venerdì 5 luglio 2013

Bologna. Il Cinema ritrovato. A Piazza Maggiore “I proscritti” di Sjöström: un capolavoro datato 1918

Il fatto è che non ci scappa il termine “capolavoro” per un film da una decina d'anni, e l'ultima volta che lo abbiamo fatto ce la siamo dimenticata: non era evidentemente un capolavoro. Diverso, totalmente, il discorso del secondo film di Viktor Sjöström (il primo fu Terje Vigen del 1917), un grandissimo regista svedese uscito come nuovo da una operazione di restauro degna della massima lode. Berg-Ejvind och hans hustru, tradotto in italiano in I proscritti, figura ancora, con buona pace di Ingmar Bergman, al primo posto dei film più costosi della storia del cinema svedese, e lo si capisce vedendolo. Girato in condizioni estreme nel nord della Svezia, I proscritti narra “la storia di Ejvind (lo stesso Sjöström), un uomo in fuga dal passato e costretto a rifugiarsi sulle montagne con Halla, la donna amata, interpretata da Edith Erastoff che era, anche nella vita, la moglie del regista-protagonista”.
Il fondo etico, chiamiamola la “morale” del film, consiste nel principio che sono la povertà e l'indifferenza, e non una qualità intrinseca del bene e del male, a fare di un uomo un fuorilegge. E che a dividere gli uomini, fino all'odio, in fondo sono la fame e la disperazione. Che scenari, quelli ripresi da Julius Jaezon che dei Proscritti è il direttore della fotografia! E che spettacolarità le scene alle quali la colorazione a mano (il tinting and toning del montaggio – quella che oggi chiameremmo post-produzione) regala quel sapore agro-dolce del dramma, e di una storia d'amore fortissima ed esclusiva, che avrà il suo epilogo in una notte di tempesta di neve, con un abbraccio mortale finale da lasciare senza fiato. C'è da dire che, se volessimo approfondire alcuni aspetti tecnici, non potremmo fare a meno di non notare come la colorazione a mano, classica dei film dell'epoca “muta”, lontana dal rappresentare un escamotage per attrarre il pubblico con bassi tentativi manipolatori, rappresenta le diverse situazioni narrative sviluppate nel plot. Il passaggio dall'azzurro al rosso, dalle tonalità di grigio al bianco e nero totale, insieme alla musica, contribuiscono ad accentuare (non di poco) la drammaticità (o la spettacolarità) delle diverse sequenze. Inoltre c'è da aggiungere come, in almeno un paio di passaggi, si abbozzi un rudimentale tentativo di campo-controcampo (siamo nel 1918, è bene ricordarlo) e si assista a esibizioni dello stesso Sjöström che denota un'abilità pari quasi a quella del Sylvester Stallone di Cliffhanger. Tutto intorno, ricostruzioni maniacali di contesti e un paesaggio lunare da sbalordimento. Il lavoro sapiente di restauro del film da parte dello Svenska Filminstitute, ha riportato alla luce il capolavoro di Sjöström così come il regista lo aveva concepito. Ha restituito la colorazione originale e perfino lo stesso formato dell'epoca, quel full-frame senza il quale le scene avrebbero perso molta della loro spettacolarità. Berg-Ejvind och hans hustru ci ha commosso, stupito, emozionato. Parlare in questi termini di un film muto potrebbe sembrare fuori luogo, ma lo è solo per chi intende la gloriosa stagione del cinema senza parola come la parodistica visione delle comiche a poco prezzo (sicuramente non quelle di Charlie Chaplin e di Buster Keaton). Il cinema muto ha dalla sua la possibilità unica di mostrare volti ed espressioni, ghigni e lacrime, risate e occhi languidi. Il cinema muto ha in sé la forza di un meta-linguaggio che sfonda ogni barriera idiomatica per approdare all'immaginifico di situazioni reali ma finte, surreali quanto grottesche, quasi sempre coinvolgenti. Se al capolavoro (è la terza volta che usiamo questo termine) di Viktor Sjöström, aggiungiamo la prima mondiale (proprio così, a Bologna) della colonna sonora appositamente commissionata al Matti Bye Ensemble, che nobilita ogni passaggio dell'opera, si può tranquillamente affermare che lì dove non possono le immagini, subentra la musica, ed è vibrazione continua. Una citazione, quindi, merita anche il Matti Bye Ensemb e, tanto per imitare colleghi che parlano di cinema e dei cast come fossero le formazioni delle squadre di calcio, desideriamo ricordare i musicisti che hanno reso con la loro musica, una normale serata in una notte piena di stelle. Matti Bye, leader dell'ensemble, è il pianista; Kristian Holmgren, il percussionista (con tanto di tubular bells alla maniera di Mike Oldfield); Leo Svensson, il contrabbassista; Nils Berg, flauto, clarinetto e violino (aggiungiamo la sega suonata con l'archetto); infine Lotta Johansson, violinista di rara incisività pur in assenza di virtuosismi. Se c'è una considerazione da fare al termine di una serata illuminata dalle stelle (non solo in cielo), è che il Cinema ritrovato è uno dei pochi festival al mondo che consente di nominare la parola “cinema” senza provare un po' di vergogna.


Massimo Consorti

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