mercoledì 9 luglio 2014

PGC e la moda: chiude l’ultimo sarto. “Mi dispiace per il vicinato”

Dopo 53 anni, Peppe “lu sartore” chiude il suo piccolo laboratorio. Dietro alla serranda a maglie, sulla vetrina grigia di alluminio anodizzato - così usava nel ’61 - c’è già il cartello AFFITTASI. Dentro, ormai, solo un tavolo da lavoro semi-smontato, la fida macchina per cucire G.M. “PFAFF”AG – Kaiserslautern dell’antico concessionario E.Capriotti (Radio – Elettrodomestici) chiusa nel suo severo mobile di legno, la ultra centenaria “mezzaluna” per modellare, 23 cm di raggio, di noce (ereditata dalla figlia di un vecchio sarto) e questo vissutissimo calendario perpetuo, con la data definitiva. Quando lo stacca dal muro per regalarmelo, Peppe ha gli occhi lucidi dentro.
Chiude l’ultimo sarto della città. “Veramente ne resta un altro, ma fa solo abiti da ballo. A Grottammare, invece, ce n’è ancora uno”. Ma la tristezza è che scompare un mestiere paziente. Un sarto (al maschile, le sarte sono diverse) è - era - come un medico, come un professore, come un geometra.
Quasi un filosofo. Quando ti metteva addosso l’armamentario (con tanto di livella a bolla) per prenderti le misure della giacca o del cappotto - e tu dovevi restare immobile - quando alla prima prova ti puntava con maestria decine di spilli meglio di un fachiro, quando ti disegnava sulle costole col gesso piatto sfidando l’inevitabile solletico, quando con strappi-lampo faceva volare una manica e poi l’altra con tutte le imbottiture e le imbastiture, quando ti schizzava a gesso tasche e bottoni come un quadro. “Misura diretta” si chiamava. 48 di giro, 24 di profondità, diverse invece le “misure proporzionali” 1/8… 1/6… 1/4…, e il pantalone che per essere perfetto a 8 cm dal fondo doveva prendere un’altra piega, o stringersi, chessò, oddio faccio confusione…
Probabilmente è finita un’Epoca. Oggi, “nel tempo vuoto e sordo” ci si veste agli outlet dei Centri Commerciali, oppure compri giacche ridicole e jeans stinti e bucati col culo basso. Il sarto non serve. Infatti Peppe da una decina d’anni non faceva più abiti. Solo riparazioni. Sopraffine, si capisce. Neanche più quelle, adesso. Però si estingue così ancora un luogo “culturale”, un posto dove le teste pensanti del quartiere, ma anche di fuori, si ritrovavano per discutere di Politica, di Amministrazione, di Musica lirica e classica, di Sport… Ad un livello più elevato del barbiere, estinti anche quelli, quelli delle poltrone rotanti smaltate bianche e dei paurosi rasoi che si affilavano con le cinghie di cuoio… Passare da Peppe era come un rito, tutti che fumavano, spesso non c’era posto. E lui che partecipava lavorando, senza perdere la concentrazione, chino sulla PFAFF o ad armeggiare con forbici squadra e “mezzaluna”. Via Crispi 128 era un piccolo ma vero “Senato”. Meglio di quello romano, abolito anche quello, e meglio di quello che verrà. Chiude un posto importante, quasi nell’indifferenza. Vi spunterà l’ennesimo negozio di scarpe, o di mutande. O un bar. Escluso un posto di libri. Una perdita collettiva.
Mi dispiace per il vicinato” dice tutto.

Epoca
Degli abiti tuoi
Che prezzo mi fai?
Vendili
(Paolo Conte)

Pier Giorgio Camaioni

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