sabato 1 giugno 2013

È uscito "Hitchcock", il film-memoria di Sacha Gervasi

Ogni commento su Alfred Hitchcock può essere "pesante", data la mole, di nome e di fatto, del personaggio. A indagare sugli aspetti relazionali del Maestro del brivido ci ha provato Sacha Gervasi nel suo nuovo film Hitchcock (USA 2013) appena uscito nelle sale, prendendo a pretesto quella che fu la sua vera e propria sfida al cinema, ovvero Psycho. Dopo i trionfi di La donna che visse due volte e Intrigo internazionale, rispettivamente del 1958 e del 1959, all'alba dei suoi sessant'anni, nessuno poteva immaginare che Alfred avrebbe potuto triplicare il successo. La Paramount alla fine del '59, nicchiava su un nuovo esborso a scatola chiusa, e i coniugi Hitchcock decisero di mettere a
garanzia la loro spettacolare villa con piscina, per finanziare la nuova follia del Maestro. Certo Alma, la sceneggiatrice, l'esperta montatrice, la cuoca e la madre della loro figlia Pat, aveva davvero nella coppia Hitch un ruolo fondamentale. E questo emerge chiaramente nel film. La moglie giusta, il braccio destro della legge, mi viene da dire. Helen Mirren è una splendida Alma nella sua maturità conclamata. Che si muova in casa per arginare la bulimia del marito o in macchina per recarsi agli Universal Studios, trasuda intelligenza, acume, discrezione e allo stesso tempo tempra da vendere. Conscia di non essere una delle "bionde" tanto amate dal marito, mantiene rapporti cordiali con la protagonista Marion Crane (una brava Scarlett Johansson qui, la Janet Leigh indimenticabile del film). Ma sa bene chi è suo marito. E lo sfida sottraendosi a qualsiasi ruolo di primo piano, dedicando invece le sue attenzioni a un mediocre sceneggiatore sanguisuga e dongiovanni. Il genio Alfred possiede tutto, o almeno egli pensa che questo coincida con la realtà. Alma si copre gli occhi con la mascherina, notte dopo notte, pare dormire cieca, assente, allontanandosi discretamente e fuggendo a scrivere sulla spiaggia, dopo aver deciso di rischiare tutti gli agi di villa, piscina, giardino, non escluse le dannate leccornie di Fouchon Paris, del pingue consorte. Negli Studios sobbolle un esperimento forte, sangue in bianco e nero e omicidio nella vasca da bagno senza nudità, bisogna vedersela con l'implacabile censura. Ed è eccellente Anthony Hopkins a mimetizzarsi nel Maestro, i due mostri si fondono nella storia insieme, convivono per cercare di spiegarci che al cinema la paura e la violenza possono essere citate, fatte immaginare anziché visualizzate, lasciando ugualmente nello spettatore una comprensione indelebile. E Psycho diverrà storia del cinema, capolavoro assoluto del genere.
Sarà proprio Alma a montare l'infinito materiale prodotto con perfetta maestria, giungendo al capezzale registico del marito geloso e possessivo e a dare al film il suo aspetto cult. Nel 1979, in occasione dell'Oscar alla carriera, riceverà quatto volte grazie da Alfred.
Tre stelle, manca la quarta. Perché vano è qualsiasi tentativo di sostituire Anthony Perkins.

Michaela Menestrina


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