domenica 27 ottobre 2013

Ciao Federico. La mostra-omaggio di Giuseppe Di Caro a Fellini e al cinema italiano

Quello esposto è il cinema italiano “nobile”, le pellicole con la griffe di Federico Fellini, Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola, Alberto Sordi e Carlo Lizzani. Cinema indimenticabile, il nostro, che prima di Checco Zalone e Alessandro Siani, aveva sempre qualcosa da dire e immagini incancellabili da mostrare. Ma così è la vita, e si trova sempre qualche critico pronto a certificare che le scemenze sono il futuro. Il vernissage di Giuseppe Di Caro (uno dei reporter ufficiali del David di Donatello), nei locali della meritoria associazione culturale “Artes & Co” di San Benedetto del Tronto, è coerente con quelli “romani” degli anni Sessanta e Settanta: presentazione dell'evento all'ingresso, musica dal vivo che parte al taglio simbolico e virtuale del nastro, primi “oh” alla visione delle opere esposte, cameriere che gira con un elegante vassoio al posto del solito, scontato e poco dignitoso (considerati gli assalti), tavolo del buffet.
E se la colonna sonora d'ingresso è quella di “Amarcord”, non ci vuole molto per capire chi, e come, si sta festeggiando. Pur essendo stata scritta nel 1973, la musica di Nino Rota resta quel capolavoro che il tempo, come per il buon vino, colora di magico. E prima ancora di vedere le fotografie della mostra di Di Caro, davanti agli occhi ci scorrono le immagini di Titta e della Gradisca, della neve che cade su Rimini, di “Voglio una donna”, l'urlo di zio Teo-Ciccio Ingrassia sull'albero della gita domenicale della famiglia di Aurelio. Ad “Amarcord”, Peppe Di Caro dedica anche un angolo della mostra, con tanto di sfere colorate coi volti dei personaggi che spiccano in una dimensione 3D, e una curiosa lettera di Fellini che chiede a Rinaldo Geleng di pensare alla locandina del film, disegnata poi dall'americano John Alcorn. Tutta la mostra è giocata sul filo del ricordo, di scatti figli di un'epoca paragonabile all'età dell'oro della nostra cinematografia, con i personaggi che ne hanno fatto l'orgoglio e che, come avrebbe detto un giorno Dino Risi: “Sono morti tutti, Marcello, Federico, Giuseppe, Ugo, Vittorio, non ho più nessuno con cui parlare”. Il merito della mostra di Di Caro è quello di tenere acceso il “fuoco” della grandezza e di ricordarci che Federico Fellini è oggi più amato dagli americani che dagli italiani. Il 31 ottobre saranno venti anni da quando Fellini è morto inseguendo Giulietta. Non sono previste grandi celebrazioni né riti di Stato né corone d'alloro al monumento del Milite Ignoto, anche se il regista romagnolo un “milite” lo è stato sicuramente ma non ignoto. Si potrebbe dire che vale, per il cinema italiano, l'epitaffio che Dino Risi avrebbe voluto per la sua tomba: “Nato a Milano, morto a Waterloo”.  

Massimo Consorti

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