venerdì 18 luglio 2014

Canto diurno (Jazz) di un pastore rumeno d'Abruzzo


Incrocio il gregge (che è titubante se attraversare o no la strada) mentre Radio3 manda Coleman in quartetto. Precedenza alle pecore, ovvio. Quindi accosto, abbasso i finestrini, spengo il motore. E vorrei scendere, ma Coleman stesso dapprima me lo impedisce. Un’incisione forse del ’60 (vagamente country) con Charlie Hadel al contrabbasso, nel super-silenzio musicale della maestosa conca di Campo Imperatore, quando mi ricapita…

Così aspetto, e mentre in concentrazione ascolto la radio contemplo questo “nostro” desertico Far West inciso dal freddo: greggi, fontane ed erbe (più che fontane, laghetti), sassi acuti, vento, solitudine immensa, il tacito infinito andar del tempo…* Poi, da un intorno vicino ma indefinito, come un canto. Non di una voce. Sembrano note di flauto prodotte con la voce e il vento; più note alte di clarinetto, ma senza clarinetto. Sono fischi di pastore che lanciano comandi ai cani. Suoni complessi e precisi, melodiosi o marziali, che in certi momenti “entrano” nel quartetto e quasi vanno a tempo con Coleman e Hadel! Scortato da due cani scuri, eccolo il pastore. Non ha né spartito né strumenti. Ma camminando lento “suona“ e “canta” e scruta l’invisibile, e pare dirigere il vento, la sua “orchestra”. Anche se, in lontananza, i campanacci (di due sole note) delle mucche anche loro ossessivamente al pascolo mettono un po’ di confusione… si sa, alle mucche non piace il jazz.
I cani-pattuglia in realtà sono 5, pastori abruzzesi doc e meticci un po’ sofferti. Spettinati e attentissimi. Quando scendo, a turno mi annusano, senza curiosità, senza ostilità, routine professionale. Pipì rituale, tutti sulla stessa ruota, poi riprendono il “lavoro”. Il pastore smette il canto e mi guarda, impassibile, senza avvicinarsi. Ha tempo. Vuole che gli chieda qualcosa.
Ad occhio meno di quarant’anni, colorito tibetano, vestito d’inverno, sciolto parlatore nelle risposte. L’impreparato sono io, le mie sono domande stupide, convenzionali. Vorrei chiedergli se interroga la luna, quando è solo, ma mi guarderebbe strano. Dormo su-sopra (io non vedo niente, ci sarà un rifugio), però “abito” giù, Paganica, ho macchina. Moglie? Famiglia? No. Qui sto bene,guadagno, quando viene neve torno Romania. Ah Ah. Più chiaro di così. Sembra contento, quando mi aspettavo che si lagnasse. Tue, le pecore? Nooo. Quante sono? 97. Perché tutte marchiate DS? Padrone. Vorrei fargli la battuta che i DS adesso si chiamano PD, che il padrone dovrebbe aggiornarsi, a meno che le pecore non siano vecchissime… Ma già non mi calcola più, ha sentito o visto qualcosa, tanto che riattacca il “canto” con gli ordini, mentre i cani velocizzano le 97 pecore che spingendosi attraversano e riprendono - testa bassa - a brucare in automatico. Infatti ecco un rumore di diesel, un fumacchioso punto verde che caracollando sale: è un vecchio cassonato Iveco-Daily tutto ammaccato e di un inconsueto verde-smeraldo. Dalla cabina scendono agili due figuri: cenni spicci, autoritari, come dire lavora, non chiacchiera’. A me manco uno sguardo. ZAC, finito l’incanto. Quando arriva il padrone…
Coleman e Hadel non suonano più. Il canto diurno del pastore rumeno continua, ma è meno jazz…

*G.Leopardi, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

PGC


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