lunedì 20 aprile 2015

Quando i Fischietti sanno ben suonare… MuSa Classica: prima ripresa moderna de “La Fiera di Sinigaglia” da Goldoni-Fischietti

Sotto il lugubre affresco di Sironi (1935) "L'Italia tra le Arti e le Scienze" nell'Aula Magna dell’Università "La Sapienza" di Roma, inno all' "Ascesa morale e sociale della patria" (??? allora come ora), si è compiuto il miracolo di una resurrezione: quella di un'opera per musica come, ahimè, non è più dato di ascoltare. Tale Domenico Fischietti, napoletano verace del 1725, musicò svariati lavori di Goldoni durante il proprio soggiorno veneziano, e tra questi " La fiera di Sinigaglia ": risorta appunto venerdì sera, in una appropriatissima cornice accademica. E' giusto parlare di resurrezione: perchè tal genere di cose - che oggi fanno sorridere noi smaliziati e presuntuosi - ai tempi in cui Napoli vantava ben quattro conservatori, che toglievano "da 'n copp'e vicule" i trovatelli educandoli alla musica (!), in Italia ed in Europa si divertivano da matti per le storie semplici, per gli intrighi un po’ infantili, per gli scontati lieto fine narrati da geni assoluti della musica e dei teatri... Com'erano ingenui, diremmo ora! Venerdì sera abbiamo riscoperto dunque il piacere del sorriso bonario e sereno che solo Goldoni sapeva creare ed il piacere di un contrappunto vivo, corposo, di mozartiana entità; non è casuale, forse, che l’aria “Pochi san lo stato mio” in cui Orazio millanta i propri averi, mi abbia evocato “il catalogo” del Don Giovanni (anche se il D.G. è successivo: ma Mozart, se questo è il caso, era famoso per “richiamarsi” ad arie già esistenti). Tornano alla mente le belle commedie di Goldoni con Cesco Baseggio, nella tivù in bianco e nero degli anni '60, in cui si respirava l'aria domestica di vicende forse intricate ma mai estremizzate, l'elegante ironia che dipingeva caratteri e persone appartenenti a un borioso passato di aristocrazia decadente e/o la crudezza di borghesi mercanti, rampanti e alquanto cialtroni. Riproporre questa "goldonità" affiancata sostenuta e sottolineata dalla musica di Fischietti, con la "fluidità discorsiva dei recitativi e i frequenti riferimenti alla musica popolare, oltre agli apporti di una originale concezione degli effetti teatrali"*, ha permesso di creare un'atmosfera da opera buffa old style di cui si è quasi persa memoria. Oggi godiamo, è vero, di lavori come "Le nozze di figaro", “L’Italiana in Algeri", "Il Barbiere di Siviglia", "L’elisir d'amore", forme più evolute e complete (forse massime) del genere, al più ci spingiamo fino a "La Serva Padrona" di Pergolesi o a qualcosa di Galuppi e Cimarosa: ma è un peccato che della beltà delle opere di scuola napoletana e veneziana dei cosiddetti "minori" come Fischietti, ci si sia quasi dimenticati. Eppure Fischietti miscela sapientemente la cantabilità partenopea del genio di Pergolesi e Paisiello con le innovazioni di matrice veneziana, conferendo all'orchestra un ruolo ben più rilevante del semplice accompagnamento dell'azione scenica; questa a sua volta è recitata con una scrittura vocale armoniosa sia nel “tutti” iniziale e nel concertato di chiusura - pur quasi solenni ambedue - che nelle singole arie (già cavatine ?) ottimamente interpretate dalle voci degli allievi del Conservatorio di Santa Cecilia. A loro va il merito di aver reso nuovamente disponibili le atmosfere che, ai tempi del Fischietti, sapevano evocare virtuosi come il Severino o la Buonsollazzi (di particolare bellezza e qualità interpretativa quella di Lesbina nel “I mestieri van pur male”). L’orchestra Musa (acronimo di MusicaSapienza), dal canto suo mantiene sapientemente il ruolo contenuto ma mai secondario della parte strumentale: essa interpreta al meglio il ruolo assegnatole dall’autore e sottolinea, di questi, le doti di fine tessitore di contrappunti con un prezioso duetto di flauti ed altre brevi preziosità nel trattamento degli archi. Infine, ma non certo per importanza, ci sono i “ragazzi” del Theatron (Teatro Antico Sapienza): nel dar vita ai personaggi goldoniani, rifacendosi alla grande tradizione di Baseggio, hanno reso palpabile una situazione scenica che, senza la loro accurata gestione dei ritmi linguistici, sarebbe facilmente apparsa statica e noiosa. La forma di concerto e ridotta del lavoro, come anche il linguaggio stesso (alla fin fine sono passati tre secoli…) potevano essere ostacoli di non poco conto, eppure hanno saputo evitare la sopraffazione che la narrazione avrebbe potuto facilmente esercitare sulle parti in musica: veramente un bell’equilibrio… Unico neo, il pubblico: se è vero, come credo, che un concerto, opera, balletto, film, costituiscano un’emozione che non può essere interrotta (come disse Veltroni a proposito delle interruzioni pubblicitarie) perché non porre un freno alla foia cieca dell’.applauso che sempre più spesso, e il più delle volte a sproposito, caratterizza certi eventi? E’ triste che la superficialità dilagante dell’ oggi impedisca di percepire che l’unitarietà del contesto, creando atmosfera, immedesimazione ed emozione appunto, non deve essere assolutamente interrotta da quello che è pur sempre un rumore: l’applauso! Ma stendiamo un velo sugli affetti da “clap-syndrome”, per rendere un profondo grazie a quanti hanno lavorato a questa resurrezione: perché si diventa migliori ogniqualvolta si impara qualcosa, e alla luce di questo suona non retorica anche la scritta che campeggia sul lugubre Sironi:
Doctrinae studium vitam producit et auget immortalis eris si sapias iuvenis”

(Gli studi e l’istruzione prolungano e accrescono la vita. Se hai il sapere, o giovane, sarai immortale).

*(Dizionario Biografico degli Italiani Raoul Meloncelli per Treccani,it)

Francesco Di Giuseppe

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