martedì 1 ottobre 2013

19° Incontro Nazionale Teatri Invisibili. “L’eremita contemporaneo Made in Ilva”. L'Ilva Invisibile di Nicola Pianzola

Fin dall’Età del Ferro, è forse il materiale più comune che c’è. Ce l’abbiamo anche “dentro”. Non ci facciamo neanche caso, ma c’è in quasi tutto quello che ci circonda. Lo riconosciamo d’istinto (magari dalla ruggine), ci è familiare, ci dà affidamento. Sappiamo la sua forza e i suoi limiti. E’ come un amico banale e sicuro, a portata di mano, economico. Di ferro sono i motori e le auto (che neanche s’arrugginiscono più!), i treni e gli aerei, i fucili le pistole i carri armati. Erano di ferro o di latta i nostri giocattoli (il mio Meccano n. 5 era tutto quanto di ferro); tuttora di ferro sono le navi, gli scheletri dei palazzi, i nervi dei grattacieli… Fino ai comunissimi attrezzi di casa: martello pinza giravite… e cosa faremmo senza chiodi viti e bulloni?

Ma quanto costa il ferro, da dove viene, chi lo fa, sono domande che non ci facciamo. Ci basta averlo, adoperarlo, consumarlo, buttarlo quando diventa inservibile ferrovecchio.
Insomma non lo pensa nessuno, il ferro, neanche quando si nobilita sotto forma di acciaio: al massimo ce ne ricordiamo per le posate standard o qualche oggetto di design, perché si presenta inossidabile, levigato, luccicoso, e ci appare più pulito, più moderno, più educato, più elegante
Figurarsi poi se conosciamo “come” arriva a noi, la strada che fa. Del resto che c’importa?
I giganteschi altiforni delle acciaierie dove il ferro diventa lastra tondino bullone, stanno ben lontani, in bassitalia o in altitalia, noi ne siamo immuni. Mai ne abbiamo udito il rumore e patito l’odore. Mai ne abbiamo visto il fuoco d’inferno, i fiumi di metallo incandescente, i densi fumi grigi, le polveri spesse e soffocanti, massimo alla televisione o in qualche documentario. Taranto è a 500 km, gli altri posti più o meno. Cavoli loro. Nessuno di noi ci deve lavorare, nessuno di noi deve cuocersi là dentro. Ma poi che lavoro sarà? Anche loro avranno le macchine, i robot, i computer. E se non gli va bene possono scegliersi un altro lavoro, no? Poi c’è lo sciopero, i sindacati… Guadagneranno il giusto, hanno il posto sicuro, c’hanno la pensione, possono sempre accampare diritti da lavoro usurante, tanto pizzicano solo i ciechi che ci vedono benissimo…
Ma sì, il ferro sarà pure indispensabile come l’aria che respiriamo, infatti è come invisibile. Noi, l’ILVA di Taranto, quando ci andammo, non ce la fecero visitare, mica era importante come il Ponte Girevole! L’ILVA sta di là, invisibile, non ti riguarda. Certo, da un po’ di tempo ce la raccontano insistendo sul suo disastro ecologico (toh, se ne sono accorti!), ma come fai a capire le fatiche bestiali di chi ci lavora, le malattie, gli incidenti, i rischi continui, le storie tristi, le violenze psicologiche… se è tutto “invisibile”?
Poi succede che in una sera di settembre Gli Invisibili ti sbattono in scena il diario della cruda vita di un operaio qualsiasi di là dentro. Che deve “solo” LAVORARE, PRODURRE, AGIRE, CREARE. Il dramma contemporaneo è tutto qui. E allora capisci: se quello sopravvive, è morto prima. Ed è invisibile, nell’ILVA invisibile.
Almeno noi, l’altra sera, abbiamo finalmente visto e capito. Nicola Pianzola non poteva spiegarcelo meglio.

Pier Giorgio Camaioni


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