domenica 16 giugno 2013

Ripensando ai “Fiumi” di Ettore Mo. Quando il grande giornalista venne da queste parti. Nota a quattro mani di Pier Giorgio Camaioni e Massimo Consorti

Il 6 agosto del 2006, Ettore Mo venne dalle nostre parti a presentare quello che allora era il suo ultimo libro, “Fiumi”. Fu una serata memorabile, non per la bravura, la s-costanza, il ghigno cinico, la mala sopportazione della gente da parte di uno dei più grandi giornalisti, inviato di guerra, che il Corriere della Sera abbia mai avuto (Indro Montanelli e Oriana Fallaci su tutti), ma per il clima che si era creato in uno chalet in cui, oltre alle stupidaggini che quotidianamente volano nei divertimentifici italiani, quella sera ci capitò di avere finalmente chiaro il concetto di “analfabetismo di ritorno”. Gli analfabeti di ritorno sono coloro che apprendono di nuovo l'uso di una lingua. Di solito appartengono alle categorie dei professionisti: avvocati, ingegneri, medici, notai, commercialisti, matematici, scienziati, insomma, spesso, fior di professionisti che, arrivati a una certa età, si accorgono che qualcosa gli manca e scoprono di botto la cultura. Si iscrivono ai cineclub, ai circoli letterati (compresi quelli intitolati a Jane Austin), scoprono Philip Roth, si addentrano in spericolate discussioni sul cinema giapponese e pure su quello thailandese (non capendone una mazza), iniziano a percepire cos'è una nota musicale e, appena scoperta la differenza che passa fra un Do e un rutto, idolatrano Keith Jarrett e stravedono per Pat Metheny.
Il guaio è che invece di apprendere e di interiorizzare, trangugiano tutto alla velocità della luce, per cui il rischio molto serio di fare la fine dei personaggi della Grande abbuffata (di Ferreri ce n'è stato uno e non fabbricava cioccolatini, poi quello era Ferrero) è sempre presente. Ma quella sera scoprimmo, restandone basiti, che un'altra categoria di professionisti era entrata nel grande club universale degli analfabeti di ritorno: i politici. Roba da tagliarsi le vene. Non volendo suicidarci a causa di quacquaracquà conclamati, abbiamo pensato di ritirare fuori dall'archivio di Pier Giorgio Camaioni (conservato presso il Museo Egizio di Torino, tanto che la prima stesura PiGi la realizzò su un foglio di papiro), il pezzo che scrisse proprio in occasione della presentazione del libro di Ettore Mo al quale, al termine della serata, porgemmo le scuse più sentite a nome della popolazione autoctona.

GRANDE MO

Para ogni assalto e vince. Non entra nel merito, non recita la fotocopia del libro, come vorrebbero conduttori incalzanti, politici presenzialisti vicini di tavolo, interroganti giornalisti che abusivamente gli danno del tu (!).
Brilla istintiva sintonia solo con la brava insegnante di "Legnano-provincia-di-Milano", che lo ringrazia per averla aiutata ad insegnare geografia a studenti che oggi non vogliono ascoltare nulla.
Grande Mo. Neanche si agita, con di fronte una platea che non vuol capire che lui, anzichè incensarsi per commerciar libri (quanti ne abbiamo visti), preferisce raccontare piccole grandi storie con vocaboli primordiali e potenti, che ti scuotono. Quindi svicola, evocando l'ultimo guizzo di Nureyev dall'ospedale, o l'abbraccio polveroso al sapore di vino con Mossud. E potrebbe farci sentire il paradiso revente dell'Afghanistan, l'annichilimento disperato dell'Aral, le musiche perse dei Danubi, le disperazioni ramificate del suo delta... Invece, ancora, gli chiedono di dighe, di riserve d'acqua e di petrolio, di "scelte giuste" (a lui che non è un politico!), di come si diventa giornalisti-di-successo (sic). Oppure perché nel libro "manca la Senna", di chi veramente sono quelle scarpe abbandonate sull'argine di Budapest - che, forse ti sei sbagliato?- ...
Lui sorride, ma non ci casca. Impacciata (ma anche affettuosa) disperazione intorno.Grande Mo. Come chiedere di computer ad uno che usa l'Olivetti. Infatti. Però ti fa contento, alla fine: ti promette di studiare l'informatica, i nuovi linguaggi, ... magari per diventare giornalista moderno, di successo, brillante, televisivo... Dolce bugia. Grande Mo.

Pier Giorgio Camaioni
Massimo Consorti



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