venerdì 30 dicembre 2016

Divano&Divano. Vincenzo Di Bonaventura e Pamela Olivieri in "Più che l'amore" di Gabriele D'Annunzio


         Non è solo, stasera, il nostro Vincenzo attore-solista. Pamela bravissima e giovane lo affianca con l’intensità tormentata della sua Maria Vesta, costringe oggi il mattatore - e la prorompente visionaria anarchia del suo essere oltre il teatro - nel quadrato di una lotta di anime che è “cruda come la caccia grossa” e come quella non ha vincitori.  
        Le buone cose di pessimo gusto - il divano-e-divano due posti usato, il tappeto similpersiano - delimitano lo spazio borghese di questa antiborghese antiteatrale Tragedia moderna - “nella terza Roma, al principio della primavera, tra due vespri” - e di questo Episodio secondo nel quale Corrado e Maria combattono il duello disperato di chi è già passato dalla parte della notte.
         Lo vedremo stasera e mai più - dice Vincenzo - o forse chissà nel duemilacentodiciassette, questo lavoro quasi mai rappresentato, caduto clamorosamente alla sua prima nel 1905 a Roma - col pubblico imbufalito a gridare “Arrestate l’autore” davanti al Teatro Costanzi (troppo vasto, troppo teatro d’opera, per niente teatro di prosa) - e la cui ultima rappresentazione è di almeno trent’anni fa, con la compagnia di Arnaldo Ninchi. E del quale è difficile reperire anche il testo, se non grufolando nello scantinato del triste supermarket del libro - lo chiamano libreria - dove scovi un improbabile e solitario cofanetto Newton Compton D’Annunzio-tutto-il-teatro che ha attraversato i decenni trascolorando da Lire quattordicimilanovecento a Euro 7.80, dimezzati ora in 3.90. Ancora un po’ e ti pagano se te lo porti via.
        Per noi prosegue stasera con Vincenzo il cammino nella “vicenda teatral-cosmogonica” delle guerre del secolo breve, che iniziato nella poesia rivoluzionaria russa approderà fra breve all’incredibile Gerstein - Il Vicario  di Ralf Hochhuth e ai forni di Auschwitz.
         La tappa dannunziana di oggi sperimenta un teatro complesso, rivoluzionario quanto quello pirandelliano, per una vicenda dalla “scarsa teatralità” su cui hanno pesato il pregiudizio ideologico e l’equivoco di un’interpretazione politica e perciò fuorviante.
Per qualcuno - ancora in tempi recenti - “manifesto d’interventismo coloniale all’insegna di Roma”, la tragedia è, al contrario, “la sconfitta dell’eroe nel mondo borghese” (G.Barberi Squarotti), il suo Corrado Brando è l’ulisside inconciliabile con quel modello societario, antitesi del superuomo, destinato al fallimento dall’improponibilità stessa del suo sogno, bruciato dalla febbre di una sfida mai domata. L’Africa è la sua malattia e il suo destino, perpetuo desìo della terra incognita, continente in gran parte inesplorato allora: gli torna all’orecchio il fischio dell’aquila pescatrice, vede i branchi d’avvoltoi e di cicogne levarsi su l’Uèbi, gli divora il cuore l’invidia per colui che è sepolto laggiù, quell’Eugenio Ruspoli che sulla via del Daua ha per monumento “un ramo secco fitto in un mucchio di terra” come la gente Amarr usa per onorare i capi.
Sente di essere “della razza dei Caboto” e non può più attendere, la “parola sepolcrale” Kalas! - basta!- degli uomini sfiniti sull’altipiano non gli appartiene: potrà solo andare avanti (La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar ), dovrà tentare ogni strada pur di tornare laggiù, degradarsi per questo nel gioco, nel tradimento, nell’abiezione del delitto.
         Sono soli sulla scena i due attori, In questa sintesi dell’Episodio secondo, il dialogo dell’amore e del distacco ha il linguaggio breve e la musicalità della poesia nel  crescendo di pena, nel presagio - pareva venuto non so che autunno di sotterra - che Maria invano scaccia da sé - era un’ombra passeggera, una malinconia del tramonto… - La sciarpa rossa sull’abito nero è un fiore sanguinante: Maria è la leonessa ferita, “folle ma diversa, ferita ma non per assalire”, e la lettera che annuncia la partenza dell’amante “io l’ho baciata”, slancio di abnegazione - mi perdoni se vivo? - che la fa chinare per mettere lei stessa i libri nella cassa (… che io li tocchi a uno a uno e che te ne ricordi quando li riaprirai…), che le fa vedere - compassionevole Alcesti - tutta la tristezza sul viso di lui (Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d’uomo).
         Nel divano che li accoglie, fusi insieme eppure già lontani, Maria narra a Corrado la visione notturna (Maria, chi ti dà questa voce?), il sogno di morte su cui insisteva quel grido alto “Perché?”, e poi il bagliore d’alba intravisto nel cielo; gli confida con quel “Non siamo più soli” la piccola vita che già batte in lei.                  Per Corrado è il culmine di una esaltazione febbrile, gioia incredula che vorrebbe creare la pace e la bellezza intono al tuo miracolo silenzioso. Ma c’è in fondo agli occhi di lui un errore immobile e quel bacio, Maria lo sa, “è l’addio, è la morte” (Non m’avevi mai baciata così, è il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo).
         Col buio che s’accende in sala cala il sipario che non c’è, il ritorno della luce ci restituisce Vincenzo e Pamela vivissimi e reali nell’applauso intenso che li saluta. Per un’ora e per noi sono stati Corrado Brando e Maria Vesta: di quelle  ombre, anime piegate sotto l’urto dei fati, ci hanno restituito intatte la tragedia e la poesia, la rarità e la bellezza.
        Perfino quel divano & divano beige senza design sembra migliorato, come noi. (Questa gente scriveva bene, dirà Vincenzo, ma noi ce lo siamo dimenticato…)

E’ necessario ripetere […] che il Carro di Tespi, come la Barca d’Acheronte,
è così lieve da non poter portare se non il peso delle ombre, o delle immagini umane?
G.D’Annunzio, “A Vincenzo Morello”, 1906

Sara Di Giuseppe

giovedì 22 dicembre 2016

Giuseppe Piscopo a Marcianise: "Le vie degli angeli"



Il natale è la festa dei bambini... Ma davanti al presepe non ci sono tutti. Dove sono finiti gli angeli custodi? Alcuni arrivano dal cielo travestiti da aviatore e con ali da guerra. Gloria alle bombe dall’alto dei cieli e pace in terra agli uomini involontari! Ma dove sono i bambini? Tra le macerie o in fuga, aggrappati ad un gommone. Nessuno li vede. Sono disorientati, nessuno gli indica la strada. Gli angeli sono i custodi del dialogo. Un macigno interrompe ogni comunicazione, un filo a piombo senza nessun equilibrio interiore. L’istallazione, una segnaletica stradale, indica i luoghi, vuole annunciare e denunciare. Paesi, città, dove si nasce per essere sacrificati dal mondo che non conosce amore. Un (pre)sentimento annunciato. Un percorso duro voluto dalla follia dell’uomo. Alla fine una “totemica presenza”, frase rubata ad un critico d’arte pellerossa, carica di simboli e spiriti protettivi, che dovrebbe far riflettere sulla vita assurda dell’intero villaggio umano...

[giuseppe piscopo]

         

martedì 20 dicembre 2016

Quintorigo&Gatto. Quando la musica è qui, la puoi vedere, la puoi toccare


Il fatto è che dopo un concerto del genere, un (musicalmente) normodotato si chiede che fine abbia fatto un certo tipo di musica. Certo, quella non facile, quella che ti riesce difficile seguire ritmando i piedi, quella che non ti permette di schioccare le dita e soprattutto, di perderti in quei cori universali con annessi ritornelli cretini. Ripensare a esperienze altre, quelle che partono da un genere e finiscono per includerne altri, è la conseguenza di un concerto che ci ha regalato un esperimento molto ben riuscito di contaminazioni estreme. Data la bravura dei Quintorigo (sincronismo perfetto, tanto di cappello) e la classe infinita di Roberto Gatto, il risultato non poteva essere diverso: straordinario. Ci dispiace per i puristi del Jazz, che rispettiamo sempre con grande affetto, ma questo concerto, per moltissimi e diversi aspetti, non crediamo li abbia soddisfatti anche se intrigati sì. 
Difficile ascoltare Rock sul palco del Cotton Club eppure, quando è ben fatto, il rock assume la stessa dignità di altri generi musicali, se non di più. 
Trilogy è una rivisitazione di tre pietre miliari della storia della musica mondiale: Charlie Mingus, Jimy Hendrix e Frank Zappa. Che ci azzeccano fra loro è presto detto, i Quintorigo che non solo li masticano ma li vivisezionano carpendone l'anima. 


Se si volesse stare a guardare il capello, è proprio Roberto Gatto la linea di demarcazione fra i tre mostri. A proprio agio nel repertorio mingusiano, Gatto ha fatto la differenza nella parentesi hendrixiana; è personcina troppo per bene per rockeggiare come un Buddy Miles qualsiasi e troppo raffinato per Foxy Lady. Magari in Hey Joe lo abbiamo sentito meglio ma, nel rock, l'impatto con cassa/rullante è diverso, maledettamente diverso. E anche se al violoncello Gionata Costa ha aggiunto il wah wah, ci si sono messi in tre per ricreare la Fender Strato di Hendrix, lui, il violino di Andrea Costa e il sax di Valentino Bianchi. Il contrabbasso di Stefano Ricci ha fatto il Noel Redding, a modo suo con grande incisività, con una armonizzazione ritmica assolutamente diversa anche se più ricercata. La voce di Moris Pradella è di tutto rispetto e Jimy gli calza a pennello.
Frank Zappa è stato l'artista che ha unito perfettamente Gatto ai Quintorigo. Il progressive è musica adatta agli schemi del batterista romano, si è sentito, lo abbiamo apprezzato alla grande. In King Kong e soprattutto in Village of the Sun, il sincronismo dei Quintorigo è emerso in tutto il suo valore pressoché assoluto, mentre Roberto Gatto ha aggiunto quella dose di classe che ne fa un signore indiscusso della batteria.
Il risultato di una serata inaspettata e molto bella in sé, è quello che una volta arrivati a casa, ci è venuta una gran voglia di riascoltare, in stretto ordine di entrata in scena, i King Crimson e gli Yes. Chissà perché? 

Massimo Consorti

domenica 18 dicembre 2016

Vincenzo Di Bonaventura e "Il treno" di Nazim Hikmet. La motivazione


     Quando uno dei circa 10 (dieci!) spettatori [la cultura a Grottammare è molto partecipata, mica come i sanmartini e i presepi e i mercati e le sagre che non ci va nessuno] gli chiede cos’è che gli fa ricordare a memoria ogni singolo verso di tutti i poderosi lavori che mette in scena, il nostro Di Bonaventura attore-solista risponde narrando di quel suo antico compagno di scuola, negato perso per le lingue e rimandato in Inglese a ottobre (era il secolo scorso, funzionava così), che stese il prof all’esame con un perfetto, oxfordiano english: s’era innamorato, nell’estate, di una bella suddita di Elisabetta seconda, e ciò che non potè la testa potè la MOTIVAZIONE.
        Vincenzo e il suo djembe  cantano oggi Hikmet, che di motivazione alla vita ne ebbe da vendere e “nel battere faticoso del suo cuore” mai rinunciò alla poesia, e né esilio né carcere né tortura né solitudine vinsero “l’immensa speranza, l’immensa gioia di vivere, di creare” di cui scrive a Joyce Lussu appena due anni prima di morire.
        Non ci si può saziare del mondo / Mehmet / non ci si può saziare; il figlio da cui il destino e “gli aguzzini tra noi” lo separeranno per sempre riceve il lascito della più intensa delle dichiarazioni d’amore: per la sua terra, per il suo popolo, per la vita, per l’uomo.
Senti innanzi tutto la tristezza dell’uomo: questo raccomanda a Mehmet, figlio dagli occhi vasti come quelli di tua madre, Münevvér, che sarà bella anche all’età delle nonne / come il primo giorno che l’ho vista  / quando avevo diciassette anni.
        Questo poeta va amato, poeta d’amore e poeta di guerra, perchè noi siamo eredi di guerre, siamo la sentinella alle porte di Madrid, siamo il milite ignoto, siamo il soldato - nonno di Vincenzo - disperso in Macedonia, questo dice l’attore-solista e sembra più inseguire i suoi pensieri che parlare a noialtri. Perché la poesia di Hikmet produce questo transfert, ti penetrano il vigore della sua naturalezza, la fiducia nel vivere; ti cattura la profondità del suo verso colto intriso di metri antichi e nuovissimi; non lascia scampo la forza del suo impegno.
        E tutto è poesia civile in Hikmet: anche i versi d’amore che intellettuali e ceti dominanti scioccamente tentarono di separare dalla sua vita di militante, dalla sua fermezza rivoluzionaria, dalla lucida coscienza di classe (vi nutrono di menzogne / mentre affamati / avete bisogno di pane e carne), dal suo slancio solidale (Il mio cuore batte con la stella più lontana).
        Poesia e vita così intimamente fuse in lui che mai potè cessare di scrivere versi, e dalla cella dove anche la scrittura è proibita affidava i versi alla madre, che li imparasse a memoria, perché (O uomini, uomini miei!) le vostre mani non restino cieche come l’oscurità.  
       “Penso che la poesia debba essere soprattutto utile - dice - detesto non solo le celle della prigione ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli”.
         Per questo deve sparire, non importa come: con la tortura, con la prigione, con due tentativi governativi d’assassinarlo investendolo per strada (è l’amica Simone de Beauvoir a raccoglierne la testimonianza), arruolandolo forzatamente nell’esercito e spedendolo (ma fuggirà prima) al fronte con la Russia lui cinquantenne e cardiopatico; vietandone la circolazione delle opere, spazzandone via l’intero poema epico “Paesaggi umani della mia terra” - oltre settantamila versi - scritto in prigione…
        Ferocia di un potere, di tutti i poteri che uniscono la stupidità alla forza. Nella mia Turchia / nella mia lingua turca / sono proibite”, ma le sue poesie - hanno scritto - sembravano aggirarsi per la Turchia e per l’intera Europa sospinte sulle ali del vento, ne trovarono nelle tasche dei combattenti per la repubblica in Spagna, perfino Ataturk suo persecutore di sempre ordinava che gli fossero lette.
      Questo prigioniero minacciato per anni d’impiccagione, questo poeta che non ha mai trovato un editore del suo paese, ha vissuto come un uomo libero (J.Lussu), a dispetto di chi cercava d’annientarlo fisicamente e psicologicamente; ha resistito alla tortura cantando, racconta Pablo Neruda: “Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, gli inni di battaglia della gente comune, ha cantato qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. E così ha vinto i sui torturatori”.
        Perennemente esiliato, per la Russia che diverrà sua seconda patria sente “un amore e un’ammirazione cento volte più forti”, scoprendovi “una carestia cento volte più terribile e delle cimici cento volte più feroci e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente”; e sarà la Russia di Majakovskij, di Esenin, di Pasternak, che conoscerà e che lo ameranno; e quella di Lenin, “il padre grande e favoloso” accanto alla cui salma monterà la guardia, immobile, il 22 gennaio del 1924.
        La voce dell’attore-solista e del suo djembe canta stasera le tappe dell’esilio infinito e dell’infinita nostalgia - come ferita che non rimargina nella mia carne - “lontano dalle mie canzoni / lontano dal mio sale e dal mio pane”: Praga incisa su una coppa di vetro / incisa con un diamante;Madrid davanti alla sentinella muta Chi sei /come ti chiami / quanti anni hai? - I tuoi piedi nudi, / là, alle porte di Madrid, / come due bimbi / gelano al vento - ; Parigi prima che bruci Finchè ancora tempo, finchè il mio cuore è sul suo ramoBerlino Anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza / posso dire di aver vissuto / da uomo…; Varsavia E poi ho capito che da lunghi anni stavo in quel treno….
        Cantano, Di Bonaventura e il suo djembe, quel “Concerto in Re minore n.1 di J.S.Bach” e la meraviglia della vita che continuamente si rinnova - rinnovamento dei miei giorni / simili gli uni agli altri / differenti gli uni dagli altri… Il miracolo del rinnovamento, mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi.
        Ci congediamo da questa serata certamente più ricchi, forse meno feroci se dentro ci resta il verso di questo poeta “cavaliere dell’eterna gioventù, cavaliere invincibile degli assetati”, come il suo “Don Chisciotte” in lotta contro i giganti assurdi e abbietti del mondo perché è necessario battersi, quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile.

        Non possiamo rinunciare a portar via con noi un souvenir dell’incontro, la foto di un pregiato reperto sul leggio dell’attore-solista: quel “Poesie di Nazim Hikmet, Ispirazione lirica e passione civile di uno dei più grandi poeti rivoluzionari del Novecento”, introduzione di Joyce Lussu, edizione Newton Poesia. Lire tremilanovecento.

non ho paura di morire
       ma morire mi secca
è una questione d’amor proprio.
(N.H.)

Sara Di Giuseppe

rG + 5R (MHZ)³ = ∞. Quintorigo e Roberto Gatto al CottonJazzClub di Ascoli Piceno


        Chissà cos’avranno in comune MingusHendrix Zappa, “qual è il loro massimo comun denominatore… o il minimo comune multiplo, e se hanno un denominatore comune…”: Valentino Bianchi-sax-QUINTORIGO simpaticamente s’intreccia un po’.

            Cos’hanno in comune? Probabilmente niente. O tutto. Ma cosa importa.

        Conta che rappresentano musica eccelsa. Arduo trovare di meglio nel pianeta Jazz-Rock di quel ventennio irripetibile - pure popolato di musicisti straordinari - sicuramente influenzato o dal passaggio imprevisto di una cometa (ricca di “spazzatura cosmica”…), o da una sconosciuta congiunzione astrale, oppure da un miracolo laico – quindi vero.
 
         Ma oggi, chi li conosce, chi li ri-ascolta più Mingus-Hendrix-Zappa? Chi, oggi - ma anche ieri - sa ri-suonarli decentemente? C’è una Radio, una TV, che osi riproporne qualche scheggia, macari - direbbe Camilleri - in orario impossibile? Esiste una sola scuola di musica dove li studino?   (…)

       Desolanti e facili le risposte. Con un’eccezione: QUINTORIGO e ROBERTO GATTO.
       La cui bravura potrebbe riassumersi nella seguente equazione:
        rG + 5R (MHZ)³ ∞  (*)
                 
(*) comprensibile solo a chi al COTTON LAB c’era

PGC

mercoledì 14 dicembre 2016

"Da una casa di morti" di Leoš Janáček al Teatro Nazionale di Praga


          Magistrale allestimento al Teatro Nazionale di Praga per l’opera di Leoš Janáček, “Da una casa di morti”: l’ultima del grande compositore moravo, completata appena un mese prima della morte (agosto 1928) e travagliata da rimaneggiamenti postumi per il suo carattere sicuramente estraneo alle convenzioni dell’epoca (solo gli anni Cinquanta ne riprenderanno la versione originale rendendole giustizia, rispettosi del libretto e del testo musicale di Janáček). 
        Tratta dal dostoevskijano Memorie da una casa di morti, è di sconvolgente modernità quest'  “opera nera – così la definisce il compositore – “in cui  mi pare di scendere un gradino dopo l’altro fra i più miserabili degli uomini”, e dove la ristretta collettività di reclusi è, nella sua dimensione atemporale, paradigma di milioni di destini umani in universi concentrazionari passati e presenti. 
      Tutto è dolore nel claustrofobico microcosmo solo maschile di detenuti, disperato carcere siberiano per criminali e assassini senza riscatto, spogliati di umana dignità, anime sofferenti e abbrutite che la perdita di sé trasforma da carnefici in vittime.
        Opera priva di intreccio eppure tutt’altro che statica: non vi è protagonista in questa casa di morti, solo individualità che escono dall’ombra dell’indifferenziata massa di non-uomini e narrano se stesse; le storie di AljejaLukaSkuratovŠiškovŠapkin e di altri accendono una luce opaca e breve su questi ultimi della terra; reietti segnati dalla violenza e dal disamore ma in cui nostalgia e disperazione possono anche elevarsi in un evangelico “Signore pietà”. Perché “In ogni creatura una scintilla di Dio”, scrive in epigrafe alla partitura lo stesso Janáček, (che proprio negli stessi anni compone la grande, ispirata “Messa glagolitica” nella quale “dà voce al suo credo personale, profondamente umanistico”).


        Il tessuto musicale è incalzante, a volte invadente fino a stravolgere la voce stessa che narra; ora esplode in vigoroso tema di fanfara come nell’Ouverture; ora esaspera le dissonanze armoniche quando la scena è più allucinata; e si fa crudo nel delirio della follia, nostalgico a sottolineare lacerti di memoria subito persi nell’oblio; echi di canti popolari irrompono, sonorità austere si innalzano compassionevoli da una palpitante umana pietas, accompagnano con straziante dolcezza il coro dei detenuti che vanno al lavoro  (“I miei occhi non vedranno più la terra dove sono nato…”).
        Ecco allora il folle Skuratov invocare Luiza, che ha amato e per la quale ha ucciso; ecco Luka che narra l’assassinio del comandante che lo ha umiliato, e nel campo morirà di stenti; ecco l’intellettuale Gorjančikov, unico prigioniero politico, gettato in scena - fra il martellare dei timpani - con la schiena sanguinante per le cento frustate, le cui urla scuotono appena l’indifferenza degli altri, e il cui arrivo e la cui liberazione delimitano l’azione drammaturgica dei tre atti; ecco - in una scena di caldo lirismo musicale - il giovanissimo tartaro Aljeja che racconta della sua famiglia, e della madre lontana che lo visita nei sogni, all’attento sensibile Gorjančikov che cercherà di insegnargli a leggere e scrivere. 
        Barlumi di poesia e umanità, di nostalgia e d’amore subito precipitati nell’apatia dell’impotenza, nella violenza della rissa continua che si riaccende ad ogni scintilla, o sopraffatti dall’unica distrazione concessa nello spesso grigiore del lager: la “festa” e lo spettacolo allestito dai detenuti. Vero teatro nel teatro, qui la partitura diviene balletto, si fa canto popolare stravolto, mimo volgare e trasgressivo nell’allusione esplicita alla “dimensione di omosessualità immanente all’orizzonte carcerario”. Un’oscena bellezza pervade questa mimica violenta, lo sghignazzo dei travestiti, la feroce allegria di questi naufraghi; momenti destinati a perdersi nell’ennesima rissa, nell’irrompere delle guardie dal volto gessato di sinistri clown.
        Nell’allestimento praghese non vi è la prostituta, unica figura femminile dell’opera, presente alla festa nella partitura originale. Vi si materializza invece come figura danzante e silenziosa, evocata dalla narrazione di Šiškov, il fantasma dell’infelice Akulka ingannata e uccisa. Caduto il sontuoso abito rosso del suo apparire in scena, resta un corpo seminudo e fragile la cui danza muta e disperata accompagna il lungo racconto - quasi l’intero terzo atto - del prigioniero: l’innocente, calunniata Akulka, datagli in sposa per riparare alla colpa mai commessa, e da lui uccisa nel bosco dove l’ha condotta e pugnalata dopo averle ordinato e atteso che pregasse l’ultima sua preghiera…
        Anche l’aquila zoppa, oggetto di gioco e scherzo dei detenuti nel libretto originale, è qui sostituita dalla disastrata carcassa di un pianoforte a coda, ad occupare una parte consistente della scena: come (nell’originale) l’aquila incapace di volare si alzerà infine libera nel cielo, così il pianoforte, tornato integro nel suo lucente nero - ad arricchire la trama di motivi simbolici - verrà issato in alto - ma capovolto - mentre si annuncia la liberazione del detenuto Gorjančikov. Il dolente saluto di questi all’amico Aljeja, il coro dei detenuti che infiammandosi intravede nella liberazione del compagno di pena una possibile luce, sono solo momenti: illusioni brevi di redenzione, tutto torna nel buio, ogni speranza si azzera nel “tragico ritorno dell’uguale”.
        Uniformità tangibile fin nei colori della scena: nel grigio delle casacche dei detenuti - con le variazioni bianco-sporco del succinto vestire dei mimi - spezzato solo dalle verdi divise dei carcerieri con la loro maschera grottesca; nel bianco/nero del frac di coro e interpreti - scelta inconsueta e sorprendente tenuta di gala nel terzo atto - in mezzo ai quali si apre come un fiore insanguinato il rosso abito di Akulka.


        Spettacolo emozionante, di pari asprezza e bellezza, per una regia colta, innovativa fino alla trasgressione, originale nell’impianto complessivo come nei dettagli: fin dall’Ouverture, durante la quale uno ad uno i principali “detenuti” - in frac! - al perentorio cenno della guardia balzano sul proscenio e, dopo aver mimato con goffa enfasi i gesti di un’improbabile direzione d’orchestra, si prestano al flash della foto segnaletica, di fronte e di profilo e con tanto di cartellino con nome - Kuzmik, Skuratov, Čekunov ecc. - poi il carceriere/minosse spedisce ciascuno al proprio inferno. 
Gli eccellenti interpreti - dai ruoli principali al coro, dal portentoso gruppo dei mimi alla danzatrice, l’intensa Jana Vrána - cesellano la preziosità di un’ opera che lo stesso Janáček definiva “un cammino difficile”, che lo impegnava quasi dolorosamente “come se il mio sangue dovesse sgorgare fuori” (così scriveva alla cara amica Kamila Stösslová).
        In perfetta fusione tra parte musicale e momenti scenici, l’Orchestra del Teatro Nazionale, nella doppia direzione di Robert Jndra e David Švec, sapientemente tratteggia il cupo orizzonte di questa casa di morti, definisce con precisione la peculiare atmosfera di ciascuno dei tre atti con arditi trapassi da sonorità cupe e sinistre a squarci lirici di potente suggestione; rende con pienezza il colore orchestrale “di audacia e novità prodigiose” di un’opera - scrive l’attento studioso di Janáček, John Tyrrell - “in anticipo sui tempi, che imbarazzò i suoi contemporanei e che forse solo oggi siamo nella condizione di ascoltare e comprendere”.

Sara Di Giuseppe

giovedì 1 dicembre 2016

"Per fame, per passione". Vincenzo Di Bonaventura e Gregari, il monologo di Matteo Bacchini


     Le premesse ci vogliono, esordisce Di Bonaventura attore-solista. Specie per questo originalissimo “Gregari” e - rifletto - per chi come me usa la bici solo come affettuoso domestico arnese da carico, per il combattimento quotidiano.
       Perchè Matteo Bacchini da Parma – scrittore e autore teatrale pluripremiato, tradotto e rappresentato oltreconfine, ma anche bracciante disoccupato che stagionalmente raccoglie pomodori (li pummadòrenell’abruzzese di Vincenzo) - in questo “monologo a più voci” disegna un ciclismo a suo modo epico, sicuramente estinto. Quello dei Giri d’Italia in cui le bici non erano astronavi e i ciclisti non vestivano come alieni, in cui per cambiare marcia si toglieva e rimontava al contrario la ruota posteriore e i rapporti erano solo due e il doping degli atleti era una “cicaronata” di caffè per “rinforzino”; e intorno quelle pubblicità “primitive”, Cucine Scic, Molteni ecc. 
Gli anni Quaranta e Cinquanta, insomma. E Fausto Coppi. E i gregari, con il compito di “gestire il vento” perché i campioni, che in pianura non stavano mai davanti, potessero risparmiare energia.
       Alla premessa appartengono anche i filmati dell’Istituto Luce sul fondo (immagini introvabili, in sgranato bianco/nero, stasera senz’audio: i funerali di Coppi nel ’60, le tappe, i trionfi, le pose di gruppo) e il ricordo di quelle figure - i gregari - che tali erano spesso per fame, per mestiere che diventava passione, in un’Italia povera e coraggiosa che somiglia così poco alla nostra di oggi arcigna e triste, senza eroi e affollata di cupe marionette. 
     Ricorre, il tema della fame: anche stasera dopo Canale Mussolini e quei Pedruzzi di Codigoro che “Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”; e le biciclette anche lì, due: pesanti e i copertoni consumati, dello zio Pericle e dello zio Temistocle che ci hanno messo cinque o sei giorni e “una pedalata appresso all’altra sono arrivati a Roma[…] mica come il Giro d’Italia adesso […] a sessanta all’ora di media con l’eritropoietina”. 


     Unico arredo di scena, stasera, la vecchia ancor valida COLUMBUS modificata da 13 chili di Vincenzo: accompagna l’attore nel suo calarsi dentro la memoria dell’ex gregario che oggi allena ragazzi indisciplinati (…scarica il 16, alè, alè, Martinez, ‘sti spagnoli sono terribili..) e tra un urlaccio e l’altro riprende il filo del discorso (dov’è la telecamera? ah sì…). Fluisce il ricordo del gregario al tramonto e voci e immagini s’incrociano da ogni dove, storie di speranze e fatiche, storie dissacranti e generose, di sconfitte e grandezze. Storie tragiche. Sul Mont Ventoux senza pietà, pelato e col sole a picco, e gli stranieri avanti a forza di eritropoietina e noi italiani niente, proprio niente… (mica come oggi drogati in maniera “cosmogonica”) e Simpson che spinge da matti col “50” e sorpassa e cade, è morto, el cor s’è s-cioppa’… Inglese era inglese, ma boia d’un mondo lo diceva in italiano, el gaveai cavei giai e gli ochi ciari, ed è morto. 
       E le ispirate cronache di Carosio, sugli atleti in piedi sui pedali senza toccare sella come angeli: macchè, Carosio, è solo “mal de ciapp”! E il Barigazzi, con quella dissenteria da overdose di ciliegie, che lo si dovette coprire con una mantella perché non si notasse niente. E l’allenatore cieco ("ma solo dagli occhi”), il Cavanna, massaggiatore di Coppi - a prima “vista” ne capì la forza - che pare guardarci dalle foto sbiadite dietro gli spessi occhiali neri.
       E gli “angeli di Coppi”: storie di gregari, gente per bene e valorosi sportivi, storie di lealtà e di modestia, di amicizia. Carrea dal naso grande come un campanile, che al Tour del ’52 non s’accorge d’aver vinto la maglia gialla e se ne torna in hotel, dove lo ripesca un gendarme per portarlo alla premiazione, e che a Coppi dice “Questa maglia non mi spetta”; e che dopo il ritiro ha sempre scalato in solitaria, quasi mai riconosciuto, l’Alpe d’Huez - “un pellegrinaggio”- poco prima di ogni Tour; Gismondi testimone di nozze e fedelissimo al suo capitano (“cosa vale aver corso bene se a Fausto è andata male?”); Ettore Milano al quale Coppi negli ultimi istanti d’agonia chiede “dammi un po’ d’aria”. 
       E Coppi, soprattutto, all’inizio gregario anche lui, di Bartali, per 700 lire al mese: “l’airone”, perché proprio un airone sembrava, quel suo torace a punta, le gambe lunghe fino a qua, quando si alzava sulla sella. 
       Il primo Giro vinto a 21 anni nemmeno, due anni dopo il record dell’ora - 48 di media - al velodromo Vigorelli di Milano e subito la partenza per la guerra in Africa (dove si allenava in caserma); il suo mito che cresce, la sua storia che diventa leggenda, Giro e Tour vinti nello stesso anno; le vittorie e le tragedie (la morte in corsa del fratello Serse); le cadute e le fratture in quella macchina perfetta e fragile che era il suo fisico; la voglia di tornare a casa e il rialzarsi, le sfide con Bartali a cui regala il televisore per il compleanno; l’indimenticabile sfida allo Stelvio col favorito, l’azzimato svizzero Koblet (e il gregario che fa la spola avanti e indietro a “spiare”: Koblet ha le occhiaievaiKoblet sta sudando, vai, vai!). 
     Poi le vicende private che diventano pubbliche, lo scandalo, la ferocia di un’Italia pretigna e democristiana, truce e  moralista che lo condanna e lo sbrana, e quel “tramonto così lento da sembrare eterno”. Il viaggio in Africa, infine, dal quale torna malato; lui così fuori dal comune, con 38 battiti al minuto e la capacità polmonare di 7 litri e mezzo, “morto di respiro”: di malaria mal curata, e mentre Geminiani in Francia guarisce (ma col chinino) della stessa malattia e il fratello di lui invano telefona ai medici di quaggiù perché lo curino così e così, Coppi muore alle 8.45 di quel 2 gennaio all’ospedale di Tortona. E quella cartolina Saluti. Fausto che arriva la settimana dopo. “Il grande airone ha chiuso le ali”, scriveva Orio Vergani sulla Gazzetta dello Sport, e cinquantamila persone lo accompagnavano sgomente nell’ultimo saluto, a Castellania. Aveva 40 anni.
      Circa mille parole fin qua per raccontare qualcosa di questa sera preziosa, faticosa e sudata per il nostro Di Bonaventura nonostante il freddo. Pensare che loro, gregari e campioni, ne facevano pure mille, ma di chilometri, in neanche tre giorni.

Sara Di Giuseppe