martedì 16 luglio 2019

BOLLANI sott'olio

SPOLETO62 FESTIVAL DEI 2MONDI 2019

STEFANO BOLLANI (pianoforte) e HAMILTON DE HOLANDA (bandolim)
ON TOUR

SPOLETO - Teatro Romano    13 luglio 2019  ore 22

BOLLANI sottolio


Sotto un olio speciale, si capisce: OLIO MONINI. Non solo, come si dice, eccellenza del territorio (umbro e nazionale) - dire Olio Monini è come dire Pasta Barilla - ma anche official sponsor del Festival, proprietario di Casa Menotti, la Fondazione Menotti riconosciuta come Istituzione Culturale fondamentale per Spoleto Festival Monini è il Festival. 

Questanno il prestigioso Premio Monini Una Finestra sui Due Mondi è stato assegnato a Stefano Bollani che è venuto a ritirarlo di persona, affacciandosi a salutare il pubblico come è tradizione  - ma oggi non è un po ridicolo? - dalla finestra di Casa Menotti che dà su piazza Duomo. 

E con loccasione ci ha regalato 2 concerti. 

Oddio regalato: 40 euro per un posto unico non numerato da conquistarsi sgomitando per stare poi rannicchiati sugli ultimi e penultimi gradini di cemento (!) del Teatro Romano allaperto. E posti riservati ai primi gradini (forse lì siedi senza avere le ginocchia in bocca) okkupati in clientelare anticipo sui fessi paganti dai soliti invitati: politici, giornalisti, amici, imbucati vari Tanti.

        Ma lincolpevole Bollani lo apprezziamo da sempre, lui per il popolo suona anche gratis: come domani a Dosso Vallonica, sui monti di San Severino. Lo stesso ON TOUR con Hamilton De Holanda al bandolim. 

E lesosa Spoleto, che per ogni mal organizzato evento del suo bel Festival si è messa la maschera. 

        Bollani lo stimiamo da sempre. Non solo per la bravura, il talento ecc., ma perché riesce a farci piacere qualsiasi musica e anche non-musica, perfino i rumori, semplici o complicati che siano. [ce ne ha dato un piccolo esempio ieri stesso, tamburellando sui legni dello Steinwey, sulle sue corde a riposo, sul leggio]. 

Non esiste cioè, come scrive in un libro, che un indiano fissato (per sua cultura) di musica indiana resti annoiato o insensibile allascolto della commovente per noi occidentali Yesterday, se la suona lui. O che, viceversa, un napoletano verace inorridisca di fronte alla musica piena di rumori e cose buffe o strane di un John Cage, se lesecutore è lui, Bollani.

         Ieri Bollani si è buttato sul Brasile. Che già (superficialmente) ci piaceva, ma con la complicità di Hamilton de Holanda è stata unaltra cosa. A parte che noi tapini ci aspettavamo che il bandolim fosse una specie di bandoneon, non quella miracolosa chitarretta. Poi, quel ricordo di Joao Gilberto

E filato liscio come lolio, il concerto. Tuttavia, poiché è pur sempre il Festival dei 2Mondi, avrei preferito non scadesse nel troppo popolare, avrei preferito ancora vero Brasile al posto delle stucchevoli Reginella, O Sarracino e le chiamate al pubblico a battere (malamente) il ritmo

Tutto troppo preparato, confezionato in ogni particolare, poco spontaneo, bis e standing ovation compresi. Sono mancate la gaiezza e le fulminanti improvvisazioni alla-Bollani, i rischi trascinanti del jazz, le piccole rivoluzioni, i sussulti alati, la seduzione della musica.

Un concerto troppo simile a un disco, un Bollani sottolio perchè - come i cibi sottolio - un po carente di vitamine, di sostanze nutritive fresche, di sorprese gustose, improbabili, fuori ricetta. Un prodotto (già cotto) eccellente, fatto di ingredienti sani e sicuri, da poter consumare (ascoltare) anche differito, quando ne hai voglia o fame, quando ti pare. Basta aprire il barattolo con la linguetta, ruotare il coperchio del vasetto di vetro. Voilà Bollani ON TOUR, sottolio doliva Monini, Spoleto - Italy. Tranquilli, non scade. Tranquilli, non farà mai clic, non sarà mai sfiatato. Rimarrai corroborato. Non è una pubblicità.


PGC - 14 luglio 2019


domenica 14 luglio 2019

L’infinito di Pina Bausch

SPOLETO62 FESTIVAL DEI 2MONDI 2019
“Ricordando Pina Bausch”

Con Lutz Förster e Leonetta Bentivoglio

Sala Pegasus (ex Chiesa di San Lorenzo) - 7 luglio 2019  h12


L’infinito di Pina Bausch

        Infinito
è l’orizzonte dei temi che percorrono l’opera di Pina Bausch, infinita la tavolozza delle emozioni che ogni suo lavoro maieuticamente estrae dai danzatori per farne linguaggio e materia dell’azione scenica.
       Di questo e di molto altro ci parla Lutz Förster - interprete storico di quelle creazioni e oggi direttore artistico del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch - durante l’incontro-intervista nel decennale della morte dell’artista: Pina sarebbe stata a Spoleto per il Festival, in quell’estate del 2009 se la morte non l’avesse sorpresa, invece, portandola con sé nell’ultima danza.

       Risponde con teutonica misura, Lutz, alle fluviali domande della scrittrice (“arginate” e decodificate dalla brava traduttrice con sicuro mestiere) e disegna con illuminante vivezza l’universo complesso e rivoluzionario che a partire dagli anni ’70 si coagulò intorno alla scuola della Bausch e ad una concezione artistica che fu soprattutto ricerca: intorno al corpo - “problematico simbolo di una condizione puramente umana” e pertanto incompleta e deficitaria, in perenne ricerca di una felicità perduta - e alla connessione strettissima di questo con l’interiorità.

        Förster ripercorre il processo creativo quasi psicanalitico attraverso il quale la coreografa costruiva il materiale scenico del suo teatro-danza che, abbattendo ogni artificio o convenzione teatrale, partiva dagli interpreti stessi: danzatori-attori ma per questo anche “autori”.
Nel rispondere alle domande e sollecitazioni della Bausch essi attingevano infatti ad emozioni, memorie, frammenti di vissuto: da questa “preziosa materia prima teatrale”* veicolata dal corpo come principale strumento espressivo, scaturiva l’opera in tutta la sua suggestione evocativa, metaforica, emotiva, in tutta la sua spettacolare “interdipendenza di elementi corporei, visivi, sonori”.
Teatro sinestetico per eccellenza, è stato definito, per questa comunicazione tra i sensi e per le “suggestioni multiple” da cui la creazione si originava.

       Gli Stϋcke, o pièces, della Bausch ci dicono che tutto può essere danza, e tuttavia la tecnica, quella di derivazione accademica – come spiega Lϋtz anche ricorrendo a fulminanti aneddoti – restava per i danzatori imprescindibile strumento di lavoro e base di una poetica espressiva che si completava poi attraverso il gesto, la parola, il suono, la musica: ciascun linguaggio concorrendo a comporre il mosaico di una creazione in cui anche lo spazio, gli oggetti di scena, i colori, i suoni, la voce, le percezioni sensoriali “agiscono “ non meno dei danzatori (il cui ruolo è ridefinito dal neologismo “danzattori”). Al centro è sempre il corpo: se è vero che “possediamo un corpo e al tempo stesso siamo un corpo” quello del danzatore è più di altri veicolo di significati, espressione di sensibilità, contesti, culture, dunque “corpo sociale”.

        Il ritratto dell’artista così come emerge a tutto tondo nel ricordo di Förster  - dall’architettura complessa del suo teatro-danza all’empatia che tutta intera trasferiva sulla scena e nei suoi danzattori - è lo stesso che ritroviamo, dopo l’intervista, nei quaranta minuti di proiezione di quel suo Café Mϋller (1978): “opera manifesto”, ipnotico Stϋck destinato a diventare classico contemporaneo e “squarcio d’arte” impresso nella memoria collettiva.
        Nel surreale caffè vuoto, dal dominante bianco e nero, nel rarefatto silenzio violato dal tonfo lugubre delle sedie che precipitano confusamente a terra, lo spettatore sperimenta una dimensione onirica dove tanto i corpi quanto gli oggetti - sedie, tavoli, porte, pareti - sono strumenti comunicativi, trasmettitori di tensioni e dinamiche continuamente in bilico fra moto e stasi, accelerazione e decelerazione. Le emozioni deflagrano nel compulsivo incontro/scontro di figure enigmatiche, di personaggi che come sonnambuli sembrano trascinare una sofferenza ancestrale, il cui silenzio si frantuma a tratti nella disperata malinconia delle note di Henry Purcell (The Fairy Queen; Dido et Aeneas).
        Il corpo severo quasi scarnificato della Bausch disegna in solitudine una geometria del dolore e dell’abbandono, ai margini di una scena i cui interpreti riproducono con ossessiva reiterazione “il teatro dei rapporti umani”: labirinto di solitudine e alienazione, di gesti e dinamiche destinati a non compiersi fino in fondo e a ripetersi in ostinata incompiutezza; universo espressivo ed emozionale continuamente trascolorante dalla realtà dei corpi all’intimità delle passioni, dal particolare all’universale.
        Scava irresistibilmente nell’io profondo, il Tanztheater di Pina Bausch, affonda lo sguardo nel magma dei sentimenti e nella violenza delle pulsioni, in moti ed emozioni che forse non sapevamo di avere; ed è materia umanissima ed eterna che ci scuote, ci interroga e sollecita nella sua inesausta profondità; quel linguaggio, rivoluzionario allora e oggi più che mai contemporaneo, dopo il quale la danza non è più stata la stessa, è qui a dirci - soprattutto - che l’uomo è ciò che lascia di sé**.


*in “P.Bausch. Teatro dell’esperienza, danza della vita”, E.G.Vaccarino, 2005
**Henry de Montherlant

Sara Di Giuseppe - 12 luglio 2019




venerdì 12 luglio 2019

Ripa come Roma

        RIPA COME ROMA: non solo suona bene, è la verità. E lallegata foto è ottimistica, ci sono situazioni peggiori, anche nel centro urbano. La raccolta differenziata qui non funziona, non ha mai funzionato né potrà mai funzionare, se non si adottano rimedi urgenti. Ma nessuno se ne cura.

        RIPA COME ROMA lha detto un romano di passaggio, uno che se nintende, uno che magicamente sè trovato come a casa sua, mha pure chiesto se in giro avevo visto Zingaretti, o la Raggi

          RIPA COME ROMA non è uno scherzo, ormai è unabitudine e una condanna. 

Non basta pagare la raccolta al massimo consentito, non basta denunciare ripetutamente il cronico disservizio allAmministrazione e al Sindaco/ai Sindaci/al Commissario con telefonate, lettere, mail. Neanche rispondono. 

Non basta sfiancarsi al telefono e mandare eloquenti foto a PicenAmbiente. Non risponde. 

Non basta poi andarci di persona dal Sindaco, più volte, con appuntamenti faticati, almeno per scalfire il potente muro-di-gomma: lui ti guarda con quella faccia un po così quellespressione un po così che abbiamo noi mentre guardiamo un matto. Cui segue un bla-bla-bla automatico, senza senso. Tutto resterà come prima. Anzi andrà peggio. 

         RIPA COME ROMA: di oggi la stupefacente notizia che, data lemergenza, la monnezza di Roma la porteranno con navi treni e camion in Portogallo, Germania, Svezia, Bulgaria, Austria, Romania Ma quanti disperati ripani già lo fanno, e con la loro macchina! Io, per esempio, porto (gratis!) i miei bravi sacchi (compreso lumido) nei paesi vicini: Grottammare, Acquaviva, Offida, Cupra, San Benedetto tanto sempre a PicenAmbiente vanno. Sennò dove li butto?

         Davvero Ripa è come Roma. Con le dovute proporzioni, si capisce.


PFG - 11 luglio 2019


giovedì 11 luglio 2019

Caccia al libro

Grottammare. Sequestrati 100 libri ad abusivo che li vendeva in spiaggia. 5.000 euro di multa.


     Continua imperterrita laudace Operazione Spiagge Sicure della Grottammare che non molla. Ormai sulla spiaggia sequestrano di tutto, pure le conchiglie - che non possono scappare -  mentre i granchi ce la fanno, alla peggio si difendono e vendono cara la pelle. 

    Sguinzagliate tutte le guardie disponibili, lintrepido capitano-comandante in testa. Sempre quella la multa: 5.000 euro. Così non perdi tempo a dare il resto.

Per lultima operazione, irta di insidie, la CACCIA AL LIBRO, i Vigili hanno pure indossato la loro nuova divisa (esibita con orgoglio nella foto di gruppo sulla stampa, spettacolo da non perdere!) con marsupio anteriore incorporato quasi invisibile, quindi sicuro.

     Questa CACCIA AL LIBRO è generica, proprio da ignoranti, il titolo non conta (come a Fahrenheit) e un libro vale laltro. Prendi, multi, e porti a casa. Labusivo comunque (chapeau a lui!) disponeva di tutti i top ten:

-          Andrea Camilleri, Il cuoco dellAlcyon

-          Maurizio De Giovanni, Il pianto dellalba

-          Lucinda Riley, La stanza delle farfalle

-          Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone

-          Jeff Kinney, Diario di un amico fantastico

-          Margo Jefferson, Su Michael Jackson

-          Roberto Saviano, In mare non esistono Taxi 

     Il manigoldo li vendeva pure senza sconto, la Grande Libreria di San Benedetto è da giorni che si lamentava. 100 libri sequestrati, circa 40 kg. Le guardie avrebbero preferito autentiche collanine cinesi fatte a Napoli, scarpe e borse di marca vere (non quelle false dei negozi) e altre cattive cose di ottimo gusto, oppure quelle fresche fette di noce di cocco Dovendosi però accontentare di questa insolita e sconosciuta merce culturale, per non sbagliare si son buttati sul libro di Francesco Filippi. Bisogna capirli.

Nota importante: In questo pezzo alcune notizie sono vere, altre false. Al lettore intelligente il compito di distinguerle. Se non ce la fa pazienza. Potrà sempre fare il giornalista, o il gendarme.


PGC - 10 luglio 2019


mercoledì 10 luglio 2019

Serrande abbassate *

Sono il figlio della merla.

Mia mamma lanno scorso si accasò al Pino Bar, fece il nido nellultima A di GELATERIA.
Babbo, dal grande pino vicino, scendeva al volo (è il caso di dirlo) e ci portava da mangiare.
A me e ai miei fratelli. Poi se ne andava a spasso.

Tra primaria scuola-di-volo e istruzioni varie siamo rimasti lì tutta lestate.
Io dalle elementari sono andato alle medie, ma ancora non scrivo tanto bene
Tra noi cera anche un passero grande che (adesso si può dire) dentro al Pino Bar addirittura ci dormiva. Mimetizzato dietro le bottiglie di Rum. Però non sporcava.

Noi merli cambiamo spesso casa, così a settembre ci siamo salutati e ognuno per fatti suoi.
Senza litigare. Noi siamo nomadi, un po migranti, ma Salvini ci lascia stare. Per ora.

Però a me mha preso la nostalgia e son voluto tornare al Pino Bar magari ritrovo i vecchi amici del gelato, gli umani che mi fotografavano nel nido, il tizio con la bici gialla, Maria che insegue il passerotto e gli dice qua non ci puoi resta a dormi, gli anzianotti del pomeriggio, li frichì che mica tanto per scherzo mi tiravano i sassetti, il treno, i turisti che ma guarda come si sta bene qui

Ho pensato: scendo giù a prendermi un caffè*

Un colpo al mio piccolo cuore: il Pino Bar non cè più.

Serrande abbassate*

Neanche più linsegna gialla GELATERIA, dove cera il mio nido comodo. 
Nessun merlo. Nessun passero. Nessun umano. Nessuno.

Ma dipenderà dipenderà* (?)

Ah (ciip, in lingua merla), che decadenza la realtà*.  


 [*Paolo Conte, Gli impermeabili, 1984  -  Per quel che vale, 1992.   Quando il Pino Bar cera]



PGC -  8 luglio 2019


lunedì 1 luglio 2019

Sua Altezza il Comune

Inaugurato a San Benedetto del Tronto “Dinner in the sky


        Piacciono  le Altezze,  al Comune di San Benedetto.
Più propriamente, le altitudini: così in piazza Mar del Plata la ruota panoramica delle meraviglie lascia il posto al ristorante (si fa per dire) vertiginosamente in quota: Dinner in the sky, in azione dal 28 giugno al 14 luglio.
   
        Per profani e foresti: trattasi di piattaforma metallica sospesa a 50mt d’altezza mediante gru; lì sopra, 20 fortunati avventori alla volta cenano o apericenano con modesta spesa (90 €) previa prenotazione e obbligatoria firma di liberatoria (scongiuri invece facoltativi, con libera scelta della tipologia: verbale, gestuale, mista, combinata).


        Date le turnazioni nelle salite e le complesse procedure (come l’aggancio ai seggiolini tipo formula 1) si ha tempo 20 minuti per ingurgitare. [Chi ce la fa, ce la fa; chi no, perché mangia lento o s’è strozzato per la fretta, sarà espulso dal seggiolino e precipitato giù dalla piattaforma: è la legge del mercato, il rischio fa parte del gioco].
        Un premuroso giornalista consiglia anche di “andare al bagno” prima si imbarcarsi sulla piattaforma “per ultimissimi bisogni prima del volo”… Impagabile.

        Inaugurazione il 28 giugno in pompa magna, nella doppia accezione latina e romanesca: il magna magna inaugurale - a sbafo, of course - ha visto la gioiosa partecipazione della crème dei comunali amministratori.

        Barbe di psicanalisti si tufferebbero felici in così succulento materiale di studio: dall’apparato psichico dell’Amministrazione sambenedettese [con la sua preadolescenziale fascinazione per le Altezze: la ruota panoramica, il ristorante in quota, passando per le aeree Frecce più o meno tricolorate];alle strutture mentali della clientela e a quelle dell’imprenditoria di riferimento; fino alla nota sindrome della stampa plaudente-sempre-e-comunque. Da far resuscitare Freud in persona.

        Complesso e tortuoso, per noi gente comune, indagare le istanze intrapsichiche di siffatti soggetti; può bastare leggere qualcosa nel sito DINTS ITALY, “…il mondo sarà ai tuoi piedi… hai mai fatto un selfie mentre ceni a 50 metri d’altezza?”. Cose così…

        Ma ci si può almeno chiedere come mai questi spazi demaniali - per definizione quasi-militari e circoscritti, custoditi, sorvegliati, e a seconda dei casi perfino “interdetti” (un tempo perfino con filo spinato) - siano diventati terreno di caccia di lucrose iniziative private. Autorizzate e benedette da Autorità Portuale e Amministrazione Comunale, benché siano veri ingressi “a gamba tesa” in aree che il requisito di demanialità rendeva quasi zone franche in un territorio ad altissima e selvaggia densità speculativa e affaristica.
   
        Operazioni brutalmente commerciali come queste, che le nostre periferie potrebbero accogliere senza venirne snaturate (perché peggio di come sono, è difficile..), sono esecrabili se dissonanti - come qui - rispetto all’identità dei luoghi; se - per ignoranza, miopia, interessi “altri” dei decisori - veicolano il messaggio che tutto diviene lecito con qualche frettolosa firma in calce ai documenti di legge.

        Le ruote panoramiche, i luna park, i surreali dinner appesi in aria e le sparate alla Briatore come questa - ma chissà che altro ci aspetta - nulla hanno a che fare con la specificità e il respiro identitario di questi luoghi marini, con la suggestione che ancora nonostante tutto vi aleggia intorno.
Invece sono manna per gli avventurieri, punto d’incontro d’interessi locali nel caro vecchio esercizio del do ut des, pescaggio di facile elettoralistico consenso
.

        Senonchè, credere di poter amministrare e governare a suon di panem et circenses non ha mai portato bene…
         Sua Altezza il Comune non dovrebbe trascurare, come fa, lo studio della Storia.


Sara Di Giuseppe - 1 Luglio 2019



Ndr: Ma a nessuno è venuto in mente di lasciarli su? Poteva essere che una volta tanto avremmo avuto un'intera Giunta all'Altezza.



 

domenica 30 giugno 2019

Brava Carola

-          Brava perché ha deciso di far entrare in porto la sua Sea Watch al momento giusto, né troppo presto né troppo tardi, mandando in tilt tutti gli oroscopi giornalistici.

-          Brava perché non ha travolto la motovedetta della Finanza che voleva platealmente fermarla, ma (da navigata professionista) le ha dato solo un eloquente spallata, come giocando a calcio fanno regolarmente anche le ragazze. Fallo volontario? Bah

-          Brava perché si è presa subito la colpa, si è scusata. Mica voleva affondarla, mica è matta, diciamo un errore di manovra - anche le Grandi Navi a Venezia sbagliano eccome! -

-          Brava perché, lei sì, ha tenuto e tiene un contegno da Capitano, mica come quellaltro nostro, cosiddetto, che ci fa pure il Ministro-di-tutto.

-          Brava perché a 31 anni vorrei vedere voi, noi, tutti quanti.

-          Brava perché si è scelta lei quel mestiere difficile, poteva fare una vita più divertente, comoda, tranquilla, con le cinque lingue che parla, quella testa e quella personalità

-          Brava perché in questa partita mondiale sta accettando le decisioni ingiuste di migliaia di arbitri. Se intorno non giocano sporco, saprà smontare ogni accusa.

-          Brava perché ha condotto le trattative con fermezza, competenza e umanità, ascoltando tutti, ma senza lasciarsi condizionare o intimidire.

-          Brava perché col suo agire limpido valorizza lopera di tutte le ONG, che non vagano nel Mediterraneo per turismo o per affari, ma per salvare vite che nessun altro si curerebbe di salvare, tanto meno di contare da morte.

-          Brava perché adesso - seppur involontariamente - mette in ridicolo anche chi lha arrestata mandandola ai domiciliari non a casa sua in Germania, ma a Lampedusa! Certo rischia anche 12 anni di carcere, il 41 bis come i mafiosi, il rogo come Giovanna dArco, la fucilazione per resistenza a nave da guerra”…

-          Brava perché mai un sorriso di troppo e mai la faccia seriosa da Capitana. Lo sguardo sempre diretto, comunicativo, simpatico. Una ragazza ferma, di cui ti puoi fidare.

-          Brava perché non ostenta il suo grado, anche nellufficialità niente cappelli e luccicanti divise, una maglietta e via. Ma trasmette naturale autorevolezza.

-          Brava perché ha studiato. Per ora 5 lingue le sa, sono gli altri che hanno bisogno degli interpreti.

-          Brava perché dovrà anche superare lo svantaggio di genere: perché il mondo non le perdona dessere donna (e, ahilei, pure in gamba), vorrà ricordarle con ogni mezzo che lo è, e che il suo è un mestiere da maschio; fa lavori più femminili, o stattene composta e a casa, cazzo!

Brava Carola Rackete.


PGC - 30 giugno 2019


Coccooo… cocco bello!!

Grottammare. Abusivo-di-origine-campana vende cocco sulla spiaggia, multa di 5.000 euro



         Nellambito delle salvifiche operazioni SPIAGGE SICURE, giornalieri sono i blitz in divisa o in borghese della Polizia Municipale di Grottammare capitanata dal suo intrepido Comandante sempre in tuta mimetica, ma tutti lo riconoscono.

         Laltro ieri il bottino è stato di 40 borse contraffatte (precipitosamente abbandonate sulla spiaggia dagli abusivi); ieri di 20 scarpe spaiate, alcune ancora galleggiano vicino agli scogli ma è proibito avvicinarsi; il giorno prima, un malfattore-di-origine-campana era stato colto in fragranza di reato mentre tentava la vendita di un frutto di nome cocco. Ne aveva un secchio pieno, le fette le stanno contando e ricontando i Carabinieri. Non solo ricco bottino, ma anche 5.000 euro di multa in un colpo solo, che i vigili con le multe alle auto in sosta ci mettono un sacco di giorni. 

Labusivo-di-origine-campana è andato subito in banca e ha fatto il bonifico.

         Imprese epiche per le quali Grottammare, prima città in Italia, potrà fregiarsi dellennesimo  trofeo ambientale: la Bandiera di Combattimento o di Guerra.

         Verrà consegnata fra qualche giorno in Piazza Kursaal da Papa Alessandro III in persona appena sbarcato dal finto naufragio.


PGC - 29 giugno 2019


Nota importante:  In questo pezzo alcune notizie sono vere, altre false. Al lettore intelligente il compito di distinguerle. Se non ce la fa pazienza. Potrà sempre darsi al giornalismo


venerdì 28 giugno 2019

Lavorare lavorare lavorare preferisco la prua della Geneviéve

 LAVORARE

LAVORARE

PREFERISCO

LA PRUA DELLA

GENEVIÈVE



             Caro Ugo ti scrivo così ti informo un po.

        Succede che stanno oscurando la tua Scultura di Parole, che da anni fa bella mostra allinizio del lungomare di San Benedetto.

 Tu sai che purtroppo non è stata mai digerita da una buona fascia (destrorsa) di sambenedettesi cosiddetti doc. Beh, ora questa gente governa. Quindi, quello che non gli riuscì con scomposte proteste e perfino con una fallita raccolta di firme - per smontarla, sbatterla chissà dove o volgarmente rispedirtela a Torino - lo mettono in pratica oggi. Perché sono maggioranza? Perché non esiste lopposizione? Perché manca anche lombra di un civile contrasto? Perché non gliene frega niente a nessuno? Non so, scegli tu. 

        Come te la massacrano la tua LAVORARE LAVORARE LAVORARE PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE? Ma con lArrrte (come la intendono loro), sono furbi e spregiudicati questi. Gli piazzano subito dietro - a mo di sfondo - labusiva prua della Geneviève, un rottame dellultimo peschereccio atlantico innalzato erroneamente a simbolo della compianta marineria locale. Il Monumento più importante della città sarà un invadente pezzo di ferro restaurato a caro prezzo.

        Non ho niente contro quella povera (brutta) prua, figurati. Anzi, nel mio piccolo, avevo fatto varie proposte alternative (più creative che banali) riguardo alla sua collocazione, sempre rifuggendo il solito decadente orgoglio marinaro o il retorico municipalistico gigantismo. Ma adesso è come se di fianco al Colosseo mettessero su un piedistallo il muso arrugginito o riverniciato di una Balilla; come se, in un museo, accanto a un quadro di Braque appendessero la crosta di un pittore marchigiano; come se ai piedi di una statua greca allungassero un mercato di scarpe civitanovesi

        Questo volevo dirti. Magari per lincazzatura ti salta luzzolo di affittare un TIR per venire a riprenderti la tua LAVORARE. Sta tranquillo che qua sarebbero contenti, non capirebbero neanche la vergogna, lo smacco, la patente dignoranza che li avvongolerebbe.

        È San Benedetto, bellezza!

Saluti           PGC

26 giugno 2019


giovedì 20 giugno 2019

I contrabbandieri del Ferré

Centro Culturale Ferré      REVIVAL LÉO FERRÉ    Accademia Musicale Malibran 

               
    Roberto Nardin, Lucio Matricardi, Paolo Cristalli, i “Têtes de Bois”, Rossella Marcantoni e David Martelli, Gerardo Balestrieri, Giuseppe Gennari

San Benedetto del Tronto   15/16 giugno 2019   chalet/enoteca Vinoammare
ENREGISTRÉ PAR RADIO MONTPELLIER


Sembrano la piccola Banda della mano nera
i contrabbandieri del Ferré radunati sul mare.
Si guardano, si riconoscono, si abbracciano, si contano.
Ne mancano.

Radunati sul mare tra la spiaggia e il boulevard, senza un teatro
“sul palco le voci che vengon dalle onde”
 I contrabbandieri del Ferré trasportano libertà, senza venderla.

Nella strana banlieu dagli ombrelloni chiusi,
radunati sul mare tra l’indifferenza dei turisti-per-caso
i contrabbandieri del Ferré sparigliano, si ascoltano, fremono.

D’improvviso radunati sul mare non è stata una questione di scena
 anzi, c’è rischio che glielo proibiscano…
Ma i contrabbandieri del Ferré - strani tipi, senza amici nella polizia - resteranno anarchici
sotto l’ala delle sue canzoni.


PGC - 18 giugno 2019


 

mercoledì 19 giugno 2019

Le guardie armate di San Benedetto

Sindacopiunti chiede, e il Prefetto di Ascoli signora Stentella agli ordini di Salvini non stenterà ad esaudirlo: “Le mie guardie - col loro sindacato - vogliono i bastoni estensibili”. Per difendersi, dicono. Hanno paura, dicono. 
Ci sono situazioni in cui per non soccombere devi bastona’, dicono. Che ci fai con le bombolette spray al peperoncino, ci puoi condire gli spaghetti…

       Si tratterebbe del bastone (o manganello) estensibile/telescopico in nylon e fibra di vetro “TACTIC 580”, tecnologico, leggero, ergonomico, sicuro, italiano. Che funziona da dio, lo testimoniano il 100% dei Pronto Soccorso. Costo: 59,90 euro. Sconto 15% ai fascisti. Certo sarebbe meglio lo “SWAT” americano a forma di “T” che costa 99,99 dollari (o 119,95 con torcia applicata all’impugnatura, per non menare al buio…), più affidabile e tosto, lo raccomanda Trump.
Ma già che ci siamo, perché non dotare le nostre guardie anche di:
-  “PiùVolt”: dissuasore elettrico da 190.000 Volt. Raccomandato contro gli sportivi bavosi, risolutivo per vu-cumprà mendicanti e cani al seguito. Peso 225 gr. Ricaricabile a casa propria. Costo 71 euro.

-  “Guardinox”: moschettone con lama (multiuso) estraibile, prodotto a Maniago del Friuli. Solo euro 23,40. Grazioso come un coltellino Victorinox, ma può farti a fettine. Ideale anche per suicidarsi.  

-  “Lazomatic”: lazo lungo 115 piedi (35 metri), con l’estremità rinforzata a forma di cappio chiodato. Costo 48 dollari australiani. Rassomiglia ai lazos dei cowboy e dei gaucho, ma cattura e strangola le bestie umane. Si può lanciarlo dal finestrino (dopo aver azionato il lampeggiante, sennò non vale).

Se sindacopiunti fosse poi andato all’INTERNATIONAL SECURITY FAIR 2019 di Pyongyang avrebbe visto, oltre ai terribili ma economici missiletti atomici anti-uomo anti-donna anti-bimbo, oltre ai magli perforanti d’ispirazione giapponese alla Goldrake [avambracci con lame taglienti ribaltabili che si sganciano dal corpo e ruotando velocemente diventano penetranti come trivelle], altre novità (locali) rozze ma di sicuro difensive-e-basta (a volte la Corea del Nord insegna…); come il

-  “PARAKUL”: simil-padella anatomica in acciaio verniciato (taglie S-M-L-XL) applicabile con semplici ganci “sopra” ai pantaloni della divisa. Quello in Fiera era un prototipo, l’indossatore-guardia ci camminava male. Ma è intuitivo che serve, se te lo vogliono rompere. Costo a seconda della taglia.

-  e il “PARAMERD”: agile ma efficace ombrello automatico marron, con infallibili sensori olfattivi digitali. Usa-e-getta come i Kleenex, non riciclabile (in Corea). Costo a seconda della merd.

        Adesso facciamo i seri, più misurati ed “eleganti” di quanto le brute descrizioni tecniche non abbiano sopra consentito. E dunque: serve proprio incrementare così pericolosamente l’armamentario dei nostri Vigili? A parte che poi ci vorrebbe uno sherpa per ciascuno, e un rimorchietto per ogni auto di servizio, adibito al trasporto di tutte queste “armi-di-difesa”, ma non si faranno male da soli i nostri eroi? Con tutta la miriade di telecamere di sicurezza capillarmente installate (e pagate da noi), basterà dar loro piuttosto delle comode sedie con poggiatesta e dei tablet, e niente sfuggirà all’occhiuta vigilanza!
Le retate dopo, con comodo. Magari con gli Assaltatori dell’Esercito, la Folgore, i Paracadutisti, l’Aeronautica, le Frecce Tricolori…


PGC - 17 giugno 2019




venerdì 14 giugno 2019

ROCKETMAN. AL CINEMA.

       UOMO RAZZO : titolo fuorviante, anche se è quello di un suo storico pezzo e di un video minimalista. Perché non semplicemente ELTON JOHN

        Oso dirlo da deculturato non appassionato di cinema, da non consumatore abituale, non recensore, non commentatore Sì, perchè al cinema io sono un optional. Mi ci portano quasi di peso, ma guido buono la macchina, non disturbo, non mi commuovo né mi esalto, non consumo pop-corn Neanche il titolo chiedo. Stringo i denti e mi addoloro - in silenzio - solo allinizio, fra i tuoni espansi, gli stridori siderali, gli SWISSCC tempestosi e perforanti dei trailers. Poi il film vero lo dimentico subito, non porto rancore anche se è una stupidata. Aspetto il prossimo, che sarà uguale.

        Ma stavolta son rimasto contento. Anzi, mi sa che sto film ci torno a rivederlo, di nascosto.

        Non solo un tuffo nella buona bella musica pop rock ormai classica; non solo una storia chiacchierata e convulsa riavvolta in ordine; non solo unintrospettiva analisi di una società moderna bacchettona cinica e spietata; non solo il rutilante affresco di un mondo esagerato, desiderato e invidiato; non solo un tellurico cimitero di emozioni familiari; non solo paradisi, successi

        Cè tanto daltro. Forse di questo film sono le prestazioni che io chiamo secondarie, quelle non in evidenza, non volute, non cercate né previste, a far la differenza. Particolari che diventano sostanza, oltre alla scelta misurata, lodevolmente non commerciale, di canzoni stupendamente arrangiate e interpretate. 

Non gli scontati luccichii, gli abiti strambi, gli occhiali folli, le scarpe con le ali, i travestimenti funambolici. Le immaginabili stranezze del personaggio, i ridicoli armamentari

Sono piuttosto i colpi di genio registico, continui e seminati allimprovviso con naturalezza, inventati con coraggio o incoscienza (come lui bambino sul fondo della piscina con la testa nella palla di vetro da astronauta: Rocket Man / Uomo Razzo, appunto); lesasperata fedeltà dei particolari estetici delle ambientazioni; le ricostruite atmosfere (la british diversa dalla francese, diversa dallamericana); le crudeli perforazioni dellanimo, le fiammeggianti turbe sessuali, lo slancio nelle droghe, gli infiniti imperdonabili eccessi; e le svolte vitali. Sono radiazioni di poesia.

        I particolari: la Jaguar di quel verde strano (scelta tra le sue cento), le regali Rolls Phantom, la mitica Bentley del 56, e in America la Chevrolet dorata, la Ford Sedan del 57, la chilometrica Cadillac Eldorado; limmenso Yamaha ricoperto di moquette azzurra, il modestissimo piano marron verticale (inglese) degli inizi, scordato il giusto e stridulo come quelli di Lubecca di Capossela, ma con i giallastri tasti davorio, il VOX coperchio rosso e tastiera nera (sognato da ogni nostro complessetto di provincia); la facciata del Troubadour riesumata anche nella polvere, lonirica sequenza di lui e del pubblico proprio in quel concerto, sospesi al ralenti in un silenzio irreale alla Mario Brunello; il tumulto di luci e colori nei balli scatenati ipersincronizzati che neanche nei memorabili musical, che ti calamitano nei vortici del rock. (

        E poi le parole, cioè i testi (sottotitolati) delle canzoni! Autentica letteratura. Forse ce leravamo dimenticati, forse non ce neravamo accorti, o li davamo per belli a prescindere. Sono storie nelle storie, pensieri controvento, paesaggi subliminali, ma con un senso! Non canzonette. Quellinizio e quella fine: lui nel corridoio della clinica che avanza imperioso al ralenti, incorporato in un demoniaco abito rosso con le ali! 

        Io per tutto il film sono stato come nella centrifuga di una betoniera, o meglio dentro un carillon verniciato di emozioni mai ripetitive, proprio come quelli de La Gatta Carillon di Sabatino Polce. A un film così è mancato solo un gatto. Chissà Elton, magnetico e imprendibile come un gatto, quanti ne ha avuti, quanti ne ha: non gli serve una collezione, come con occhiali vestiti scarpe ville Rolls e Jaguar, perché i gatti non si collezionano, sono sempre unici. 


PGC - 12 giugno 2019


lunedì 10 giugno 2019

“Sicurezza” è avere una FRECCIA sulla testa

[San Benedetto. Due giorni di esibizioni delle FRECCE TRICOLORI: sul mare, in spiaggia, in città]



       Non parlerò male delle FRECCE TRICOLORI. Anzi, dirò anch’io che sono utili e necessarie, fanno bene alla gente bambina, all’immagine dell’Italia, allo spettacolo, al morale della Nazione. Tutti ce le invidiano.
Finalmente sono arrivate anche a San Benedetto (una congiunzione astrale, Civitanova non le voleva più).

       Ieri, mentre “in allenamento” saettavano per i due lungomari, e al Porto, e sulle case del centro, e al Paese Alto, e a Porto d’Ascoli fino alla Sentina, seguite da inquietanti scie scure che oggi diventeranno tricolori e saranno applausi, mi sono passate più volte sulla testa e mi sono sentito sicuro… Da vicino sono proprio “freccette”, sembrano piccole come gabbiani spaventati che scappano. In effetti quanti i gabbiani in fuga per il frastuono, oltre i gatti del porto. Invece Frecce solo 8 - 9, non 10, ma forse non so contare, o mi son perso il “solista”…


       Mi sono sentito sicuro perché non hanno fatto avvicinare nessuno alla riva: a 10 metri dall’acqua hanno steso 4 km di nastro bianco-rosso da crime scene. Guardie, Protezione Civile, Polizia, Misericordie…


       Mi sono sentito sicuro perché mi (ci) hanno proibito il bagno, hai visto mai che qualche Freccia impazzita s’infila in Adriatico… Ma nel caso, un sacco di barche militari ad aspettarle.


        Mi sono sentito sicuro perché mi (ci) hanno severamente avvertito di non intralciare il traffico, di non passare/sostare di qua, di là, di stare attento insomma: e intanto vedevo almeno 3 Frecce in allenamento “pettinare” il lungomare a filo di palme, altre 2 attraversare radenti in acrobazia la rotatoria del Ballarin senza guardare a destra, puntare al campanile del Paese Alto e mancarlo…
Ma sì, sono certo “effetti ottici” per gonzi, come sono finte le figure geometriche che fanno in cielo: il “cuore” che non è un cuore, il “cardioide” che non è un cardioide, la “bomba” che non è una bomba… però quanto sono bravi! Anche se - non lo penso solo io - sarebbe tutto uguale con aerei robot manovrati a distanza come i droni, cioè senza piloti (ma poi come la metti, con l’orgoglio nazionale?..)

        Mi sono sentito sicuro perché, girando per le centinaia di bancarelle spuntate come il morbillo, ho potuto respirare a pieni polmoni gli acri scarichi di kerosene. A Porto d’Ascoli hanno chiuso allarmati le finestre per la puzza ma hanno fatto male, dovevano conservare quel “profumo”, imbottigliarlo anche, per dopo: fa bene, lo dicono pure le centraline del Comune, che neanche lo rilevano, lo dice anche Greta Thumberg…


       Mi sono sentito sicuro perché il Comune con pochi euro ci ha fatto felici. Loro sanno come spendere. 


       Infine, mi sono sentito sicuro perché è più utile che ti passi sulla testa una FRECCIA TRICOLORE piuttosto che se ne fermi una di quelle altre su rotaie - Bianche o Rosse - alla Stazione Ferroviaria.



PGC - 9 giugno 2019





sabato 8 giugno 2019

WINCHESTER* CATHEDRAL

*nel senso di fucile

[Salvini a spasso col Vescovo nella Cattedrale di Ascoli]



        Non sarebbe stato da lui, è vero, ma per lincazzatura SantEmidio avrebbe potuto rivoltarsi nella tomba  con veemenza provocando davvero un terremoto. Proprio lì sotto. Gli bastava far crollare qualcuna delle 64 colonnette in travertino della cripta, veniva giù tutto.

        Il guerrafondaio Salvini, lo sbarratore di porti, quello che la-difesa-è-sempre-legittima-quindi-sparo, il leghista espanso, il comiziante senza freni, il Ministro-degli-Interni-da-internare, che ti passeggia impunemente sulla testa, e pure in compagnia del Vescovo che lo ringrazia, che gli si raccomanda (vuol avere altri fondi per il terremoto), che gli manda parole di conforto…”!

        Ma il nostro SantEmidio è buono (mica per niente è un santo). Si è trattenuto. Ha contato fino a 3. Poi anche a lui deve essere tornata in mente WINCHESTER CATHEDRAL, quel celebre allegro motivetto degli anni 60 che, guarda un po, era contro la guerra! Così è rimasto freddo, impassibile. Ah, quella era unaltra Cattedrale

      Questa nostra di Ascoli invece, dopo il passaggio di Salvini evoca il famoso fucile WINCHESTER dal terribile ma bellissimo scenografico meccanismo a leva che fece morti dappertutto, pure nei film. Poi ce lo ricordiamo Salvini, imbracciare platealmente un fucile (o una mitraglietta, non so) nelle celebrazioni del 25 Aprile, mentre luccicanti militari col cappello e gente bavosa lo accerchiano per un selfie.

       E quante volte labbiamo visto il Salvini, con la divisa del giorno, spadroneggiare baldanzoso tra fucili carrarmati elicotteri navi missili cannoni e bandiere fintamente patriottiche. Quante volte non ci siamo capacitati di come un Ministro sguazzi orgogliosamente così in basso!   ()

        Per cui non so voi, ma io ieri ho immaginato sto Salvini, disgraziatamente pure vice-premier, marciare col Vescovo-in-elmetto nella Cattedrale di Ascoli imbracciando proprio un WINCHESTER-fucile, mentre la Banda dei Carabinieri (tuttora in Festa per il 204° anniversario) intonava WINCHESTER CATHEDRAL: ta tà-ra-ta ta-ttàa ta tà-ra-ta-ta- ttàa Ma stonata. Minacciosa. Senza allegria. 

E via con i selfie!


PGC - 6 giugno 2019

giovedì 30 maggio 2019

"LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”

OFFICINA TEATRALE  AIKOT27
Gruppo teatrale AOIDOS

QUELLE CHE PRENDIAMO TRA LE BRACCIA

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura

Liberamente tratta dallopera di
Henry de Montherlant

nella traduzione di Camillo Sbarbaro

con
Vincenzo di Bonaventura
in Radiofonia teatrale

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  26 Maggio 2019  h17

 « Voyez-vous, il n'y a qu'une façon d'aimer les femmes, c'est d'amour.
 Il n'y a qu'une façon de leur faire du bien, c'est de les prendre dans ses bras.

 H. de Montherlant, Pitié pour les femmes


LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”


         Torna ad essere attore solista, Di Bonaventura, per questultimo incontro della sua stagione teatrale.

       Il dramma in tre atti (1950) di De Montherlant - condensato in due parti dense e brucianti come solo le sue riscritture sceniche - ha la voce profonda e la bellezza scorticante di unopera che ha dietro di sé il teatro borghese fra 800 e 900, e tutta la forza dirompente di un teatro filosofico che aveva toccato i suoi vertici in Pirandello: il cui Nobel era stato il riconoscimento ufficiale di unEuropa che cambiava (Di B.), di una letteratura e di un teatro portatori di speranza e rinnovamento. Non proprio come oggi...

      Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati…”, e nel presente deserto di slanci, fiero della propria ignorantia, sono linfa salvifica queste voci che il tempo preserva intatte e la passione dei folli come Di Bonaventura ci porge vive e pulsanti.

      È teatro immediato, questo esperimento di teatro radiofonico che tutto affida alla parola, e della ragnatela dialogica del testo restituisce in ogni sfumatura, esalta ogni infinitesima percezione: esso riprende modalità di ascolto incomprese da un oggi impoverito di parole e di potenza immaginativa, dove il teatro è sempre più, drammaticamente, territorio dellinesplorato.

      Ed è teatro dellinteriorità questo di De Montherlant: autore difficile nella complessità del suo pensiero, fra i classici della letteratura francese del Novecento e tuttavia controverso nella Francia della metà del secolo scorso per i suoi problematici rapporti con la critica, leditoria, lopinione pubblica; in ombra in Italia che lo conoscerà, nello stesso periodo, grazie allintenso rapporto epistolare e intellettuale col critico e scrittore Luigi Bàccolo, autore di studi sulla sua opera e di articoli a lui dedicati e pubblicati sulla stampa italiana.

        Uomo e scrittore daltri tempi, ammiratore del XIX secolo, un des plus beaux siècles français (Adinolfi), il suo è teatro che indaga, delluomo, la natura molteplice e contraddittoria, fragile e incongruente, e sempre cercando luniversale nel particolare, il senso profondo nellapparente non-sense dellesistere: perchè fissare léternel humain, trasmetterne il messaggio morale è per lui il compito imprescindibile affidato alla letteratura.

         È a Parigi, pendant lété de 1949, che egli ambienta Quelle che prendiamo tra le braccia. Un uomo ama una donna che non lo ama così come lui è amato da una donna che non ama: nulla di più comune, in questa trama che tuttavia trascende lavventura banale di personnages tout ordinaires, per toccare il lato oscuro, la fragilità e il vuoto prima della caduta. 

        Lattore solista per loccasione si fa in tre, e con la piccola magia del vocoder di vecchia e sperimentata fedeltà presta la sua voce ai tre protagonisti dellintenso raffinato gioco teatrale: il 58enne antiquario Ravier (elegante, snello, barba sale e pepe, che dimostra più dei suoi anni); M.lle Andriot, 60enne sfiorita, collaboratrice di Ravier che ama con vocazione rinunciataria e ostinata cecità; la bella M.lle Christine Villancy, diciottenne di modesta condizione economica, oggetto del desiderio e centro dellossessione sensuale dellattempato antiquario: ricchissimo, potente [“…tous les grands musées du monde ont quelque chose qu'ils ont acheté chez moi] e tanto attirato dalla grazia e dalla purezza di Christine quanto indifferente alla devozione della dimessa signorina Andriot. 

       Vi i interesserebbe vedere il mio Rubens?...Durante loccupazione i tedeschi hanno cercato con ogni mezzo di acquistarlo ne ho ben riso!: la seduzione passa banalmente anche da questo, i segni del potere e del denaro esibiti davanti alla fanciulla come il pavone maschio la sua ruota, o il tacchino i suoi bargigli 

        Perfino la ripulsa della giovane attrae Ravier ( Amo lodio che mi porta…”), il quale delira fino al feticismo (Resterei ore a contemplare le sue mani): non manca certo di donne, né di successo e potere, ritiene che solo il possesso conti, che nulla ci sia oltre il piacere. Ma la conquista di Christine - troppo giovane e bella per essere anche sincera - che si darà a lui perché si adoperi a favore del padre finito in guai giudiziari, ha il sapore del fallimento e della contaminazione, è la nemesi matematicamente consequenziale al cinismo.

        La giovane donna che si offre a lui per pura convenienza è simile alla bergère falsa che il cliente di Ravier comprerà pur sapendola tale (Non mi darà dispiacere, non importa, lo prendo perché ne ho voglia). Come il suo cliente, Ravier sa che possiederà un pezzo falso: quasi non vorrebbe sedurla perché ne ama la purezza - Ti amavo innocente, ti adorerò corrotta - e perché forse il culmine dellamore è nellimmaginazione, ma occorre che la sua ossessione sia appagata (Che io la prenda e la ingravidi una buona volta, e che sia finita! aveva detto al culmine del suo delirio).

        Fuori pericolo, forse, perché ci sono quelle che si prendono tra le braccia ma ci sono Le più pericolose di tutte: quelle che non prendiamo tra le braccia; e, in fondo, una cosa nasce nel fango e non diviene peggiore di unaltra che è nata nelle stelle

        E tuttavia questoapostolo del piacere non ha che il vuoto davanti a sé, la caduta è inscritta con precisa geometria nel disegno di questa desolazione erotica dove la comunicazione con loggetto del desiderio è un gettare tutto nellabisso come se parlassi a un pianeta sconosciuto. Così come per gli altri  protagonisti, non vi sono uscite di sicurezza, essi si inseguono senza incontrarsi, ciascuno rinchiuso nella propria trama di cinismo. Non cè altra conclusione che quella, desolata, del protagonista: Les jeux sont faits... Malheureux sans toi ou malheureux avec toi

      E lappetit de bonheur, la fame di felicità non può mai passare per la sazietà.

       Monumento innalzato alla solitudine umana (Adinolfi), lopera di Montherlant lo è particolarmente qui, nella rappresentazione dellamore che non l'appagamento dei sensi né la più elevata tensione spirituale sottraggono allinsoddisfazione di ciò che non è mai raggiunto. Questi personaggi, alle prese con il lato fragile e oscuro di sé, amano senza reciprocità, amano nel silenzio e nellorgoglio e tanto la sazietà dei sensi quanto la ricerca dassoluto nellaltro sono destinanti ad un uguale naufragio.

        Vi è tuttavia unesigenza forte di dignità e nobiltà nellesplorazione delluomo che Montherlant vede realizzarsi - sotto un cielo vuoto, privo di prospettive metafisiche - solo attraverso la letteratura: ad essa è affidata, in opposizione alla sciatteria del mondo contemporaneo, la costruzione di quella moralità universale che nelle culture antiche s'è manifestata nelle forme più alte.

        La scelta del suicidio, che chiude il cammino di Montherlant nel 1972, è lestremo atto di fierezza di un intellettuale convinto che luomo è ciò che lascia di sé. Aveva amato con passione la cultura latina su tutte, vi vedeva rappresentato luomo nella completezza interiore che si sottrae al nulla e alloblio: nessun miglior omaggio alla sua statura intellettuale e umana, di quello dei due scrittori suoi amici che vollero spargerne le ceneri dove più netta era lorma di quella cultura e di quel pensiero. A Roma: nel Tempio di Giano, nel Tempio della Fortuna Virile, e nel Tevere.


Sara Di Giuseppe - 30 maggio 2019 


mercoledì 29 maggio 2019

VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno

APP  ASCOLI PICENO PRESENT

4° FESTIVAL DELLE ARTI SCENICHE CONTEMPORANEE: TEATRO, MUSICA, DANZA & CIRCO   24 & 25 maggio 2019

SERATA LIGETI

FORM - ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA

GYÖRGY LIGETI (Musica ricercata, Six Bagatelles)  ARVO PÄRT (Pari intervallo)  STEVE REICH (Electric Counterpoint)

Fausto Bongelli pianoforte    Gianluca Gentili chitarra    FORM WIND QUINTET

ASCOLI PICENO   CHIESA DI SAN PIETRO IN CASTELLO    24 MAGGIO H17


VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno


         Giacchè in questi giorni sè votato per le europee, proviamo qui a dare altri voti. Però di merito, come a scuola. E, stranamente per una volta, in dodicesimi. Lidea ce la dà il bizzarro geniale compositore ungherese György Ligeti, al quale in questo Festival APP è stata dedicata la SERATA LIGETI, con il bel concerto della FORM (FORM WIND QUINTET), con il pianista Fausto Bongelli, e con il chitarrista Gianluca Gentili

         Quellincredibile Musica ricercata (suite di 11 brani per pianoforte, qui eseguita da Fausto Bongelli), si basa unicamente sulluso progressivo delle 12 note della scala cromatica ma una alla volta (salvo le ottave, cioè le altezze, naturalmente partendo dal LA): per cui la prima suite ha solo 2 note, la seconda solo 3, la terza solo 4, e via così fino alla undicesima suite che finalmente le utilizza tutte e 12 (di più non si può). 

         Così - giocando un po, ma seriamente, anzi severamente, come Ligeti - ci viene in mente di dare dei voti (pseudo-scolastici) ai vari musicisti; quindi allantica Chiesa di San Pietro in Castello, ad APP (direzione artistica, assistenza, organizzazione), alle condizioni ambientali del concerto, fin alla Ascoli del circondario. In maniera decrescente: da 12/dodicesimi a 2/dodicesimi. Promossi e bocciati. 

 -          VOTO 12/12:  al pianista Fausto Bongelli che ci ha stupiti ma non troppo, lo conosciamo. Se, specie allinizio, Musica ricercata sembra facile - solo 2 note la prima suite, poi 3, poi 4 - è proprio lì il difficile: quella tecnica combinatoria dallapparente aridità con graduale accumulo dei suoni, in realtà coinvolge lanima. Frettolosamente liquidata da alcuni come musica decadente (eppure, anche Kubrick scelse - abusivamente, ma dopo la causa fecero pace - proprio la suite n°2 per un suo film), Ligeti va suonato con religiosa devozione, precisione e concentrazione. 

Bongelli sa come farlo: sa - sdoppiandosi a volte - come usare con indipendenza, martellante fragore, perizia e spaventosa velocità la mano sinistra; come evidenziare quei non-accordi rotolanti; come a tratti evocarci Bach (verso le suite centrali); come farci galleggiare in quel simil-valtz (quarta suite?); come sorprenderci - nella quinta, ma anche dopo - con motivi forse di tradizione popolare e misteriose armonie, attraverso sovrapposizioni, incroci, dissonanze dissacranti eppur quasi armoniche. Le discese ardite e le risalite direbbe Battisti. Così ti pare di entrare in un film, percorri traiettorie negli abissi, guidi astronavi verso stelle e nebulose, viaggi nella luce e nel buio tra spazi intersiderali. Qualcuno la definirebbe musica sperimentale ma da manicomio. Non è un difetto.

-          VOTO 11/12:  al Quintetto di fiati della FORM che ci ha introdotti nelle Six Bagatelles di Ligeti. Nel merito, non ci abbiamo capito granchè (certo non sembrano sciocchezzuole), salvo che anche in queste cè lossessione di adoperare prima solo 4 note strane in strani accordi, poi 6, poi 8 e così via (meno il DO, alla fine, bah). Alcuni suoni son tenuti lunghi alla morte, altri vanno in dissolvenza, in corto-circuito, altri si predispongono in simmetria Per noi tapini è troppo, ma ci piace. Avvertiamo la profondità, la pensosa religiosità, la ricerca o la tendenza a qualcosa di impalpabile in quanto spirituale, mai prevedibile. I cinque - bravissimi sulla stima - ci danno dentro come i sassofonisti di Paolo Conte, ma questa è unaltra musica. Più adatta al lettino di analisi che per ballare.

-          VOTO 10/12:  al chitarrista Gianluca Gentili, che però ha eseguito meglio Electric counterpoint di Steve Reich (con laiuto delle diavolerie elettroniche alla Pat Metheny) che Pari intervallo di Arvo Pärt. Se è vero che anche nelle stilose chiese estoni si suonano i brani di Pärt, questa nostra spoglia chiesa romanica forse non ha il fisico, o ne ha troppo. Funziona meno. Forse il riverbero fuori controllo, forse la scelta del brano troppo minimalista, o forse era meglio un organo invece della chitarra elettrica (dallaccordatura non perfetta) Ma Arvo Pärt non si discute, fa bene APP ogni anno a proporcelo in tutte le salse.

-          VOTO 9/12: alla Chiesa romanica di San Pietro in Castello, dallo strambo campanile a base triangolare. Meravigliosa, infatti ha mille anni, non ce la meritiamo. Le chiese di oggi son tutte brutte. Restaurata dove benissimo, dove malissimo. Bene le maestose capriate, male le pareti interne con lorrendo intonaco da condominio sparato sopra i blocchi di travertino. Giusto aver tolto altari e orpelli e preservato il pavimento a quadrotti. Da rispedire al mittente gli 8 lampadari anodizzati da pizzeria, i fari multipli laterali da negozio di scarpe, gli altoparlanti buttati sulle pareti. Superflue ma vive, le ragnatele in quantità industriale sulle 4 graziose bifore alte (vedi foto).

-          VOTO 8/12:  al Festival APP. Già nelle altre 3 edizioni ci era piaciuto, questa quarta anche. E di alto livello, un piccolo Festival dei 2Mondi di Spoleto (che Ascoli rifiutò!), con spettacoli originali, coraggiosi ed economici (al contrario di Spoleto). Ma non cera bisogno di aggiungere il Circo. 

-          VOTO 7/12:  allorganizzazione. Si può far meglio. Magari portando le sedie e disimballarle un po prima che entri il pubblico, togliendo camion e furgoni dallingresso della chiesa, curando la puntualità dello spettacolo Di buon livello il materiale informativo-pubblicitario (grafica, formato, testi). Bello il logo, con quella renna che nei giorni del Festival vedrei gigante sulle torri di Ascoli, sulla superstrada, e piccola tra i tavolidi Meletti, nelle piazze, davanti alle scuole, sulla spiaggia a San Benedetto Ma non cè.

-          VOTO 6/12allacustica della chiesa. Proprio non ci siamo, anche perché è un cubo. Occorrono dei correttori acustici ben studiati, oggi funzionano, non sono invasivi e costano relativamente poco. Specie col quintetto, i suoni si mescolavano troppo, figuriamoci con una FORM al completo.

-          VOTO 5/12alla segnaletica. San Pietro in Castello sta un po nascosta, Per arrivarci (anche a piedi) servono dei cartelli indicatori (con lamica renna), anche loro fanno immagine.

-          VOTO 4/12: allesterno della Chiesa. Gridano vendetta quei grigi menhir dellEnel o non so chi svettanti sulla destra della facciata. I cavi telefonici e della luce appesi o cuciti dovunque, lincuria dellantico portone, lo sporco cronico, langoscia delladiacente casa a sinistra

-          VOTO 3/12a tutto il circondario. Unedilizia orrifica e invadente, tanto più brutta quanto più recente: abitazioni tirate là, pretenziose o cadenti, minacciosi recinti simil-carcere, muri, muretti, reti rotte, verde trascurato da secoli  Chi concepisce tali orrori, chi firma i permessi edilizi?

-          VOTO 2/12al mastodontico parcheggio che incredibilmente si sta costruendo lì a due-passi-due. Se non ci vai non ci credi. Uno spiazzo rubato, che verrà cementificato/asfaltato con laggiunta di sbarre, gazebo e quantaltro. Vicino al gioiello San Pietro in Castello! Da arrestarli tutti, i politici e i tecnici ben in mostra sul tabellone. E pure la Soprintendenza. Ma questa è Ascoli, bellezza.


PGC - 29 maggio 2019 


martedì 21 maggio 2019

La fiaba inquietante

NÁRODNÍ DIVADLO PRAHA

THE LITTLE MERMAID

(LA SIRENETTA)
Balletto ispirato alla novella di Hans Christian Andersen

Coreografia: Jan Kodet
Musica: Zbynĕk Matĕjů
Scenografia: Jakub Kopecký

Regia
Lucáš Trpišovský, Martin Kukučka)                                                                                        

Praga Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
11 maggio 2019   h18

LA FIABA INQUIETANTE

“…  Poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma
Hans Christian Andersen,  La Sirenetta


         Sono in buon numero i bambini e le bambine, oggi, per questa Sirenetta di H.Ch.Andersen, riscritta per la danza dal coreografo Jan Kodet e dal collaudato duo registico Martin Kukučka - Lukáš Trpišovský (conosciuto come SKUTR), impreziosita dalle intense soluzioni visive dello scenografo Jakub Kopecký, musicata dal compositore contemporaneo Zbyněk Matějů.

         Da queste parti anche il pubblico-bambino - non meno di quello adulto - mostra esemplare educazione allo spettacolo: preparato, attento, caloroso; soprattutto assente ogni birignao di mondanità. Cultura dello spettacolo che è anche - sì - assoluta puntualità (dunque civiltà e rispetto per gli altri); la stessa, cronometrica, con cui ogni spettacolo inizia-finisce e si intervalla

         Se tuttavia il pubblico è in maggioranza adulto, è certo perché una fiaba classicissima non parla solo ad orecchie infantili, e  la sua validità è nel significato che le diamo adattandovi il filtro del nostro vissuto: così come Andersen trasferiva nelle sue storie le inquietudini, la malinconia, il bruciante senso di una diversità che sentiva placarsi solo nel gioco letterario. 

         Con buona pace di ottocentesche interpretazioni moralizzatrici di marca anglosassone e di edulcorate produzioni disneyane (“Hanno spinto Andersen in una nursery e ce lo hanno chiuso dentro. Per sempre), questa Sirenetta è tra le fiabe più dolorose e struggenti di quel riconosciuto innovatore del genere fiabesco che fu lo scrittore di Odense: quella che meglio di altre affronta il tema del doppio, della non appartenenza, della sospensione tra essere e non essere, della sofferenza connaturata alla ricerca di sé.

         Fiaba triste e crudele come altre non del solo Andersen sulle quali chi di noi fu bambino nelle remote trincee del secolo scorso formò con gusto il proprio immaginario: ma senza rimanerne turbato, interiorizzandone anzi inconsapevolmente la poesia, la qualità letteraria, la complessità dello sguardo.

         La riscrittura coreografica conserva lo schema della fiaba originale: la giovanissima figlia del Re del Mare che affacciatasi per la prima volta a contemplare il mondo di sopra si innamora perdutamente del bel principe terrestre trovato esanime in riva al mare, superstite di un naufragio (e cè un po dellomerica Nausicaa e del naufrago Odisseo); che per esserne riamata dovrà rinunciare - per volere della Strega del Mare, cattiva come solo le streghe - alla voce e alla sua stessa natura di sirena, e in luogo della magnifica coda avrà un paio di gambe che non le serviranno granchè; che nonostante il sacrificio, il dolore, la perdita di sé, non riuscirà ad esserne riamata, e la sconfitta coinciderà con lannientamento e la definitiva metamorfosi in schiuma marina.

          Fiaba inquietante nella complessità dei temi che suggerisce pur attraverso i rassicuranti stilemi del racconto fantastico. Il linguaggio della danza ne restituisce intatta la suggestione, ne esalta i tratti simbolici e nel rivolgersi con garbo, eleganza, magia, allimmaginario infantile, sollecita intanto una riflessione adulta. Quei temi (il doppio, lidentità sospesa, la condizione del non collocato e non collocabile), che appartengono allo sfaccettato mondo interiore di Andersen - al suo sentirsi imprigionato in una diversità rifiutata dalle convenzioni dellepoca - e che si affacciano in molte delle sue invenzioni fiabesche, traspaiono discreti ma imprescindibili in questa creazione di trascinante tensione evocativa. 

        Acqua, aria, terra, gli elementi ancestrali che la fantasia di Andersen sovrappone allesperienza concreta e trasforma in fiaba, qui si esaltano in movimenti coreografici di aerea eleganza e rigorosa padronanza tecnica, nella visionarietà delle soluzioni scenografiche, nel tessuto musicale di audace contemporaneità, nella suggestione dei colori (pura gioia per gli occhi, i dominanti azzurri e verdi dei costumi). 

         Lacqua è lelemento fluido, contenitore di vita e archetipo femminile, che domina la scena con forza simbolica, trovando nel finale la sua apoteosi, nella rosa di schiuma proiettata in alto con al centro la danzatrice: ultimo e unico abbraccio per la piccola sirena (uneterea lievissima Kristýna Nĕmečková) che uno sciocco Principe (un magnifico Giovanni Rotolo) non sa amare. 

         Acqua e terra sono i mondi sul confine dei quali si consuma la breve esistenza della Sirenetta: la danza ne disegna lamore e il dolore, il gioco e la disperata sfida, e nei passaggi corali si fa più netta la solitudine, più inesorabile il destino che né lamore delle Sirene sorelle né quello della Nonna potranno vincere.

         La piccola creatura del mare si è già spogliata della sua natura di sirena per amore del principe; ora rinuncia per sempre a se stessa scegliendo di non ucciderlo se lo facesse, potrebbe invece tornare ad essere sirena, come la Strega dispone (le streghe ogni tanto andrebbero ascoltate) ed è la scelta che suggella, nel sacrificio di sé, limpossibilità di quel vagheggiato passaggio a un diverso livello dellesistenza.

Nel mondo fiabesco di Andersen la tensione fra reale e ideale fa sì che spesso anche il lieto fine sia apparente e labile. Se per il Brutto anatroccolo divenuto finalmente cigno la felicità vera era forse lo stagno fangoso nel quale prima sguazzava vicino alle radici del mondo, così per la Sirenetta la pace viene dalla rinuncia al sogno, dal suo essere restituita allacqua e allaria, ai suoi elementi originari. 

        Ai personaggi di Andersen - scrive Simonetta Caminiti - i quali cercano strenuamente e spesso invano di essere accettati, tocca aspirare al cielo perché si comprenda che erano esseri speciali


Sara Di Giuseppe - 20 maggio 2019