinte, fondali, così come Peter Brook usava lo spazio vuoto: per scoprire la nudità delle cose - la realtà, dunque - cui si possa aderire con tutto il coinvolgimento e lenergia neuronale di cui lo spettatore è capace.

      La Caduta è la chiusura forse emblematica del ciclo: perché Camus mette a nudo duplicità e ipocrisie, e nel farlo trascina il lettore/spettatore davanti allo specchio, e impietosamente strappa il velo delle nostre sicurezze e prosopopee. 

      Nella ri-scrittura scenica di questa sera il lungo monologo si sdoppia e lavventore di Mexico City (bar dal nome improbabile alla periferia di Amsterdam), anonimo destinatario delle confidenze di Jean Baptiste Clamence e come lui parigino, si materializza attraverso Simone (Lei ha circa la mia età -  valuta Clamence osservandolo - è più o meno ben vestito, ha le mani bianche. Quindi un borghese, più o meno): con discrezione si presta allascolto, pone le domande giuste.

       Clamence è dotato di superiore ironia (Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sulluomo, gli accade di provar nostalgia per i primati, confida) e il suo linguaggio è ricercato (Confesso davere un debole per il bel parlare in genere..); si trova a proprio agio nei luoghi elevati - metaforicamente e materialmente ma è invece sullabisso dentro di sé che dovrà chinarsi per guardarvi, per ascoltare come non ha mai fatto il suono di moneta falsa di ogni suo gesto benevolo e virtuoso, la volontà di potere nascosta in ciascuno di essi, lamore di sé come unica spinta di ogni buona azione (Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, lumiltà a vincere, la virtù a opprimere).

       Sembrerebbe il punto di partenza di una redenzione, in realtà è una caduta: riconoscere la duplicità di un altruismo esibito ma radicato nellegoismo equivale a smascherare lipocrisia non solo propria e del singolo, ma anche quella che sostiene lintera struttura sociale. 

Una risata alle proprie spalle proveniente da chissà dove sul ponte delle Arti, e una ragazza che dal Pont Royal si getta nel fiume senza che lui intervenga, sono gli accidenti che innescano in Clamence la crisi (Viene sempre il giorno, o la notte, che la risata scoppia senza preavviso. La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno).

       Egli dunque, avvocato parigino di grido e raffinato gaudente, dai comportamenti di ostentate generosità e benevolenza (Fisicamente sono stato favorito dalla natura, gli atteggiamenti nobili mi riescono bene senza fatica), il cui accordo con la vita era totale, una volta gettata la maschera che connota ogni suo atto virtuoso, attua la rivoluzione copernicana che lo trasforma in giudice-penitente

Svelando ad altri la propria ipocrisia, il proprio usare a fin di male le sue proclamate virtù, egli diviene penitente delle proprie colpe; e al tempo stesso in quanto specchio delle uguali altrui ipocrisie si pone come giudice, legittimato a giudicare gli altri non solo per ciò che hanno inevitabilmente commesso, ma anche per linsincerità che impedisce loro di ammetterlo. 

       Aver ribaltato la propria condotta è leconomia di salvezza che gli consentirà di continuare a vivere, a giudicare e a giudicarsi: la penitenza, continua e pubblica, è diventato il suo nuovo lavoro (Che ebbrezza sentirsi padreterno e distribuire attestati di vita dissoluta e di cattivi costumi), e quella risata alle sue spalle cesserà forse di farsi udire.

      Lo spazio vuoto agìto da Clamence/Vincenzo e dallinterlocutore/Simone si è popolato di fantasmi lungo il percorso: i parigini (Quasi cinque milioni?Sia pure, avranno figliato.. Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie. Le idee e la fornicazione); Amsterdam (Bella città, vero? Io abito nel ghetto Settantacinquemila ebrei deportati o assassinati, la pulitura mediante il vuoto io abito nel luogo duno dei maggiori delitti della storia); la libertà, Dio, lamore Intorno aleggia la riflessione cui è impossibile sottrarsi, sulla banalità del bene, su quanto delletica individuale di ciascuno si basi sullopinione che gli altri hanno di noi. 

       Albert Camus morirà precocemente nel 1960 in un incidente dauto: da folgorante James Dean della letteratura scrive Domenico Quirico nel 2013, centenario della nascita, e ricorda come conformismi e poteri di ogni risma abbiano tentato di panteonizzare e marmorizzare questo intellettuale, uno dei pochi attenti, in una Francia in preda al dubbio e alla follia; la cui potenza critica si è chinata sulla condizione delluomo nei momenti più bui di un secolo che molto ha in comune con il panorama storico e culturale delloggi; per il quale è la menzogna il peggiore dei mali, poiché tradendo e interrompendo la comunicazione lascia che lo spazio sia occupato dalla violenza, quella fisica ed esplicita o quella occulta e subdola che preme sulle coscienze. 

Limitato alla sfera di coloro che ci sono più vicini, il sentimento di benevolenza è incapace di aprirsi alla considerazione dellaltro in quanto tale: il dispiacere per la vittima, il disadattato, lo straniero, il prossimo di qualsiasi genere, non viene da noiprovato se non in maniera astratta, intellettuale per così dire, ma senza toccarci realmente e, di conseguenza, senza spingerci ad agire in suo favore  
M. Terestchenko, Une si fragile vernis dhumanité

Sara Di Giuseppe - 21 luglio 2018


mercoledì 18 luglio 2018

Il suono di Perseus

SPOLETO61 
FESTIVAL DEI 2MONDI

Giudizio, Possibilità, Essere
Esercizi di ginnastica su La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin

di Romeo Castellucci

produzione Societas 

Il suono di Perseus 


       È di 250 milioni di anni luce la distanza dalla terra di Perseus, il più grande buco nero della Via Lattea, del quale scienziati NASA hanno individuato il suono: lascoltiamo, allaprirsi della scena, nella registrazione il cui volume ai limiti del fisicamente tollerabile ci scolla da terra a forza di vibrazioni.

       Non lezione di fisica bensì di teatro, quella cui assistiamo nella Palestra di S.Giovanni di Baiano, propaggine del 61°Festival dei 2Mondi di Spoleto, giornata ultima. Spazio insolito e soprattutto introvabile, totale assenza di indicazioni da parte della spoletina organizzazione festivaliera che riesce a peggiorare ogni anno e quando pensi non possa far peggio, invece lo fa. Peccato capitale, per un Festival di tali qualità preminenza e carisma. Aspiranti spettatori dispersi potrebbero vagare ancora fra le verdi valli umbre.

       Per noi fortunosamente pervenuti a destinazione è La morte di Empedocle, tragedia in versi di Friedrich Hölderlin, ad essere qui agìta da quattordici ragazze straordinarie più un cane sapiente (attore nato).

       Rimanda allavanguardismo di Antonin Artaud, di Carmelo Bene e di altri maestri, la visione che ispira Romeo Castellucci: di un teatro che superando la soggezione al testo si fa creazione e ri-scrittura; in cui il testo a monte diviene testo in scena (C. Bene) e il soggetto/attore è autore egli stesso, sciamano e medium. [Alla stessa latitudine di Spoleto, da molti anni, in terra abruzzese-marchigiana e non solo, il teatro di Vincenzo Di Bonaventura, teatro del testimone, lontano dalla sclerosi dellufficialità percorre come macchina attoriale - secondo la definizione beniana - i grandi territori drammatici dallantico al contemporaneo superando il testo, "dis-apprendendolo dopo averlo appreso"]. 

       Regia e interpreti si fanno veicoli di una comunicazione che richiede, anche, un nuovo modo di essere pubblico. Proviamo ad essere noi, oggi, questo pubblico nuovo: perplesso allinizio (spettacolo a sé sono le nostre facce durante il - finto, certo - taglio della lingua autoinflittosi dalle ragazze in lentissime realistiche sequenze); convinto, coinvolto, emozionato poi e fino alla fine, quando scricchiolando - noi diversamente giovani - ritroviamo la posizione eretta dopo oltre unora di articolazioni ripiegate sui bassi cuscini del salto in alto.

       Il filosofo Empedocle, la devota discepola Pantea e lamica Delia, lamato e dolente Pausania, linfido sacerdote Ermocrate, larconte Crizia, gli anonimi cittadini di Agrigento: tutti hanno le fattezze di queste giovani donne dai severi abiti amisch, che disponendosi nello spazio come gruppi scultorei neoclassici o in stilizzate movenze retoricamente classicheggianti, alitano un che di winckelmanniano sullimprobabile scena della palestra.

        Lapertura sulla registrazione del suono violento e preromanticamente sublime di Perseus, ci prepara a concepire labisso, il cratere dellEtna in fondo al quale Empedocle precipita se stesso per ritrovare quella comunione con la Natura e con il Tutto che la finitezza umana preclude. Il suo balzo nel vuoto è illuministico slancio verso la conoscenza ultima di sé, romantica tensione verso linfinito e la comunione col divino; ed è parabola senza ritorno che rigetta i meccanismi del potere e trova nel sacrificio la conciliazione altrimenti impossibile. 

       Di lui parla Pantea con nostalgica dolcezza allamica Delia (Non so neppure io perché gli appartengo. Ma forse se lo vedessi capiresti), istintivamente partecipe del dolore che è in lui (Sembrava aver perduto qualcosa, come se la sua vita fosse precipitata da grandi altezze), nelleroe tragico che sceglie liberamente, perfino con gioia la morte, consapevole che questa se da un lato priva luomo di ciò che è dato, dallaltro lo riconsegna a ciò che alluomo è sottratto

       Egli sa che la Natura lo ha abbandonato come un mendicante per il tracotante orgoglio che lo ha innalzato al di sopra degli dei, e alla Natura egli tornerà - A te ritorno per essere sereno e riposare - per ricomporre lunità perduta e perché in quella riconciliazione il Divino torni a manifestarsi O Dei del cielo, io vi ho oltraggiati e voi mi avete abbandonato. Ma presto sarò canto

      È maturato il tempo. Mi stupisco come se la mia vita cominciasse, e solamente ora io sono”: e agli agrigentini che dopo averlo cacciato lo richiamano indietro e vorrebbero incoronarlo re, E finita lepoca dei re, risponde, e li esorta a rinascere, Rinnovatevi in una giovinezza nuova () e rinascendo assecondate la Natura, prima che simpadronisca di voi!. 

      Rinascono davvero sotto i nostri occhi le 14 ragazze: faticosamente le espelle un figurato utero materno dal quale emergono nude e intatte come bianchi fogli di un copione ancora da scrivere lentamente muovendo verso un inconoscibile altrove, verso un sipario che non cè. 

       Il gruppo dei personaggi della tragedia sarà interpretato da una compagnia di giovani donne. Sono studentesse di una scuola? o forse membri di una qualche comunità femminile? si interroga la locandina consegnata allingresso. Non importa saperlo: le giovani attrici hanno vissuto, plasmato, agito la poesia di Hölderlin restituendocene intatte eppure nuove e diverse la grazia e la forza.

       Lapplauso caloroso che le saluta e le richiama a lungo festeggia anche il cagnone che ha giocato un insolito ruolo sulla scena, mangiando di gusto i resti - di ingredienti appetibili, sintuisce - delliniziale raccapricciante sforbiciata collettiva: da attore consumato si pavoneggia, si concede, annusa le fanciulle e disciplinato scodinzola, ringrazia a suo modo e, abbaiando con piglio drammatico, perfino gigioneggia un po’…


Sara Di Giuseppe - 16 luglio 2018


lunedì 16 luglio 2018

Carlo Delle Piane e Anna Crispino rendono omaggio a Massimo Consorti

XVIª edizione "Ischia Film Festival", un evento del Cinema italiano e palcoscenico ideale per rendere omaggio al carissimo amico Massimo, profondo amante e conoscitore del 'grande schermo'.

Massimo ci unisce e ci sprona... ancora.

https://www.youtube.com/watch?v=tIAAyIfACP4

16 luglio 2018 - Francesco


mercoledì 11 luglio 2018

“Si non se noverit”

SPOLETO61 
FESTIVAL DEI 2MONDI
29 GIUGNO 15 LUGLIO 2018

Casa di Reclusione di Maiano di Spoleto
6 7 luglio 2018  h20.45

VICTIMS

NESSUNO torna ad Itaca

Si non se noverit

Diretto da GIORGIO FLAMINI
Prodotto da #SIneNOmine
IIS Sansi Leonardi Volta Casa di Reclusione di Spoleto


Si non se noverit


      Lungo e lento, il nero corteo di giovani donne velate segue il feretro della fanciulla morta, il corpo ancora scomposto dalla morte violenta, e il Dum pendebat filius accompagna il passo di ciascuna mater dolorosa che a turno cede allo schianto interiore e si accascia. Lo precede in sanguigno abito rosso, ieratica, la figura femminile che esibisce tra le mani la testa in gesso di Yochanan, il Battista. 

      Al simbolismo dellincipit si unisce quel dettaglio di realtà che colpisce con forza involontaria: limmenso, grigio cancello blindato del penitenziario che silenzioso e lento si chiude alle spalle del corteo e davanti ai nostri occhi.

      Gli spazi esterni del carcere - ampi, verdi, piatti - accolgono le installazioni, perimetrano la lunga teoria di madri velate con in mano penzolanti bambole, rimandano leco del ripetutoSi non se noverit del Coro che avanza per stazioni come di Via Crucis. 

      Sul grande prato giacciono corpi, vittime senza nome sconciate nellurto di una morte senza tempo né geografia; vi brancolano convulse le donne in nero, gettano a terra le bambole, sono esse stesse disarticolate marionette. 

      Il palco è al di là di alti cancelli, solitario sul grande spazio erboso. Vi si affaccia lirredimibile grigio del moderno dignitoso carcere; le finestre dalle grate a losanghe sono occhi che si aprono ciechi, qui è appeso un pantalone, lì una camicia 

      Ma i detenuti sono qui, davanti al pubblico: sono gli attori e gli autori, sono mescolati ad artisti e ad attori professionisti, mettono in scena la vita. 

      E la vita può essere passo di flamenco: solitario e senzaltro suono che il batter di piedi e di mani, o appassionato dialogo di corpi che larpa accompagna, forza attrattiva e sensuale che unisce e divide. 

      O può essere lallucinata situazione del sartriano Huis Clos - A porta chiusa (È questo dunque linferno? () Buffonate! Nessun bisogno di graticole, linferno sono gli altri!) 

      O la Sorveglianza speciale di Genet,  e la cella di Occhiverdi, Lefranc e Maurizio, dove la tensione psicologica e drammaturgica attraversa le dinamiche detentive del potere, dellattrazione omosessuale, della scaltrezza, della gelosia, della violenza fino al tragico epilogo. 

      Occhiverdi è il testimone della colpa come disgrazia, del delitto come destino non negoziabile: avrebbe fatto ogni cosa perché la vita potesse tornare indietro, ha tentato, ma nulla ha potuto per sottrarsi (Volevo fare marcia indietro nel tempo, rivivere la mia vita fino a prima del delitto Cercavo dessere un cane, un gatto, un cavallo, una tigre, un tavolino, un sasso)

I marcati accenti pugliese e napoletano dei tre attori-detenuti agganciano con forza il testo teatrale al vissuto che si fa scena: difficile, per chi assiste, poter scindere quei dialoghi dalla vita dietro le sbarre a losanghe.

       Così come è vita vera il pianto della giovane madre dal testo di Mattia Esposito - che non sa placare quello inarrestabile della sua creatura: ieri ci è riuscita, gli ha mostrato le poche stelle di tra le sbarre e il piccolo sè addormentato, ma stasera no, come può non piangere chi è nato in carcere, come non piangere se di lì a non molto - a tre anni - la legge lo toglierà alla madre Eppure ce lho messa tutta perchè questa miseria finisse Mangia e ridi, dormi e sogna

      Non solo questo: detenuti e artisti hanno rimaneggiato, adattato, ripercorso testi che da lontano - da Omero a Ovidio, da Wilde a Beckett, da Joyce a Camus, a Genet, a Sartre si affacciano su questatomo opaco del male e sul dolore antico delluomo.

       La musica, in tuttuno con la scena, sottolinea accompagna enfatizza ogni gesto di questo teatro intensissimo, tace in ascolto dello spiritual negro che lentamente percorre il prato; il Coro evoca nel suo ripetuto Si non se noverit - Se non avrà conosciuto se stesso - il complesso mito di Narciso che non sfugge al proprio destino  - vivrà a lungo solo se non riconoscerà se stesso, aveva detto Tiresia - e per il quale la conoscenza di sé come mero riflesso coincide con la morte. 

       Come tra questa musica e la scena, così tra questa scena e la vita la fusione è totale, e gli attori di dentro sono indistinguibili da quelli di fuori: lapplauso lungo del pubblico lo testimonia, quello che abbiamo visto lascia il segno, non siamo gli stessi di quando siamo entrati. Peccato la lettura del pretenzioso messaggio istituzionale del nuovo ministro, peccato lessere intirizziti fino alle ossa, il programma non avvisava che si sarebbe stati allaperto 

       Cerco dimmaginare questi luoghi una volta rimosse le installazioni, il palco, le attrezzature di scena. Saranno ancora due soli colori, il grigio delle finestre con le grate a losanghe, il verde curatissimo dei prati senzalberi; e saranno ancora grigi i muri alti su cui camminano sentinelle, e nascondono alla vista le dolci boscose colline umbre, una volta oltrepassato linvalicabile cancello e superata la scritta DESPONDERE SPEM MUNUS NOSTRUM.



Sara Di Giuseppe - 10 luglio 2018

lunedì 9 luglio 2018

“Come colui che non sa”

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Più che l'amore
di Gabriele DAnnunzio

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
5 luglio 2018  h21.15

 Come colui che non sa

       È uno spettacolo che vedrete adesso e mai più - dice Di Bonaventura - poiché nuova e diversa è ogni messa in scena che ri-scrive il testo per mano del soggetto-attore e perché questi è, nellinsegnamento del maestro Jacques Lecoq, come colui che va in scena e non sa

        Superare il testo, dis-apprenderlo dopo averlo appreso è il punto di partenza, la scommessa attraverso cui linterprete plasma la sua capacità di creare, naviga a proprio rischio, forgia un teatro lontano dalla sclerosi dellufficialità, dei generi e delle mode, ricrea sulla scena il gioco della vita e delle sue leggi, cerca quello che si recita di essenziale nellessere umano.

        È per questo che Di Bonaventura può dire del testo di DAnnunzio non ricordiamo niente: la macchina attoriale lo ha rubato e dis-fatto, ha trasformato come nella lezione di Carmelo Bene il testo a monte in testo in scena, e il teatro del già detto in teatro del dire

Avanguardia che attinge allantico, ai grandi territori drammatici della Tragedia classica e della Commedia dellArte, e attori/artefici sono questa sera Vincenzo e Simone, che ri-creano il testo dannunziano dopo averlo dimenticato.

       Stroncata dal pubblico e dalla vil canizza gazzettante al debutto romano nel 1906, Più che lamore è da allora pochissimo rappresentata, come in genere - anche oggi - tutto il teatro dannunziano. 

Di esso, allepoca, gli ambienti borghesi accolsero con disagio la novità, laprirsi agli sperimentalismi della scena internazionale, il contrapporre alla grande stagione del teatro naturalista di inizio secolo, il teatro di poesia: destinato tuttavia, a dispetto di mode e convenzioni, a incidere profondamente nella trasformazione dei codici drammaturgici del Novecento.  

       LaTerza Roma, al principio della primavera, tra due vespri sono il luogo e il tempo della tragedia. Lo spazio rarefatto dellinterno romano in cui Corrado Brando e Virginio Vesta agiscono è teatro di un confronto di anime legate da affetto fraterno ma lontane, per sempre scisse dalla febbre che brucia in Corrado.

Divorato dal perpetuo desio della terra incognita, di quellAfrica di cui sente il fischio dellaquila pescatrice, e vede gli avvoltoi e le cicogne levarsi su lUèbi, egli sente di essere della razza dei Caboto, sa di poter solo andare avanti, La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar

       Egli è lulisside destinato al fallimento, inconciliabile col modello di società borghese che gli si offre, lItalietta giolittana dei ministeri e della burocrazia; lo consuma il fuoco di quella sfida mai domata; vorrebbe, come il Ruspoli sepolto sulla via del Daua, lì morire e anche lui avere per monumento funebre un ramo secco fitto in un mucchio di terra come è usanza della gente Amarr per onorare i capi. 

Non è per lui la parola sepolcrale Kalas! - basta! - esalata dagli uomini dellaltipiano boccheggianti e sfiniti, egli cerca la lontananza più che la gloria, poiché Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro lordine che mi opprime. 

       Tentare ogni strada pur di tornare laggiù, degradarsi nellazzardo e nel tradimento per trovare il denaro che occorre, precipitare fino allabiezione del delitto, saranno questi la sua scelta e il suo destino.  Non lamico fraterno, non lamore totale di Maria e la luce della nuova piccola vita che si annuncia dentro di lei, basteranno a fermarlo.

       Virginio è lamico che gli oppone la forza limpida del suo intelletto, che trasfigura in arte il proprio sapere, in poesia i moduli logaritmici applicati ai suoi studi di umile ingegnere idraulico; per il quale il sogno è il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze; è colui che vede nella poesia lessenza stessa dellUniverso, che gli indica il ritratto di Beethoven come di quel titano che dice Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà; che gli ricorda gli anni degli studi, condivisi nella squattrinata quotidianità e fervidi di passione artistica, quando laver acquistato un modico busto di Dante e laverlo piazzato fra i due letti bastava a farli sentire più forti della stessa fame. E che da quella stessa Maria, sorella teneramente amata - con quel suo viso che è come la superficie duna polla -  egli trae la forza interiore che lo salva da tutto ciò che ha conosciuto di ignobile e di feroce.

       Ma la catastrofe incombe, era già nel presagio che Maria scacciava da sé (Pareva venuto non so che autunno di sotterra), è nelle parole di Corrado al servo Rudu che chiede se saranno già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco: Ah Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi.

       Non può soccorrerlo lamico Virginio, sono su rive opposte e la mano che gli tende non lo raggiunge: Virginio con la sua persona circoscritta, il suo compito prefisso (Lordine riposa su di te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata) che gli ricorda Altre vite tu schianti con la tua, che laccusa Tu hai disumanato lamore, ma che ancora non vuol dirgli addio Io piango in te leroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco

      È Corrado a pronunciare il saluto estremo, in una gloria che fu silenziosa, e al fratello perduto intima Va, Virginio, tutto fu detto. Le nuove Erinni! 

I tre uomini sono già alla porta, Rudu ha ricevuto il suo ordine (Falli entrare. E tu tieniti indietro), Corrado ha radunato le sue armi, impugna quella che a breve distanza meglio gli serve.

       Col buio in sala scende lideale sipario su quella scena nuda fatta di due sedie, un tavolo, un ritratto, dominata per oltre un'ora dalla passione di una tragedia antica e dalla tensione di un moderno thriller.

       Gli spietati neon dellOspitale ci restituiscono Vincenzo e Simone, figure amiche e qui prodigiosi attori-artefici-testimoni della eternità della poesia che abolisce lerrore del tempo. Con loro abbiamo toccato il fantasma del dolore titanico nelluomo di ogni tempo e attraverso di loro, perfino, ci è parso udire la voce del Poeta: Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata, e nessuna mi sembra più nobile di questa *


G. DAnnunzio: A Vincenzo Morello in Più che lamore


Sara Di Giuseppe - 7 luglio 2018


venerdì 6 luglio 2018

La 'fragilità' nell'arte di Giuseppe Piscopo

Un artista deve trovare le sue strade per esprimersi, per sviluppare il suo talento e la sua arte. Giuseppe Piscopo è da quando lo conosciamo che ha diligentemente e caparbiamente intrapreso il suo sentiero, di certo non facile e poco battuto. Ma si sa, i talenti hanno bisogno di tante cose oltre la loro fatica e il loro convinto perseverare per avere una giusta 'vetrina' che accolga il proprio lavoro. A volte si diventa ossessionati e ripetitivi pur di far valere la propria ricerca artistica, e in altre ci si scontra con il mercato che emarginalizza sia il contenuto che la forma a vantaggio del glifo applicato in basso a destra di un'opera. Ma Giuseppe, come il suo antenato illustre, è un cesellatore e scultore di idee, fatte di pazienza e laboriosa pratica e grazie al suo avanzato gusto per l'ironia, mista a un grande senso dell'umorismo (campo in cui è un Grande maestro), lui continua a sperimentare e concretizzare idee sempre più narranti di sogni e speranze.

Piscopo, pur avendo avuto numerose e qualificate partecipazioni ad eventi - dove viene costantemente riconosciuta la sua creatività con premi e segnalazioni - si è pure dovuto affidare al Caso e/o al 'buon occhio' di alcuni per sperare in uno squillo polifonico dello smartphone, preceduto da qualche riga digitale: "Carissimo, ci interessa molto la sua arte. Perché…?" *

La sua costante e insuperabile poetica si esprime da sempre con e nella 'fragilità' del materiale usato. Un magnifico e sporco cartone e sottogrammature di cellulosa, sempre rigorosamente riciclata, che plasma come creta per un vasaio. Le sue 'catene', arrotolando fogli e fogli come fibre di canapa, si spezzano o racchiudono forme pesanti come cuscini d'aria pura, guidano cavalli a dondolo che escono dal Don Chisciotte o si spargono come cenere dal Vulcano, magnifico suo brand e minaccioso vicino di Casa.

Per conoscere meglio lui e le sue opere, non si può prescindere dal suo blog e le sue numerosissime collaborazioni per la rivista d'arte e fatti culturali UT.

Ora una news che lo riguarda, un po' abbreviata nel contenuto, ma riportante la sua partecipazione, su invito, a quest'ultimo evento in Slovenia, in cui il suo materiale artistico non poteva mancare a giudicare dal titolo: Fragile.

Un nome su tutti, per capire l'importanza della collettiva: Ai Weiwei, ma è solo una questione di ordine alfabetico ;-)

* (…) "Alla Galleria Miheliceva di Ptuj con la mostra FRAGILE_MEMORIA CONFLITTO UOMO, andranno in scena gli interventi personali di Silvia Camporesi, Paolo Ciregia e Mustafa Sabbagh, tre autori che utilizzando il mezzo fotografico pongono riflessioni sul tema delle fragilità con la curatela di Carlo Sala, studioso delle mutazioni della fotografia contemporanea.

FRAGILE è la mostra internazionale collettiva curata da Marika Vicari e Jernej Forbici al Monastero Dominicano (Festival Art-Stays, Ptuj, Slovenia, 6-13 luglio 2018). Per la prima volta le installazioni, sculture e video di Ai Weiwei, Banu Cennetoğlu, Polona Demšar, Federica Ferzoco, Maria Teresa Gonzalez Ramirez, Masbedo, Mladen Miljanović, Andrea Morruchio, Boštjan Novak, Artsiom Parchynski, Giuseppe Piscopo, Patrizia Polese, Santiago Sierra, Rósa Sigrún, Andrea Tagliapietra, Alice Zanin e dialogheranno tra loro sulla fragilità dell'arte, della materia, dell'uomo, delle sue relazioni e del nostro futuro."


Francesco del Zompo - 6 luglio 2018


mercoledì 4 luglio 2018

Un riconoscimento gradito e Felice

Cara UT,
solo poche righe per presentare un invito, perché ho letto sul sito che la rivista è stata definitivamente chiusa e non conosco le motivazioni nei particolari ma posso immaginarli e colgo che questa chiusura segue quelle di altre riviste che leggevo.

Dispiace e penso che è stata e sarà una perdita per San Benedetto del Tronto. Ecco, l’invito che presento è di non disperdere anche quel patrimonio che complessivamente l’associazione che gestiva la rivista ha comunque accumulato in questi anni. 
Cerchiamo di continuare per quanto potrà essere possibile almeno promuovendo delle iniziative periodiche perché la nostra città ne ha davvero bisogno, anche perché stiamo in una fase che la cultura intesa come ricerca e come partecipazione di singoli alla gestione di eventi declina ormai sempre più verso zero.

Non ho titoli ma per quanto mi è possibile sono disponibile a dare un contributo.


Felice Di Maro - 3 luglio 2018