martedì 27 ottobre 2015

Le t-shUrT dei "marziani" uttiani per il 50


Lo stile è quello inconfondibile di Francesco Del Zompo. La rarefatta atmosfera uttiana è quella di sempre. Per il numero 50, "NOI", UT mette sul mercato addirittura tre diverse t-shUrT con tre grafiche differenti: il logo del nono anno di vita, il classico UT e "annunciazione, annunciazione" che sostituisce la classica e ormai obsoleta presentazione. Inutile negarlo, acquistando una t-shUrT si sostiene la rivista, ed è questo l'obiettivo che vorremmo raggiungere, un po' di tranquillità.
Coloro che intendono sostenerci (a prezzi modici), potranno farlo acquistando in un unico blocco, la rivista, la t-shUrT e il sottobicchiere in fase di avanzata elaborazione a 25 euro. La sola t-shUrt a 13 euro. NOI ci siamo. E voi?

giovedì 22 ottobre 2015

“La homa elemento”. La mostra di Andrea Ciresola recensita attraverso una lettera al gallerista Franco Marconi. 27 settembre – 24 ottobre

Caro Franco, la mostra recente di Andrea Ciresola mi ha colpito immediatamente, il giorno che sono venuta a trovarti, e l’ho amata di getto. Ho sentito la leggiadria dei colori, l’immediatezza delle immagini, la loro amena singolarità, e mi sono detta: ”Ecco la pittura!”.
E’ stato bello girare per la tua Galleria dove tutto è sincero e segreto, e l’occhio dell’Artista osa oltre la stessa provenienza dell’oggetto ritratto. E tutto ciò che rimane nello specchio della tela è la pura visione incontaminata, l’invenzione della realtà. Si tratta di una realtà vicinissima, che forse ci raggiunge ancor prima di essere ritratta, e gli strumenti dell’Artista sono occhi che indagano, nella perfezione dell’oggetto, nella sua rarità. Quello che vediamo vuole essere immagine di quello che è, ed anche di più. L’unicità degli oggetti prescelti ci parla di una vita che diventa colore, di un colore che rasenta l’apparente astrazione per tramutarsi in verità vissuta. Il silenzio degli oggetti dipinti, la loro solitudine al centro di un paesaggio che fa pensare alla pittura di Hopper, il loro poggiarsi quasi smentendo tutto il resto, alla Marcel Duchamp, il lasciarsi guardare e riconoscere per ciò che di originalissimo c’è in una bicicletta o in una tubatura, oggetti ripescati là dove nessuno guarda, il testimoniarsi attraverso la vivezza del colore che s’impone agli occhi suscitando un’inedita bellezza, in un paesaggio vagamente triste.
Tutto è detto vivacemente, e sembra faccia parte di un arcano che l’Artista svela mentre sogna ad occhi aperti, tenendoci per mano ad ogni quadro, per fare nostra la sua lettura, partecipando a quanto rimane dell’immagine, dopo aver fronteggiato la sua poesia. Così si resta lieti perché ogni “visione” rimanda ad un interrogativo che è un’esistenza, un calore, un segno che vediamo passarci davanti e sfiorarci mentre sostiamo in una luce perfetta e sentiamo di ringraziare per quanto ci viene offerto senza mediazioni, semplicemente affermandosi là dove possiamo ancora trovare lo specchio impeccabile della vita.


Enrica Loggi

martedì 20 ottobre 2015

L'albero della vita eterna. [Il Giubileo all’EXPO invece che a Roma]

Ora che sindacomarino l’han fatto fuori e di botto arrivano a palate i soldi per il Giubileo (prima non c’era una lira), perché buttare milioni di euro in quella Cloaca Maxima che è l’Urbe? Dato che il Papa non sta più ad Avignone da un pezzo, purtroppo, e il Giubileo s’ha da fare qua, con le sacre casse vaticane a rimpinguarsi a spese nostre, almeno facciamolo all’EXPO di Milano, dove è tutto pronto e si risparmia sicuro. Chiuso quello il 31 ottobre, ci sono ben 38 giorni per ripulire del cibo andato a male, piazzare madonne di vetroresina lungo il Decumano, crocifissi e santi agli incroci, trasformare in chiese qualche padiglione – chessò, di Emirati Arabi, Iran, Kyrgyz – truccare da Basilica di San Pietro l’esterno del Padiglione Italia, fare scorta di ostie biologiche (cibo anche quello). Cosucce da poco. E l’8 dicembre Francesco apremagno cum gaudio.
      Milano è meglio, date retta. Ci s’arriva facile, è vicino alla Svizzera (e pure ad Avignone, hai visto mai che…), lontano dai Casamonica.
      E poi, tutti quegli spazi brutalmente cementificati dell’EXPO almeno si utilizzano ancora per un anno. Dopo, si asfalta tutto: voilà un’immensa spianata per adunate papali, con pista d’atterraggio per l’Air Force Renz.
      Risparmiamoli, ‘sti 400 milioni di euro. Spendiamone solo due-trecentomila per trasformare l’Albero della Vita in un bel cipressone. MAPEI misericordiosa ci sta già pensando.

PGC

sabato 10 ottobre 2015

"Ritorno alla vita - Every Thing Will Be Fine". Wenders ritorna al cinema

Dopo diversi film deludenti, Wim Wenders trova la sua ispirazione con un film all’apparenza modesto, ma estremamente ambizioso, una sorta di melodramma ovattato e misterioso girato in 3D. Con questo ultimo film Wenders continua il suo percorso artistico, ribadendo la sua fede nel potere del cinema di esplorare i misteri dell'animo umano.

Negli ultimi dieci anni, il cinema di Wim Wenders aveva preso un corso sinuoso, allontanandosi dai temi dei suoi primi film, causando non poche delusioni tra i suoi fan, o semplici spettatori, che amavano le sue opere ricche e varie, alcune incoronate come indiscussi capolavori. Per riassumere, quindi, lo "Stato delle cose", il regista negli ultimi anni sembrava sempre più a suo agio solo nel documentario, che lo ha portato ad alcuni acclamati lavori come “Pina” nel 2011, o il recente “Sale della Terra”. Per contro, Wenders sembrava non trovare più un suo posto nei film di fiction dopo lavori deludenti, come “Palermo Shooting” del 2008 o “Do not come knocking” del 2005, quest’ultimo accolto freddamente a Cannes e nelle sale. Era quindi con una certa preoccupazione che si aspettava questo ritorno alla fiction del regista tedesco alla Berlinale con il film “Everything will be fine” tradotto, come sempre malamente, in italiano, “Ritorno alla vita”. E la sorpresa è stata grande, perché con questo film abbiamo ritrovato un Wenders rigenerato, certamente molto diverso da quello dei suoi film cult degli anni Ottanta, ma ancora una volta in possesso della sua arte narrativa, dell’atmosfera e della sua personalissima sensibilità. Diversi sono i fattori, alcuni abbastanza nuovi, in grado di spiegare questo ritorno e questo successo; tra questi il primo è lo sceneggiatore-scrittore, l'altro il direttore della fotografia. Lo scrittore si chiama Bjorn Olaf Johannessen ed è l'autore dello script che di per sé è già un evento nel cinema di Wenders, visto che è sempre lui stesso lo sceneggiatore e l'autore del soggetto originale. 
Il tema di fondo della storia non potrebbe essere più semplice. In Canada, un giovane scrittore, James Franco, in crisi di ispirazione, dopo una discussione al telefono con la sua compagna dalla quale non vuole o non può avere figli, uccide un bambino in un incidente di cui non è in alcun modo responsabile. Inizia per lui una discesa agli inferi, seguita da un risveglio che lo porta al successo sia letterario sia nella vita privata trovando l’amore tra le braccia della sua editor entusiasta del suo manoscritto e già madre di una bambina. Questa storia semplice e lineare, è sviluppata da Johannessen in modo sottile e complesso. Il racconto si muove su una linea del tempo di oltre un decennio e ogni sequenza temporale si conclude come una storia autonoma che costringe lo spettatore a colmare le lacune nella narrazione. Wenders, molto sottilmente, non traccia il passaggio del tempo sui personaggi che nel corso degli anni non invecchiano. Niente trucco quindi, solo qualche modifica sulle acconciature, gli occhiali, e altri capi di abbigliamento. Solo i bambini crescono e cambiano. E i bambini, usati come parametri di riferimento per il tempo, sono anche il paradosso, dal momento che Tomas, lo scrittore, non può averne e sarà circondato nella sua vita solo dai figli di altri. Tomas non può che essere un surrogato di padre, mentre suo padre stesso è un uomo in declino, deluso dalla vita e sempre più estraneo a causa della demenza che lo ha colpito in vecchiaia. Le tre donne che segnano la storia di Tomas hanno figli di cui nulla si sa dei loro padri. Questa estraneità, mai spiegata durante tutto il film, è accompagnata dalla magnifica ambientazione: un insolito Quebec, dove si parla solo inglese e che sembra essere diviso in due centri: Montreal, quasi irriconoscibile, e un villaggio vicino al fiume dove si accede solo con un traghetto.
L'altra novità nell’universo di Wenders è il direttore della fotografia scelto per questo film. Sappiamo quanto questo ruolo sia essenziale per il cinema di Wenders ricordando la sua lunga collaborazione con Henri Alekan. Qui la scelta è caduta su Benoît Debie, che in precedenza aveva lavorato sui film di Gaspar Noé e più recentemente su “Lost River” di Ryan Gosling. E’ solo un giro di parole per dire che il suo lavoro è ancora una volta straordinario, tanto più che Wenders ha scelto di girare in 3D. Questo formato, che ha usato in maniera eccellente per il suo documentario su Pina Bausch, può sembrare incongruo su un film che racconta un dramma intimo. Invece, il risultato è brillante e perfettamente giustificato. Aiutati dal 3D, Wenders e Debie riescono a creare un mondo mutevole e incerto, perfetta trasposizione della psiche di Tomas. Wenders, per tutto il film, moltiplica i riflessi, le immagini nelle immagini, fotografando i suoi protagonisti in un materiale filmico in continua evoluzione, senza che ci sia in tutto il film un’inquadratura fissa. Lentezza dei movimenti e permanenza, riflessioni, sfocature, fiocchi di neve si combinano per significare che Tomas, nonostante il suo successo letterario, ha costruito la sua felicità personale su un terreno psicologicamente instabile, che alla fine dovrà risolvere. Come si affronta un lutto e soprattutto come perdonare? Come si può accettare che una tragedia sia servita da trampolino per la nascita di un vero talento? Per non parlare del paradosso principale e il nodo tragico della sua storia: un uomo che non può avere figli scopre e rivela il suo talento artistico solo dopo aver accidentalmente ucciso il figlio di qualcun altro.
Nel corso del film, ci sono tutti i grandi temi "wenderseniani", infanzia, questioni di fede e misticismo, creazione artistica, vagabondaggio interiore, toccati forse in tono minore, come quello usato dalla colonna sonora originale di Alexandre Desplat. La bellezza del film è anche probabilmente in questa forma di discrezionalità, che si riflette nella recitazione di tutti gli attori - e delle tre donne in particolare, una sorta di magico girotondo attorno al quale rimane chiuso il protagonista costretto ad accettare un confronto reale, nel corso di un "faccia a faccia" finale che si rivelerà decisivo.

Regia Wim Wenders. Sceneggiatura Bjorn Olaf Johannessen.  Fotografia Benoît Debie. Colonna Sonora originale Alexandre Desplat
Con James Franco, Charlotte Gainsbourg, Rachel McAdams, Marie-Josée Croze, Patrick Bauchau. 


Antonella Roncarolo

domenica 4 ottobre 2015

“Continuerò a cantare”. La nuova raccolta poetica di Carlos Sànchez. Quando una grande poetessa incontra un grande poeta

Si è svolta sabato 3 Ottobre alla Libreria Rinascita di Ascoli Piceno la presentazione dell’ultimo libro del poeta argentino. 
Quelli che seguono sono i miei sinceri appunti di lettura, con cui ho introdotto l’incontro.
Sfogliando man mano i libri di Carlos mi sono ritenuta fortunata perché quello che la mia bocca può dire è riposto nello scrigno di questo e degli altri libri, e si annuncia pagina per pagina come un percorso fluviale dove l’acqua delle parole sgorga senza far rumore, diventa idea, diventa mente.
Si frantumano le parole in esili versi, che avanzano, come i passi di questo hidalgo, cadenzati, diffusi in una casa che immaginiamo vicina alle nevi dei monti. Una storia nella storia, un rifrangersi di luci ed ombre.
La poesia entra, come una ballerina russa, dal vano di una finestra, in un brano che ricorda Chagall. E veramente a un dipinto di Chagall somiglia questo far versi, popolati di cose anche minime, sospese nell’aria in cui Carlos si muove. Un aquilone è il verso di Sànchez, librato nel vento. Pieno di colori e guidato da una mano bambina, sotto un cielo amato e dimenticato, nel filo esile che porta le parole ad abitare questo cielo, poi a dissolversi come creature della fantasia, passare per un attimo davanti agli occhi, al cuore per lasciarci sulla terra a cercare di moltiplicare le nostre visioni.
Ci sono alcune poesie in cui Carlos prende quasi le distanze dal presente, è come un esercizio spirituale quello di reggersi altalenando e guardando le cose da un angolo segreto, e pare anche che tutti questi scritti non ci abbiano ancora detto tutto. Ma in questo nuovo silenzio eloquente, in questo camminare giorno per giorno, sta la Grazia che il poeta aspetta e a volte rincorre.



Enrica Loggi