venerdì 30 dicembre 2016

Divano&Divano. Vincenzo Di Bonaventura e Pamela Olivieri in "Più che l'amore" di Gabriele D'Annunzio


         Non è solo, stasera, il nostro Vincenzo attore-solista. Pamela bravissima e giovane lo affianca con l’intensità tormentata della sua Maria Vesta, costringe oggi il mattatore - e la prorompente visionaria anarchia del suo essere oltre il teatro - nel quadrato di una lotta di anime che è “cruda come la caccia grossa” e come quella non ha vincitori.  
        Le buone cose di pessimo gusto - il divano-e-divano due posti usato, il tappeto similpersiano - delimitano lo spazio borghese di questa antiborghese antiteatrale Tragedia moderna - “nella terza Roma, al principio della primavera, tra due vespri” - e di questo Episodio secondo nel quale Corrado e Maria combattono il duello disperato di chi è già passato dalla parte della notte.
         Lo vedremo stasera e mai più - dice Vincenzo - o forse chissà nel duemilacentodiciassette, questo lavoro quasi mai rappresentato, caduto clamorosamente alla sua prima nel 1905 a Roma - col pubblico imbufalito a gridare “Arrestate l’autore” davanti al Teatro Costanzi (troppo vasto, troppo teatro d’opera, per niente teatro di prosa) - e la cui ultima rappresentazione è di almeno trent’anni fa, con la compagnia di Arnaldo Ninchi. E del quale è difficile reperire anche il testo, se non grufolando nello scantinato del triste supermarket del libro - lo chiamano libreria - dove scovi un improbabile e solitario cofanetto Newton Compton D’Annunzio-tutto-il-teatro che ha attraversato i decenni trascolorando da Lire quattordicimilanovecento a Euro 7.80, dimezzati ora in 3.90. Ancora un po’ e ti pagano se te lo porti via.
        Per noi prosegue stasera con Vincenzo il cammino nella “vicenda teatral-cosmogonica” delle guerre del secolo breve, che iniziato nella poesia rivoluzionaria russa approderà fra breve all’incredibile Gerstein - Il Vicario  di Ralf Hochhuth e ai forni di Auschwitz.
         La tappa dannunziana di oggi sperimenta un teatro complesso, rivoluzionario quanto quello pirandelliano, per una vicenda dalla “scarsa teatralità” su cui hanno pesato il pregiudizio ideologico e l’equivoco di un’interpretazione politica e perciò fuorviante.
Per qualcuno - ancora in tempi recenti - “manifesto d’interventismo coloniale all’insegna di Roma”, la tragedia è, al contrario, “la sconfitta dell’eroe nel mondo borghese” (G.Barberi Squarotti), il suo Corrado Brando è l’ulisside inconciliabile con quel modello societario, antitesi del superuomo, destinato al fallimento dall’improponibilità stessa del suo sogno, bruciato dalla febbre di una sfida mai domata. L’Africa è la sua malattia e il suo destino, perpetuo desìo della terra incognita, continente in gran parte inesplorato allora: gli torna all’orecchio il fischio dell’aquila pescatrice, vede i branchi d’avvoltoi e di cicogne levarsi su l’Uèbi, gli divora il cuore l’invidia per colui che è sepolto laggiù, quell’Eugenio Ruspoli che sulla via del Daua ha per monumento “un ramo secco fitto in un mucchio di terra” come la gente Amarr usa per onorare i capi.
Sente di essere “della razza dei Caboto” e non può più attendere, la “parola sepolcrale” Kalas! - basta!- degli uomini sfiniti sull’altipiano non gli appartiene: potrà solo andare avanti (La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar ), dovrà tentare ogni strada pur di tornare laggiù, degradarsi per questo nel gioco, nel tradimento, nell’abiezione del delitto.
         Sono soli sulla scena i due attori, In questa sintesi dell’Episodio secondo, il dialogo dell’amore e del distacco ha il linguaggio breve e la musicalità della poesia nel  crescendo di pena, nel presagio - pareva venuto non so che autunno di sotterra - che Maria invano scaccia da sé - era un’ombra passeggera, una malinconia del tramonto… - La sciarpa rossa sull’abito nero è un fiore sanguinante: Maria è la leonessa ferita, “folle ma diversa, ferita ma non per assalire”, e la lettera che annuncia la partenza dell’amante “io l’ho baciata”, slancio di abnegazione - mi perdoni se vivo? - che la fa chinare per mettere lei stessa i libri nella cassa (… che io li tocchi a uno a uno e che te ne ricordi quando li riaprirai…), che le fa vedere - compassionevole Alcesti - tutta la tristezza sul viso di lui (Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d’uomo).
         Nel divano che li accoglie, fusi insieme eppure già lontani, Maria narra a Corrado la visione notturna (Maria, chi ti dà questa voce?), il sogno di morte su cui insisteva quel grido alto “Perché?”, e poi il bagliore d’alba intravisto nel cielo; gli confida con quel “Non siamo più soli” la piccola vita che già batte in lei.                  Per Corrado è il culmine di una esaltazione febbrile, gioia incredula che vorrebbe creare la pace e la bellezza intono al tuo miracolo silenzioso. Ma c’è in fondo agli occhi di lui un errore immobile e quel bacio, Maria lo sa, “è l’addio, è la morte” (Non m’avevi mai baciata così, è il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo).
         Col buio che s’accende in sala cala il sipario che non c’è, il ritorno della luce ci restituisce Vincenzo e Pamela vivissimi e reali nell’applauso intenso che li saluta. Per un’ora e per noi sono stati Corrado Brando e Maria Vesta: di quelle  ombre, anime piegate sotto l’urto dei fati, ci hanno restituito intatte la tragedia e la poesia, la rarità e la bellezza.
        Perfino quel divano & divano beige senza design sembra migliorato, come noi. (Questa gente scriveva bene, dirà Vincenzo, ma noi ce lo siamo dimenticato…)

E’ necessario ripetere […] che il Carro di Tespi, come la Barca d’Acheronte,
è così lieve da non poter portare se non il peso delle ombre, o delle immagini umane?
G.D’Annunzio, “A Vincenzo Morello”, 1906

Sara Di Giuseppe

giovedì 22 dicembre 2016

Giuseppe Piscopo a Marcianise: "Le vie degli angeli"



Il natale è la festa dei bambini... Ma davanti al presepe non ci sono tutti. Dove sono finiti gli angeli custodi? Alcuni arrivano dal cielo travestiti da aviatore e con ali da guerra. Gloria alle bombe dall’alto dei cieli e pace in terra agli uomini involontari! Ma dove sono i bambini? Tra le macerie o in fuga, aggrappati ad un gommone. Nessuno li vede. Sono disorientati, nessuno gli indica la strada. Gli angeli sono i custodi del dialogo. Un macigno interrompe ogni comunicazione, un filo a piombo senza nessun equilibrio interiore. L’istallazione, una segnaletica stradale, indica i luoghi, vuole annunciare e denunciare. Paesi, città, dove si nasce per essere sacrificati dal mondo che non conosce amore. Un (pre)sentimento annunciato. Un percorso duro voluto dalla follia dell’uomo. Alla fine una “totemica presenza”, frase rubata ad un critico d’arte pellerossa, carica di simboli e spiriti protettivi, che dovrebbe far riflettere sulla vita assurda dell’intero villaggio umano...

[giuseppe piscopo]

         

martedì 20 dicembre 2016

Quintorigo&Gatto. Quando la musica è qui, la puoi vedere, la puoi toccare


Il fatto è che dopo un concerto del genere, un (musicalmente) normodotato si chiede che fine abbia fatto un certo tipo di musica. Certo, quella non facile, quella che ti riesce difficile seguire ritmando i piedi, quella che non ti permette di schioccare le dita e soprattutto, di perderti in quei cori universali con annessi ritornelli cretini. Ripensare a esperienze altre, quelle che partono da un genere e finiscono per includerne altri, è la conseguenza di un concerto che ci ha regalato un esperimento molto ben riuscito di contaminazioni estreme. Data la bravura dei Quintorigo (sincronismo perfetto, tanto di cappello) e la classe infinita di Roberto Gatto, il risultato non poteva essere diverso: straordinario. Ci dispiace per i puristi del Jazz, che rispettiamo sempre con grande affetto, ma questo concerto, per moltissimi e diversi aspetti, non crediamo li abbia soddisfatti anche se intrigati sì. 
Difficile ascoltare Rock sul palco del Cotton Club eppure, quando è ben fatto, il rock assume la stessa dignità di altri generi musicali, se non di più. 
Trilogy è una rivisitazione di tre pietre miliari della storia della musica mondiale: Charlie Mingus, Jimy Hendrix e Frank Zappa. Che ci azzeccano fra loro è presto detto, i Quintorigo che non solo li masticano ma li vivisezionano carpendone l'anima. 


Se si volesse stare a guardare il capello, è proprio Roberto Gatto la linea di demarcazione fra i tre mostri. A proprio agio nel repertorio mingusiano, Gatto ha fatto la differenza nella parentesi hendrixiana; è personcina troppo per bene per rockeggiare come un Buddy Miles qualsiasi e troppo raffinato per Foxy Lady. Magari in Hey Joe lo abbiamo sentito meglio ma, nel rock, l'impatto con cassa/rullante è diverso, maledettamente diverso. E anche se al violoncello Gionata Costa ha aggiunto il wah wah, ci si sono messi in tre per ricreare la Fender Strato di Hendrix, lui, il violino di Andrea Costa e il sax di Valentino Bianchi. Il contrabbasso di Stefano Ricci ha fatto il Noel Redding, a modo suo con grande incisività, con una armonizzazione ritmica assolutamente diversa anche se più ricercata. La voce di Moris Pradella è di tutto rispetto e Jimy gli calza a pennello.
Frank Zappa è stato l'artista che ha unito perfettamente Gatto ai Quintorigo. Il progressive è musica adatta agli schemi del batterista romano, si è sentito, lo abbiamo apprezzato alla grande. In King Kong e soprattutto in Village of the Sun, il sincronismo dei Quintorigo è emerso in tutto il suo valore pressoché assoluto, mentre Roberto Gatto ha aggiunto quella dose di classe che ne fa un signore indiscusso della batteria.
Il risultato di una serata inaspettata e molto bella in sé, è quello che una volta arrivati a casa, ci è venuta una gran voglia di riascoltare, in stretto ordine di entrata in scena, i King Crimson e gli Yes. Chissà perché? 

Massimo Consorti

domenica 18 dicembre 2016

Vincenzo Di Bonaventura e "Il treno" di Nazim Hikmet. La motivazione


     Quando uno dei circa 10 (dieci!) spettatori [la cultura a Grottammare è molto partecipata, mica come i sanmartini e i presepi e i mercati e le sagre che non ci va nessuno] gli chiede cos’è che gli fa ricordare a memoria ogni singolo verso di tutti i poderosi lavori che mette in scena, il nostro Di Bonaventura attore-solista risponde narrando di quel suo antico compagno di scuola, negato perso per le lingue e rimandato in Inglese a ottobre (era il secolo scorso, funzionava così), che stese il prof all’esame con un perfetto, oxfordiano english: s’era innamorato, nell’estate, di una bella suddita di Elisabetta seconda, e ciò che non potè la testa potè la MOTIVAZIONE.
        Vincenzo e il suo djembe  cantano oggi Hikmet, che di motivazione alla vita ne ebbe da vendere e “nel battere faticoso del suo cuore” mai rinunciò alla poesia, e né esilio né carcere né tortura né solitudine vinsero “l’immensa speranza, l’immensa gioia di vivere, di creare” di cui scrive a Joyce Lussu appena due anni prima di morire.
        Non ci si può saziare del mondo / Mehmet / non ci si può saziare; il figlio da cui il destino e “gli aguzzini tra noi” lo separeranno per sempre riceve il lascito della più intensa delle dichiarazioni d’amore: per la sua terra, per il suo popolo, per la vita, per l’uomo.
Senti innanzi tutto la tristezza dell’uomo: questo raccomanda a Mehmet, figlio dagli occhi vasti come quelli di tua madre, Münevvér, che sarà bella anche all’età delle nonne / come il primo giorno che l’ho vista  / quando avevo diciassette anni.
        Questo poeta va amato, poeta d’amore e poeta di guerra, perchè noi siamo eredi di guerre, siamo la sentinella alle porte di Madrid, siamo il milite ignoto, siamo il soldato - nonno di Vincenzo - disperso in Macedonia, questo dice l’attore-solista e sembra più inseguire i suoi pensieri che parlare a noialtri. Perché la poesia di Hikmet produce questo transfert, ti penetrano il vigore della sua naturalezza, la fiducia nel vivere; ti cattura la profondità del suo verso colto intriso di metri antichi e nuovissimi; non lascia scampo la forza del suo impegno.
        E tutto è poesia civile in Hikmet: anche i versi d’amore che intellettuali e ceti dominanti scioccamente tentarono di separare dalla sua vita di militante, dalla sua fermezza rivoluzionaria, dalla lucida coscienza di classe (vi nutrono di menzogne / mentre affamati / avete bisogno di pane e carne), dal suo slancio solidale (Il mio cuore batte con la stella più lontana).
        Poesia e vita così intimamente fuse in lui che mai potè cessare di scrivere versi, e dalla cella dove anche la scrittura è proibita affidava i versi alla madre, che li imparasse a memoria, perché (O uomini, uomini miei!) le vostre mani non restino cieche come l’oscurità.  
       “Penso che la poesia debba essere soprattutto utile - dice - detesto non solo le celle della prigione ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli”.
         Per questo deve sparire, non importa come: con la tortura, con la prigione, con due tentativi governativi d’assassinarlo investendolo per strada (è l’amica Simone de Beauvoir a raccoglierne la testimonianza), arruolandolo forzatamente nell’esercito e spedendolo (ma fuggirà prima) al fronte con la Russia lui cinquantenne e cardiopatico; vietandone la circolazione delle opere, spazzandone via l’intero poema epico “Paesaggi umani della mia terra” - oltre settantamila versi - scritto in prigione…
        Ferocia di un potere, di tutti i poteri che uniscono la stupidità alla forza. Nella mia Turchia / nella mia lingua turca / sono proibite”, ma le sue poesie - hanno scritto - sembravano aggirarsi per la Turchia e per l’intera Europa sospinte sulle ali del vento, ne trovarono nelle tasche dei combattenti per la repubblica in Spagna, perfino Ataturk suo persecutore di sempre ordinava che gli fossero lette.
      Questo prigioniero minacciato per anni d’impiccagione, questo poeta che non ha mai trovato un editore del suo paese, ha vissuto come un uomo libero (J.Lussu), a dispetto di chi cercava d’annientarlo fisicamente e psicologicamente; ha resistito alla tortura cantando, racconta Pablo Neruda: “Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, gli inni di battaglia della gente comune, ha cantato qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. E così ha vinto i sui torturatori”.
        Perennemente esiliato, per la Russia che diverrà sua seconda patria sente “un amore e un’ammirazione cento volte più forti”, scoprendovi “una carestia cento volte più terribile e delle cimici cento volte più feroci e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente”; e sarà la Russia di Majakovskij, di Esenin, di Pasternak, che conoscerà e che lo ameranno; e quella di Lenin, “il padre grande e favoloso” accanto alla cui salma monterà la guardia, immobile, il 22 gennaio del 1924.
        La voce dell’attore-solista e del suo djembe canta stasera le tappe dell’esilio infinito e dell’infinita nostalgia - come ferita che non rimargina nella mia carne - “lontano dalle mie canzoni / lontano dal mio sale e dal mio pane”: Praga incisa su una coppa di vetro / incisa con un diamante;Madrid davanti alla sentinella muta Chi sei /come ti chiami / quanti anni hai? - I tuoi piedi nudi, / là, alle porte di Madrid, / come due bimbi / gelano al vento - ; Parigi prima che bruci Finchè ancora tempo, finchè il mio cuore è sul suo ramoBerlino Anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza / posso dire di aver vissuto / da uomo…; Varsavia E poi ho capito che da lunghi anni stavo in quel treno….
        Cantano, Di Bonaventura e il suo djembe, quel “Concerto in Re minore n.1 di J.S.Bach” e la meraviglia della vita che continuamente si rinnova - rinnovamento dei miei giorni / simili gli uni agli altri / differenti gli uni dagli altri… Il miracolo del rinnovamento, mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi.
        Ci congediamo da questa serata certamente più ricchi, forse meno feroci se dentro ci resta il verso di questo poeta “cavaliere dell’eterna gioventù, cavaliere invincibile degli assetati”, come il suo “Don Chisciotte” in lotta contro i giganti assurdi e abbietti del mondo perché è necessario battersi, quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile.

        Non possiamo rinunciare a portar via con noi un souvenir dell’incontro, la foto di un pregiato reperto sul leggio dell’attore-solista: quel “Poesie di Nazim Hikmet, Ispirazione lirica e passione civile di uno dei più grandi poeti rivoluzionari del Novecento”, introduzione di Joyce Lussu, edizione Newton Poesia. Lire tremilanovecento.

non ho paura di morire
       ma morire mi secca
è una questione d’amor proprio.
(N.H.)

Sara Di Giuseppe

rG + 5R (MHZ)³ = ∞. Quintorigo e Roberto Gatto al CottonJazzClub di Ascoli Piceno


        Chissà cos’avranno in comune MingusHendrix Zappa, “qual è il loro massimo comun denominatore… o il minimo comune multiplo, e se hanno un denominatore comune…”: Valentino Bianchi-sax-QUINTORIGO simpaticamente s’intreccia un po’.

            Cos’hanno in comune? Probabilmente niente. O tutto. Ma cosa importa.

        Conta che rappresentano musica eccelsa. Arduo trovare di meglio nel pianeta Jazz-Rock di quel ventennio irripetibile - pure popolato di musicisti straordinari - sicuramente influenzato o dal passaggio imprevisto di una cometa (ricca di “spazzatura cosmica”…), o da una sconosciuta congiunzione astrale, oppure da un miracolo laico – quindi vero.
 
         Ma oggi, chi li conosce, chi li ri-ascolta più Mingus-Hendrix-Zappa? Chi, oggi - ma anche ieri - sa ri-suonarli decentemente? C’è una Radio, una TV, che osi riproporne qualche scheggia, macari - direbbe Camilleri - in orario impossibile? Esiste una sola scuola di musica dove li studino?   (…)

       Desolanti e facili le risposte. Con un’eccezione: QUINTORIGO e ROBERTO GATTO.
       La cui bravura potrebbe riassumersi nella seguente equazione:
        rG + 5R (MHZ)³ ∞  (*)
                 
(*) comprensibile solo a chi al COTTON LAB c’era

PGC

mercoledì 14 dicembre 2016

"Da una casa di morti" di Leoš Janáček al Teatro Nazionale di Praga


          Magistrale allestimento al Teatro Nazionale di Praga per l’opera di Leoš Janáček, “Da una casa di morti”: l’ultima del grande compositore moravo, completata appena un mese prima della morte (agosto 1928) e travagliata da rimaneggiamenti postumi per il suo carattere sicuramente estraneo alle convenzioni dell’epoca (solo gli anni Cinquanta ne riprenderanno la versione originale rendendole giustizia, rispettosi del libretto e del testo musicale di Janáček). 
        Tratta dal dostoevskijano Memorie da una casa di morti, è di sconvolgente modernità quest'  “opera nera – così la definisce il compositore – “in cui  mi pare di scendere un gradino dopo l’altro fra i più miserabili degli uomini”, e dove la ristretta collettività di reclusi è, nella sua dimensione atemporale, paradigma di milioni di destini umani in universi concentrazionari passati e presenti. 
      Tutto è dolore nel claustrofobico microcosmo solo maschile di detenuti, disperato carcere siberiano per criminali e assassini senza riscatto, spogliati di umana dignità, anime sofferenti e abbrutite che la perdita di sé trasforma da carnefici in vittime.
        Opera priva di intreccio eppure tutt’altro che statica: non vi è protagonista in questa casa di morti, solo individualità che escono dall’ombra dell’indifferenziata massa di non-uomini e narrano se stesse; le storie di AljejaLukaSkuratovŠiškovŠapkin e di altri accendono una luce opaca e breve su questi ultimi della terra; reietti segnati dalla violenza e dal disamore ma in cui nostalgia e disperazione possono anche elevarsi in un evangelico “Signore pietà”. Perché “In ogni creatura una scintilla di Dio”, scrive in epigrafe alla partitura lo stesso Janáček, (che proprio negli stessi anni compone la grande, ispirata “Messa glagolitica” nella quale “dà voce al suo credo personale, profondamente umanistico”).


        Il tessuto musicale è incalzante, a volte invadente fino a stravolgere la voce stessa che narra; ora esplode in vigoroso tema di fanfara come nell’Ouverture; ora esaspera le dissonanze armoniche quando la scena è più allucinata; e si fa crudo nel delirio della follia, nostalgico a sottolineare lacerti di memoria subito persi nell’oblio; echi di canti popolari irrompono, sonorità austere si innalzano compassionevoli da una palpitante umana pietas, accompagnano con straziante dolcezza il coro dei detenuti che vanno al lavoro  (“I miei occhi non vedranno più la terra dove sono nato…”).
        Ecco allora il folle Skuratov invocare Luiza, che ha amato e per la quale ha ucciso; ecco Luka che narra l’assassinio del comandante che lo ha umiliato, e nel campo morirà di stenti; ecco l’intellettuale Gorjančikov, unico prigioniero politico, gettato in scena - fra il martellare dei timpani - con la schiena sanguinante per le cento frustate, le cui urla scuotono appena l’indifferenza degli altri, e il cui arrivo e la cui liberazione delimitano l’azione drammaturgica dei tre atti; ecco - in una scena di caldo lirismo musicale - il giovanissimo tartaro Aljeja che racconta della sua famiglia, e della madre lontana che lo visita nei sogni, all’attento sensibile Gorjančikov che cercherà di insegnargli a leggere e scrivere. 
        Barlumi di poesia e umanità, di nostalgia e d’amore subito precipitati nell’apatia dell’impotenza, nella violenza della rissa continua che si riaccende ad ogni scintilla, o sopraffatti dall’unica distrazione concessa nello spesso grigiore del lager: la “festa” e lo spettacolo allestito dai detenuti. Vero teatro nel teatro, qui la partitura diviene balletto, si fa canto popolare stravolto, mimo volgare e trasgressivo nell’allusione esplicita alla “dimensione di omosessualità immanente all’orizzonte carcerario”. Un’oscena bellezza pervade questa mimica violenta, lo sghignazzo dei travestiti, la feroce allegria di questi naufraghi; momenti destinati a perdersi nell’ennesima rissa, nell’irrompere delle guardie dal volto gessato di sinistri clown.
        Nell’allestimento praghese non vi è la prostituta, unica figura femminile dell’opera, presente alla festa nella partitura originale. Vi si materializza invece come figura danzante e silenziosa, evocata dalla narrazione di Šiškov, il fantasma dell’infelice Akulka ingannata e uccisa. Caduto il sontuoso abito rosso del suo apparire in scena, resta un corpo seminudo e fragile la cui danza muta e disperata accompagna il lungo racconto - quasi l’intero terzo atto - del prigioniero: l’innocente, calunniata Akulka, datagli in sposa per riparare alla colpa mai commessa, e da lui uccisa nel bosco dove l’ha condotta e pugnalata dopo averle ordinato e atteso che pregasse l’ultima sua preghiera…
        Anche l’aquila zoppa, oggetto di gioco e scherzo dei detenuti nel libretto originale, è qui sostituita dalla disastrata carcassa di un pianoforte a coda, ad occupare una parte consistente della scena: come (nell’originale) l’aquila incapace di volare si alzerà infine libera nel cielo, così il pianoforte, tornato integro nel suo lucente nero - ad arricchire la trama di motivi simbolici - verrà issato in alto - ma capovolto - mentre si annuncia la liberazione del detenuto Gorjančikov. Il dolente saluto di questi all’amico Aljeja, il coro dei detenuti che infiammandosi intravede nella liberazione del compagno di pena una possibile luce, sono solo momenti: illusioni brevi di redenzione, tutto torna nel buio, ogni speranza si azzera nel “tragico ritorno dell’uguale”.
        Uniformità tangibile fin nei colori della scena: nel grigio delle casacche dei detenuti - con le variazioni bianco-sporco del succinto vestire dei mimi - spezzato solo dalle verdi divise dei carcerieri con la loro maschera grottesca; nel bianco/nero del frac di coro e interpreti - scelta inconsueta e sorprendente tenuta di gala nel terzo atto - in mezzo ai quali si apre come un fiore insanguinato il rosso abito di Akulka.


        Spettacolo emozionante, di pari asprezza e bellezza, per una regia colta, innovativa fino alla trasgressione, originale nell’impianto complessivo come nei dettagli: fin dall’Ouverture, durante la quale uno ad uno i principali “detenuti” - in frac! - al perentorio cenno della guardia balzano sul proscenio e, dopo aver mimato con goffa enfasi i gesti di un’improbabile direzione d’orchestra, si prestano al flash della foto segnaletica, di fronte e di profilo e con tanto di cartellino con nome - Kuzmik, Skuratov, Čekunov ecc. - poi il carceriere/minosse spedisce ciascuno al proprio inferno. 
Gli eccellenti interpreti - dai ruoli principali al coro, dal portentoso gruppo dei mimi alla danzatrice, l’intensa Jana Vrána - cesellano la preziosità di un’ opera che lo stesso Janáček definiva “un cammino difficile”, che lo impegnava quasi dolorosamente “come se il mio sangue dovesse sgorgare fuori” (così scriveva alla cara amica Kamila Stösslová).
        In perfetta fusione tra parte musicale e momenti scenici, l’Orchestra del Teatro Nazionale, nella doppia direzione di Robert Jndra e David Švec, sapientemente tratteggia il cupo orizzonte di questa casa di morti, definisce con precisione la peculiare atmosfera di ciascuno dei tre atti con arditi trapassi da sonorità cupe e sinistre a squarci lirici di potente suggestione; rende con pienezza il colore orchestrale “di audacia e novità prodigiose” di un’opera - scrive l’attento studioso di Janáček, John Tyrrell - “in anticipo sui tempi, che imbarazzò i suoi contemporanei e che forse solo oggi siamo nella condizione di ascoltare e comprendere”.

Sara Di Giuseppe

giovedì 1 dicembre 2016

"Per fame, per passione". Vincenzo Di Bonaventura e Gregari, il monologo di Matteo Bacchini


     Le premesse ci vogliono, esordisce Di Bonaventura attore-solista. Specie per questo originalissimo “Gregari” e - rifletto - per chi come me usa la bici solo come affettuoso domestico arnese da carico, per il combattimento quotidiano.
       Perchè Matteo Bacchini da Parma – scrittore e autore teatrale pluripremiato, tradotto e rappresentato oltreconfine, ma anche bracciante disoccupato che stagionalmente raccoglie pomodori (li pummadòrenell’abruzzese di Vincenzo) - in questo “monologo a più voci” disegna un ciclismo a suo modo epico, sicuramente estinto. Quello dei Giri d’Italia in cui le bici non erano astronavi e i ciclisti non vestivano come alieni, in cui per cambiare marcia si toglieva e rimontava al contrario la ruota posteriore e i rapporti erano solo due e il doping degli atleti era una “cicaronata” di caffè per “rinforzino”; e intorno quelle pubblicità “primitive”, Cucine Scic, Molteni ecc. 
Gli anni Quaranta e Cinquanta, insomma. E Fausto Coppi. E i gregari, con il compito di “gestire il vento” perché i campioni, che in pianura non stavano mai davanti, potessero risparmiare energia.
       Alla premessa appartengono anche i filmati dell’Istituto Luce sul fondo (immagini introvabili, in sgranato bianco/nero, stasera senz’audio: i funerali di Coppi nel ’60, le tappe, i trionfi, le pose di gruppo) e il ricordo di quelle figure - i gregari - che tali erano spesso per fame, per mestiere che diventava passione, in un’Italia povera e coraggiosa che somiglia così poco alla nostra di oggi arcigna e triste, senza eroi e affollata di cupe marionette. 
     Ricorre, il tema della fame: anche stasera dopo Canale Mussolini e quei Pedruzzi di Codigoro che “Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”; e le biciclette anche lì, due: pesanti e i copertoni consumati, dello zio Pericle e dello zio Temistocle che ci hanno messo cinque o sei giorni e “una pedalata appresso all’altra sono arrivati a Roma[…] mica come il Giro d’Italia adesso […] a sessanta all’ora di media con l’eritropoietina”. 


     Unico arredo di scena, stasera, la vecchia ancor valida COLUMBUS modificata da 13 chili di Vincenzo: accompagna l’attore nel suo calarsi dentro la memoria dell’ex gregario che oggi allena ragazzi indisciplinati (…scarica il 16, alè, alè, Martinez, ‘sti spagnoli sono terribili..) e tra un urlaccio e l’altro riprende il filo del discorso (dov’è la telecamera? ah sì…). Fluisce il ricordo del gregario al tramonto e voci e immagini s’incrociano da ogni dove, storie di speranze e fatiche, storie dissacranti e generose, di sconfitte e grandezze. Storie tragiche. Sul Mont Ventoux senza pietà, pelato e col sole a picco, e gli stranieri avanti a forza di eritropoietina e noi italiani niente, proprio niente… (mica come oggi drogati in maniera “cosmogonica”) e Simpson che spinge da matti col “50” e sorpassa e cade, è morto, el cor s’è s-cioppa’… Inglese era inglese, ma boia d’un mondo lo diceva in italiano, el gaveai cavei giai e gli ochi ciari, ed è morto. 
       E le ispirate cronache di Carosio, sugli atleti in piedi sui pedali senza toccare sella come angeli: macchè, Carosio, è solo “mal de ciapp”! E il Barigazzi, con quella dissenteria da overdose di ciliegie, che lo si dovette coprire con una mantella perché non si notasse niente. E l’allenatore cieco ("ma solo dagli occhi”), il Cavanna, massaggiatore di Coppi - a prima “vista” ne capì la forza - che pare guardarci dalle foto sbiadite dietro gli spessi occhiali neri.
       E gli “angeli di Coppi”: storie di gregari, gente per bene e valorosi sportivi, storie di lealtà e di modestia, di amicizia. Carrea dal naso grande come un campanile, che al Tour del ’52 non s’accorge d’aver vinto la maglia gialla e se ne torna in hotel, dove lo ripesca un gendarme per portarlo alla premiazione, e che a Coppi dice “Questa maglia non mi spetta”; e che dopo il ritiro ha sempre scalato in solitaria, quasi mai riconosciuto, l’Alpe d’Huez - “un pellegrinaggio”- poco prima di ogni Tour; Gismondi testimone di nozze e fedelissimo al suo capitano (“cosa vale aver corso bene se a Fausto è andata male?”); Ettore Milano al quale Coppi negli ultimi istanti d’agonia chiede “dammi un po’ d’aria”. 
       E Coppi, soprattutto, all’inizio gregario anche lui, di Bartali, per 700 lire al mese: “l’airone”, perché proprio un airone sembrava, quel suo torace a punta, le gambe lunghe fino a qua, quando si alzava sulla sella. 
       Il primo Giro vinto a 21 anni nemmeno, due anni dopo il record dell’ora - 48 di media - al velodromo Vigorelli di Milano e subito la partenza per la guerra in Africa (dove si allenava in caserma); il suo mito che cresce, la sua storia che diventa leggenda, Giro e Tour vinti nello stesso anno; le vittorie e le tragedie (la morte in corsa del fratello Serse); le cadute e le fratture in quella macchina perfetta e fragile che era il suo fisico; la voglia di tornare a casa e il rialzarsi, le sfide con Bartali a cui regala il televisore per il compleanno; l’indimenticabile sfida allo Stelvio col favorito, l’azzimato svizzero Koblet (e il gregario che fa la spola avanti e indietro a “spiare”: Koblet ha le occhiaievaiKoblet sta sudando, vai, vai!). 
     Poi le vicende private che diventano pubbliche, lo scandalo, la ferocia di un’Italia pretigna e democristiana, truce e  moralista che lo condanna e lo sbrana, e quel “tramonto così lento da sembrare eterno”. Il viaggio in Africa, infine, dal quale torna malato; lui così fuori dal comune, con 38 battiti al minuto e la capacità polmonare di 7 litri e mezzo, “morto di respiro”: di malaria mal curata, e mentre Geminiani in Francia guarisce (ma col chinino) della stessa malattia e il fratello di lui invano telefona ai medici di quaggiù perché lo curino così e così, Coppi muore alle 8.45 di quel 2 gennaio all’ospedale di Tortona. E quella cartolina Saluti. Fausto che arriva la settimana dopo. “Il grande airone ha chiuso le ali”, scriveva Orio Vergani sulla Gazzetta dello Sport, e cinquantamila persone lo accompagnavano sgomente nell’ultimo saluto, a Castellania. Aveva 40 anni.
      Circa mille parole fin qua per raccontare qualcosa di questa sera preziosa, faticosa e sudata per il nostro Di Bonaventura nonostante il freddo. Pensare che loro, gregari e campioni, ne facevano pure mille, ma di chilometri, in neanche tre giorni.

Sara Di Giuseppe

lunedì 28 novembre 2016

Nel Jazz tenere sempre la sinistra. Cyrus Chestnut e Chiara Pancaldi al CottonJazzClub



     Sono stato precipitoso e mi sono pentito. Forse in ansia per quel po’ di ritardo, adocchiato un posto libero in prima fila sulla destra, mi ci sono tuffato. Errore. Nei concerti Jazz, parlo per me, evitare il lato destro, e anche la prima fila: soprattutto per uno come Cyrus Chestnut al pianoforte, avrei dovuto tenermi tutto sulla sinistra, magari in posizione di mezzala (arretrata), o arrampicato sui divani occupati accostati alla parete, o abbarbicato al traliccio delle luci… Per tener d’occhio adeguatamente mani, tastiera e pedali di un “Re”. Certo l’avrei gustato meglio, senza essere distratto dagli altri due bravi musicisti e dalla Pancaldi: dài, guarda, ascolta anche noi, non pensare solo a quello laggiù (nell’oscurità), siamo mica male noi, ti stiamo pure davanti…

        In effetti, a Darryl Hall contrabbassista - dita allungabili e con dei motorini dentro - non servono raccomandazioni. Possiede innato un gusto speciale: quando non “accompagna”, duetta d’istinto con Cyrus e ricama tutti i contrappunti che l’altro immagina ma non ha voglia di fare.
 
        E’ che Cyrus va sulla tastiera come su una strada alpina, cambia spesso marcia, si ferma a guardare in cima a una nota, la suona e risuona per sentire e vedere l’effetto che fa [una specie di vibrato distorto]… poi riparte per altri panorami, pensoso o in velocità. E con la mano sinistra ogni tanto il temporale.
Talvolta sembra che spenga il piano, macchè, va solo al minimo (come in discesa), così consuma poco… ma è un minimo delizioso, silente, che non s’increspa mai, corroborante per noi come per gli altri sul palco, che a turno ci danno dentro da matti. Cyrus “dipinge” musica. Tanto swing, quasi solo swing, un blues, una bossa, poi accenni di bebop e di ritmi cubani, ma alla lontana, tanto per ricordare Gillespie.
 
        Bern Reiter batterista è tedesco, o austriaco. Pare uscito da un campus con in tasca la laurea in batteria. Biondi capelli corti pettinati con la riga, rasato di fresco, sorridente, educato, imperturbabile. Non suda neanche in Africa. Eleganza classica anni ’50. Un po’ fissato col “levare”, tiene le bacchette esattamente sul baricentro (come se mangiasse il riso), quindi alta quadratura ritmica. Due assoli canonici coi colpi contati, magari nell’altra tasca ha una seconda laurea in ingegneria.
 
        Chiara Pancaldi: ha cantato tanto, solo in inglese, con tanti baby baby, si sa che i testi nel Jazz fanno tenerezza. Repertorio un po’ troppo espanso, ma lei può: buona estensione, sicurezza, per me forse difetta in personalità. Ma con Cyrus s’intende bene, notevoli quei due lenti senza contrabbasso e batteria.
 
        E ancora di Cyrus Chestnut è quel lungo 5/4 di stellare bellezza, morbido e profondo, suonato con le dita e con gli occhi, quasi senza accordi, e con poco pedale.

      Ahimè, sulla-destra-in-prima-fila ho solo visto, e a tratti, il riflesso dei martelletti sul coperchio dello Yamaha, come valvole di una Bentley: poi spariti anche quelli, gli acuti non arrivavano a riflettersi… E da quelle parti, sulla sinistra, spesso c’era anche penombra, mentre Chiara, Darryl e Bern quasi s’abbronzavano. Ah, se solo avessi scelto un posto a sinistra… Un’altra volta starò più attento. Nel Jazz tenere sempre la sinistra. Come guidare a Londra.

PGC

sabato 26 novembre 2016

Ho visto un Re. Cyrus Chestnut e Chiara Pancaldi al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno


Il motivo principale per il quale siamo andati a sentire questo concerto era lui, Cyrus Chestnut. Ascoltato e ammirato fin dai tempi di Kansas City, il film di Robert Altman del 1996, da Chestnut ci aspettavamo una conferma e una scoperta. La conferma riguardava il ruolo di star di prima grandezza del Jazz mondiale, la sorpresa invece era legata più a un aspetto “lunare”, quasi immateriale, di saper suonare, di produrre note in quello spazio siderale che porta al godimento estatico della musica che si sta ascoltando.
Un estraniamento dal corpo e dalla materialità di un palcoscenico costruito per artisti ed esecutori, per proiettarci direttamente lassù, dove l'aria è rarefatta e si respira a fatica per colpa dell'ossigeno puro. Tutto ciò è accaduto. Chestnut ha davvero il “tocco del diavolo” o se si preferisce “dell'angelo”, tutto dipende dai punti di vista. Orfani del Keith Jarrett pre-marchette ma soprattutto di Michel Petrucciani, andavamo alla ricerca da tempo di un pianista che sapesse non diciamo emularli, ma farci prendere atto che la “tastiera lunga” non era finita con loro, che esisteva qualcuno in grado di portare avanti un discorso innovativo pur avendo radici solidissime nella tradizione, di quel genio che sperimenta sapendo di farlo e mette in gioco tutta la sua creatività e abilità. Per cui, dal richiamo all'Honky Tonky ai passaggi Blues, dal Be Bop al Free, dal Gospel al Soul, Chestnut è sembrato padrone assoluto di tutti i generi possibili che mixa per crearne uno suo. Le dieci dita con cui suona, diventano prolungamenti dei martelletti, con il risultato che il suono inizia prima che tocchino la tastiera. E poi, ancora, quel particolarissimo “tocco vibrato” che, lo diciamo con un amore sconfinato, avevamo ascoltato solo da Petrucciani, a Bologna, il 27 settembre di quasi venti anni fa. Se si pensa che ancora oggi, nonostante un palmares di prim'ordine, gira le chiese di Baltimora per suonare Gospel, ci si può e deve rendere conto che al di là dell'artista c'è l'uomo e che la stazza, notevole di Cyrus, nasconde spesso spunti di gentilezza ai quali gli esseri umani contemporanei non sono più abituati. Chestnut è un pianista eccezionale, trovare altre parole per definirne l'arte è davvero complicato.


Ma al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno, c'erano anche gli altri musicisti: Darryl Hall al contrabbasso, Bern Reiter alla batteria e la cantante Chiara Pancaldi. Purtroppo, con un leader di tanta grandezza, il loro ruolo può apparire secondario, quasi da sottofondo, però in alcuni momenti non è stato così.


Darryl Hall, abito a tinta unita di taglio italo-americano e cravatta abbinata con gusto, è un fior di contrabbassista. Anche lui mischia generi e sonorità con grande competenza e professionalità. Si lascia andare ad assoli che ne denotano tecnica raffinata ed estrema musicalità e, diciamolo, nel Blues eccelle e tutti sappiamo quanto sia difficile suonare Blues a certi livelli. Dotato di una ottima velocità, volendo proprio muovere un appunto alla sua esibizione, potremmo dire che è risultato a volte piatto, unicorde e mono-tono anche se i contrappunti con il contrabbasso non sono propriamente uno scherzo.


Bern Reiter, abito a tinta unita scura, cravatta (oddio!) abbinata e fazzoletto bianco a triangolo nel taschino, è un batterista che ha svolto onestamente e scolasticamente il suo lavoro. Non abbiamo appunti né osservazioni particolari perché ha una tecnica invidiabile anche se, e ne siamo sempre convinti, la tecnica da sola non basta. 
E chiudiamo con Chiara Pancaldi, vestito nero attillato, bella presenza scenica, indubbiamente una bella voce. Abbiamo stentato molto a percepire nelle sue modulazioni spunti originali. Bella tecnica, gorgheggi e improvvisazioni non sempre azzeccati, voglia di rendere la voce uno strumento musicale a parte. È riuscita a vocalizzare l'idea di musica di Cyrus Chestnut? Questa è la domanda che ci siamo posti sulla strada del ritorno a casa, con la pioggia che aveva smesso di cadere e la strada lucida da periferia di Baltimora. Il fatto è che le voci, tutte le voci che abbiamo ascoltato, sembra non c'entrino nulla con il Jazz e che si adattino molto di più al Blues e alla Bossa Nova. Esattamente come questa sera. Un po' come sempre.

Massimo Consorti

lunedì 21 novembre 2016

Palad'Auria/CottonLab. Gli ex luoghi che si reinventano e rinascono


     Se i D’Auria fossero vanitosi, l’avrebbero chiamata “PALAD’AURIA l’ultima loro creatura, anziché COTTON LAB. Tutto nasce, incredibilmente, dalle ceneri (metaforiche) di un’ ormai inutilizzata tipografia: scatolone monolivello di cemento, liscio, grigio, anonimo, “moderno”, un migliaio di mq a occhio, in bilico tra Marche e Abruzzo, affacciato sullo stradone impolverato, come tante altre fabbriche che si somigliano. Ascoli poco si vede. Macchine e camion. Foschia o nebbia. Non si può parlare di paesaggio.

        Potevano sbarazzarsene, i D’Auria, come fan tutti o perlomeno cercano; potevano darci un taglio senza rimpianti, la nuova sede della loro azienda - poco distante - sembra di un altro pianeta. Si sa che è lo sport nazionale, l’abbandono di capannoni, anche se ancora sani funzionali robusti e… brutti il giusto. Ammortizzati o no, si buttano via. Se entrassero in un cassonetto di PicenAmbiente farebbero ancora prima, a togliersi il pensiero.

        Ma i D’Auria no. Guai, la Fabbrica non si butta, non è etico. Piuttosto si trasforma, si reinventa, si fa rinascere, si fa rivivere. Ecco allora, proprio qui, spuntare il COTTON LAB - Scuola di Musica: aule, docenti, sale di prova e di ripresa. Spazi abbondanti ma calibrati e accoglienti per concerti, seminari, Master Class. Non solo Jazz, anche se la matrice è quella.  Vi hanno faticato e investito tanto, e il prodigio si è palesato da pochi mesi. Come nei migliori sogni a occhi aperti: dove sferragliavano le rotative, dove ancora senti sapori di carte e inchiostri, dove c’era lavoro “fisico”, nasce un luogo di cultura, di pensiero, di incontro e aggregazione, di svago “alto”.
         Un ECOSISTEMA MUSICALE” (il copyright è mio), per emozionare e sedurre…


 
       Mi chiedo perché un’operazione del genere - coraggiosa, certamente - non venga in mente anche ad altri, nel privato e soprattutto nel pubblico. Perché non si utilizzino - intanto risparmiando - gli spazi industriali rifiutati, che sono tanti, quelli buoni ma per mille motivi “inutili”: perché invece si continui sciaguratamente a costruire brutture pretenziose, esteticamente insostenibili;  ad invadere scempiandoli gli ultimi spazi verdi; a dissipare risorse tanto preziose quanto scarse; ad indurre falsi bisogni per consumi dannosamente inutili; a brigare per cementificare l’impossibile.

      Mi chiedo perché non recuperare l’esistente, facendone qualcosa di nuovo e creativo e necessario alla mente (dunque non Centri Commerciali, di grazia). Perché insistere come scemi in magniloquenti insensati progetti di GRANDI OPERE per piccoli cervelli, e non riqualificare invece i complessi desueti, le aree extraurbane dismesse, gli anonimi edifici industriali, attraverso progetti multifunzionali avanzati, coinvolgenti, di nuova utilità, di nuova “bellezza”. Questi manufatti sono risorse, non ingombri: nuova “materia seconda”. Hanno perfino un loro fascino, specie per scopi pseudo-abitativi.

    Iniziative che potrebbero pure “incrociarsi” con la STREET ART (di natura effimera e fortemente fenomenologica): facciate con sovrapposte immagini e figure di sorprendente effetto, che ne rinnovino e stravolgano la percezione. Ne verrebbe stimolata, immagino ma ne sono sicuro, la partecipazione pratica di studenti, di residenti, di emergenti artisti disposti a contaminarsi nel protagonismo creativo…
Mi sto allargando, quindi STOP.


 
      Avrei dovuto parlare di ORBITS, del concerto “futurista” dei fratelli Di Sabatino al Cotton Lab, ma stavolta passo. Oltre quattromila colpi di cassa (elettronica, pure invisibile) in un’ora mi hanno molto provato. Tapino, che neanche m’intendo di musica house, ma contento d’ esserci stato: ho certo imparato e apprezzato. Ascolterò con più pazienza il disco.
 
      E’ che al COTTON LAB si sta bene, e al venerdì sono quasi di casa…

PGC

sabato 19 novembre 2016

Ognuno ha le sue ragioni. Vincenzo Di Bonaventura e l'Esodo. Da Canale Mussolini di Antonio Pennacchi


   Capita di rado che il romanzo si sposi col teatro (normalmente accade col cinema, e gli esiti sono spesso infausti). 
   Il teatro di Di Bonaventura è una di quelle preziose rarità. La grande narrativa che con lui si fa scena assume voce e gesti e moti che ti inchiodano come talvolta fa la pagina scritta, quando ti risucchia al suo interno e sei suo, e non sai più lasciarla.
      L’attore-solista (“questo” attore) e il testo: quanto basta perché le figure di quella Comédie Humaine che è “Canale Mussolini” balzino dal romanzo con la forza di altorilievi su un nudo fondale.
       L’epica del romanzo si intreccia alla memoria dell’attore, che di quei tempi tragici ha scolpiti in mente i racconti famigliari intorno al fuoco (“ce le sentiamo un po’ addosso, queste reminiscenze di guerra e di morte”): il nonno ucciso in guerra in Macedonia, la violenza di un’Italia miserabile che non può assolversi, il sangue sparso senza ragione o soltanto - ed è la stessa cosa – perché “Ognuno ha le sue ragioni”, come nel romanzo risponde Adelchi, tornato dalle atrocità italiane in Abissinia - le stragi, l’iprite, la ferocia - in un discorso “pieno di sangue” e vuoto di senso, al candore del nipote che lo interroga. 
Italiani brava gente un cavolo, dirà Di Bonaventura.
      La famiglia padana dei Peruzzi, al centro del romanzo, è come moltissime altre danno collaterale della nuova politica economica di Mussolini nel ’26 (la “quota 90”): rovinata dalla perdita di quei terreni a mezzadria che erano "industria a mano" e trapiantata con migliaia di altri “cispadani” - nel Lazio, in quelle Paludi Pontine che il fascismo iniziava a bonificare, nostrano Eldorado e Terra Promessa, da nessun dio benedetta.
       La narrazione ha la plasticità della sceneggiatura filmografica, e come l’epica omerica è anche catalogo enciclopedico e compendio di saperi: dà conto con minuzia descrittiva - sorta di moderno scudo di Achille - di luoghi, ambienti, lavori (i razionali poderi dell’Opera Nazionale Combattenti, il Podere 517 della famiglia Peruzzi), perfino della costruzione del principale canale della bonifica, il canale “Mussolini” (di cui non ci viene risparmiata neppure la composizione dell’asfalto!); ricostruisce la marcia dal nord verso il sud, attraversamento di un nostro Mar Rosso da cui germinerà la nuova popolazione “veneto-pontina”; modella i riti di un lavoro duro e ostinato perché la terra deve imparare ad essere fertile. Intorno e dentro vi è la Storia: le guerre del Fascismo, la sciagura e la follia del potere, la tragedia di un’epoca e di un’umanità travolte.
      L’attore-solista assume su di sé l’io narrante della storia, e il linguaggio adotta le cadenze e i dialettismi di una popolazione tanto simile alla sofferente umanità verghiana quanto da essa geograficamente distante. 
Mimesi poderosa che trasforma l’attore nell’uno o nell’altro personaggio-chiave: è lo zio Pericle che con l’altro zio Temistocle giunge a Roma in bicicletta - una settimana in bici - per parlare col Rossoni (“siamo i Peruzzi di Codigoro”) e tutti e due finiscono in cella, pestati; è Adelchi che spara all’impazzata quando vengono a prendergli gli animali (perché ai Peruzzi, se gli tocchi quella piega dell’anima, quella piega si apre…); è il coro solidale delle famiglie dove i figli nascono a frotte perché si è poveri (“Per la fame. Siamo venuti giù per la fame”); è la nonna che sogna un manto nero, annuncio di sciagure, ogni volta che si compie un atto contro Dio; è la schiera delle sorelle e delle donne unite nella condanna di Armida, bella e poetica creatura segnata dalla colpa (“putana” e “bruta spórca maiala”).
      L’attore diviene per noi un tutt’uno con quel  filò che è grande narrazione e dramma corale: sulla scena egli è al tempo stesso gli uomini e le donne, gli animali e la terra, gli alberi e il paesaggio, gli spietati e i deboli, i vincitori e gli sconfitti, quelli che “la fiumana del progresso […] ha deposto sulla riva dopo averli travolti e annegati”.  Perché “ciascuno […] ha avuto la sua parte nella lotta per l’esistenza” (Verga).
      Volano le brevi due ore e il filò si conclude ormai; ma non vogliamo, ancora ci inchioda la narrazione, e l’attore ci attrae generoso con una delle scene più incredibilmente “dantesche” del romanzo: quella di Armida, moglie fedifraga del valoroso Pericle, la peccatrice che parla con le api - con le quali vive una simbiosi totale (“camminava per i campi col suo pancione e le api dietro”) - che è da queste salvata sul terreno zeppo di mine dove la ferocia degli uomini la spinge. 
      L’attore è ora egli stesso un’Armida di caravaggesca potenza, che muove un piede alla volta e le api la precedono e con le variazioni del loro strepito le fanno da metal detector; che, attraversato l’inferno, perde le acque, e le api sapienti su di lei ad asciugarle le gambe; che sotto l’albero, sfinita, partorisce il figlio della colpa, abbandonata dalla pietà degli uomini e circondata dalle api compassionevoli che avvolgono di se stesse il nudo neonato in un’amorosa calda coperta.
      Sacra rappresentazione, narrazione, spettacolo: una serata che ci rigira l’anima. Con questo Pennacchi, con questo Di Bonaventura.

Sara Di Giuseppe