venerdì 20 settembre 2013

Teatri Invisibili 2013. "Incapaci". I mafiosi non sono personaggi da fiction. Lo spettacolo di Teatroscalo

Giovanni Brusca non è un volpino, non lo si sentirà mai dissertare sulla Critica della ragion pura né su un testo di Umberto Curi. Né lo sono Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Antonino Troia e gli altri mafiosi che presero parte alla strage di Capaci, quella in cui per uccidere Giovanni Falcone distrussero mezza autostrada facendo esplodere 500 chili di tritolo. A vederli nelle foto segnaletiche sembrano braccianti agricoli, neppure mezzadri o coloni. A loro nessuno affiderebbe le sorti di una masseria, sono quelli che sono: bassa
manovalanza per carne da macello ma, comunque, "uomini d'onore". Poi ci pensano le fiction televisive a regalargli un altro aspetto ("bellocci", li definisce Franco Ferrante che, con Raffaele Braia è "Teatroscalo"). Per ognuno di loro, qualche mega produzione televisiva è arrivata a scomodare addirittura l'analisi psico-sociologica, dalla quale risulterebbe che normalissimi assassini sono diventati tali per fame. E' stato il tentativo di dare una "dignità" anche a Totò Riina, fatto passare per una sorta di Salvatore Giuliano a sua volta orfano di Robin Hood, che ci ha fatto capire che qualcosa si sarebbe dovuto fare per arginare la vergogna. Che qualcosa in quelle fiction non andava. Ci hanno pensato Franco Ferrante e Raffaele Braia portando in scena "Incapaci", una pièce di 50 minuti scritta da Michele Bia che ottiene il risultato niente affatto peregrino, di dimostrare come la manovalanza mafiosa resta tale anche se a interpretarla è Raoul Bova. 20mila euro per piazzare 500 chili di tritolo lungo una ferrovia e far saltare il treno che trasporta "il giudice". Soldi che a un certo punto iniziano a bruciare più degli effetti di una esplosione, più di un violento incendio nella camera da letto. Arrivano i dubbi, le domande, gli interrogativi che due uomini qualsiasi, ignoranti e gretti avvezzi a obbedir tacendo, si pongono dopo un percorso niente affatto autoanalitico, anzi, quasi esistenziale. La fine dello spettacolo, che lo ricordiamo ha il patrocinio di "Libera" Puglia, avrebbe dovuto essere la stessa di Capaci o di Via D'Amelio o di Via dei Georgofili, e invece no. I due mafiosi ignoranti hanno un sussulto di umanità che li porta a staccare il collegamento con il detonatore. Onesta la performance dei due attori a fronte di un testo che non pretende particolari doti recitative, solo una forte partecipazione. Qualche incertezza evitabile, ma che tipo di mafiosi ignoranti sarebbero stati a fronte di una interpretazione perfetta? Scena come sempre accade durante gli "Invisibili", scarna ma con un trenino elettrico che percorre in lunghezza il parterre e, nella finzione, continua la sua corsa grazie al ravvedimento degli attentatori. In questo caso è vero l'assunto che più del teatro potè la storia. E la storia, quella storia, gronda ancora sangue e grida vendetta.

Massimo Consorti

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