giovedì 24 luglio 2014

Mask - Studio sulla maschera. L'Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” al Festival dei Due Mondi

Lo scorso anno, a Spoleto, erano “bravi da matti”: figure (maschere) che nei Giardini della Casina dell’Ippocastano raccontavano ciascuno, al pubblico itinerante, la propria stralunata follia. Oggi, per la seconda edizione di European Young Theatre, eccoli ancora a Spoleto: stessa scuola - l’Accademia Silvio D’Amico - altri allievi (I° anno del Corso di Recitazione) con un riconoscibilissimo “marchio di fabbrica”; e che siano pazzescamente bravi anche loro è evidente da subito.
Il Largo che li ospita è un perfetto teatro a cielo aperto, per fondale il muro di contenimento a vista con la grande fontana in basso, per quinte gli edifici della piazzetta; una sola fila di sedie e tutto il resto è pubblico assiepato ovunque, appollaiato sui muretti e sui gradoni della salita: quelli che lo sapevano e sono venuti apposta, e quelli che passavano di lì e si sono fermati, magari con cane e passeggino, e i bambini mai così buoni (è teatro, altro che baby sitter).
Oggetti di scena: un tamburo, un cembalo, due piatti, per scandire ritmicamente i “quadri”; lunghissime pertiche di legno chiaro; un drappo rosso. E le maschere, naturalmente. Ventitré giovanissimi, bianchi dal viso alle scarpe, sviluppano l’azione mimica su un canovaccio in tre livelli. “Sviluppiamo progressivamente il caos” - scandisce il conduttore/percussionista - “non progettate il movimento, pensate solo a reagire”, e un quadro fatto di rapidissimi movimenti di gruppo - esercizi di mimo e di biomeccanica - apre la performance per confluire poco dopo nell’ossessivo percuotere in terra di lunghissime pertiche; eccole ora issate contro il muro, dalla sommità del quale si affacciano impenetrabili inquietanti maschere bianche. Tra le movenze lentissime e assorte di queste, un drappo rosso scende giù dal muro e raggiunge la fontana sottostante: da qui l’azione per contrasto si fa vivacissima, quasi indiavolata, mentre il pathos tragico si stempera in una animatissima giocosità che è un po’ teatro di Pulcinella un po’ Commedia dell’Arte. Gli “zanni” si alternano alla maschera demoniaca che occupa la scena in un frenetico assolo mentre il tambureggiare incalza e il “coro” scandisce un’ossessiva litania di sapore infernale, in bilico tra il dantesco Pape Satàn pape Satàn aleppe e una disarticolata intraducibile filastrocca. Il racconto mimico culmina nella ricomposizione del gruppo intorno alla coppia avvinta e annodata dal drappo rosso, finale in cui “vince la presa, il contatto, la completezza dell’uomo con la sua metà”. Un’ultima percussione di tamburo e un comando secco del conduttore segnano la conclusione. “Alzare la maschera”, e i ventitré ringraziano il pubblico, ciascuno con la propria maschera appoggiata al fianco. Incuranti di stanchezza, replicheranno fra pochi minuti la performance: il pubblico sarà in parte cambiato, in parte sarà rimasto per assistervi una seconda volta e goderne ancor meglio; questi attori non si risparmiano, e il pubblico ne ricambia con calore la generosità. C’entra, magari, che lo spettacolo sia gratuito – a fronte di tanti appuntamenti spoletini dai costi fuori misura – ma il pubblico che è qui, e che resta, vuol farsi emozionare ancora dal tragico e dal comico, dalla burla e dal terrore, dal sacro e dal profano così intensamente evocati da questi giovanissimi che né caldo né fatica scoraggiano, e neppure la petulante pioggerella di fine pomeriggio.
Se saranno famosi non sappiamo, ma “da grandi” saranno certo i bravissimi appassionati attori che oggi annunciano di essere.

Sara Di Giuseppe



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