sabato 18 gennaio 2020

Più stupidi che furbi

[Ripatransone, 18 e 19 gennaio 2020: 
13ª Coppa Italia di caccia alla volpe]


“La caccia alla volpe è una cosa praticata da sciocchi che corrono appresso a una cosa che nemmeno si mangia”   (Oscar Wilde)

          La Legge:
“In Italia la volpe è un selvatico protetto. Però è cacciabile”. Anzi, può essere uccisa anche dove la caccia è vietata. E tutto l’anno, non solo in certi mesi. Caccia libera, senza calendario. Stupidità legislativa che fa comodo a tanti. E se a qualcuno per caso non sta bene e fa ricorso - per esempio al Ministero dell’Ambiente - quello risponde con serenità olimpica che “le questioni di natura etica esulano dalle sue competenze” (sic).

E i paradossi non finiscono qui. Per continuare a divertirci facendo i gradassi coi più deboli (del resto è lo sport nazionale) ci siamo inventati la favola che la volpe è un animale dannoso. “Ma non è vero, siccome i cacciatori vogliono continuare a uccidere comodamente lepri e fagiani immessi artificialmente nell’ambiente,  uccidono le volpi che altrimenti li caccerebbero loro”. (cfr.“Natura”, rivista di ambiente e territorio dell’Arma dei Carabinieri)
Poi: nelle gare di caccia alla volpe, quando si sguinzagliano le mute di cani (mute da 2 a 8) che devono trovare la tana dove ci sono i volpacchiotti al caldo, con mamma volpe che non scappa ma li difende fino alla morte, e puntualmente succede l’allegra carneficina, “si prefigura il reato di maltrattamento di animale (cuccioli sbranati nelle tane, cani feriti ecc.), art. 544 c.p.”.  Però i Carabinieri non arrivano.

Ma se l’hanno capito perfino gli inglesi, che la caccia alla volpe è una stupida barbarie!
Infatti l’hanno proibita, per civiltà. Noi no. Mascherati come a carnevale (mimetiche divise, corni inglesi…) noi ci facciamo pure i campionati nazionali, le Coppe Italie in tutte le regioni in tutte le province e in tutti i paesi dove potrebbe aggirarsi anche una sola volpe smarrita, con regolamenti talmente dettagliati pomposi e saccenti che a leggerli verrebbe da ridere, se non si trattasse di regolare autentici massacri: esseri viventi sbranati da cani, o sparati. E paraculi, questi regolamenti: le volpi uccise non vengono mai nominate, come fossero entità astratte (per non turbare i pargoli?), però fanno punteggio!

          Naturalmente soddisfatti i nostri sindaci: con ancora in bocca il pane benedetto di Sant’Antonio Abate protettore degli animali, con luminosa coerenza sono già sui calanchi ripani a presenziare al massacro delle incolpevoli volpi. Non senza aver prima sguinzagliato le veline illustrate ai giornali-da-riporto, ubbidienti e fedeli più dei beagle. Neanche abbaiano.


PGC - 17 gennaio 2020



lunedì 6 gennaio 2020

La forza di un sogno

CIRCUS ABYSSINIA

“ETHIOPIAN DREAMS”

Diretto da Bichu Tesfamariam
Con The  Abyssinia Troupe
Coreografie Kate Smyth
Prodotto da Bibi & Bichu Tesfamariam

Teatro Storchi - Modena            31 dicembre 2019  h21

 

LA FORZA DI UN SOGNO


        “Non c’erano circhi con cui fuggire”: non in Etiopia, per i fratelli Mehari ("Bibi") e Binyam ("Bichu") Tesfamariam, che giovanissimi hanno fondato il "primo vero teatro-circo etiope internazionale".

         Nessun circo era mai arrivato in città e così - a 14 e 15 anni rispettivamente - il sogno dei due giocolieri-ragazzi si sposta dalle strade di Addis Abeba alle strade del mondo, fino al Brighton Fringe Festival che li consacra, e poi fino a New York e al New Victory Theatre della 42° Strada, nel cuore di Times Square, e fino al regista Tim Burton che li nota in Gran Bretagna e li ingaggia per il suo film “Dumbo”.

           Le meraviglie dell’arte circense le avevano sognate e amate mentre da soli scolpivano nel legno le loro mazze da giocoliere, pesanti come la condanna sociale che in molte culture connota la scelta di “fuggire col circo”: oggi sono imprenditori di arti globali, completamente autoprodotti - una rarità nell’ambiente artistico internazionale - e la devozione al mestiere è diventata cultura, radicata nella terra d’origine ma tutt’altro che arcaica, e la passione realizzata si è fatta strumento di promozione sociale ed economica, fonte di reddito, valorizzazione di giovani talenti che il successo mondiale premia con meritata generosità.
Dalla ventina di studenti della scuola di circo da loro fondata, fino ai 150, fino alla formazione di questo straordinario Circus Abyssinia: favola moderna nella quale la magia si cala nella realtà di un paese, ne esalta la ricchezza espressiva e la mostra al mondo, e un sogno rivoluzionario pone altruisticamente le basi di un cambiamento sociale, si fa incoraggiamento e conservazione di una comunità, delle sue radici culturali e artistiche.

          Ed eccoli stasera, gli otto ragazzi e le cinque ragazze del Circus Abyssinia, in questo teatro modenese così bello e raro nei suoi legni vetusti e che oggi sembra ringiovanire, in mezzo a tanto spettacolo “spudoratamente gioioso”.
Perché questo sono, i 75 minuti del nostro viaggio incantevole e stravagante: divertimento e gioia declinati nell’arte; geografia di musiche, tradizioni, colori che la nostra spenta realtà occidentale ha per sempre annegato nel conformismo
.

       La strepitosa, quasi irreale abilità di ciascun artista disegna architetture corporee, scene visionarie e numeri ad alto rischio: coreografie acrobatiche quasi impossibili che appaiono invece gioco facile e scanzonato, dove l’eccellenza di ciascuno diviene prodigio corale che fonde arti circensi classiche e identità etiope. Dal più giovane al più collaudato degli interpreti, un fascino carismatico ed esuberante fluisce ininterrotto e lascia intuire dietro ogni gesto lo studio attento e certosino, la determinazione che si amalgama alla passione e modella l’artista vero.

        Brindano con noi al nuovo anno, con il pubblico che li circonda del calore riservato agli amici, e hanno sorrisi giovani che abbagliano. Ci regalano la forza del loro sogno e ci sorprendono, così "nuovi" e così diversi dalle nostre comode realtà; così capaci di difendere le proprie radici e il proprio futuro - e quelli di un'intera comunità - senza lasciarsi omologare, ma "solo" con sacrificio e passione, con studio e cultura.


Sara Di Giuseppe - 5 Gennaio 2020



sabato 4 gennaio 2020

Ripa perde i gioielli di famiglia

        Ci siamo salutati con brindisi, aperitivi e olive ascolane – meglio, ripane – di mamma Chiarina. E di sera, fino a tardi, con allegre tombolate dove terno-cinquina-tombola si premiavano con pezzi pregiati del locale, non con soldi. Sono stati momenti sospesi, emozioni, ricordi. Ma tra gli sguardi e le voci c’era anche tanta morbida e affettuosa malinconia, in questi “festeggiamenti” d’addio alla premiata ditta ROSATI-osteria-fumeria-bar-trattoria-ristorante, dopo quasi 60 anni di “onorato servizio” alla civiltà ripana.

        Ripa continua a perdere i gioielli di famiglia, ma nessuno se ne cura. Se fossimo città, o anche solo un volgare paesotto sulla costa, al posto di ROSATI spunterebbe subito - con gioia di tutti - un franchising di mutande firmate, un accecante punto telefoni, un negozio d’abbigliamento straccione o di scarpe (mai di libri), un adescoso B&B, un Compro Oro… una qualsiasi attività spazzatura. L’ennesimo non-luogo.
Qui invece guarderemo per sempre questa serranda abbassata, come tante altre in paese. Da un lato meglio così, che il peggio di cui sopra. Ma non consola. E’ che da troppo tempo ormai, da quando la vita si è imbruttita, ogni cambiamento è in peggio. Ci facciamo male da soli.
Non ci rendiamo conto - la politica, soprattutto, non si rende conto - che è un danno immenso per tutti, un peccato senza assoluzione, perdere certi riferimenti che hanno formato la socialità e il carattere del luogo. Perché è anche perdita di stile, di decoro e arredo urbano, di gusto, di calore umano. 

Di storia insomma. Cose che non si trovano per caso, né si comprano.

        ROSATI era più di un bar: era il nostro bistrot, il nostro pub, il nostro “Piccolo Teatro” indigeno, con tracce di Francia, d’Inghilterra, d’America. 

Una dimora amica invecchiata con eleganza, di gusto vintage come si dice. 
Alle pareti gli antichi manifesti d’Opera dell’800, le stampe pubblicitarie futuriste, le réclame e i loghi di whisky e cognac prestigiosi, di vini e birre come si deve, di torroni Vergani; i grandi specchi bronzati alla Moulin Rouge; le vetrinette con libri illustrati di storia locale, scatole metalliche disegnate in bella calligrafia, bottiglie artistiche, ricordi di viaggio, acquisti mirati… (e pure la “Tabella dei Giuochi Vietati”, del 1963!).
E le vissute sedie di legno, il solido bancone, le mattonelle rosse consumate del pavimento… e il profumo di caffè, battuto solo da certi stuzzicanti odori di cucina, e le voci chiarine, là dietro… E la musica, quanta ce ne sarà stata… immagino profondi giri di blues ubriaco, come sottofondo, alla Tom Waits.

        Adesso, c’è chi cambierà malvolentieri itinerari abitudini e orari, chi accentuerà il proprio isolamento chiudendosi in casa un po’ prima, chi addirittura smetterà gradualmente di parlare, litigare, pensare, mancandogli quell’atmosfera “open” eppure più familiare di casa propria.
Certo non è un funerale, ma “è come se ci avessero tolto un pezzo di cuore” (copyright “Carletto”).
L’ultima sera del 31 però, tra giovani e meno giovani, in braccio ai genitori c’era anche Ginevra-anni 1, sempre sorridente e soddisfatta a smozzicare le olive di Chiarina. Incredibilmente un buon auspicio, per il 2020 e oltre, nonostante l’aria corrosiva dei tempi, no?


“Avec le temps… Avec le temps, va, tout s’en va”  (Léo Ferré, 1971)

PGC - 2 gennaio 2020