martedì 25 giugno 2013

Sconfinamenti. Tutte le mostre (a cura di Achille Bonito Oliva) del Festival dei 2 Mondi

L’arte contemporanea tende sempre di più alla multimedialità. Anche nel primo decennio del nostro nuovo secolo gli artisti operano al confine di molti linguaggi, tendendo verso la produzione di opere di arte totale, frutto di una sintesi capace di sviluppare un intreccio tra arte figurativa, cinema, teatro, letteratura, fotografia. L’artista contemporaneo sembra riprendere da una parte il modello rinascimentale di Leonardo e Michelangelo che hanno operato a 360 gradi e dall’altra quello di Wagner che ha teorizzato e praticato l’opera lirica come luogo capace di totalizzare tutti i linguaggi dell’arte. Tale tendenza si è sviluppata in modo continuo sin dagli inizi del secolo scorso, a partire dalle avanguardie storiche: Futurismo, Astrattismo, Surrealismo e Dadaismo. Dagli anni Cinquanta in poi gli artisti hanno sentito il bisogno di abbandonare ulteriormente il proprio specifico: scendere dalla parete, uscire dallo schermo, oltrepassare lo spazio del palcoscenico per arrivare all’opera come installazione capace di ospitare forme di intreccio dei diversi linguaggi, frutto dunque di assemblaggio e contaminazione dei generi. Il progetto - che prende avvio questo anno con un prologo alla Rocca Albornoz - intende documentare l’opera di artisti già noti sulla scena internazionale dell’arte, ma si propone anche, nella cornice e nello spirito proprio di Spoleto Festival dei 2Mondi per tradizione aperto alla sperimentazione e al dialogo tra i diversi linguaggi dell’arte, di essere artefice di nuove scoperte e di sconfinare infine verso performance, concerti, incontri e proiezioni per l’intera durata del Festival.
Achille Bonito Oliva


Shoja Azari

The King of Black
2013, HD video colore, suono, 24’
Courtesy Leila Heller Gallery, New York
Il video The king of black mescola in un modo originale le tecniche del film muto, le immagini delle preziose miniature persiane, l’azione teatrale e l’animazione digitale. Il racconto è basato sul poema epico Haft Paykar (le sette bellezze) scritto nel 1197 da Nizami di Ganja, il più grande scrittore epico della letteratura persiana che con i suoi poemi offrì materia a tutti i miniaturisti dei secoli successivi. Il racconto morale di Nizami descrive l’impazienza di un principe che, violando l’appello alla perseveranza di una delle sue sette mogli, è costretto ad abbandonare il giardino dell’Eden. Dietro l’allegoria dell’antico poema, l’artista Shoja Azari nato a Shiraz e residente a New York critica così la realtà sociale e politica del suo paese.

Peter Greenway
The Ice Time
40,000 years in 4 minutes
2012, 5 media players e 5 monitors, 4’, colore editing Irma de Vries, soundtrack Huibert Boon, programming Matteo Massocco
"Possiamo certamente affermare che molto presto si avrà una ri-dislocazione delle terre emerse poiché gli oceani si innalzano sempre di più. E ci sarà presto una inondazione a cui seguirà il ghiaccio. Possiamo dire che l’umanità è un tipo di vita costretta a fiorire nei brevi intervalli tra due ere glaciali. I cambiamenti metereologici sono lenti, continui e devastanti per l’evoluzione della specie. Qui in cinque sequenze vi è il racconto del previsto prossimo evento condensato in quattro minuti. Quarantamila anni in quattro minuti." Così descrive la sua ultima installazione il filmaker gallese, con una formazione ed una vocazione di pittore, che - predicando la morte del cinema - si è fatto pioniere del crossover tra linguaggio cinematografico, pittura, letteratura e nuove tecnologie digitali.

Ahmet Güneştekin
Belek (Memorie)
2012-2013, proiezioni video e suono
Sulle pareti e sul pavimento di una stanza in penombra scorrono in sequenza le immagini di date comprese tra il 1909 ed i nostri giorni, tra il massacro degli Armeni di Adana e gli avvenimenti odierni di Piazza Taksim. Una colonna sonora diffonde sincronicamente voci e suoni originali che si riferiscono a quegli avvenimenti. L’artista turco Ahmet Güneştekin interroga così la memoria collettiva nostra e della sua gente sulla serie di violenze e attentati ai diritti umani che si sono succeduti in poco più di un secolo in quella parte del mondo.

Shrin Neshat
Il teatro è vita. La vita è teatro.
Don’t ask where the love is gone.
Fotografia di Luciano Romano
2012, B/W, 9 stampe giclee su carta hahnemühle e dibond
Commissionata da Comune di Napoli/Stazione Toledo/Metropolitana di Napoli spa
Al termine di una residenza a Napoli per concorrere anche con una sua opera alla realizzazione della stazione metropolitana Toledo progettata da Oscar Tusquets, Shirin Neshat ha fissato in drammatiche immagini in bianco e nero nove attori ed attrici del teatro underground napoletano. Sono nove corpi che sembrano forzare le pareti di una prigione senza luogo e senza tempo. "Cerco l’universalità che possa valere per tutti", afferma l’artista americana di origine iraniana. "La bellezza dev’essere unita al sentimento, all’ impegno sociale e politico. Da soli la bellezza resta un canone estetico e l’impegno un grido. Solo uniti diventano qualcosa che possiamo chiamare arte".


Sri Astari Rasjid
Undercover, Underwear, Underworld Troops
Soundtrack di Rahayu Supanggah

2013, fiberglass, stainless steel mesh & mixed media
La preoccupazione costante del lavoro artistico dell’indonesiana Sri Astari è quella di rileggere le tradizioni della cultura di Giava e del suo simbolismo attraverso le lenti dell’invadente life style di origine occidentale che rapidamente ha cambiato lo scenario dei valori nella vita sociale del suo paese. In particolare al centro della sua critica vi è la posizione della donna, con tutte le sue contraddizioni, tra radici della tradizione e consumismo dilagante. Ma spesso tale critica prende la forma dello humor, come nella rappresentazione delle sette figure sospese tra eleganze antiche e ammiccamenti erotici, ambiguamente in contrappunto con la colonna sonora di Rahayu Supanggah.

Sislej Xhafa
Shhhhhhhhhhhhht
2013 blanket, newspaper, clothes
Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin
Un corpo è disteso per terra, interamente nascosto da una vecchia coperta. Non sappiamo chi sia, se dorma o se sia ubriaco, se riposi o sia morto. Il titolo che l’artista kosoviano ha dato all’opera non ci aiuta a sciogliere l’enigma ed anzi contribuisce a rinforzare i nostri dubbi di spettatori casuali. Ma anche incolpevoli? Sisley Xhafa punta il dito proprio sulla complessità della realtà politica, economica e sociale della realtà contemporanea e lo fa con mezzi semplici, ora con ironia e ora con acida irrisione, che non è facile classificare. "La realtà è più forte dell’arte – afferma Sisley Xhafa – Come artista non mi interessa riflettere la realtà, ma voglio interrogarla e metterla in discussione".


Progetto e produzione: Change Performing Arts

Direzione creativa: Elisabetta di Mambro/Franco Laera

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