giovedì 22 agosto 2013

Oltre il blu 2013. Il concerto dei Neko: ci vorrebbe un commento JaZZzz

Affinché sia jazz dev’esserci poesia, affinché sia poesia dev’esserci jazz. Ancor meglio se per quinta di palcoscenico c’è la nostra affettuosa conchigliona mezzo a bagno nella fontana, e per platea l’antica pista da ballo ovale stile liberty coi mosaici “restaurati” da Adelchi. Ma poi, stasera, ci sono anche Mirò, Chagall, Folon, Picasso, Dalì, De Chirico, Cézanne, Magritte, Ray, Manzù & Co., che guardano
e ascoltano dalla penombra della mostra accanto; i finalmente accasati Vale&Tino di Lodola (ex senza fissa dimora) che ballano luminosi e innamorati; oltre ai soliti 3 chiassosi treni in transito a orario variabile con dentro turisti in fuga che per una volta vorrebbero scendere. Nel fresco “nature” di Palazzina (che resiste anche in queste estati ardenti), circa 200 i non-paganti al concerto, che si danno educatamente il cambio finché non restano i 200 “giusti”, che di quei 4 ragazzi-jazz vorrebbero esser almeno parenti. Fa niente se da non molto lontano arrivano il TUN-TUN dei locali alla moda, le musichette gracchianti delle giostre e dei trenini, il rombo del traffico con delizie d’Harley Davidson e la caciara della movida che si accende. Qui siamo come in una riserva circondati dai cow-boys, in un posto dove ancora si preferisce il rumore del mare, ben armati di jazz e poesia. Potremmo anche combattere. Perdendo, oh yes, o alzando bandiera bianca di fronte alle soverchianti truppe da notte-bianca…
Ci vorrebbe un commento jazz a questa serata, dicevo, e io non so scriverlo. Da un lato sembra musica descrittiva: chitarra narrante, sax dialogante, contrabbasso che cura con minuzia il paesaggio, batteria che ricama nuvole spinte dal vento. Ma il vento (nel jazz) cambia ogni momento e il quadro (musicale) cambia di colore, con mille dissolvenze. La chitarra cambia voce, accelera il racconto, il sax pare aspetti o ascolti per poi parlare lui ma tra sé, come per non disturbare. E d’improvviso il contrabbasso, come se avesse in mente un’altra storia, prende un’altra strada, verso il bosco mi pare, si sentono urti ritmici di rami troppo carichi di neve… Ma ecco che si ritrovano tutti insieme e d’accordo, eppure non s’erano mai guardati. T’accorgi allora come in testa ti si sia formando un motivo terso e celeste (specie quando accadono quegli strani angoli di dita sulle tastiere), ma non puoi ripetertelo perché sfugge. Come un gomitolo facile, che se però ne tocchi un filo s’annoda tutto. La melodia di un filo trasparente di cristallo, con note che sembrano qualsiasi perché sono di altre matematiche. Senti e vedi fotogrammi (l’occhio sente quello che sfugge all’orecchio) oltre l’immaginazione, con improvvisazioni-non-spontanee che si inseguono e si sfuggono. Senza stress. Un po’ come nel blues (da cui il jazz nasce), ma senza “ripetizioni” né richiami prevedibili, qui è tutta autogenerazione, quasi mistica. Probabilmente questi ragazzi hanno anche molta tecnica, ma stasera la poesia del reading d’apertura li ha “accesi” di una luce in più, stanno all’erta come pescatori, si spremono come scolari in un tema in classe (…)
Bah, ci voleva un commento jazz a questa serata, io ci ho provato.

Pier Giorgio Camaioni


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