martedì 13 agosto 2013

Castel Basso. Renato Minore sulla scena della letteratura

Renato Minore è uomo dai mille tratti e volti: un caleidoscopico abitante di cangianti mondi letterari che attraversa, con la consumata autorevolezza e la vorace curiosità, presto trasformata in raro acume critico, del viaggiatore dotto e consapevole. Abruzzese di nascita, anche se romano d’adozione, la Città Eterna ne ha seguito la parabola crescente sia come studioso di letteratura, che come saggista, scrittore, poeta, giornalista a capo della terza pagina nazionale de “Il Messaggero” e docente esperto di questioni vicine alla comunicazione mass-mediatica.
La serata, nell’incontaminato palcoscenico di Castel Basso, delizioso paesino del teramano ancora bagnato dal fascino intatto e sereno dei borghi italiani (in cui Minore ha fatto un viaggio - assieme al giornalista Simone Gambarcorta e alla scrittrice Lucilla Sergiacomo - all’interno del suo universo di uomo di lettere) ha messo in risalto proprio questa sua tangibile e prioritaria vocazione all’eclettismo di genere. Minore non ne fa un mistero; né lo riduce ad un eccesso di protagonismo, a lui indifferente. La poliedricità intellettuale è un fatto connaturato alla sua dimensione di indagatore e “speleologo”, direbbe lo scrittore richiamando Caproni, nel senso di chi misura, interpreta, scandaglia e plasma gli svariati materiali di studio per farne un unico denso grumo di senso. Questo vulnus fondamentale lo ritroviamo in uno dei due grandi filoni che caratterizzano la sua produzione - intendiamo la carriera da recensore o critico letterario - visto che l’esegesi dei testi non si risolve certo, per Renato, nel racconto o la produzione di emozioni generate spontaneamente dalle suggestioni di un incontro fugace ma procede per un lavoro di indagazione ed ascolto che, maturando nel tempo, offre squarci nuovi ed orizzonti di senso vivificanti: ovvero un surplus di interpretazione che affonda le proprie radici tanto in una dimensione esteriore - la forma più evidente - quanto in quella interiore dell’opera - le strutture portanti che la innervano.
La poesia in fondo - l’altra direttrice del discorso autoriale - conferma Minore nell’ansia di ricerca sempre rinnovata da parte di chi si accredita, per dirla con Starobinsky, munito di un provvidente “diritto di sguardo”, così da restituirci i profili di una realtà finalmente disvelata, portata ad un grado di luce diverso da un “intelletto creativo”, quello del critico, mosso unicamente dal bisogno di mettere il lettore all’interno dei molteplici movimenti di illustrazione della realtà da parte della letteratura. Dallo spirito “ungarettiano” delle origini, la metà degli anni Sessanta, alle poesie più sperimentali degli anni Settanta ed Ottanta, con “Non ne so più di prima” ad esempio, trascorre un tempo che vede Minore impegnato in un discorso variegato e poliedrico, portato su direzioni diverse anche se centrato attorno ad un disegno di fondo unitario ed omogeneo: il confronto serrato con la realtà attraverso il rapporto mutevole tra il sé e l’altro. Non a caso i suoi poeti di riferimento risultano le voci problematiche e sofferte del Novecento che hanno avvertito l’imminenza e l’incombenza dei cambiamenti e li hanno adattati al dettato poetico, sottoposto a continui processi di ristrutturazione tanto stilistica quanto concettuale. E’ il caso di Andrea Zanzotto, per Minore uno dei più complessi e dotti poeti del Novecento italiano, eppure capace di rivelarsi con una maggiore immediatezza di toni e sentimenti. Un manipolatore di generi e registri che ha saputo condensare, nelle incandescenze di una lingua destrutturata ed implosiva, gli scenari inquietanti di un’umanità lacerata, convulsa, segnata da profondi rivolgimenti. Ugualmente potrebbe dirsi di Giorgio Caproni, il cantore di liriche appassionate e, assieme, delle aporie del moderno in uno stile rivisitato, prosasticamente spigoloso ed aspro nella modulazione di una sintassi poetica dalle cadenze sorprendentemente innovative.
In fondo come mi diceva lo stesso Renato, la poesia è il banco di prova della sua carriera di scrittore, il laboratorio incessante delle idee, il cantiere con i materiali finemente abbozzati da assembrale, la spina dorsale del suo versante più avanzato di ricercatore irrimediabilmente ammalato di cupio scribendi. Ecco allora le esigenti scommesse, il tono sempre ravvivato dalla felicità della parola che, nel momento stesso in cui si enuncia e rischiara, brucia veloce la sua fiamma per lasciare i bagliori di un logos rigenerante. Come la barchetta di Flaiano, l’amico confidente, nel suo ultimo documentario Oceano Canada, tratta dalla carta strappata di un taccuino di viaggio e presto abbandonata ai flutti di una cascata d’acqua. Insomma, lo stesso intatto candore, lo stesso preciso, pervadente senso di friabilità ravvivato dalla coscienza della scrittura come atto di potenziamento dell’essere, slittamento di possibilità verso una verità ricomposta e suggerita, coltivati nel silenzio e nel lavoro paziente di scavo.
In fondo le sue opere romanzate per eccellenza sulle vite dei poeti (Il Leopardi del 1987 - finalista al Premio Strega, vincitore dei premi Castiglioncello e Capri assieme al “Rimbaud” del 1991 - premio Selezione Campiello) vogliono trasferire su un piano narrativo ora più carezzevole - come per l’usignolo di Recanati - ora più spezzato - come per il ribelle di Roche - le cadenze di “illuminazioni” rinascenti, il gioco chiaroscurale dell’animo umano finalmente riscattato. “Bugie di poeti” per sfuggire alla girandola del tempo riconoscendo intatta dignità al valore dei ricordi e alla purezza del sentimento.

Alceo Lucidi

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