martedì 29 luglio 2014

Alessandro Bergonzoni e Massimo Arcangeli al Futura Festival: “Come sei messo, ad anima?”

Il Bergonzoni che apre la sezione di Futura Festival dedicata alla parola - “Les Mots et les Choses il titolo, significativamente mutuato da Foucault - è ancora una volta lo straripante funambolo della parola che i più conoscono: ma è anche molto altro. Oggi, le parole che il linguista Arcangeli gli porge costruendovi intorno prudenti domande, lui le afferra e le trasforma in cose, oggetti pesanti e pensanti: e il gioco semantico è solo iniziale esercizio di riscaldamento (“mi rivolgo spesso alle mie gambe perché non si sentano arti inferiori”) che prepara il tuffo nelle acque profonde dell’esistenza e della coscienza, dell’etica e dell’impegno, della realtà e del futuro; in quel “voto di vastità” che, esso solo, può segnare il passaggio dal ruolo di spettatori a quello di attori di se stessi e della realtà.
Ne ha per tutti, Bergonzoni: ne ha per l’economia e per la politica, per l’arte e per il potere e per la religione-potere, ne ha per Obama e per il Papa; ne ha per questo reale costruito su parole logore ed esauste, che hanno smesso di rappresentare “cose” per diventare schermi funzionali all’ipocrisia, al deserto di azione e di impegno. La parola invece urge, ci manda segnali che non riceviamo ed essa ci strattona, ci chiede di usarla, viverla, portarla, (Quand’è che mi indossi?, ci chiede la parola). Ma il cambiamento è possibile solo se sperimentiamo ciò che c’è dietro la parola e se sperimentando cessiamo di accontentarci, di subire la violenza della politica e dei palinsesti, della cultura colluttoria, se smettiamo di pensare in corto e di volere il poco: il “poco” uccide, è del “molto” che abbiamo bisogno, dobbiamo essere “ancorosi”, volere “ancora”. Subire e demandare (“i dieci demandamenti”…) è ciò che facciamo quando ascoltiamo la politica condannare le stragi, il potere parlare di pace, quando accettiamo che ci riducano i problemi in categorie senza pretendere che trasformare la realtà in lealtà non sia solo un cambio consonantico, senza operare la nostra rivoluzione interna, la sola che possa aiutarci a morire di utopia e a non morire di realtà. “La grandezza si crea nello sperimentare”: così ogni genitore può essere campagna elettorale “antropologica e antroposofica” per il proprio figlio; se la Costituzione è necessaria, dobbiamo noi stessi per primi “costituirci”, farci ognuno la nostra robusta “pre-costituzione” interiore. Un lavoro politico civile e spirituale che ciascuno può fare su se stesso e su ciò che gli sta intorno, per capire “come siamo messi, ad anima”, per riappropriarci della lealtà della realtà, sottraendola e sottraendoci all’oltraggio delle vuote parole grazie alle quali politica, economia, religione, potere, esercitano il loro dominio.
E’ un Bergonzoni tonificante quello che scende durissimo su ipocrisie e incompiutezze; che diverte “parolando” e da giocoliere tira in aria la domanda del linguista moltiplicandola e sovvertendola, e al tempo stesso cala fendenti sulle vacuità e sulle ignavie, sulla manipolazione molteplice e trasversale che ottunde le coscienze, che genera paura (“Stai tranquillo, abbi paura”) e crea “assessori alla pietà”. Chiarissimi e trascinanti il linguaggio e i suoi contenuti; non chiare e inutilmente arzigogolate sono solo domande del professore, distante anni luce, nella sua tranquilla appagata dottrina, dalla potenza travolgente e rivoluzionaria dell’ospite. Ascoltare oggi ciò che sempre ci diciamo dentro - con rabbia e frustrazione, pena e ribellione - è un così efficace alimento all’indignazione, che riusciamo perfino a perdonare i 45 minuti di ritardo (!) nell’inizio del programma: ma solo a lui, Bergonzoni (arrivato in orario, anzi in anticipo), non certo all’organizzazione.
Proseguiamo uno spettacolo ma lo spettacolo è finito, l’essere umano è già distrutto, guarda come vive…”
(A.Bergonzoni)



Sara Di Giuseppe

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