mercoledì 21 agosto 2013

Cuore di violino. Intervista con il maestro Luca Marziali, violinista e concertista

a.l. Inizio con una considerazione di carattere generale: quella ossia della percezione della musica da parte degli osservatori esterni e dei non addetti ai lavori come di un modo ovattato e al di sopra delle nostre più scontate realtà, un universo di incommensurabile e quasi irraggiungibile Bellezza (la B maiuscola è di Muti) eppure così decisivo nella formazione del gusto etico ed estetico di una nazione. Come la vede oggi, Luca Marziali, la musica intesa come strumento di educazione?

l.m. Sono troppo di parte. Io imporrei l’ascolto della musica classica sin dal nido e lo studio di uno strumento obbligatorio dalla scuola elementare. L’indirizzo musicale introdotto nelle scuole medie è stata indubbiamente una buona cosa. Nei conservatori Italiani siamo chiamati ad una preparazione solistica ma spesso dimentichiamo che la quasi totalità dei
musicisti è chiamata a svolgere un’attività orchestrale. Abbiamo ragazzi che con disinvoltura eseguono un Capriccio di Paganini ma non sono in grado di eseguire un banale passo orchestrale. Diversificare dunque la preparazione è secondo me fondamentale.

a.l. Come è nata la tua passione per la musica e di quali valori si è alimentata?

l.m. Sono l’ultimo di 4 figli. Mio padre, violinista dilettante ma talentuoso ha tentato di trasmettere la sua passione ad ogni figlio... A sei anni, in pochi mesi, con facilità, ho incominciato ad eseguire delle piccole melodie e allora decise di iscrivermi al liceo musicale. . Il liceo musicale era per me come un parco giochi… tanti amici, tante lezioni, tanti saggi. Ancora oggi, gli amici che frequento e con i quali mi trovo a mio agio sono i coetanei dei lontani anni 70 e i giovani, giovanissimi docenti di quel tempo ora sono divenuti attempati colleghi.

a.l. La tua, diciamolo pure, è stata una carriera brillante in cui hai avuto modo di collaborare con musicisti di varia estrazione professionale e di indubbia rilevanza internazionale. Ti laurei nel 1986 con il massimo dei voti al Conservatorio Rossini” di Pesaro in violino ed hai come maestri, nelle varie scuole di formazione in cui ti alterni, Pasquier, Amoyal, Stefanato, Rossi. Quanto, nel tuo caso, si deve all’estro innato, al cosiddetto talento, e quanto, invece, al duro lavoro di perfezionamento del suono, al miglioramento costante della capacità e della tenuta interpretative, al raffinamento della tecnica violinistica così specializzata.

l.m. Il talento non è che un ingrediente, uno dei molti necessari per intraprendere e conseguire risultati nel nostro mondo. C’è bisogno poi di una passione smisurata, di una famiglia alle spalle che possa comprenderti e supportarti ed infine c’è bisogno di tanta ma tanta fortuna. Il duro lavoro è condizione imprescindibile. Durante tutta l’infanzia ed adolescenza ho vissuto come una colpa il fatto di non studiare tanto quanto avrei dovuto. Ora mi sento in colpa perché le molte ore che dedico allo studio sottraggono tempo ai miei figli e a mia moglie.

a.l. A proposito dell’uomo e di una sua generale condizione spirituale, da intendere, in questo caso, come riconoscimento di un’universale dignità e coscienza del proprio essere, spesso tradite dalla volontà di possesso e la brama di potere all’interno delle dinamiche sociali, il grande musicologo Massimo Mila parlava di una “religione”, un ambito incontaminato di valori alti, puri, disinteressati ai quali la musica “dionisiaca” e traboccante di sentimento, preromantica, di Mozart aveva in qualche modo assolto. Mila dice - in una raccolta di scritti sul compositore salisburghese - che “non si crede ai superuomini se si crede nel valore dell’uomo” (1), rifuggendo così da pregiudiziali ideologiche. Quanto conta, secondo te, nella musica restare fedele alle radici dell’uomo senza cadere nello sterile manierismo o, peggio ancora, nel compiacimento intellettuale e – come fece Mozart, ma come potremmo desumere anche in alcuni compositori russi, tipo Tchajkovsky e Rachmaninov – riportare al centro dell’atto e del dibattito creativo la sostanziale superiorità della natura umana (pensiamo al finale liberatorio, di “perdono”, (2) de “Le Nozze di Figaro”)?

l.m. La Musica, e l’Arte tutta, pone le sue radici nell’artigianato, che è lavoro, pazienza, impegno costante e ricerca instancabile del miglioramento. Tutto ciò per inseguire la “Bellezza”, che è salvifica e sicuramente innalza lo spirito. Sono certo che insegnare questo percorso alle generazioni prossime renderebbe migliore la nostra intera società. Guardo alla Germania o al Giappone – paesi nei quali ho viaggiato – mi accorgo che l’attenzione riservata alla cultura musicale, non solo dalle istituzioni ma dal popolo stesso, è tutt’altra rispetto all’Italia dove l’autismo accademico, la mancanza di un’adeguata educazione all’ascolto e alla pratica musicale nelle scuole, minimalista ed al ribasso, ha portato alle difficoltà con cui facciamo i conti oggi: una sensibilità musicale piuttosto degradata e la grande fuga dei giovani dai teatri. Purtroppo in Italia non ci rendiamo perfettamente conto della grande ricchezza lasciataci in eredità e continuiamo a calpestarla, senza alcun progetto mirato a produrne di nuova. Pensiamo di potere vivere di rendita cullandoci sulle nostre rassicuranti certezze e pensando di essere ancora ai tempi di Puccini, Rossini o Bellini quando l’Italia brillava di luce propria. Così però non facciamo passi avanti ma misuriamo solo tutta la distanza che ci separa dal passato. Lo vediamo con la considerazione riservata alla musica dalle istituzioni pubbliche e dalla fatica che fanno le fondazioni musicali o gli stessi teatri, anche i più grandi, ad andare avanti data la cronica penuria di fondi. Servirebbe più coraggio ed allora la musica potrebbe divenire uno dei tanti motivi a fondamento del rilancio nazionale.

a.l. Nel confronto con i tuoi colleghi stranieri quali atteggiamenti hai rilevato nel loro rapporto con la musica che li distacca dai musicisti italiani. Voglio dire, oltre ad una diversa e più ampia fruizione della musica da parte del pubblico in grado forse di farli comprendere meglio, esiste forse un gap di approccio mentale alla carriera che per gli italiani che li lega, spesso, al mantenimento di rendite di posizione o ad esiti che restano impastoiati nelle solite prassi accademiche, nel blando “scolasticismo” a cui si riferiva Massimo Mila?

l.m. Torniamo al discorso dell’inizio. Le formazioni italiane sono legate ai repertori solistici tanto da penalizzare l’approccio orchestrale dei nostri giovani, anche talentuosi, i quali hanno seri problemi a confrontarsi ed inserirsi in contesti internazionali. Le carriere professionali sono bloccate dalla forsennata tendenza a primeggiare e prevalere sugli altri che toglie ogni respiro alla collaborazione tra artisti. Se non si esce da queste logiche mi chiedo che speranze hanno oggi, ad esempio, i miei diplomati sempre più disarmati di fronte alle magre prospettive con le quali debbono fare i conti. Aprirci alle mentalità estere ci farebbe bene per riuscire a dare un respiro meno corto e protezionistico alla musica italiana, rendendola disponibile alle contaminazioni e le sollecitazioni provenienti da Paesi cosiddetti virtuosi.

a.l. Che tu non sia un professore di violino presso il Conservatorio “Pergolesi” di Fermo non “convenzionale” lo si capisce dal modo in cui ti apri agli altri, dal rapporto molto diretto e non “istituzionalmente” freddo o mediato che hai con gli allievi, ma, soprattutto, da una brillante vena sperimentale che ti porta a confrontarti con repertori diversi da quelli dell’ambito “classico”: musica leggera, jazz, etnica. Da quali esigenze, o “urgenze”, muove tale avvertita sensibilità?

l.m. Sul “non convenzionale” del quale ti ringrazio non saprei dire. Sicuramente non mi considero un professore al di sopra della media ma uno del gruppo, certo con un armamentario di conoscenze che mi deriva da esperienze fatte, come dicevo, anche fuori dall’Italia. Il discorso delle contaminazioni risale a tempi non sospetti. Ho avuto esperienze sin dall’inizio della mia carriera con la musica leggera, partecipando ad esempio più volte, come orchestrale, al Festival di Sanremo oppure facendo parte della formazione dei “Pavarotti and Friends”. Dai Musicisti di cultura pop noi “accademici” abbiamo tanto da imparare: la preparazione armonica, la duttilità, la velocità a cambiare o modificare un’esecuzione e soprattutto l’estrema professionalità che talvolta noi abbiamo perso. E l’umiltà, che insieme alla preparazione ci consentirebbe di sapere riconoscere la bellezza in Musiche completamente diverse. In fondo i grandissimi compositori classici sono riusciti a trarre ispirazione dal repertorio tradizionale e folcloristico (da Mozart a Beethoven fino a Mahler…) elevando la loro arte a vette sublimi. In Italia è come se ci fossimo fermati alle acquisizioni del passato lasciando agli altri la capacità di sperimentare e di assimilare quello che di buono ci veniva, e tuttora ci viene, dalla modernità. A differenza dei puristi, non disdegno le forme di musica popolare perché alcune volte nascondono una tensione artistica ed anche una capacità di raffinamento del suono molto più articolate ed approfondite di alcuni performance svolte all’interno di gruppi orchestrali. Lavorare con Paolo Conte per l’album “Elegia” mi è risultato più impegnativo che non talvolta con orchestre blasonate ma stanche e poco invogliate alla ricerca meticolosissima dei timbri e delle sfumature, cosa che invece è stata chiesta al quartetto d’archi che accompagnò le sue canzoni. Anche con Bocelli mi sono trovato molto bene. Lo considero un grande musicista polivalente ed umanamente straordinario, disponibile con tutti. La stessa attenzione la dedico alla musica etnica come segno d’identità culturale dei popoli. Ad esempio ho lavorato con i musicisti di etnia sinti in un concerto per la giornata della memoria, al quale ricordo che eri presente. Purtroppo il loro patrimonio di musiche è stato saccheggiato e fatto proprio da altri musicisti - Brahms ad esempio - nel più completo silenzio: una sorta di genocidio nel genocidio. Per loro la trasmissione del sapere musicale avviene per via orale. Dove noi ci applichiamo a leggere e solfeggiare loro invece ascoltano e riproducono. In quel concerto a cui ho partecipato non hanno letto una sola riga dello spartito. Non è nella loro cultura. E’ una grande ricchezza ed un allenamento incredibile.

a.l. Infine, per la domanda di congedo, ti chiedo di anticiparci, se possibile, quali sono i tuoi prossimi progetti o sogni nel cassetto.

l.m. Nel 1996 insieme ad alcuni storici amici abbiamo fondato l’Orchestra da Camera delle Marche. Al suo interno ci sono talenti indiscussi e indiscutibili, tutti Fermani, prime parti di importanti orchestre italiane ed estere oltre a giovani, giovanissimi diplomati del nostro conservatorio. L’orchestra ha avuto molti riconoscimenti, ha inciso dischi distribuiti da case discografiche sia italiane che estere ( l’ultimo dalla casa Londinese Sheva con l’Oratorio di Natale di Saint-Saens ). L’orchestra è stata invitata ad Atene per rappresentare l’Italia e la musica italiana in occasione dei festeggiamenti per le Olimpiadi. Il sogno, l’impegno dei prossimi anni sarà convincere la città di Fermo e piano piano le Marche tutte a credere in questa realtà, in questa piccola orchestra da camera. Fare in modo che anche Fermo come già avvenuto con L’Aquila (Solisti Aquilani), Padova (Solisti Veneti) Roma ( i gloriosi “Musici”) possa avere come vanto culturale un’orchestra stabile da esibire e ostentare nei momenti importanti. Abbiamo uno tra i più bei teatri d’Italia, uno dei concorsi violinistici tra i più importanti nel mondo, una tradizione centenaria tutta marchigiana con più di cento teatri… i nostri figli e i nostri giovani non sanno chi sia Giuseppe Verdi o Giacomo Puccini; conoscono però a memoria le formazioni calcistiche di tutte le squadre del pianeta.

Alceo Lucidi
 

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