martedì 31 dicembre 2019

Un sambenedettese tra i sammarinesi: un anno di "pubblica utilità"

Con il caldo tornato in questo fine anno, con i molti casi di crisi che non lasciano ben sperare, la sempre più agguerrita civiltà affaristica-imprenditoriale italiana ritrovatasi con il camice a strisce, la politica nostrana che fa girare la testa per le giravolte esibite con nonchalance, lo strazio che sta attraversando il nostro pianeta, c'è, e ci deve sempre essere uno 'spazietto' da ritagliarsi per sopravvivere e darci un senso. Il posticino che ci fa ancora esprimere ciò che amiamo… il nostro saper fare. Non è molto, ma neanche pochissimo.

Qui la mia raccolta visiva dell'intero anno (che sta per andarsene ma che vorrei trattenere più a lungo) delle 13 campagne di prevenzione e cura della salute per la Repubblica di San Marino - Segreteria di Stato Sanità e Sicurezza Sociale. Le Campagne sammarinesi, sostenute tutte da l'OMS (WHO in inglese), fanno parte integrante del programma di 194 Stati, che mettono in primo piano, come da costituzione, il raggiungimento del più alto livello possibile di salute della popolazione mondiale. 

Da parte mia è stato un anno speso in conoscenza e cura del linguaggio visivo (unita ai proficui rapporti di collaborazione), grazie all'amico Gabriele Geminiani e la sua associazione Fuorigioco Network che mi hanno messo in contatto con il personale istituzionale della Repubblica stessa. Mesi a interpretare in sintesi cosa serva per convincere (e convincermi) di fare prevenzione per la salute e come affrontare la malattia, attraverso l'uso oculato di immagini e brevi ma significativi testi. 

Niente si può dare per scontato sulla capacità del nostro fisico di restare sano, quasi come se il dono fosse dato per sempre. La nostra vulnerabilità è una costante come la legge di gravità, e l'uso e l'abuso delle nostre capacità fisiche sono delle mine poste lungo il percorso.
Per me, che sono quasi un fatalista, è stata una vera lezione. Spero resti qualche traccia nel mio presente come nel futuro…

Non è scontato che il prossimo 2020 mi ritroverà impegnato in questo progetto di 'pubblica utilità', ma i commenti ricevuti lasciano ben sperare.

Francesco Del Zompo - 20 dicembre 2019


sabato 28 dicembre 2019

“Il 2020 sarà l’Anno del Ballarin” … Ah Ah Ah

Ricevo da Messico e nuvole* e diffondo:
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             La destrorsa Amministrazione Comunale di San Benedetto impegna 200.000 euro per la salvaguardia di quel che resta del vecchio muro di recinzione rotto, disastratissimo e inutile dell’ex Stadio Ballarin.

L’illuminata Soprintendenza Regionale Marche o non sa che quel misero manufatto è totalmente “privo di dignità costruttiva e artistica”, oppure lo sa e ci prende in giro. Tanto qui abbocchiamo facile.
Dice che si tratta di un pregevole muro littorio-fascista del 1929, quindi da ammirare e venerare e portarci le scuole, costasse pure più di 200.000 euro. Potrebbe addirittura averlo eretto Mussolini-carpentiere in persona in uno dei suoi comici blitz di propaganda (tipo quelli delle paludi Pontine) che oggi ri-piacciono tanto a politici e non, facendo magari incidere il fascio littorio su qualche raro mattone!
Certamente la nostra Soprintendenza galattica lo sa e non lo dice, per paura che con tutti i neo-fascisti che ci son qua, quelli, dopo le affollate cene di Acquasanta, bevuti ed eccitati si buttino a rubare per ricordo i mattoni, e allora addio muro.
Fatto sta che il muro dimagrisce ad occhio nudo, man mano che ci lavorano intorno. Dovranno metterci i Carabinieri di guardia, e anche i neonati “Controlli di Vicinato”, oltre a una selva di telecamere, tanto “per la sicurezza abbiamo da spendere più di un milione” (sic).          
        “Il 2020 sarà l’Anno del Ballarin” (sic), annuncia radioso il sindaco nostalgico-destrorso. Più probabilmente sarà l’anno del muro rifatto (per andarci a sbattere alle prossime votazioni, ah ah ha).

        200.000 (duecentomila) euro, dicevamo. Non conveniva spenderne da Brico al massimo 200 (duecento) per coprirlo pietosamente con un telo nero impermeabile, ‘sto muro, come si fa coi cadaveri? (Facile che ci stampavano sopra un evocativo fascio littorio, ma pazienza). Avremmo avuto 199.800 euro in più da investire sul restauro del Ballarin, che anche il più risparmioso dei progetti che si sventolano costa sempre troppo per le micragnose finanze comunali.

       A proposito: perché tutti - Comune, tecnici, giornali, tifosi, anime belle - ignorano, o fanno finta, il “nostro” progetto Quelli che il Ballarin, che è piaciuto molto a Paolo Beni e Marco Lodola? Magari potrebbe piacere pure ad altri, no?
Distinti saluti.

Messico e nuvole

        *Messico e nuvole [idee terra-terra, restauri creativi e incompresi, rompicoglioni - alla Jannacci, eh - e altro]   messicoenuvole2@gmail.com


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PGC - 28 dicembre 2019

venerdì 20 dicembre 2019

Nella tana del Coniglio

MOMIX

ALICE”

Artistic Director Moses Pendleton

Teatro EuropAuditorium
Bologna
14 dicembre 2019  h21

 

Nella tana del Coniglio
 
        “Scoprire fin dove arriva la nostra fantasia” è la sfida di Moses Pendleton, creatore dei leggendari Momix, la compagnia di danza a cui il coreografo, nato 70 anni fa in una fattoria del Vermont, diede con la nonchalance dei geni il nome di un…latte per vitelli.
     Niente di meglio, allora, che cimentarsi con la vittoriana stravagante visionarietà di quel Lewis Carrol che col suo “Alice in Wonderland” ce l’aveva messa proprio tutta, da rigoroso prof di matematica, per sovvertire le forme del reale, prima del surrealismo, molto prima delle sostanze psichedeliche.

        Così questo palcoscenico è per noi oggi, come per Pendleton, il nostro narghilè, la poltrona è il fungo dal quale scoprire quell’angolo di noi che forse non ha ancora cancellato il sogno e l’impossibile.
E quella scena che si dilata e rimpicciolisce e si anima di ogni eccentrica possibile forma è la nostra tana del Bianconiglio nella quale cadere e cadere all’infinito con Alice: capace lei sola di leggere il mondo anche sottosopra, ci ricorda con la leggerezza a tratti inquietante della fiaba che nulla è mai davvero ciò che appare.

        “Raggiungere sentieri ancora inesplorati nella fusione di danza, luci, musica e proiezioni” è la missione ampiamente compiuta dall’imprevedibile immaginifico Pendleton e dagli strepitosi interpreti pienamente fusi alla dimensione onirica del mondo di Alice: nella costante metamorfosi di ogni elemento scenico, nell’espressività dei corpi sospesi fra danza e acrobazia, nel tessuto musicale sofisticato, ipnotico e modernissimo, la favola coreografata si frammenta in un mosaico di quadri dinamici, in un flusso costante di sembianze e forme che mutano attraverso gli oggetti, gli abiti, i corpi stessi di altri ballerini.

        Entra danzando al buio, il Cappellaio Matto, con le sole scarpe illuminate; avanza circospetto l’inquieto nugolo di Conigli, vola e danza nell’aria la biondissima Alice, volano e danzano issati come vele al vento i tessuti; ogni legge di gravità sembra abbandonare i corpi che strettamente connessi agli oggetti, agli abiti, agli altri corpi, mutano con la leggerezza immateriale che incontriamo solo, talvolta, nel sogno.
Così Alice può crescere a dismisura, divenire gigantesca con l’apparente facilità con cui ogni cosa qui può mutare le sue dimensioni ed essere altro da ciò che sembra, e i danzatori diventare fusto e rami della foresta in un meraviglioso passo a due.
E così la spietata Regina di Cuori, lo Stregatto e il Bruco mille forme, i Soldati dal corpo fatto di carte da ramino, gli inquietanti bebè col faccione contratto nel capriccio, le Rose dipinte di rosso da bianche che erano: tutti partecipano al flusso narrativo che incessantemente si frantuma in visioni fantasmagoriche e si traduce in un linguaggio coreografico di sofisticata, potente, rara bellezza.

       Poichè è questo che Pendleton intende fare, nel rielaborare la fiaba di Carrol: usare la storia di Alice e del suo mondo assurdo come punto di decollo per liberare la fantasia, per “aprirsi all'impossibile”. La fiaba, in fondo noiosissima e perturbante non meno di altri terribili classici per l’infanzia - non meno del plumbeo Pinocchio (mai riuscita, nella mia verde età, ad andare oltre pagina 10) - diviene allora ciò che realmente è: una favola per noi adulti, consapevoli che il sogno è per sempre scomparso ma vogliamo ancora credere che sia possibile.
Che si possa anche noi, svegliandoci da ciò che c’inquieta e ci aggredisce - come il mazzo di carte di Alice - dire come lei beffardamente “Who cares for you? You’re nothing but a pack of cards! – A chi credete di far paura? Non siete che un mazzo di carte! ”.
E ridestarci, come lei, al sicuro.


https://www.youtube.com/watch?v=Yxse-GeBids

Sara Di Giuseppe - 17 dicembre 2019





domenica 8 dicembre 2019

“Più di un milione…”

San Benedetto, Grottammare, Cupra e i “Controlli del vicinato”: 
la mia candidatura.

 
        “Più d’un milione di euro”: tanto abbiamo da spendere per la Sicurezza, sindacopiunti dixit. E se hai soldi tanti così, che fai, non metti in moto i Controlli del vicinato? È il minimo, da scemi non farlo.

        Dunque si parte: scaldati i motori, sicuri del plauso di popolo e stampa, i tre moschettieri della Sicurezzite nel Piceno, Athos Porthos e Aramis (i nomi d’arte: Piunti, Piergallini, Piersimoni) si autoconvocano in assemblea il 6 dicembre coi 25 coordinatori (cioè gli spioni-capo, che coordineranno gli spioni-semplici) dei Gruppi di “Controllo del vicinato”.

        Controllo del vicinato, bisogna convenirne, suscita echi inquietanti e drammatiche sensazioni di déjà-vu, di Est europeo e di ordine e moralità garantiti da sigle rassicuranti come Stasi, Čeka, KGB  (anche OVRA, per non dimenticare le glorie patrie) e da plotoni di solerti cittadini-spioni.
Magari è solo l’involontario parto della stupidità al potere, e questi sindaci eredi dell’Età dei Lumi sapranno correggere qualche gaffe imputabile a eccesso d’entusiasmo. Quanto al logo, brutto senza speranza e fascisteggiante quanto basta, è però molto evocativo: vedi quel disegnuccio da scuola elementare e pensi subito al dio-patria-famiglia dei bei tempi andati e a quando c’era il mascellone che lui sì le cose le faceva funzionare. 
    
      Insomma siamo orgogliosi: in una manciata di chilometri - da San Benedetto a Cupra passando per Grottammare – vantiamo il felice primato di tre sindaci legati da comune sentire di marca Grande Fratello orwelliano, pronti a far leva sulle viscerali pulsioni dei cittadini (presto potrebbero essere istituiti la Settimana dell’Odio, la Psicopolizia, lo Psicoreato; la Neo-Lingua, come abbiamo visto, è già operativa) e a farsi – che non guasta mai – campagna elettorale “aggratis”.

        Chissà che ne pensa la Chiesa di questa concorrenza nella vigilanza moralizzatrice sulle sue pecorelle, affidata al buco della serratura e agli spioni di quartiere in salsa fascioleghista.

        Una cosa è certa: ci sarà competizione e nessun incarico sarà così ambito localmente come quello di Coordinatore o Agente-di-quartiere. Primo indispensabile gradino di un cursus honorum che porterà in posizione preminente presso i concittadini-semplici e presso l’amministrazione: riverenze e rispetto - certo invidia - da parte del vicinato, familiarità con le stanze dei bottoni, visibilità e genuflessioni dalla stampa…
E l’ambizioso traguardo del potere - per quanto in formato bonsai - sarà raggiunto, con la pettoruta prosopopea di chiunque arrivi a poter mostrare un tesserino, un distintivo, un’autorizzazione, a esercitare controlli, a indossare una divisa, una maglietta, un giubbotto, meglio se fluorescenti.
        È così che, sedotta - lo confesso - da una tale prospettiva, oso offrire la mia candidatura per il ruolo di Coordinatrice dei Controlli del vicinato. Bravina lo sono e ho decenni di esperienza: da insegnante ero abilissima nel sorprendere il mariuolo che suggeriva al “vicino” di banco. Nel tempo libero saprei aggirarmi nel quartiere anche di sorpresa – sono leggera e non vistosa – per esercitare una vigilanza occhiuta e rigorosa e riferire poi alla Stasi de noantri comportamenti sospetti o contrari alla moralità che più ci fa comodo.
        Infine, ho un asso nella manica che mi darà molto punteggio: sono gatto-munita e potrei avvalermi del contributo dei miei 4 felini alle cui formidabili vibrisse nulla sfugge.
 

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Qualche zelante ficcanaso […] avrebbe potuto cominciare col chiedersi perché s’era messo a scrivere durante l’ora di colazione, perché aveva usato una penna di modello sorpassato, che cosa aveva scritto… e quindi avrebbe messo una parolina là dove era opportuno.

         [G. Orwell, 1984 - Parte prima, cap.3]


Sara Di Giuseppe - 7 dicembre 2019




ESPOSTO

Alla Provincia di Ascoli Piceno
Alla Polizia Provinciale di Ascoli Piceno
Agli Organi di Informazione
 

ESPOSTO


Nella mattinata di ieri, 5 dicembre 2019, nelle campagne vicine a Ripatransone si è svolta l’ennesima battuta di caccia al cinghiale, coordinata da funzionari della Polizia Provinciale.
Massiccio dispiegamento di uomini e mezzi che neanche ai bei tempi del banditismo sardo, cacciatori sguinzagliati anche sulla strada e molto vicino alle abitazioni, rumori di spari che hanno terrorizzato per tutta la mattinata gli animali, domestici e non.

A margine di questa barbarie - ma tutto è in regola, eh, come ti sbagli… - a pochi metri da casa mia, due auto in sosta, di cacciatori impegnati nella battuta: dall’interno del piccolo carrello agganciato ad una delle due - una Fiat Panda - completamente chiuso (v.foto) senza che fosse visibile alcun pertugio o fessura, provenivano rumori inconfondibili: erano CANI CHE SI AGITAVANO, ABBAIAVANO, UGGIOLAVANO DISPERATAMENTE.

Per quanto cercassi, non ho potuto incontrare nessuno per parecchio, e solo dopo oltre un’ora si sono materializzate due persone, una delle quali funzionario della Polizia Municipale.
A quest’ultimo ho segnalato la situazione: i cani, ormai da tempo rinchiusi lì dentro, continuavano ad agitarsi e lamentarsi (e intanto un sole pieno, era ormai mezzogiorno, batteva sulle lamiere del carrello).
La cortese risposta del funzionario è stata di non preoccuparmi: “il carrello è omologato per lo scopo” e “ci sono delle prese d’aria” (così piccole da essere pressoché invisibili), e “i cani si agitano perché vorrebbero anche loro…” eccetera (insomma: i cani impegnati erano troppi e non servivano tutti…sic).
Ho continuato nella mia protesta su una simile barbarie, ma è tutto in regola (toh!), semmai si può chiedere di cambiare la legge (sic) e “al massimo si potrà invitare il proprietario dei cani a portarne di meno durante le battute”, è stata la risposta definitiva.

Mi aspetto:
- che da parte della Provincia e di tutti gli Organi responsabili ci siano sanzioni per comportamenti  che configurano palesemente il reato di maltrattamento (dalla mia foto si ricavano le targhe dell’auto e del carrello).

Mi aspetto:
- che nella gestione di queste folli battute al cinghiale (nelle quali giocano ben altri interessi che quelli ambientali), la Provincia e tutti gli Organi responsabili introducano pratiche più civili (se civiltà può mai esserci - e non ce n’è - nella barbarie legalizzata che è la caccia): l’ampiezza di manovra che una normativa sciagurata concede all’attività dei cacciatori nelle battute al cinghiale (perfino la possibilità di sparare vicino all’abitato) crea gravissimi rischi per gli umani e per la fauna di ogni specie - domestica e non - che popola queste zone, con ricadute facilmente immaginabili sulla qualità della vita nelle contrade ripane già seriamente segnate da incuria, incompetenza, sciatteria amministrative a tutti i livelli e gradini di (ir)responsabilità.

6.12.209 - Sara Di Giuseppe

Contrada Sant’Egidio 4  -  63065 Ripatransone



mercoledì 4 dicembre 2019

Non tutti "I pali pendenti di Ripa" vengono per nuocere

A seguito delle osservazioni di PGC sullo stesso tema:
http://www.letteraturamagazine.org/2019/12/i-pali-pendenti-di-ripa.html

Caro PGC,
c’ho messo un po’ di tempo prima di risponderti. Volevo approfondire il caso perché è impensabile che nel 2019 si possano mettere dei pali per il passaggio di energia elettrica a casaccio. Così, sfidando ogni tecnica costruttiva a disposizione, o trascurando l’uso di una economica livella semi-professionale. Credo proprio che non tutti i pali (pendenti) vengono per nuocere.

Dopo aver fatto sopralluoghi e rimuginato teorie più o meno astruse o stram-palate, un lampo di genio militaresco mi si è palesato tra le personali nebbie ripane:
i pali, così interrati, indicano esattamente alcune costellazioni di questo periodo astrale. Le loro varie inclinazioni (solo apparentemente irregolari) sono frutto di un meticoloso calcolo matematico.

“I pali pendenti di Ripa” sono dei puntali, degli indicatori esatti di alcune stelle nello spazio. Tali stelle, a loro volta, fanno parte di costellazioni che si vorrebbero ‘nuove’: della Petrella, di Sant’Egidio, di Sant’Andrea, del Carmine, di Penne e delle altre contrade non specificate. A mo’ di richiamo, di suggerimento (per grossolana similitudine vedi Stonehenge, o i cerchi nel grano, o la mitica area delle piramidi di Giza). Un piano ingegnoso alla “ET” per comunicare ad altri abitanti dello spazio la presenza dei ripani sulla Terra.

I cartelli di ‘avviso di interruzione’? Un modo per nascondere le oscure manovre di deviazione dell’energia verso i pali pendenti. In realtà sono condensatori e nel contempo deviatori. Come bobine di Tesla, lanciano nell’oscurità fasci luminosi verso gli abissi astrali per comunicare l’esatta posizione... (segue nella riedizione aggiornata de “Ai confini della realtà”).

Ecco il mistero, l’arcano de I pali pendenti di Ripa. La realtà è sempre più avanti dell’immaginazione.

E-T




lunedì 2 dicembre 2019

I pali pendenti di Ripa*

-         Dicono i maligni che si sono storti per il temporale-lampo di domenica scorsa, i nuovissimi pali dell’ENEL in contrada Petrella, contr. Sant’Egidio, contr. Sant’Andrea, contr. Carmine, contr. Penne… eccetera. 

Ma non è vero, non ci posso credere.

La verità è che li mettono già così, pendenti, pendenti come la Torre di Pisa, che fa più artistico e portano turisti. Inclinazione variabile secondo le caratteristiche del territorio, delle correnti e dei venti. E’ l’aerodinamica, bellezza! “Resisteranno meglio alle intemperie”, quanto siamo ignoranti… Era un segreto militare, ma l’ENEL li stava studiando da parecchio. Non potevamo mica andare ancora avanti coi vecchi pali di legno noiosamente dritti, che cadendo a 90° ammazzano le macchine. Questi qua invece, giacchè l’angolo è più piccolo, cadranno sì prima ma saranno carezze!

Certo ci vuole più studio e tempo a metterli, continue misurazioni, algoritmi… Sono mesi che nelle nostre agricole contrade compaiono quei cartelli colorati “AVVISO DI INTERRUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA”, un giorno alla settimana, tutto il giorno, una settimana sì e l’altra pure!
Ne ho l’intera collezione, mi manca solo il cartello azzurro - rarissimo - di metà ottobre, andarono persi quasi tutti, forse se ne andarono via col vento… È così elettrizzante, poi, scommettere da contrada a contrada se davvero la corrente tornerà a las cinco de la tarde, e correre a far scorta di candele, tranne quando non lo sai che resterai al buio perché i cartelli o non avevano voglia di metterli o saltando di palo in frasca ne hanno attaccati due o tre in tutto.

-          Dicono poi i maligni che ‘sti pali li mettono i somari, gente che non sa lavorare, o come minimo improvvisata: colpa dei sub–sub-appalti. Ma non è vero, non ci posso credere. Non ci sono i controllori? Squadre di tecnici sguinzagliati di nascosto tra boschi, vigne, calanchi e colline a verificare che tutto sia realizzato a regola d’arte? Nessuno li vede perché si mimetizzano come i cacciatori, ma è sicuro che ci sono: come trovano un solo palo dritto fanno rapporto alla Direzione Galattica di E-Distribuzione e sono dolori.

-        Dicono ancora i maligni che… questi nuovi pali - giustamente storti - potrebbero purtroppo mettersi dritti al primo temporale, al primo scirocco, alla prima bomba d’acqua. Ma non è vero, non ci posso credere. Anche se, con tutti questi “cambiamenti climatici”…


*(vedi foto)


PGC - 2 dicembre 2019



venerdì 22 novembre 2019

Mario Vespasiani e il vicolo più stretto d’Italia (43 cm)

        Potrebbe continuare con ancora più successo la mostra di pittura “Eschatology” di Mario Vespasiani - appena conclusasi questo 19 novembre al MUMI [Museo Michetti] di Francavilla a Mare (CH) - se le due monumentali opere lunghe ben 10 metri potessero essere esposte – magari per un tempo limitato – nel vicolo più stretto d’Italia della sua bella Ripatransone.
Non sarebbe un’inutile “provocazione d’artista”.

        Lo “scontro-danza dei due pavoni in un paesaggio fortemente contrastato” su una parete, “l’immenso sfondo montuoso con l’apparizione di figure simboliche, umane e di animali, leggendarie e geometriche” sull’altra (vicinissima, quasi attaccata) parete del vicolo, inciterebbero come non mai lo spettatore ad una “partecipazione fisica e mentale”.

         Dato che Eschatology è una dottrina che indaga addirittura il destino ultimo dell’individuo, dell’intero genere umano e dell’universo, e Vespasiani la interpreta qui alla sua maniera - senza risparmio di energia e mezzi e con estremo sfolgorio di colori, traendo ispirazione da intime convinzioni filosofico-religiose - l’aspetto “dimensionale” è importantissimo.
Infatti al MUMI potevi passeggiarci, “davanti” a queste due grandi opere, guardarle da lontano, contemplarle da qualche diagonale. C’era il vuoto intorno, nulla le disturbava.

       Ma perché adesso non fare l’esatto contrario e vedere l’effetto che fa? Perché non presentare questi due grandi quadri di grande pensiero - per i quali il più grande volume espositivo potrebbe concettualmente addirittura non bastare - in uno spazio minimo che più minimo non si può, ma famoso e carico di storia (dove, tra l’altro, Mario è di casa)?
 Se lo spazio è un po’ “relativo” come il tempo, se intorno all’arte proviamo a comprimerlo - a farlo tendere a zero come si dice in matematica - l’effetto emozionale non potrebbe essere “infinito”?
 
        Nel vicolo più stretto d’Italia (43 cm, 38 in qualche punto!) due grandi quadri di 10 metri curiosamente uno di fronte all’altro - tanto da rendere quasi impossibile il passaggio fisico dei visitatori - forse farebbero non solo da calamita per i curiosi, ma acquisterebbero altri significati, profondi e ancora inesplorati, di grande complessità, di portata emozionale non misurabile…

        Poi: metti a Ripa una giornata uggiosa, con quella nebbia un po’ così quell’espressione un po’ così… L’evanescenza che Mario con maestria ha infuso in queste due opere si trasferirebbe, dal nostro caro vicoletto, in ogni pensiero vagante nella piazza e vi resterebbe inciso. Sarebbe un altro record.

       
PGC - 21 novembre 2019




giovedì 14 novembre 2019

“Sì, viaggiare / evitando le buche più dure”

VIAGGIO INTORNO AL MONDO

Christian Riganelli (Fisarmonica)  Fabio Battistelli (Clarinetto)

Ripatransone - Auditorium Santa Caterina, 10.11.'19 ore 17
[Associazione Musicale Marchigiana]

“Sì, viaggiare / evitando le buche più dure”  [Battisti - Mogol]

        Infatti. Riganelli e Battistelli-drivers stasera ci han fatto viaggiare soft, scegliendo per questo concerto un repertorio lungo sì migliaia di chilometri, ma senza scossoni. Niente musiche troppo ardue e in salita per noi. Si parte comodamente da qua vicino, dall’immaginaria stazione di Castelfidardo, con una “Tarantella marchigiana” - del nostro Riganelli - di media velocità, tanto per prender confidenza con noi viaggiatori-ascoltatori che a guardarci non sembriamo fisicamente attrezzati a saltare da un fuso orario all’altro.
        Ma fisarmonica e clarinetto non sono stanziali come quel pianoforte a coda lunga, nero accantonato sul palco; anzi, la “Scatola magica” a bottoni di Riganelli - che somiglia a una valigia (di marca Victoria, non Samsonite) - ha bisogno proprio dell’aria del viaggio, per suonare meglio, e così pure il clarinetto di Battistelli, che smontato è più agile di un ombrello: per un “Viaggio intorno al mondo”non si fanno pregare.
        Sono musiche di ogni nazionalità, Argentina, Bulgaria, Italia, Grecia, Brasile, Spagna, Israele… eseguite con precisione svizzera e professionale “trasporto”, da viaggiarci dentro con estremo comfort. E guidano con intensità e maestria, i nostri musicisti-drivers, come se stessero esibendosi in un grande teatro pieno di esperti spettatori-viaggiatori e non un piccolo “caldo” chiesastrico auditorium, senza finestre per guardar fuori - questo passa il Convento, alla lettera - e con qualche posto vuoto.

        E’ stato un “dolcemente viaggiare […] evitando le buche più dure”. E incontrando per strada anche chiare tracce di jazz, di classica, di tango… Christrian e Fabio - li chiamiamo per nome, in viaggio si diventa presto amici - le hanno percorse cambiando ritmo, genere, atmosfera: per noi, non un attimo di stanchezza o di noia, come a volte nei viaggi. Anzi, un sapiente continuo “rallentare per poi accelerare”… “gentilmente, senza strappi al motore”: ci abbiamo preso gusto, ci piaceva continuare, e loro generosi ci hanno scarrozzati ancora per un po’…

        “Viaggio intorno al mondo” fascinoso e colto, però breve. Vorremmo che Riganelli e Battistelli ci portassero ancora in tour, anche in percorsi più complicati, possiamo farcela, ci prepareremo. L’itinerario lo scelgano loro, ci fidiamo. Noi cercheremo di esser più numerosi, occupando pure i posti riservati in prima fila. [tanto quelli mica vengono, i politici… e se viaggiano non capiscono, massimo vanno a San Marti’]


PGC - 13 novembre 2019





mercoledì 13 novembre 2019

IL DIO DELLO STREPITO

 COMPAGNIA DELL’ACCADEMIA
studio da
LE BACCANTI
di
Euripide
trad. Edoardo Saguineti
regia Emma Dante

San Benedetto del Tronto – Teatro Concordia
9 Novembre 2019  h 20.45


IL DIO DELLO STREPITO


“… portami laggiù, dio dello strepito, dio dello strepito
 euòi! Tu che guidi i baccanali…


         Modernissimo Euripide, che “come tutte le avanguardie rigenera il teatro uscendo dal teatro” e paga di persona: con l’insuccesso, con l’autoesilio da un’Atene senza redenzione, da una società che non lo ama e gli tributerà omaggio tardivo e postumo, forse ipocrita. 


         Tragedia totale viene definita Le baccanti, e ultima stagione del teatro politico: al tragediografo greco - così vicino al teatro moderno - sarebbe certo piaciuta la geniale regia di Emma Dante, il suo teatro che rilegge la classicità attualizzandola e i cui archetipi spesso utilizza nella denuncia sociale che è nerbo della sua produzione.
         L’arcaismo tragico delle Baccanti le è congeniale - qui esaltato dalla luminosa traduzione di Sanguineti - e il palco popolato di giovani donne e giovani uomini, martellato da musiche pop e luci psichedeliche nulla toglie alla perfezione del meccanismo teatrale euripideo, alla violenza di un intreccio - la fantasia dei Greci è spesso truce - che fu anche atto di accusa verso un corpo sociale, quello ateniese, disgregato così come smembrato è il corpo fisico del tiranno Penteo.

         Ci sono tutti, i temi eversivi di un Euripide cui Atene preferì sempre gli altri tragici: ci sono le donne, invasate dal dio e perciò libere - pur solo nell’ebbrezza dionisiaca - da un giogo sociale maschilista e opprimente, non lontano da quello che la regista rintraccia nell’humus socio-culturale della natia Sicilia; c’è il dio dalla collera vindice rivolta contro Tebe che non riconosce - unica fra le città - la sua divinità frutto della ierogamia fra Zeus e la mortale Semele; c’è il confronto col tiranno - il suo doppio - che irride il sacro e segna in questo il proprio destino tragico.
La vendetta di Dioniso - qui sdoppiato in un corpo maschile e in uno femminile - eccede la giusta misura ma non cerca giustificazione, né la natura divina può essere discussa: le principesse cadmee e con esse tutte le donne di Tebe, possedute dall’estro dionisiaco - l’oistros, l’incontenibile follia - saranno il suo braccio armato, e ciò che il dio ha spietatamente stabilito si compirà.
         Alle sue menadi asiatiche e alle baccanti tebane il dio dello strepito infonde così il grido di vittorioso furore nella perdita totale di sé, mentre l’azione converge verso il suo acme: lo sparagmòs, l’orribile smembramento di Penteo ad opera dalla stessa sua madre Agave, che nella follia bacchica lo crede un cucciolo di leone.

         Con il taglio della parte finale - l'esodo e il ritorno di Agave in sé, con la  terrificante coscienza dello scempio e il canto di trionfo che diviene lamento funebre - la regia sceglie una messa in scena dominata dalla dirompente bacchica sensualità dell'elemento femminile: qui musica, canto, danza disegnano geometrie convulse ed esplosioni di colore, e gli oggetti anche macabri - le teste mozzate penzolanti dalla graticcia, la croce a un certo punto innalzata - sono grumi simbolici che inchiodano l’attenzione e rendono lo spettatore parte dell’incantesimo collettivo.

         Le figure più caricaturali - l’effeminato Penteo, eroe (o antieroe) della miscredenza, il saggio Tiresia, il tremebondo vecchio re Cadmo - spinti dal dio al travestimento femminile per mescolarsi ai riti bacchici - non muovono il riso, amplificano anzi il connotato tragico, la ferocia collettiva indotta dalla follia divina. Nella nitidezza della costruzione euripidea Atene non poteva non riconoscere le dinamiche stesse della propria disfatta politica e morale (il predominio degli affari, le lotte intestine, la disgregazione della società e dell’individuo… Ci ricorda qualcosa?).

         La Compagnia dell’Accademia e i suoi giovani eccellenti interpreti - “bravi da matti” - imprimono alla scena una carica passionale che è cifra del teatro di Emma Dante, sempre di attualissima denuncia. Per ricordarci, insieme con Euripide e duemilacinquecento anni dopo di lui, che per incenerire le case degli uomini, per "abbattere questa società putrescente non serve certo un dio, bastiamo noi” (L.Billi).


Sara Di Giuseppe - 12 Novembre 2019 





sabato 9 novembre 2019

Alì Babà e i quaranta palloni

            Istruzioni per la lettura (cfr. stampa locale):
-          Rubati quaranta palloni alla squadra di calcio Sambenedettese. Si cercano i ladroni, forse quaranta. Come acciuffarli, prima che ne rubino ancora? [Furto gravissimo ma “affettuoso” e creativo: senza palloni non giochi, se non giochi non perdi]

-          A San Benedetto, Grottammare e Cupramarittima si stanno costituendo legalmente - su iniziativa dei 3 sindaci e benedizione della Prefetta - i “GRUPPI DI VICINATO”. In pratica: RONDE DI CITTADINI SPIONI, “con 8 coordinatori già individuati(sic). Stiamo sereni.

Alì Babà e i quaranta palloni, dicevo, ma che c’entra? 

      E’ che ci vorrebbe un Alì Babà per ritrovare i quaranta palloni trafugati dai ladroni: e potrebbe riuscirci uno degli “8 coordinatori appena individuati” dall’Amministrazione di Grottammare, o qualche agente-scelto della relativa squadraccia. 

       Impresa non difficile - non si tratta di ori e gioielli persiani… - e perfetta come allenamento per i “Gruppi di vicinato”: basterà che questi scagnozzi girino con ostentata nonchalance per i campetti di calcio del “perimetro di competenza concordato” e osservino con cannocchialetti sapientemente mimetizzati i palloni con cui giocano i ragazzi; buttino l’occhio vigile sul vicino che d’improvviso palleggia con la moglie in giardino; controllino se la vetrina del negozio di fiducia di articoli sportivi ha troppi palloni in sconto… 
Oppure bussino direttamente alle porte del proprio quartiere (“Apriti Sesamo” e ogni porta si aprirà) e… ”quanti palloni avete in casa?” Se ce n’è più d’uno, ZAC, subito avvertiranno i Carabinieri a mezzo whatsapp, come gli hanno insegnato negli “incontri formativi” e come sta scritto nel “Protocollo d’intesa con la Prefettura”. Per il vicino saranno cazzi, ma questo è il Progetto sociale che favorisce la rinascita e il consolidamento dei rapporti e la reciproca assistenza tra vicini (sembra una barzelletta ma proprio così dice Pierre-Gallin, e i giornalisti da riporto riportano).

        Ulteriore missione degli Alì Babà nostrani sarà scovare chi in casa accende forni e camini contravvenendo all’ordinanza sindacale che lo vieta severamente ma con deroga: “salvo che per cucinare salsicce alla brace e grigliate” (pare una barzelletta ma proprio così scrive sindacopiunti nell’ordinanza).
Svariati Alì Babà in borghese, pertanto, perlustreranno il quartiere di riferimento col naso in su, guardando i comignoli e annusando l’aria come i bravi di don Rodrigo, e al minimo sospetto ti entreranno in casa (con o senza la formula magica “Apriti Sesamo”) puntandoti addosso non la pistolona, per ora, ma lo smartphone: per il vicino saranno cazzi, se sorpreso senza la salsiccia in bocca.
 
        I “Gruppi di vicinato appena istituiti, dunque: comitati di controllo o ronde, comunque li si voglia chiamare, altro non saranno che la STASI de noantri. Giusto 30 anni fa la mandavano finalmente al diavolo, la terribile Polizia Segreta della DDR, che aveva la sua forza nell’immensa rete di collaboratori più o meno segreti adescati tra i cittadini.
 
Per l’anniversario la resuscitiamo noi, proprio nei giorni in cui dappertutto viene ricordato ciò che fu quel fetente regime poliziesco caduto con ignominia, a furor di popolo; che cosa fu lo spietato controllo di ogni atto, di ogni respiro dei suoi cittadini. “Le vite degli altri” fatte a pezzi.
 
        I 3 sindaci invece già si appuntano la medaglia, nell’assordante silenzio di opinione pubblica e mezzi d’informazione: non un lamento, un soprassalto di preoccupazione, un moto d’indignazione da parte di cittadini comuni, di sedicenti intellettuali, politici sinistrorsi militanti o a riposo, giornalisti e porgimicrofono, presenzialisti di professione, finte opposizioni politiche, associazioni asservite, preti vescovi e chiesa tutta, artisti, opinionisti e bellagente.
Non un fiato da nessuno di costoro, non una parola, non un pensiero, non una riga per denunciare questa deriva pericolosa, moralmente distorta, militaresca e fascistoide; per lanciare l’allarme sul cupo spionaggio istituzionalizzato e astutamente mascherato da “reciproca assistenza tra vicini”. Nessun “dissidente”. Indifferenza, apatia, viltà, silenzio.

        Un’opinione pubblica che supinamente accetta scelte come queste, lesive di libertà, dignità, decenza, prodromi di derive impensabili, è irreparabilmente lobotomizzata, anestetizzata fino alla paralisi, e allora tutto può succedere. Nella storia recente è già successo.

        Oppure, e chissà qual è l’ipotesi peggiore, silenziosamente condivide queste politiche, se ne compiace, si sente al sicuro, tutelata da un grande fratello occhiuto e prepotente, che con l’alibi della solidarietà e partecipazione sguinzaglia i suoi spioni a controllare il modo in cui vivi.
        E i sindaci continueranno a gonfiarsi come i palloni della Samb, santi subito saranno acclamati da stampa, da cittadini adoranti e complici, da nani e ballerine: santi degli spioni, patroni del buco della serratura.
        E pensare che gli è bastato cominciare con dei piccoli ma fedeli Alì Babà che corrono dietro a 40 palloni rubati…
 
 
PGC - 9 novembre 2019




sabato 2 novembre 2019

PEGGIO DI DRESDA

       “Il Consiglio Comunale di Dresda approva a maggioranza (Verdi, Post-comunisti [Linke], Liberali [Fdp] e Socialdemocratici [Spd] a favore, Cristianodemocratici [Cdv] angelikamente contro) una delibera che proclama in città l’Allerta Nazista, dopo i ripetuti atteggiamenti e atti antidemocratici, antipluralisti, contrari all’umanità e di estrema destra che arrivano fino alla violenza. Dresda ha un problema: se non vuol diventare la capitale del nuovo nazismo deve opporsi energicamente a questa destra estrema radicalizzata, difficile da individuare e mescolata con la borghesia conservatrice”  (cfr.”La Repubblica” del 1.11.’19)
 
       Premesso che il Piceno non è la Sassonia e che qui i nazisti non ci sono (o piuttosto, non si vedono) e che abbiamo “solo” una forte DESTRA, noi siamo messi peggio di Dresda.
Nel senso che, mentre la nostra destra/centrodestra cresce elettoralmente e si fa sempre più invadente, arrogante, invasiva, ma anche subdola, sorridente, convincente, dispensatrice di convenienti promesse, non c’è chi la contrasti. Questa nostra destra casereccia prospera alla luce del sole, non si nasconde, non si vergogna: anzi si mostra amichevole, religiosa, con l’abito buono della festa. Si mescola agevolmente fra noi, che storicamente l’abbiamo già nel DNA. Si annida perfino nella nostra sminuzzata sinistra/centrosinistra; oltre che tra intellettuali, operai, dirigenti, disoccupati, evasori fiscali, giornalisti, medici, commercianti, imprenditori, artisti, avvocati, militari, insegnanti, studenti. Donne uomini bambini, il DNA dicevo. Si fa chiamare in tanti modi: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Casa Pound… Amministra quasi dappertutto, anche dove è in finta minoranza.
       Basta guardare qualche fatto degli ultimi 5 giorni:

-      I sindaci di San Benedetto, Grottammare e Cupra Marittima (destra e sinistra) firmano davanti alla Prefetta di Ascoli l’impegno ad istituire le RONDE (le chiamano “Gruppi di vicinato”, oh quanto sono creativi, ma sono peggio delle Ronde, torneremo alla famigerata STASI della DDR). La notizia  - cioè la velina - esce liscia come una carezza, nessuna indignazione o quasi. ”Mummie che tacciono”.
-      Al ristorante “Terme” di Acquasanta, per i festeggiamenti dell’Anniversario della Marcia su Roma, si riuniscono a banchetto amministratori ascolani e sambenedettesi sotto l’egida del Duce. La notizia scandalizza tiepidamente i giornaloni locali, poi appena un po’ di sputtanamento su quotidiani e tigì nazionali, poi tutto tende a sgonfiarsi: il Fratello d’Italia sindaco-ragazzo-maratoneta di Ascoli ci ha dato a bere che non aveva visto il menu (!) - talmente fascista che quello di casa-Mussolini gli fa un baffo -. Gli altri Fratelli hanno minimizzato, i leghisti hanno fatto embè?. Nessuno si è dimesso. Solo un gregario finto-capo si è scusato a bassa voce. Certo, dopo il fattaccio la sinistra ha strillato, ma come per contratto. Strillato. Déjà vu.

Ma l’elenco delle decisioni destrorse folli e pericolose come e più di quelle nazionali è lungo, lunghissimo: lo è così tanto che, almeno nei Consigli Comunali se non anche nella cosiddetta “società civile” si sarebbe dovuto fare uno scatto, tipo Dresda.

Ma quando mai, se siamo ormai inquinati fino al midollo.
 
-      L’opinione pubblica è silente, ciascuno cura col massimo interesse il proprio orticello o il proprio ombelico, né mostra di accorgersi di nulla. Come i contadini polacchi quando sulla ferrovia che correva accanto ai loro campi di cavolfiori gli passavano davanti certi convogli…
-      Le classi dirigenti capaci di “gestire con saggezza” le crisi strutturali e le crisi contingenti sono sempre più rare o addirittura scomparse.
-      La sinistra ormai sbriciolata come biscotti secchi, non sente più la propria responsabilità principale: quella di “tentare di contrastare gli innati bassi istinti della parte destra di noi tutti e di tenerli a bada” (Altan). 

       Quindi nessuno dei nostri pavidi, inerti, neghittosi Consigli Comunali, incapaci di prospettiva politica ma anche di pensare semplicemente controvento, voterà mai una delibera che, dichiarando l’evidente pericolosità di questa deriva - antipluralista, antidemocratica, antiumanitaria quando non addirittura violenta - impegni il Comune, i Comuni, la Provincia, la Regione ad opporsi energicamente e a combattere una destra estrema e arcigna, radicalizzata ovunque, facile da individuare benché spesso mimetizzata nei ranghi della borghesia conservatrice e reazionaria.

Siamo messi male. Peggio di Dresda. E il Piceno è già la capitale della peggiore destra, che si evolve con fascistica rapidità.


PGC - 2 novembre 2019


venerdì 1 novembre 2019

Silvano non suona più

Tra noi, era quello che più amava la musica. Ma la suonava di meno.
Lui la “cantava”, dentro.


Quando lo guardavi pensieroso (e forse lui non ti vedeva), sta’ sicuro che aveva un motivo in testa, spesso ripetitivo, che ripassava in continuazione, arrangiandolo alla sua maniera, smontandolo, rimontandolo, arricchendolo di note nuove, per noi misteriose.

Da ragazzo, con noi formò i Leaders, poi studiò e insegnò musica, a Ripa fu maestro di banda, nel suo defilato affettuoso negozio vendette chitarre, clarinetti, sax, piani, batterie, spartiti, mute di corde…

Ci si ritrovava, ogni tanto. Tra noi, suonare significava parlare. Impacciati magari, non ricordando bene motivi e accordi, provando, riprovando…

In ultimo, da solo, chissà cosa cantava. Ma sembrava sereno.

Noi speriamo così.

1 novembre 2019                Gli amici di musica




mercoledì 30 ottobre 2019

La STASI* nel Piceno

*Staatssicherheitsdienst:  Polizia Segreta di Stato dellex DDR La principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca.

        

       Dovevamo saperlo, che prima o poi la sindrome da sicurezza (Sicurezzite, nel linguaggio specialistico delle neuroscienze) avrebbe partorito il mostro.

       Lhanno partorito - senza una doglia né una contrazione - tre geniali sindaci del Piceno (Grottammare, Cupra, San Benedetto: i tre "P" dellavemaria, rispettivamente Piergallini, Piersimoni, Piunti), più la Prefetta di Ascoli. Sorriso da primi della classe nella foto di gruppo, con la penna in mano (!) come quando andavamo alle elementari, con dietro i maestri, pardon, i vertici delle Forze dellOrdine in posa pettoruta, e, sotto, la velinona istituzionale del 29/10 che la stampa locale si è scapicollata a pubblicare senza - va da sé - un sussulto di critica-dubbio-perplessità, né uno sbigottito possibile-che-sia-vero?... (È la stampa locale, bellezza).

       Vero lo è, il comunicato dei faccioni sorridenti con la penna in mano non lascia dubbi. 

Lideona, che presto sarà concretamente realizzata, prevede il coinvolgimento dei cittadini in attività di osservazione della propria zona di residenza per prevenire reati e valorizzare forme diffuse di controllo sociale 

Passaggio clou: listituzione di GRUPPI DI VICINATO(sic) che dovranno - udite udite - limitarsi a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia

(Ci ricorda qualcosa?)

       I Gruppi di vicinato - difficile dire se la definizione sia più comica o più sinistra, ma si può optare per un pareggio - avranno compiti di controllo del vicinato (sic) e dovranno limitarsi (bontà loro) a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia.

       Nellex DDR si chiamavano cittadini della pace - Kundschafter des Friedens - i benemeriti che facevano gli spioni presso la STASI; qui da noi tempo fa si chiamarono RONDE i gruppi di cittadini di marca fascioleghista pronti a menar le mani se la sicurezza lo richiedeva; poi anche quelle si sgonfiarono, le ronde rimasero disoccupate e restarono comunque i Vigili Urbani a inseguire con eroico sprezzo del pericolo i feroci vucumpra sulle spiagge di San Benedetto-Grottammare-Cupra  (in ordine di apparizione sulla traiettoria sud-nord).

     Oggi finalmente, con listituzione dei Gruppi di vicinato (che Salvini se lo sa ci resta secco per linvidia) tutti saremo più sicuri: ciascun cittadino saprà di poter essere spiato, controllato, se necessario pedinato dal proprio vicino (ci ricorda qualcosa?) e sarà perciò indotto a comportamenti onesti, disciplinati, cristallini; ciascuno, incontrando il proprio vicino, si scappellerà ossequioso, hai visto mai che siauno di quelli”… e se ne gioverà larmonia generale. Ciascuno inoltre potrà farsi parte attiva del progetto e, riscontrando comportamenti sospetti nel vicino, fare una sacrosanta spiata alla STASI, pardon alle autorità locali. 

       Insomma, grazie al genio dei sindaci locali e delle autorità preposte - la brava Prefetta auspica che altri Comuni si aggiungano  - dora in poi dormiremo fra due guanciali: gli spioni, gli spiati, la città intera e tutto il cucuzzaro. 

E la sicurezzite celebrerà finalmente i suoi trionfi.

       Però un po sono preoccupata: se mai, colpevolmente trasgredendo la severa dieta  ipocalorica, dovessi appartarmi per sgranocchiare in segreto una libidinosa barretta al cioccolato, potrebbe il mio atteggiamento indurre in sospetto un occhiuto vicino, ed essere io da questi zelantemente segnalata alla STASI, pardon alle autorità locali? Mumble mumble


Sara Di Giuseppe - 30 ottobre 2019 


martedì 29 ottobre 2019

E se domani…

Paolo Fresu & Bebo Ferra

ASCOLI PICENO - Cotton Lab     venerdì 25 ottobre 2019  ore 21,45



         E se domani - ma a questora è già domani - Paolo Fresu e Bebo Ferra tornassero qui al Cotton Lab per un altro concerto? Cioè se rimanessero qui sul palco e continuassero chessò per una cinquantina di bis: nessuno di noi andrebbe via come stiamo facendo adesso. Rimarremmo eroici ma felici sulle nostre sedie, al massimo ci stireremmo un po per sgranchirci, come fa Paolo quando suona

         Mettiamo il caso che fuori sullo stradone calasse tanta di quella nebbia da neanche poter ritrovare la macchina al parcheggio (è già successo); che lautostrada fosse chiusa per lavori (è successo); i treni fermi per scioperi (è successo) Fresu e Ferra mica potrebbero partire. E chi, se non il Cotton, dovrebbe ospitarli aprendogli casa?

         E se domani e sottolineo se”… Paolo e Bebo poi si intestardissero a suonarci non solo altro meraviglioso jazz, ma anche altre Ave Marie sarde, e tutte ma proprio tutte le ballate sarde, alla berchiddese, alla sulcitanese, alla bessudese, alla capricciolese gli ci vorrebbe del tempo, no? Qualche giorno, appunto.

         E se poi, allimprovviso, piombassero miracolosamente qui pure i loro amici-colleghi Enrico Rava, Uri Caine, Danilo Rea, Daniele Di Bonaventura, Trilok Gurtu, Enrico Intra, Richard Galliano, Antonello Salis non ne verrebbe fuori un guazzabuglio di jazz e di E se domani da ammattirci?

         Nemmeno l'ombra della perduta felicità, ma neanche di stanchezza. Be, certamente il catering dovrebbe fare gli straordinari; gli smartphone di quei maleducati che non lo spengono mai e fotografano e filmano e mandano e ricevono whatsapp senza vergogna, avrebbero bisogno di ricarica; dovremmo mettere a letto i bambini che non ci sono, quelli li teniamo alla larga dal jazz (basterà una carrettata di penosi flautini dolci da scuola e la coscienza è a posto). 

         E se domani succedesse tutto questo, il mondo intero non solo te ne parlerebbe: Fresu, Ferra & company al Cotton Jazz-Cotton Lab di Ascoli per un concerto senza fine, ad libitum come si dice in musica, fino a quando flicorno e tromba reggono!

Sogni. È che quello che basta allaltra gente a noi non basta. Però potremmo andare a Berchidda, al prossimo festival di FresuTime in Jazz. Anzi, non è unidea traslocare in massa in Sardegna - i fedelissimi del Cotton - per un corroborante bagno di sardità e di Jazz? Che fai Paolo, ci ospiti? 


PGC - sabato 26 ottobre mattina presto


lunedì 28 ottobre 2019

La vita è un CUBO

Národní Divadlo  -  LATERNA MAGIKA

CUBE
LaternaLAB

Regia: Pavel Knolle 
Coreografia e sceneggiatura:  Štĕpán Pechar  -  David Stránský
Musica: Jan Šikl 

Laterna Magika - Teatro Nazionale      
Praga, 19 0ttobre 2019 - h20
  

La vita è un CUBO

        Forma reale e simbolo, il cubo: figura geometrica e funzionale astrazione, ma anche luogo reale - edificio, abitazione, stanza, spazio scenico - che contiene le nostre vite; forma irreale-onirica, nellarte, e paradigma “dellinfinita possibilità tridimensionale di mutamenti e di variazioni" (Pavel Knolle).

         Laterna Magika, palcoscenico sperimentale del Teatro Nazionale di Praga - nello spettacolare edificio brutalista di Karl Prager - è il contenitore perfetto di questo odierno “Cube: omaggio, nelle procedure tecnologiche e nel motivo ispiratore, a quellesperienza unica che Laterna Magika  fu negli anni Sessanta, primo teatro multimediale al mondo e successo cecoslovacco all'Expo di Bruxelles del ‘58; avanguardistica sintesi di teatro, danza, musica, proiezione, lavoro con lo spazio, sfida allorientamento politico-estetico del tempo, che da allora fino ad oggi ha messo in campo i migliori talenti mondiali tra registi, drammaturghi, coreografi.

       La potente creazione del trio Knolle-Pechar-Stránský - l'attualissimo "Cube" - lega danza contemporanea e arte multimediale, principi originali di Laterna Magika arricchiti dalle più moderne tecnologie; li dispone in sequenze compiute pur se prive di trama narrativa; le fonde col gioco degli elementi visivi; risponde a un tessuto musicale che a suoni industriali e minimalisti alterna aree musicali intimistiche e fragili, e monumentali assolo di archi. 

         È il palcoscenico stesso la forma dominante, un mondo che i giochi visivi sgretolano in micro-mondi sul cui prevalente bianco e nero, così come nel caleidoscopico frantumarsi dello spazio, la fisicità degli otto ballerini accompagna o si oppone, più spesso si fonde con l’astrazione geometrica delle visioni nelle quali ogni spettatore cercherà, forse trovandole - come osservano gli autori - le proprie personali e originali connessioni. 

        E il linguaggio della danza, nella mutevolezza di un luogo scenico in continuo movimento e frammentazione, si fa metafora delle forme dentro le quali agisce il nostro quotidiano: siano esse spazio fisico o interiore, è nel loro perimetro che si consuma il nostro reale, così come il sogno o l'incubo, nell'ambiguo labile confine fra realtà e illusione. 

        È così in STÍN - The Net - dove “la struttura delle nostre vite, la struttura dei nostri sogni”  si concentra in un movimento unico e ossessivo che coinvolge il palco intero e sembra che tutto il mondo si muova in tutt'uno coi danzatori; è così nel solipsistico "StÍn" - Shadow - dove il solista danza con la propria ombra - “poter vedersi dall'esterno e vedere l'ombra della propria anima”...  - e questa si duplica e si moltiplica, alter ego che insegue, si nasconde, schiaccia; ed è in "Labyrint" che la ricerca di sé - tra solitudine e vicinanza - naufraga nellindistinto magma della realtà virtuale, nellillimitato edonismo e nella perdita d'identità, nella solitudine di relazioni interpersonali ridotte a soli emoticon. 

       È così, infine, nel misterioso esoterico "Nirvana" dove la tensione lirica verso un altrove, verso “una galassia non restituibile e altra riconduce lo spettatore a quell'incerto limite fra realtà e sogno lungo il quale indistintamente percepiamo - nella vita come nell’illusione teatrale - che, al di là di ogni nostra prosopopea,  “siamo formati degli elementi de quali si compongono i sogni.



 Sara Di Giuseppe - 28 ottobre 2019


giovedì 24 ottobre 2019

Sapore di sale, sapore di mare

Conchiglie in musica al Museo Malacologico

con MAURO OTTOLINI e il suo gruppo

Cupra Marittima  19 ottobre 2019   ore 21,30



Sapore di sale, sapore di mare


        Lavevamo dimenticato, che le conchiglie sono gli strumenti musicali a fiato più antichi e più diffusi al mondo. Da sempre, in riva agli oceani, ai mari, ai laghi, una marea di fabbriche ne producono quantità industriali incessantemente, di giorno e di notte, a Natale e a Ferragosto, non un giorno di ferie o di sciopero. Fabbrichenaturali invisibili, non fanno rumore, non mandano fumi, non inquinano. Senza operai macchine e robot, senza uffici-vendita, marketing, pubblicità. Fabbriche senza padroni. 

Non hanno veri concorrenti - neanche Yamaha - le conchiglie musicali. Sarà che il mercato non le chiede, che ai Conservatori non le studiano, che pochissimi le suonano Loro sono riservate, non seguono le mode, non arrugginiscono (il sale gli fa un baffo), non invecchiano, anzi sono eterne (se non cadono); e tengono sempre laccordatura perché hanno la musica dentro, comprese scale tonalità accordi e via cantando; il tempo no, le conchiglie sono fuori dal tempo. Fanno disperare i musicisti: niente tasti, pistoni, corde, chiavi, pedali, qualcosa per comandarle, come gli strumenti inventati da noi. E la conchiglia che comanda, le ubbidisci o lasciala stare. Oppure raccoglila con un inchino, come fan tutti. Forse - senza forse - ti porterà fortuna, felicità…”

        E dunque: metti una sera a Cupra, quando le senti suonare in concerto a casa loro, nel loro Museo Malacologico più grande del mondo da MauroOttolinidettoOtto e la sua band

Evento unico, col patrocinio del Comune ma manco una lira, il sindaco ragazzo - gratis in prima fila - e la sala mezza piena: non era scontato, ma era naturale che fosse un successo perfetto. 

        Otto, delle conchiglie di ogni tipo e grandezza apparecchiate sul tavolo - dalla comune Ciprea in poi - non ne dimentica nessuna e una alla volta le suona tutte: vi soffia con più o meno forza, le manipola dentro per fare le note, modularle, inventare suoni che non so raccontare. 

Lo accompagnano divertendosi i quattro della band: giocattoli rigenerati, bicchieri di plastica, pietre sonanti, pezzi di legno, percussioni tribali sarde, pelli, zucche, strumenti aborigeni, barattoli, dimenticate tastierine Bontempi, strumenti ad acqua, grattugie, piattini sonori e naturalmente fasci di conchiglie legate e appese come salami. Di normale, solo un contrabbasso e poco più.  

Non pezzi conosciuti e orecchiabili ma suoni ancestrali e un po moderni, ritmi dAfrica e dOriente, melodie a intervallo unico come certe musiche primitive, eleganti misticismi medievali, intrecci settecenteschi e poi tracce chiare di blues, di jazz, di balcanica, di Brazil Non è Otto che suona le conchiglie - sembra - ma le conchiglie che suonano lui, con il solfeggio interno della loro poesia (A.Branduardi). 

        E per loro cè anche, come è giusto, una Madonna delle conchiglie che Vinicio Capossela - nel cd Sea Shell di Otto - canta guarnita tutta di conchiglie e fiori che protegge gli ospiti come i viandanti che volta londa e poi la rivolta che benedice chi si avventura e chi si appaura che è vestita di drappi azzurri che ti guarda muta, senza parole che ha il volto tinto di un altro colore

        Alluscita dal Museo-Auditorium a due passi dal mare, cè chi ha in testa fuggiasche note di conchiglie, con quel sapore di sale, sapore di mare.



PGC - 22 ottobre 2019 


lunedì 21 ottobre 2019

Lib(e)ri per la gola


In giro per il centro di Sben ho scoperto un nuovo e strabiliante supermarket del food. O meglio, della pasta dei "Migliori Pastifici Artigianali". L'aspetto è curato e il rosso della vetrina ne risalta il pakaging. L'ultima frontiera della Mondadori in città. Prendere per la gola oltre il profumo di stampa. 

Forse si vendono all'interno libri all'amatricida, alla livornese o alla puttanesca. Sempre artigianali e per i palati più raffinati. Marketing sperimentale e neuronale.

Francesco Del Zompo - 21/10/2019


venerdì 18 ottobre 2019

MANETTE NAUTICHE

San Benedetto. Tutto comincia da unesercitazione 
della Guardia di Finanza


        Mentre - a gran fatica - il Governo medita manette per i grandi evasori fiscali e va dolorosamente partorendo misure che forse innalzeranno di qualche anno la permanenza nelle patrie galere di questi malfattori neanche tanto nascosti, a San Benedetto le Fiamme Gialle si portano avanti col lavoro. 

        E che qualcuno deve averglielo detto, che in un posto di mare molti evasori stanno in mare. Proprio davanti alle loro potenti, pulitissime ma immobili barche grigie. Così decidono di muoverle un po, per sgranchirle e prepararle alla futura cattura degli evasori marini, con un Esercitazione simulata di intercettazione e inseguimento di un potente gommone (sic).

       Quindi, informata la stampa (e confezionatole anche la velinona istituzionale), radunati alcuni Comandanti e Alti Ufficiali pure di fuori (Ancona), invitano un paio di Prefetti per una crociera operativa, alias innocua ma emozionante gita in mare.

        In rete e sui giornali on-line ci sono le immagini, non sembrano un fotomontaggio.

        Vi hanno rischiosamente partecipato, oltre al gommone che era così veloce che non si vede il numero, il Guardiacoste G 215, i motoscafi V 2052 - V 612 e lelicottero GF 99 del Reparto Operativo Aeronavale. Se ho omesso qualcuno non arrestatemi.

         Ma che era un furbo diversivo lhanno capito tutti: infatti al ritorno i finanzieri (e i Prefetti) hanno trovato il Porto Turistico di San Benedetto VUOTO, DESERTO, senza più nemmeno una barcaimportante. Quelle grosse erano partite per prime a razzo (a palla allazzata, direbbe Camilleri) lasciando cattivissime scie bianche dove le meno grandi hanno rischiato il naufragio. Per fortuna niente incidenti, tutti gli evasori sono scappati dove volevano, con i propri bancomat. Quando il Governo decidesse manette nautiche, tiè Finanza!

  
Nota importante 

         Questo pezzo contiene notizie vere e notizie false, sta ai lettori distinguerle. Dài, stavolta è facile. 


PGC - 18 ottobre 2019


mercoledì 16 ottobre 2019

VIVALDI PÄRT-TIME

VIVALDI 
      PÄRT

FORM ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA
VOCALIA CONSORT - VOX POETICA ENSEMBLE

TOLENTINO ABBADIA di FIASTRA   
13 ottobre 2019  h 16


VIVALDI  PÄRT-TIME


         Sono larmonia, la precisione, la bellezza, il tempo, la ragione e il sentimento dei milioni di mattoni dellAbbadia di Fiastra, a dare lidea di questo speciale concerto pomeridiano ad orario ridotto: 50 minuti, garantisce il direttore artistico Tiberi.

Orchestra e cori nella crociera del tronchetto, sotto la cupola; il pubblico per lo più nella navata centrale. Intorno solo la moltitudine di mattoni a vista, pulitissimi da sembrar nuovi. Non statue nè dipinti di santi [salvo qualche affresco per caso], non ornamentosi altari dei miracoli, non ori nè oziose decorazioni: ora et labora - lideale benedettino di lavoro e preghiera - qui dentro è ancora rispettato. [Fuori della chiesa meno: assedio - quasi ordinato - di centinaia di auto, pesanti odori di grigliate dai gazebo, aria di ricreazione domenicale, non proprio misticismo e sobrietà]

         Ma è subito Arvo Pärt: Da pacem Domine, un largo lento, sennò non sarebbe Pärt Gli archi matematicamente alternati alle voci (si rispondono, senza guardarsi), e le note - poche - tenute lunghe e/o in successioni (quasi prevedibili), di terza, di quinta ma cariche - non si sa come - di spiritualità e mistero e pure un po di dolore, uno diventa religioso per forza, mi vien da pensare. Eh, questi di FORM sanno come suonarlo Arvo Pärt, sembrano estoni di Tallin. 

         Musicalmente più elaborato il Salve Regina, i due cori misti (siamo precisi!) come fusi nellorchestra qui lavorano molto di più. Ciò che sempre stupisce è il pragmatismo nordico e la modernità di Pärt, la semplicità complessa tendente al minimalismo spinto, al mistico profondo obbligatorio eppure mai oppressivo, al politico nel senso più alto. Tu ascolti e ti passa davanti la Storia (fin dal Medioevo) e la Geografia (a partire dallOriente); e vedi colori, cioè quasi abbini certe note a certi colori (come da qualche parte scrive Oliver Sacks). La musica ti suona proprio nella mente. Sei preso. 

Arvo Pärt magari in part-time ti ipnotizza, con la complicità del grande solitario rosone dellabside, sempre più illuminato dai raggi del pomeriggio, sulla linea visiva di orchestra-direttore-cori misti. 

         Ma ecco il linguaggio sacro della musica impennarsi con questo Vivaldi delle 11 composizioni liturgiche del Gloria in re magg. Un Vivaldi - che ha 300 anni meno di Part! - che forse molti di noi non si aspettano. Anche gli spartiti, per lenergia che devono produrre, si fanno ad occhio più fitti e scuri. I violini e le viole si posizionano in punta di sedia come ciclisti in fuga pronti a scattare, o magari solo per dei deliziosi pizzicati corali; i due contrabbassi (assieme al direttore Berrini hanno la visuale completa) sorvegliano con lautorevolezza dei loro grandi hertz; oboe e tromba, pur defilati, aggiungono calore alla tessitura dellinvisibile tela di preghiere, sentimenti, misteri e perfino polifonici paesaggi prodotti con traboccante fantasia dal nutrito plotone di viole-violini-violoncelli; con le piccole ma grandi Cristina Picozzi-soprano e Roberta Sollazzo-mezzosoprano che spuntano dai cori-misti per duettare in latino tra loro, con loboe, col violoncello Ne risulta complessivamente un vasto affresco musicale, dipinto alla maniera del Tiepolo, con ampie campate di colore con unenergia leggera ma possente in uno spazio vibrante daria e di luce.. Poi si sa, cè del barocco in Vivaldi.

         Mentre usciamo dalla chiesa, allo scadere dei 50 minuti, il sole da ovest si fa strada con prepotenza dal rosone sulla facciata, e il fascio di luce - parallelo al pavimento - colpisce giusto laltro rosone dellabside.

         Cosaltro cè di magico, o di pagano, stasera?


PGC - 15 ottobre 2019