25/12/17

Il Natale tra le SAE


Il mio amico Venanzio non aveva mai visto il mare, di conseguenza non si era mai tuffato tra le onde che saltano sulla spiaggia, schiumano e poi si ritirano. Quando giungemmo da sfollati a Porto D'Ascoli lo guardò per la prima volta in vita sua, lo toccò con la punta dello scarpone da montagna e si ritrasse immediatamente. "Il mare è monotono" mi disse: "Non ha nessuna novità e finisce dove comincia il cielo là in fondo". Pensai subito che aveva ragione, non è come le nostre montagne che dall'alba al tramonto offrono un paesaggio mutevole al cambiare delle stagioni, sprigionando un'armonica gradazione di colori. Il verde brillante dei boschi e dei prati a primavera che in autunno si colora di caldi toni, dal giallo all'arancio, dal rosso al magenta, con le fresche acque dei ruscelli che inventano cascate fiabesche sotto l'azzurro del cielo. Che dire poi della magica e frizzante atmosfera invernale, quando a Natale ci si può inerpicare per boschi innevati, su fino a dove il miracolo dell'acqua che sgorga disegna incantati cristalli di ghiaccio e gocce e arabeschi in un silenzio irreale. I suoi occhi brillavano, poi divento inquieto, di colpo s'incupì, trasecolò, la sua faccia faceva trasparire un malessere che fece salire e rovesciare anche il mio stomaco, come un sacchetto di nylon sulla risacca. Guardammo di nuovo il mare che cominciava a calmarsi, sbattendo sugli scogli indolente, disordinato, con meno vigore. In silenzio ci voltammo verso la città a testa bassa, lentamente tornammo in albergo. Rividi Venanzio giorni dopo, prendemmo un caffè al bar, mi disse che rimpiangeva il cibo di montagna: il formaggio pecorino, l'agnello, il cinghiale, le tagliatelle ai porcini, le zuppe di legumi, la polenta con la salciccia, il miele e le marmellate, le castagne ed il vino cotto. Mi disse anche che non sopportava più il vivere in un albergo: "Non voglio più mangiare e bere per vivere, ma vivere per mangiare e bere". Esclamò! Riuscivo a capire Venanzio, i suoi antenati erano stati boscaioli e carbonai, avevano dormito spesso all'aperto, sotto le stelle per sorvegliare la carbonaia; non avevano mai affittato un metro di spiaggia ma avevano avuto ettari di bosco da custodire, non avevano mai bevuto aperitivi negli chalet festosi ma acqua fresca di sorgente accarezzati dal vento, non avevano mai fatto il conto delle calorie ma avevano scaldato il cuore con i suoni della natura e con la fantasia. Gli diedi una pacca sulla spalla e lo salutai dicendogli: "Che ci vuoi fare Venà! Questo ci è capitato. Fatti coraggio!"  Per giorni non lo vidi più, qualcuno mi disse che si era lasciato il mare alle spalle, non aveva resistito al richiamo della montagna, non si fidava della città, quello che per altri sembrava una fortuna per lui era peggio di una trappola per topi. La mattina di Natale ho deciso di fare una corsetta tra le SAE, le nuove casette di legno del mio paese. Correvo leggero, senza fare rumore, tra l'odore del caffè e le grida dei bambini. Mi sono sentito chiamare: "Vittò cumma va?" Mi giro era Venanzio: "Corri anche a Natale, non ti stufi mai?" Gli rispondo che la corsa è come una bella donna, ti emoziona e ti prende, ti regala piacevoli sensazioni e ti stanca ma poi il giorno dopo la desideri ancora. Venanzio abbozza un sorriso e mi dice sconsolato: "Io di belle donne ne ho viste poche, quest'estate che potevo vederne tante non sono rimasto a Porto D'Ascoli. Qua avevamo una vita, avevamo una storia. Ora ci hanno dato stè casette piene di difetti e di problematiche, intorno ci sono solo cinghiali, lupi e macerie. Ti ricordi Vittò quella tua vecchia poesia del viandante aggredito dai cani selvatici che provava a difendersi con i sassi ma non poteva perché erano attaccati al suolo dal gelo, e diceva: "Questo è il paese dei disgraziati, dei cani sciolti, dei sassi attaccati! Chi ci può risarcire di quello che ci ha rubato il terremoto?" Su un prato erboso appena impiantato alcuni bambini chiassosi giocano a pallone. Un esiguo segnale di vita. Gli rispondo che quelli come noi non possono pensare al futuro, la nostra stella si sta spegnendo, noi siamo terremotati non siamo né qui  né lì, stiamo fermi come giù al mare. Ma quei bambini no, quelli hanno un futuro, dobbiamo lottare per loro. Il concerto di voci bianche e flauti, dei piccoli arquatani, al centro Polivalente di Pretare, è stata l'unica cosa bella di questo Natale. E' un freddo mattino assolato, il Monte Vettore sotto un cielo azzurro è un incanto. Osservo una vecchietta dietro i vetri che sistema un mazzetto di vischio. Ora corro in maniera un po' buffa, quasi non tocco la strada fresca d'asfalto, lascio una scia di orme smezzate, sono molto veloce , devo esserlo per sopravvivere. Ora sono fedele ai miei luoghi ma ogni tanto mi fermo a guardarmi indietro, come fanno i bambini. Purtroppo capisco anche che non posso permettermelo perché questo ora mi può essere fatale. 

Vittorio Camacci

16/12/17

Teatro dell'Arancio. Viaggio cosmico-letterario in Recital. La forza dell’inquietudine di Ugo Foscolo di e con Vincenzo Di Bonaventura


 Nell’appendice conversazionale che chiude ogni serata con Di Bonaventura, l’attore-solista ci parla ancora di poesia, e imprevedibile come un lampo è la breve narrazione che attinge al mistero profondo della natura. Tra i leoni della savana alla morte del capo branco il nuovo re celebra il più crudele dei riti di potere: mangia i piccoli. La leonessa si allontana allora, e immobile come sfinge antica, ulula al cielo e riempie la notte intera del lamento di morte, del pianto altissimo e senza fine che le darà pace. Il nuovo sole che sorge la vedrà tornare al branco, pronta a vivere ancora, nuovamente madre e fattrice, portatrice di vita.
        Questo è ciò che fa per sé e per noi il poeta, voce che decanta l’inquietudine e il tormento e la pena, perché si possa ancora vivere, e la poesia farsi nostra amica e compagna nel cammino.
        E’ il greco-veneziano Niccolò, che volle poi chiamarsi Ugo e fu per sempre “il Foscolo”, il poeta per il quale - dice in apertura Vincenzo - “abbiamo messo tutto in forma di brillantezza” questa sera: “il suono vi sommergerà”, e il djembé sospeso a mezz’aria, e le artigianali casse d’antan attendono di liberare i promessi 2000 watt. Non rumore ci sarà, ma potente corteo di suoni per il viaggio intorno al “poeta-pariota-giacobino-rivoluzionario-idealista”.
        Se ogni nascita è un destino, quella sua, nell’isola greca da cui vergine nacque / Venere, segna per sempre l’inquietudine che lo farà esule, della patria ma anche dello spirito. E la Venezia del suo secondo approdo, patria che altri tradiranno, nutrirà le stagioni del suo furore libertario e impotente.
       Venezia bizzarra – dice Vincenzo che vi ha trascorso tanta vita – come può esserlo oggi una città senz’auto, dove i teatri sono là, la gente è là, gli incontri sono là; ma città italiana, con tutte le contraddizioni e i chiaroscuri. “Una volta ci tuffavamo nei canali”, dice. Provare a farlo ora. [“Venezia è un imbroglio… Venezia è un albergo… Venezia che muore…” canterà Guccini]
        Venezia ancora splendida nella già inarrestabile decadenza, che il poeta conquista con l’impetuoso “Tieste” dal sapore alfieriano, furente tragedia dei suoi incredibili 19 anni (un trionfo, repliche tante, teatro inusualmente illuminato a giorno).  
        Venezia ceduta all’Austria dal Bonaparte poco prima salutato come liberatore (Il sacrificio della nostra patria è consumato, scrive Jacopo Ortis all’amico Lorenzo), ed è il disinganno del poeta per le spinte rivoluzionarie tradite dal cesarismo napoleonico; e poi il vagare fra Milano, Firenze, infine Londra: e sempre, tormentato e indomabile, “lo spirto guerrier ch’ entro mi rugge”.
        Non tutti lo amarono, certo, come è destino di ogni personalità d’eccezione. Gran ciarlatano e pessimo di cuore negli scritti del Tommaseo, che non sa spiegarsi perché sia tanto festeggiato. Ancor più duro il Rosmini, guidato dal pregiudizio morale e religioso (“Una religione turpe governa il Carme” scrive negli Opuscoli Filosofici a proposito dei Sepolcri).
        Monello forse lo era sempre stato, se dei pochi anni nel Collegio arcivescovile di Spalato (prima che il padre morisse e prima del trasferimento a Venezia) troviamo scritto fra l’altro “Tutti ricordano i suoi capelli rossi rossi, e i suoi occhi di fuoco, e la perpetua inquietudine…”; ma anche “Ugo era espansivo assai e pieno di affetto leggiero per tutti…” . Ed emergeva già la sua precocità intellettuale e poetica: “… Improvvisava poesie in tutti i metri, sonetti al più scrivendo e lo scritto regalava subito a’ compagni. Le lezioni sapeva sempre benissimo, del che suo padre stupiva, sendoché raccontava che in casa e’ non vedeva mai libro di scuola”. (in Mate Zorić, “Due note su Ugo Foscolo e la Dalmazia”)
Insomma, l’allievo che tutti vorremmo…
        Dallo spirito ribelle, dall’infanzia sradicata, dal suo destino di  essere “altrove”, si dipana un’esperienza di adulto in ricerca ostinata di armonia, di quella composizione che deve pur esserci, nelle contraddizioni del reale e della storia. Di qui l’impegno intellettuale rivolto costantemente all’esterno, a “intervenire sul mondo”, e lo stretto intrecciarsi di vita e letteratura in una complessità spesso contraddittoria.
        La prorompente vitalità, ad esempio, le passioni che lo agitano, l’amore stesso – sempre rovinoso come un fiume in piena (“Ho amato, è vero, ma non sapeva di poter amare tanto”, scrive ad Antonietta Fagnani Arese)  hanno per compagna assidua l’idea della morte: desiderato approdo alle tempeste dei giorni, meta che il fratello Giovan Dionigi - suicida - ha già trovato (… E prego anch’io nel tuo porto quïete), rifugio ultimo dalle secrete cure, dal dolore delle illusioni spezzate, dalla condizione di eterno Ulisse in cerca di quell’Itaca che non toccherà mai più, materna mia terra dove ricongiungersi nella tomba agli affetti più cari.
        Ambivalente è Jacopo Ortis, suo primo alter ego:  la scelta del suicidio come protesta eroica coesiste in lui col fatalismo meccanicistico che vede la violenza, quasi legge “naturale”, dominare la storia in un processo di sopraffazione privo di razionalità. “L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra” scrive Jacopo a Lorenzo.
       Più tardi ci sarà Didimo Chierico, secondo alter ego e creazione della maturità: sarà l’anti-Ortis che pur sentendo non so qual dissonanza nell’armonia delle cose del mondo […] teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana”.
        Ma c’è per Foscolo un mondo vagheggiato, al tempo stesso mitico e famigliare, rifugio e risarcimento dalla mediocrità del presente, dalle lacerazioni del vivere: è quello della grecità antica, stagione di bellezza e armonia in cui trasfigurare - trasferendola in una mitica lontananza - l’esperienza biografica e alla cui ombra placare la cupa passionalità. E sarà l’approdo finale nella maturità de Le Grazie.
     “Finchè sarò memore di me stesso non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano”.
        E’ tutto questo mondo a confluire nell’intramontata sinfonia dei Sepolcri, sintesi di religiosità laica e di istanza ineliminabile di assoluto. La scintilla che rubiamo al sole a illuminar la sotterranea notte ai nostri cari defunti (perché gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole), il dialogo che la tomba stabilisce tra i vivi e i morti è infine l’illusione che salva. La memoria custodita dal sepolcro vince la morte e l’oblio; e nella memoria dei grandi, che il sepolcro eterna ed è base nel cammino dell’incivilimento umano - l’uomo vince il suo destino di annientamento.
        E quando infine anche il tempo, trionfando sulla materia, con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine, la Poesia - essa sola, l’ultima, la più alta delle Illusioni - vince di mille secoli il silenzio. Essa è il cieco mendìco, il vate Omero che abbraccia le urne e interroga gli spiriti degli sventurati eroi troiani; essa placa quelle anime afflitte col canto; essa, eternatrice dell’uomo, narrerà le sue grandezze e le sue sventure per quante / abbraccia terre il gran padre Oceàno […] finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane.

Sara Di Giuseppe

14/12/17

“Il Graffio”. Quando un giornale apre, si respira profumo di libertà



Spesso, anche da queste colonne, abbiamo pianto lacrime amare per la chiusura di un giornale vissuta come lutto, personale. Siamo convinti da sempre che la pluralità dell'informazione sia il sale della democrazia, la base per il rispetto di tutte le idee e di tutti i pensieri. Quando per ragioni economiche, o peggio politiche, un organo di informazione chiude, una delle voci che contraddistingue il nostro modo di essere cittadini, e non solo consumatori, si spegne inesorabilmente. E resta l'amarezza per ciò che avrebbe potuto essere o rappresentare in uno stato che vuole, indefessamente, considerarsi democratico.
Domani, invece, un organo di informazione nuovo di zecca si affaccia sulla scena giornalistica non solo locale, perché “Il Graffio”, diretto dalla redattrice di UT Rosita Spinozzi, va oltre.
Il Graffio punta, ascoltata la direttrice, su una informazione di qualità. Oggi, spesso, la fretta ci impedisce perfino di rileggere ciò che abbiamo scritto con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: la lingua italiana è diventata un optional e ci rifugiamo dietro al concetto di “refuso” anche quando si tratta di madornali errori grammaticali o sintattici. C'è poi un uso distorto delle parole perché, sempre a causa della fretta, non ne conosciamo il significato e branchia e branca diventano suppergiù la stessa cosa come se i pesci diventassero all'improvviso scienziati.
Ma l'informazione di qualità non è solo quella ben scritta. È decisamente quella pensata, soppesata, verificata e solo poi scritta, corretta e pubblicata.
Riprendendo il vecchio concetto anglosassone dell'informazione, quelli del Graffio si sono resi conto che secondo il comune sentire non c'è alcuna differenza fra un fatto e una notizia, che basta riempire le pagine di corbellerie e il lettore sarà felice come una Pasqua a Natale, che basta una foto accattivante per rendere appetibile un articolo.
L'altra scommessa del Graffio, che nasce con qualche uttiano dentro, è quella di puntare su una informazione che sia parte integrante della vita delle persone, una sorta di giornalismo inteso come “servizio” del quale si sente oggettivamente una gran mancanza.
Domani pomeriggio, dalle 17 alle 20, in via Legnago 60 a San Benedetto del Tronto, il Graffio sarà aperto a tutti regalando un brindisi, un sorriso e un impegno: quello di fare del buon giornalismo per non annegare fra i marosi del qualunquismo d'accatto.


Massimo Consorti

Cineteatro San Filippo Neri. Gegè Telesforo: "...ma non è dei tuoi che volevo parlare…”


Succede di rado che un bravo jazzista sappia gustosamente intrattenere con le parole oltre che con la musica, con eleganza e proprietà di linguaggio anche. Di solito, su un microfono sempre troppo basso e debole, è il più intraprendente del gruppo (o quello tirato a sorte) che snocciola, tra intermittenti applausi, solo nome-cognome e strumento dei colleghi; poi l’ultimo ritualmente ricambia indicandolo con goffo gesto e dicendo il suo. STOP. Sono sobri parlatori, i musicisti. Ma lo sanno loro stessi, e intelligenti restano nel loro campo di eccellenza. Non fanno come i calciatori o gli allenatori, che inseguiti implorati assediati e intervistati fin negli spogliatoi malmenano pensosi la lingua peggio del pallone. 
        Però stasera, col Gegè Telesforo quintet, pareva strano a chi li conosce che il concerto contemplasse “solo” la musica. E in ultimo, infatti, facendosi spazio con garbo e senza spingere, le parole sono arrivate: tra Gegè e i suoi - e noi ad ascoltare attenti - si è snodato gradualmente e come per caso un “racconto” piacevolissimo, confidenziale, elegante, divertente; libera conversazione tra amici, che di ognuno spolvera vicende personali, storie di vita, ricordi di famiglia, aneddoti, cose buffe. Gegè conduce da professionista, la voce giusta e chiara, così che noi respiriamo più aria di radio-radio che di teatro: ce li immagineremmo così anche senza vederli, i personaggi! E da loro, risposte brevi, fra il timido l’impacciato e l’incerto, con pudore, da ragazzi educati (di una volta) “interrogati” dal maestro buono e un po’ severo…  
        Così di Alfonso Deidda - che, artigliati charleston e sax, in bilico sullo sgabello non batte mai ciglio - Gegè passa in rassegna l’intera sua famiglia salernitana: padre pianista jazz, madre cantante e cuoca, fratello valente sassofonista – e quindi anche lui, “per ripicca” … …ma non è dei tuoi che volevo parlare… ma di te, così modesto e bravo, con me da 25 anni, che… con tuo padre tua madre tuo fratello e magari pure i nonni musicisti, no?… tu che dovevi fare… oltre a 3 figlie femmine…”
        “Fratello”Joseph Bassi, nascosto dal contrabbasso come dietro a una lavagna, sa che tocca pure a lui: “Eccolo questo pezzo unico, questa entità, questa scultura d’arte contemporanea, questo graaande uomo (e si vede!) dalla immensa spiritualità… frate cappuccino mancato, a 13 anni, in quel di San Giovanni Rotondo… dove ebbe in visione… una chitarra! Ma non aveva fatto i conti col Jazz e lo Swing… così ascoltava di nascosto Count Basie sul Walkman Sony, anzi Aiwa… finchè Padre Priore Pancrazio, ricevuta una denuncia anonima, lo cacciò dal convento… appena dopo una settimana!... “Ma è di te, non di queste cose, che volevo parlare”…
        Non dirò di Seby Burgio e Dario Panza, anche loro sono stati raccontati con sorridente leggerezza. Anche perché non è delle storielle dei quattro che volevo parlare, ma della loro ottima musica… però mi dilungherei troppo. Dirò solo che ogni volta ci sorprende come, in una “lingua” che non ha vocabolario e senza suonare alcuno strumento, Gegè Telesforo riesca a farti godere le mille sfumature di cento orchestre, pur se accompagnato “solo” da un quartetto. Qui non siamo nella sua Foggia [dove, ci dice, da certi pericolosi ambienti la musica lo ha “salvato”], ma è dappertutto che la musica di ogni genere può rivelarsi “terapia salvifica”. Come stasera: gocce sincopate alla Bob Marley, sapori di Paolo Conte, esotiche atmosfere di Brasile, aromi di swing e blues…Perfino simil-arborate pazzesche: come nel finale, quando al segnale convenuto (i cinque si infilano buffi cappelli colorati e cappucci di lana grossa) il pubblico salta su come a un gol dell’Inter, e berretti, guanti in aria, sciarpe roteanti, grida sgarrupate, giubilo… Tutto finto, si capisce, “recitato” per Paolo Soriani-fotografo che con le sue mini-riprese al volo è qui che prepara un imminente film-documentario per la RAI… 
 Eh, mi piacerebbe saperla riscrivere la scena…

PGC