domenica 16 giugno 2013

Le ragioni per amare un Festival. La terza serata del “Ferré” e le considerazioni finali

All’ultima serata del Festival Ferré, alla sua diciottesima edizione e a vent’anni dalla morte di Léo, è di scena la raffinatezza dell’espressione musicale. Non sapremmo come definire altrimenti il cammeo di emozioni che ne sono scaturite da parte di artisti che hanno incontrato la strada di Ferré dandone un’interpretazione al tempo stesso personalissima e vibrante.
Dopo l’omaggio vigoroso di un pianista di rango, dalle sorprendenti doti di abilità improvvisativa e dallo stile modernissimo, dai variopinti timbri musicali, come Lucio Matricardi che ha accompagnato il poeta Paolo Cristalli, anima amante del lirismo ferreiano, presenza “carmelobeniana” di rottura, la serata si è letteralmente riempita di fascino impregnandosi delle melodie di Carmine Torchia. Architetto prestato alla musica, già segnalato come artista dalla marcata personalità, vincitore dei primo “Musica Controccorrente” e “Musicultura
rispettivamente nel 2005 e nel 2009, a lui dobbiamo la trasposizione di due inediti ferreiani magnificamente riportati alla luce, con la traduzione firmata dalla figlia di Ferré, Manuela, due opere del maestro monegasco rimaste per molto tempo nell’ombra: La Dernière Chanson e Au Premier Hibou de Service. Torchia ha lo stupore e la gentilezza d’animo, il tatto poetico direi, per interpretare al meglio Ferré, ma anche la carica emozionale e l’incanto e la fascinazione enigmatica, il tessuto setato delle parole misurate e scelte accuratamente per restituircelo attraverso occhi candidi che vedono oltre. Ecco allora la magia di un classico ferreiano come Il tuo stile, resa ancora più preziosa nonostante la difficoltà e la sublimità intense del testo, oppure il suo devotissimo ed intenso ossequio a Ciampi con Ma che ne so, aggraziata incursione in uno dei canzonieri popolari più alti della musica d’autore italiana. Come direbbe il prof Gennari parlando di questo musicista-poeta a tutti gli effetti: “dicono che i bambini sono poeti, e quando un bambino-poeta riesce a crescere senza perdere la sua capacità di sognare e trovare bellezza in ogni cosa, e se metti musica nella sua vita e gli dai carta e penna e la capacità di tradurre sulla carta quello che lui solo riesce a vedere per offrirlo a tutti, allora hai la rara fortuna di trovarti davanti alla poesia”.
Che dire poi della madrina della serata, Annick Cisaruk? Una straordinaria interprete capace di lasciarci letteralmente sbalorditi. Annick, mi piace chiamarla così data la semplicità e l’immediatezza con cui si è relazionata al pubblico, è riuscita a valorizzare Ferré con un mix di ingredienti che, se sommati, fanno veramente il talento: un’enorme capacità scenica, la disinvoltura e sicurezza interpretative nel portare canzoni complesse e sfumate come quelle ferreiane, una voce piena, toccante, tersa, come direbbe di nuovo Gennari, “millesimata” sino a toccare punte di perfezione e rotondità armoniche in grado di esaltare come per i migliori e più preziosi champagne. Vita ed arte si fondono mirabilmente in questa poliedrica interprete che pur essendo una notevole e polivalente attrice – lavorò con Giorgio Strehler – non trova nel canto un ripiego, un nostalgico approdo per misurarsi da attrice con la propria voce, ma un potenziamento delle sue doti, la quintessenziazione esaltante del suo istinto creativo. Ieri sera era affiancata da un formidabile compagno di viaggio, David Venitucci, capace come ha detto Annik, di restituirci in un unico strumento, la fisarmonica, tutto un mondo di assonanze e coloriture orchestrali. Medaglia d’oro del Conservatorio di Grenoble, questo musicista-compositore spazia sulla sua tastiera con la “maestria”, la più libera e fantasiosa libertà espressiva di un magnifico e dotato jazzista che all’occorrenza sa calare il proprio estro armonico e ritmico tra le tramature chiaroscurali e la bellezza nascosta dei testi di Ferré. Meraviglia ed eccellenza musicali allo stato puro.
Come se non bastasse, dopo avere assegnato egli stesso l'altra sera la targa Léo Ferré a Luigi Tenco, tramite uno dei suoi migliori interpreti, Francesco Baccini, per “avere cantato la libertà di vivere di morire”, è stata la volta di Pino Gennari ad avere in consegna il meritato riconoscimento attribuitogli dalla Famiglia di Léo Ferré per avere sostenuto, con caparbietà e passione, il magnifico peso della valorizzazione della canzone d’autore italo-francese (ma non solo) attraverso questi altrettanto sfolgoranti 18 anni passati al galoppo, con all’anagrafe poetica i suoi 20 anni “pour tout bagage”.
In sala era presente anche il regista francese Bernard Gilles che ha girato alcune scene, all’interno del Teatro Concordia ed in occasione del Festival, da inserire nel suo nuovo film-documentario su Léo Ferré intitolato “Léo Ferré. Une voix sans maître” (“Léo Ferré. Una voce senza padrone”).
Voglio salutare, stringendola idealmente al cuore e datosi che ho mancato di farlo ieri, tutta la famiglia Ferré, dalla signora Marie, donna di immenso garbo, sino alle figlie Marie-Christine e Manuela, nonché Maurizio Silvestri che ogni anno si incarica di prendersi cura della riuscita organizzativa del Festival, lasciandoli con le parole di un uomo che Barbara ha definito “superbo, trasparente, la mia immensa tenerezza”, un “uomo del sole”: George Moustaki.


Ma liberté

Ma liberté
Longtemps je t’ai gardé
Comme une perle rare
Ma liberté
C’est toi qui m’a aidé
A larguer les amarres
Pour aller n’importe où
Pour aller jusqu’au bout
Des Chemins de fortune
Pour cueillir en rêvant
Une rose des vents
Sur un rayon de lune.

Alceo Lucidi



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