17/09/13

Modena. Festival Filosofia. Philippe Daverio: “Amor sacro Amor profano”. 'Forse verrà una nuova era, più dionisiaca forse, si spera'

A Philippe Daverio, amabile raccontatore, puoi assegnare qualsiasi tema. Non solo d’arte e architettura, ma pure filosofico. Intanto ti riempirà il teatro, la piazza, l’auditorium, la tenda, vai tranquillo. Di gente di tutte le culture e di tutte le età, dai (quasi) vegliardi come me agli scatenati ma educati teen-agers (li si chiamava così, una volta) armati di smart-phone/tablet, capelli a cresta pantalonacci e
zainetto. Ma mica perditempo. I primi, ancora ottimisti non si sa perché, li trovi seduti già da una due ore, pazienti, mediamente silenziosi ma vispi, con i scarp de tennis e i pullover. I ragazzi invece arrivano in grupponi all’ultimo, quando glielo dice feissbuc, riempiono ogni spazio libero con allegria e fantasia, si ficcano anche dove mai pensavi che potesse starci pubblico (e alla fine si fotograferanno festosi con lui sorridente e gioioso come il più ragazzo di loro). Quando la platea si è sistemata come un’orchestra, eccolo: ma non fa il direttore, per questo Daverio, “materialista dialettico”, piace. Lui è il pubblico, come il pubblico è lui.. Nessuna confusione, certo: nessuno di noi potrebbe “fare” il Daverio. Ma lo sentiamo dei nostri, lo amiamo come ameremmo un professore magico, lo seguiamo come un santone laico, accendiamo la TV a pranzo di domenica espellendo i tigì, a notte fonda scansando i film; sfogliamo i suoi libri d’arte in libreria; lo cerchiamo nei festival e accorriamo. Perfino a Sassuolo, mai stato in vita mia prima d’ora.
Quella di ieri sera, da programma, era una Lectio magistralis. Ma non lo è sembrato affatto, pur avendo Daverio sviscerato il tema “Amor sacro, Amor profano” con maestria e da tutte le latitudini. Al solito, prendendosi duemilacinquecento anni di storia e di cultura e srotolandoceli addosso. Per lui è normale, anche se dovesse parlarti chessò di automobili, lui troverebbe affascinanti addentellati nella Grecia antica, nei babilonesi, in Carlo Magno, in Garibaldi che stava quasi per comprarsela…
E’ stato un tempo unico intenso e bello, senza cali d’attenzione, ma impossibile da raccontare, ci vorrebbe talento. Un sapiente quanto divertentissimo ping-pong tra Sacro e Profano (non solo amore), che partendo dal Tiziano della Galleria Borghese (le due signore del ‘500 accanto a un sarcofago) ha spaziato dal VI sec. a.C. (le eccitate sacerdotesse del tempio di Corinto che in completa euforia di danza vanno fuori di testa, così passano nella dimensione di Dio) alla bacchettoneria della cultura ebraica che tuttora ci condiziona nella nostra modernità contorta. Le contraddizioni tra il Dioniso venuto dall’Est, elegante e palestrato, e l’etrusco pingue che, sul triclinio inventato per la bisogna, mangia per l’eternità e tromba allegramente; la ieratica estetica bizantina (il Cristo in croce che sanguina un po’ ma forse sta comodo) contrapposta al pathos di Giotto col suo Cristo struggente sofferente ammalato; il modernismo del genio di Goethe nel Faust che giura col Diavolo; il dibattito infinito tra libertà comportamentale e repressione; San Francesco che corre nudo declamando versi ovviamente in francese (ah, la cultura cortese); il sangue-sangue-sangue di Caterina da Siena, le Estasi di Santa Teresa d’Avila
La Morale e le Regole. Il rapporto tra fisicità e intellettualismo. Il patto “democristiano” del sessuofobico Concilio di Trento, che però evitò in Italia grosse guerre per 4 secoli. E Freud, e il Picasso de Les demoiselles d’Avignon che inventa l’arte moderna con l’esaltazione del brutto! “L’arte moderna è brutta”.
Insomma viviamo un momento etico complicato e pensoso, oggi. Siamo come in gabbia: politici vecchi, sessualità da avanspettacolo, né danza-fumo-vino ed extra ci sono d’aiuto, com’era per gli Etruschi. Ci è toccata pure l’antipatica GelminiClap-Clap Clap-Clap

Pier Giorgio Camaioni


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