sabato 3 agosto 2013

Futura Festival “Burrocrazia”. Roberto Ippolito: “Ignoranti”

Torrido questo pomeriggio di luglio africano al tramonto, ma Ippolito non sembra accusare stress da afa, nel suo casual di scarpe da tennis rétro, giacca e camicia (nera, quest’ultima: “il lutto per la cultura”, scherza, ma non tanto). Si apre in leggerezza: alcuni brani iniziali del suo “Ignoranti” strappano risate pur se amare, e ci si vergogna un po’ per ortografia e grammatica saccheggiate da candidati a concorsi pubblici (laureati) con vocazione al raddoppio consonantico (ddu’ consonant is megl che uan?): così se la parola burocrazia scatena angosce nell’immaginario dell’italiano medio, burrocrazia evoca certo scenari più morbidi; così “spazi” divenuto spazzi rivela forse nell’io profondo del candidato un bisogno di spazio e… pulizia.
Casi esilaranti e raccapriccianti, spie di ignoranza crassa e profonda, democratica perché non risparmia i “dotti” cui si demanda la stesura di prove concorsuali o di maturità, i quali possono “scambiare” Quasimodo per Montale, o impostare tracce di prove scritte su un’errata interpretazione di versi montaliani (Maturità 2008).
E’ quando dalla casistica pittoresca - malgrado tutto e a suo modo “divertente” - si passa alle cifre della desolazione culturale del Belpaese, che d’improvviso anche il caldo sembra insopportabile.
Scenario impietoso, a partire dagli impressionanti numeri della dispersione scolastica: fenomeno in crescita, anche in aree non depresse, dai riflessi pesantissimi sulla qualità della preparazione dell’intera società italiana, e sul rafforzamento del potere di attrazione della criminalità in aree particolarmente “sensibili”. Dati Ocse ci dicono che competenze e capacità di apprendimento degli studenti italiani sono tra le più basse d’Europa, che il nostro è un Paese che non si prepara e non è dunque attrezzato per le sfide internazionali, maglia nera in Europa per numero di laureati e di immatricolati (in discesa inarrestabile questi ultimi dal 2003): significativo il parallelismo tra questi dati e gli ultimi posti che l’Italia occupa dal ’99 per crescita del Pil. E’ infatti destinato alle retrovie un paese che non investe in istruzione, formazione, ricerca e cultura: se gli anni del miracolo economico coincisero con il boom della lettura e della scolarizzazione, oggi il 70% degli italiani non è in grado di comprendere e interpretare un testo semplice. Analfabetismo di ritorno, o funzionale, che attraversa ogni ceto sociale e si conferma statisticamente nel bassissimo indice di letture, anche (soprattutto?) presso i ceti dirigenti, dove spesso l’ignoranza è valore positivo, da esibire con orgoglio (“…da forse vent’anni non leggo un romanzo”, Silvio Berlusconi dixit, correva l’anno 2003).
Bassa qualità dei ceti dirigenti, scelte politiche miopi e ignoranti, mancanza di progettualità, tagli indiscriminati e sprechi producono le macerie che tutti vediamo, ed effetti striscianti come lo svilimento della considerazione sociale della classe docente, tutt’uno con l’abbassamento della condizione economica di questa. Non è un caso che Corea e Finlandia siano prime nelle classifiche mondiali dei sistemi scolastici, e che queste si basino sul criterio del riconoscimento sociale della classe docente e dell’importanza del compito che è chiamata a svolgere.
“Ignoranti” ci presenta la triste carta d’identità di un Paese che ha scelto di arretrare. Ippolito non ci fornisce sorprese, ma documentate conferme di uno sfascio che ci è davanti ogni giorno. Mentre ascoltiamo di Scuola e Università, di carenze nella formazione scientifica, di deficit genitoriali che si trasmettono ai figli, di “neoanalfabetismo ai tempi di internet” (il 39% di italiani frequenta internet meno di una volta l’anno, numerose imprese considerano internet inutile, molte non hanno un proprio sito), ci chiediamo però che ne è del ruolo della stampa, e perché l’acuto Ippolito (giornalista) manchi, stasera, di soffermarsi sul ruolo dell’informazione nel degrado complessivo. L’innegabile funzione automaticamente educativa, quasi “scolastica”, che stampa e informazione possono assolvere, specie su fasce sociali meno acculturate e con scarsa frequentazione di libri, è oggi vanificata dal mediocre livello del sapere trasmesso dalla stampa in generale, dal conformismo dell’informazione (non certo solo di quella televisiva ma anche di grandi giornali finto-progressisti), dalla bassissima qualità di scrittura di molta stampa, soprattutto locale ma non solo.
Eventuali ristampe dell’interessante lavoro di Ippolito potrebbero arricchirsi, ad esempio, di un capitolo dedicato alle locandine della stampa locale campeggianti quotidianamente davanti alle edicole: campionario di trovate involontariamente surreali, oltre che di prosa sgarrupata. Ignoranza allo stato puro, sventolata, comprata, pagata, imitata, inseguita, assorbita.
Piacerebbe, ma è proprio difficile condividere la speranza con cui Roberto Ippolito si congeda dal suo pubblico: “Forse si può farcela, se ci sono le volontà, le energie, e perchè non può andare peggio di così”.
No invece, il timore che possa andare ancor peggio è forte, come la sensazione che nelle attuali condizioni il buonismo ottimista sia solo esercizio retorico.

Sara Di Giuseppe


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