sabato 9 novembre 2019

Alì Babà e i quaranta palloni

            Istruzioni per la lettura (cfr. stampa locale):
-          Rubati quaranta palloni alla squadra di calcio Sambenedettese. Si cercano i ladroni, forse quaranta. Come acciuffarli, prima che ne rubino ancora? [Furto gravissimo ma “affettuoso” e creativo: senza palloni non giochi, se non giochi non perdi]

-          A San Benedetto, Grottammare e Cupramarittima si stanno costituendo legalmente - su iniziativa dei 3 sindaci e benedizione della Prefetta - i “GRUPPI DI VICINATO”. In pratica: RONDE DI CITTADINI SPIONI, “con 8 coordinatori già individuati(sic). Stiamo sereni.

Alì Babà e i quaranta palloni, dicevo, ma che c’entra? 

      E’ che ci vorrebbe un Alì Babà per ritrovare i quaranta palloni trafugati dai ladroni: e potrebbe riuscirci uno degli “8 coordinatori appena individuati” dall’Amministrazione di Grottammare, o qualche agente-scelto della relativa squadraccia. 

       Impresa non difficile - non si tratta di ori e gioielli persiani… - e perfetta come allenamento per i “Gruppi di vicinato”: basterà che questi scagnozzi girino con ostentata nonchalance per i campetti di calcio del “perimetro di competenza concordato” e osservino con cannocchialetti sapientemente mimetizzati i palloni con cui giocano i ragazzi; buttino l’occhio vigile sul vicino che d’improvviso palleggia con la moglie in giardino; controllino se la vetrina del negozio di fiducia di articoli sportivi ha troppi palloni in sconto… 
Oppure bussino direttamente alle porte del proprio quartiere (“Apriti Sesamo” e ogni porta si aprirà) e… ”quanti palloni avete in casa?” Se ce n’è più d’uno, ZAC, subito avvertiranno i Carabinieri a mezzo whatsapp, come gli hanno insegnato negli “incontri formativi” e come sta scritto nel “Protocollo d’intesa con la Prefettura”. Per il vicino saranno cazzi, ma questo è il Progetto sociale che favorisce la rinascita e il consolidamento dei rapporti e la reciproca assistenza tra vicini (sembra una barzelletta ma proprio così dice Pierre-Gallin, e i giornalisti da riporto riportano).

        Ulteriore missione degli Alì Babà nostrani sarà scovare chi in casa accende forni e camini contravvenendo all’ordinanza sindacale che lo vieta severamente ma con deroga: “salvo che per cucinare salsicce alla brace e grigliate” (pare una barzelletta ma proprio così scrive sindacopiunti nell’ordinanza).
Svariati Alì Babà in borghese, pertanto, perlustreranno il quartiere di riferimento col naso in su, guardando i comignoli e annusando l’aria come i bravi di don Rodrigo, e al minimo sospetto ti entreranno in casa (con o senza la formula magica “Apriti Sesamo”) puntandoti addosso non la pistolona, per ora, ma lo smartphone: per il vicino saranno cazzi, se sorpreso senza la salsiccia in bocca.
 
        I “Gruppi di vicinato appena istituiti, dunque: comitati di controllo o ronde, comunque li si voglia chiamare, altro non saranno che la STASI de noantri. Giusto 30 anni fa la mandavano finalmente al diavolo, la terribile Polizia Segreta della DDR, che aveva la sua forza nell’immensa rete di collaboratori più o meno segreti adescati tra i cittadini.
 
Per l’anniversario la resuscitiamo noi, proprio nei giorni in cui dappertutto viene ricordato ciò che fu quel fetente regime poliziesco caduto con ignominia, a furor di popolo; che cosa fu lo spietato controllo di ogni atto, di ogni respiro dei suoi cittadini. “Le vite degli altri” fatte a pezzi.
 
        I 3 sindaci invece già si appuntano la medaglia, nell’assordante silenzio di opinione pubblica e mezzi d’informazione: non un lamento, un soprassalto di preoccupazione, un moto d’indignazione da parte di cittadini comuni, di sedicenti intellettuali, politici sinistrorsi militanti o a riposo, giornalisti e porgimicrofono, presenzialisti di professione, finte opposizioni politiche, associazioni asservite, preti vescovi e chiesa tutta, artisti, opinionisti e bellagente.
Non un fiato da nessuno di costoro, non una parola, non un pensiero, non una riga per denunciare questa deriva pericolosa, moralmente distorta, militaresca e fascistoide; per lanciare l’allarme sul cupo spionaggio istituzionalizzato e astutamente mascherato da “reciproca assistenza tra vicini”. Nessun “dissidente”. Indifferenza, apatia, viltà, silenzio.

        Un’opinione pubblica che supinamente accetta scelte come queste, lesive di libertà, dignità, decenza, prodromi di derive impensabili, è irreparabilmente lobotomizzata, anestetizzata fino alla paralisi, e allora tutto può succedere. Nella storia recente è già successo.

        Oppure, e chissà qual è l’ipotesi peggiore, silenziosamente condivide queste politiche, se ne compiace, si sente al sicuro, tutelata da un grande fratello occhiuto e prepotente, che con l’alibi della solidarietà e partecipazione sguinzaglia i suoi spioni a controllare il modo in cui vivi.
        E i sindaci continueranno a gonfiarsi come i palloni della Samb, santi subito saranno acclamati da stampa, da cittadini adoranti e complici, da nani e ballerine: santi degli spioni, patroni del buco della serratura.
        E pensare che gli è bastato cominciare con dei piccoli ma fedeli Alì Babà che corrono dietro a 40 palloni rubati…
 
 
PGC - 9 novembre 2019




sabato 2 novembre 2019

PEGGIO DI DRESDA

       “Il Consiglio Comunale di Dresda approva a maggioranza (Verdi, Post-comunisti [Linke], Liberali [Fdp] e Socialdemocratici [Spd] a favore, Cristianodemocratici [Cdv] angelikamente contro) una delibera che proclama in città l’Allerta Nazista, dopo i ripetuti atteggiamenti e atti antidemocratici, antipluralisti, contrari all’umanità e di estrema destra che arrivano fino alla violenza. Dresda ha un problema: se non vuol diventare la capitale del nuovo nazismo deve opporsi energicamente a questa destra estrema radicalizzata, difficile da individuare e mescolata con la borghesia conservatrice”  (cfr.”La Repubblica” del 1.11.’19)
 
       Premesso che il Piceno non è la Sassonia e che qui i nazisti non ci sono (o piuttosto, non si vedono) e che abbiamo “solo” una forte DESTRA, noi siamo messi peggio di Dresda.
Nel senso che, mentre la nostra destra/centrodestra cresce elettoralmente e si fa sempre più invadente, arrogante, invasiva, ma anche subdola, sorridente, convincente, dispensatrice di convenienti promesse, non c’è chi la contrasti. Questa nostra destra casereccia prospera alla luce del sole, non si nasconde, non si vergogna: anzi si mostra amichevole, religiosa, con l’abito buono della festa. Si mescola agevolmente fra noi, che storicamente l’abbiamo già nel DNA. Si annida perfino nella nostra sminuzzata sinistra/centrosinistra; oltre che tra intellettuali, operai, dirigenti, disoccupati, evasori fiscali, giornalisti, medici, commercianti, imprenditori, artisti, avvocati, militari, insegnanti, studenti. Donne uomini bambini, il DNA dicevo. Si fa chiamare in tanti modi: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Casa Pound… Amministra quasi dappertutto, anche dove è in finta minoranza.
       Basta guardare qualche fatto degli ultimi 5 giorni:

-      I sindaci di San Benedetto, Grottammare e Cupra Marittima (destra e sinistra) firmano davanti alla Prefetta di Ascoli l’impegno ad istituire le RONDE (le chiamano “Gruppi di vicinato”, oh quanto sono creativi, ma sono peggio delle Ronde, torneremo alla famigerata STASI della DDR). La notizia  - cioè la velina - esce liscia come una carezza, nessuna indignazione o quasi. ”Mummie che tacciono”.
-      Al ristorante “Terme” di Acquasanta, per i festeggiamenti dell’Anniversario della Marcia su Roma, si riuniscono a banchetto amministratori ascolani e sambenedettesi sotto l’egida del Duce. La notizia scandalizza tiepidamente i giornaloni locali, poi appena un po’ di sputtanamento su quotidiani e tigì nazionali, poi tutto tende a sgonfiarsi: il Fratello d’Italia sindaco-ragazzo-maratoneta di Ascoli ci ha dato a bere che non aveva visto il menu (!) - talmente fascista che quello di casa-Mussolini gli fa un baffo -. Gli altri Fratelli hanno minimizzato, i leghisti hanno fatto embè?. Nessuno si è dimesso. Solo un gregario finto-capo si è scusato a bassa voce. Certo, dopo il fattaccio la sinistra ha strillato, ma come per contratto. Strillato. Déjà vu.

Ma l’elenco delle decisioni destrorse folli e pericolose come e più di quelle nazionali è lungo, lunghissimo: lo è così tanto che, almeno nei Consigli Comunali se non anche nella cosiddetta “società civile” si sarebbe dovuto fare uno scatto, tipo Dresda.

Ma quando mai, se siamo ormai inquinati fino al midollo.
 
-      L’opinione pubblica è silente, ciascuno cura col massimo interesse il proprio orticello o il proprio ombelico, né mostra di accorgersi di nulla. Come i contadini polacchi quando sulla ferrovia che correva accanto ai loro campi di cavolfiori gli passavano davanti certi convogli…
-      Le classi dirigenti capaci di “gestire con saggezza” le crisi strutturali e le crisi contingenti sono sempre più rare o addirittura scomparse.
-      La sinistra ormai sbriciolata come biscotti secchi, non sente più la propria responsabilità principale: quella di “tentare di contrastare gli innati bassi istinti della parte destra di noi tutti e di tenerli a bada” (Altan). 

       Quindi nessuno dei nostri pavidi, inerti, neghittosi Consigli Comunali, incapaci di prospettiva politica ma anche di pensare semplicemente controvento, voterà mai una delibera che, dichiarando l’evidente pericolosità di questa deriva - antipluralista, antidemocratica, antiumanitaria quando non addirittura violenta - impegni il Comune, i Comuni, la Provincia, la Regione ad opporsi energicamente e a combattere una destra estrema e arcigna, radicalizzata ovunque, facile da individuare benché spesso mimetizzata nei ranghi della borghesia conservatrice e reazionaria.

Siamo messi male. Peggio di Dresda. E il Piceno è già la capitale della peggiore destra, che si evolve con fascistica rapidità.


PGC - 2 novembre 2019


venerdì 1 novembre 2019

Silvano non suona più

Tra noi, era quello che più amava la musica. Ma la suonava di meno.
Lui la “cantava”, dentro.


Quando lo guardavi pensieroso (e forse lui non ti vedeva), sta’ sicuro che aveva un motivo in testa, spesso ripetitivo, che ripassava in continuazione, arrangiandolo alla sua maniera, smontandolo, rimontandolo, arricchendolo di note nuove, per noi misteriose.

Da ragazzo, con noi formò i Leaders, poi studiò e insegnò musica, a Ripa fu maestro di banda, nel suo defilato affettuoso negozio vendette chitarre, clarinetti, sax, piani, batterie, spartiti, mute di corde…

Ci si ritrovava, ogni tanto. Tra noi, suonare significava parlare. Impacciati magari, non ricordando bene motivi e accordi, provando, riprovando…

In ultimo, da solo, chissà cosa cantava. Ma sembrava sereno.

Noi speriamo così.

1 novembre 2019                Gli amici di musica




mercoledì 30 ottobre 2019

La STASI* nel Piceno

*Staatssicherheitsdienst:  Polizia Segreta di Stato dellex DDR La principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca.

        

       Dovevamo saperlo, che prima o poi la sindrome da sicurezza (Sicurezzite, nel linguaggio specialistico delle neuroscienze) avrebbe partorito il mostro.

       Lhanno partorito - senza una doglia né una contrazione - tre geniali sindaci del Piceno (Grottammare, Cupra, San Benedetto: i tre "P" dellavemaria, rispettivamente Piergallini, Piersimoni, Piunti), più la Prefetta di Ascoli. Sorriso da primi della classe nella foto di gruppo, con la penna in mano (!) come quando andavamo alle elementari, con dietro i maestri, pardon, i vertici delle Forze dellOrdine in posa pettoruta, e, sotto, la velinona istituzionale del 29/10 che la stampa locale si è scapicollata a pubblicare senza - va da sé - un sussulto di critica-dubbio-perplessità, né uno sbigottito possibile-che-sia-vero?... (È la stampa locale, bellezza).

       Vero lo è, il comunicato dei faccioni sorridenti con la penna in mano non lascia dubbi. 

Lideona, che presto sarà concretamente realizzata, prevede il coinvolgimento dei cittadini in attività di osservazione della propria zona di residenza per prevenire reati e valorizzare forme diffuse di controllo sociale 

Passaggio clou: listituzione di GRUPPI DI VICINATO(sic) che dovranno - udite udite - limitarsi a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia

(Ci ricorda qualcosa?)

       I Gruppi di vicinato - difficile dire se la definizione sia più comica o più sinistra, ma si può optare per un pareggio - avranno compiti di controllo del vicinato (sic) e dovranno limitarsi (bontà loro) a riferire le informazioni di interesse per le Forze di Polizia.

       Nellex DDR si chiamavano cittadini della pace - Kundschafter des Friedens - i benemeriti che facevano gli spioni presso la STASI; qui da noi tempo fa si chiamarono RONDE i gruppi di cittadini di marca fascioleghista pronti a menar le mani se la sicurezza lo richiedeva; poi anche quelle si sgonfiarono, le ronde rimasero disoccupate e restarono comunque i Vigili Urbani a inseguire con eroico sprezzo del pericolo i feroci vucumpra sulle spiagge di San Benedetto-Grottammare-Cupra  (in ordine di apparizione sulla traiettoria sud-nord).

     Oggi finalmente, con listituzione dei Gruppi di vicinato (che Salvini se lo sa ci resta secco per linvidia) tutti saremo più sicuri: ciascun cittadino saprà di poter essere spiato, controllato, se necessario pedinato dal proprio vicino (ci ricorda qualcosa?) e sarà perciò indotto a comportamenti onesti, disciplinati, cristallini; ciascuno, incontrando il proprio vicino, si scappellerà ossequioso, hai visto mai che siauno di quelli”… e se ne gioverà larmonia generale. Ciascuno inoltre potrà farsi parte attiva del progetto e, riscontrando comportamenti sospetti nel vicino, fare una sacrosanta spiata alla STASI, pardon alle autorità locali. 

       Insomma, grazie al genio dei sindaci locali e delle autorità preposte - la brava Prefetta auspica che altri Comuni si aggiungano  - dora in poi dormiremo fra due guanciali: gli spioni, gli spiati, la città intera e tutto il cucuzzaro. 

E la sicurezzite celebrerà finalmente i suoi trionfi.

       Però un po sono preoccupata: se mai, colpevolmente trasgredendo la severa dieta  ipocalorica, dovessi appartarmi per sgranocchiare in segreto una libidinosa barretta al cioccolato, potrebbe il mio atteggiamento indurre in sospetto un occhiuto vicino, ed essere io da questi zelantemente segnalata alla STASI, pardon alle autorità locali? Mumble mumble


Sara Di Giuseppe - 30 ottobre 2019 


martedì 29 ottobre 2019

E se domani…

Paolo Fresu & Bebo Ferra

ASCOLI PICENO - Cotton Lab     venerdì 25 ottobre 2019  ore 21,45



         E se domani - ma a questora è già domani - Paolo Fresu e Bebo Ferra tornassero qui al Cotton Lab per un altro concerto? Cioè se rimanessero qui sul palco e continuassero chessò per una cinquantina di bis: nessuno di noi andrebbe via come stiamo facendo adesso. Rimarremmo eroici ma felici sulle nostre sedie, al massimo ci stireremmo un po per sgranchirci, come fa Paolo quando suona

         Mettiamo il caso che fuori sullo stradone calasse tanta di quella nebbia da neanche poter ritrovare la macchina al parcheggio (è già successo); che lautostrada fosse chiusa per lavori (è successo); i treni fermi per scioperi (è successo) Fresu e Ferra mica potrebbero partire. E chi, se non il Cotton, dovrebbe ospitarli aprendogli casa?

         E se domani e sottolineo se”… Paolo e Bebo poi si intestardissero a suonarci non solo altro meraviglioso jazz, ma anche altre Ave Marie sarde, e tutte ma proprio tutte le ballate sarde, alla berchiddese, alla sulcitanese, alla bessudese, alla capricciolese gli ci vorrebbe del tempo, no? Qualche giorno, appunto.

         E se poi, allimprovviso, piombassero miracolosamente qui pure i loro amici-colleghi Enrico Rava, Uri Caine, Danilo Rea, Daniele Di Bonaventura, Trilok Gurtu, Enrico Intra, Richard Galliano, Antonello Salis non ne verrebbe fuori un guazzabuglio di jazz e di E se domani da ammattirci?

         Nemmeno l'ombra della perduta felicità, ma neanche di stanchezza. Be, certamente il catering dovrebbe fare gli straordinari; gli smartphone di quei maleducati che non lo spengono mai e fotografano e filmano e mandano e ricevono whatsapp senza vergogna, avrebbero bisogno di ricarica; dovremmo mettere a letto i bambini che non ci sono, quelli li teniamo alla larga dal jazz (basterà una carrettata di penosi flautini dolci da scuola e la coscienza è a posto). 

         E se domani succedesse tutto questo, il mondo intero non solo te ne parlerebbe: Fresu, Ferra & company al Cotton Jazz-Cotton Lab di Ascoli per un concerto senza fine, ad libitum come si dice in musica, fino a quando flicorno e tromba reggono!

Sogni. È che quello che basta allaltra gente a noi non basta. Però potremmo andare a Berchidda, al prossimo festival di FresuTime in Jazz. Anzi, non è unidea traslocare in massa in Sardegna - i fedelissimi del Cotton - per un corroborante bagno di sardità e di Jazz? Che fai Paolo, ci ospiti? 


PGC - sabato 26 ottobre mattina presto


lunedì 28 ottobre 2019

La vita è un CUBO

Národní Divadlo  -  LATERNA MAGIKA

CUBE
LaternaLAB

Regia: Pavel Knolle 
Coreografia e sceneggiatura:  Štĕpán Pechar  -  David Stránský
Musica: Jan Šikl 

Laterna Magika - Teatro Nazionale      
Praga, 19 0ttobre 2019 - h20
  

La vita è un CUBO

        Forma reale e simbolo, il cubo: figura geometrica e funzionale astrazione, ma anche luogo reale - edificio, abitazione, stanza, spazio scenico - che contiene le nostre vite; forma irreale-onirica, nellarte, e paradigma “dellinfinita possibilità tridimensionale di mutamenti e di variazioni" (Pavel Knolle).

         Laterna Magika, palcoscenico sperimentale del Teatro Nazionale di Praga - nello spettacolare edificio brutalista di Karl Prager - è il contenitore perfetto di questo odierno “Cube: omaggio, nelle procedure tecnologiche e nel motivo ispiratore, a quellesperienza unica che Laterna Magika  fu negli anni Sessanta, primo teatro multimediale al mondo e successo cecoslovacco all'Expo di Bruxelles del ‘58; avanguardistica sintesi di teatro, danza, musica, proiezione, lavoro con lo spazio, sfida allorientamento politico-estetico del tempo, che da allora fino ad oggi ha messo in campo i migliori talenti mondiali tra registi, drammaturghi, coreografi.

       La potente creazione del trio Knolle-Pechar-Stránský - l'attualissimo "Cube" - lega danza contemporanea e arte multimediale, principi originali di Laterna Magika arricchiti dalle più moderne tecnologie; li dispone in sequenze compiute pur se prive di trama narrativa; le fonde col gioco degli elementi visivi; risponde a un tessuto musicale che a suoni industriali e minimalisti alterna aree musicali intimistiche e fragili, e monumentali assolo di archi. 

         È il palcoscenico stesso la forma dominante, un mondo che i giochi visivi sgretolano in micro-mondi sul cui prevalente bianco e nero, così come nel caleidoscopico frantumarsi dello spazio, la fisicità degli otto ballerini accompagna o si oppone, più spesso si fonde con l’astrazione geometrica delle visioni nelle quali ogni spettatore cercherà, forse trovandole - come osservano gli autori - le proprie personali e originali connessioni. 

        E il linguaggio della danza, nella mutevolezza di un luogo scenico in continuo movimento e frammentazione, si fa metafora delle forme dentro le quali agisce il nostro quotidiano: siano esse spazio fisico o interiore, è nel loro perimetro che si consuma il nostro reale, così come il sogno o l'incubo, nell'ambiguo labile confine fra realtà e illusione. 

        È così in STÍN - The Net - dove “la struttura delle nostre vite, la struttura dei nostri sogni”  si concentra in un movimento unico e ossessivo che coinvolge il palco intero e sembra che tutto il mondo si muova in tutt'uno coi danzatori; è così nel solipsistico "StÍn" - Shadow - dove il solista danza con la propria ombra - “poter vedersi dall'esterno e vedere l'ombra della propria anima”...  - e questa si duplica e si moltiplica, alter ego che insegue, si nasconde, schiaccia; ed è in "Labyrint" che la ricerca di sé - tra solitudine e vicinanza - naufraga nellindistinto magma della realtà virtuale, nellillimitato edonismo e nella perdita d'identità, nella solitudine di relazioni interpersonali ridotte a soli emoticon. 

       È così, infine, nel misterioso esoterico "Nirvana" dove la tensione lirica verso un altrove, verso “una galassia non restituibile e altra riconduce lo spettatore a quell'incerto limite fra realtà e sogno lungo il quale indistintamente percepiamo - nella vita come nell’illusione teatrale - che, al di là di ogni nostra prosopopea,  “siamo formati degli elementi de quali si compongono i sogni.



 Sara Di Giuseppe - 28 ottobre 2019


giovedì 24 ottobre 2019

Sapore di sale, sapore di mare

Conchiglie in musica al Museo Malacologico

con MAURO OTTOLINI e il suo gruppo

Cupra Marittima  19 ottobre 2019   ore 21,30



Sapore di sale, sapore di mare


        Lavevamo dimenticato, che le conchiglie sono gli strumenti musicali a fiato più antichi e più diffusi al mondo. Da sempre, in riva agli oceani, ai mari, ai laghi, una marea di fabbriche ne producono quantità industriali incessantemente, di giorno e di notte, a Natale e a Ferragosto, non un giorno di ferie o di sciopero. Fabbrichenaturali invisibili, non fanno rumore, non mandano fumi, non inquinano. Senza operai macchine e robot, senza uffici-vendita, marketing, pubblicità. Fabbriche senza padroni. 

Non hanno veri concorrenti - neanche Yamaha - le conchiglie musicali. Sarà che il mercato non le chiede, che ai Conservatori non le studiano, che pochissimi le suonano Loro sono riservate, non seguono le mode, non arrugginiscono (il sale gli fa un baffo), non invecchiano, anzi sono eterne (se non cadono); e tengono sempre laccordatura perché hanno la musica dentro, comprese scale tonalità accordi e via cantando; il tempo no, le conchiglie sono fuori dal tempo. Fanno disperare i musicisti: niente tasti, pistoni, corde, chiavi, pedali, qualcosa per comandarle, come gli strumenti inventati da noi. E la conchiglia che comanda, le ubbidisci o lasciala stare. Oppure raccoglila con un inchino, come fan tutti. Forse - senza forse - ti porterà fortuna, felicità…”

        E dunque: metti una sera a Cupra, quando le senti suonare in concerto a casa loro, nel loro Museo Malacologico più grande del mondo da MauroOttolinidettoOtto e la sua band

Evento unico, col patrocinio del Comune ma manco una lira, il sindaco ragazzo - gratis in prima fila - e la sala mezza piena: non era scontato, ma era naturale che fosse un successo perfetto. 

        Otto, delle conchiglie di ogni tipo e grandezza apparecchiate sul tavolo - dalla comune Ciprea in poi - non ne dimentica nessuna e una alla volta le suona tutte: vi soffia con più o meno forza, le manipola dentro per fare le note, modularle, inventare suoni che non so raccontare. 

Lo accompagnano divertendosi i quattro della band: giocattoli rigenerati, bicchieri di plastica, pietre sonanti, pezzi di legno, percussioni tribali sarde, pelli, zucche, strumenti aborigeni, barattoli, dimenticate tastierine Bontempi, strumenti ad acqua, grattugie, piattini sonori e naturalmente fasci di conchiglie legate e appese come salami. Di normale, solo un contrabbasso e poco più.  

Non pezzi conosciuti e orecchiabili ma suoni ancestrali e un po moderni, ritmi dAfrica e dOriente, melodie a intervallo unico come certe musiche primitive, eleganti misticismi medievali, intrecci settecenteschi e poi tracce chiare di blues, di jazz, di balcanica, di Brazil Non è Otto che suona le conchiglie - sembra - ma le conchiglie che suonano lui, con il solfeggio interno della loro poesia (A.Branduardi). 

        E per loro cè anche, come è giusto, una Madonna delle conchiglie che Vinicio Capossela - nel cd Sea Shell di Otto - canta guarnita tutta di conchiglie e fiori che protegge gli ospiti come i viandanti che volta londa e poi la rivolta che benedice chi si avventura e chi si appaura che è vestita di drappi azzurri che ti guarda muta, senza parole che ha il volto tinto di un altro colore

        Alluscita dal Museo-Auditorium a due passi dal mare, cè chi ha in testa fuggiasche note di conchiglie, con quel sapore di sale, sapore di mare.



PGC - 22 ottobre 2019 


lunedì 21 ottobre 2019

Lib(e)ri per la gola


In giro per il centro di Sben ho scoperto un nuovo e strabiliante supermarket del food. O meglio, della pasta dei "Migliori Pastifici Artigianali". L'aspetto è curato e il rosso della vetrina ne risalta il pakaging. L'ultima frontiera della Mondadori in città. Prendere per la gola oltre il profumo di stampa. 

Forse si vendono all'interno libri all'amatricida, alla livornese o alla puttanesca. Sempre artigianali e per i palati più raffinati. Marketing sperimentale e neuronale.

Francesco Del Zompo - 21/10/2019


venerdì 18 ottobre 2019

MANETTE NAUTICHE

San Benedetto. Tutto comincia da unesercitazione 
della Guardia di Finanza


        Mentre - a gran fatica - il Governo medita manette per i grandi evasori fiscali e va dolorosamente partorendo misure che forse innalzeranno di qualche anno la permanenza nelle patrie galere di questi malfattori neanche tanto nascosti, a San Benedetto le Fiamme Gialle si portano avanti col lavoro. 

        E che qualcuno deve averglielo detto, che in un posto di mare molti evasori stanno in mare. Proprio davanti alle loro potenti, pulitissime ma immobili barche grigie. Così decidono di muoverle un po, per sgranchirle e prepararle alla futura cattura degli evasori marini, con un Esercitazione simulata di intercettazione e inseguimento di un potente gommone (sic).

       Quindi, informata la stampa (e confezionatole anche la velinona istituzionale), radunati alcuni Comandanti e Alti Ufficiali pure di fuori (Ancona), invitano un paio di Prefetti per una crociera operativa, alias innocua ma emozionante gita in mare.

        In rete e sui giornali on-line ci sono le immagini, non sembrano un fotomontaggio.

        Vi hanno rischiosamente partecipato, oltre al gommone che era così veloce che non si vede il numero, il Guardiacoste G 215, i motoscafi V 2052 - V 612 e lelicottero GF 99 del Reparto Operativo Aeronavale. Se ho omesso qualcuno non arrestatemi.

         Ma che era un furbo diversivo lhanno capito tutti: infatti al ritorno i finanzieri (e i Prefetti) hanno trovato il Porto Turistico di San Benedetto VUOTO, DESERTO, senza più nemmeno una barcaimportante. Quelle grosse erano partite per prime a razzo (a palla allazzata, direbbe Camilleri) lasciando cattivissime scie bianche dove le meno grandi hanno rischiato il naufragio. Per fortuna niente incidenti, tutti gli evasori sono scappati dove volevano, con i propri bancomat. Quando il Governo decidesse manette nautiche, tiè Finanza!

  
Nota importante 

         Questo pezzo contiene notizie vere e notizie false, sta ai lettori distinguerle. Dài, stavolta è facile. 


PGC - 18 ottobre 2019


mercoledì 16 ottobre 2019

VIVALDI PÄRT-TIME

VIVALDI 
      PÄRT

FORM ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA
VOCALIA CONSORT - VOX POETICA ENSEMBLE

TOLENTINO ABBADIA di FIASTRA   
13 ottobre 2019  h 16


VIVALDI  PÄRT-TIME


         Sono larmonia, la precisione, la bellezza, il tempo, la ragione e il sentimento dei milioni di mattoni dellAbbadia di Fiastra, a dare lidea di questo speciale concerto pomeridiano ad orario ridotto: 50 minuti, garantisce il direttore artistico Tiberi.

Orchestra e cori nella crociera del tronchetto, sotto la cupola; il pubblico per lo più nella navata centrale. Intorno solo la moltitudine di mattoni a vista, pulitissimi da sembrar nuovi. Non statue nè dipinti di santi [salvo qualche affresco per caso], non ornamentosi altari dei miracoli, non ori nè oziose decorazioni: ora et labora - lideale benedettino di lavoro e preghiera - qui dentro è ancora rispettato. [Fuori della chiesa meno: assedio - quasi ordinato - di centinaia di auto, pesanti odori di grigliate dai gazebo, aria di ricreazione domenicale, non proprio misticismo e sobrietà]

         Ma è subito Arvo Pärt: Da pacem Domine, un largo lento, sennò non sarebbe Pärt Gli archi matematicamente alternati alle voci (si rispondono, senza guardarsi), e le note - poche - tenute lunghe e/o in successioni (quasi prevedibili), di terza, di quinta ma cariche - non si sa come - di spiritualità e mistero e pure un po di dolore, uno diventa religioso per forza, mi vien da pensare. Eh, questi di FORM sanno come suonarlo Arvo Pärt, sembrano estoni di Tallin. 

         Musicalmente più elaborato il Salve Regina, i due cori misti (siamo precisi!) come fusi nellorchestra qui lavorano molto di più. Ciò che sempre stupisce è il pragmatismo nordico e la modernità di Pärt, la semplicità complessa tendente al minimalismo spinto, al mistico profondo obbligatorio eppure mai oppressivo, al politico nel senso più alto. Tu ascolti e ti passa davanti la Storia (fin dal Medioevo) e la Geografia (a partire dallOriente); e vedi colori, cioè quasi abbini certe note a certi colori (come da qualche parte scrive Oliver Sacks). La musica ti suona proprio nella mente. Sei preso. 

Arvo Pärt magari in part-time ti ipnotizza, con la complicità del grande solitario rosone dellabside, sempre più illuminato dai raggi del pomeriggio, sulla linea visiva di orchestra-direttore-cori misti. 

         Ma ecco il linguaggio sacro della musica impennarsi con questo Vivaldi delle 11 composizioni liturgiche del Gloria in re magg. Un Vivaldi - che ha 300 anni meno di Part! - che forse molti di noi non si aspettano. Anche gli spartiti, per lenergia che devono produrre, si fanno ad occhio più fitti e scuri. I violini e le viole si posizionano in punta di sedia come ciclisti in fuga pronti a scattare, o magari solo per dei deliziosi pizzicati corali; i due contrabbassi (assieme al direttore Berrini hanno la visuale completa) sorvegliano con lautorevolezza dei loro grandi hertz; oboe e tromba, pur defilati, aggiungono calore alla tessitura dellinvisibile tela di preghiere, sentimenti, misteri e perfino polifonici paesaggi prodotti con traboccante fantasia dal nutrito plotone di viole-violini-violoncelli; con le piccole ma grandi Cristina Picozzi-soprano e Roberta Sollazzo-mezzosoprano che spuntano dai cori-misti per duettare in latino tra loro, con loboe, col violoncello Ne risulta complessivamente un vasto affresco musicale, dipinto alla maniera del Tiepolo, con ampie campate di colore con unenergia leggera ma possente in uno spazio vibrante daria e di luce.. Poi si sa, cè del barocco in Vivaldi.

         Mentre usciamo dalla chiesa, allo scadere dei 50 minuti, il sole da ovest si fa strada con prepotenza dal rosone sulla facciata, e il fascio di luce - parallelo al pavimento - colpisce giusto laltro rosone dellabside.

         Cosaltro cè di magico, o di pagano, stasera?


PGC - 15 ottobre 2019


venerdì 4 ottobre 2019

Le fiabe di Antonio De Signoribus: “Stradivari”

       Gioca con la fantasia, Antonio de Signoribus, quando non se ne va seriosamente in giro per le Marche a scovare leggende antiche e a studiarle con passione autentica e rara. 

E quando gioca scrive fiabe. Come il fanciullino che pascolianamente rimpicciolisce per poter veder meglio, ingrandisce per ammirare e provare stupore, egli si cala nel reale per restituirlo, arricchito dagli stilemi del racconto fantastico, a bambini e adulti in ugual misura: quelli vi scopriranno, forse inconsapevoli, le chiavi per entrare nelloggi;  questi vi adatteranno il filtro del proprio vissuto e nella fiaba ritroveranno con stupore le voci di dentro dimenticate nella fretta

      È così nella pressoché introvabile Stradivari, preziosa fiaba scoperta quasi per caso tra le edizioni di qualche anno fa dellAssociazione Culturale La Luna.

      Lo chiamavano Stradivari perchè suonava il violino: così nellincipit, e il soprannome che i paesani danno al protagonista ha il sapore verghiano dei paeselli dove tutti hanno un soprannome - come quel Rosso Malpelo che si chiamava così perché aveva i capelli rossi - e il soprannome definisce unidentità. 

Fa il sarto, Stradivari, ma tutto lo vogliono, alle feste, per quel suo violino che rallegra ed entra nellanima, anche quando le note si fanno stridule se il sarto ha bevuto un bicchiere di troppo. 

      Ma il dato di realtà trascolora presto nella nebbia che confonde e sfuma i contorni. Il carnevale, il ballo nella città vicina, il buon vino novello e linvito ben pagato a suonare per la festa: di colpo nulla è più ciò che sembra e lavventura dellonesto  suonatore di violino sarà una discesa nellenigma, fin quasi alla perdita di sé. Salverà appena in tempo lanima, il povero Stradivari, prima che lo sfavillio del denaro e il luccicar di lustrini lo perdano per sempre. Ma il prezzo pagato è alto, e il finale più malinconico e amaro del rassicurante vissero tutti felici e contenti.

       La fantasia sa disegnare scenari inquietanti e ambigui, e nelle fiabe spesso crudeli della nostra infanzia essa ci porgechiavi e prospettive inattese per leggere il reale. 

Così il mistero e linsondabile, che il nostro prosaico oggi ha espulso da sé, De Signoribus lo esplora attraversando miti e leggende, scandagliando limmaginario popolare, interiorizzandone il sostrato etico e morale, trasferendolo nelle sue fiabe. 

E queste sono allora favole fino a un certo punto: sono piuttosto un punto di vista altro sul reale, una prospettiva da cui calarsi empaticamente dentro la fragilità del nostro mondo umano, di quellal di qua troppo avaro di fantasia e di speranza, dove tutti possiamo essere prima o poi quel violino che non suonò più per tutto il resto della sua vita.


Sara Di Giuseppe - 4 Ottobre 2019


“LA NOSTRA CASA È IN FIAMME”, costruiamone ancora!

La variante REMER si farà: Un borgo naturalistico di 80 appartamenti immerso nella natura della Riserva Sentina.Più di 3 milioni per le casse comunali.

 LA NOSTRA CASA È IN FIAMME, costruiamone ancora!

     La scena a San Benedetto cambia ancora ma è sempre uguale: mattoni, asfalto ferro e cemento. Palazzi, Residence, Centri Commerciali. E case su case su case, con ingordigia. Insultando la lingua italiana, ora li chiamano borghi

    Un borgo alla Sentina ci mancava. E come non costruirlo, quando è proprio sullaspetto naturalistico che puntano i privati in quanto negli ultimi anni sarebbe cresciuta la domanda per siti immersi nella natura…”. Quindi cosa fanno gli architetti? Propongono progettano e firmano gli orrori che vedete. E cosa fa il Comune? Concede col sorriso e passa allincasso, 3 milioni e rotti, altro cheedilizia sociale. E la rimpicciolita Sentina, che si restringe e intristisce sempre più? Zitta, si capisce. Avrà solo molta più gente che farà intorno pipì, più auto, più scooter, più rumori, più soldi, più turisti stupidi.

      E lambiente, la natura? Linquinamento? Le polveri? I rumori? 
La ci-o-due?

Eddài! Eddài, tranquilli, ovvio che sarà tutto in regola, mica siamo banditi

     E poi senti lultima, questa gli è sfuggita, al Corriere Adriatico: il super-attico di questo borgo così ecologico, quello con vista sui laghetti della Sentina, lha comprato GRETA THUNBERG (anche la sua casa è in fiamme).

     Nota importante: in questo pezzo alcune notizie sono vere, altre false. Al lettore il compito di distinguerle. Se non ce la fa pazienza. Potrà sempre fare il giornalista o il politico.


PGC - 4 ottobre 2019


domenica 22 settembre 2019

Chi rompe NON paga, Chi sporca NON pulisce, Chi inquina fa festa

Domenica 15 settembre: 
un fiume di veicoli 4X4 in processione veloce in un loro circuito
tra Ripatransone, Cupramarittima, Grottammare e dintorni. 


Chi rompe NON paga, Chi sporca NON pulisce, Chi inquina fa festa

I nostri fragili centri storici, le nostre quiete agricole contrade, le nostre malandate strade sterrate avevano proprio bisogno della ripassata annuale degli specialisti off-road a bordo dei loro muscolosi fuoristrada dallaria guerriera.

Eravamo stati avvertiti: centinaia di strisce di plastica arancione (cm 150X11 circa) con scritte misteriose (WARN ARB 4 TECHNIQUE \ OLD MAN EMU 4x4 questi così parlano) pendevano da qualche giorno da tronchi e rami dalbero, siepi, pali della luce, ringhiere e muretti lungo tutti i km del percorso (circa 40 km). Come dire: attenti, arriviamo, sciò, si salvi chi può.

Finchè domenica la falange si è annunciata con impressionante rumore di stormo delicotteri militari -  pareva Apocalipse now reloaded - ma non erano elicotteri. Non si capiva. 

Finalmente li vedo, in mezzo al fuggi fuggi di gatti e altre bestie: ne conto 32 ma sono di più le ruote più grandi di loro, polvere, sassi che schizzano, frastuono di motori e ferraglia varia, puzza acre di scarichi liberi, fumo, fumo Chiudi le finestre! Chiudi tutto!

Aspettiamo che passi, barricati come in guerra Alla fine passa. Adesso tocca al bosco, laggiù dove salza serpeggiante un largo pennacchio di fumo chiaro-scuro. Almeno qui siamo salvi.

Poi - vengo a sapere - sempre in processione veloce, tutti in paese (Ripatransone) fin nella piazza del Municipio: lì allunisono, come militari ben addestrati, tirano fuori tavoli e sedie per il pranzo autarchico portato da casa: niente ristorante per gli uomini duri. Poi via ancora verso lavventura, chi con le giacche mimetiche, chi con le divise da pilota tutte pecettate, chi coi cappelli western. 

Trazioni integrali, marce ridotte, differenziali auto-bloccanti, gomme alte e grasse dai tasselli giganti capaci di scavare voragini. 

Devessere esaltante guidare questi fuoristrada cattivissimi, scorrazzare per ogni dove (pure per fiumi!), arrampicarsi, guardare tutti dallalto in basso Tanto nessuno fiata. 

Mi va bene quasi tutto (non è vero ma ci provo). Però:

-  Perché non ve ne state per conto vostro nei vostri circuiti privati o sulle vostre benedette terre a giocare, liberi di correre scontrarvi ribaltarvi affumicarvi?

-  Perché dobbiamo, noi umani regolamentari non fanatici di ruote e motori, respirare per ore le vostre puzze, assordarci coi vostri rumori, coprirci di polvere e sassi, temere per i nostri animali?

-  Perché vi si consente di massacrare ancora di più le nostre povere strade, già in condizioni pietose e nessuno che le metta a posto? Perché vi si lascia inquinare pesantemente l'ambiente naturale e l'habitat animale creando stress, scompiglio e morte nella fauna locale? 

-  Perché vi permettete di deturpare il paesaggio con quelle vostre strisce arancioni appese dappertutto sul verde-marron come stupide decorazioni natalizie? Le avete lasciate per più di una settimana, solo oggi le avete tolte.

-  Perché i sindaci dei Comuni autorizzano tali scorribande che sconvolgono i territori senza neanche [ammesso che basti a giustificare il tutto, ma ovvio che non basta] lombra di un ritorno economico? (Il catering al sacco, manco al ristorante!)

Voi rompete e non pagate, sporcate e non pulite, inquinate e nessuno vi multa. BRAVI! Clap-Clap! Quasi quasi mi compro una Gip


PGC - 22 settembre 2019


sabato 21 settembre 2019

La Tragedia di ADELCHI

Conosceva la sua Palazzina Azzurra come nessuno.

Ogni particolare edilizio. E ogni palma, ogni cespuglio, ogni fiore, quasi ogni filo derba del giardino. Mi chiamò disperato, quando tagliarono il grande pino. Quante volte ispezionava preoccupato il malandato mosaico della ex pista da ballo: metteva le tessere che si staccavano in tre sacchetti tre toni dazzurro tante volte mandassero qualcuno a ripararla (Macchè)

Teneva a bada gli espositori, gli artisti, i musicisti, gli assessori, i politici e il pubblico maleducato con la stessa intransigenza: attenti, la Palazzina è fragile, si rompe!

Una mattina lo trovai arrampicato su una sedia di plastica che lucidava con cura il plexiglass della scultura VALE & TINO di Marco Lodola: che poesia, sembrava ballasse con loro

ADELCHI non era solo lo storico custode della Palazzina Azzurra, era proprio una sua parte. Era, soprattutto, un testimone scrupoloso, che si studiava attento e a modo suo ogni artista. Poi me lo raccontava, a modo suo.

Quando andò in pensione la Palazzina ci restò male, come orfana. ADELCHI adesso la guardava da lontano, ci passava davanti in bicicletta, chissà se ci entrò più. Io non riuscii a (ri)portarcelo mai.

Ma le vite della Palazzina e di ADELCHI continuavano parallele, il loro distacco non era una tragedia. Si amavano lo stesso.

La Tragedia è adesso.


19 settembre 2019                  Giorgio


martedì 17 settembre 2019

EUGENIO DE SIGNORIBUS, il nostro “Robinson”

La Repubblica/ROBINSON n°145 (14.9.19): 
Eugenio De Signoribus, così coltivo il frutto poetico


EUGENIO DE SIGNORIBUS, il nostro Robinson


        Chissà quanti siamo, a precipitarci in edicola per comprare ROBINSON appena arriva; ad andare poi subito alle ultime due pagine dove Antonio Gnoli intervista il personaggio della settimana (col relativo ritratto a fianco, disegnato da Riccardo Mannelli). Chissà quanti siamo, è una cosa irresistibile. 

E, sorpresa, lintervistato di ieri è Eugenio De Signoribus!

        Intanto mi stupisco perché i personaggi di cultura che Gnoli intervista nascono in genere negli anni 30, e in confronto Eugenio è poco più che un ragazzo. Mi sorprende poi la coincidenza con lidea volante o peregrina venutami alcuni mesi fa nel leggere lintervista al nostro Tullio Pericoli-illustratore di colline e di paesaggi mentali e fisici: lidea di trovare - su un Robinson - unaltrettanto bella intervista al nostro Eugenio De Signoribus-poeta. Ma è presto, mi dicevo, figurati poi se succederà

Invece guarda, lintervista è adesso, e proprio nella casa di campagna di Tullio Pericoli (che non vede da tempo), che è dalle parti di Cupra Marittima - Lisola che cè - dove da sempre vive Eugenio!

       Ci sono poeti che si riconoscono da come camminano. Hanno il passo evanescente delle occasioni mancate, vestono con la stoffa del loro dolore, parlano come se ogni cosa dovesse aver termine, da un momento allaltro. Eugenio De Signoribus, il poeta più schivo che conosca, sembra sempre sul punto di dissolversi…”

        Antonio Gnoli sa inquadrarlo subito con affettuosi e veritieri tratti da pittore, De Signoribus non è un poeta qualsiasi, è uno specialista di precarietà. Ma anche un artigiano, come suo padre: che faceva il barbiere ed era molto preciso nel suo lavoro: per ottenere una buona sfumatura, diceva che occorreva lavorare con la punta delle forbici. E questo richiedeva tempo. Ed era così, sia per la testa del ricco che per quella del povero. (). La poesia esige lo stesso scrupolo, la stessa precisione: la cura massima della parola, la scelta del tempo giusto, la lotta alle sciatterie di quelli che nello spazio di un mattino si scoprono poeti, musicisti, pittori

        Perché il frutto poetico va coltivato con fatica e silenzio, come farebbe un giardiniere coscienzioso. 

 (avrebbe fatto il giardiniere, dice Eugenio, se avesse potuto): è un percorso arduo, dallesito incerto, né alcuna legge esiste che obblighi ad accettare un poeta o un verso

      Nel dialogo ampio e sincero che disegna le infinite, intime sfaccettature del poeta, emergono ricordi di poeti conosciuti, amati, e la certezza della sacralità della poesia, della sua forza e della sua solitudine. 

      La verità della poesia non è il frutto di un esperimento che si può ripetere. La verità della poesia è sola. Cresce nel deserto ed è raro che possa essere ascoltata. E la parola estrema e indifesa che cancella ogni certezza. E la semina di un raccolto difficile.

        Si chiude su parole come queste, che non lasciano scampo, il dialogo discreto e profondo col poeta e con luomo; e ancora una volta la speciale scrittura di Gnoli-giornalista mostra di saper estrarre tutto loro che cè da un incontro, da un racconto, da una conversazione apparentemente casuale. Chissà quanti siamo, a raccogliere le sue interviste

        Di certo anche a noi tapini, che da queste parti respiriamo la stessa aria di De Signoribus, che percorriamo (con meno rispetto, noi) le stesse strade di paese dalle Case perdute, che leggiamo talvolta troppo distratti i suoi versi, pare oggi di conoscerlo meglio. Ci aiuta anche l'acuto ritratto di Riccardo Mannelli: con poche rughe, per una volta


PGC - 15 settembre 2019 


giovedì 5 settembre 2019

Quasi quasi mi faccio un incendio

        Devesserci un piromane seriale che imperversa nelle campagne di Cupra-Grottammare-Ripa, ma nessuno lo prende. Sembra agire indisturbato, con la massima libertà e a colpo sicuro. Quando in TV non cè la partita o qualche altra scemenza che adora, lui per non annoiarsi guarda in aria, strabuzza gli occhi come i coatti di Carlo Verdone inUn sacco bello - e trova lispirazione Quasi quasi mi faccio un incendio. Due passi nei paraggi (a piedi, in macchina, in motorino), accende e torna. Poi si gode gratis lo spettacolo di sirene - autobotti - pompieri - elicotteri - canadair - tivù 

       Nessuno mai lo beccherà, se la sequenza dei fatti è questa. E lo è. Senza alcuna efficace attività di prevenzione, lui può continuare tranquillo [a meno che non si dia fuoco da solo], invece noi ci rimettiamo i boschi. 

      Sui giornali la notizia non fa più notizia: le solite veline inzeppate di dati tecnici senza senso per chi legge, diramate con dispiacere precotto misto ad orgoglio: le fiamme, dopo ics ore, sono state domate con sprezzo del pericolo bla bla bla intervento di squadre di Vigili del Fuoco da ogni dove. Costi altissimi per niente: dopodomani, vicinissimo, capiterà un altro incendio. Doloso.

        Eppure qualcosa si potrebbe e dovrebbe fare per proteggere davvero questi nostri territori circoscritti, pure mediamente urbanizzati, e arrestare il piromane pazzo (se è pazzo). Non siamo in Amazzonia.

        La butto là: perché non utilizzare i DRONI? Penso a una decina di droni semi-professionali, del costo di poche migliaia di euro, da tenere permanentemente in funzione (in volo) nei mesi degli incendi. Da una quota di circa 500 metri, coprirebbero palmo palmo tutto il territorio rivelando allistante qualsiasi movimento o azione sospetta ad ununità operativa della Questura la quale, prima che il piromane seriale agisca, invierebbe i gendarmi a catturarlo come un cinghiale. Della sua losca condotta avrebbe prove certe.

      Invece di continuare letteralmente a buttare acqua sul fuoco - con enorme dispendio di uomini e mezzi - quando gli incendi già fanno il loro sporco lavoro, non sarebbe almeno da tentarla, unoperazione chirurgica preventiva come questa?

      A meno che - guarda che vado a pensare! - gli incendi non siano un appetitoso affare per qualcuno o per molti, e allora è tutta unaltra storia, e appena un dettaglio far finta di spegnerli.


PGC - 5 settembre 2019 


sabato 31 agosto 2019

Racconti incisi

IL SOGNO INCISO

Mostra di Acqueforti (2002-2019) di GIORGIO VOLTATTORNI M.
Cupra Marittima Sala Polivalente   
27 luglio - 9 agosto 2019


RACCONTI INCISI


      Limpassibile spirale quadra di 130 pezzi si snoda sui 4 lati dellinfuocata palestra di cemento nuda di fronte al mare. Le acqueforti incorniciate con cura, tutte del formato standard medio-piccolo, quasi si perdono nel rimbombante hangar dove a ragione potrebbero irrompere squadre di cestisti, pallavolisti, calcettisti

 Il visitatore regolamentare sembra temerlo. Ma capisce anche che deve organizzarsi, per girare lintera mostra e goderla; altrimenti, disorientato, se ne uscirà inventando unaccorciatoia, una scusa, prontooo

Ci vuole un po di religione per guardare e capirla, unacquaforte. Non è un quadro, un olio, una foto, una serigrafia, un intruglio pseudo-artistico. Ecco, intanto avvicinati: quando distingui i tratti di pennino, fermati.

Probabilmente ti troverai davanti al disegno (toni e toni di grigio) di un paesaggio naturale ondulato, poco o niente urbanizzato, con molta vegetazione (Il giardino abbandonato - Verso sera”…); poi alberi calmi (Albero solo - Albero strano - Il cedro malato - I cipressi di San Michele”…); paesi del circondario, ville e case rurali senza cemento (Finestrella sul mondo - Finestra del tempo”…); strade acciottolate di paese, muri antichi (Il giardino di Iside - Lombra bianca”…); rovine intatte e cattedrali (La cattedrale). 

Talvolta il mare allorizzonte, colline, calanchi, boschi. Poche figure. Quiete diffusa, pensante. Tra cielo e mare , Verso sera , Filigrana di luce

Ecco le famose uova come in rilievo di Giorgio Voltattorni (Luovo prodigioso - Luovo di San Rocco - Il grande uovo - Età delluovo”…), il felice Naufragio della lancetta appollaiata sulle punte di tre cipressi, Il treno delle 12:41,I violini dautunno che non stanno in concerto ma sono usciti in campagna, lagreste Concerto per arpa,Il grande nido,Il rinoceronte di Dϋrer (Albrecht Dϋrer, il grande incisore/pittore/acquarellista e uomo di scienza di Norimberga del 500), Il sogno equestre,La grande conchiglia , Cose Hai voglia ad arrivare a 130!

        Ma non ti stancherai, perché questa antica tecnica di stampa artistica manuale multipla (poco multipla) dellacquaforte ti avrà conquistato. Specie se hai la fortuna di avere proprio Giorgio, che con passione ti svela ogni stadio del paziente complicatissimo misterioso procedimento: dalla matita appuntita per lo schizzo preliminare, alle lastre di metallo ben preparate (Dϋrer usò anche un certo legno), agli inchiostri (si parte dal nero sordo) da corrompere distinto con altri colori, agli acidi da governare con la competenza di un chimico per arrivare alla temuta prova di stampa

Una tecnica multiforme mai sicurissima, che si mette a punto proprio sbagliando. Lacquafortista è un operaio che deve sporcarsi le mani, per ottenere quellimpalpabile profondità regolabile, quei tagli di luce (giusti o inventati) del pomeriggio, quei tratteggi ritmati (ma anche no), risolutivi senza tratti corsari. Ma le sue dita impastate dinchiostro faticano felici.

Il potere placido di unacquaforte è proprio quellessere narrazione, dalla progressiva comprensione man mano che la osservi dentro. Una gemmazione di storie, ricordi, emozioni, esperienze che lartista irradia con generosità, in silenzio. Ogni acquaforte di Voltattorni M. è un racconto inciso che prenota un po del tuo tempo, non puoi passarle davanti dandole solo unocchiata. E una specie di musica di Brassens, non una canzonetta. Con la delicatezza di un Van Gogh. Alla fine è più comoda di un libro, non devi neanche girare le pagine 


PGC - 29 agosto 2019 


domenica 25 agosto 2019

Ricordi di Cinema: Carlo era Carlo, Max era Max...

Scrivere un libro ci vuole fantasia, intelligenza, cultura, competenza, passione e molta, moltissima pazienza. Non so in quale ordine e quante altre qualità ne servano, ma di certo le ho viste tutte in Massimo Consorti nello scrivere la prima ed unica biografia su Carlo Delle Piane. Soprattutto pazienza, dato il non facile carattere dello stesso Carlo, tanto che diversi scrittori o ghostwriters avevano fallito dopo aver preso solo qualche appunto o semplicemente fatto la conoscenza.

Fino ad allora avevo potuto apprezzare in Massimo il giornalista, il grandissimo esperto e critico cinematografico e anche quando nell'arte aveva intelligentemente ficcato il naso, ma ancora non conoscevo in lui il narratore se non per i pochi suoi testi da me letti in "UT". Sì, avevamo fondato questa benedetta rivista insieme, Massimo, Giorgio (alias PGC) ed io nel 2007, e grazie a questa 'piazza' delle idee, avevamo intrecciato le nostre professionalità con le stravaganti iniziative collaterali che ci inventavamo.
Massimo e Carlo si conobbero personalmente nella 16a edizione del Premio Libero Bizzarri di San Benedetto, luglio 2009. Carlo fu chiamato da Max per l'Omaggio a lui dedicato nel corso del Premio da lui diretto in quell'anno. Questo è stato l'inizio di una loro intensa per quanto breve amicizia, coordinata soprattutto dalla compagna, poi divenuta moglie, di Carlo Delle Piane: Anna Crispino, artista anche lei, con una voce stupendamente affinata per la canzone napoletana e alla sua tradizione più nobile.

E così che ne seguì l'incarico di Carlo a Max per scrivere la sua storia, sia umana che professionale. Passò circa un anno per la stesura definitiva del racconto biografico della vita di Carlo, sapientemente ricostruito da Max con i pochi ma puntuali spunti ricevuti da Carlo Delle Piane. Personalmente ho conosciuto (o riscoperto) l'artista-attore Carlo grazie a questa stupenda biografia, avendo avuto l'incarico di redigere la parte illustrata compreso la copertina. Quest'ultima mi fu cambiata dall'Editore in diversi ma importanti dettagli. Portai pazienza. Questo capitolo della ricerca dell'Editore, fu una vera e propria lotta con 'venti e correnti' contrari, e ci vollero diversi mesi per vedere accolto il lavoro. Fu scelta una piccola casa editrice napoletana, Testepiene, specializzata in pubblicazioni a carattere sportivo e quasi locale. Ma la si scelse anche per la fretta di voler uscire e non perdere lo slancio, col titolo che volle Max: Signore e Signori: Carlo Delle Piane. Prefazione di Pupi Avati e la postfazione di Franco Battiato.

La prima uscita della biografia fu il 19 ottobre 2011 a Roma, presso la Libreria Feltrinelli di via del Babuino. Il pubblico era assolutamente attento data l'esile voce di Carlo Delle Piane, e ne seguì una folta schiera di copie autografate dai due protagonisti. Presenziò anche Pupi Avati con dei suoi aneddoti, regista di molti film di Carlo tra i quali Regalo di Natale (1986), per cui Carlo fu premiato con la Coppa Volpi come migliore interpretazione maschile. 
A seguire le poche e occasionali presentazioni della biografia, quasi strappate a forza, fatte a Trento, Ascoli e di nuovo a Roma. Inutile dirlo, ma l'investimento professionale di Max fu per la 'gloria', compagna costante di sue come di nostre avventure.

Di Carlo Delle Piane mi rimane un autografo e un grazie ricevuti dallo stesso, con la voce di chi sa di far parte di un mondo magico e crudele al tempo stesso. Fu premuroso quel giorno a tavola, in casa di Anna, e lì scoprii le sue 'debolezze', di persona ferita, traumatizzata ma capace di restare un Primo Attore fino in fondo.

Scrivo queste poche righe in omaggio a Carlo Delle Piane, scomparso ieri 24 agosto, credo non aggiungendo nulla alla sua figura professionale, ma volevamo, io e PGC, ricordalo insieme all'amico Massimo Consorti. 

Ci siamo affezionati a Carlo Delle Piane e poi ad Anna Crispino grazie a Max, che ci ha ancora di più tragicamente 'stupiti' nel marzo 2018.



Francesco Del Zompo

https://www.youtube.com/watch?v=FuOifnIE_PU&feature=share