martedì 27 settembre 2016

“Rewriting”. La mostra di Fabrizio Mariani al Centro Pacetti di Monteprandone


L’opera di Fabrizio Mariani si muove nello spazio di una vivace, poliedrica citazione culturale, sempre più raffinata. I temi che essa svolge vivono una ripetuta messa in scena dei voli di una forte fantasia tenuta desta da una serie di immagini che si distribuiscono sulle tele cavalcando egregiamente il detto e il non detto, il dicibile e l’indicibile. Sono figure, orme della vita che si va sminuzzando per trascrivere i reperti di esperienze distribuite con ironia ed amore, finezza ed invenzione. I colori e i temi ri-scrivono un percorso che si va svolgendo davanti agli occhi come una nuovissima natura-morta, stilizzata nelle forme che vanno dall’astratto alla figurazione volutamente dissimulata.
Brillano i colori tenui o forti in un racconto segreto e insieme rivelato, purchè lo sguardo incontri la dinamica fertile dell’artista e si lasci trasportare, quadro dopo quadro, fino all’installazione, per le vie gentili ed unanimi di un respiro poetico. Una sottile discrezione fa sì che i significati si lascino indovinare, ci lascino ricalcare i passi di un gioco narrativo che dona il suo respiro ininterrotto, che si scrive e si ri-iscrive in noi, in un ripetuto incontro col suo finissimo humour, che altro non chiede che di farci luce, di appartenerci.


La mostra, curata da Maxs Felinfer e dall’Associazione Culturale Seblie, è visitabile fino al 2 ottobre.


Enrica Loggi

Festival Filosofia. "Sassuolo è una mattonella". Gustavo Zagrebelsky e il Pluralismo Politico


Ormai il rettangolo di Piazza Garibaldi è quasi casa mia. Ci vengo solo al Festival, ma ne conosco ogni angolo: dove si soffoca e dove tira aria fresca, dove godi della migliore panoramica senza lo strazio di quella stecca di grattacielo simil-sovietico, dove da seduto puoi rileggere all’infinito le lapidi su Garibaldi che ti pare si faceva mancare, Sassuolo. Da tre lati vedi sempre l’orologio della torre, ottimo per controllare quanto dura una lectio magistralis. I bar e i negozi dal soffitto basso, i sobri portici con le tende marron, le bancarelle volanti di libri, l’infilata di persiane chiuse, le 5 via di fuga verso il paese che sta tutt’intorno. Ah, pure la giostra d’antan, bah.

Nei pomeriggi del Festival è fondamentale sapere come gira l’ombra: se sbagli ti cuoci, ti squagli, ti accechi. La lectio diventa infernalis. Quest’anno stavo per rinunciare a Zagrebelsky, perché alle 16,30 è inutile fare i conti, l’ombra nella piazza non c’è. Salvo quella della torre dell’orologio che scorre su 28-30 sedie (sempre diverse) e quella del triangolo sud-est, senza sedie. Allora, per forza, migrazione abusiva delle sedie: ombra per 18 disubbidienti. 
Abbiamo Zagrebelsky di profilo come una moneta, pazienza, l’importante è poterlo ascoltare.

Ma quasi non siamo riusciti a capirlo, Zagrebelsky, perché lungo i 4 (ombreggiati) corridoi sotto i portici è esploso presto lo struscio del sabato pomeriggio tra i tavolini affollati dei bar.
Un terribilio di gente, ragazzi dai jeans finestrati, brandiscono smartphone, tutti a parlar forte, scherzare, chiasso indiavolato.
Zagrebelsky all’inizio abbozza, finge di non sentire, finge di non distrarsi, ma non ce la fa. S’interrompe più volte, si gira, chiede rispetto, un po’ di quiete - mica attenzione - da quelli.

Noialtri 500 quasi ci vergogniamo, ma siamo impotenti, le orecchie doloranti, le teste fumanti per il poco che riusciamo a sentire e capire. La lectio langue. Zagrebelsky allora guarda il sindaco a fianco (che l’aveva introdotto evidenziando gli effetti turistici e commerciali [sic] del Festival), aiuto, pensaci tu. Macchè, quello sorride. [E dài, dì qualcosa tu sei il sindaco! - alzati, scendi un momento dal palco, cazzia i tuoi cittadini/elettori…]. Niente, quello sorride. [E dài, almeno telefona, a un assessore, a un consigliere, a un vigile, alla Protezione Civile…]. Niente, sorride, incollato alla sedia col Bostik, che forse si produce qui a Sassuolo.

Al malcapitato Zagrebelsky, che è un signore, non resta che tirare avanti faticando e sudando più di noi 500 che, un po’ ignorantelli, mal ci barcameniamo tra concetti filosofici rigorosi e complessi, concatenati in ragionamenti che richiedono concentrazione.

Dal Pluralismo politico al Multiculturalismo. Dalle Migrazioni ai Riequilibri. Dall’Universalismo kantiano all’Individualismo. Nomos universale e primato dell’individuo. I Diritti. Separazione, Integrazione, Interazione. Relativismo e Assolutismo. Assimilazionismo. La virtù reciproca della tolleranza. Non si deve essere tolleranti con chi è intollerante all’interno e all’esterno della propria comunità. Se si tollera la violenza interna non si può imporre la tolleranza dall’esterno. La convivenza pluralista è da sempre un progetto. Bisogna educarci al multiculturalismo fin da bambini… (…). Senza fatui ottimismi.

Tempo scaduto. Soffocati perfino gli applausi, dalla bolgia circostante. E il sindaco sorride.

Torno scontento alla macchina, metto in moto e riparto. Penso, come sarà bella l’A14… Ri-guardo Sassuolo all’incontrario, srotolo indietro la pellicola vista la mattina. Avvilente come dappertutto in Italia l’edilizia corrente, pure con quelle rotatorie pretenziose e quel palazzetto dello sport frutto di un incubo notturno del progettista. Più pena di tutto mi fanno gli immensi piazzali delle fabbriche, milioni di mattonelle in blocchi alti come case a due piani, coperti da veli di plastica verdina, azzurrina, grigetta. Una cosa esagerata. Sembrano quartieri di (grandi) mattoncini Lego in attesa di (grandi) bambini. Che non vengono, nessuno gioca, non c’è nessuno. Sono stock? Sono rimanenze? Sono normali accatastamenti di mattonelle in partenza per tutto il mondo? O stanno lì perché c’è la crisi? Sassuolo è praticamente accerchiata da mostri quadrati, chissà se ce la fa a respirare.

Poi penso che non c’è nessuno tra gli infiniti blocchi di mattonelle perché sono tutti in centro, in piazza Garibaldi, a respirare, a sfogarsi, a telefonarsi, a svivere  (direbbe il poeta Dimarti), altro che filosofia.

E capisco: se Sassuolo è una mattonella, per Sassuolo Zagrebelsky è un optional.

PGC

sabato 24 settembre 2016

Modena. FestivalFilosofia. "Aleppo brucia", la lectio magistralis di Andrea Riccardi


Ha spalle robuste, il solido tendone di Piazza XX Settembre, così da contenere il tanto pubblico che il diluvio caccia via da Piazza Grande (che grande è davvero, e incantata, con l’incredibile Duomo al suo fianco e la bella Ghirlandina parecchio pendente).
Pazienza. Gli dei si sa, invidiano e sono dispettosi .
Caloroso il pubblico, mostra di conoscere bene Andrea Riccardi: accademico, studioso, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, impegnato in una diplomazia parallela che ”lo ha portato a negoziare numerosi accordi di pace” soprattutto in Africa.
“Ho capito cos’è la pace a partire dalla guerra”, dirà iniziando. La guerra l’ha toccata la prima volta in Libano: campi di Sabra e Chatila, strage di profughi ad opera della milizia falangista maronita. Dal 16 al 18 settembre 1982, i morti furono da 1000 a 3.500 (non è mai stato accertato), erano palestinesi cristiani e palestinesi musulmani. Si parlava già allora di guerre di religione, ma le religioni - come anche oggi in Medio Oriente - sono solo l’armamentario ideologico che serve ad attizzare l’odio e attirare alle armi. Le religioni non sono armate, se mai sono “balcanizzate”.
Oggi avrebbe voluto parlare di Africa, dice Riccardi: ad esempio del Mozambico, due anni di negoziati senza interessi di parte, una storia di successo, era un altro mondo. Parlerà invece di Siria, non può evitarlo: troppo urgente incompresa inaccettabile, la realtà di una guerra che per 5 anni il nostro cinismo ha considerato “affar loro”. Troppo struggente e irreparabile la perdita di una civiltà raffinata come quella di Aleppo, città “dolce e liberale”, forse la più antica del mondo, passaggio della via della seta, patrimonio dell’umanità che con “levigata sapienza” (Adonis) metteva insieme genti diverse.
“La guerra sta cancellando anche la memoria storica”: Aleppo è morta, la Siria è finita, diceva – ed era ancora un anno fa! - Armen Mazloumian, proprietario dell’oggi distrutto Hotel Baron: vi alloggiarono Ataturk e Lawrence d’Arabia, e Agatha Christie, perfino Pasolini durante le riprese di “Medea”.
C’era del fosforo ad Aleppo: oggi ve lo riportano le bombe.
Era laboratorio di vita comune: ebrei, musulmani, cristiani… Se la qualità della vita delle minoranze è un indicatore di pace, è sinistramente eloquente che - nonostante “noi ebrei siamo quelle minoranze che coesistono sempre” (scrive Miro Silvera che lì è nato) - l’ultima famiglia ebrea sia stata evacuata da Aleppo nel 2015.
Restano gli scheletri dei palazzi dove la gente ancora sopravvive, dove “i cani randagi si contendono un osso di tibia”: “una guerra del secolo scorso” racconta Francesca Borri (“La guerra dentro”), i cui combattenti si insultano mentre si sparano da vicino, con baionette ottocentesche, “una guerra metro a metro, strada a strada, e fa paura”.
Spaventoso il numero dei morti – sempre difficile il calcolo delle stragi – e almeno 20.000 gli scomparsi nelle prigioni di Assad; crollata d’improvviso l’aspettativa di vita, da 70 a meno di 50. Aleppo sta bruciando” scrivono oggi da laggiù, e si aggiorna di ora in ora la contabilità della catastrofe, “la peggiore crisi umanitaria dal tempo della seconda guerra mondiale”.
“La comunità internazionale si è svegliata solo ora  - scrive il poeta siriano Adonis - dopo quanto è accaduto a Parigi. Con 10 anni di ritardo. La colpa maggiore dell’occidente è di esser stati in silenzio di fronte alla devastazione dell’ Iraq e della Siria, due paesi che sono all’origine della nostra civiltà”. Settarismo, idiozia dei potenti, intreccio di interessi, obiettivi non chiari delle potenze locali, indifferenza dell’occidente, opinioni pubbliche disinteressate e distratte, hanno perduto Aleppo.


Le parole di Riccardi sono scosse elettriche: si è lasciato che tutto questo accadesse, nessuno è innocente, e forse dovremmo uscire dal luogo comune di noi italiani-brava-gente.
Nessuno ha avuto interesse a salvare Aleppo. Il mondo ha ignorato la ribellione interna soffocata nel sangue, si è fatto sì che i conflitti interni si radicalizzassero, che entrassero in campo forze legate ad Al Qaeda e gli opachi interessi delle potenze locali - Iran, Arabia Saudita – pur nella consapevolezza che i conflitti non si isolano chirurgicamente: semmai si mondializzano, deflagrano devastanti e producono migrazioni bibliche. Vi è oggi inoltre una separazione crescente nelle nostre coscienze, che ci fa percepire noi stessi lontani dagli altri, da quelli che vivono e muoiono nei teatri di guerra. Loro i barbari in guerra, noi l’Occidente.
Aleppo non è stata salvata perché salvarla avrebbe significato che abbiamo capito cos’è la pace: non l’abbiamo capito, è mancato un realismo di pace che componesse gli interessi in campo, e abbiamo scelto la guerra, ma la guerra è un inganno.
Come agire, si chiede Riccardi, che fare, se abbiamo perso anche la capacità di indignarci
Occorre recuperare l’impegno civile, e questo si nutre di cultura: aumentare il livello di cultura geopolitica è fondamentale alla comprensione di ciò che accade (indispensabile oggi come conoscere l'inglese) e per evitare chiavi di lettura di tipo moralistico; occorre diffondere la passione, specie in un oggi in cui le periferie cittadine hanno cessato di essere luoghi d’incontro e di impegno civile, e i movimenti per la pace sembrano essersi estinti già dalla guerra in Iraq.
Ed occorre una politica comune europea. E’ necessario agire per la pace anche localmente, nelle odierne periferie atomizzate dove più facilmente si insinua il terrorismo. L’integrazione è una via possibile, e passa attraverso la cittadinanza: ma l’Italia che attende ancora lo ius soli, ne è lontana. Occorre un’opinione pubblica europea esigente: in mancanza, saremo sepolti dai nostri isolazionismi.
La diplomazia non basta se è lasciata ai suoi rituali, se non risorge l’interesse per la pace e l’educazione quotidiana ad essa, se non avanza la consapevolezza che nel mondo globale le guerre non si vincono e non si perdono. E l’azione di governi nel chiuso dei loro laboratori non basta se manca il dialogo con l’opinione pubblica e se da questa non proviene un forte movimento civile contro la guerra.
Occorrono la forza e la passione di sognare l’abolizione della guerra.

Sara Di Giuseppe

giovedì 22 settembre 2016

Modena. FestivalFilosofia. "Badate bene". La lezione dei classici: Giacomo Marramao, Leviatano


Giusto che con un gigante del pensiero e la sua gigantesca creatura, con Hobbes e il suo “Leviatano”, si apra un FestivalFilosofia dedicato all’ “agonismo”, tema declinato lungo i tre giorni in ogni possibile accezione: politica, esistenziale, etica, psicoanalitica, sociologica, sportiva e via agoneggiando.
Giusta la soddisfazione di organizzatori e amministratori per gli sforzi largamente premiati da partecipazione qualità e consenso. E però, come uno strumento stonato in una buona orchestra, emerge nelle esternazioni delle figure istituzionali il chiodo fisso delle “ricadute positive”: visibilità, economia, commercio, e non-c’è-un-posto-libero-negli-hotel… Ahinoi, se cultura si mescola a visibilità e commercio, e l’imprudente confusione è assunta a indicatore di crescita culturale…
Ma oggi, giornata prima e prima conferenza del Festival, il ragionare incalzante e rigoroso di Giacomo Marramao intorno all’agonismo della riflessione politica hobbesiana rende impossibile ogni distrazione.
Così, quel suo caratteristico intercalare - badate bene - è richiamo certamente superfluo, perfino per i 6/700 liceali che occupano metà del tendone di Piazza XX Settembre, attenti nonostante i 6/700 smartphone sguainati (di ultima generazione, s’intende): più dello sguardo dei prof, più della pioggia maledetta fredda e greve che frustra clandestine velleità di fuga, più di tutto potè il calamitante argomentare dell’oratore.
Perché è subito chiaro che il Leviatano di Hobbes, Libro occasionato dai disordini del tempo presente”, proviene da un mondo - pur distante nei secoli - molto simile al nostro, e dal quale nasce quella teoria della sovranità moderna che Hobbes per primo elabora in un modello sistematico.
Nella nuova immagine di realtà prodotta dalla rivoluzione scientifica galileiana, all’indomani della Pace di Westfalia (1648) che conclude la Guerra dei Trent’anni, e mentre il Navigation Act (1651) traccia la linea di una supremazia inglese sui mari, il filosofo riflette sulla possibilità dello sconvolgimento di una guerra civile dal connotato politico e religioso che gli appare imminente. La nuova idea di sovranità nasce da qui, ed ha alle spalle la scena della (prima) decapitazione di un sovrano, Carlo I Stuart (1649). Nessuna potestà può essere affidata alla sovranità dinastica: il solo potere legittimo è quello che scaturisce dal patto, imposto dalla necessità di superare lo stato di natura in cui l’uguaglianza di tutti contiene in sé i germi mortali del conflitto.
Lo ius omnium in omnia - il diritto di tutti ad avere tutto - infatti, unito all’illimitatezza del desiderio e alla spinta ad acquisire tutto il possibile - beni materiali ma anche simbolici come gloria e potere -  fa sì che dall’uguaglianza dello stato di natura scaturisca una permanente condizione di homo homini lupus (pur sottolineando, Marramao, l’infondatezza del sintagma plautino, essendo la specie umana la sola e unica capace di scatenare guerre intraspecie, anche di sterminio).


La costruzione dell’ordine è dunque necessaria al superamento del conflitto insito nello stato di natura. Nel dispositivo hobbesiano - ripreso poi dalla filosofia del ‘900 - il patto nasce dalla destituzione dello ius omnium in omnia, dall’alienazione di tutti i diritti posseduti in natura ad un terzo, ad un “sovrano”, sia esso individuo, assemblea, parlamento, o altro. Il Leviatano è creazione artificiale il cui potere ha come condizione necessaria l’essere indiviso e assoluto - legibus solutus - e come tale comprendente il monopolio della violenza legittima così come delle fonti del diritto.
La conservazione della pace è la finalità del patto che la moltitudine stringe con il “sovrano”, il cui potere è tuttavia nullo senza la potenza di coloro che lo hanno delegato. Se il patto viene meno, e se il potere divenuto tirannico minaccia la vita stessa dei cittadini e l’ordinata convivenza, la ribellione è un diritto di natura. Il potere del Leviatano è dunque il nostro (per questo, sottolinea Marramao, Hobbes non può dirsi - a dispetto dei numerosi fraintendimenti - un pensatore “di destra”) e il commonwealth, il bene comune, è il suo scopo.
Nel passaggio dalla beluinità dello stato di natura al calcolo e alla razionalità del patto, entra in scena - è lo storico Carlo Ginzburg ad acutamente evidenziarlo - la più forte e incoercibile tra le passioni, la Paura.
A un secolo dalla teoria politica del Machiavelli, in cui solo coraggio e virtù regolano il conflitto e la paura occupa un ruolo marginale nella civitas machiavelliana, è ora il bisogno di protezione - nella svolta antropologica determinata dalle guerre di religione - a giocare il ruolo determinante. Esso è elemento costitutivo anche delle democrazie moderne, ma nell’odierna conflittualità, nella nuova forma di soggettività che Marramao chiama il conflitto-mondo (dove, dirà, abbiamo giovani che si danno la morte pur di provocare il peggior male possibile), la dottrina hobbesiana della conservazione non fornisce risposte e difficilmente si inserisce nella realtà del mondo globale.
La densissima lectio non trascura il riferimento alla prospettiva escatologica (il Leviatano si risolverà quando arriverà il regno di Dio), al rapporto con la religione (paura e soggezione, alla base dell’assolutismo politico, sono gli stessi elementi su cui ha trionfato la religione), e tocca infine ricerca iconica condotta da Carlo Ginzburg (in “Paura reverenza terrore”) sull’ambivalenza dei diversi frontespizi dell’opera.
Sempre più chiaro emerge nel progredire della lectio che il mondo del Leviatano ha importanti elementi di contatto con il nostro, e che disorientamento e terrore appartengono anche al sentire odierno. Per questo, gioverebbe sottrarci talvolta al fragore tecnologico, “al rumore incessante delle notizie che arrivano” e assimilare l’idea che “per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco, oppure a distanza, come attraverso un cannocchiale rovesciato” (Ginzburg).  Badate bene

Sara Di Giuseppe

venerdì 2 settembre 2016

Don Chisciotte contro i treni. Il capolavoro di Miguel Cervantes, con Vincenzo Di Bonaventura attore solista



“Don Chisciotte contro i treni” potrebbe essere un’adventurosa variante del celebre romanzo.
Certo è che il Nostro deve averli molto spaventati, se stasera ne sono passati solo tre, invece dei soliti cinque o sei.
Eppure più impressionanti dei mulini a vento, e veloci come frecce anziché immobili, e minacciosi e sferraglianti anziché misteriosi e silenti come i “giganti”. Davvero terribili.

      Eh, già, nel ‘600 in Spagna c’erano i teatri e altre cose, i treni ancora no… Neanche la fantasia di Cervantes poteva immaginarsi cotanta tecnologia.

      Ma noi abbiamo il nostro Vincenzo Di Bonaventura - attore solista che stasera, in un’ora scarsa, magheggia con tutta la complicata umanità dei due personaggi principali, scava nei caratteri pensieri sentimenti coraggi paure fantasie sogni generosità egoismi debolezze solitudini speranze stranezze passioni amori follie slanci bassezze… Vivi e vicini, attuali, contemporanei. Quelli ci appaiono fotografie di noi, sono i nostri Totò e Peppino, i nostri Alberto Sordi del ‘600.


      

           Senza trucchi senza inganni, senza luci aggiuntive oltre i punitivi neon da Ufficio del Catasto (o da ex Dep. Ferroviario), niente microfoni, musica, comparse, aiuti. E sono botte vere (non quelle che prende, che è come le avesse prese davvero) ma quelle calate col potente bastone sui legni del “palcoscenico”, sul cemento e sulle scale, sulle ringhiere esterne - sui treni no perché sono scappati - e sui muri di questa improvvisata “locanda” che Don Chisciotte crede sia un castello: dove alla fine noi 30 si mangia tutti insieme pane e prosciutto di campagna e si beve passerina sublime, per chiudere in amicizia il ciclo di spettacoli estivi.

      Chissà cos’altro ci riserverà ottobre, e dopo ancora. Sarà sempre fulminante. Sarà sempre il martedì.

      I treni sono avvisati.

PGC