domenica 29 settembre 2013

Gianfranco Rosi e "Sacro GRA". La zanzara, il leone e mille perché

E’ buona cosa che "Sacro GRA" abbia vinto il Leone d'Oro al Festival di Venezia diventando così il primo documentario a vincere il primo premio in 70 anni di storia della Mostra, perché, francamente, è l'unico motivo per cui sono andata a vedere questo film (?) e tu, appassionato cinefilo, stai leggendo questa recensione.
All’annuncio del nome del vincitore, qualche giorno fa, mi era sembrato fantastico che un documentario avesse vinto il Leone, ma ai titoli di coda sono rimasta allibita e indignata che un film insignificante come questo sia riuscito nell’impresa che poteva diventare storica per la storia del cinema.
Le dichiarazioni di Gianfranco Rosi, il regista, e le parole della critica compiacente parlano di un documentario su questa realtà circoscritta alla Capitale, qualcosa di simile ad un anello di Saturno, il GRA, non solo come una strada da percorrere ma una sorta di entità astratta, un non luogo dell’anima, un nastro che collega realtà tra loro lontane e vicine al tempo stesso. Perché Roma può essere un mostro tentacolare che divide e abbandona, ma il Raccordo Anulare stringe tutti in un abbraccio.

Lasciatemi esprimere qualche dubbio.
Per chi non abita a Roma è incomprensibile il motivo per cui un regista possa impiegare tre anni della propria vita nel tentativo di trovare materiale utile per un documentario sul Grande Raccordo Anulare, il percorso stradale che circonda Roma, e che era già diventato protagonista in alcune esibizioni parodistiche di Corrado Guzzanti.
Il Grande Raccordo Anulare di Roma, completato nel 1970, è un infernale cerchio di 68 chilometri con 33 uscite, quasi a richiamare la forma dantesca della Divina Commedia, ma Rosi non è particolarmente interessato alla strada, concentrandosi, invece, sulle persone che vivono la loro vita appena fuori, o occasionalmente si trovano in essa. Seguendo le orme già tracciate del grande documentarista americano Frederick Wiseman, alcuni dei suoi soggetti appaiono per una sola breve scena, mentre, e sono certamente una vasta selezione, alcuni si ripetono durante tutta la pellicola: un aristocratico che mette a disposizione la sua casa di famiglia per riprese cinematografiche, paramedici, pescatori di anguille sul Tevere, alcune prostitute transessuali, un uomo che cerca di fermare con metodi personali e poco ortodossi gli insetti che stanno distruggendo le palme, e infine una piccola famiglia composta da una figlia che non stacca gli occhi dal pc e un padre fisso alla finestra, a commentare il mondo circostante.
Le scene - a mia parere il termine migliore è vignette - sono un miscuglio di storie che non hanno nessuna relazione tra loro se non il fatto che il regista dichiara (e noi siamo costretti a fidarci) essere intorno al GRA e lo spettatore è sempre in continua attesa che accada qualcosa di meglio. Alcuni racconti, come quelli che coinvolgono il “botanico fai da te”, sono aridi e verrebbe voglia di spingere il tasto skip del telecomando (avanti veloce), mentre altri sono inutilmente divertenti, altri inutili, banali o eccessivamente strazianti.
I lunghi 90 minuti della proiezione risentono di una forte aurea da esercizio stilistico fine a se stesso: ad emergere è infatti la compiacenza stessa del regista che non scende mai in profondità, schiacciando ed annullando i personaggi messi in campo e mettendo in scena una banale docu-soap.
Allora il Raccordo Anulare diviene solo un nome ripetuto tra le tante parole proferite, un mero pretesto per parlare d’altro. Peccato, però, che questo “altro” molto spesso sfugga allo spettatore, in uno spettacolo discontinuo e didascalico, dove a venir meno è quella partecipazione sociale e culturale, che non deve mancare in un documentario.
Sicuramente molti di voi alcuni non si troveranno d'accordo con me, ma non preoccupatevi siete in buona compagnia e tra i più autorevoli trovate Bernardo Bertolucci e il resto della giuria di Venezia.
Ma a me, questa leggera, insignificante pellicola mi è sembrata la zanzara di Esopo che ha punzecchiato il Leone d'Oro.


Antonella Roncarolo

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